La strada di Petra: tra Martina, inferno e ritorno

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La strada di Petra: tra Martina, inferno e ritorno

A Melbourne è mancato il lieto fine alla favola di Petra Kvitova. Dai trionfi a Wimbledon alle sconfitte inopinate. L’aggressione che sembrava aver posto fine alla carriera e l’incredibile rinascita. Sotto il sogno di Martina Navratilova

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Petra Kvitova - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)
 
 

Ridi Petra. Piangi Petra. C’è gente che ha avuto mille cose, tutto il bene e tutto il male del mondo. Così Petra Kvitova da Bilovec.

Era stato facile, quasi naturale prevedere che quella mancina ceca, dal gioco potente ed al contempo leggero e soave, sarebbe arrivata in alto. Fu proprio un’altra mancina ceca, o meglio LA mancina ceca, ad anticiparle un futuro da dominatrice del tennis in gonnella. Quando quel giorno di luglio del 2011 il centrale di Wimbledon vide spazzare via l’allora reginetta Maria Sharapova nella finale dei Championships, tutto sembrava pronto, scritto e un’ideale linea di congiungimento pareva tracciata con la divina Martina Navratilova, nove trionfi sull’erba londinese e diciotto nello Slam, per limitarsi al singolare. La passeggiata delle due sulla sacra erba nell’inverno londinese sembrò suggellare il passaggio di consegne. È stato speciale, solo io e Martina. Abbiamo camminato e parlato in ceco. Era il mio idolo quando ero piccola. Abbiamo girato per il club ed era tutto vuoto. Non c’era nessuno, ma sul tabellone c’era il punteggio della finale con Sharapova” – raccontava emozionata la fresca campionessa.

E fu proprio Martina, all’indomani di quell’inaspettato trionfo a pronosticare alla sua connazionale un radioso futuro, addirittura da dominatrice del tennis mondiale. Per la verità l’auspicio della Navratilova non trovava appigli solo nella speranza patriottica di rivedere una tennista ceca davanti a tutte: la allora ventunenne Petra sembrava possedere tutte le armi tecniche per assumere le redini del movimento femminile, complici le Williams avvilite dai problemi fisici, una Sharapova balbettante e le altre top-ten non irresistibili.

 

Dritto mancino forte e penetrante, rovescio bimane capace di trovare angoli strettissimi, un servizio notevole ed una buona predisposizione a frequentare la rete con ottimi risultati. Con questo invidiabile bagaglio tecnico Petra era arrivata al successo londinese dopo essere entrata per la prima volta nelle prime dieci con il successo sulla terra in altura di Madrid. Che qualcosa di anomalo girasse nella sua testolina si capì subito quando da top-ten snobbó gli Internazionali d’Italia per giocare il torneo ITF di casa (Praga). La sconfitta al primo turno degli US Open per mano di Dulgheru fece sorgere da subito alcuni dubbi sulla capacità della ceca di gestire al meglio la sbornia post-Wimbledon, ma il finale di stagione, con i trionfi in Fed Cup e al Masters, sembravano lanciare la volata al 2012 da numero 1 predestinata. Ed invece, dopo la semifinale in Australia e il raggiungimento della seconda posizione del ranking, si spegneva la luce.

Tanti alti e bassi ne segneranno il prosieguo della carriera, il meraviglioso bis a Wimbledon del 2014 quando lasciò appena tre game a Bouchard e tante inopinate sconfitte. Tra una mononucleosi che ne limitò i movimenti, una tendenza a prendere qualche chilo di troppo e la sensazione di una scarsa capacità di concentrazione. Ma le belle storie, le favole a lieto fine, devono avere sempre un orco. Un incubo che diventa realtà, un pozzo nero dal quale risalire verso il sogno che sembra perduto.

A fine dicembre del 2016 un ladro, un pazzo, un criminale entra nella sua casa di Prostejov e la aggredisce. Petra si difende, utilizzando forse inconsciamente la sua arma migliore, quella che tanti grattacapi ha creato alle sue avversarie, la sua mano mancina. Purtroppo però il delinquente ha un coltello e la mano di Petra finisce con i legamenti e i tendini lacerati. Quattro ore di intervento cercano di salvare il salvabile, ma i medici non sono tanto ottimisti. Ovviamente il problema non è solo nella mano. “I primi giorni dopo l’aggressione sono stati i peggiori, non riuscivo a dormire e quando uscivo di casa mi guardavo attorno fissando gli uomini per capire se fossero malintenzionati”.

