World Padel Tour, nuove coppie debuttano a Marbella. Carraro: "Vogliamo il padel alle Olimpiadi"

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World Padel Tour, nuove coppie debuttano a Marbella. Carraro: “Vogliamo il padel alle Olimpiadi”

L’infortunio di Mapi Alayeto segna il primo appuntamento della nuova stagione. Il presidente FIP incontra i vertici del World Padel Tour

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Luigi Carraro e Mario Hernando (foto via Twitter @WorldPadelTour)

In presenza della leggenda del tennis spagnolo Manolo Santana è partita la stagione 2019 del Wolrd Padel Tour. A Marbella, presso il Palazzo dello Sport San Pedro de Alcantara, Santana ha incontrato due pilastri del padel quali Paquito Navarro (per il circuito maschile) e Carolina Navarro (per il femminile). Paquito Navarro è uno dei tanti giocatori che durante la pausa invernale hanno deciso di cambiare compagno in vista della nuova annata. Navarro nel 2019 giocherà assieme a Juan Lebron, separandosi definitivamente da Juan Martin Diaz. Lebron lascia invece Belluati, che curiosamente ha giocato il Masters di fine anno assieme a Navarro. Juan Martin Diaz ha scelto Agustin Tapia per la nuova stagione. Confermatissime le altre coppie di rilievo, tra tutte Belasteguin e Lima, pronti a riprendersi lo scettro del World Padel Tour.

Anche nel femminile ci sono delle novità al vertice. Marta Marrero (che fa parte del Circolo Canottieri Aniene di Roma) e Alejandra Salazar si sono sperate dopo un grande 2018. Marrero continuerà a giocare assieme a Marta Ortega, formando così la coppia de “Las Martas” (le due Marte, come sono già state soprannominate in Spagna). Alejandra Salazar ha scelto invece di ripartire da una giovane promettente, Ariana Sanchez. Confermatissime Lucia Sainz e Gemma Triay, dopo un’ultima stagione di luci e ombre, e Mapi e Mayo Alayeto.

 

Tuttavia le gemelle atomiche non erano ai nastri di partenza del Masters di Marbella, primo appuntamento del calendario 2019. Mapi si è fatta male alla spalla e starà fuori almeno fino a metà giugno. Mayo perciò ha dovuto giocare per la prima volta in carriera un torneo assieme a un’altra compagna. Ha scelto l’argentina Delfina Brea e il risultato è stato tuttavia discreto. La nuova coppia Alayeto/Brea si è spinta sino alle semifinali, prima di cedere nettamente a Salazar e Sanchez. Nella parte bassa del tabellone Triay e Sainz si presentavano da prime favorite, ma sono cadute a sorpresa nel match d’esordio, aprendo la strada a Marta Marrero e Marta Ortega. ‘Las Martas’ sono arrivate con facilità all’atto finale e hanno alzato il primo trofeo dell’anno (e primo assieme) contro Salazar e Sanchez. Grazie a questo risultato e all’assenza di Mapi Alayeto, Marrero e Ortega saranno la prima coppia del seeding nell’Open di Logroño, sopravanzando Triay e Sainz.

Il torneo maschile è stato conquistato da Sanyo Gutierrez e Maximiliano Sanchez, vincitori per 6-1 7-6 nella finale contro Navarro e Lebron. La nuova coppia può ritenersi soddisfatta del suo debutto nel Tour dal momento che sulla strada verso la finale è riuscita a battere Belasteguin e Lima. C’è da segnalare anche l’ottimo risultato di Lucas Bergamini e Lucas Campagnolo. La coppia del CC Aniene si è spinta sino ai quarti di finale per poi uscire di scena contro Bela e Lima.

Il tabellone maschile di Marbella
Il tabellone femminile di Marbella

PADEL ALLE OLIMPIADI?– Giovedì quattro aprile è stato un giorno impegnativo per le figure di vertice del padel internazionale. Il neo-presidente della Federazione Internazionale Luigi Carraro ha incontrato a Madrid il direttore generale del World Padel Tour Mario Hernando per discutere dei futuri progetti che le due federazioni dovranno portare avanti. Dal momento in cui Carraro è stato eletto, FIP e WPT hanno deciso di collaborare per rendere il migliore il mondo del padel. Queste le sue parole: “Il padel ha bisogno di una stretta collaborazione tra FIP e Wolrd Padel Tour. Entrambe le parti desiderano che il nostro sport cresca in salute e stiamo lavorando per questo. Credo che questo rapporto ci aiuterà per raggiungere il nostro principale obiettivo, che è rendere il padel una disciplina Olimpica“.

