Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals

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Grand Slam, quinta e ultima parte: ATP Finals

Il racconto più intrigante della off season, purtroppo, si conclude. Con una tappa italiana in cui vengono svelati molti misteri

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O2 Arena - ATP Finals 2018 (foto Alberto Pezzali Ubitennis)
 

Grand Slam, le prime tre puntate: Australian OpenRoland Garros,Wimbledon, US Open

XXVII°

Mole Antonelliana, Torino, Italia – Venerdì 11 novembre ore 11:30

  • E qui termina il nostro tour guidato all’interno della Mole Antonelliana e museo del cinema Italiano. Spero che la visita sia stata di vostro gradimento. Ora vi lascio in compagnia del nostro simpatico e affidabile Piero per l’ultima parte del tour, la vista dalla cima della Mole. Vi ricordo che la capienza dell’ascensore è di nove posti. Più Piero ovviamente. Ma ormai tutti qua lo consideriamo parte dell’ascensore stesso.

Risatine, applausi alla guida. Qualche turista americano e tedesco si avvicinò al giovane locale, dall’inglese impeccabile, per lasciare un po’ di mancia. Lo fece anche Michael Madison, capo progetto della Smash. Lì ufficialmente come rappresentante d’azienda in occasione del Master di fine anno. Ufficiosamente per qualcos’altro.

 

Il torneo dei Maestri, con i migliori otto tennisti del mondo a contendersi uno dei titoli più ambiti di questo sport, si riproponeva in una location tutta nuova, o quasi. Per il secondo anno il torneo si svolgeva al Palasport Olimpico, uno dei gioielli dell’architettura moderna della città.

L’ascensore comandato da Piero cominciò a salire nel bel mezzo dell’enorme cavità dall’interno della mole. Le pareti in vetro non lasciavano nulla all’immaginazione e un paio di ragazzi si fecero prendere dal panico a causa delle vertigini. Una scena che Piero ignorò, in quanto pane quotidiano per lui. Dopo una quarantina di secondi l’ascensore raggiunse la cima della cupola e si infilò, per gli ultimi metri, all’interno della guglia più famosa della città. Uno schiocco all’interno delle orecchie avvisò i ragazzi viaggianti ad occhi chiusi che qualcosa attorno a loro era cambiato. Aprirono gli occhi proprio mentre l’ascensore rallentava depositando dolcemente il suo carico sulla piattaforma di osservazione: uno stretto corridoio che girava tutt’intorno alla cupola regalando una vista a 360 gradi di Torino.

Una città fiera, una ex capitale, dal design urbanistico atipico per l’Europa, con strade che si incrociano, con rare eccezioni, a perfetti angoli di novanta gradi. Ordinata e poco appariscente come i suoi abitanti. Le Alpi nel sottofondo vegliavano come ogni giorno sulla città. Era davvero un bel luogo, pensò Mister Madison. Il posto giusto per terminare ufficialmente il progetto di sperimentazione nanotecnologica della Smash.

Da lì si vedeva anche l’Università Degli Studi di Torino, proprio sotto la Mole. Michael Madison doveva sbrigarsi; in mezz’ora proprio lì avrebbe incontrato il Professor Pyke e la sua collega norvegese. E tutti insieme avrebbero ricevuto Sandor Kiraly.

XXVIII°

Palasport Olimpico, Torino, Italia – Domenica 13 novembre ore 15:11

Il primo punto della 53esima edizione del Master di fine anno era stato appena giocato. Un’inusuale stecca di Erwin Siles. Il pubblico riempiva in ogni ordine di posto i 15mila seggiolini del palazzetto di Isozaki, attirato dall’importanza dell’evento e da tutto il dramma e il gossip attorno ad esso. Soprattutto attorno alla figura del numero uno del mondo. Un carneade, giunto da una nazione senza alcuna tradizione tennistica, che dal nulla vince 3 Slam di fila, conquista la prima posizione del ranking e, durante un discorso di premiazione a New York, annuncia a sorpresa il ritiro. Salvo poi ripensarci dopo un paio di mesi e presentarsi all’ultimo torneo dell’anno senza partite nelle gambe.

Siles era convinto di ciò che disse quella sera a New York. Lo ribadì in conferenza stampa e in qualche successiva intervista. Per una settimana fece il tour di tutti i media possibili, cominciando ovviamente dal Tonight Show alla corte di Jimmy Fallon, senza mai scendere troppo nei dettagli del perché di questa decisione. Dopodichè era sparito.

