Il più bello Slam degli ultimi anni

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Il più bello Slam degli ultimi anni

Gli Australian Open 2019 si candidano a diventare una pietra miliare del tennis femminile del periodo più recente

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Karolina Pliskova e Serena Williams - Australian Open 2019

Questa settimana mi spetta un compito difficile: provare a dimostrare che martedì scorso a proposito degli ultimi Australian Open non ho usato una definizione esagerata o campata in aria. Dunque: perché sono stati “il più bello Slam degli ultimi anni”?

Innanzitutto rimando alle prestazioni delle due finaliste, Osaka e Kvitova, di cui ho parlato sette giorni fa. Qui aggiungo altri quattro motivi. Il primo: il torneo ha confermato, sul campo, uno degli aspetti che alla vigilia lo rendevano particolarmente interessante; ci ha offerto un ricchissimo confronto generazionale, aperto come non mai a tenniste di ogni età. Ha vinto la 21enne Osaka, contro una finalista 28enne come Kvitova. Ma la 37enne Williams è stata protagonista insieme ad altre tenniste dell’età di mezzo come Pliskova (26 anni), e Collins 25. Ma nel torneo c’è anche stato spazio per una giovanissima come Anisimova (17 anni) in grado di sfoderare una partita straordinaria contro Aryna Sabalenka (20 anni).

 

Secondo aspetto positivo: tutto sommato il caldo australiano non è stato di quelli terribili. A parte un paio di giorni della seconda settimana (quando però si è ovviato chiudendo il tetto), non si sono raggiunte temperature estreme, cioè quel tipo di condizioni che rendono una partita di tennis una questione soprattutto fisica, in un ambiente che porta ai limiti le protagoniste. Ricordo per esempio che lo scorso anno Simona Halep fu costretta a passare la notte successiva alla finale (persa contro Caroline Wozniacki) in ospedale a causa della disidratazione. Per quanto ammiri anche l’aspetto atletico che richiede il tennis, mi sembrano situazioni eccessive, che oltre tutto non possono favorire la qualità di gioco. Se si è spinte sull’orlo del collasso non si può certo offrire il proprio miglior tennis: e questo è un peccato sia per chi va in campo sia per chi segue il match da spettatore.

Terzo aspetto positivo: le condizioni di gioco in senso tecnico: il complesso superficie+palline+clima. Cioè quel complesso che sinteticamente viene definito come “velocità” dei campi. A mio avviso le condizioni di gioco di Melbourne 2019 hanno favorito un tennis propositivo, in cui veniva premiata chi aveva il coraggio di prendere l’iniziativa, offrendo un giusto mix tra scambi rapidi e scambi prolungati. In questo modo abbiamo evitato le situazioni dell’ultimo grande torneo affrontato, le WTA Finals di Singapore, in cui il campo troppo lento aveva allungato i palleggi a dismisura, e portato praticamente tutti i match ad essere chiusi con saldi negativi, cioè con il numero di errori non forzati superiore al numero di vincenti.

Ma alla fine gli Australian Open 2019 sono stati semplicemente anche una edizione fortunata. Nel senso che si è creata più spesso del solito quella particolare alchimia che produce match di qualità superiore; con una frequenza che davvero non ricordavo in un unico torneo degli ultimi anni. Sicuramente l’essersi disputato a inizio stagione, dopo il periodo di recupero e preparazione, ha favorito la freschezza delle giocatrici. Ma in ogni caso fatico a ricordare in un solo evento così tante partite eccezionali.

Chi legge questa rubrica con regolarità sa che alla fine di ogni stagione seleziono dieci-dodici partite degne di essere ricordate; partite ricavate dall’intero anno di tennis. Ecco, devo dire che almeno 5-6 match di questi Australian Open mi sono sembrati già degni di scalzare quelli selezionati per il 2018. La finale Osaka Kvitova, la semifinale Osaka Pliskova, il quarto tra Pliskova e Serena, l’ottavo tra Serena e Halep, il terzo turno Osaka Hsieh e quello tra Pliskova e Giorgi sono state partite davvero notevoli, ricchissime di tensione emotiva, alternanza di situazioni ma anche e sopratutto, di qualità tecnica. A questi match dovrei aggiungerne uno che purtroppo non ho seguito, ma che in molti hanno segnalato: Muguruza contro Konta (6-4, 6-7, 7-5), terminato con numeri strepitosi (Konta +9, Muguruza +22 nel saldo vincenti/errori non forzati).