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Pagelle: a Montecarlo Nadal sbianca e Fognini sbanca

Fabio Fognini trionfa a Montecarlo detronizzando un Nadal rosicone, Lajovic sorprende. Djokovic torna dal guru e ricominciano i guai. Sonego trai grandi e l’Italdonne è in C

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Qualcuno lo aveva detto. Per i malfidati, whatsapp manent. Quando abbiamo saputo (prima dell’inizio del torneo) che il Direttore per la prima volta nella vita avrebbe lasciato un torneo prima della sua conclusione, abbiamo sentenziato: “Vedrai che Fognini vincerà il torneo…”. Purtroppo quando lanciamo questi proclami, dimentichiamo sempre di passare dalle agenzie di betting.


E insomma, il Fabio Fognini (10 e lode) che sembrava in crisi totale e che per cinque volte è andato ad un punto dal 1-5 nel secondo set contro Rublev (10…senza la sua collaborazione staremmo parlando di altro), prima di salvarsi con un ace di seconda (!) e approfittare del ko della bestia nera Simon (10 pure a lui…) ha finito per mettere in riga Zverev (4,5), Coric (6) e nientepopodimenoche Rafa Nadal (5) giocando un tennis da favola e scrivendo una pagina storica per il tennis italiano.

 

L’immagine più bella è quella di papà Fufone, strenuo difensore di Fabio dagli haters twittaroli (qualcuno travestito addirittura da giornalista), immobile e in lacrime dopo il match point, incapace di proferire alcunché. “Adesso posso anche morire” ha scritto papà Fognini dopo il match e invece magari il meglio deve ancora venire. In fondo l’esempio Fabio ce l’ha in famiglia, con Flavia capace di portare a casa Indian Wells prima del trionfo di New York: mai porre limiti al provvidenza divina, soprattutto a Pasqua.


Quello che è molto triste invece è il balletto scatenatosi sin dopo la semifinale, tra i denigratori di Fognini –  “Vince solo perché gli altri sono cotti” oppure “Fognini in finale a Montecarlo è la dimostrazione della crisi del circuito maschile” – e gli ultrapatriottici  del “adesso non salite sul carro”.  Come disse lo scriba una volta al Foro mentre c’era una partita di calcio all’Olimpico in contemporanea con urla belluine e sul Centrale un paio di mentecatti fischiarono  l’arbitro per una chiamata dubbia: “C’è un’osmosi di cattive maniere dal limitrofo campo di pallone”. Mitico Gianni. Tra poco tornerà anche Dio Roger a giocare sulla terra e purtroppo si porterà dietro i suoi ultras: si salvi chi può.


E dunque è stata una buona Pasqua ma non un buon Nadal (cit. Rdo). Va detto che Rafa non ha contribuito al trionfo del FairPlay con il suo “Ho giocato la peggiore partita degli ultimi quattordici anni”: si rosica pure dalle parti di Manacor ogni tanto. Certo, un Nadal che dichiari che “tornare ad allenarsi domani sarà difficile” fa un po’ specie, ma mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ammazzato, e Parigi resta sempre un’altra storia.


Dusan Lajovic (9) è arrivato ad un passo dall’impresa della vita e non sono serviti  a fermare Fabio neppure i consigli dell’ex Perlas. L’onore serbo è comunque slavo anzi salvo anche per questo torneo, nonostante la nuova défaillance di Novak Djokovic (4,5):  occhio però, nel box di Nole si è rivisto il Guru Pepe Imaz, e se il buon giorno si vede dal mattino…
Abbiamo detto di Sascha Zverev, spazzato via da super-Fabio e così  turbato da dimenticare l’inglese e concedersi solo ai giornalisti tedeschi: quando vincono sono tutti simpatici e poliglotti, chissà perché.La nuova moda di questo 2019 è comunque il Toilette-break (1) dopo ogni set con soste anche di dieci minuti: vuoi vedere che a Montecarlo non sanno cucinare? Vedremo gli effetti della Paella a Barcellona e della Amatriciana al Foro se comporterà la sospensione delle partite…