Tornato in Bolivia per un po’ di tempo, forse per qualche progetto umanitario a favore dei suoi connazionali, era stato accolto come un eroe. A fine ottobre era tornato in Europa ed era stato visto a Londra, alla sede della Smash, probabilmente a discutere le varie clausole del contratto che lo legava alla giovane casa inglese. Pochi giorni dopo, a sorpresa, l’annuncio: Siles ci sarà alle Finals. Per l’obbligo morale di giocare in quanto numero uno del mondo, disse. Un torneo solo e poi, a seconda del risultato, avrebbe deciso cosa fare la stagione successiva. Era un concetto che aveva stupito molti: qual era il risultato che Siles voleva? Aveva già vinto durante l’anno ogni singolo match che contasse da Aprile in poi. Trentatrè vittorie e una sconfitta di scarsa importanza da Roma a New York. Forse a Torino voleva vincerle tutte 6-0 6-0, pensavano alcuni.

In ogni caso non pareva quella la storia odierna. I colpi del boliviano filavano di meno. Le gambe giravano al rallentatore. Probabilmente la mancanza di allenamento si faceva sentire anche per un cyborg come lui. Un’ora e ventisette minuti dopo l’esibizione era conclusa. Sul tabellone il punteggio finale recitava 6-3 6-3 a favore di Roy Bartlett. Molti erano stupiti. Alcuni delusi di aver assistito ad un match mediocre, vinto dal meno peggio. Solo due persone in tutto il palazzetto erano incredibilmente felici. Uno poteva mostrarlo a tutto il mondo: Roy Bartlett. L’altro doveva nasconderlo il meglio possibile, ed era la persona che giunta a rete gli strinse la mano: il numero uno del mondo Erwin Siles, che aveva appena giocato la sua peggior partita degli ultimi otto mesi. E non poteva esserci per lui notizia migliore.

XXIX°

Via Roma, Torino, Italia – Venerdì 11 novembre ore 12:10

  • Ma quando finiscono questi portici?

I due giovani vagavano per la via dello shopping torinese. Dall’albergo avevano percordo via Vittorio Emanuele e quindi imboccato via Roma in direzione di Piazza Castello.

  • Dev’essere perché piove tanto. Da quando siamo qui non abbiamo visto il sole.
  • Credo che tutta questa zona sia così a novembre. Le Fiandre, da dove provengo io, non sono molto diverse.

Grandi firme della moda, negozi di elettronica, ristoranti di lusso e le prime luminarie natalizie componevano la scenografia di via Roma. Un giro per un po’ di shopping era necessario prima di andare definitivamente in vacanza. Nel mezzo dell’area pedonale un appassionato di tennis riconobbe il più celebre dei due.

  • Signor Kiraly?
  • Si sono io.
  • Posso avere un autografo, signor Kiraly? Sono un suo grande ammiratore…
  • Fa un po’ freddino per togliere i guanti…
  • Allora un selfie?
  • Vada per un selfie!

Il fan tirò fuori dalla tasca il telefono, si tolse velocemente i guanti e fece partire la camera. Un capannello di curiosi si era formato tenendosi a leggera distanza e chiedendosi chi fosse quel vip.

  • Ho visto tutti i suoi match la settimana scorsa al torneo NextGen. Complimenti! Peccato per la finale…
  • Elofsson è un osso duro.
  • Non sapevo fosse qui.
  • Io e il mio collega Claude siamo venuti per fare da sparring partner a un tennista impegnato nelle Finals.
  • Oh mi scusi, la riconosco solo ora. Lei è Claude Groen! Complimenti anche a lei!
  • Meno meritati però. Ho perso tutte le partite a Milano.

Si schernì Claude. I due congedarono l’ammiratore e proseguirono la camminata.

