Federer-Nadal, possibile semifinale. Fognini con Munar (Scanagatta). «Djokovic favorito, e tifiamo Fognini» (Crivelli). «È il momento del coraggio. Fognini pensi in grande e può battere chiunque» (Rossi). Fabio si ferma ad Auckland. Seppi, semifinale a Sydney (Cocchi)

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Federer-Nadal, possibile semifinale. Fognini con Munar (Scanagatta). «Djokovic favorito, e tifiamo Fognini» (Crivelli). «È il momento del coraggio. Fognini pensi in grande e può battere chiunque» (Rossi). Fabio si ferma ad Auckland. Seppi, semifinale a Sydney (Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 11 gennaio 2019

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Federer-Nadal, possibile semifinale. Fognini con Munar (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Parte nella notte italiana fra domenica e lunedì la edizione n.107 dell’Australian Open, con 256 tennisti in lizza. Ieri il sorteggio. Il campione in carica è Roger Federer, vittorioso in 6 edizioni (incluse le ultime due) proprio come il grande favorito Djokovic (pagato a 2 dai bookmakers, Federer è a 5, Nadal a 9 come Zverev). Un anno fa, con Djokovic in crisi, Federer vinse la finale sul croato Cilic (6-2 6-7 6-3 3-6 6-1). Ma il secondo semestre 2018 del serbo è stato pazzesco: da n.22 è ritornato n.l. Tutti vorrebbero evitare il serbo, così a Federer non sarà dispiaciuto essersi trovato nell’altra metà del tabellone, dove c’è anche Nadal le cui condizioni fisiche però — dopo 4 mesi di stop e il ritiro a Brisbane — sono incerte. Rafa vinse a Melbourne nel 2009, ma i suoi 32 anni sembrano quasi più dei 37 di Roger che mira a conquistare il torneo n.100. Unico assente davvero importante del Potro. La novità sarà 1 introduzione del «supertiebreak» a 10 punti (e non più a 7), sul 6 pari nel quinto set. Sfortunatissimo il convalescente Murray che ha subito Bautista Agut, fresco vincitore di un torneo. Curiosità per Zverev, sempre modesto negli Slam, ma campione alle ultime ATP Finals. Cinque gli italiani già in tabellone (a qualificazioni ancora in corso): Fabio Fognini, Marco Cecchinato, Andreas Seppi, Matteo Berrettini e Thomas Fabbiano, mentre fra le donne c’è solo Camila Giorgi. Ottavi teorici: N. Djokovic vs D. Medvedev, F. Fognini vs Nishikori, A. Zverev vs M. Raonic, B. Coric vs D. Thiem. In basso: M. Cilic vs K. Khachanov, S. Tsitsipas vs R. Federer, K. Anderson vs J. Isner, K. Edmund vs R. Nadal. IL sorteggio degli italiani: F. Fognini vs J. Munar, M. Cecchinato vs F. Krajinovic, A. Seppi vs S. Johnson, M. Berrettini vs S. Tsitsipas, T. Fabbiano vs J. Kubler. Giorgi vs Jakupovic.

 

«Djokovic favorito, e tifiamo Fognini» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Un tris d’assi svela le carte per Melbourne. McEnroe, Becker e Wilander giocano per noi gli Australian Open che iniziano domenica notte. Chi vince gli Australian Open? McEnroe: «Restano lo Slam più impronosticabile, perché non si conoscono le reali condizioni dei giocatori. Djokovic è in grande forma, Federer è in fiducia. Ma secondo me questo sarà l’anno di una sorpresa giovane. Tra le donne è ancora più difficile fare un pronostico, ma non si può sottovalutare Serena Williams, l’unica che ha dimostrato di poter vincere anche dopo una lunga assenza». Becker: «Djokovic è favorito e anche con un certo margine. La sconfitta di Doha non fa testo. Ma sono curioso di vedere come si comporterà la Next Gen. Tra le donne dico Serena, Halep, Osaka e ovviamente Kerber». Wilander: «Djokovic arriva in Australia con le vittorie di Wimbledon e degli Us Open, quindi il pronostico è dalla sua parte. Credo però che gli Australian Open siano l’unico Slam che Federer possa davvero vincere, perché la superficie molto veloce lo aiuta ed è ancora fresco fisicamente. Tra le donne il campo è apertissimo, vado con Serena Williams e la Kerber». Nadal non gioca una partita ufficiale dal 7 settembre. McEnroe: «Quando sul circuito apparve Connors, si pensava che nessuno avrebbe mai potuto giocare con quell’intensità: Rafa lo ha superato. Certamente sarà sempre più difficile per lui recuperare dopo gli infortuni, ma conosce il suo corpo e ci ha abituato a imprese che sembravano impossibili». Becker: «Non mi stupirei se ancora una volta Nadal risorgesse dalle sue ceneri dopo uno stop prolungato, anche se l’età che avanza non lo aiuta. Saranno determinanti i primi turni: se non farà troppa fatica, gli serviranno per trovare la forma». Wilander: «Conoscendolo, so che se ha deciso di esserci ritiene di essere vicino alla forma migliore. E Nadal che partecipa a un torneo è sempre un giocatore estremamente pericoloso». […] Cosa pensate di Fognini e Cecchinato? McEnroe: «Fabio resta uno dei miei giocatori preferiti. Magari non sarà in grado di arrivare in fondo in uno Slam, però ha il talento, la velocità e i colpi per battere moltissimi avversari in una partita secca. Marco gioca davvero bene, ma sarà difficile mantenere lo stesso livello. Però a Doha mi ha sorpreso, dimostrando di aver adattato il suo tennis anche al cemento». Becker: «Sono un tifoso dei tennisti italiani. Fabio viene da una stagione fantastica, a Melbourne può togliersi belle soddisfazioni. Cecchinato deve dimostrare di poter gestire le nuove aspettative su di lui». Wilander: «Sono contento che il tennis italiano abbia fatto un grande passo avanti dopo tanti anni, spero di vederli entrambi nella seconda settimana».


«È il momento del coraggio. Fognini pensi in grande e può battere chiunque» (Paolo Rossi, La Repubblica)

È cominciato il 2019 anche per Corrado Barazzutti, capitano di Coppa Davis: destinazione Melbourne. Un anno che è iniziato bene per l’Italia: la scorsa settimana, a Doha, Marco Cecchinato ha raggiunto le semifinali, e oggi Andreas Seppi a Sydney s’è tolto lo sfizio di superare Tsitsipas nei quarti. La luce del tennis maschile vista nel 2018 non s’è spenta. «Sembra di no, e speriamo che il vecchio adagio del chi ben comincia sia vero e funzioni per noi». Quest’anno tocca confermare, o migliorare, una semifinale Slam. «È così. E poi aggiungo: perchè no? Conosco ormai bene i ragazzi, e penso che con l’applicazione giusta, e anche un po’ di fortuna che non guasta mai, potrebbero togliersi belle soddisfazioni». Conosce bene in particolare Fognini, e adesso tornerà a seguirlo più da vicino. «Sì, questo è vero. Fabio, in assenza di Franco Davin – che resta il suo allenatore – mi ha chiesto di dargli una mano. E non mi preoccupo del ko con Kohlschreiberdi ieri ad Auckland. Lui non ha particolare bisogno di consigli, è un uomo maturato che ormai sa di cosa c’è bisogno per l’ultimo clic della carriera». Anche i Djokovic, i Federer e i Nadal necessitano di consigli. Quindi? «Ripeto, consigli tecnici sul tennis a Fognini non c’è da darne. Il suo gioco lo possono vedere tutti, ed è apprezzato anche dai top player. Se proprio dovessi dare un consiglio è sulla pianificazione della stagione. Parlo del livello dei tornei. È ora che Fabio punti grosso, con coraggio. Per un motivo molto semplice: quand’è in giornata può battere chiunque. Deve solo esserne convinto. Lui possiede tutto quelle che serve per essere un Top Ten, obiettivo che gli è sfuggito per poco l’anno scorso e che sono convinto voglia raggiungere quest’anno». Fognini cosa ha risposto? «Ha ascoltato. Gli ho ricordato l’esempio di Cecchinato, e delle due settimane da sogno vissute a Parigi. Quello è lo stato di grazia che ogni tennista cerca di raggiungere, e Fabio può. Deve solo desiderarlo». […]