Marco Cecchinato (6,5) non è più il numero uno d’Italia ma è sulla strada buona per tornare ai fasti del 2018 e la sua rivalità con Fabio può solo fare bene. In più è sbocciato Lorenzo Sonego (8) a completare una settimana da urlo per il nostro tennis. Maschile, si intende, perché le azzurre di FedCup sono precipitate in C, senza grandi speranze di risalire. Dal granata Sonego alla Torino delle Finals il passo è breve e  dopo un infinito balletto pare che l’ufficialità sia alle porte. Nei giorni in cui si festeggia l’ottavo scudetto bianconero qualche orfano della Champion’s potrà però avere degli incubi al pensiero che la parola Finali possa essere accostata a Torino.


Dal fronte giovani questa settimana viene fuori Medvedev (8) come primo degli eletti, ma forse ha perso una chance, mentre Tsitsipas (5,5) ha balbettato e Shapovalov (5) deluso. Ma stavolta possiamo dirlo tutti insieme, ha vinto Fabione nostro e “questa NextGen è una cazzata”.

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Editoriali del Direttore

Fognini come Panatta: la storia si ripete

A gran richiesta, parlo della vittoria di Fognini. Che io sappia Giovan Battista Vico non ebbe mai modo di impugnare una racchetta. E i suoi corsi e ricorsi non furono prodezze atletiche. Però, però, però…

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Fabio Fognini (trofeo) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 1976 fu l’anno magico di Adriano Panatta e un po’ di tutto il tennis italiano che dagli anni di Pietrangeli e Sirola a cavallo degli anni Sessanta non aveva brillato granché. Quasi un’era geologica per quei tempi in cui il tennis era ancora sport d’élite, praticato da pochi Paesi e l’Italia della racchetta grazie a quei due, ma anche a Beppino Merlo, Fausto Gardini e prima di loro a De Morpurgo, De Stefani, Cucelli e i Del Bello, si era fatta rispettare in campo internazionale.

Dopo quasi tre lustri di penombra agonistica, se non proprio di oscurità, toccò a un giovane romano di grande talento, figlio di Ascenzio custode del TC Parioli, rischiarare con vari sprazzi di luce le prospettive di un tennis nel complesso assai poco azzurro. Fra i suoi 20 e 25 anni, quel bel ragazzo romano de’ Roma che in piena epoca di Dolce Vita piaceva tanto alle donne (anche se talvolta eccedeva un po’ nei modi un po’… arrogantelli da bulletto), aveva fatto vedere lampi di vera classe giocando un tennis magnifico, spettacolare e battendo nelle giornate di vena alcuni dei migliori tennisti del mondo: Orantes, Nastase, Borg, Rosewall, Connors. Innamorandosi dei suoi gesti tecnici, della loro varietà ed originalità perfino in un’epoca in cui nessuno dei grandi giocava in modo simile agli altri, gli si rimproverava una sola cosa: la discontinuità. La sporadicità di quelle giornate di vena.

 

Non c’era chi non lo temesse, perfino Bjorn Borg, il più forte tennista del mondo di allora – certamente sulla terra rossa anche se cinque trionfi sull’erba di Wimbledon sottolineavano la sua completezza – sapeva che un Adriano Panatta in giornata di vena avrebbe potuto farlo precipitare nel polvere rosso tritata. E accadde più di una volta, anche in teatri importanti. L’Orso Borg partecipò a otto Roland Garros, ne vinse sei. Da chi perse quelle sole due volte? Da Adriano Panatta.

Sì, era già successo nel 1973. Ma, come detto, fu il 1976 l’anno magico di Adriano Panatta. Trionfò nel torneo cui teneva di più, nella sua Roma vicino casa sua. Per dar vita a un’impresa sportiva ci vuole tanta forza, fisica e mentale, tanto coraggio e – come avrebbe detto in una sede principesca 43 anni dopo un altro grande della racchetta – anche un bel po’ di… culo.

