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Quattro temi da Indian Wells

La sorpresa Andreescu, le trasformazioni di Naomi Osaka, lo strano cambio campo di Elina Svitolina e altro ancora sul torneo californiano

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Bianca Andreescu ed Elina Svitolina - Indian Wells 2019

3. Le trasformazioni tattiche di Naomi Osaka
Da Indian Wells 2018 a Indian Wells 2019. Nel giro di dodici mesi Naomi Osaka ha completamente modificato il suo status: da giovane promessa a leader del tennis femminile; da numero 44 del ranking a numero 1 del mondo. Osaka l’anno scorso aveva vinto il torneo, rivelandosi come una potenziale campionessa, confermando poi le aspettative a Flushing Meadows. Quest’anno invece è stata eliminata al quarto turno molto seccamente (6-3, 6-1) da Belinda Bencic. Ma al di là dei dati numerici, l’aspetto più interessante sono state le trasformazioni di gioco attraversate da Naomi in questo periodo. Legate ai cambi di coach.

Nel settembre scorso avevo provato a descrivere l’evoluzione tattica di Osaka durante il periodo di collaborazione con Sascha Bajin; un processo che a mio avviso si era cominciato ad apprezzare a Indian Wells 2018, e aveva avuto il punto di massima trasformazione agli US Open. Il primo Slam lo aveva infatti vinto mettendo in campo un tipo di tennis sempre più lontano da quello mostrato fino al 2017: un tennis che prevedeva scelte di gioco più prudenti, e la disponibilità ad affrontare scambi più lunghi.

Poi però c’è stato il secondo trionfo Slam, agli Australian Open 2019, arrivato con scelte tattiche un po’ differenti, attraverso un gioco che per alcuni aspetti mostrava un parziale ritorno alle origini, al periodo pre-Bajin. Avevo scritto subito dopo la vittoria a Melbourne: “La Osaka “newyorkese” a mio avviso proponeva un tennis più conservativo e meno rischioso, quasi scolastico; con la gran parte degli scambi condotti sulle diagonali, spesso conclusi in due modi affini: o dall’errore dell’avversaria o da un vincente ottenuto stringendo la stessa diagonale (peraltro dote tecnica di pochissime), senza dunque variare la geometria del palleggio. Invece la Osaka in versione australiana è tornata a cercare più spesso il vincente attraverso il cambio lungolinea: soluzione più complessa e rischiosa. Dico tornata perché questa era una caratteristica del suo gioco nel periodo da teenager, che però era stata limitata da quando aveva cominciato a collaborare con Sascha Bajin”.

 

E avevo anche provato a spiegare il perché di questi cambiamenti: “Di fronte a una colpitrice fenomenale come Naomi, Bajin ha proceduto per gradi. Innanzitutto c’era la necessità di dare ordine e razionalità al gioco, costruendo delle solide basi da cui partire per garantirsi uno standard sotto il quale non andare mai. Un livello medio grazie al quale si possono vincere le partite di routine, e limitare le controprestazioni. (…) Ma c’è la possibilità di andare oltre questo tipo di tennis, e Sascha Bajin lo sa, alla ricerca di picchi di gioco superiori. È il passaggio a un livello più alto. Però per fare questo occorrono ulteriori doti: tecniche, ma anche tattiche e mentali. Perché non basta saper eseguire i lungolinea, occorre anche saper scegliere quando vale la pena utilizzarli e quando no.”

Nel momento in cui avevo scritto queste parole, ancora non si sapeva che Osaka e Bajin si sarebbero separati; del resto dopo due Slam vinti consecutivamente era difficile immaginare che si stesse consumando un divorzio tecnico. Con il senno di poi, la spiegazione che avevo dato risulta del tutto sbagliata. Il cambiamento c’è stato ed è evidente: ma le cause sono altre. Direi piuttosto che si può interpretare il tutto così: la presenza di Bajin aveva impresso sul gioco di Osaka un segno sempre più profondo, raggiungendo il massimo alla fine del 2018, a New York; mentre sappiamo che già a Melbourne la loro collaborazione era meno solida, e la conseguenza di questo distacco si era percepita attraverso la differenza di impostazioni tattiche fra i due Slam vinti, con la parziale “retromarcia” australiana. Una retromarcia contenuta, che aveva permesso a Naomi di essere ancora vincente e forse più spettacolare che a New York.