Fabio si ferma ad Auckland. Seppi, semifinale a Sydney (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Brusca frenata di Fabio Fognini a Auckland. L’azzurro, al secondo match della stagione, è stato battuto in due set e poco più di un’ora dal tedesco Philipp Kohlschreiber, numero 34 della classifica mondiale e vincitore nell’edizione del 2008. Per il 35enne di Augsburg si è trattato del quinto successo in sette sfide con il numero uno italiano che si porta dietro problemi a una caviglia dalla fine della scorsa stagione. Le buone notizie arrivano da Andreas Seppi, il veterano azzurro che dimostra di trovarsi sempre molto a proprio agio dall’altra parte del pianeta. Il 34enne altoatesino ha battuto nei quarti di Sydney in tre set il 20enne greco Stefanos Tsitsipas, numero 15 al mondo e vincitore a novembre delle Next Gen Atp Finals di Milano. «Per qualche strano motivo gioco sempre molto bene in Australia — ha detto Andreas dopo il match —. Mi diverto sempre molto a giocare qui». Dopo aver perso il primo set, Seppi ha subito conquistato un break nel secondo, mantenendo stretto il vantaggio: «Era molto importante cominciare bene nel secondo set. Il break in apertura mi ha aiutato perché ho potuto essere più aggressivo e alla fine sono riuscito a portare a casa il match». Uno stop inaspettato per Stefanos che dopo la preparazione off season a Dubai è volato a Sydney per prepararsi al meglio al primo Slam stagionale che che parte lunedì a Melbourne e al quale si presenta con grandi aspettative. Il 2018 è stato l’anno della rivelazione ad alti livelli per Tsitsipas passato dal numero 91 di inizio anno al 15 del finale di stagione. All’alba di questa mattina per Seppi la semifinale contro l’argentino Diego Schwartzman che ha eliminato Nishioka. Nell’altra semifinale in campo Alex De Minaur e Gilles Simon.

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Coco, un milione nel salvadanaio (Zanni). “Coniglietto” Austin, l’uomo che tolse i pantaloni al tennis (Azzolini)

La rassegna stampa del 23 marzo 2019

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Coco, un milione nel salvadanaio (Roberto Zanni, Il Corriere dello Sport)

Il primo milione di dollari a 15 anni. Nel firmamento del tennis a stelle e strisce è già nata una nuova stella, almeno per il conto in banca. Si chiama Cori Gauff, per tutti “Coco”, i 15 anni li ha compiuti soltanto il 13 marzo, ma è da quando ne aveva 8 (successo in un importante torneo Usa) che ha cominciato a batterei record. Poi a13, era il 2017, è diventata la più giovane a raggiungere la finale femminile degli US Open juniores, quindi l’anno scorso il titolo al Roland Garros. Prima di Coco non c’era stata mai al mondo una numero 1 junior così giovane, precoce in tutti i sensi, al punto che ora è anche nella Top 10 assoluta (quella della tenniste professioniste) per i contratti pubblicitari. Infatti è stato calcolato che quest’anno incasserà almeno un milione di dollari grazie agli accordi pluriennali firmati con New Balance, Head e ora anche Barilla, il cui logo ha fatto il debutto sulla divisa della Gauff giovedì nell’esordio, vincente, ai Miami Open (prima volta nel tabellone principale di un torneo Wta grazie a una wild card). MI MANDA ROGER. Vive con la famiglia – Corey, il padre, con un passato nel basket, la madre Candy nell’atletica – a Delray Beach, una ottantina di chilometri a nord di Miami, ma è nata ad Atlanta ed è arrivata in Florida a 7 anni proprio per puntare tutto sul tennis. […] NUOVA SERENA? «Voglio diventare la più grande di tutti i tempi». E il messaggio lanciato da Coco, “piccola” ma solo d’età, perché è già alta 176 centimetri. II suo idolo è ovviamente Serena Williams, che ha conosciuto quando aveva 8 anni a New York al torneo “Little Mo”. Un contatto andato avanti nel tempo dal momento che poi, diverse volte, si è allenata con Patrick Mouratoglou mentre il suo coach è Robbeye Poole, ex hitting-partner proprio della 23 volte vincitrice di uno Slam. leri ha perso 6-3 6-2 dalla più navigata Kasatkina, ma il futuro le sorride.

 

