La furia di Tsurenko si abbatte su Osaka: finale con Pliskova a Brisbane

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La furia di Tsurenko si abbatte su Osaka: finale con Pliskova a Brisbane

Altra prestazione eccellente di Lesia Tsurenko, che riscatta la brutta sconfitta di New York. Osaka esce dal campo delusa e si scusa con i tifosi. In finale a Brisbane anche Karolina Pliskova

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Ho avuto una brutta attitudine in campo oggi, mi scuso con tutti gli spettatori. Continuo a dire a me stessa di essere più matura ma sembra che ci vorrà un po’“. Con un messaggio di scuse che non le era dovuto, Naomi Osaka si congeda dal torneo di Brisbane dopo essere stata eliminata piuttosto brutalmente da Lesia Tsurenko, a cui si deve attribuire un autentico stato di grazia.

Che la giocatrice giapponese sia merce rara quanto a spontaneità e correttezza dentro e fuori dal campo non lo scopriamo certo oggi, per questo a nessuno verrebbe in mente di darle la croce per aver giocato una partita insufficiente. Ancor più quando dall’altra parte della rete trovi una delle migliori versioni di Lesia Tsurenko, che restituisce a Osaka la sconfitta di Flushing Meadows. Un 6-2 6-4 in semifinale a Brisbane non potrà certo pareggiare un 6-1 6-1 ai quarti di New York, ma vige la ragionevole certezza che giocando così la giocatrice ucraina possa togliersi soddisfazioni anche più grosse.

 

L’incontro vede Tsurenko avvantaggiarsi nel primo game di entrambi i set e trovarsi poi a gestire abbastanza comodamente la controffensiva incerta di Osaka, che riesce a raggiungere quota 40 in risposta appena due volte. Accade la prima volta quando Tsurenko è avanti 3-2 40-15 e servizio: Osaka tira due risposte vincenti consecutive di pura frustrazione, a cui se ne aggiunge una terza pochi istanti più tardi. Lungi dall’essere segnale di riscossa, però, è un fuoco di paglia che la giocatrice ucraina spegne con la calma di chi vanta il completo controllo sulla partita. Tsurenko si muove splendidamente, gioca profondo e non ha alcuna fretta di cercare il vincente, scegliendo sempre alla perfezione il momento per attaccare. Chiuderà l’incontro con appena quattordici errori gratuiti, circa metà dei ventisei di Osaka che dopo un game e mezzo (con break subito) ne aveva già commessi quattro.

Tsurenko è quasi infallibile con il rovescio lungolinea, ma come accade da inizio settimane è sorprendentemente precisa anche con il dritto: non soffre le traiettorie basse né quelle alte, sente che l’avversaria non è a suo agio e si assume i giusti rischi senza voler maramaldeggiare. Dopo appena sessantasei minuti si ritrova in tasca il biglietto per la quinta finale della sua carriera: sinora le ha vinte tutte, ma non ne aveva mai giocata una a livello Premier né si era mai trovata a sfidare una top 10. Lo farà domenica mattina (alle 0re 8 italiane) con il conforto del best ranking, poiché è già certa di salire alla posizione 24. Il suo momento magico sarà messo alla prova da Karolina Pliskova, che ha battuto in due set Donna Vekic. 

OTTIMA KAROLINA – La seconda semifinale si risolve quasi con lo stesso punteggio della prima, ma senza sconfessare i pronostici di classifica. Pliskova si rende autrice di un’ottima prestazione (impreziosita da trenta colpi vincenti e appena diciassette gratuiti) che ha rischiato di macchiare proprio nell’ultimo game, quando al momento di chiudere ha concesso due doppi falli e altrettante occasioni di rientrare nel match alla sua avversaria. Con bravura – notevole un rovescio lungolinea dal centro del campo –  e un pizzico di buona sorte ha chiuso al quinto match point, dopo averne falliti tre in risposta nel game precedente.

Da metà del primo set fino a quel momento la giocatrice ceca era stata praticamente perfetta, senza lasciarsi irretire né dal buon momento di forma di Vekic – che da lunedì entrerà per la prima volta in top 30 – né dal rapporto di amicizia che la lega alla tennista croata. Alla fine è proprio l’ultimo game il lascito di questa semifinale a cui Pliskova dovrà prestare maggiore attenzione: i due doppi falli sono arrivati al termine di un set in cui aveva servito con percentuali bulgare, e in un certo senso questa dinamica conferma come sia la costanza a farle difetto, soprattutto dal punto di vista mentale, piuttosto che la qualità dei colpi.