E se c’era ancora qualche dubbio su questo percorso di ritorno alle origini, è stato definitivamente cancellato a Indian Wells 2019: il modo di stare in campo di Naomi (che nel frattempo ha appena cominciato a collaborare con Jermaine Jenkins) in California è apparso ancora più vicino alla Osaka “versione 2017”. Di conseguenza molta meno pazienza e disponibilità allo scambio lungo, frequente ricerca del vincente quasi immediato, spesso attraverso il lungolinea, anche in situazioni tecnicamente molto complicate.

Il problema è che questo tipo di tennis “prima maniera” per Osaka risulta efficace solo nei giorni perfetti: quando tutto funziona è travolgente, ma quando qualcosa si inceppa la sconfitta è dietro l’angolo. L’ulteriore retromarcia tattica avvenuta tra Melbourne e Indian Wells 2019 ha secondo me indicato la soglia oltre la quale non andare, per evitare che un tennis più rischioso diventi perdente.

Può darsi che Osaka percepisse come non adeguato al suo carattere (e forse anche al suo fisico) l’atteggiamento più conservativo messo in campo a New York, e abbia quindi sentito l’esigenza di tornare alle soluzioni più offensive di Melbourne. Ma dopo la sconfitta in California, mi auguro che Naomi valuti criticamente il processo pendolare seguito negli ultimi due anni, e sappia individuare quali sono i limiti tra prudenza e azzardo oltre i quali non spingersi, se non a prezzo di scendere drasticamente nel rendimento.

a pagina 4: Bianca Andreescu

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Halep serena, Serena no

A Wimbledon Simona Halep e Serena Williams hanno affrontato il torneo con motivazioni e stati d’animo differenti, che hanno inciso profondamente sul risultato finale

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Serena Williams e Simona Halep - Wimbledon 2019

Wimbledon 2019 ha offerto una finale inattesa con un risultato inatteso. Era difficile pensare che avrebbe avuto come protagonista Simona Halep, la campionessa detronizzata del Roland Garros, dove era stata eliminata da Amanda Anisimova. Ma era ancora più difficile ipotizzare che Halep avrebbe lasciato appena 4 giochi in finale alla favorita Serena Williams.

In quanti pensavano che Simona avrebbe fatto più strada sull’erba che sulla terra? Non i bookmaker per i quali c’erano sette giocatrici più favorite di lei, e un suo successo sarebbe stato pagato 18 volte.

Allora come è potuto accadere? A mio avviso la prima chiave del successo è stata la forza mentale. Nell’arco delle due settimane si è mostrata convinta, concentrata e molto continua; praticamente senza passaggi a vuoto.

La vittoria di Halep non ha avuto un punto di svolta: la sua candidatura è cresciuta gradualmente, partita dopo partita, diventando sempre più credibile. Anche i numeri lo confermano. Alla fine del torneo ha concluso con un bilancio di 14 set vinti e uno solo perso, quello del secondo turno nel “derby” contro Mihaela Buzarnescu (6-3, 4-6, 6-2). Match particolare, visto che Simona non aveva mai incontrato una connazionale in un torneo dello Slam. Buzarnescu è una giocatrice di talento sbocciata tardi a causa di mille problemi, ma da non sottovalutare. Un ostacolo impegnativo, anche se non quanto lo sarebbe stato prima del grave infortunio alla caviglia che ha tolto a Mihaela la condizione fisica del periodo pre-incidente.

Per il resto del torneo solo successi in due set, alcuni molto netti. A cominciare dal terzo turno contro Azarenka, che ha fatto capire agli scettici che Simona faceva sul serio e che non subiva la personalità di atlete più anziane ed esperte di lei. Eppure Halep in passato era andata incontro a grosse delusioni causate dalla fragilità mentale. Le sconfitte contro Ostapenko al Roland Garros 2017 o contro Wozniacki agli Australian Open 2018 testimoniano della sua difficoltà a dare il meglio quando conta di più.

