A Indian Wells la semifinale più attesa: Federer-Nadal 39° episodio (Cocchi). Il genio Federer va sempre di fretta (Semeraro). Kyrgios, il bad boy geniale che ci ricorda McEnroe (Condò)

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A Indian Wells la semifinale più attesa: Federer-Nadal 39° episodio (Cocchi). Il genio Federer va sempre di fretta (Semeraro). Kyrgios, il bad boy geniale che ci ricorda McEnroe (Condò)

La rassegna stampa di sabato 16 marzo 2019

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A Indian Wells la semifinale più attesa: Federer-Nadal 39°episodio (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Il signor Roger arriva presto, finisce presto e non cede mai il servizio. Da quando è sceso in campo al secondo turno di Indian Wells, il Magnifico, non ha mai superato l’ora e mezza in campo. Non ha mai subito un break, e c’è chi scommette che non abbia mai nemmeno sudato. Mister 100 tornei ieri si è qualificato alla semifinale del primo Masters 1000 della stagione battendo in due set Hubert Hurkacz, il polacco della Next Gen, e oggi troverà Rafa Nadal nella semifinale più attesa, il 39° incontro tra i due miti del tennis. Lo spagnolo ieri ha battuto in due set combattutissimi e chiusi al tie break il russo Karen Khachanov, vincitore di Parigi Bercy 2018. Rafa si è anche dovuto fermare per un intervento del medico che gli ha fasciato il ginocchio destro. Per Federer ormai è routine, ma per i seguaci del tennis è un superclàsico che fa sognare: «Sarà molto bello ritrovarci — ha commentato il vincitore di 20 Slam —, forse più per il pubblico che per noi. Comunque c’è sempre una grande energia quando ci sfidiamo». Hubi, come lo chiamano in famiglia, forse è stato l’avversario più impegnativo per Roger nell’ultima settimana. Servizio potente e sempre vario, il 22enne di Wroclaw che ha eliminato nel suo percorso Pouille, Nishikori e Shapovalov, non si è fatto intimorire più di tanto dal monumento svizzero, godendosi fino in fondo il match che sognava fin da bambino, fin da quando, a 5 anni, aveva iniziato a giocare con la mamma: «Affrontare Roger è fantastico — ha detto il numero 67 al mondo —. È quello per cui ci alleniamo e lavoriamo: giocare in grandi stadi, in grandi eventi e contro grandi avversari». I due si erano già incontrati a Shanghai, e Hubi aveva gli occhi che brillavano al solo pensiero, non era un match ma solo un allenamento, sufficiente però al polacco per metterlo nell’album dei ricordi indelebili […] Lo stesso Roger si è complimentato con il giovane, per i suoi modi educati ancora prima che per la sua tecnica: «Ricordo che nel riscaldamento ha commesso un piccolo errore —racconta Roger — e si è subito scusato, è davvero un ragazzo molto dolce. Sta giocando molto bene e sono contento per lui perché può crescere ancora». Più che una benedizione da parte dello Svizzero per questo ragazzone di due metri che lo scorso anno, di questi tempi, era numero 272 del mondo. Un vero e proprio decollo per lui che adesso è numero 67 e da lunedì sarà numero 53, best ranking in carriera. Federer, numero 4 al mondo e capace due anni fa di realizzare il Sunshine Double (la doppietta Indian Wells/ Miami) per la terza volta, è in una forma strepitosa, lo dimostrano i 37 minuti impiegati per sbarazzarsi di un rivale in crescita e di 15 anni più giovane, segno che il 100 gli va già stretto: «Sono riuscito a giocare un bel match — ha commentato Federer, applaudito in tribuna da Bill Gates —, mi sento molto bene fin dall’inizio della stagione. Ma non è un caso, se gioco così bene è perché mi sono preparato al meglio per essere pronto in questo torneo» […]

 

Il genio Federer va sempre di fretta (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il Federer California Express va veloce, se fosse un treno sarebbe un Tgv. Un’ora e 19 minuti per battere Peter Gojowczyk all’esordio, sessantuno minuti per liberarsi del nemico fraterno Stan Wawrinka, tre di più per congedare Kyle Edmund in ottavi. E meno di un’ora e un quarto ieri per salutare i 196 centimetri di Hubert Hurkacz, 22enne di Breslavia che sta cercando di rimettere la Polonia sulla mappa del tennis, e approdare in semifinale; la sua 65a in un Masters 1000, la 12a a Indian Wells, dove ha vinto in totale 66 partire (12 perse) e alzato 5 coppe. In media fanno 70 minuti a partita, però divisi in due tappe diseguali. Per tutta la settimana il Genio è uscito a razzo dalla stazione, rallentando un filo nel secondo set anche ieri, nonostante il punteggio periodico, 6-4 6-4, con una palla break concessa nel finale. Morale: non vuole perdere tempo Roger; ne sprecare energie. Appena vede il buco cerca di picchiare un vincente, di scavarsi un sentiero verso la rete; o di piazzare un ace quando il game si mette in salita. Ad agosto compirà 38 anni, gli ‘economy run’ sono diventati un’esigenza. La buona notizia per i federeromani di tutto il mondo è che su gare sprint del genere il FedExpress non deraglia, anche quando davanti ha nipotini o bisnipotini come il ‘dolce’ Hubert (l’aggettivo è di Federer), che lo scorso novembre era in campo a Milano per le Next Gen Finals, l’incubatrice di campioncini. La curiosità, a partire da oggi e per il resto della stagione, è capire come se la caverà il Roger abituato all’alta velocità su tratte più lunghe e contro avversari più scorbutici. Già stasera, ad esempio, le cose potrebbero complicarsi. La semifinale a Indian Wells, dove l’anno scorso fu sconfitto in finale da Juan Martin Del Potro, gli consente comunque di tenere il quarto posto nel ranking mondiale, risuperando virtualmente Kei Nishikori. Sia Zverev, sia soprattutto Djokovic e Nadal restano lontani in termini di punti, ma la residenza fra i primi quattro è un agio in più in vista dei tabelloni futuri […]