Non è mai facile soprattutto con Donna, con la quale condivido un’amicizia anche oltre il tennis” ha detto Karolina a fine partita, aggiungendo poi note di soddisfazione. “Mi sono mossa bene oggi, Donna gioca un tennis molto pulito quindi mi trovo molto a mio agio”. Contro Tsurenko sarà una partita tatticamente molto diversa, e in più per la giocatrice sconfitta ci sarà immediata occasione di riscatto. Il sorteggio di Sydney, piuttosto beffardamente, le ha infatti accoppiate al primo turno.

A.S.

Risultati:

L. Tsurenko b. [2] N. Osaka 6-2 6-4
[5] Ka. Pliskova b. D. Vekic 6-3 6-4

Il tabellone completo

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ATP

Miami: partita stregata, Berrettini fuori al primo turno [AUDIO]

Matteo cede a Hubert Hurkacz, sprecando tante occasioni, e buttando il primo set. “Che sfortuna la pioggia, niente allenamento, ma non cerco scuse, bravo lui”

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H.Hurkacz b. M.Berrettini 6-4 6-3

da Miami, il nostro inviato

 

Dopo un primo set che sfugge nel modo più fastidioso possibile, è dura mantenere la calma e la concentrazione. Nel game iniziale della sua partita di primo turno al Miami Open 2019, Matteo Berrettini ha tre palle break consecutive, e poi una quarta, che gli sfuggono anche per meriti dell’avversario, Hubert Hurkacz, il polacco che la settimana scorsa era arrivato a giocarsi i quarti di finale a Indian Wells contro Roger Federer. Per il resto del set, il gioco procede regolare, senza rischi particolari per chi va alla battuta, fino al 5-4 Hurkacz, servizio Berrettini: e qui Matteo si incarta in una sequenza terribile di 4 errori consecutivi, nell’ordine un doppio fallo, due dritti larghi, un rovescio lungo, 6-4 praticamente regalato a Hubert. Che disdetta, davvero. Il match si sta svolgendo sul nuovo centrale, l’enorme e asimmetrica struttura ricavata all’interno del’Hard Rock Stadium, di solito teatro delle partite casalinghe dei Dolphins, la squadra di NFL della città. Non deve essere facile trovare le misure e i riferimenti, ma ovviamente la cosa vale per entrambi i giocatori. però Hubert è qui ad allenarsi da sabato, matteo ha toccato la prima palla in questo impianto stamattina, sono cose che a questi livelli possono influire. Hurkacz, lo abbiamo visto in California, è un buonissimo tennista, spinge, attacca, difende, fa un po’ tutto bene. Berrettini spinge i suoi colpi preferiti, servizio e dritto, ma anche di rovescio manovra con efficacia, in particolare alcuni slice bassissimi sono stati molto utili a far girare il ritmo degli scambi.

Nel secondo set, finalmente Matteo capitalizza le occasioni che gli si presentano nel terzo game, brekka Hubert, ma restituisce subito il favore facendosi controbrekkare, il suo sospiro di delusione si sente fino alla tribuna stampa, che qui non è proprio vicinissima al terreno di gioco. E come fosse una maledizione, arriva ancora un game stregato: sul 4-3 per il polacco, Berrettini si fa rimontare da 40-15 (anche qui, un paio di errori evitabili per l’azzurro), perde ancora la battuta, e tre minuti dopo Hurkacz chiude 6-3, certamente meritando, ma la sensazione di partita che poteva e doveva girare, ma non lo ha fatto, rimane. Peccato Matteo, dagli Stati Uniti ci si porta a casa un bel successo a Phoenix, ora sarà da smaltire la delusione, e preparare per bene la stagione sulla terra rossa.

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(S)punti Tecnici

La coda di Indian Wells, spunti(ni) tecnici: Hsieh, la quadrumane mai vista

Entrambi i fondamentali bimani non sono una novità. Lo è il modo in cui la simpaticissima giocatrice di Taipei impugna la racchetta eseguendoli

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da Indian Wells, il nostro inviato

Versione ridotta, più per curiosità che altro, della rubrica tecnica da bordocampo: a volte, anche piccoli dettagli fuori dalla norma possono essere interessanti da analizzare. Perchè non è affatto scontato che siano chiari a prima vista, a meno di non andare a controllare i filmati. Su-Wei Hsieh, 33 anni, 27 WTA, diversi scalpi anche eccellenti in saccoccia soprattutto nell’ultimo anno (battute Muguruza, Radwanska, Kerber, Pliskova, Halep, messa in gran difficoltà Osaka a Melbourne – era 7-5 4-2 40-0 – per citarne alcuni) appartiene a una categoria di tenniste assai marginale, ma niente affatto estinta. Parlo delle cosiddette “quadrumani”, le giocatrici che eseguono sia dritto che rovescio a due mani, che hanno avuto la massima rappresentante nella grande Monica Seles (9 Slam), poi Marion Bartoli (Wimbledon 2013), per arrivare alle attuali Luksika Kumkhum, la nostra Georgia Brescia, e appunto l’amica Hsieh.

