Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals

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Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals

Il racconto più intrigante della off season, purtroppo, si conclude. Con una tappa italiana in cui vengono svelati molti misteri

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)

Grand Slam, le prime tre puntate: Australian OpenRoland Garros,Wimbledon, US Open

XXVII°

Mole Antonelliana, Torino, Italia – Venerdì 11 novembre ore 11:30

  • E qui termina il nostro tour guidato all’interno della Mole Antonelliana e museo del cinema Italiano. Spero che la visita sia stata di vostro gradimento. Ora vi lascio in compagnia del nostro simpatico e affidabile Piero per l’ultima parte del tour, la vista dalla cima della Mole. Vi ricordo che la capienza dell’ascensore è di nove posti. Più Piero ovviamente. Ma ormai tutti qua lo consideriamo parte dell’ascensore stesso.

Risatine, applausi alla guida. Qualche turista americano e tedesco si avvicinò al giovane locale, dall’inglese impeccabile, per lasciare un po’ di mancia. Lo fece anche Michael Madison, capo progetto della Smash. Lì ufficialmente come rappresentante d’azienda in occasione del Master di fine anno. Ufficiosamente per qualcos’altro.

 

Il torneo dei Maestri, con i migliori otto tennisti del mondo a contendersi uno dei titoli più ambiti di questo sport, si riproponeva in una location tutta nuova, o quasi. Per il secondo anno il torneo si svolgeva al Palasport Olimpico, uno dei gioielli dell’architettura moderna della città.

L’ascensore comandato da Piero cominciò a salire nel bel mezzo dell’enorme cavità dall’interno della mole. Le pareti in vetro non lasciavano nulla all’immaginazione e un paio di ragazzi si fecero prendere dal panico a causa delle vertigini. Una scena che Piero ignorò, in quanto pane quotidiano per lui. Dopo una quarantina di secondi l’ascensore raggiunse la cima della cupola e si infilò, per gli ultimi metri, all’interno della guglia più famosa della città. Uno schiocco all’interno delle orecchie avvisò i ragazzi viaggianti ad occhi chiusi che qualcosa attorno a loro era cambiato. Aprirono gli occhi proprio mentre l’ascensore rallentava depositando dolcemente il suo carico sulla piattaforma di osservazione: uno stretto corridoio che girava tutt’intorno alla cupola regalando una vista a 360 gradi di Torino.

Una città fiera, una ex capitale, dal design urbanistico atipico per l’Europa, con strade che si incrociano, con rare eccezioni, a perfetti angoli di novanta gradi. Ordinata e poco appariscente come i suoi abitanti. Le Alpi nel sottofondo vegliavano come ogni giorno sulla città. Era davvero un bel luogo, pensò Mister Madison. Il posto giusto per terminare ufficialmente il progetto di sperimentazione nanotecnologica della Smash.

Da lì si vedeva anche l’Università Degli Studi di Torino, proprio sotto la Mole. Michael Madison doveva sbrigarsi; in mezz’ora proprio lì avrebbe incontrato il Professor Pyke e la sua collega norvegese. E tutti insieme avrebbero ricevuto Sandor Kiraly.

XXVIII°

Palasport Olimpico, Torino, Italia – Domenica 13 novembre ore 15:11

Il primo punto della 53esima edizione del Master di fine anno era stato appena giocato. Un’inusuale stecca di Erwin Siles. Il pubblico riempiva in ogni ordine di posto i 15mila seggiolini del palazzetto di Isozaki, attirato dall’importanza dell’evento e da tutto il dramma e il gossip attorno ad esso. Soprattutto attorno alla figura del numero uno del mondo. Un carneade, giunto da una nazione senza alcuna tradizione tennistica, che dal nulla vince 3 Slam di fila, conquista la prima posizione del ranking e, durante un discorso di premiazione a New York, annuncia a sorpresa il ritiro. Salvo poi ripensarci dopo un paio di mesi e presentarsi all’ultimo torneo dell’anno senza partite nelle gambe.

Siles era convinto di ciò che disse quella sera a New York. Lo ribadì in conferenza stampa e in qualche successiva intervista. Per una settimana fece il tour di tutti i media possibili, cominciando ovviamente dal Tonight Show alla corte di Jimmy Fallon, senza mai scendere troppo nei dettagli del perché di questa decisione. Dopodichè era sparito.

