Osaka e Kvitova: l'Australian Open delle attaccanti

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: lo Slam più bello degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

 

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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Pechino, il Premier migliore dell’anno

Naomi Osaka, Ashleigh Barty e Bianca Andreescu sono state le maggiori protagoniste di un torneo di qualità superiore

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Naomi Osaka e Bianca Andreescu - Pechino 2019

Il Premier Mandatory di Pechino è stato uno dei picchi della attuale stagione WTA; probabilmente il torneo più interessante, divertente, ben giocato del 2019 dopo gli Australian Open. A mio avviso solo il primo Slam dell’anno ha offerto più emozioni e un numero superiore di match di qualità. Insomma, davvero un China Open da ricordare.

Ragionavo su come trattarlo in questo appuntamento del martedì, e mi sono reso conto che più che un articolo ci sarebbe voluto un ipertesto, per via dei tanti argomenti che sono emersi, delle molte giocatrici degne di nota, e degli incroci che si sono creati fra tutto ciò. La vittoria di Osaka, la caccia al primato in classifica da parte di Barty e Pliskova, le prestazioni di Andreescu, il “ritorno” di Wozniacki, i match di Kvitova, Bertens e Bencic alla ricerca dei punti decisivi per il Masters… Siccome occuparsi di tutto, intrecciando i diversi argomenti fra loro non è possibile, dovrò rassegnarmi a un drastico taglio dei temi, limitandomi alle tre principali protagoniste: Osaka, Barty e Andreescu.

Ma prima di parlare di loro, un paio di brevi ragionamenti introduttivi sono quasi obbligatori. Il primo sull’età delle protagoniste: Barty è nata nel 1996, Osaka nel 1997, Andreescu nel 2000. Con uno slogan non molto originale si potrebbe sostenere che “in WTA il futuro è oggi”. Stiamo cioè parlando di giovani o giovanissime, che sono state in grado di offrire non solo un tennis di alto livello, ma anche stili di gioco differenti. E i contrasti di stile normalmente favoriscono lo spettacolo.

 

In più ci sono aspetti meno strettamente tecnici che comunque non sono irrilevanti; mi riferisco alle diverse personalità delle tre giocatrici, che producono partite con alchimie psicologiche differenti. Insomma, se fossi l’attuale CEO di WTA Steve Simon, guarderei alle prossime stagioni con più ottimismo rispetto a qualche tempo fa; sempre sperando che la salute assista le tenniste di riferimento.

Secondo ragionamento. A Pechino abbiamo assistito a qualcosa che accade molto raramente: un match “qualsiasi”, un quarto di finale di un torneo non-Slam, è diventato un evento. Atteso e seguito come raramente capita. Ed è diventato un evento senza che ci fosse una costruzione mediatica a tavolino, ma per una serie di ragioni oggettive. “Osaka vs. Andreescu” vedeva fronteggiarsi due giocatrici capaci di attirare l’attenzione del pubblico grazie ai recenti successi, ma anche grazie ad alcuni traguardi curiosamente in comune. Entrambe con strisce di imbattibilità in corso, e con palmarès personali in parte sovrapponibili: per tutte e due la vittoria a sorpresa a Indian Wells e poi il successo agli US Open; e per entrambe il sovrappiù della finale vinta contro una leggenda come Serena Williams.

Questi erano gli antefatti, ma l’aspetto più importante è che quanto la vigilia aveva promesso è stato poi effettivamente mantenuto dal match, che si è rivelato uno dei migliori della stagione. E saper offrire un grande spettacolo dopo una grande attesa è un pregio non da poco per chi organizza spettacoli sportivi.

a pagina 2: Ashleigh Barty

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Vincitrici Slam in crisi

Ostapenko, Muguruza, Stephens, Kerber: giocatrici capaci di vincere di recente i titoli più importanti del tennis stanno attraversando un periodo di appannamento. Perché è accaduto e cosa succederà in futuro?

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Garbine Muguruza - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

La scorsa settimana fra i commenti relativi all’articolo sulla Classifica-Slam ce n’era uno forse leggermente off topic, che però mi è sembrato interessante. In un post a firma “giansnow” si chiedeva di provare a ragionare sulle giocatrici che hanno vinto lo Slam negli ultimi anni e che oggi attraversano una fase di calo.

Per identificare le protagoniste in questione ho scelto di andare a ritroso fino al 2017. Con questo anno come limite, sono cinque le giocatrici da considerare. In ordine cronologico di vittoria Slam: Ostapenko, Muguruza, Stephens, Wozniacki, Kerber.

Nell’articolo che segue non troverete però uno spazio dedicato a Wozniacki perché, purtroppo, il calo di Caroline era atteso e non richiede particolari ragionamenti. Nel momento in cui le è stata diagnosticata l’artrite reumatoide, che l’ha obbligata ad affrontare tornei e allenamenti in modo differente, era inevitabile sarebbe andata incontro a difficoltà agonistiche. Attualmente è numero 57 nella Race.

 

Cominciamo quindi con Ostapenko. E grazie a giansnow per avere suggerito il tema di questa settimana.

a pagina 2: Jelena Ostapenko

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Grande Slam 2019, la classifica femminile

Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open: chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro eventi più importanti?

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Terminati gli US Open, il 2019 ha archiviato gli Slam. Curiosamente abbiamo avuto una conclusione simile a quella dello scorso anno. Nel 2018 Serena Williams era stata sconfitta in finale da Naomi Osaka, che in questo modo per la prima volta aveva portato il primo Major della storia al Giappone. Quest’anno Serena Williams è stata battuta da Bianca Andreescu, che per la prima volta ha regalato al Canada un successo Slam.

Naturalmente il calendario WTA non è ancora concluso, con i mesi di settembre e ottobre finalizzati a definire le prime otto che avranno il diritto di partecipare al Masters. Ma già oggi è possibile valutare chi si è distinta nei tornei più importanti; e sappiamo che, per come viene inteso oggi il tennis, gli Slam sono di gran lunga gli eventi più considerati.

Per questo ho pensato di analizzarli come un insieme a sé stante, ricavando una classifica riservata ai quattro appuntamenti principali. Chi ha fatto meglio? E quanto si differenzia il rendimento rispetto al ranking ufficiale WTA che tiene conto di tutti i tornei della stagione?

 

Per avere termini di paragone precisi ho costruito la classifica in modo molto semplice: sommando i punti ottenuti da ciascuna giocatrice secondo il criterio di calcolo ufficiale WTA. Questa è la ripartizione:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno).

Le posizioni di Rank e Race indicate nella tabella sono quelle relative al 23 settembre:

a pagina 2: Le prime dieci della classifica-Slam (posizioni 1-5)

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