Kyrgios, il bad boy geniale che ci ricorda McEnroe (Paolo Condò, Sport Week)

Nel giorno in cui il mondo del tennis si spellava ancora una volta le mani per applaudire Roger Federer, capace di tagliare a Dubai l’incredibile traguardo dei 100 tornei Atp vinti, quello che secondo me è il secondo talento puro in circolazione – ovviamente dietro la leggenda svizzera – vinceva ad Acapulco il suo torneo Atp n.5. Sto parlando di Nick Kyrgios, il 23enne australiano dotato di un braccio commovente, ma che stenta a farlo fruttare essendo quel che si dice un pazzo scatenato. Mi permetto la definizione un po’ diretta perché nutro per Kyrgios la stessa affettuosa simpatia che mi hanno ispirato nel tempo John McEnroe e Marat Safin, o cambiando sport Antonio Cassano e Steve Podborski: talenti sublimi incapaci, per la loro sulfurea consistenza, di focalizzarsi a lungo su una banalità come il risultato. In realtà McEnroe ne ha vinti tanti di Slam, anche perché il suo nevrotico approccio ai match mandava fuori di testa gli avversari prima di lui. Quel che è successo stavolta a Kyrgios, che a furia di mattane – non tutte limpide, a onor del vero – ha mandato fuori giri persino un computer come Rafa Nadal, sconfitto nei quarti al tie-break 8-6 dopo essersi trovato avanti 6.3. Di McEnroe, oltre a colpi di suprema qualità, Nick replica l’atteggiamento schifato innanzitutto verso se stesso e poi verso ciò che lo circonda. Se il messaggio-chiave di Open è che Agassi odiava il tennis, qui siamo oltre: in qualsiasi momento e dopo qualsiasi colpo, Kyrgios fa capire molto chiaramente che vorrebbe essere da tutt’altra parte, e che si trova li soltanto per far piacere a noi. O, meglio, per consentirci di fischiarlo: non è mai automatico che il genio lunatico venga apprezzato, e ad Acapulco il pubblico ha sempre fatto (e rumorosamente) il tifo per il suo avversario. In finale Kyrgios ha disposto di Zverev senza grandi difficoltà: l’ha stremato a furia di millimetriche smorzate, il colpo che più di qualsiasi altro descrive la qualità di un braccio […]

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Fognini si sblocca a Miami (Tuttosport). Serena, un altro ritiro. Osaka, un altro tonfo (Crivelli). Hurkacz, dal basket a Federer (Zanni)

La rassegna stampa di domenica 24 marzo 2019

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Fognini si sblocca a Miami (Tuttosport)

Fabio Fognini e Marco Cecchinato approdano al 3° turno del Miami Open, secondo Masters 1000 di stagione, uno faticando e l’altro senza spendere neanche una goccia di sudore. Ora viene il difficile per i nostri due migliori giocatori, ma del resto in un torneo simile non è possibile attendersi di meglio. Battuto in rimonta l’argentino Guido Andreozzi, n. 79, reduce dall’aver vinto un challenger a Phoenix, oggi Fognini incontrerà Roberto Bautista Agut, che ha battuto 7 volte su 9. Ma a prescindere da come finirà, Fabio ha fermato una serie di 5 sconfitte al primo turno, anche se la caviglia dolorante continua a infastidirlo e limitarlo. Ci sono comunque segnali di crescita. Cecchinato invece ha approfittato del forfeit di Damir Dzumhur, bosniaco n. 53 atp. Nei sedicesimi per lui il belga Goffin, talento vero e leggero, n. 20 Atp e dunque vicino in classifica al palermitano che dovrà puntare sulla propria costanza e continuità. Anche perché il tabellone è interessante dalla sua parte. Dominic Thiem invece si conferma il solito Thiem. Conquistato a Indian Wells il primo Masters 1000 in carriera, il 25enne austriaco si è arreso al debutto a Miami al polacco Hubert Hurkacz, che aveva battuto al primo turno Matteo Berrettini. Non uno scandalo, ma la conferma che da Thiem non è scontato aspettarsi sempre il massimo. E non è soltanto una questione di stanchezza fisica, anzi, ma di fatica mentale nel reggere simili pressioni. Davvero interessante il prossimo match di Hurkacz, contro il millennial canadese Felix Auger-Aliassime, sempre più emergente. A proposito di canadesi, Denis Shapovalov cede un set al britannico Daniel Evans, ma è capace di riprendersi e vincere 6-1 6-3 i due successivi. Miami è torneo importante anche per Torino e per l’Italia. L’Atp tour assegnerà infatti entro giovedì 28 il nome della città in cui si svolgeranno le Finali Atp per cinque anni a partire dal 2021 e com’è ormai noto Torino è candidata e anche ben valutata con il suo Pala Alpitour. Ormai pare sia soltanto una questione di fidejussone per essere in piena corsa. Nel frattempo, a proposito di finanziamenti, BNP Paribas non sarà più title sponsor della Coppa Davis che ha cambiato format. Resta invece in Fed Cup.