Ma Petra non si arrende, non si chiama così per caso, e dopo cinque mesi di dolore, angoscia e riabilitazione, torna a giocare smentendo tutti quelli che le avevano predetto il ritiro dalla scena agonistica, compresi quei dottori che “non mi avevano detto la verità per non scoraggiarmi, ma nemmeno loro credevano che sarei più riuscita ad impugnare una racchetta da tennis”. E così il 28.05.17 è la sua nuova data di nascita. Il Roland Garros le offre il palcoscenico del campo centrale e Petra ritorna a fare quello che ama, superando mesi di dubbi e paure. “A marzo ho ripreso a colpire delle palline più leggere, mi sono sentita strana ma felice. Adesso quando mi ritrovo all’aperto guardo il sole e penso: ‘Oh, tutto questo è meraviglioso’.

Nel box di Petra quel giorno tutti indossano una maglietta nera con sopra scritto “Courage, Belief, Pojd”, ed anche Kasatkina e Hradecka sono presenti per applaudire il suo ritorno. Parigi si commuove dinanzi al sorriso di Petra bagnato di dolci lacrime, le colleghe la abbracciano ma tutte pensano che la storia sia finita lì, con un’incredibile ritorno in campo. “Era incostante prima figurati ora” pensano un po’ tutti ma nessuno le rimprovera più le sconfitte subite in rimonta contro avversarie con un decimo del suo talento. Piano piano Petra risale e nel 2018 vince 5 tornei tornando in top-10. Fa male, anzi malissimo negli Slam e questa sembra la sua nuova dimensione, ma in fondo con tutto quello che ha passato e con le nuove leve all’orizzonte, non si può chiederle nulla di più.

E invece il 2019 comincia con un ghigno sotto il solito incantevole sorriso. Tirata a lucido vince a Sydney, una settimana prima degli Australian Open, dopo alcune battaglie massacranti. La solita Petra – dicono molti – che si ammazza nei tornei minori e scoppia negli Slam. La Storia invece, proprio nell’Arena intitolata ad un altro incredibile mancino, si ferma solo davanti alla nuova numero uno. Chissà, forse anche Petra riuscirà ad issarsi lì dove l’aveva immaginata Martina o forse tornerà a perdere tante partite. La storia però non la scrivono solo i vincitori.

C’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo. Non Petra dei miracoli.

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41 candeline per Federer! Ma è lui a regalare a Zizou il giorno più bello della sua vita. Un video commovente

Nel video “The Promise” Roger Federer realizza il sogno del giovane talento giocando con lui a Zurigo

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(Ha collaborato alla scrittura dell’articolo Andrea Mastronuzzi)

Chi da bambino, al momento di spegnere le candeline nel giorno del proprio compleanno, non ha mai espresso un desiderio ingenuo, apparentemente irrealizzabile e lontano dalla seriosità della vita quotidiana degli adulti? Chissà quanti aspiranti tennisti pensano al sogno di incontrare il loro idolo mentre chiudono gli occhi e soffiano sulla torta. Roger Federer è stato ed è il protagonista di tanti di quei desideri che prendono forma nell’immaginazione fanciullesca. Oggi è il suo di compleanno, il 41esimo. Anche lui soffierà sulle candeline e magari nei suoi pensieri ci sarà spazio anche per qualche sogno ingenuo e apparentemente irrealizzabile (vincere un altro torneo, magari uno Slam?), espressione del fanciullino che, secondo Pascoli, rimane sempre in noi.

Nel frattempo, lo svizzero ha esaudito un desiderio di questo genere di un bambino che si avvia a diventare grande. Si chiama Izyan Ahmad, ma per tutti è Zizou. È il numero 1 negli Stati Uniti tra gli under 12. Cinque anni fa Zizou decise di non tenere più per sé il suo piccolo grande sogno perché aveva di fronte proprio la persona in grado di realizzarlo. In una conferenza stampa allo US Open tra i giornalisti c’era anche lui grazie a un’iniziativa della USTA. Il piccolo Zizou, calmo e sicuro di sé, rivolse al suo idolo Federer questa domanda: “Potresti giocare altri 8 o 9 anni così posso sfidarti quando sarò un professionista?”. Più imbarazzato del giovane intervistatore, Roger rispose che sarebbe tornato a giocare appositamente per incontrarlo su un campo da tennis e, incalzato da Zizou, assicurò che quella era una promessa.