Tornato in Bolivia per un po’ di tempo, forse per qualche progetto umanitario a favore dei suoi connazionali, era stato accolto come un eroe. A fine ottobre era tornato in Europa ed era stato visto a Londra, alla sede della Smash, probabilmente a discutere le varie clausole del contratto che lo legava alla giovane casa inglese. Pochi giorni dopo, a sorpresa, l’annuncio: Siles ci sarà alle Finals. Per l’obbligo morale di giocare in quanto numero uno del mondo, disse. Un torneo solo e poi, a seconda del risultato, avrebbe deciso cosa fare la stagione successiva. Era un concetto che aveva stupito molti: qual era il risultato che Siles voleva? Aveva già vinto durante l’anno ogni singolo match che contasse da Aprile in poi. Trentatrè vittorie e una sconfitta di scarsa importanza da Roma a New York. Forse a Torino voleva vincerle tutte 6-0 6-0, pensavano alcuni.

In ogni caso non pareva quella la storia odierna. I colpi del boliviano filavano di meno. Le gambe giravano al rallentatore. Probabilmente la mancanza di allenamento si faceva sentire anche per un cyborg come lui. Un’ora e ventisette minuti dopo l’esibizione era conclusa. Sul tabellone il punteggio finale recitava 6-3 6-3 a favore di Roy Bartlett. Molti erano stupiti. Alcuni delusi di aver assistito ad un match mediocre, vinto dal meno peggio. Solo due persone in tutto il palazzetto erano incredibilmente felici. Uno poteva mostrarlo a tutto il mondo: Roy Bartlett. L’altro doveva nasconderlo il meglio possibile, ed era la persona che giunta a rete gli strinse la mano: il numero uno del mondo Erwin Siles, che aveva appena giocato la sua peggior partita degli ultimi otto mesi. E non poteva esserci per lui notizia migliore.

XXIX°

Via Roma, Torino, Italia – Venerdì 11 novembre ore 12:10

  • Ma quando finiscono questi portici?

I due giovani vagavano per la via dello shopping torinese. Dall’albergo avevano percordo via Vittorio Emanuele e quindi imboccato via Roma in direzione di Piazza Castello.

  • Dev’essere perché piove tanto. Da quando siamo qui non abbiamo visto il sole.
  • Credo che tutta questa zona sia così a novembre. Le Fiandre, da dove provengo io, non sono molto diverse.

Grandi firme della moda, negozi di elettronica, ristoranti di lusso e le prime luminarie natalizie componevano la scenografia di via Roma. Un giro per un po’ di shopping era necessario prima di andare definitivamente in vacanza. Nel mezzo dell’area pedonale un appassionato di tennis riconobbe il più celebre dei due.

  • Signor Kiraly?
  • Si sono io.
  • Posso avere un autografo, signor Kiraly? Sono un suo grande ammiratore…
  • Fa un po’ freddino per togliere i guanti…
  • Allora un selfie?
  • Vada per un selfie!

Il fan tirò fuori dalla tasca il telefono, si tolse velocemente i guanti e fece partire la camera. Un capannello di curiosi si era formato tenendosi a leggera distanza e chiedendosi chi fosse quel vip.

  • Ho visto tutti i suoi match la settimana scorsa al torneo NextGen. Complimenti! Peccato per la finale…
  • Elofsson è un osso duro.
  • Non sapevo fosse qui.
  • Io e il mio collega Claude siamo venuti per fare da sparring partner a un tennista impegnato nelle Finals.
  • Oh mi scusi, la riconosco solo ora. Lei è Claude Groen! Complimenti anche a lei!
  • Meno meritati però. Ho perso tutte le partite a Milano.

Si schernì Claude. I due congedarono l’ammiratore e proseguirono la camminata.