 

Serena, un altro ritiro. Osaka, un altro tonfo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nessun torneo vinto dal rientro dopo la maternità, appena sette match completati quest’anno, con due ritiri negli ultimi due tornei. Serena Williams (e con lei il coach Mouratoglou) continuano a professare tranquillità e ambizioni da 24° Slam, ma intanto a Miami l’attuale numero 10 del mondo, dopo aver battuto un po’ a fatica la svedese Peterson nel match d’esordio, abbandona l’appuntamento, vinto 8 volte in carriera, per un infortunio. Brevissimo il comunicato: «Sono dispiaciuta del ritiro dall’Open di Miami per problemi al ginocchio sinistro». Oggi Serena avrebbe dovuto affrontare, al terzo turno, la cinese Qiang Wang. Esaurita così l’esperienza del cemento americano di primavera (a Indian Wells si era arresa a un virus contro la Muguruza), resta la grande incognita dei tornei sulla terra europea: li farà? E quali? Intanto il torneo perde la numero uno Osaka, incapace dopo il primo set di trovare un antidoto al gioco piatto e tutto angoli della Hsieh: la vetta del ranking ora è a rischio. Saluta il torneo anche Dominik Thiem, che sperimenta sulla propria pelle quanto sia dote di pochi eletti la continuità ad altissimi livelli dopo una grande vittoria. Trionfatore a Indian Wells nel primo Masters 1000 in carriera, l’austriaco si sgonfia subito contro il Next Gen polacco Hurkacz, visto a Milano, che è comunque è un giocatore completo e pure in fiducia: «Lui è stato più forte di me, e del resto dopo il successo di Indian Wells ho passato tre o quattro giorni un po’ particolari». Di un ritiro approfitta invece Marco Cecchinato, neppure sceso in campo per i guai alla schiena del bosniaco Dzhumur. Ora lo attende Goffin, un po’ in disarmo ma sempre pericoloso. Al terzo turno c’è pure Fognini dopo il successo non facile su Andreozzi: per lui ora Bautista Agut, sconfitto in sette precedenti su nove. Quella che si definisce un’occasione.


Hurkacz, dal basket a Federer (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Lo scorso agosto Hubert “Hubi” Hurkacz si trovava ancora fuori dalla Top 100. Poi da settembre una crescita continua che l’ha portato, proprio alla vigilia dei Miami Open, a raggiungere il suo miglior ranking in carriera: 54 al mondo, scalando solo in questi primi due mesi e mezzo del 2019 ben 34 posizioni (era 88 il 7 gennaio). Ma è ancora poco per il ventiduenne polacco che, se non fosse stato per aver visto Roger Federer vincere in tv, probabilmente avrebbe continuato a giocare a basket, spinto dai suoi 196 centimetri di altezza. Hurkacz, che ancora non ha vinto un torneo, già a Indian Wells si era fatto notare, battuto ai quarti proprio da Federer; poi venerdì a Miami la prima vittoria in carriera contro un Top 5, l’austriaco Dominic Thiem che in California aveva conquistato il primo Master 1000 in carriera superando in finale proprio lo svizzero. Così Hurkacz ha vendicato il suo idolo, buttando fuori, a sorpresa, uno dei grandi del tennis mondiale. «È fantastico – ha poi detto il polacco subito dopo il successo – sto solo cercando di godermi ogni momento, essere riuscito a giocare un incontro simile contro Dominic è stato davvero speciale per me. Thiem è un giocatore incredibile, per batterlo ho dovuto raggiungere i miei massimi livelli». Hurkacz aveva preso parte nel 2018 alle Next Gen Atp Finals, ma quest’anno, prima di Thiem, aveva già sconfitto per due volte un altro ‘Top-10’, il giapponese Kei Nishikori. I complimenti a Hurkacz sono arrivati poi anche dall’avversario appena battuto. «Ha giocato davvero un ottimo incontro – le parole di Dominic Thiem – ma sono già alcune settimane che sta andando forte, da Dubai a Indian Wells fino qui a Miami. Da parte mia posso dire che non ho disputato un brutto incontro, anche se ovviamente non ero al livello mostrato a lndian Wells». Il polacco, che al primo turno aveva sconfitto Matteo Berrettini, oggi si troverà di fronte un altro emergente, il canadese Felix Auger-Aliassime,18 anni, 57 del ranking, un incontro che, nei prossimi anni potrebbe trasformarsi in un classico d’alto livello.