Nulla di tutto questo è accaduto a Wimbledon 2019. Come mai? La mia ipotesi è che per la prima volta dopo diversi anni sia arrivata a Londra con più benzina nel serbatoio rispetto al passato, e anche rispetto a gran parte della concorrenza. In questa stagione ha consumato meno energie nei primi mesi di circuito: nei tornei sul rosso, ma non solo. Da quando Halep è diventata una delle tenniste di vertice in WTA, mai era accaduto che trascorresse i primi sei mesi dell’anno senza vincere un torneo. Paradossale ma non troppo: meno partite vinte (anche se questo non è positivo) significano anche meno match nella gambe e nella testa. Ma nel suo caso c’è stata un’altra novità, un fardello pesante da non portare più: il primato della classifica.

Ragionando sui risultati delle ultime stagioni di tennis femminile, comincio a pensare che nel grande equilibrio della attuale WTA lottare per mantenere il primato in classifica consumi moltissime energie. Forse troppe. E a Simona è accaduto questo: dopo che Osaka l’aveva scalzata dal vertice del ranking, rimaneva aperta l’evenienza di riprendersi la posizione. Ma a un certo momento della stagione le possibilità si sono azzerate, perché anche vincendo il Roland Garros (cosa che poi non è nemmeno accaduta) non avrebbe più potuto accumulare punti a sufficienza, dato che aveva in scadenza i 2000 punti del successo dell’anno precedente.

Con l’obiettivo del primato della classifica ormai irraggiungibile, per Simona si è aperto uno scenario alternativo. Meno orientato alla quantità dei punti, e più orientato alla qualità dei trofei. Senza arrivare alle logiche di Serena Williams (che ormai pensa solo agli Slam e i pochi tornei che disputa al di fuori li concepisce come pura preparazione al Major), anche Halep sembra essersi preoccupata meno della classifica e più del suo palmarès.

A Parigi si era presentata con la grande pressione legata al fatto di essere campionessa in carica. Ma a Londra aveva un ruolo meno in vista, e ha potuto condurre la prima parte del torneo lontana dalla luce dei riflettori che illuminavano le favorite.

È difficile dire se la “nuova” Halep sia nata al momento in cui ha perso la possibilità di tornare al numero uno della classifica o piuttosto il contrario: cioè che un nuovo approccio verso il tennis abbia cambiato le sue priorità, facendola concentrare di più sui grandi eventi e di conseguenza perdere il primato del ranking. Fatto sta che Simona si è presentata a Wimbledon con un atteggiamento differente: più sereno e rilassato.

E così ha fatto strada ai Championships con notevole sicurezza. Eppure il suo tabellone non era poi così banale: a dispetto del fatto che fino alla semifinale aveva evitato le teste di serie, ha dovuto fronteggiare due-tre avversarie da non sottovalutare.

Ho già parlato del netto successo contro Azarenka, con un risultato quasi impietoso per Vika, che ha perso 11 degli ultimi dodici game del match. Ma poteva trattarsi di una giornata storta. Che Simona fosse però molto solida si è capito più chiaramente nel match contro Cori Gauff: una partita in cui aveva tutto da perdere e che per questo poteva rivelarsi particolarmente insidiosa. E invece è accaduto l’opposto.

Mi rifaccio al commento sul match che ho scritto quella sera: “Halep ha interpretato la partita con grande esperienza e abilità. Ha sempre controllato la situazione e non si è fatta trascinare in un confronto emotivo, in cui il pubblico (pro Gauff) sarebbe potuto diventare un fattore. Molto lucidamente, ha approfittato degli alti e bassi di Coco. Davvero un esempio di tennis professionale nel senso migliore del termine” .

Una dimostrazione di solidità mentale prima ancora che tecnica, da tennista matura e consapevole della propria forza. Detto tra parentesi: con il senno di poi, va rivalutata la sconfitta di Gauff: con il suo 3-6, 3-6, ha raccolto contro Simona più game di Azarenka (battuta 6-3, 6-1), di Svitolina (6-1, 6-3) ma anche della stessa Serena (6-2, 6-2) in finale. Perché l’aspetto curioso è questo: Halep alle tre avversarie più prestigiose affrontate (Azarenka, Svitolina e Williams) ha concesso lo stesso esiguo numero di game: appena quattro.

a pagina 2: Il match più difficile

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La Cina a Wimbledon può tornare protagonista?