  • Non ti ho mai ringraziato abbastanza Claude.
  • Di lasciarti vincere in allenamento.
  • Ah ah. No, di quello che hai fatto in questi ultimi mesi. Non sei stato solo un collega ma anche un amico. Non sono molti quelli che sono venuti a trovarmi in ospedale a Melbourne. Tu dovevi prendere il volo il lunedì sera e l’hai spostato per restare…
  • Speravo che potessi nominarmi erede del tuo prize money pochi istanti prima di morire.
  • Ti è andata male.
  • A parte gli scherzi, Vassily ha sempre insistito che noi tre siamo un team. Nella buona e nella cattiva sorte. Ti siamo stati di fianco quando vincevi, non potevamo non farlo dopo il tuo incidente.
  • Sai Claude: più volte durante gli Open in Australia ho pensato di essere imbattibile. E in quanto tale di non aver bisogno di un coach. Più cresceva il mio senso di onnipotenza, più aumentavano le discussioni con Vassily. Ricordo il venerdì prima della semifinale con Foley. Una litigata continua. Avessi convertito quell’ultimo punto, avrei dato il benservito a tutti voi.
  • È comprensibile.
  • E avrei sbagliato. Vassily aveva ragione, ero un pallone gonfiato. Questo malore mi ha fatto maturare molto. Col senno di poi, sono felice che tutto sia andato come è andato. Cioè, non una felicità vera. E più che altro un senso di… Di non so spiegare. Forse, avere attorno delle persone di cui ti puoi fidare vale più di ogni successo.
  • Vale lo stesso per me.
  • Oh eccoci qua: via Verdi. Qui è l’Università. E’ qui che ho l’incontro con la Smash.
  • Buona fortuna.
  • Servirà a loro, per quante gliene dirò. Ci vediamo dopo al palazzetto per gli allenamenti con Erwin.

XXX°

Smash Headquarter, Londra, Lunedì 24 ottobre

  • Buongiorno Signor Siles. Grazie per aver accettato il nostro invito.
  • Come se avessi avuto alternative…

Fin dalle prime battute l’incontro non pareva dei più amichevoli. Entrambe le parti in causa si sentivano tradite dall’altra. Uno, per essere stato dissuaso, spinto a fare qualcosa che per etica non avrebbe mai voluto, attirato dallo specchietto del denaro e della gloria. Ed in più, inconsapevole dei danni che il suo fisico avrebbe prima o poi riportato.

Siles sapeva che anche Kiraly aveva seguito il metodo Smash. E sapeva cosa gli successe a Melbourne. Ciononostante solo dopo il colloquio con il tennista ungherese a New York aveva davvero compreso il pericolo per la sua salute. In quei giorni di torneo successivi aveva maturato la sua decisione. Interrompere la cura nanotecnologica e continuare a giocare non era un’opzione: i risultati sarebbero tornati quelli di un numero 100 del mondo, con ovvia perdita di popolarità e aumento del sospetto generale sulla sua storia. No, Erwin era al massimo della popolarità e della fama: ritirarsi ora gli avrebbe permesso di spendersi bene come personaggio pubblico. Era più che convinto di aver preso la decisione giusta. Quanto alla Smash, voleva chiudere ogni tipo di rapporto il prima possibile, pagando quello che ci fosse stato da pagare. Mai più la sua faccia su un cartellone di fianco al loro logo. Mai più comparsate, mai più peana per la sua casa fornitrice.

Dall’altra c’era un’altra persona a sentirsi tradita. Mister Madison non aveva preso molto bene la decisione di Siles. Non per la scelta in sé, ma per non essersi consultato con loro. Un gravissimo affronto nel mondo del marketing, un testimonial che si ritira senza darne comunicazione. Nel nuovo contratto, firmato dopo la vittoria di Parigi, figuravano salate penali per tutti i casi di decisioni estreme prese senza il beneplacito della Smash.

Ma, alla fin fine, Mister Madison era disposto a passarci sopra, se Siles fosse tornato a giocare. E sapeva bene che, dopo quello che stava per dirgli, lo avrebbe fatto.

  • Eravamo preoccupati per lei signor Siles. Dove era finito?
  • Sono stato per un periodo in Bolivia, a sbrigare alcuni affari. In ogni caso, non mi pare che voi vi siate mai preoccupati per me, Signor Madison.
  • Cosa intende?
  • Mi avete usato come cavia di un esperimento medico per mesi…
  • Onestamente, signor Siles, ha appena detto una sacrosanta verità. Lei è stata una cavia per un esperimento. Ma il motivo per cui l’ho convocata qui è proprio per spiegarle bene quale sia questo esperimento.
  • Ne abbiamo parlato abbondantemente in primavera.
  • Venga con me.