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Coco, un milione nel salvadanaio (Zanni). “Coniglietto” Austin, l’uomo che tolse i pantaloni al tennis (Azzolini)

La rassegna stampa del 23 marzo 2019

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Coco, un milione nel salvadanaio (Roberto Zanni, Il Corriere dello Sport)

Il primo milione di dollari a 15 anni. Nel firmamento del tennis a stelle e strisce è già nata una nuova stella, almeno per il conto in banca. Si chiama Cori Gauff, per tutti “Coco”, i 15 anni li ha compiuti soltanto il 13 marzo, ma è da quando ne aveva 8 (successo in un importante torneo Usa) che ha cominciato a batterei record. Poi a13, era il 2017, è diventata la più giovane a raggiungere la finale femminile degli US Open juniores, quindi l’anno scorso il titolo al Roland Garros. Prima di Coco non c’era stata mai al mondo una numero 1 junior così giovane, precoce in tutti i sensi, al punto che ora è anche nella Top 10 assoluta (quella della tenniste professioniste) per i contratti pubblicitari. Infatti è stato calcolato che quest’anno incasserà almeno un milione di dollari grazie agli accordi pluriennali firmati con New Balance, Head e ora anche Barilla, il cui logo ha fatto il debutto sulla divisa della Gauff giovedì nell’esordio, vincente, ai Miami Open (prima volta nel tabellone principale di un torneo Wta grazie a una wild card). MI MANDA ROGER. Vive con la famiglia – Corey, il padre, con un passato nel basket, la madre Candy nell’atletica – a Delray Beach, una ottantina di chilometri a nord di Miami, ma è nata ad Atlanta ed è arrivata in Florida a 7 anni proprio per puntare tutto sul tennis. […] NUOVA SERENA? «Voglio diventare la più grande di tutti i tempi». E il messaggio lanciato da Coco, “piccola” ma solo d’età, perché è già alta 176 centimetri. II suo idolo è ovviamente Serena Williams, che ha conosciuto quando aveva 8 anni a New York al torneo “Little Mo”. Un contatto andato avanti nel tempo dal momento che poi, diverse volte, si è allenata con Patrick Mouratoglou mentre il suo coach è Robbeye Poole, ex hitting-partner proprio della 23 volte vincitrice di uno Slam. leri ha perso 6-3 6-2 dalla più navigata Kasatkina, ma il futuro le sorride.

 