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“Coniglietto” Austin, l’uomo che tolse i pantaloni al tennis (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A far sobbalzare i passanti che arrancavano sulla salitella di Avenue de Montecarlo verso Place du Casino, in quel martedì di fine marzo del ’33 accarezzato dai tepori di una primavera insolitamente calda, non fu tanto quello strano signore con le racchette in mano avvolto in un paletot cammello grande come lo spinnaker di uno yacht, quanto il preoccupato vociare di un giovane con la divisa da marinaretto dell’Hotel de Paris, che lo inseguiva trafelato per impedirgli di salire sul taxi. «Signore, si fermi. Ha dimenticato di indossare i pantaloni». Cinque stelle lusso con vista sul porto, stanze ancora oggi da 700 euro a notte e suite da mutuo bancario, l’Hotel de Paris si distingueva già allora per le particolari attenzioni riservate a una clientela che amava tenere a balia, e nei casi più disperati aiutava con spirito da badante. “Un palcoscenico sul quale creare la vostra stessa storia; era il motto dell’albergo, sin dalla sua nascita, nel 1864. SCRIVERE LA STORIA Proprio questo stava facendo il signore in paltò, “scriveva la storia; seppure gli inizi di quella vicenda non apparissero così significativi, né tanto meno eroici. Nel vederlo uscire a passo svelto, qualcuno del servizio di Concierge aveva notato che sotto l’enorme tendone color cammello si agitavano due gambette ignude, rifinite giusto da un paio di calzini corti di cotone bianco e scarpe di tela da tennis. La sorpresa, superato lo sbigottimento, si era tramutata prima nella convinzione che i pantaloni dello sciagurato fossero rimasti in camera, poi nell’inseguimento per avvisarlo. Lo smunto signore era stato fermato con un piede ormai sul taxi, ma aveva risposto con un candido sorriso, mostrando i dentoni al marinaretto. Con una rapida mossa, quasi da esibizionista, l’enorme paletot si era aperto su un fisico mingherlino sul quale la tee-shirt a nido d’ape cadeva dritta su un paio di pantaloncini da tennis di grande eleganza, con tanto di passanti e cintola, ma corti, anzi, decisamente corti, fino al ginocchio addirittura. Una mise mai vista prima.. La moda “uomo tennis” stava per essere riscritta. Henry Wilfred Austin fu a suo modo un campione, ma vinse solo in Coppa Davis. Raggiunse due volte la finale di Wimbledon, e una anche a Parigi, e fu sempre battuto. Fu il numero due, mai il numero uno. Si misurò con alcuni fra i più grandi tennisti della storia, ma non ebbe il fisico per contrastarli nei loro giorni migliori. Riuscì a batterne molti, non tutti però, e mai nelle sfide in cui sarebbe davvero servita. Eppure, finì per incidere sul tennis ben più dei suoi avversari, splendide macchine da guerra. Fu un giocatore innovativo, indicò alla moda del tempo strade mai percorse, inventò racchette futuribili e porto il tennis maschile sulle prime pagine dei rotocalchi, pulpito modaiolo riservato fin lì alle tenniste più amate, preferite dal pubblico per le belle gambe tornite che di tanto in tanto sfuggivano al rigore delle vesti finendo al centro delle foto più spericolate. DAI FUMETTI Lo chiamavano Bunny, il coniglietto. Era un vezzeggiativo affettuoso, a suo modo. Glielo confeziono il padre, antesignano dei “babbi da guardia” che hanno invaso il circuito moderno, testa dura come pochi nel pretendere che il figlio diventasse un campione. Sulle pagine del DailyMirror in quegli anni, godeva di buona fama una strip a fumetti sulle avventure di una famiglia sin troppo “allargata”. Il padre Pip era un cagnetto, mamma Squeakun pinguino, e il figlio, il piccolo Wilfred, un coniglietto dalle orecchie più grandi di lui che riusciva sempre a trarsi d’impaccio. Magro e sempre agitato, curioso e aggraziato nei gesti come il coniglietto avventuroso, anche l’altro Wilfred, il giovane Austin, era tutto denti sporgenti e orecchie a sventola. Il soprannome gli calzava a pennello. Altri nomignoli presero forma con l’avanzare della carriera tennistica. A Wimbledon non rinunciarono mai a chiamarlo Bunny, che presto sostituì Henry Wilfred sul tabellone del torneo, ma gli affiancarono un soprannome più importante e carico di aspettative, quello di Nijinsky… Vaslav Fomich ovviamente, il ballerino di origini polacche che incantava l’Europa. La questione, a quel punto, era a suo modo semplice: può un coniglietto danzante, capace di eseguire un Fouetté Tournant e di applicare al tennis i sacri principi di un Grand Jeté, imporsi nei Championships? La risposta fu un “no” secco. Ciò non impedì a Bunny Austin di porsi al centro del tennis. Spinto dai moniti paterni, era diventato tennista per forza di cose. I successi della sorella Joan, prima fra le speranze del tennis inglese, finirono per addensarsi sulle spalle del povero Bunny, chiamato dal padre a fare di più e meglio A cinque anni venne messo a palleggiare contro il muro della nursery, e siccome serviva una rete, fu deciso che il cavallo a dondolo avesse l’altezza giusta. Colpire il muro senza colpire il cavallo fu una delle idee fisse che accompagnarono Austin per tutta la carriera. Il problema fu che i muri, nella realtà, si chiamavano Elsworth Vines, Donald Budge, Jean Borotra, Fred Perry. Ed erano decisamente restii a farsi colpire. Finché si mosse in ambito giovanile, l’agilità nel guizzare da un punto all’altro del campo fu la sua arma in più. Bunny prese le mosse da un piccolo club vicino alla casa di Norwood, dov’era nato il 20 agosto 1906, nella zona sud di Londra. Alla Repton School giocò di nascosto a cricket, ma smise prima che il padre lo scoprisse. Riprese la racchetta e nel 1921, a quindici anni, vinse il singolo Under 16 nel torneo delle scuole pubbliche al Queen’s. Nel 1924, ormai universitario a Cambridge, ebbe i primi contatti con il tennis internazionale rappresentando l’Inghilterra in una sfida giovanile contro gli Stati Uniti a Eastbourne. In Davis venne chiamato la prima volta nel 1925, ma rifiutò su consiglio del padre, che non lo vedeva ancora “campione”. Fu un errore, e gli costò un’attesa di altri tre anni. L’anno dopo, nuovamente convocato per il match giovanile contro gli Stati Uniti, Bunny si presento del tutto impreparato. Non aveva grandi colpe… Lo sciopero generale del 1926 proclamato dal 3 al 12 maggio per andare in soccorso a 1 milione e 200 mila minatori sotto pagati, oggi considerato più brillante fallimento della protesta sindacale in Gran Bretagna, produsse nove giorni di blocco totale del lavoro, che se non scalfirono il governo mostrarono al mondo fino a che punto potesse spingersi la solidarietà fra lavoratori. Cambridge chiuse i battenti e Bunny rimase in balia degli eventi: parteggiava per i minatori ma non trovava un campo per potersi allenare. Giocò ugualmente, vinse, e il match – allungatosi oltre il dovuto – gli causo un generale affaticamento. I medici gli consigliarono di fermarsi, ma Bunny si era iscritto per la prima volta a Wimbledon e non voleva mancare. Ottenne una promettente semifinale, e la pagò cara. Nuove analisi stabilirono che anche il cuore aveva bisogno di cure. Lo stop, questa volta, gli venne imposto, e fu lungo un anno intero. FRED EGOCENTRICO Fu il 1929 ad aprire le porte all’età adulta del tennis di Bunny. Il suo stile piaceva agli inglesi, più di quello del grande Fred Perry, che coglieva vittorie a lui proibite. Non scoccò mai, fra i due, la scintilla di un’amicizia vera, compiuta. Troppo differenti… «Fred era un egocentrico e voleva oscurarmi», rivelò Bunny in un’intervista, «non lo faceva con cattiveria, era il suo carattere». Ebbero in comune gli studi in una scuola pubblica, agiata quella di Perry, figlio di un parlamentare laburista (e di tre anni più giovane), comune invece quella di Austin, che studioòper diventare agente di cambio e lavorare nel mondo di una finanza ormai scossa dal crollo della Borsa di Wall Street. I due stili, però, si completavano: Perry era aggressivo, andava in campo come alla guerra; Bunny aveva una naturale grazia atletica. Ed era un antimilitarista convinto. Un successo pieno, però, Bunny lo colse ugualmente, ma in un altro campo. Sulla motonave da crociera SRM Majestic della Cunard White Star Line che lo conduceva da Southampton a New York, per i suoi primi Nationals americani, conobbe Phyllis Konstam, attrice londinese che aveva da poco terminato le riprese di Blackmail, il secondo film girato per la regia diAlfred Hitchcock (il primo fu Champagne, nel 1928, poi vennero Murder e finalmente da protagonista, The Skin Game, nel 1931) e si stava recando a Broadway per la stagione teatrale al fianco di Laurence Olivier. Era bella, alla moda, combattiva, spiritosa. La scintilla, stavolta, dette fuoco alle polveri. I due fecero coppia fissa, insieme nella vita e sulle copertine dei rotocalchi. “La coppia più amata d’Inghilterra” scrivevano i quotidiani. Sempre al centro dell’attenzione, invitati da Roosevelt e dalla Regina Mary, circondati da amici non meno noti di loro: la scrittrice e poetessa Daphne du Maurier, Charlie Chaplin cui Bunny dava lezioni di tennis, Michael re di Romania, e anche la regina di Thailandia. Quest’ultima, anzi, volle giocare con Austin un «misto” che rischio di ridurre in briciole il cerimoniale della real casa, quando lui la incitò con modi sin troppo diretti: «Tua Maestà, corri o non corri?”. Wilfred e Phyllis si sposarono nel novembre del ’31, e per il Guardian fu “il matrimonio dell’anno”. Bunny cambio vita, scegliendo di vivere dove lo avessero condotto gli impegni di Phyllis, spesso in America. Tornava in Inghilterra per i tornei e la Davis, ma con un animo diverso dal passato, più forte e combattivo, risoluto. Nel 1932 raggiunse la prima finale a Wimbledon, trovando nell’americano Elsworth Vines un ostacolo troppo alto. «Mi spazzò via dal campo», raccontò in un’intervista 66 anni dopo, «mi ritrovai 6-4 6-2 6-0, e sull’ultimo punto mi finì con un ace». Fu in quello stesso anno, in una New York resa liquida da un sole cocente, che Bunny decise di dare un taglio netto ai pantaloni. «Tutta quella flanella sudata pesava terribilmente, mi sembrava di giocare trascinando un altro me stesso sulle spalle». Si presentò in pantaloncini e andò bene, piacquero. L’anno dopo a Montecarlo divennero immediatamente di moda. Ma per il “si” definitivo serviva l’assenso della Regina Mary, grande appassionata di tennis. Con coraggio Bunny si presento nella sua mise «da calciatore” nel 1933 a Wimbledon, e sul Centre Court calò il gelo. In quindicimila si volsero verso il Royal Box per la sentenza. La Regina non fece una piega. I pantaloncini erano stati approvati. Si dedicò poi alle racchette e ne progettò una mai vista prima. La chiamo Streamline e fu messa in produzione dalla fabbrica Hazells. Era a tre segmenti e aveva la forma di un catamarano. Il manico si divideva in due stecche arcuate che si ricongiungevano al piatto corde. «La palla viaggia più veloce», spiegò. Nel 1937 gli fu utile a Parigi, in una finale inaspettata che perse con il tedesco Henner Henkel (6-1 6-4 6-3). Nel 1938 lo condusse alla seconda finale dei Championships, contro un Don Budge lanciato verso il Grand Slam. Lezione memorabile… Bunny racimolò quattro giochi appena (6-1 6-0 6-3). Fu la Davis a indicargli la via per il riscatto. La giocò dal 1929 al 1937, 48 match in singolare (ne vinse 36), e al fianco di Perry (1933-1936) conquistarono la Coppa quattro volte, la prima in Francia le altre sull’erba di Wimbledon, due volte contro gli Stati Uniti, una contro l’Australia. Nel ’33, al rientro da Parigi con la Coppa sul treno più lussuoso delle ferrovie inglesi, ribattezzato The Golden Arrow, la Freccia d’Oro (partiva da Parigi come Fleche d’Or, veniva alloggiato sul traghetto Canterbury a Calais, sbarcava a Dover per completare il percorso fino a Victoria Station), furono accolti da 10 mila tifosi inglesi festanti. IL PACIFISMO Gli ultimi anni da stella del tennis, Bunny li impegnò sul fronte della guerra che bussava alle porte. Obiettore di coscienza, si uni all’Oxford Group di Frank Buchman sostenuto dagli arcivescovi di Canterbury e di York, che predicava il Moral Rearmament, la necessità di un “riarmo morale” delle masse che facesse da scudo a una guerra “inutile”. Austin si mise alla guida di un folto gruppo di sportivi (negli Stati Uniti aderirono anche Babe Ruth, Joe di Maggio e Jesse Owens) per una lunga serie di conferenze contrarie a ogni ipotesi di conflitto. […] Non mancó, nel 2000, alla parata del Millennio sul Centre Court invitato fra i campioni ancora in vita, lui che campione a Wimbledon non era mai stato. Fu la sua ultima apparizione. Se ne andò sei giorni dopo il suo 94° compleanno. Aveva cambiato il nostro sport, ma il titolo del Guardian lo salutò come “il più ammirevole fallimento” nella storia del tennis.