  • Non ti ho mai ringraziato abbastanza Claude.
  • Di lasciarti vincere in allenamento.
  • Ah ah. No, di quello che hai fatto in questi ultimi mesi. Non sei stato solo un collega ma anche un amico. Non sono molti quelli che sono venuti a trovarmi in ospedale a Melbourne. Tu dovevi prendere il volo il lunedì sera e l’hai spostato per restare…
  • Speravo che potessi nominarmi erede del tuo prize money pochi istanti prima di morire.
  • Ti è andata male.
  • A parte gli scherzi, Vassily ha sempre insistito che noi tre siamo un team. Nella buona e nella cattiva sorte. Ti siamo stati di fianco quando vincevi, non potevamo non farlo dopo il tuo incidente.
  • Sai Claude: più volte durante gli Open in Australia ho pensato di essere imbattibile. E in quanto tale di non aver bisogno di un coach. Più cresceva il mio senso di onnipotenza, più aumentavano le discussioni con Vassily. Ricordo il venerdì prima della semifinale con Foley. Una litigata continua. Avessi convertito quell’ultimo punto, avrei dato il benservito a tutti voi.
  • È comprensibile.
  • E avrei sbagliato. Vassily aveva ragione, ero un pallone gonfiato. Questo malore mi ha fatto maturare molto. Col senno di poi, sono felice che tutto sia andato come è andato. Cioè, non una felicità vera. E più che altro un senso di… Di non so spiegare. Forse, avere attorno delle persone di cui ti puoi fidare vale più di ogni successo.
  • Vale lo stesso per me.
  • Oh eccoci qua: via Verdi. Qui è l’Università. E’ qui che ho l’incontro con la Smash.
  • Buona fortuna.
  • Servirà a loro, per quante gliene dirò. Ci vediamo dopo al palazzetto per gli allenamenti con Erwin.

XXX°

Smash Headquarter, Londra, Lunedì 24 ottobre

  • Buongiorno Signor Siles. Grazie per aver accettato il nostro invito.
  • Come se avessi avuto alternative…

Fin dalle prime battute l’incontro non pareva dei più amichevoli. Entrambe le parti in causa si sentivano tradite dall’altra. Uno, per essere stato dissuaso, spinto a fare qualcosa che per etica non avrebbe mai voluto, attirato dallo specchietto del denaro e della gloria. Ed in più, inconsapevole dei danni che il suo fisico avrebbe prima o poi riportato.

Siles sapeva che anche Kiraly aveva seguito il metodo Smash. E sapeva cosa gli successe a Melbourne. Ciononostante solo dopo il colloquio con il tennista ungherese a New York aveva davvero compreso il pericolo per la sua salute. In quei giorni di torneo successivi aveva maturato la sua decisione. Interrompere la cura nanotecnologica e continuare a giocare non era un’opzione: i risultati sarebbero tornati quelli di un numero 100 del mondo, con ovvia perdita di popolarità e aumento del sospetto generale sulla sua storia. No, Erwin era al massimo della popolarità e della fama: ritirarsi ora gli avrebbe permesso di spendersi bene come personaggio pubblico. Era più che convinto di aver preso la decisione giusta. Quanto alla Smash, voleva chiudere ogni tipo di rapporto il prima possibile, pagando quello che ci fosse stato da pagare. Mai più la sua faccia su un cartellone di fianco al loro logo. Mai più comparsate, mai più peana per la sua casa fornitrice.

Dall’altra c’era un’altra persona a sentirsi tradita. Mister Madison non aveva preso molto bene la decisione di Siles. Non per la scelta in sé, ma per non essersi consultato con loro. Un gravissimo affronto nel mondo del marketing, un testimonial che si ritira senza darne comunicazione. Nel nuovo contratto, firmato dopo la vittoria di Parigi, figuravano salate penali per tutti i casi di decisioni estreme prese senza il beneplacito della Smash.

Ma, alla fin fine, Mister Madison era disposto a passarci sopra, se Siles fosse tornato a giocare. E sapeva bene che, dopo quello che stava per dirgli, lo avrebbe fatto.

  • Eravamo preoccupati per lei signor Siles. Dove era finito?
  • Sono stato per un periodo in Bolivia, a sbrigare alcuni affari. In ogni caso, non mi pare che voi vi siate mai preoccupati per me, Signor Madison.
  • Cosa intende?
  • Mi avete usato come cavia di un esperimento medico per mesi…
  • Onestamente, signor Siles, ha appena detto una sacrosanta verità. Lei è stata una cavia per un esperimento. Ma il motivo per cui l’ho convocata qui è proprio per spiegarle bene quale sia questo esperimento.
  • Ne abbiamo parlato abbondantemente in primavera.
  • Venga con me.

Il signor Madison abbandonò la sala dove fino a quel giorno aveva sempre ricevuto i suoi pupilli tennisti, percorse un corridoio ricambiando i saluti riverenti di segretarie e altri accoliti, seguito da Erwin. Una strisciata di badge gli aprì una porta dietro alla quale si celava una piccola saletta, molto più intima. Ad attendere all’interno altre due persone.