 

Grazie a Barilla e alla simpatia – nel senso etimologico di ‘condividere emozioni’ – dello svizzero, Izyan ha realizzato il suo sogno sfidando Re Roger a Zurigo. L’accoglienza riservata al ragazzo in Svizzera, la sua sorpresa per le attenzioni ricevute, l’incredulità nel veder arrivare Federer– e infine gli scambi tra l’ex numero uno del mondo e il giovane talento sono alcuni dei passaggi del nuovo cortometraggio per Barilla. Quelli che più spingono ad immedesimarsi in Zizou. “The Promise” è il titolo del film che, secondo il Chief Marketing Officer di Barilla, Gianluca Di Tondo, rappresenta “un altro bellissimo esempio di cosa significhi per Barilla ‘Un Gesto d’Amore’”. Il fulcro attorno a cui ruota l’opera dell’azienda italiana sta infatti proprio nel tentativo di arricchire la quotidianità unendo le persone attraverso atti gratuiti, di affetto sincero e disinteressato.

Qualsiasi cosa Roger Federer faccia quando si relaziona con gli altri sembra venirgli naturale, senza sforzo, ed è questo che continua a stupire tutte le persone che incontra” – ha sottolineato ancora Di Tondo. Non è la prima volta, infatti, che il campione svizzero si rende protagonista di azioni semplici ma così potenti da rendere la giornata dei fortunati di turno la migliore della loro vita. Sempre in collaborazione con Barilla (un piatto di pasta è sempre facilitatore di incontri e parole), in passato Re Roger ha esaudito il sogno di due ragazze liguri diventate famose per aver provato a giocare a tennis sul tetto di un palazzo durante il lockdown e di una signora sarda che aveva “invitato” a cena lo svizzero attraverso un cartello messo in mostra durante una partita del 20 volte campione Slam a Madrid nel 2019. Gesti che rappresentano segni visibili di quei valori tanto cari a Italo Calvino e applicati da Federer anche con la racchetta in mano: leggerezza (nel senso di semplicità armoniosa), esattezza, rapidità, molteplicità, coerenza e, per l’appunto, visibilità (mai ostentata).

Così umano, Roger. Eppure, allo stesso tempo, divino. Tanto che Gianni Clerici qualche anno fa disse di aver visto in lui la reincarnazione della Divinità tennistica che segretamente sovrintende al gioco. Quello di oggi è il primo compleanno di Roger, arrivato a 41 anni, in cui lo Scriba non potrà dedicargli un pensiero da questo pianeta. Chissà, però, che non possa fare gli auguri direttamente a quella “Divinità tennistica” da cui lo svizzero è sempre sembrato aver tratto origine. Per proseguire sul filo della nostalgia, è anche la prima volta dopo 24 anni in cui Federer festeggerà senza avere una classifica ATP.

D’altra parte, c’è spazio anche per sentimenti che non guardano indietro, ma anzi si proiettano nel futuro, come i desideri che si esprimono quando si soffia sulle candeline. È infatti il compleanno che precede il ritorno in campo dello svizzero, dopo un anno e spiccioli in cui è mancato al suo sport e agli appassionati di questa forma di divertissement probabilmente anche più di quanto a lui sia mancato giocare un match ufficiale. Tornerà a farlo prima nella ‘sua’ Laver Cup e poi nella ‘sua’ Basilea. Se sarà un rientro solo per salutare o se invece Federer alimenterà ancora una volta le speranze di chiunque ami l’eleganza declinata nello sport (o l’eleganza e basta), sarà in ogni caso una festa. Tra nostalgia e gioia, tra sogni realizzati e desideri ingenui e apparentemente irrealizzabili. Proprio come in ogni compleanno.

Auguri Roger!!