A Sonego sono fatali due tie break contro Isner (La Gazzetta dello Sport)

Prestazione di sostanza nonostante la sconfitta per Sonego a Miami, dove affrontava il primo top ten in carriera, John Isner, campione in carica del Masters 1000 della Florida. Lorenzo, numero 106 del mondo uscito dalle qualificazioni, affronta con personalità la sfida contro il n. 8 Atp, in una partita ovviamente dominata dai servizi (nessuna palla break concessa dall’americano, una sola dal torinese, annullata sul 5-5 del 2° set). Conseguente l’epilogo con due tie break, il primo dominato da Isner e il secondo controllato da Sonego fino al 5-3: lì l’allievo di Arbino pasticcia su tre punti, concede il primo match point, lo annulla e a sua volta si procura una palla set sul 7-6, annullata da un ace, prima di cedere. Fuori Nishikori, finalista 2016.


Mancano i re (Tuttosport)

Le prodezze di Thiem e Andreescu al torneo di Indian Wells hanno confermato una statistica sorprendente che accomuna i due circuiti professionistici del tennis. Dopo 3 mesi completi di stagione (il Miami Open assegnerà i suoi titoli tra il 30 e il 31 marzo) ancora nessun tennista è riuscito a vincere un titolo due volte. 32 i tornei disputati finora, 19 maschili e 13 femminili, con altrettanti campioni. Solo un caso? IL PUNTO DI NARGISO E FARINA Ne abbiamo parlato con due ex tennisti, due «talent” di SuperTennis che commentano molti dei tornei che il canale ufficiale della FIT trasmette in diretta. Diego Nargiso, finalista di Davis nel 1998, parla di ricambio generazionale in atto: «Nel tennis maschile stiamo attraversando una fase di transizione: se una volta cosiddetti Fab Four si prendevano tutto, allo stato attuale non c’è un dominatore. In più, le nuove generazioni non sembrano aver ancora fatto quel salto di qualità che le può portare al passo con l’eccellenza. Zverev ha vinto il Masters, ma non sa ancora esprimersi con continuità. Anche se per il futuro vedo più Tsitsipas e Auger-Aliassime». […] Nargiso parla anche di programmazione: «Prendete Novak Djokovic: ha vinto a mani basse gli Australian Open ma non si è ripetuto perché preferisce dosarsi. Il suo obiettivo è il Grande Slam, perciò Nole gioca meno gli altri tornei. Ecco che, quindi, alla fine giocatori come Monfils e Thiem, non più giovanissimi, riescono a vincere a Rotterdam e a Indian Wells». Nargiso vede punti in comune con la sua epoca: «Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 campioni come Lendl, Edberg e McEnroe erano in declino e fenomeni come Sampras eAgassi non ancora esplosi, da qui si imposero a grandi livelli ottimi giocatori come Chang a Parigi e Cash a Londra. Anche ora , seppur non ancora a livello Slam, assistiamo ad una ripartizione dei tornei in palio». A livello femminile situazione simile. Silvia Farina, numero 11 del mondo nel 2002, non appare sorpresa: «Da quando Serena Williams non è più quella che conosciamo la concorrenza ne ha approfittata. Ma si è alzato il livello generale». Per la Farina manca una specialista della superficie: «Al giorno d’oggi tutte le tenniste sanno giocare dappertutto, a prescindere dal cemento, dalla terra rossa o dall’erba. E poi la stagione è lunga e faticosa, perciò se dopo 3 mesi nessuna tennista ha saputo ripetersi dopo aver vinto un titolo è anche perché giocatore e team, ormai, guardano in prospettiva e preferiscono spalmare la programmazione senza disperdere energie». L’impressione, tuttavia, è che nelle prossime settimane con l’avvento della stagione sul rosso questo fragile equilibrio si spezzerà.