Fino a quella memorabile settimana al Foro Italico, Adriano aveva collezionato tanti scalpi importanti, diversi tornei minori, ma mai ancora un grande torneo sebbene tutti gliene attribuissero il potenziale ad hoc. Ma non era mai favorito fino in fondo. Tutti sapevano che poteva vincere contro chiunque, ci speravano, ma accadeva solo talvolta. E troppe volte accadeva il contrario, rispetto alle aspettative di chi si era innamorato del suo modo di giocare. Scriveva su Ubitennis Fede Torre – vi invito a rileggerlo – poco tempo fa: “uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente trova in lui. È un destino riservato a pochi, il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più”.

Panatta in tribuna – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche quella settimana sembrava proprio che non dovesse accadere. Contro un australiano di retroguardia, non certo uno dei grandi Aussies che hanno fatto la storia del tennis, tal Kim Warwick, talentuoso la sua parte – la settimana prima ad Amburgo aveva battuto Kodes – ma pazzerello ai confini dell’isteria in certi frangenti, Adriano si imbatte in una apparente giornata no. Fin quasi alla doccia. Warwick può giocarsi – non è uno scherzo – 11 match point. Dieci sul proprio servizio a partire dal 5-2 40-15, poi altri tre in quel game. Altri sul 5-4 40-0. Ripeto perché li annotai uno per uno, non è uno scherzo. Un paio furono scambi corpo a corpo, ravvicinati, da cardiopalmo, il pubblico impazzì: ‘Adriaaanooo Aaadriaaanooo!’. Chissà come, Panatta rovescia una giornata di non vena in una giornata lucidamente folle, in cui comincia d’incanto a rispondere divinamente, a giocare dei passanti incredibili contro l’australiano che si attacca alla rete con la forza della disperazione, match point dopo match point. La risposta, il passante, non erano mai stati i punti di forza di Adriano, eppure miracolosamente e improvvisamente quel giorno lo diventano.

Fortuna, culo, quindi? Beh, anche, ma anche no, perché poi Adriano infila una magnifica sequenza di vittorie, contro giocatori fortissimi sulla terra battuta. Stentòa ancora contro Tonino Zugarelli, romano anche lui ma… trattato come uno straniero dal pubblico di Adriano così spesso ingeneroso. Poi è la volta di Franulovic, sì, il direttore oggi del torneo di Montecarlo, quindi il “sorcio” americano Solomon che si ritira per proteste per una chiamata arbitrale in vantaggio 5-4 nel terzo set. Poi Adriano travolge Newcombe, entusiasmando, e infine raggiunge l’apoteosi battendo in finale Guillermo Vilas che sui campi rossi era, dopo Borg, decisamente il più forte e il più continuo del mondo. Lo mette k.o. In quattro set. Pandemonio. In quel torneo c’erano sette dei dieci tennisti più forti del mondo. Si poteva parlare ancora di fortuna? Certo che no. In ogni vittoria, salvo alcune di Borg e Nadal al Roland Garros, per restare sul pianeta terra rossa, c’è sempre un po’ di fortuna.

La farò più breve con Panatta al Roland Garros. Anche li sembrava tutto fuorché il suo torneo. Al primo turno contro il ceco Pavel Hutka appare in giornata no per quasi un intero match e salva miracolosamente con un tuffo prodigioso un match point. Un altro Panatta gioca la seconda parte del match. E lo vince in carrozza dando spettacolo. In semifinale e finale batterà due piccoletti irriducibili che si assomigliano tantissimo, per struttura fisica e tennis, rovescio bimane capace di cross strettissimi, un servizio così così, mai a rete salvo che per stringere la mano a fine partita. Pur sempre due top 10 di grande regolarità e continuità. Ma il capolavoro era arrivato nei quarti, quando la vittima era stata la più illustre, dominata con smorzate mascherate da finti attacchi in chop, attacchi in controtempo, serve&volley improvvisi. Bjorn Borg, il più forte tennista di sempre sulla terra rossa, prima dell’avvento di Nadal, era sembrato perfino impotente. I parigini si erano entusiasmato per il tennis brillante, fantasioso, vario, di Panatta non meno dei romani al Foro Italico.