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“Coniglietto” Austin, l’uomo che tolse i pantaloni al tennis (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A far sobbalzare i passanti che arrancavano sulla salitella di Avenue de Montecarlo verso Place du Casino, in quel martedì di fine marzo del ’33 accarezzato dai tepori di una primavera insolitamente calda, non fu tanto quello strano signore con le racchette in mano avvolto in un paletot cammello grande come lo spinnaker di uno yacht, quanto il preoccupato vociare di un giovane con la divisa da marinaretto dell’Hotel de Paris, che lo inseguiva trafelato per impedirgli di salire sul taxi. «Signore, si fermi. Ha dimenticato di indossare i pantaloni». Cinque stelle lusso con vista sul porto, stanze ancora oggi da 700 euro a notte e suite da mutuo bancario, l’Hotel de Paris si distingueva già allora per le particolari attenzioni riservate a una clientela che amava tenere a balia, e nei casi più disperati aiutava con spirito da badante. “Un palcoscenico sul quale creare la vostra stessa storia; era il motto dell’albergo, sin dalla sua nascita, nel 1864. SCRIVERE LA STORIA Proprio questo stava facendo il signore in paltò, “scriveva la storia; seppure gli inizi di quella vicenda non apparissero così significativi, né tanto meno eroici. Nel vederlo uscire a passo svelto, qualcuno del servizio di Concierge aveva notato che sotto l’enorme tendone color cammello si agitavano due gambette ignude, rifinite giusto da un paio di calzini corti di cotone bianco e scarpe di tela da tennis. La sorpresa, superato lo sbigottimento, si era tramutata prima nella convinzione che i pantaloni dello sciagurato fossero rimasti in camera, poi nell’inseguimento per avvisarlo. Lo smunto signore era stato fermato con un piede ormai sul taxi, ma aveva risposto con un candido sorriso, mostrando i dentoni al marinaretto. Con una rapida mossa, quasi da esibizionista, l’enorme paletot si era aperto su un fisico mingherlino sul quale la tee-shirt a nido d’ape cadeva dritta su un paio di pantaloncini da tennis di grande eleganza, con tanto di passanti e cintola, ma corti, anzi, decisamente corti, fino al ginocchio addirittura. Una mise mai vista prima.. La moda “uomo tennis” stava per essere riscritta. Henry Wilfred Austin fu a suo modo un campione, ma vinse solo in Coppa Davis. Raggiunse due volte la finale di Wimbledon, e una anche a Parigi, e fu sempre battuto. Fu il numero due, mai il numero uno. Si misurò con alcuni fra i più grandi tennisti della storia, ma non ebbe il fisico per contrastarli nei loro giorni migliori. Riuscì a batterne molti, non tutti però, e mai nelle sfide in cui sarebbe davvero servita. Eppure, finì per incidere sul tennis ben più dei suoi avversari, splendide macchine da guerra. Fu un giocatore innovativo, indicò alla moda del tempo strade mai percorse, inventò racchette futuribili e porto il tennis maschile sulle prime pagine dei rotocalchi, pulpito modaiolo riservato fin lì alle tenniste più amate, preferite dal pubblico per le belle gambe tornite che di tanto in tanto sfuggivano al rigore delle vesti finendo al centro delle foto più spericolate. DAI FUMETTI Lo chiamavano Bunny, il coniglietto. Era un vezzeggiativo affettuoso, a suo modo. Glielo confeziono il padre, antesignano dei “babbi da guardia” che hanno invaso il circuito moderno, testa dura come pochi nel pretendere che il figlio diventasse un campione. Sulle pagine del DailyMirror in quegli anni, godeva di buona fama una strip a fumetti sulle avventure di una famiglia sin troppo “allargata”. Il padre Pip era un cagnetto, mamma Squeakun pinguino, e il figlio, il piccolo Wilfred, un coniglietto dalle orecchie più grandi di lui che riusciva sempre a trarsi d’impaccio. Magro e sempre agitato, curioso e aggraziato nei gesti come il coniglietto avventuroso, anche l’altro Wilfred, il giovane Austin, era tutto denti sporgenti e orecchie a sventola. Il soprannome gli calzava a pennello. Altri nomignoli presero forma con l’avanzare della carriera tennistica. A Wimbledon non rinunciarono mai a chiamarlo Bunny, che presto sostituì Henry Wilfred sul tabellone del torneo, ma gli affiancarono un soprannome più importante e carico di aspettative, quello di Nijinsky… Vaslav Fomich ovviamente, il ballerino di origini polacche che incantava l’Europa. La questione, a quel punto, era a suo modo semplice: può un coniglietto danzante, capace di eseguire un Fouetté Tournant e di applicare al tennis i sacri principi di un Grand Jeté, imporsi nei Championships? La risposta fu un “no” secco. Ciò non impedì a Bunny Austin di porsi al centro del tennis. Spinto dai moniti paterni, era diventato tennista per forza di cose. I successi della sorella Joan, prima fra le speranze del tennis inglese, finirono per addensarsi sulle spalle del povero Bunny, chiamato dal padre a fare di più e meglio A cinque anni venne messo a palleggiare contro il muro della nursery, e siccome serviva una rete, fu deciso che il cavallo a dondolo avesse l’altezza giusta. Colpire il muro senza colpire il cavallo fu una delle idee fisse che accompagnarono Austin per tutta la carriera. Il problema fu che i muri, nella realtà, si chiamavano Elsworth Vines, Donald Budge, Jean Borotra, Fred Perry. Ed erano decisamente restii a farsi colpire. Finché si mosse in ambito giovanile, l’agilità nel guizzare da un punto all’altro del campo fu la sua arma in più. Bunny prese le mosse da un piccolo club vicino alla casa di Norwood, dov’era nato il 20 agosto 1906, nella zona sud di Londra. Alla Repton School giocò di nascosto a cricket, ma smise prima che il padre lo scoprisse. Riprese la racchetta e nel 1921, a quindici anni, vinse il singolo Under 16 nel torneo delle scuole pubbliche al Queen’s. Nel 1924, ormai universitario a Cambridge, ebbe i primi contatti con il tennis internazionale rappresentando l’Inghilterra in una sfida giovanile contro gli Stati Uniti a Eastbourne. In Davis venne chiamato la prima volta nel 1925, ma rifiutò su consiglio del padre, che non lo vedeva ancora “campione”. Fu un errore, e gli costò un’attesa di altri tre anni. L’anno dopo, nuovamente convocato per il match giovanile contro gli Stati Uniti, Bunny si presento del tutto impreparato. Non aveva grandi colpe… Lo sciopero generale del 1926 proclamato dal 3 al 12 maggio per andare in soccorso a 1 milione e 200 mila minatori sotto pagati, oggi considerato più brillante