Agli ottavi è arrivata la Shuai Zhang. Al terzo turno Wang Qiang. All’inizio erano 5. Sapranno fare come Li Na e Zheng Jie?

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Zheng Jie, Wimbledon 2012

Day 5 di Wimbledon. Cominciano a ridursi i match e si scremano sempre di più le contendenti. A volte si può approdare al terzo turno anche grazie a un po’ di fortuna nei sorteggi, ma diventa sempre più improbabile andare oltre senza reali e consistenti meriti.
Rispetto allo scorso anno più teste di serie sono riuscite a confermare il loro ruolo di favorite: tre delle prime quattro della parte bassa sono ancora in corsa (la 3 Pliskova, la 7 Halep, la 8 Svitolina). Chi manca all’appello è Naomi Osaka (numero 2), eliminata da Putintseva, che poi al turno successivo ha perso contro Golubic.

Svitolina oggi ha eliminato Maria Sakkari (6-3, 6-7, 6-2), in una partita che si è complicata strada facendo, dopo che Elina aveva mancato due match point nel secondo set. Per chiudere ha avuto bisogno di un terzo parziale e complessivamente di addirittura 7 match point. È la seconda volta in carriera che Svitolina raggiunge il quarto turno: c’era già riuscita due anni fa, quando venne eliminata da Jelena Ostapenko. Ma per il momento non sono rimasto particolarmente colpito dal suo Wimbledon: ancora non mi convince. Senza naturalmente fargliene una colpa, ricordo che ha superato il turno precedente grazie all’infortunio di Margarita Gasparyan, che prima del guaio alla gamba sinistra era sul 5-5 secondo set dopo aver vinto il primo.

Sua prossima avversaria sarà Petra Martic, che ha sconfitto Danielle Collins 6-4, 3-6, 6-4. Non ho seguito la sua partita se non per qualche game tratto dall’archivio video della sala stampa. Di Martic voglio sottolineare però che mi ha impressionato nel match di esordio contro Jennifer Brady. Il secondo set vinto 6-3 è stato una delle migliori dimostrazioni di tennis su erba a cui ho assistito in questo torneo. E credo che Brady sia stata sfortunata nel sorteggio, perché giocando a quel livello qualche turno l’avrebbe superato. Si sapeva che Petra interpreta bene l’erba e trovarla ancora in corsa non è una sorpresa.

Avanza anche Karolina Pliskova, che oggi ha dovuto affrontare una avversaria davvero impegnativa: Hsieh Su-Wei (6-3, 2-6, 6-4). Non ho seguito il match integralmente (perché in parte sono andato sul campo di Muchova), ma per quanto ho visto penso sia stata la partita del giorno.

Due grandi talenti, differenti e speciali a modo loro. Pulizia, fluidità e capacità di generare velocità senza sforzo per Pliskova. Sensibilità, creatività, improvvisazione per Hsieh. Una cosa in comune però l’hanno: quando vogliono spingere, tutte e due fanno passare la palla a un palmo dal nastro. La tribuna stampa del Court 1 è laterale: una posizione infelice per valutare le geometrie di gioco, ma perfetta per apprezzare la cosiddetta “net clearence” delle traiettorie. Ebbene, alcuni scambi avevano un margine sopra alla rete prossimo allo zero, per cui si rimaneva con il fiato sospeso quasi a ogni colpo. Il tennis femminile può non piacere (è legittimo che ognuno abbia i propri gusti), ma questo genere di scambi sono davvero una sua esclusiva, visto che gli uomini (che sono più potenti) comunque lavorano di più la palla per avere un margine di sicurezza maggiore al momento di scavalcare la rete.

Ormai Hsieh dopo le imprese negli ultimi Slam (Australian Open 2018, Wimbledon dello scorso anno etc.), è diventata abbastanza popolare, e il pubblico ha incominciato ad amarla. Quando è in vena è capace di regalare un tennis semplicemente unico e oggi è uscita dal campo tra una valanga di applausi. Io nel frattempo mi chiedevo per quanto tempo ancora avremo la fortuna di poterla seguire, visto che ormai ha 33 anni compiuti (è nata nel gennaio 1986). Certo sorprende il fatto che abbia saputo compiere un salto di qualità proprio nelle ultime stagioni.