Il signor Madison abbandonò la sala dove fino a quel giorno aveva sempre ricevuto i suoi pupilli tennisti, percorse un corridoio ricambiando i saluti riverenti di segretarie e altri accoliti, seguito da Erwin. Una strisciata di badge gli aprì una porta dietro alla quale si celava una piccola saletta, molto più intima. Ad attendere all’interno altre due persone.

  • Signor Siles, mi permetta di introdurle il professor Pyke, docente di medicina psichiatrica dell’università di Cambridge, e la signora Bjoentegaard, esperta di Psicosomatica dell’ateneo di Oslo. Miei partner nel progetto Nanotech.
  • Salve signor Siles. E’ un gran piacere incontrarla di persona dopo tutto questo tempo. Come prima cosa voglio porgerle le nostre scuse per tutto lo stress che questa situazione può averle provocato.

Il signor Pyke pareva, almeno all’aspetto, un vero professore di Cambridge. Non uno scienziato pazzo come Siles poteva immaginarsi chiunque fosse coinvolto in questa storia. Una strana aura di normalità era improvvisamente calata sulla Smash, e persino Mister Madison sembrava avere un’attitudine molto più serena e genuina, ora che la sua parte era conclusa.

  • Ho voluto che i due professori fossero qui oggi a spiegarle direttamente lo scopo del progetto Nanotech, perché sicuramente possono farlo molto meglio del sottoscritto. Io sono un povero capo del marketing. Capisco poco di medicina.

Fece Madison incanalando la testa fra le spalle, un atteggiamento che l’uomo conosciuto da Siles fino a due minuti prima non avrebbe mai e poi mai effettuato. I quattro si sedettero e Bjoentegaard prese la parola.

  • Grazie mille signor Madison. Lei capirà poco di medicina, come dice, ma ha svolto il suo ruolo in questo esperimento come meglio non potevamo sperare. La ringraziamo, e ringraziamo tutta la Smash per la vostra collaborazione. Ma non teniamo il nostro ospite sulle spine. Signor Siles, se questo può tranquillizzarla, nessuna sostanza nociva o dopante è mai entrata nel suo corpo.
  • Siamo più precisi, Marit: nessuna sostanza, punto. Lei, signor Siles, è uno dei nostri test per uno dei maggiori esperimenti sull’effetto placebo a livello mondiale.

Il tennista era molto disorientato. Era una presa in giro? Un maldestro tentativo della smash di porre una toppa sul danno fatto?

  • Come lei saprà l’effetto placebo è quell’aspetto della nostra psiche che ci permette, a volte, di beneficiare degli effetti di un qualcosa che in realtà non abbiamo ottenuto, se crediamo però fortemente di averlo fatto. E’ ormai dato per assodato che funzioni, ma scientificamente non riusciamo ancora a spiegarci il perché.
  • Alla fine dello scorso anno diverse università europee hanno concordato un esperimento di nuova portata sull’effetto placebo in soggetti sani, per vedere quanto quest’ultimo può influire non solo sulla cura di malattie, ma anche sul miglioramento delle prestazioni fisiologiche. Abbiamo selezionato praticanti sportivi in discipline di tre categorie diverse. Prevalentemente fisiche, come corsa e sollevamento pesi. Prevalentemente tecniche come tiro con l’arco e scacchi. E equilibrate come tennis e pentathlon moderno.
  • Ora siamo alla fine della stagione e stiamo raccogliendo i risultati. Che sono, le anticipo, sorprendenti in tutte e tre le categorie. La Smash è stata molto gentile a collaborare con il progetto nel settore tennistico.