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Sonego può sfidare Isner (Zanni). Roland Garros, il montepremi sale a 42,6 milioni di euro (Plazzotta)

La rassegna stampa di venerdì 22 marzo 2019

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Sonego può sfidare Isner (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Dalle qualificazioni al campione uscente John lsner. Lorenzo Sonego ha fatto in fretta a conquistarsi un posto sul nuovo Centrale dei Miami Open. E per garantirsi la possibilità di sfidare al secondo turno la testa di serie n. 7 del torneo, vincitore nel 2018 nell’ultima volta a Key Biscayne, il ventitreenne torinese ha sfoggiato ieri una prova impeccabile contro lo slovacco Martin Klizan che nel ranking lo precede di 58 posizioni (48 contro 106). Due set, 6-4 6-3, per raggiungere la seconda vittoria in carriera in un Master 1000, la prima sul veloce (l’altra risale all’anno scorso, a Roma). «La partita è stata molto buona – ha spiegato Sonego – non sono abituato a giocare a questi livelli, ma sono entrato in campo tranquillo, con una incedibile voglia di vincere. Devo dire che tatticamente ho disputato un incontro perfetto, impostandolo sul rovescio di Klizan, il suo punto debole, poi ho servito bene nei momenti importanti del match e ce l’ho fatta». Un successo importante, ma che non è arrivato per caso. «In questo momento – ha continuato l’azzurro – credo di star giocando il mio miglior tennis di sempre. Sono cresciuto in diversi aspetti, ho migliorato tantissimo la risposta, sono riuscito a impostare un gioco maggiormente offensivo, vado a cercare di più il punto, perchè a questi livelli nessuno regala nulla». Questa vittoria potrebbe rappresentare una svolta. «Adesso mi trovo bene sia sulla terra che sul veloce – ha aggiunto – è il primo anno che disputo tornei importanti, devo fare esperienza. Il mio obiettivo è crescere, devo migliorare nei punti deboli, sto lavorando molto sul rovescio e la risposta. Della classifica si parlerà più avanti». Prossimo avversario John Isner: «È un giocatore che basa tutto sul servizio e il primo colpo – ha concluso Sonego – quindi sarà li che dovrò contrastarlo. Ma anche tenere l’iniziativa e cercare di metterlo in difficoltà, dovrò fare io la partita, servire bene e stare attaccato ad ogni punto».

 

Roland Garros, il montepremi sale a 42,6 milioni di euro (Claudio Plazzotta, Italia Oggi)

Una corsa infinita ai rialzi, è quella dei montepremi dei tornei del Grande Slam, che anno dopo anno assicurano ai partecipanti dei bottini sempre più ricchi. Al prossimo Roland Garros i tennisti avranno a disposizione un prize money complessivo di 42,6 milioni di euro, in crescita dell’8% rispetto alla scorsa edizione. Gli Australian Open del gennaio 2019 avevano invece distribuito circa 39 milioni di euro, gli Us Open del settembre 2018 circa 46,3 milioni di euro, e Wimbledon del luglio 2018 un montepremi di 38 milioni. La tendenza degli ultimi anni è quella di accrescere il tesoretto soprattutto per aumentare i premi ai giocatori eliminati ai primi turni. E, come spiegato ieri da Bernard Giudicelli, presidente della Federazione tennis francese, e da Guy Forget, direttore del torneo, chi sarà eliminato al primo turno del Roland Garros 2019 si metterà comunque in tasca 46 mila euro (+15% sul 2018), e poi 87 mila per la sconfitta al secondo turno (+10%) e 143 mila euro per l’addio al terzo turno (+10%). Al vincitore andranno 2,3 milioni di euro, rispetto ai 2,2 milioni del 2018. Il torneo più generoso con chi trionfa è quello di New York, con i suoi 3,3 milioni di euro nel 2018, seguito da Australian Open (2,55 milioni nel 2019), e Wimbledon a 2,25 milioni (2018). Quanto ai fatturati complessivi dei quattro tornei del Grande Slam, gli Us Open sono di gran lunga primi con circa 300 milioni di euro a edizione tra diritti tv, biglietteria, ricavi pubblicitari, sponsorizzazioni e merchandising; il torneo londinese di Wimbledon è a quota 260 milioni (meno posti sulle tribune e una filosofia piuttosto respingente nei confronti degli sponsor); chiudono Melbourne e Parigi, entrambi di poco sopra i 200 milioni di euro.

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Rassegna stampa

Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Zanni). Nadal Academy: dove crescono i campioni di domani (Pastorella, Perosino). Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Rossi). ATP Finals, il governo: Torino è a un passo (Ricca, Longhin)

La rassegna stampa di giovedì 21 marzo 2019

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Federer rilancia: “Vinco più del 2018” (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Il tempo passa, i tornei cambiano, anche di sede, ma il più amato dai fan rimane sempre Roger Federer. L’ennesima conferma, ma non ce n’era bisogno, al taglio del nastro dei nuovissimi Miami Open. Lasciata Key Biscayne dopo 31 anni per spostarsi a Miami Gardens, una quarantina di chilometri a nord, ieri si è svolta l’inaugurazione ufficiale del nuovo campus realizzato all’interno (e in quello che era l’enorme parcheggio) dell’Hard Rock Stadium, l’impianto nato per il football americano, ora diventato un grande contenitore sportivo. C’erano la padrona di casa (e anche di una quota dei Dolphins, la franchigia di football americano della città) Serena Williams, poi i due numeri 1, la silenziosa Naomi Osaka e Novak Djokovic, ma l’applausometro è schizzato più in alto quando sul centrale da 14.000 posti (ricavato all’interno del campo da football) ha fatto il suo ingresso Roger il Magnifico. Cori senza confini per lui, dai tifosi statunitensi a quelli argentini. «C’è un po’ di tristezza – ha spiegato Federer – per l’aver lasciato Key Biscayne, ma al tempo stesso anche una grande eccitazione: qui è tutto completamente diverso, con uno stadio dentro a uno stadio. Qualcosa del genere lo si è visto in incontri di Coppa Davis, oppure in alcune esibizioni, mai in un torneo. A Key Biscayne c’era meno spazio, ma era accogliente. Per lasciarlo dovevano avere delle buone ragioni, le conosco in parte e le comprendo. Così è come se si trattasse di un torneo nuovo. Ho già provato il campo, mi sembra che la velocità della superficie sia la stessa Mi ricorda un po’ gli US Open, quando hanno messo il tetto, anche qui ci sarà più ombra». Tre successi a Miami per Federer (2005, 2006 e 2017), il record è di Andre Agassi e Novak Djokovic (sei), e l’anno scorso una inusuale eliminazione al debutto (contro Thanasi Kokkinakis). Ma anche se compirà 38 anni in agosto Federer continua a non sentire il peso dell’età. «Quanti titoli voglio vincere ancora? Beh non altri cento…». Ride Roger prima di riprendere a parlare e candidarsi per un nuovo successo a Miami. «Non lo so quanti, di sicuro voglio vincere ancora, adesso mi sento bene, contento di quanto fatto a Dubai e anche a Indian Wells, ci sono andato molto vicino, in definitiva è più facile ora di quando ero più giovane. Spero di avere altre opportunità, l’importante è stare bene fisicamente, essere felice quando si gioca ed è quello che sento ora, direi un buon segno per il futuro». Insomma nessuna minaccia di ritiro… «Senza risultati, gioia di giocare e la buona salute, certo non potrebbe funzionare. Ho bisogno di tutto questo, ma fino a quando continuo a vincere rimango nel tour. Ho un team fantastico, una moglie meravigliosa, quattro figli, nel circuito passo bei momenti e la cosa più importante è poi produrre buoni risultati quando scendo in campo». E il 2019 dovrà essere più vincente del 2018. «Certo, il mio obiettivo è di fare meglio dell’anno scorso – ha ribadito – Anche a Miami ovviamente, visto che dodici mesi fa sono uscito subito» […]