 
Monica Seles, indimenticabile fuoriclasse serba, ritirata ufficialmente nel 2008

Rispetto a tutte le altre, però, Su-Wei ha una caratteristica unica. Le quadrumani, di norma, eseguono un rovescio a due mani normale dal lato dell’arto non dominante, e un dritto bimane con presa invertita (mano dominante in fondo al manico, mano di appoggio sopra) dall’altro, per l’ovvia ragione del non dover mollare mai la presa, potendosi semplicemente limitare a ruotare o aggiustare il grip (quando lo fanno). Hsieh, invece, esegue due rovesci bimani classici (lei è destra): la cosa richiede un mini gioco di prestigio, ovvero un fulmineo e preciso spostamento delle mani sul manico, ogni singola volta, tra un colpo e l’altro. Bizzarro, tecnicamente affascinante, notevolissimo dal punto di vista della destrezza e della coordinazione. Evidentemente, visti i gran bei risultati dell’ultimo periodo in singolare (Su-Wei è stata numero uno in doppio, specialità che prediligeva fino a due anni fa, prima della storia del suo paese ad arrivare in cima a una classifica del tennis professionistico tra l’altro), la cosa per lei funziona, e pure alla grande. Vediamocela insieme, in 30 secondi di video, è veramente una “chicca” tecnica pressoché unica.

Come possiamo vedere, Su-Wei utilizza una racchetta con manico più lungo del normale, evidentemente su misura, tiene la mano dominante nel centro, e in pratica sposta alternativamente nello spazio sopra e sotto la sinistra (anche se in realtà muove anche la destra, portandola in fondo al manico dal lato sinistro, il suo “vero” rovescio, ma il lavoro grosso lo fa con quella opposta). Una rapidità di tocco, e una sensibilità ‘da borseggiatrice’, considerata la rapidità con cui deve eseguire questi aggiustamenti. Brava Hsieh, bel personaggio tra l’altro, e divertentissima da vedere in partita, il doppio rovescio bimane le consente di fintare gli angoli, così come le rotazioni (in coda al pezzo, vedete un’affettata mica male, con la testa della racchetta che scatta sotto la palla invece di coprirla all’ultimissimo istante), in modo estremamente fastidioso per le avversarie. Oltre a questo, la rende un’incontrista fenomenale, bombardandola di servizi e accelerazioni da fondo non la sfondi praticamente mai. L’unico aspetto svantaggioso è che Su-Wei, come tutte le quadrumani, ha un minore allungo, colpendo così devi sempre essere sulla palla con le gambe vicine e veloci. Ma se ce la fai, ottieni controllo e possibilità di mascherare le traiettorie molto bene. Se ne sono ben accorte tante di quelle giocatrici che questa trottolina terribile ha fatto – sportivamente – diventare matte.

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Focus

Disastro azzurro in California: la maledizione di Indian Wells. Sperando in Miami

Un solo set vinto in quattro partite, così male solo nel 2011. Nessuna azzurra nel tabellone femminile. Le ragioni di un torneo pessimo per i colori azzurri. La tradizione negativa nel torneo americano. E a Miami…

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Fabio Fognini - Indian Wells 2019 (foto Luigi Serra)

Se è vero che una rondine non fa primavera, è altrettanto vero che la primavera (alle porte) del primo Masters 1000 dell’anno non deve fare da… uccello del malaugurio. L’Italia del tennis è uscita con le ossa rotte già dopo i primi giorni del grande torneo americano, ma avrà tutta la stagione per invertire la rotta, soprattutto con l’avvento dell’amata terra rossa.

Tuttavia, il dato statistico che emerge dal primo torneo del Sunshine Double è decisamente inquietante. Avevamo quattro azzurri in tabellone, due (Fognini e Cecchinato) tra le teste di serie, e tutti e quattro sono stati eliminati all’esordio. In quattro partite siamo riusciti a portare a casa un solo set con Matteo Berrettini contro Sam Querrey, in un match che il giovane azzurro avrebbe potuto portare tranquillamente a casa. Male Seppi, ko senza molte attenuanti contro Gojowczyk, mentre un discorso a parte meritano i nostri due primi giocatori.