Ubitennis ha fatto gli auguri a Federer nel…

2012Federer, un destino nel nome (Mastroluca)

2013Oggi non è solo il compleanno di Federer ma… (Scanagatta)

2014Roger Federer: When I was young… (De Gasperi)

2015Roger Federer, 34 anni e numeri senza fine (Guidobaldi)

2016 Nato l’8 agosto. Tu chiedi chi era Roger Federer (Salerno)

2017Roger Federer compie 36 anni, ma adesso viene il bello (Serrapede)

2018Roger Federer segna 37 ma la febbre non vuole scendere (Guidobaldi)

2019Roger Federer compie 38 anni, ma non è ancora finita (Ortu)

2020 39 anni in cinque rovesci: buon compleanno, Roger Federer (Verda)

2021I 40 anni da paradosso di Roger Federer (Stella)

41 SOSTANTIVI PER FEDERER – Eleganza, vittoria, sportività, disinvoltura, serenità, spigliatezza, talento, regalità, stile, fluidità, varietà, raffinatezza, umanità, empatia, simpatia, umiltà, paternità, fraternità, fragilità, costanza, misura, agilità, originalità, freschezza, pacatezza, ambizione, naturalezza, correttezza, disponibilità, gentilezza, amore, emotività, sorpresa, carisma, entusiasmo, leggerezza, coerenza, molteplicità, visibilità, rapidità, esattezza.

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Emma Raducanu, il coach russo e le preoccupazioni della politica

Forti perplessità di due membri del parlamento britannico sulla scelta di Emma di assumere Tursunov: “Un colpo propagandistico per il Cremlino”. E le suggeriscono di ripensarci

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Emma Raducanu - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Non c’è pace nel Regno. Il Regno è quello Unito e la pace manca a Emma Raducanu (vittoriosa ieri su Osorio dopo una lotta insensata). Oppure ella ce l’ha, la pace (glielo auguriamo), se riesce a farsi scivolare di dosso molte delle cose che scrivono su di lei. Perché la campionessa in carica dello US Open è costantemente sotto i riflettori – leggasi esposta a critiche continue – ormai da quasi un anno. Anzi, qualcosa di più, visto che era stata oggetto del duro commento di John McEnroe per essere stata colta dai crampi nel suo match di ottavi a Wimbledon 2021, raggiunti da n. 338 della classifica.

Lungi dal mettere a tacere la parte deteriore della stampa britannica e degli appestatori dei social media, l’incredibile cavalcata newyorchese ha invece elevato Emma su un piedistallo con un bel bersaglio dipinto addosso, ponendola in bella vista senza possibilità di riparo alcuno – della serie, “ora tutti sanno chi sei, goditi questo momento perché alla prima sconfitta…”.

I mesi successivi al vittorioso Slam non le hanno giovato da questo punto di vista, quando, conti alla mano, Emma vantava più accordi con nuovi sponsor (e che sponsor) che incontri vinti. Due fatti per i quali è fin troppo facile suggerire una relazione diretta, esistente o meno, di cui ci dovesse importare o meno. Parallelamente, c’è poi la questione dei continui cambi di coach, a cominciare da quell’Andrew Richardson nel suo angolo a Flushing Meadows (in realtà si partiva da prima, da Nigel-suocero-di-Andy-Murray, ma lì abbiamo avuto le prime perplessità e non solo per il luogo comune “squadra che vince non si cambia”).

 

A questo proposito, proprio in questi giorni Raducanu sarà seguita da un nuovo allenatore, Dmitry Tursunov, attualmente in prova con vista sul prosieguo della campagna nordamericana. E qui la notizia prende due strade diverse. La prima travalica l’ormai stantia storia della ragazza sciupa-coach per assumere un qualche connotato “politico”, nel senso che questa volta il commento sulla sua carriera arriva da un politico – il parlamentare laburista Chris Bryant, presidente dell’All-Party Parliamentary Group on Russia, un gruppo informale della Camera dei Comuni aperto a tutti i partiti che si propone di “promuovere buone relazioni tra i parlamenti e i popoli di UK e Russia”.

“Il Cremlino lo rappresenterebbe come un colpo propagandistico e un’indicazione che al Regno Unito non interessa veramente la guerra in Ucraina” ha detto Bryant al quotidiano The Telegraph. “Sarebbe un vero peccato [real shame, in inglese] se Emma continuasse”. E ha aggiunto: La incoraggio a ripensarci e come minimo a condannare la barbarica guerra di Putin”.