 

Rafa Nadal Academy: ecco dove crescono i campioni di domani (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Il Paradiso del tennis sognato sta in un posto un po’ brullo di un’isola bellissima, Palma di Maiorca. Manacor, non siamo ipocriti, non meriterebbe nemmeno una visita, ma ha un grosso pregio. Anzi due: ha dato i Natali a Rafael Nadal ed è stata scelta dal tennista spagnolo per aprire la sua Academy, primo e unico esempio di giocatore in attività che pensa alle generazioni future. Tanto basta per farla diventare l’ombelico del mondo per una marea di ragazzini (e una buona “ondata” di adulti) che da due anni e mezzo hanno cominciato a frequentarla. Alla Rafa Nadal Academy, nel programma annuale, si può essere accettati dai 12 ai 17 anni. Il costo è elevato (56 mila euro la retta), ma ci si trova al top non solo del tennis, con istruttori di primissimo livello, ma anche nella scuola, dove è stata scelta la partnership con l’American International School, un’eccellenza in grado di portare gli studenti-tennisti a poter entrare nelle più prestigiose università statunitensi, spesso con una borsa di studio sportiva. «Al momento abbiamo 140 ragazzi, provenienti da più di trenta paesi differenti in rappresentanza di tutti i continenti – ci spiega Maria Julve Garrido, del dipartimento Gruppi ed Eventi della Rafa Nadal Academy -. Lo studio non è affatto secondario, anzi: i ragazzi sono seguiti e devono ottenere risultati anche sui libri, altrimenti scattano le sanzioni. Non tutti da grandi vogliono fare i tennisti, non tutti sognano una classifica ATP o WTA: c’è anche chi è qui per studiare e fare sport». E proprio questo è uno dei motivi che ha convinto Rafael Nadal ad aprire un centro simile: a troppi tennisti (e sportivi ingenerale) non è consentito praticare sport agonistico e studiare. L’Accademia serve anche a questo. I ragazzi vivono, studiano e mangiano in una palazzina a parte, riservata esclusivamente a loro, dove hanno anche una sala fitness, una sala giochi. E stanze rigorosamente doppie. La capienza è di 200 persone, attualmente è occupato al 70% e proprio per questo si sta ancora meglio. D’estate le stanze si svuotano e vengono subito riempite da chi aderisce al Summer Camp: una full immersion nell’Academy più esclusiva. L’altra palazzina, invece, quella nella quale all’ingresso appare gigantesca l’immagine di Rafa in una delle sue posizioni più amate dagli appassionati, è in realtà un hotel a cinque stelle (quattro nella catalogazione spagnola, ma possiamo garantire il livello elevatissimo) riservato a chi invece sceglie l’Academy per uno stage settimanale o bisettimanale. Adulti e bambini sono accolti e coccolati: quando vanno a giocare a tennis, vengono seguiti dagli stessi istruttori destinati ad allenare i big. Tra gli 11 e i 18 anni, i corsi prevedono 22 ore settimanali sul campo, più 6 ore di preparazione atletica e ancora 7 ore di attività su “Come si diventa un campione”. Per i più grandi, le ore di allenamento diventano 12, più 5 di preparazione atletica: non più di tre alunni per maestro. Nelle pause dal tennis, una fantastica spa offre ogni genere di confort, la palestra è dotata delle attrezzatura più sofisticate, la piscina coperta e quella scoperta garantiscono relax e a tavola è meglio controllarsi, sennò poi in campo si fatica il doppio. Imperdibile la visita al Rafa Nadal Museum Experience […] Anche l’Italia sta scoprendo la Rafa Nadal Academy, grazie al pressante lavoro di Simone Neri, responsabile dell’Accademia per il nostro Paese: «[…] Vogliamo riuscire a trasmettere l’idea dei molteplici programmi di allenamento che abbiamo, per tutti i livelli di tennis, da quello professionale a quello amatoriale […] Abbiamo poi ben quattro tornei Future 15.000 dollari, che aprono in gennaio la stagione agonistica professionale, tre tornei ITF Senior, il nuovissimo Challenger a fine agosto e i tornei giovanili Ten Pro, che stanno riscuotendo un grande successo tra i ragazzi di tutta Europa. Credo davvero ci sia la possibilità di portare in Academy tanti tennisti Italiani, per un torneo o per un periodo di allenamento più o meno lungo. Tutti quelli che stanno già venendo, rimangono estasiati dal livello e dall’atmosfera talvolta surreale che si respira. Entrare da vicino nel mondo di Rafa significa scoprire quei valori importantissimi, che sono poi stati il segreto della sua formidabile carriera. Credo che ognuno di noi se li possa un po’ cucire addosso, rielaborarli e assaporarne il gusto, sulla propria pelle».

La lezione di zio Toni: “Tirala sempre dentro. Non complicarti la vita” (Alberto Pastorella – Walter Perosino, Tuttosport)