Erwin Siles credeva poco che tutto quello che aveva prodotto sul campo da tennis negli ultimi mesi potesse essere un semplice inganno della mente

  • È un qualcosa di molto difficile a credere.
  • Lo è anche per noi, signor Siles. Ogni volta che lanciamo un progetto siamo i primi ad essere sorpresi dai risultati. Ma le assicuro che è tutto vero. E per dimostrarlo ora faremo il test contrario. Per questo, le chiediamo di giocare ancora un torneo, le Finals.
  • E cosa dovrei fare?
  • Quello che ha sempre fatto negli ultimi mesi: se ha ancora del materiale “dopante” che le abbiamo fornito, riprenda ad assumerlo come faceva fino ad Agosto. Né più né meno. Deve rispettare le stesse prassi pre-partita che osservava. La semplice consapevolezza di non aver ingerito nessuna sostanza migliorante dovrebbe riportarla al livello che aveva prima dell’esperienza.

Il racconto continua a pagina 2

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

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Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

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Australian Open

Diari australiani: perché l’Australian Open è un torneo speciale. In un luogo speciale

L’eredità australiana, da Evonne Goolagong ad Ash Barty, passando per Rafter e Hewitt. Ma anche la ‘passione’ aborigena e la bellezza di Cate Blanchett

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Evonne Goolagong (foto via Twitter, @Wimbledon)

Il nostro Fede Torre ci ha donato questo racconto sull’Australian Open. Sull’Australia, più che soltanto sul torneo. L’idea era quella di pubblicarlo prima dell’inizio delle ostilità, ma il calendario forsennato del mese down under ci ha costretto a tenerlo in soffitta per un paio di settimane in più. Ve lo proponiamo oggi, per salutare l’edizione appena conclusa dell’Happy Slam e dare appuntamento all’Australian Open 2021.


Ne “La Via dei Canti“, Chatwin analizza i canti tradizionali dei nativi australiani, vedendo in loro una sorta di mappa di linee, strade invisibili, piste del sogno che collegano tutto il continente. Chi in Australia è arrivato alla ricerca di Tyche, deve averla immaginata col volto di Cate Blanchett. Un piano accompagna una voce cavernosa: “Into my arms”, sì, tra le tue braccia. Un bambino difficilmente riuscirà ad abbracciare un mappamondo senza che nulla resti fuori. Se lo si prende dall’equatore, facile l’Australia sfugga. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, nessuna tristezza, questo è il regno della bellezza.

Paese continente, lontano da molto, lontano da quasi tutto. Unire i punti marroni dal Sud Est asiatico verso Sud, giochino da rivista di enigmistica, ed ecco l’Australia. Down Under dal loro alto, dicono gli inglesi. Australia, terra sognata, sperata ancor prima di essere scoperta e conquistata, dal sapore vintage di Commonwealth, Made in UK. Australiani, la via intrapresa dagli avi da ripercorrere al contrario per inseguire qualche altro mondo. Aussies.

 

“Gli aborigeni si muovevano sulla terra con passo leggero; meno prendevano dalla terra, meno dovevano restituirle” (B. Chatwin). Evonne Goolagong degli australiani ne aveva il sangue, quello vero, primordiale. Tennista australiana, rischiò di vivere nell’ombra del totem nazionale Margaret Smith, 24 Slam in singolare, 19 in doppio e 21 in doppio misto. Evonne aveva personalità e storie da raccontare. La luce da lei emanata fu enorme. “Thunderstruck”. Angus Young e il riff di chitarra perfetto, fulminate le avversarie della Goolagong da un tennis felino, leggero, con zampate improvvise. AC/DC, alternative current/direct current. Evonne Goolagong vinse e perse molto. 18 finali Slam in singolare, di cui “solo” 7 vinte, più titoli in doppio ed altro. La sua vittoria più famosa resta Wimbledon ’80, nove anni dopo la prima e quattro dopo esser divenuta madre, la più prestigiosa l’essere stata ambasciatrice della sua gente, i nativi d’Australia, protagonisti di una storia a molti sconosciuta e da molto dimenticata.