Non ci sono stati commenti da parte dei portavoce di Emma e della LTA, la federtennis britannica che continua a fornire supporto a Raducanu, così come da parte di Tursunov. Si è invece espresso un altro membro del parlamento, il tory Julian Knight, presidente della commissione Digital, Culture, Media & Sport: “Fa impressione vedere un russo allenare la stella nascente numero uno della Gran Bretagna”. Knight vorrebbe capire dove stia Tursunov rispetto all’invasione (e qui si ricade nel discorso già fatto quando si parlava delle dichiarazioni per poter partecipare a Wimbledon) e aggiunge di sperare che “la LTA sia capace di consigliare Emma per il meglio”.

Tornando al presunto “colpo propagandistico”, spostiamoci su Shamil Tarpischev, il presidente della federtennis russa che si era fatto (ri)conoscere già diversi anni addietro quando, riferendosi a Serena e Venus, le aveva chiamate i fratelli Williams. Dopo la finale di Wimbledon, Tarpischev ha rivendicato Elena Rybakina come un “prodotto” russo, in quella che pareva un’uscita da bambino delle elementari che butta via un giocattolo che non gli piace, salvo poi cambiare idea quando vede un compagno giocarci felice. Anche Yevgeny Kafelnikov usava lo stesso termine: “Comprare un prodotto pronto all’uso da una fabbrica di alto livello è qualcosa che sanno fare tutti...”.

Persone come oggetti, forse questo permette loro di sopportare meglio le barbarie del proprio Paese sulla popolazione ucraina. Dichiarazioni, in ogni caso, che da un lato quasi giustificano ex post (o almeno fanno riconsiderare) la controversa decisione di Wimbledon di escludere gli atleti che rappresentano la Russia (e non i “russi”), mentre dall’altro, trattandosi di una giocatrice che hanno palesemente e colpevolmente snobbato, non possono essere prese sul serio. Oppure possono? Perché, solo per fare un esempio dell’assurdo, anche giornalisti di nome (e cognome) hanno rilanciato il video dei “falsi morti ucraini che invece si muovevano”. Per dire che c’è gente sempre pronta ad abdicare al minimo sinaptico per credere alle stupidaggini che preferisce a dispetto dell’evidenza.

Allora, se non possiamo non essere d’accordo con Tumaini Carayol quando sul quotidiano The Guardian scrive che si tratta semplicemente di “un privato cittadino che si avvale dei servizi di un professionista indipendente, che è russo, con la semplice speranza di migliorare la propria carriera”, quello che segue, vale a dire che ciò “non dovrebbe costituire motivo per tale indignazione o polemica”, è altrettanto giusto, tranne però per il fatto che, lo abbiamo appena visto, non funziona davvero così. Perché, per quanto goffi, i tentativi di una narrazione russa totalmente avulsa dalla realtà fanno comunque proseliti. In questo senso, dunque, vanno intese le esternazioni dei due politici e inserite in un contesto di interferenze russe nella politica britannica.

La seconda strada verso cui ci porta la notizia del nuovo coach è per fortuna ben più leggera – sebbene anche questa lastricata di apprensioni – e origina da un’intervista di Tursunov dello scorso novembre in cui aveva avuto modo di citare Emma parlando delle perplessità sulla conclusione del rapporto con Sabalenka. “Emma Raducanu, che ha vinto gli US Open, sta licenziando le persone con cui ha lavorato” diceva Dmitry. “Naturalmente, tutti sono scioccati. Se qualcuno della sua squadra mi chiamasse ora e mi chiedesse se voglio allenarla, tremerei di paura, perché non sai quando verrai licenziato”. Una paura che speriamo abbia vinto, perché sarebbe dura trasmettere sicurezza dall’angolo quando sembra che il tuo seggiolino sia l’epicentro di un terremoto…

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Australian Open

Visto ripristinato per Voracova, la doppista ceca espulsa assieme a Djokovic

Il suo caso è diverso da quello di Djokovic secondo il tribunale: “Non ci sono prove che Voracova non abbia rispettato le sue condizioni per il visto”

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L’enorme caos generato dall’arrivo di Novak Djokovic in Australia nel gennaio di quest’anno ebbe delle implicazioni non indifferenti nel mondo del tennis; e a venir risucchiata in quel vortice di eventi inaspettati (che hanno avuto come palcoscenico, uffici di avvocati e tribunali anziché campi da tennis) c’era anche Renata Voracova, doppista ceca attuale n.102. Lei era una delle persone (l’unica tennista oltre al serbo) ad aver ottenuto un’esenzione dal vaccino per entrare nel paese, e ora, come si legge su The Age, ci sono aggiornamenti sul suo caso.