  • Signor Siles, mi permetta di introdurle il professor Pyke, docente di medicina psichiatrica dell’università di Cambridge, e la signora Bjoentegaard, esperta di Psicosomatica dell’ateneo di Oslo. Miei partner nel progetto Nanotech.
  • Salve signor Siles. E’ un gran piacere incontrarla di persona dopo tutto questo tempo. Come prima cosa voglio porgerle le nostre scuse per tutto lo stress che questa situazione può averle provocato.

Il signor Pyke pareva, almeno all’aspetto, un vero professore di Cambridge. Non uno scienziato pazzo come Siles poteva immaginarsi chiunque fosse coinvolto in questa storia. Una strana aura di normalità era improvvisamente calata sulla Smash, e persino Mister Madison sembrava avere un’attitudine molto più serena e genuina, ora che la sua parte era conclusa.

  • Ho voluto che i due professori fossero qui oggi a spiegarle direttamente lo scopo del progetto Nanotech, perché sicuramente possono farlo molto meglio del sottoscritto. Io sono un povero capo del marketing. Capisco poco di medicina.

Fece Madison incanalando la testa fra le spalle, un atteggiamento che l’uomo conosciuto da Siles fino a due minuti prima non avrebbe mai e poi mai effettuato. I quattro si sedettero e Bjoentegaard prese la parola.

  • Grazie mille signor Madison. Lei capirà poco di medicina, come dice, ma ha svolto il suo ruolo in questo esperimento come meglio non potevamo sperare. La ringraziamo, e ringraziamo tutta la Smash per la vostra collaborazione. Ma non teniamo il nostro ospite sulle spine. Signor Siles, se questo può tranquillizzarla, nessuna sostanza nociva o dopante è mai entrata nel suo corpo.
  • Siamo più precisi, Marit: nessuna sostanza, punto. Lei, signor Siles, è uno dei nostri test per uno dei maggiori esperimenti sull’effetto placebo a livello mondiale.

Il tennista era molto disorientato. Era una presa in giro? Un maldestro tentativo della smash di porre una toppa sul danno fatto?

  • Come lei saprà l’effetto placebo è quell’aspetto della nostra psiche che ci permette, a volte, di beneficiare degli effetti di un qualcosa che in realtà non abbiamo ottenuto, se crediamo però fortemente di averlo fatto. E’ ormai dato per assodato che funzioni, ma scientificamente non riusciamo ancora a spiegarci il perché.
  • Alla fine dello scorso anno diverse università europee hanno concordato un esperimento di nuova portata sull’effetto placebo in soggetti sani, per vedere quanto quest’ultimo può influire non solo sulla cura di malattie, ma anche sul miglioramento delle prestazioni fisiologiche. Abbiamo selezionato praticanti sportivi in discipline di tre categorie diverse. Prevalentemente fisiche, come corsa e sollevamento pesi. Prevalentemente tecniche come tiro con l’arco e scacchi. E equilibrate come tennis e pentathlon moderno.
  • Ora siamo alla fine della stagione e stiamo raccogliendo i risultati. Che sono, le anticipo, sorprendenti in tutte e tre le categorie. La Smash è stata molto gentile a collaborare con il progetto nel settore tennistico.

Erwin Siles credeva poco che tutto quello che aveva prodotto sul campo da tennis negli ultimi mesi potesse essere un semplice inganno della mente

  • È un qualcosa di molto difficile a credere.
  • Lo è anche per noi, signor Siles. Ogni volta che lanciamo un progetto siamo i primi ad essere sorpresi dai risultati. Ma le assicuro che è tutto vero. E per dimostrarlo ora faremo il test contrario. Per questo, le chiediamo di giocare ancora un torneo, le Finals.
  • E cosa dovrei fare?
  • Quello che ha sempre fatto negli ultimi mesi: se ha ancora del materiale “dopante” che le abbiamo fornito, riprenda ad assumerlo come faceva fino ad Agosto. Né più né meno. Deve rispettare le stesse prassi pre-partita che osservava. La semplice consapevolezza di non aver ingerito nessuna sostanza migliorante dovrebbe riportarla al livello che aveva prima dell’esperienza.

Il racconto continua a pagina 2

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Flash

Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Flash

Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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