Rimettendo in fila queste partite emerge un aspetto curioso: tutte si sono svolte nella parte alta del tabellone. Questa è stata una caratteristica particolare dell’ultimo Slam: la parte alta del tabellone (quella che ha portato in semifinale Osaka e Pliskova) ha offerto tantissima qualità grazie a protagoniste tutto sommato attese, mentre la parte bassa del tabellone (che ha portato in semifinale Kvitova e Collins) è stata invece quella delle sorprese e, a conti fatti, anche delle maggiori delusioni. Cominciamo con queste, per lasciare il meglio in fondo.

a pagina 2: La parte bassa del tabellone

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Roland Garros: bis di Simona Halep?

Ultimi risultati, precedenti nel torneo, valutazioni dei bookmaker. Ecco come si presentano a Parigi le principali favorite del prossimo Slam

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Sloane Stephens e Simona Halep - Roland Garros 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ci siamo quasi: la prossima domenica, con un giorno di anticipo rispetto agli altri Major, inizierà il Roland Garros. Proviamo a vedere come si avvicinano le principali protagoniste allo Slam su terra battuta, il torneo che ha come campionessa in carica Simona Halep, l’anno scorso vincitrice in finale in tre set su Sloane Stephens.

Delle prossime 32 teste di serie a Parigi, solo Barty, Sabalenka, Wang e Garcia hanno deciso di giocare in questa settimana, nell’International di Strasburgo; tutte le altre hanno concluso la preparazione con gli internazionali di Italia.

 

Roma 2019 è stata una edizione complicata, in cui il maltempo ha scombussolato il calendario dei match. E non penso sia un caso che sia stata caratterizzata da molti ritiri; ben otto giocatrici hanno concluso il torneo anzitempo: Cornet, Goerges, Ostapenko, Muguruza, Wozniacki, Serena, Kvitova, Osaka. Ricordo che le ultime sei giocatrici sono anche vincitrici Slam. La mia interpretazione è che soprattutto chi si presenta al via del Roland Garros con l’ambizione di fare strada è stata particolarmente attenta alle proprie condizioni, fermandosi al primo segno di scricchiolio.

Di sicuro il doppio turno disputato nella stessa giornata non ha aiutato, tanto è vero che quattro ritiri si sono avuti nel famigerato giovedì. Anche perchè se per gli uomini giocare due partite ravvicinate sulla distanza del due set su tre poteva rappresentare un antipasto di quanto li attende a Parigi (con il tre su cinque), per le donne si traduceva semplicemente in una maratona fuori dalla norma con tutti i rischi collegati.

Alla fine ha prevalso Karolina Pliskova, che dopo un avvio di torneo un po’ complicato (tre set contro Sofia Kenin) ha dimostrato di essere in ottima condizione nel confronto dei quarti di finale vinto contro Azarenka, forse il migliore match per qualità di gioco fra quelli che sono riuscito a seguire nella settimana.

Dopo questo successo, Pliskova ha gestito i due ultimi turni senza lasciare set per strada: ha ceduto il servizio all’inizio della semifinale contro Maria Sakkari, ma dopo aver ristabilito la parità sul 4-4, non ha più corso rischi, e non ha più perso la battuta sino alla fine del torneo. Risultato: 6-4, 6-4 a Sakkari, 6-3, 6-4 nella finale contro Johanna Konta.

Una curiosità. Conchita Martinez, la coach di Pliskova, detiene come giocatrice il record di vittorie a Roma (quattro), ma nel proprio palmares vanta anche l’inaspettato successo a Wimbledon 1994. Ebbene, da allenatrice ha portato alla vittoria Muguruza a Wimbledon e Pliskova a Roma, replicando da coach i picchi di carriera raggiunti da tennista.