 

Fabio Fognini ha iniziato l’anno molto male, nel tour sulla terra sudamericana, solitamente terreno fertile per il suo palmares, ha collezionato solo sconfitte e con queste premesse non c’era molto da aspettarsi contro un giocatore in ottima forma come il moldavo Albot. Perdere il primo set 6-0 totalizzando solo 8 punti però la dice lunga sul momento di down prolungato dell’azzurro, al quale non avrà certo giovato il sorpasso in classifica da parte di Marco Cecchinato. Dopo la splendida stagione appena trascorsa, la migliore in carriera per continuità di risultati, Fabio fa fatica a ritrovarsi, e il linguaggio del corpo mostrato in questi primi mesi del 2019 è preoccupante. Fognini ha a più riprese dichiarato di sentire il bisogno della vicinanza della famiglia e dopo anni sul tour e con l’arrivo della paternità, ciò è decisamente comprensibile, ma con l’arrivo della stagione “vera” sulla terra deve guardarsi dentro e trovare la forza di reagire: sul rosso è ancora in grado di fare la differenza e dare filo da torcere ai più forti.

Marco Cecchinato e il cemento non hanno un buon rapporto e a Indian Wells se n’è avuta un’altra conferma: sei game raccattati contro l’onesto Ramos-Vinolas sono davvero poca cosa. Fino a Parigi Marco ha una bella occasione per incrementare ulteriormente il suo ranking, ma di sola terra rossa non si può vivere.

Il primo Masters 1000 stagionale ha emesso un verdetto tremendo: per trovare quattro sconfitte in quattro partite bisogna ritornare al 2011 quando Fognini, Seppi, Starace e Cipolla completarono l’identico en-plain al rovescio.

Storicamente però, il deserto della California non è mai stato particolarmente benevolo con i colori azzurri. Restringendo l’analisi agli ultimi quindici anni, da quando nel 2004 il tabellone si è ampliato a 98 giocatori con 32 teste di serie esentate dal primo turno, in una sola occasione abbiamo chiuso il torneo con un bilancio positivo. Nel 2014, grazie soprattutto all’exploit di Fabio Fognini che si issò sino agli ottavi di finale (dopo un bye all’esordio, battè Harrison e Monfils prima di cedere alla bestia nera Dolgopolov), chiudemmo con quattro vittorie (di Seppi su Querrey e Lorenzo su Carreno le altre due) e tre sconfitte. Per il resto tanti brutti ko e poche soddisfazioni, come la vittoria sempre di Fognini su Tsonga nel 2017.

Oltre alla storica poca attitudine per i campi veloci dei tennisti azzurri, c’è da considerare che spesso i nostri giocatori arrivano a Indian Wells direttamente dal Sudamerica, senza giocare alcun torneo sul cemento prima del Sunshine Double, anche se per la verità Seppi e Berrettini questa volta avevano giocato rispettivamente ad Acapulco e Dubai, perdendo anche lì all’esordio. E se consideriamo anche i due tornei appena citati che hanno preceduto Indian Wells, con le sconfitte di Gaio con Gojowczyk e Fabbiano con Verdasco, ecco che nelle ultime tre settimane il bilancio azzurro sul cemento assume i contorni del disastro con un inquietante 0-9.

L’obiettivo si sposta su Miami, sperando si possa invertire la rotta (per ora è iniziata benino nelle qualificazioni, con due vittorie e due sconfitte). In Florida, Fabio Fognini ha raggiunto il miglior risultato in carriera in un Masters 1000 con la semifinale del 2017 (eguagliando l’altra semifinale di Montecarlo 2013) e proprio questo exploit rende il bilancio azzurro leggermente migliore rispetto all’altra metà del Sunshine Double. Dal 2004 al 2018 a Indian Wells abbiamo vinto 27 partite, perdendone 49, a Miami il bilancio è 30-48. Insomma, tra California e Florida negli ultimi quindici anni, portiamo a casa una partita su tre. Siamo una nazione storicamente a forte connotazione “terraiola” ma nel tennis del nuovo millennio, con l’assimilazione delle superfici, bisogna decisamente fare meglio.

La nuova generazione di giocatori azzurri per fortuna sembra essere piuttosto predisposta per il tennis sul duro, Berrettini ha tutte le armi per fare bene su questa superficie e anche i giovanissimi che stanno venendo fuori (Musetti e Sinner su tutti) fanno ben sperare. La vittoria di Matteo nel ricco Challenger di Phoenix e i buoni risultati di Caruso, Sonego e Napolitano nel circuito minore ne sono la conferma, e già a partire dalle qualificazioni di Miami si attendono buoni risultati.

Altro discorso, purtroppo, quello che riguarda il circuito femminile. Nel 2014 Flavia Pennetta alzava il trofeo ad Indian Wells, gustando un meraviglioso antipasto di quello che sarebbe successo l’anno dopo a New York. Quest’anno, complice anche l’infortunio di Camila Giorgi, non abbiamo avuto un’azzurra in tabellone a Indian Wells, e avremo soltanto Camila in Florida. Ma questa è un’altra storia.

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