fallimento della protesta sindacale in Gran Bretagna, produsse nove giorni di blocco totale del lavoro, che se non scalfirono il governo mostrarono al mondo fino a che punto potesse spingersi la solidarietà fra lavoratori. Cambridge chiuse i battenti e Bunny rimase in balia degli eventi: parteggiava per i minatori ma non trovava un campo per potersi allenare. Giocò ugualmente, vinse, e il match – allungatosi oltre il dovuto – gli causo un generale affaticamento. I medici gli consigliarono di fermarsi, ma Bunny si era iscritto per la prima volta a Wimbledon e non voleva mancare. Ottenne una promettente semifinale, e la pagò cara. Nuove analisi stabilirono che anche il cuore aveva bisogno di cure. Lo stop, questa volta, gli venne imposto, e fu lungo un anno intero. FRED EGOCENTRICO Fu il 1929 ad aprire le porte all’età adulta del tennis di Bunny. Il suo stile piaceva agli inglesi, più di quello del grande Fred Perry, che coglieva vittorie a lui proibite. Non scoccò mai, fra i due, la scintilla di un’amicizia vera, compiuta. Troppo differenti… «Fred era un egocentrico e voleva oscurarmi», rivelò Bunny in un’intervista, «non lo faceva con cattiveria, era il suo carattere». Ebbero in comune gli studi in una scuola pubblica, agiata quella di Perry, figlio di un parlamentare laburista (e di tre anni più giovane), comune invece quella di Austin, che studioòper diventare agente di cambio e lavorare nel mondo di una finanza ormai scossa dal crollo della Borsa di Wall Street. I due stili, però, si completavano: Perry era aggressivo, andava in campo come alla guerra; Bunny aveva una naturale grazia atletica. Ed era un antimilitarista convinto. Un successo pieno, però, Bunny lo colse ugualmente, ma in un altro campo. Sulla motonave da crociera SRM Majestic della Cunard White Star Line che lo conduceva da Southampton a New York, per i suoi primi Nationals americani, conobbe Phyllis Konstam, attrice londinese che aveva da poco terminato le riprese di Blackmail, il secondo film girato per la regia diAlfred Hitchcock (il primo fu Champagne, nel 1928, poi vennero Murder e finalmente da protagonista, The Skin Game, nel 1931) e si stava recando a Broadway per la stagione teatrale al fianco di Laurence Olivier. Era bella, alla moda, combattiva, spiritosa. La scintilla, stavolta, dette fuoco alle polveri. I due fecero coppia fissa, insieme nella vita e sulle copertine dei rotocalchi. “La coppia più amata d’Inghilterra” scrivevano i quotidiani. Sempre al centro dell’attenzione, invitati da Roosevelt e dalla Regina Mary, circondati da amici non meno noti di loro: la scrittrice e poetessa Daphne du Maurier, Charlie Chaplin cui Bunny dava lezioni di tennis, Michael re di Romania, e anche la regina di Thailandia. Quest’ultima, anzi, volle giocare con Austin un «misto” che rischio di ridurre in briciole il cerimoniale della real casa, quando lui la incitò con modi sin troppo diretti: «Tua Maestà, corri o non corri?”. Wilfred e Phyllis si sposarono nel novembre del ’31, e per il Guardian fu “il matrimonio dell’anno”. Bunny cambio vita, scegliendo di vivere dove lo avessero condotto gli impegni di Phyllis, spesso in America. Tornava in Inghilterra per i tornei e la Davis, ma con un animo diverso dal passato, più forte e combattivo, risoluto. Nel 1932 raggiunse la prima finale a Wimbledon, trovando nell’americano Elsworth Vines un ostacolo troppo alto. «Mi spazzò via dal campo», raccontò in un’intervista 66 anni dopo, «mi ritrovai 6-4 6-2 6-0, e sull’ultimo punto mi finì con un ace». Fu in quello stesso anno, in una New York resa liquida da un sole cocente, che Bunny decise di dare un taglio netto ai pantaloni. «Tutta quella flanella sudata pesava terribilmente, mi sembrava di giocare trascinando un altro me stesso sulle spalle». Si presentò in pantaloncini e andò bene, piacquero. L’anno dopo a Montecarlo divennero immediatamente di moda. Ma per il “si” definitivo serviva l’assenso della Regina Mary, grande appassionata di tennis. Con coraggio Bunny si presento nella sua mise «da calciatore” nel 1933 a Wimbledon, e sul Centre Court calò il gelo. In quindicimila si volsero verso il Royal Box per la sentenza. La Regina non fece una piega. I pantaloncini erano stati approvati. Si dedicò poi alle racchette e ne progettò una mai vista prima. La chiamo Streamline e fu messa in produzione dalla fabbrica Hazells. Era a tre segmenti e aveva la forma di un catamarano. Il manico si divideva in due stecche arcuate che si ricongiungevano al piatto corde. «La palla viaggia più veloce», spiegò. Nel 1937 gli fu utile a Parigi, in una finale inaspettata che perse con il tedesco Henner Henkel (6-1 6-4 6-3). Nel 1938 lo condusse alla seconda finale dei Championships, contro un Don Budge lanciato verso il Grand Slam. Lezione memorabile… Bunny racimolò quattro giochi appena (6-1 6-0 6-3). Fu la Davis a indicargli la via per il riscatto. La giocò dal 1929 al 1937, 48 match in singolare (ne vinse 36), e al fianco di Perry (1933-1936) conquistarono la Coppa quattro volte, la prima in Francia le altre sull’erba di Wimbledon, due volte contro gli Stati Uniti, una contro l’Australia. Nel ’33, al rientro da Parigi con la Coppa sul treno più lussuoso delle ferrovie inglesi, ribattezzato The Golden Arrow, la Freccia d’Oro (partiva da Parigi come Fleche d’Or, veniva alloggiato sul traghetto Canterbury a Calais, sbarcava a Dover per completare il percorso fino a Victoria Station), furono accolti da 10 mila tifosi inglesi festanti. IL PACIFISMO Gli ultimi anni da stella del tennis, Bunny li impegnò sul fronte della guerra che bussava alle porte. Obiettore di coscienza, si uni all’Oxford Group di Frank Buchman sostenuto dagli arcivescovi di Canterbury e di York, che predicava il Moral Rearmament, la necessità di un “riarmo morale” delle masse che facesse da scudo a una guerra “inutile”. Austin si mise alla guida di un folto gruppo di sportivi (negli Stati Uniti aderirono anche Babe Ruth, Joe di Maggio e Jesse Owens) per una lunga serie di conferenze contrarie a ogni ipotesi di conflitto. […] Non mancó, nel 2000, alla parata del Millennio sul Centre Court invitato fra i campioni ancora in vita, lui che campione a Wimbledon non era mai stato. Fu la sua ultima apparizione. Se ne andò sei giorni dopo il suo 94° compleanno. Aveva cambiato il nostro sport, ma il titolo del Guardian lo salutò come “il più ammirevole fallimento” nella storia del tennis.