Prima di vedere come si presentano al via dello Slam le prime teste di serie, ecco un riepilogo dei risultati degli ultimi anni nei principali tornei disputati sulla terra rossa:

a pagina 2: Le teste di serie dalla 1 alla 8

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Osaka, Halep e Bertens a Madrid

Dopo la finale persa lo scorso anno, Kiki Bertens ha vinto il Premier Mandatory spagnolo, determinando in questo modo anche i primi due posti della classifica mondiale

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Kiki Bertens - Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Naomi Osaka e la terra rossa
Dopo l’impegno di Stoccarda non portato a termine a causa di un forfait, Madrid 2019 ci ha dato nuove indicazioni sul processo di adattamento alla terra da parte di Naomi Osaka. Però, a mio avviso, ancora nulla di definitivo. Sarebbe stata molto interessante una semifinale contro Halep, ma la rimonta in extremis di Bencic nei quarti ha negato questa possibilità. Sotto questo aspetto è stato un peccato: avremmo assistito alla rivincita su terra dopo il 6-1, 6-0 in favore di Halep dello scorso anno a Roma.

Dodici mesi dopo, però, molto è cambiato. In quel momento infatti Naomi era “solo” la numero 21 del ranking, reduce dall’exploit della vittoria a Indian Wells (dove a sua volta aveva sconfitto 6-3, 6-0 Halep). Oggi lo status di Osaka è del tutto differente: a Madrid si sarebbero affrontate la numero 1 del mondo e la campionessa in carica del Roland Garros. E forse avremmo avuto gli elementi necessari per rispondere alla fatidica domanda: quanto vale, oggi, sulla terra rossa Naomi Osaka?

 

Al momento, per quanto si è visto in stagione, faccio ancora fatica a stimarlo. Una cosa è certa: rispetto al passato, in questo 2019 Naomi ha compiuto significativi progressi. Ce lo dicono i numeri. Primo dato: nei suoi due impegni recenti sul rosso, Osaka ha raggiunto una semifinale e un quarto di finale, conquistando punti utilissimi per mantenere la leadership della classifica. Negli anni precedenti invece aveva complessivamente vinto un solo match nei due main draw (contro Zheng Saisai).

Ma forse è ancora più significativo il dato relativo al ranking delle avversarie. Non considerando l’Har-Tru di Charleston, fino allo scorso anno in tutta la carriera Osaka sulla terra aveva sconfitto una sola Top 50, la numero 36 Jelena Ostapenko al Roland Garros 2016.
In questa stagione ha invece già superato quattro Top 50: Hsieh (numero 24) e Vekic (25) in Germania; Cibulkova (32) e Sasnovich (33) in Spagna. Dimostrazione innegabile dell’innalzamento del suo rendimento medio. Purtroppo a Stoccarda un forfait (per un problema ai muscoli addominali) ci aveva impedito di verificarla alla prova contro una giocatrice in forma come Kontaveit. Mentre a Madrid, come detto, si è fermata contro Bencic, battuta 7-5 al terzo dopo aver essere stata avanti 6-3, 2-6, 5-3.

Non abbiamo dunque certezze totali per valutarla, piuttosto alcuni elementi parziali. In positivo c’è innanzitutto un diverso atteggiamento psicologico. La sensazione è che Naomi si sia convinta che la terra non è più una superficie ostile, e che abbia la possibilità di giocarsela senza partire sconfitta in partenza. La doppia vittoria Slam e lo status di numero 1 del mondo hanno probabilmente aumentato la sua fiducia, e reso più costruttivo il suo approccio al rosso. Lo ha confermato in questa intervista:

“Mi sento più a mio agio nello scivolare e negli spostamenti. L’anno scorso avevo una decisa preferenza per il cemento, e non avevo sentimenti positivi verso la terra. Vivevo questa parte di stagione come un obbligo inevitabile. Quest’anno invece sto mettendo tutte le mie energie nell’allenarmi e imparare come muovermi meglio”.