Panatta avrebbe raggiunto prima a Roma e poi a Parigi il suo best ranking. Quando già qualcuno dubitava che ce l’avrebbe mai fatta a salire così in alto, per via di quella sua incapacità a mantenere i pronostici favorevoli. Io a Firenze, un torneo che ha anche vinto, l’ho visto mio malgrado perdere da carneadi quali il boliviano Benavides, gli americani Winitski e Fagel, l’australiano Dibley.

Beh, Giovan Battista Vico sarà certo d’accordo con me, laddove si trova. La storia di Fabio Fognini ricorda moltissimo quella di Adriano Panatta. Al quale, in termini di talento e potenziale, l’ho spesso confrontato, scrivendo a più riprese che negli ultimi 40 anni il tennis italiano non ha avuto un tennista più forte e talentuoso di lui.

Da quasi dieci lui senza vincere alcun grande torneo è costantemente fra i primi 20 del mondo e per anni tutti si aspettavano che sarebbe riuscito a entrare tra i primi dieci. E perché non ci sia riuscito il primo a dirlo è sempre stato lui: un problema di testa, non certo di gioco. Il suo tennis è stato sempre più piacevole a vedersi, nelle giornate di vena, di tanti top 10. Non c’è bisogno di far nomi.

Ora, come al Foro Italico 43 anni fa, ecco che a Montecarlo accade quel che era stato annunciato mille volte senza che mai accadesse. Cronaca di un evento annunciato. È sull’orlo del baratro contro Rublev (non vale i Safin e i kafelnikov, ma è stato capace di raggiungere i quarti allUs Open da teenager): pazzerello come Kim Warwick. Ma meno coraggioso, o incosciente, di Fognini che mette a segno un ace con la seconda palla su una delle cinque palle break che Rublev non trasforma per andare a servire sul 64 5-1.

Dopo quel miracoloso e fortunato salvataggio Fognini è ancora più fortunato perché gli si ritira senza scendere in campo il francese Simon che lo aveva battuto cinque volte su cinque. Poi però dà una lezione di tennis al n.3 del mondo che in due precedenti confronti gli aveva lasciato sei game per match. Spettacolo puro. Grande show che prosegue con Coric dopo un primo set giocato dal cugino di Fognini. Ma gli altri due li gioca come sa solo lui. Ed ecco Borg in semifinale, pardon Nadal. Rafa come Bjorn sa che con Fognini in vena si può perdere. Gli è già successo tre volte. Una addirittura nonostante due set di vantaggio e non in un torneo qualsiasi: all’US Open.

Fognini vs Nadal inizio match – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

È nervoso Rafa, appena le cose non si mettono troppo bene per lui, perché sa di non essere al top, non ha giocato particolarmente bene al ritorno dall’infortunio di Indian Wells. Mentre Fognini è in una di quelle giornate in cui gli riesce tutto, anche i bambini con i baffi. Passano i punti, i game, e Fognini è l’unico che dà davvero spettacolo, tennis magnifico. Mentre Nadal affonda sempre di più nella sua giornata no. Quel Fognini oggi è imbattibile, il più forte, inarrestabile. Addirittura Nadal evita per un soffio l’umiliazione estrema, un 6-0 che il più forte tennista del mondo sulla terra battuta dai tempi di Borg non poteva mettere in preventivo neppure se si è ormai convinto, suo malgrado, di aver giocato male, malissimo.

Ma quanto è il merito di Fognini? Di sicuro grande, grandissimo. Fantastico. Come Panatta contro Borg.

E come Panatta Fognini non si distrae, questa volte – a differenza di tutte le altre tre volte post Nadal quando aveva immancabilmente perso – e batte anche Lajovic, senza farsi travolgere dalla pressione di non dover mancare l’opportunità che pare unica. Anche per Panatta battere prima Dibbs e poi Solomon nella prima grande, grandissima finale, era stata la stessa cosa, la stessa angoscia della vigilia.