E chissà che finalmente non riesca a trovare uno sponsor anche nell’abbigliamento. Oggi parlavo di lei con Ubaldo Scanagatta: mi ha detto che conosce il suo manager, che è Paul McNamee (del famoso doppio australiano McNamara/McNamee). Allora gli ho strappato una mezza promessa: se nei prossimi giorni avrà occasione di incontrarlo gli chiederà perché Su-Wei usa vestiti senza sponsor. L’ipotesi è che ci siano di mezzo questioni geopolitiche (non scontentare il mercato cinese appoggiando un’atleta di Taiwan), ma così avremo una versione più attendibile.

Per Karolina Pliskova si prospetta un derby ceco, visto che la prossima avversaria sarà Karolina Muchova. Le due Caroline si sono già affrontate qualche mese fa agli Australian Open e allora fu una partita a senso unico (Muchova raccolse solo 5 game). Chissà se questa volta riuscirà a fare meglio. Oggi intanto ha battuto per la seconda volta nel giro di poche settimane Anett Kontaveit: l’aveva fermata al Roland Garros 2019 e si è ripetuta a Wimbledon (7-6, 6-3). Probabilmente Anett si augurerà di starne alla larga nei prossimi Slam.

Per quanto mi riguarda devo manifestare una certa soddisfazione per i risultati di Muchova, visto che l’avevo segnalata a inizio stagione come una giocatrice che ritenevo in crescita. Ha cominciato il 2019 da numero 144 del ranking e oggi con questo quarto turno è virtualmente numero 54. Su di lei spero di avere occasione di tornare prossimamente, perché possiede un tennis interessante e oltre tutto ancora in evoluzione. Tanto per dare una idea: contro Kontaveit ha perfino fatto ricorso al chip&charge, soluzione che ormai si può ritenere quasi estinta sui campi da tennis contemporanei.

Ha quasi passeggiato Simona Halep, contro una Azarenka fallosa e nervosa, che si è sciolta dopo i primi quattro giochi. Anche se mi aspettavo il successo di Simona (a dispetto delle indicazioni dei bookmaker) direi che la prestazione di Vika è stata la delusione di giornata. Perdere 6-3, 6-1 con un parziale conclusivo di 11 game a 1 è davvero negativo.

Halep si dovrà misurare con la nuova beniamina del Centre Court, Coco Gauff, che è sopravvissuta per un soffio nel confronto con Polona Hercog (3-6, 7-6, 7-5). Un match emozionante e intenso, ma qualitativamente inferiore a quello vinto contro Rybarikova. Come ho scritto nell’articolo di cronaca, la partita fin dall’inizio ha preso un indirizzo molto tattico e questo ha forse finito per imbrigliare anche mentalmente le due giocatrici, che si sono logorate in una lotta di nervi ed emozioni più che affrontarsi a viso aperto rischiando e spingendo la palla ai propri massimi.

L’ultimo ottavo è l’unico senza teste di serie. Dayana Yastremska l’ha spuntata nella parte di tabellone di Osaka: dopo aver eliminato Giorgi al primo turno ha sconfitto la testa di serie 27 Sofia Kenin al secondo e al terzo Victoria Golubic (7-5, 6-3). Risultato direi prevedibile, visto che a mio avviso Yastremska ha un tennis più adatto all’erba di Golubic, e il fresco precedente di Eastbourne (6-4, 6-1 per Dayana).

L’avversaria di Yastremska sarà Zhang Shuai, che ha superato in rimonta Caroline Wozniacki. Dopo un avvio disastroso (0-4 in pochi minuti) ha cominciato a spingere a tutta e ha finito per rovesciare prima l’inerzia del set poi il pronostico di partenza (6-4, 6-2). E a dimostrazione della qualità del suo match è riuscita a chiudere con un saldo vincenti/errori non forzati positivo di +3 (26/23).