A Sonego sono fatali due tie break contro Isner (La Gazzetta dello Sport)

Prestazione di sostanza nonostante la sconfitta per Sonego a Miami, dove affrontava il primo top ten in carriera, John Isner, campione in carica del Masters 1000 della Florida. Lorenzo, numero 106 del mondo uscito dalle qualificazioni, affronta con personalità la sfida contro il n. 8 Atp, in una partita ovviamente dominata dai servizi (nessuna palla break concessa dall’americano, una sola dal torinese, annullata sul 5-5 del 2° set). Conseguente l’epilogo con due tie break, il primo dominato da Isner e il secondo controllato da Sonego fino al 5-3: lì l’allievo di Arbino pasticcia su tre punti, concede il primo match point, lo annulla e a sua volta si procura una palla set sul 7-6, annullata da un ace, prima di cedere. Fuori Nishikori, finalista 2016.


Mancano i re (Tuttosport)

Le prodezze di Thiem e Andreescu al torneo di Indian Wells hanno confermato una statistica sorprendente che accomuna i due circuiti professionistici del tennis. Dopo 3 mesi completi di stagione (il Miami Open assegnerà i suoi titoli tra il 30 e il 31 marzo) ancora nessun tennista è riuscito a vincere un titolo due volte. 32 i tornei disputati finora, 19 maschili e 13 femminili, con altrettanti campioni. Solo un caso? IL PUNTO DI NARGISO E FARINA Ne abbiamo parlato con due ex tennisti, due «talent” di SuperTennis che commentano molti dei tornei che il canale ufficiale della FIT trasmette in diretta. Diego Nargiso, finalista di Davis nel 1998, parla di ricambio generazionale in atto: «Nel tennis maschile stiamo attraversando una fase di transizione: se una volta cosiddetti Fab Four si prendevano tutto, allo stato attuale non c’è un dominatore. In più, le nuove generazioni non sembrano aver ancora fatto quel salto di qualità che le può portare al passo con l’eccellenza. Zverev ha vinto il Masters, ma non sa ancora esprimersi con continuità. Anche se per il futuro vedo più Tsitsipas e Auger-Aliassime». […] Nargiso parla anche di programmazione: «Prendete Novak Djokovic: ha vinto a mani basse gli Australian Open ma non si è ripetuto perché preferisce dosarsi. Il suo obiettivo è il Grande Slam, perciò Nole gioca meno gli altri tornei. Ecco che, quindi, alla fine giocatori come Monfils e Thiem, non più giovanissimi, riescono a vincere a Rotterdam e a Indian Wells». Nargiso vede punti in comune con la sua epoca: «Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 campioni come Lendl, Edberg e McEnroe erano in declino e fenomeni come Sampras eAgassi non ancora esplosi, da qui si imposero a grandi livelli ottimi giocatori come Chang a Parigi e Cash a Londra. Anche ora , seppur non ancora a livello Slam, assistiamo ad una ripartizione dei tornei in palio». A livello femminile situazione simile. Silvia Farina, numero 11 del mondo nel 2002, non appare sorpresa: «Da quando Serena Williams non è più quella che conosciamo la concorrenza ne ha approfittata. Ma si è alzato il livello generale». Per la Farina manca una specialista della superficie: «Al giorno d’oggi tutte le tenniste sanno giocare dappertutto, a prescindere dal cemento, dalla terra rossa o dall’erba. E poi la stagione è lunga e faticosa, perciò se dopo 3 mesi nessuna tennista ha saputo ripetersi dopo aver vinto un titolo è anche perché giocatore e team, ormai, guardano in prospettiva e preferiscono spalmare la programmazione senza disperdere energie». L’impressione, tuttavia, è che nelle prossime settimane con l’avvento della stagione sul rosso questo fragile equilibrio si spezzerà.