L’ultimo aggiornamento su Voracova c’era stato nel momento del suo rimpatrio, e la 38enne non era affatto felice del mondo in cui era stata trattata. “Chiederò un risarcimento. Non mi sono sentita al sicuro finché non sono tornata a casa” disse alla stampa del suo paese nel mese di gennaio. Ora sono state prese delle decisioni ufficiali che a tutti gli effetti le riconoscono ragione, e separano il suo tipo di esenzione da quella rilasciata a Djokovic.

A Voracova era stato concesso l’ingresso in Australia grazie ad un’esenzione medica dalla vaccinazione COVID-19, uguale a quella concessa al numero 1 del mondo Djokovic, ma il tribunale ha ritenuto che il suo caso fosse notevolmente diverso. L’Administrative Appeals Tribunal of Australia ha ascoltato le prove secondo cui – dopo i negoziati tra gli avvocati di Voracova e le forze di controllo del confine australiano – le è stato concesso un visto transitorio che le ha permesso di lasciare l’Australia in quanto non cittadina. Non c’erano prove che la signora Voracova non avesse rispettato le sue condizioni per il visto“, ha affermato Jan Redfern, vicepresidente del tribunale e capo della divisione migrazione e rifugiati.

 

“Aveva seguito tutte le regole pertinenti e c’erano prove che si fosse basata sulle dichiarazioni fattele da Tennis Australia e dal Dipartimento della Salute dello Stato di Victoria in merito alla sua esenzione medica. Accetto l’argomentazione secondo cui non esisteva alcuna legge che impedisse alla sig.ra Voracova di entrare in Australia nel momento rilevante anche se non era vaccinata. Ha risposto in modo veritiero alla dichiarazione di viaggio e aveva prove mediche convincenti a sostegno della sua esenzione, essendo le prove fornite dal suo medico di base sulla sua vulnerabilità alla trombosi. In particolare, la signora Voracova non aveva bisogno di fare affidamento sul fatto di aver precedentemente contratto il COVID-19 come controindicazione medica alla vaccinazione perché aveva una base medica per ritardare la vaccinazione”.

Dunque la differenza col caso-Djokovic sta tutta qui: la doppista ceca aveva motivazioni mediche legate alla sua salute che le permettevano di non farsi vaccinare. “Rilevo inoltre, per completezza, che il caso della sig.ra Voracova può essere distinto dal [caso] Djokovic perché il suo visto non è stato annullato per ‘ordine pubblico’, né le circostanze del suo caso si prestano a tale conclusione” ha precisato Jan Redfern. “Come già notato, la sig.ra Voracova non è contraria alla vaccinazione e, a differenza del caso Djokovic in cui il ministro ha scoperto che c’erano prove che il sig. Djokovic avesse mostrato un disprezzo per i protocolli di auto-isolamento, non ci sono prove del genere in questo caso”.

Djokovic venne espulso alla vigilia del torneo dopo essere stato inizialmente autorizzato a entrare nel paese. Voracova invece lasciò il paese prima ma comunque non è tornata in campo fino ai primi di marzo per il WTA 125 di Marbella, Spagna. I suoi avvocati hanno fatto sapere che a febbraio aveva provato a disputare un torneo in Russia (St Petersburg Ladies Tournament) ma le era stato negato il visto, e anche per questo si sono voluti accelerare i tempi nella soluzione del suo caso. Il ban di tre anni sul suolo australiano dunque per Voracova è stato revocato, e al momento tutto sembra essersi risolto per il meglio per lei. L’unico aspetto su cui si può tornare a lavorare dunque è il tennis, dato che al momento Voracova conta 9 sconfitte negli 10 ultimi incontri, con ben sei compagne di doppio diverse.

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