La vittoria di Zhang mi ha fatto ragionare sul rapporto fra il tennis cinese e Wimbledon. Nel preparare l”articolo di presentazione del torneo, ho notato gli scarsi risultati delle attuali tenniste cinesi nello Slam sui prati. E mi pareva piuttosto illogico, visto che, pur con le naturali eccezioni, di solito le cinesi si muovono molto bene, agili e reattive. Spesso cercano l’alto ritmo e amano colpire la palla basandosi sull’anticipo. Tutte qualità che l’erba dovrebbe esaltare.

Era il modo di interpretare il tennis di Li Na che, anche se non ha mai vinto in carriera sull’erba, vantava due finali a Birmingham e i quarti a Wimbledon (tre volte). E soprattutto questo tipo di tennis era il marchio di fabbrica di Zheng Jie, che a Wimbledon aveva raggiunto la semifinale nel 2008 (battuta da Serena) e poi nel 2012 aveva sfoderato una prestazione memorabile ancora contro Serena, quando aveva perso al terzo turno per 6-7, 6-2, 9-7. Una partita da cineteca per l’impressionante mobilità mostrata sui prati, da proiettare a ciclo continuo nelle scuole tennis.

Tenendo presente tutto ciò, alla vigilia di questo Slam mi chiedevo come mai una tennista come Wang Qiang si presentava al via con appena una vittoria  in quattro partecipazioni. Le cose stanno andando meglio in questi giorni (è ancora in corsa e se la vedrà con Elise Mertens), e non sono sorpreso.

Ma come mai i primi timidi risultati arrivano solo ora? Forse la stagione dell’erba dura troppo poco per chi si è formata sul cemento, e quindi manca proprio il tempo materiale per mettere in atto i piccoli aggiustamenti che richiede la superficie. Ma con un po’ più di esperienza continuo a pensare che il rendimento medio delle attuali Cinesi sia destinato a crescere. E chissà, forse potrebbe anche arrivare un exploit, anche se probabilmente nessuna tennista di questa generazione è in grado di raggiungere i picchi di rendimento di Zheng Jie.

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Gauff, Anisimova and Co: futuro roseo per il tennis USA

Dopo anni senza ricambi alle spalle delle sorelle Williams, il tennis USA può aprire una nuova era

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Amanda Anisimova - Wimbledon 2019

Il Day 3 di Wimbledon è stata una giornata che ha avuto la maggior parte degli scossoni alla fine. Sino alle cinque del pomeriggio le partite più o meno avevano seguito le previsioni, le teste di serie avevano tutte vinto, e la notizia che spiccava di più era quella dell‘infortunio a Margarita Gasparyan, costretta al ritiro quando era in vantaggio di un set e stava affrontando le fasi decisive del secondo set contro Elina Svitolina.

Stavo seguendo il loro match dal vivo: l’infortunio è arrivato in modo del tutto inaspettato, su un atterraggio dopo lo stacco del servizio. Non era nemmeno una prima, era una seconda palla, eppure tanto è bastato per doversi fermare definitivamente. Margarita al momento di servire era proprio nella parte di campo sotto la tribuna stampa, a pochi metri da noi: non ha emesso nemmeno un lamento; all’inizio è stata una semplice smorfia, nulla di più. Poteva sembrare un segno di insoddisfazione, visto che aveva commesso doppio fallo. Ma poi la smorfia si è accentuata, si è accasciata a terra e le cose sono precipitate sino al ritiro.

Fino a quel punto Gasparyan aveva disputato un ottimo match, tanto che malgrado gli ultimi due game abbiano un po’ “sporcato” le sue statistiche ha chiuso con un saldo di +9: 33 errori non forzati e ben 42 vincenti. Ora non rimane che sperare che il problema non interessi il suo martoriato ginocchio e che possa recuperare prima possibile. Certo che doversi ritirare in una situazione del genere è davvero crudele.

Gli ultimi match di giornata hanno offerto le maggiori sorprese, e a conti fatti le teste di serie eliminate sono state tre: la 12 Sevastova (4-6, 6-4, 6-3 da Collins), la 17 Keys (6-2, 6-4 da Hercog), la 27 Kenin (7-5, 4-6, 6-3 da Yastremska).