Un boomerang torna indietro, ti si ritorce contro, di certo per stereotipata definizione. Stereotipo vuole che l’Australia sia anche terra di tennisti. 28 Coppe Davis, innumerevoli titoli Slam, un susseguirsi continuo di fenomeni: Frank Sedgman, Lew Hoad, Fred Stolle, Roy Emerson, Ken Rosewall, il GOAT della sua epoca Rod Laver, John Newcombe e altri meravigliosi come Tony Roche, John Alexander, Phil Dent e il “caso” Mark Edmonson, uno dei vincitori Slam più improbabili che riuscì nell’impresa da numero 212 del seeding. Il tennis australiano ha lasciato ai posteri anche coppie di doppio vincenti dai nomi bizzarri, come i Woodies (Woodforde/Woodbridge) e i SuperMac (Mc Namee/Mc Namara). In campo femminile sette Fed Cup, tutte concentrate nel decennio 1964/74, e un elenco di titoli Slam da pallottoliere.

Australia, barriera corallina, onde paradiso di surfisti, parco giochi per grandi squali, bianchi o tigrati. Squali tennisti predatori di trofei, per un periodo improvvisamente placatisi. Pat Cash dei segni li lasciò, ma causa infortuni, durò non abbastanza per gli standard seriali a cui l’Australia aveva abituato. L’arrivo di un nuovo Pat, Rafter, fu pertanto attesa messianica. Ci mise un po’ ad affermarsi, recuperò, vincendo due US Open e passando suo malgrado alla storia per i due Oscar consecutivi a Wimbledon nel ruolo di miglior attore non protagonista nelle finali del 2000 e 2001, quelle dell’ultima vittoria di Sampras e la “finalmente” di Ivanisevic. Rafter giocava bene, giocava “bello”, perfetto spot della scuola tennistica australiana.

Pat Rafter – Wimbledon 2001 (foto @Gianni Ciaccia)

Mark Philippoussis ne fu di questa, una versione aggiornata in potenza. Problemi continui alle ginocchia, ne resero incompiuta e zoppa la carriera. Toccò ad un figlio d’arte, creativo della maleducazione, riprendere le fila del discorso Slam: Lleyton Hewitt. Urla, pugnetti, aggressioni verbali, provocazioni gratuite, esultanze eccessive, spropositate ed un tennis al rimbalzo che nulla aveva a che fare con la gestualità tradizionale dei suoi precursori, ne fanno lo spartiacque tra l’Australia del tennis che fu, quella delle nuove leve a venire e dei Kyrgios e de Minaur che son venuti già.

Australiana vera per tennis, comportamento e DNA è Ashleigh Barty, australiana moderna, muscolata e da gesti ruvidi Samantha Stosur. Il tennis femminile australiano non è rimasto propriamente a guardare tra una oriunda e l’altra. Modula la voce Lisa Gerrard, il cangiante volto della Kidman, quello unico di Margot Robbie, Uluru e le declinazioni del rosso. A balzi procedono i canguri, lenti e ponderati i gesti del koala, a spallate i Wallabies alla ricerca della palla ovale. Blues l’anima della musica di Nick Cave, Blue la Jasmine Cate Blanchett, non vi è tristezza, si impone la bellezza.

Melbourne non riesce ad essere prima. Seconda città più popolosa dell’Australia dopo Sydney, nessuna delle due ne è Capitale. Lo è nel tennis. Sede dello Slam australiano, qui stanziatovi dopo che per anni si è disputato in diverse città. Dal 1972 al 1987, nello stadio di Kooyong, dal fascino vintage del lown tennis che odora di the sorseggiato in bianchi calzoni lunghi. Nel 1988 ci si trasferisce nel nuovo stadio di Flinders Park, ora Melbourne Park. Si cambia anche superficie, passando dall’erba al cemento. Questo impianto è il più avveniristico dei quattro dello Slam, il primo ad essersi dotato di coperture mobili. La sua costruzione ha rappresentato la pietra miliare su cui rilanciare lo Slam australiano, per anni ridotto a livelli partecipativi davvero miseri. Dal 1987 inoltre si è decretato il suo definitivo collocamento in gennaio, Rinascita completata. Il tavolo Slam non ha più tre gambe, ma solide quattro.

“I bianchi, per adattare il mondo alla loro incerta visione del futuro, continuavano a cambiarlo; gli aborigeni dedicavano tutta la loro energia mentale a mantenerlo com’era prima” (B.Chatwin). Non son riusciti a evitare che per il resto del mondo, loro fossero già domani.

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