Come Rafa, anche i Nadal del futuro crescono sotto l’occhio attento di zio Toni. Era il punto di riferimento fino a due anni fa del campione spagnolo, adesso plasma i 140 aspiranti campioni, maschi e femmine, spagnoli e non, all’interno di quel gioiello sportivo che è la Rafa Nadal Academy di Manacor, a una cinquantina di chilometri da Palma, isola di Maiorca. «È stata un’idea di Sebastian, mio fratello e padre di Rafa, cioè costruire un polo sportivo che potesse veicolare il nome di Nadal nel mondo, ma al tempo stesso di essere un centro di incontro per tutti i bambini di Manacor e dintorni, la sua e la nostra terra. A circa due anni e mezzo dall’apertura siamo soddisfatti. Tutto si può migliorare, ovviamente, ma giorno dopo giorno l’accademia cresce nel rispetto di un principio basilare al quale teniamo molto: consentire ai ragazzi di praticare sport studiando e di studiare praticando sport. Quello che Rafa, quando era giovane, non ha potuto fare», spiega Toni Nadal affacciato sul centrale dell’Academy. Per quasi due decenni è stato l’ombra di Rafa in tutti i campi del mondo condividendo con lui sconfitte, poche, e storici trionfi, un’enormità soprattutto al Roland Garros di Parigi dove insegue la magia numero 11, ma sempre con grande compostezza. Poi la decisione di assumere la responsabilità del progetto: «Sono direttore e supervisore dell’Academy. Sono sempre stato un maniaco dell’allenamento, mi piace intervenire, dare consigli ed essere coinvolto nella crescita. Come i maestri nelle scuole, decidiamo le fortune dei nostri allievi. Mi piaceva molto lavorare con un solo atleta, mio nipote, adesso vivo intensamente il piacere di lavorare con tanti. Certo, mi manca l’adrenalina della partita vissuta nel box a bordo campo e confesso che il primo anno è stata dura seguire le partite di Rafa in televisione, a distanza, ma ora mi sento realizzato. Le mie più grandi emozioni al suo fianco? Mi ha emozionato vederlo vincere tanto, il primo e il decimo Roland Garros oppure Wimbledon, ma nella mia memoria è ancora impressa l’emozione di quando tredicenne giocava al Tennis Club Manacor». La Rafa Nadal Academy non è solo una fucina di atleti più o meno promettenti, ma è soprattutto un’idea di sport costruita intorno ad una filosofia con la quale Toni Nadal ha disegnato e accompagnato il trionfale percorso agonistico di Rafa: «Ognuno di noi è consapevole delle proprie qualità, può avere una sensazione e cercare in tutti i modi di assecondarla in ogni singolo allenamento o partita. Federer, per esempio, sapeva di essere Federer sin da quando aveva iniziato la sua carriera, soprattutto perché intimamente ci si proietta sempre verso un futuro ottimistico fatto di vittorie e successi. Nessuno prefigura per se stesso il contrario, sarebbe assurdo. È un percorso mentale importante attraverso il quale ognuno può costruire il proprio percorso. E in questo diventa fondamentale essere presi per mano da istruttori preparati: in questa fase di crescita diventa fondamentale il compromesso tra maestro e allievo. La funzione di un allenatore non è solo cosa dice, ma soprattutto come lo dice e quando lo dice. Credo molto nell’intensità fisica e mentale, non credo nella tecnologia perché proprio non riesco a stare ore davanti a un video ad analizzare movimenti o tecniche. La mia filosofia è semplice: ‘Tirala dentro e non complicarti la vita’. L’avversario non è mai un nemico, Djokovic e Federer sono stati dei rivali con i quali a volte è andata bene, a volte male, ma la sconfitta non è mai stata una tragedia. Io tifo Barcellona, ma non sono contro il Real Madrid». […] Non è una equazione esatta allenarsi alla Rafa Nadal Academy e diventare in automatico campioni. Ma in soli due anni i primi frutti si sono visti attraverso giocatori e giocatrici che stanno scalando le classifiche mondiali: «Jaume Munar, che è di Felanitx, a due passi da Manacor, è venuto da noi che gravitava intorno al numero 280 del mondo e oggi è a ridosso dei primi 50. È un atleta ancora in formazione, sulla palla è agile e unisce bene tecnica e atletismo, ma difetta ancora del colpo vincente che chiude lo scambio. Gli ho insegnato a non accontentarsi mai e a motivarsi nella vita di sportivo, poi toccherà a lui trovare le chiavi per migliorarsi ancora. È stata una grande soddisfazione l’ingresso del norvegese Casper Ruud nei primi cento: un ragazzo d’oro con una famiglia molto educata al fianco. Gli manca un po’ di grinta, però nel suo futuro vedo delle possibilità importanti. Ma proprio in questi giorni stiamo vivendo con grande gioia i successi di una ragazza che può veramente diventare una top ten: la spagnola Rosa Vicens Mas che a 18 anni ha già vinto un Futures e da numero 650 è approdata in semifinale a Tunisi. E poi c’è Pedro Vives, ha 16 anni e viene ad allenarsi da noi da Maiorca. Rafa vede in lui delle qualità e per questo motivo lo chiama spesso a fargli da sparring. Vediamo se saprà cogliere l’occasioni per migliorare se stesso e il suo gioco». Zio Toni non nasconde di essere un tradizionalista, il tennis del futuro lo lascia perplesso e fortemente contrariato: «Non mi piacciono affatto le nuove regole della Next Gen. Il tennis non si adatta ai tempi moderni come hanno fatto la pallavolo o il calcio. La gente vuole novità che abbiano un impatto immediato sul gioco, ma questo non è possibile nel nostro sport. Anche per la Coppa Davis ero molto legato alla vecchia formula, più bella e più avvincente, ma riconosco che nel calendario di oggi un cambiamento, purtroppo, era inevitabile. Quello che non sopporto è il giudizio frettoloso di Federer che ha bollato la figura di Gerard Piqué, artefice con la sua società della rivoluzione del format che riunirà in un’unica sede, nel 2019 sarà a Madrid, le 18 finaliste, come ‘un calciatore che non dovrebbe occuparsi di tennis’. A me pare incredibile che un uomo di sport debba essere etichettato in questo modo. Rafa la pensa come me e, infatti, sarà in campo per difendere i colori della Spagna».

Djokovic il politico lotta per i diritti e prepara lo Slam (Paolo Rossi, Repubblica)

Un Novak Djokovic a trecentosessanta gradi ha aperto le danze dell’ultimo torneo che si gioca oltreoceano, prima che l’Europa si prenda il tennis per la primavera e l’estate. Il serbo, nel giorno inaugurale del Master 1000 di Miami, ha parlato un po’ di tutto. Perfino una battuta sul suo nuovo compagno di doppio, un certo Fabio Fognini. «Quando abbiamo giocato ci siamo parlati in italiano. E mi sembra che a Indian Wells non sia andata malissimo, e anzi volevamo rifarlo qui a Miami ma non è stato possibile per una serie di ragioni che è troppo lungo spiegare ora e non vorrei annoiarvi». Ecco, Miami, nuova di zecca: ha cambiato casa, lasciando Key Biscayne per il tempio dei Dolphins, la squadra di football […] «A me è piaciuto, i colori e tutto il resto» ha detto il serbo promuovendo senza alcun dubbio lo sforzo organizzativo, ma in fondo Djokovic è in conflitto di interessi affettivo, con questa città della Florida. «È che io qui ho vinto il mio primo torneo importante, un fatto che mi ha dato energia per il prosieguo della mia carriera, ha fatto sì che poi tutte le cose capitassero a cascata. Ecco, per cui quando io vengo qui per me è un reimmergermi in un fiume di ricordi belli e positivi che mi danno carica». Un Djokovic tirato a lucido, che ha in mente un solo e unico obiettivo: Parigi, il secondo passo verso il Grande Slam che non viene realizzato dal 1969 (Rod Laver) cui il leader ambisce, più o meno senza mezze misure. Certo, sulla strada c’è un fantasma, ossia quel Rafa Nadal che ha salutato gli Stati Uniti d’America anzitempo per colpa di una ricaduta al ginocchio, proprio la settimana scorsa a Indian Wells […] «Sono felice che sia Roger che Rafa vogliano interessarsi maggiormente alle cose dell’ATP» ha risposto a domanda il serbo. Il punto è che la parte politica del mondo della racchetta è in fibrillazione, dopo il licenziamento di Chris Kermode, amministratore delegato del sindacato. La storia è nota, essendo stato bocciato il suo lavoro, ritenuto lontano dagli interessi dei giocatori e più vicino invece agli organizzatori dei tornei: la famosa e-mail del canadese Pospisil («Ancora oggi i nostri premi sono meno del 10% dei loro introiti») ha dato il via al cambio. «Il Consiglio dei giocatori è un organo democratico, che rappresenta centinaia di altri giocatori che lo eleggono, quindi non è che decido io, o il consiglio. Non solo: essendo Roger e Rafa esponenti di spicco del nostro sport, è ovvio che la loro opinione venga ascoltata con grande interesse per cui dico a loro ‘benvenuti’, felice che abbiano voglia di migliorare il nostro mondo con la loro esperienza». Infine, l’ultimo pensiero della sua giornata a tutto tondo è di tipo familiare, e riguarda Marko, il fratello minore che ha tentato senza fortuna di seguire le sue orme e che ora ha deciso di intraprendere la carriera di allenatore. «Beh, il tennis è pieno di storie di fratelli e sorelle, no? Io sono contento che Marko ritorni sui campi, e voglio che sia chiaro che io non c’entro nulla con la sua scelta, che è assolutamente indipendente. E sono anche certo che farà un buon lavoro, con i ragazzi che seguirà». Così parlò il leader, ascoltato e rispettato. Da oggi, pero, tutti cercheranno di batterlo senza fargli sconti.