A mio avviso la grande sorpresa è quella di Keys. Mai avrei pensato che sull’erba una tennista con le sue armi avrebbe perso da una specialista della terra come Polona Hercog. Hercog ha 28 anni compiuti e ha giocato per la prima volta a Wimbledon nel 2009. Eppure solo una volta era riuscita ad approdare al terzo turno. Che si ripetesse proprio ai danni di Madison Keys mi sembrava impossibile. Purtroppo non ho visto il match e quindi non posso pronunciarmi con cognizione di causa. Le statistiche parlano di 32 errori non forzati di Keys a fronte di appena 12 vincenti. Numeri molto deficitari per una come lei.

Ma a fine giornata il centro della scena se lo è preso di nuovo Coco Gauff, che ha superato brillantemente l’esame Rybarikova. Rimando all’articolo sul match per i dettagli di cronaca. Qui piuttosto sottolineo le parole di Rybarikova, che probabilmente non troverete altrove, per una bizzarra scelta degli organizzatori di Wimbledon.
Gauff e Rybarikova, infatti, sono state programmate per l’incontro con la stampa esattamente alla stessa ora. Grazie al fatto che Ubitennis ha più inviati a Londra siamo comunque riusciti a seguire entrambe. Ho scelto di andare dalla perdente, e a parlare con Magdalena ci siamo ritrovati in due soli giornalisti. Quello che ha dichiarato però non è stato qualcosa di ordinario, visto che si è seriamente sbilanciata: “Gauff può diventare numero 1 del mondo e vincere Slam”.

Ricordo che Rybarikova è una giocatrice super-esperta, che ha affrontato centinaia di avversarie. E stava parlando con un giornalista slovacco e con uno italiano; non c’erano americani presenti, dunque non aveva alcuna ragione “diplomatica” per esagerare negli elogi alla sua avversaria. E sottolineo che la frase più forte che ha espresso non è frutto di una domanda che l’abbia in qualche modo imbeccata, ma una valutazione fatta al termine di una domanda sul suo match.

A conti fatti, direi che questa giornata ha espresso risultati solo apparentemente in contraddizione. Mi spiego: due delle tre teste di serie cadute sono statunitensi: Keys e Kenin. Tuttavia non si può certo parlare di debacle, visto che gli americani si sono rifatti con le imprese di Danielle Collins e soprattutto di Gauff.

Il tennis USA dopo alcune stagioni in cui dietro alle sorelle Williams c’era praticamente il vuoto (e spiccavano le belghe, le serbe, le russe), è tornato in una posizione di rilievo proprio per quanto riguarda le teenager considerate con il futuro più radioso.

Anche se qualche rischio mi pare ci sia: la sovraesposizione mediatica. Qui a Wimbledon il massimo dell’attenzione è riservato alla quindicenne Coco Gauff, e in modo anche del tutto legittimo. I giornalisti però non si accontentano del tennis e sono alla caccia di qualsiasi genere di informazioni. E allora le hanno chiesto che genere di filmati guarda su Youtube (se vi interessa: ha detto che sono i tutorial di trucco e i blog con “esperimenti sociali”), quali sono le Celebrities che si sono messe in contatto con lei (risposta: Navia Robinson e Storm Reid), se pensa di assomigliare a Kawhi Leonard nel modo di affrontare le partite, etc etc.

In questi giorni un grande talento come Amanda Anisimova sembra già quasi finita nel dimenticatoio. Del resto ormai è anziana: diciassette anni… Anche per queste situazioni penso abbia fatto bene la WTA a porre dei limiti di partecipazione ai suoi tornei in base all’età, scottata dalle esperienze negative di tenniste come Jennifer Capriati ma anche, in precedenza, Andrea Jaeger.

Resta il fatto che in questo momento ci sono 13 tenniste USA in top 100 e Gauff curiosamente non è fra di loro, visto che per il momento è virtualmente salita dal numero 313 al numero 182. E se le attuali giovanissime manterranno anche solo in parte le promesse, il tennis a stelle e strisce potrebbe tornare a vivere una nuova stagione di leadership, come accaduto negli ultimi decenni del secolo scorso.

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