Mentalmente si tratta di un passo avanti importante, e credo sia rafforzato anche dai cambiamenti di gioco introdotti dal 2018 in poi. Agli US Open aveva infatti vinto il torneo mettendo in campo una maggiore pazienza, che si è concretizzata nella disponibilità ad accettare scambi più lunghi. E anche considerando la parziale “retromarcia” della stagione in corso (vedi QUI); resta il fatto che per quanto riguarda gli aspetti sia fisici che tattici Naomi ha dimostrato di poter affrontare un tennis meno basato sull’uno-due, più articolato; come quasi inevitabilmente accade sul rosso.

A mio avviso rimangono però due incognite tecniche.
La prima: è ancora lontana la capacità di scivolare al meglio. Ho scelto un esempio che mi pare sintetizzi bene la situazione: in questo scambio contro Sasnovich, Naomi compie una prodezza, ma la esegue con appoggi da cemento, e con una timida e molto parziale scivolata successiva al colpo. Solo che ciò che bisognerebbe fare per sfruttare al meglio la terra è scivolare prima della esecuzione del colpo, e non dopo:

La seconda incognita è legata alle condizioni di gioco fin qui sperimentate. Stoccarda si disputa indoor ed è un campo dove hanno sempre fatto bene le giocatrici con un gran servizio, come Naomi. Madrid è un torneo che per la conformazione dell’impianto offre campi “semi indoor”. In più i 700 metri sul livello del mare della capitale spagnola favoriscono la velocità della palla, aiutando le attaccanti rispetto a chi pratica un tennis più difensivo. A Roma e Parigi la situazione sarà un po’ differente e quindi i prossimi impegni ci diranno qualcosa di diverso e di nuovo rispetto alle ultime settimane.

a pagina 2: Simona Halep

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L’ultima partita di Lucie Safarova?

Il recente match disputato a Praga potrebbe essere stato quello di chiusura della carriera di Lucie Safarova. Il ricordo di una giocatrice molto stimata attraverso sei partite memorabili

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Lucie Safarova - Wimbledon 2016

La scorsa settimana durante l’International di Praga Lucie Safarova ha salutato il pubblico ceco scendendo in campo per l’ultima volta in un torneo di casa. Iscritta al doppio in coppia con Barbora Stefkova, è stata sconfitta al primo turno, in quella che potrebbe essere stata la sua ultima partita da professionista.

Non è ancora sicuro che sia stato l’ultimo impegno in assoluto, perché c’è ancora la possibilità di una partecipazione al Roland Garros (forse solo in doppio insieme alla storica compagna Bethanie Mattek Sands), ma la sostanza non cambia: Safarova ha ormai pronunciato la parola fine alla carriera.

 

A soli 32 anni, ha “appeso la racchetta al chiodo”, a causa di una condizione fisica non più all’altezza delle esigenze del tennis attuale. È un peccato che Lucie abbia dovuto prendere questa decisione, ma si è trattato di una scelta molto consapevole: di fatto il suo corpo non si era mai del tutto ripreso dalla infezione batterica che l’aveva colpita proprio all’apice della sua attività sportiva. È stato uno di quei paradossi determinato dai meccanismi del ranking: esattamente nel momento in cui era ricoverata in ospedale a Brno, gravemente debilitata, WTA certificava il suo best ranking, al numero 5 del mondo. Era il 15 settembre 2015, data fondamentale, dolce-amara, della sua carriera.

Chissà come sarebbero andate le cose senza quella malattia; Lucie veniva da due ottime stagioni in cui aveva raggiunto traguardi sempre più importanti: nel 2014 la semifinale a Wimbledon, nel 2015 il successo nel Premier di Doha e la finale al Roland Garros; risultati che le avevano permesso per la prima volta la partecipazione al Masters di Singapore. E nello stesso periodo la vittoria in doppio agli Australian Open e al Roland Garros 2015, in coppia con Bethanie Mattek Sands.