Nell’arena della NFL o sulla pista di F1. Tennis senza confini (Stefano Semeraro, Stampa)

Il maggiore Wingfield, il codificatore del Lawn Tennis, era un tipo scorbutico ma lungimirante. Il suo famoso kit – palle, racchette, rete e picchetti contenuti in una scatola di legno – era adattabile a qualsiasi superficie, dall’erba al ghiaccio (e infatti l’ice tennis fu popolare in America a inizio Novecento). Era convinto di aver inventato il passatempo ideale per le coppiette vittoriane in cerca di svago, e si sarebbe sicuramente stupito nel leggere l’estratto conto di Federer o di Djokovic. Molto meno di vedere un torneo traslocato all’interno di uno stadio di football americano, altro sport nato fra gli Anni 60 e 70 dell’Ottocento, come è capitato al Masters 1000 di Miami. Il centrale (temporaneo) da 15 mila posti da quest’anno si adagia alla Curva Sud dell’Hard Rock Stadium, quello dei Miami Dolphins, gli altri 29 – dicasi ventinove – campi, compreso un Grand Stand da 5000 spettatori, sono invece permanenti, voluti espressamente dal proprietario dei Dolphins, Stephens Ross […] Nel 2014 si è giocato uno Stati Uniti-Inghilterra al Petco Park, la casa dei San Francisco Padres di baseball, la Francia da anni bivacca nel gelido Pierre Morouy, dove gioca il Lille, dopo aver noleggiato anche l’arena romana di Nimes. In Austria nel 1990 si inondò di terra battuta una curva del Prater, e per un match con la Francia persino uno degli hangar dell’aeroporto Schwechat di Vienna. Gli olandesi nel 1994 hanno sfruttato una banchina del porto di Rotterdam, i tedeschi un padiglione della Fiera di Dusseldorf. L’Argentina nel 2007 per ospitare Russia e Germania invase il Monumentalito, il campo di allenamento del River Plate. Gli spagnoli hanno profanato (per l’aficion taurina) persino la Plaza de Toros di Madrid, e chi nel 1992 era a Maceiò per i quarti di finale di Coppa Davis fra Brasile e Italia non ha dimenticato le tribune oscillanti sul bagnasciuga […] l’anno prossimo a Monza un Atp 250 (la stessa categoria di Doha), e per giunta sull’erba, potrebbe essere organizzato sulla pit-lane dell’autodromo, una novità assoluta. La data in ballo è la terza settimana di giugno – alla vigilia di Wimbledon – le concorrenti sono Maiorca e Skurup, in Svezia, mentre il promotore della candidatura è l’ex arbitro Giorgio Tarantola, che ha già raccolto un discreto portfolio di sponsor e un primo testimonial in Marco Cecchinato. L’erba necessaria al centrale e altri altri 5 campi, che sorgerebbero nel paddock della F1, verrebbe srotolata e arrotolata ogni anno. Un prodigio giardiniero di cui il vecchio Wingfield, connazionale di Lewis Hamilton, sarebbe fiero. La sua idea, in un secolo e mezzo, ha saputo mettere radici davvero dappertutto.

ATP di tennis, il governo: Torino è a un passo (Jacopo Ricca – Diego Longhin, Repubblica Torino)

Tutti si dicono fiduciosi, come se le Atp Finals fossero già un appuntamento torinese. I contatti tra Miami, dove il circo del tennis mondiale professionistico si è trasferito dopo il torneo di Indian Wells, Roma, dove ha sede la Fit, e Torino, dove la sindaca Chiara Appendino continua a battersi per portare uno dei tornei più importanti del tennis in città, sono costanti. I sottosegretari pentastellati Simone Valente e Laura Castelli, da un lato, e quello leghista, Giancarlo Giorgetti, dall’altro, sono al lavoro per sistemare gli ultimi dettagli sulle garanzie finanziarie, ma anche Appendino si sta spendendo perché l’impegno del governo si traduca in una fideiussione bancaria del tipo richiesto da Atp. «Sento il presidente della Fit Angelo Binaghi che è fiducioso. Se lo è lui lo sono anch’io. So che c’è da sistemare la vicenda della fideiussione ma se ne sta occupando il Credito sportivo», sottolinea Giorgetti. Il sottosegretario d’altronde collega il sostegno agli Atp al «sì» alla copertura economica alle Olimpiadi invernali del 2026 di Milano e Cortina. Per Torino ospitare il torneo di tennis dal 2021 sarà un modo per rimarginare la ferita olimpica. La prima cittadina, anche nei momenti più bui, quando da Roma non arrivavano segnali positivi ma solo indicazioni che facevano pensare che la partita fosse chiusa in negativo, ha continuato a sperare e lavorare per tenere la candidatura in piedi. Il Comune di Torino ha stanziato 1,5 milioni, mentre la Regione lunedì darà, approvandolo in prima Commissione, un contributo pluriennale di 7,5 milioni. Per il 2021 ci sono già 600mila euro iscritti a bilancio […] La certezza su chi ospiterà il torneo dal 2021 non ci sarà prima del 27 marzo, forse il termine potrebbe slittare addirittura al 31 e questo impedisce di dire che i giochi siano fatti per Torino. Una cosa è certa: i giocatori hanno ribadito ancora una volta la contrarietà al trasferimento in Asia dell’ultimo torneo dell’anno, quello che precede il periodo di riposo che la maggior parte di loro passa in Europa. Resta l’incognita di Londra, sede attuale, super favorita fino a quando ha scelto di non fare un’offerta al rialzo come si aspettavano i vertici Atp. Se questa dovesse arrivare all’ultimo potrebbe cambiare le carte in tavola, un po’ come il decreto del governo ha fatto la scorsa settimana per Torino.

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