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Rassegna stampa

Sonego può sfidare Isner (Zanni). Roland Garros, il montepremi sale a 42,6 milioni di euro (Plazzotta)

La rassegna stampa di venerdì 22 marzo 2019

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Sonego può sfidare Isner (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Dalle qualificazioni al campione uscente John lsner. Lorenzo Sonego ha fatto in fretta a conquistarsi un posto sul nuovo Centrale dei Miami Open. E per garantirsi la possibilità di sfidare al secondo turno la testa di serie n. 7 del torneo, vincitore nel 2018 nell’ultima volta a Key Biscayne, il ventitreenne torinese ha sfoggiato ieri una prova impeccabile contro lo slovacco Martin Klizan che nel ranking lo precede di 58 posizioni (48 contro 106). Due set, 6-4 6-3, per raggiungere la seconda vittoria in carriera in un Master 1000, la prima sul veloce (l’altra risale all’anno scorso, a Roma). «La partita è stata molto buona – ha spiegato Sonego – non sono abituato a giocare a questi livelli, ma sono entrato in campo tranquillo, con una incedibile voglia di vincere. Devo dire che tatticamente ho disputato un incontro perfetto, impostandolo sul rovescio di Klizan, il suo punto debole, poi ho servito bene nei momenti importanti del match e ce l’ho fatta». Un successo importante, ma che non è arrivato per caso. «In questo momento – ha continuato l’azzurro – credo di star giocando il mio miglior tennis di sempre. Sono cresciuto in diversi aspetti, ho migliorato tantissimo la risposta, sono riuscito a impostare un gioco maggiormente offensivo, vado a cercare di più il punto, perchè a questi livelli nessuno regala nulla». Questa vittoria potrebbe rappresentare una svolta. «Adesso mi trovo bene sia sulla terra che sul veloce – ha aggiunto – è il primo anno che disputo tornei importanti, devo fare esperienza. Il mio obiettivo è crescere, devo migliorare nei punti deboli, sto lavorando molto sul rovescio e la risposta. Della classifica si parlerà più avanti». Prossimo avversario John Isner: «È un giocatore che basa tutto sul servizio e il primo colpo – ha concluso Sonego – quindi sarà li che dovrò contrastarlo. Ma anche tenere l’iniziativa e cercare di metterlo in difficoltà, dovrò fare io la partita, servire bene e stare attaccato ad ogni punto».

 

Roland Garros, il montepremi sale a 42,6 milioni di euro (Claudio Plazzotta, Italia Oggi)

Una corsa infinita ai rialzi, è quella dei montepremi dei tornei del Grande Slam, che anno dopo anno assicurano ai partecipanti dei bottini sempre più ricchi. Al prossimo Roland Garros i tennisti avranno a disposizione un prize money complessivo di 42,6 milioni di euro, in crescita dell’8% rispetto alla scorsa edizione. Gli Australian Open del gennaio 2019 avevano invece distribuito circa 39 milioni di euro, gli Us Open del settembre 2018 circa 46,3 milioni di euro, e Wimbledon del luglio 2018 un montepremi di 38 milioni. La tendenza degli ultimi anni è quella di accrescere il tesoretto soprattutto per aumentare i premi ai giocatori eliminati ai primi turni. E, come spiegato ieri da Bernard Giudicelli, presidente della Federazione tennis francese, e da Guy Forget, direttore del torneo, chi sarà eliminato al primo turno del Roland Garros 2019 si metterà comunque in tasca 46 mila euro (+15% sul 2018), e poi 87 mila per la sconfitta al secondo turno (+10%) e 143 mila euro per l’addio al terzo turno (+10%). Al vincitore andranno 2,3 milioni di euro, rispetto ai 2,2 milioni del 2018. Il torneo più generoso con chi trionfa è quello di New York, con i suoi 3,3 milioni di euro nel 2018, seguito da Australian Open (2,55 milioni nel 2019), e Wimbledon a 2,25 milioni (2018). Quanto ai fatturati complessivi dei quattro tornei del Grande Slam, gli Us Open sono di gran lunga primi con circa 300 milioni di euro a edizione tra diritti tv, biglietteria, ricavi pubblicitari, sponsorizzazioni e merchandising; il torneo londinese di Wimbledon è a quota 260 milioni (meno posti sulle tribune e una filosofia piuttosto respingente nei confronti degli sponsor); chiudono Melbourne e Parigi, entrambi di poco sopra i 200 milioni di euro.

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