Insieme a Mattek avrebbe vinto altri tre Slam in doppio, ma in singolare i picchi di gioco di quel biennio sarebbero stati irripetibili. Dopo quella gravissima infezione, Safarova era diventata più fragile, e malanni di ogni genere uniti a piccoli infortuni le hanno reso impossibile ritrovare la continuità di gioco e di allenamento: requisiti indispensabili per misurarsi alla pari con le migliori al mondo in singolare.

Ripensando alla carriera di Safarova mi vengono in mente innanzitutto due aspetti, diversi ma in fondo anche collegati. Il primo è quanto fosse stimata da tutto l’ambiente del tennis. Stimata e da molti anche amata, per il suo modo di essere in campo e fuori. E questa è una qualità non tanto frequente, ancora di più oggi, in un periodo in cui la capillare diffusione di media e “social” favorisce la sottolineatura di qualsiasi atteggiamento non irreprensibile: basta pochissimo per dare il via a critiche e polemiche. Ma questo non è accaduto a Lucie, capace di essere protagonista per molti anni nel circuito rimanendo sempre immune da questi problemi. E che la stima non fosse solo di facciata lo confermano i fatti, visto che più volte è stata scelta dalle colleghe come una delle rappresentanti delle giocatrici nel board WTA.

Il secondo aspetto è la anomalia dei tempi della sua carriera, dalla maturazione più lenta del solito per gli standard centro-europei; una caratteristica forse più italiana che ceca. Nata nel febbraio 1987, Safarova ha dato il meglio dopo il 2014, quando si avvicinava ai trent’anni, e dopo più di dieci stagioni nel professionismo.

Dopo essersi fatta conoscere per il suo talento molto presto, ancora teenager, sono stati necessari parecchi anni perché raggiungesse la costanza ad alto livello. A diciannove anni sconfiggeva la allora numero 2 del mondo Justine Henin all’indoor di Parigi e arrivava nei quarti di finale agli Australian Open 2007 dopo aver battuto la campionessa in carica e numero 3 del mondo Amelie Mauresmo: a dimostrazione che le doti erano inequivocabili. Ma poi erano arrivate diverse stagioni con risultati al di sotto delle sue potenzialità. In parte per una certa fragilità fisica, ma in parte per mancanza di killer instinct.

E qui ci si ricollega a quanto detto prima: Safarova non è stata quel tipo di giocatrice capace di trasformarsi durante il match. No, lei ha portato in campo gli stessi tratti di carattere che aveva al di fuori; il problema è che sensibilità e rispetto per il prossimo non sono le doti ideali per vincere a tennis. Del resto se siamo abituati a considerare il killer instinct (di cui ho parlato qui sopra) come un aspetto positivo per un tennista, si capisce che può diventare un handicap la mancanza di “cattiveria” sportiva. Anche per questo Lucie ha faticato a trovare la strada per esprimersi al massimo.

Alla fine c’è riuscita in un modo del tutto personale: a dispetto del suo stile di gioco offensivo, sul piano della personalità il meglio lo ha dato quando in campo ha messo non l’aggressività, quanto piuttosto la serenità, e ha cominciato a vivere le partite con più divertimento e meno ansia. Lo racconta lei stessa in questa intervista del 2015, dove spiega che le è occorso del tempo non solo per trovare il giusto modo di allenarsi, ma anche per affrontare i match con meno nervosismo e più leggerezza.

Il circuito del tennis offre un torneo a settimana, quattro Slam all’anno, e all’inizio di ogni stagione comincia un nuovo ciclo. Ci sono quindi tante occasioni per rifarsi dalle sconfitte e per raccogliere buoni risultati, se si riesce ad affrontare le partite senza drammatizzarle troppo. Questa consapevolezza è arrivata con la maturità, e le ha tolto l’eccesso di responsabilità che nei primi anni spesso l’aveva portata a bloccarsi nei frangenti decisivi, a un passo da vittorie significative.

a pagina 2: Il tennis di Lucie Safarova

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