Vinse, anzi trionfò. Conquistò il plauso del mondo, l’ammirazione sconfinata di tutti, per il modo in cui vinceva, per il modo in cui giocava. Conquistò il best ranking. E da quell’exploit tutto il tennis italiano ne trasse giovamento. Fu solo il primo, i primi due. A Fabio ora manca solo il secondo, ma quasi nessuno dubita più che arriverà; lui saprà’, a 32 anni rotto finalmente il ghiaccio, reggere la pressione di giocare da favorito e campione quale certamente è anche uno dei prossimi tornei. L’Italia del tennis – non mi parrebbe però giusto non ricordare, perfino in questo momento, che i suoi comportamenti non sono stati troppo spesso all’altezza del suo tennis – gli deve dire dire grazie e dirsi fortunata di aver avuto in questi dieci anni un tennista, un campione, come lui. Il migliore, come mille volte scritto, dai tempi di Panatta nell’arco di 40 anni. Adriano re di Roma, Fabio principe a Montecarlo. 

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Fed Cup

Fed Cup: super Barty e Stosur, Australia in finale

A Brisbane Barty travolge Sabalenka ma Azarenka pareggia i conti battendo la Stosur. Decide il doppio, padrone di casa in finale dopo 26 anni

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Team Australia - Fed Cup 2019 (via Twitter, @FedCup)

FED CUP, Semifinale
AUSTRALIA-BIELORUSSIA 3-2

Una superba Ashleigh Barty riesce, nella stagione migliore della sua carriera sin qui (recentemente è entrata nella Top10, attualmente nr. 9 WTA), nell’impresa di riportare l’Australia in una finale di Fed Cup dopo ben 26 anni, la 18esima in totale. Risaliva infatti al 1993 l’ultimo atto conclusivo giocato dalle “aussie”, quando furono sconfitte in finale dalla Spagna di Arantxa Sanchez e Conchita Martinez.

 

Nella sfida con la temibile Bielorussia di Vika Azarenka e Aryna Sabalenka, la Barty ha recitato alla perfezione il suo ruolo di nr.1 locale. Prima battendo in due set una buona Azarenka, poi travolgendo Aryna Sabalenka nella seconda giornata ed infine giocando da par suo un doppio tutt’altro che facile in coppia con Sam Stosur, vinto al terzo set contro le due singolariste bielorusse. L’Australia giocherà in casa la finale non essendoci precedenti recenti nè con Francia nè con Romania ed avendo in sede di sorteggio stabilito l’ITF che la priorità nella scelta del campo fosse nella parte bassa del tabellone principale.

Vanno fatti comunque i complimenti anche alla Bielorussia, che con l’aggiunta della Sasnovich e con Lapko e Morozava sempre utili come doppiste rappresenta una signora squadra e sicuramente non mancherà di farsi valere nei prossimi anni di Fed Cup.

A. Barty b. A. Sabalenka 6-2 6-2

Vince senza problemi Ashleigh Barty che batte in due set Arnya Sabalenka e mette l’Australia nella possibilità di giocarsi il primo match point di queste semifinali, ora sulla racchetta di Samantha Stosur.

Ci si aspettava battaglia in questa partita tra la numero 9 e 10 del mondo, che non c’è stata. Andamento molto simile di entrambi i set, talmente simile che i break per Barty sono stati sempre nel quinto e settimo game. Il gioco è sempre stato in mano all’australiana, che ha concesso poco o nulla con il servizio ed è stata sempre aggressiva sulla seconda palla dell’avversaria. La combattività di Aryna Sabalenka si è vista solo nei primi game dei due set, dove ha difeso fortemente il proprio servizio. Una palla break conquistata nel primo set, e quattro nel secondo che però non le sono servite per rientrare in partita. Ottima Barty che tra ieri e oggi ha concesso davvero poco alle avversarie.

Ashleigh Barty – Fed Cup 2019 (via Twitter, @FedCup)

V. Azarenka b. S. Stosur 6-1 6-1

Sforzi inutili quelli della Barty perché nell’altro match Samantha Stosur viene travolta da Victoria Azarenka in due set.

Gioca male l’australiana, sbaglia l’impossibile e concede campo e gioco all’avversaria. Primo set e in un baleno si arriva 4 a 1, e solo nel secondo game qualche errore gratuito della Azarenka concede un break del tutto ininfluente a Stosur. Poca soddisfazione per il resto con Vika che conduce senza timori il gioco. Un po’ meglio ad inizio secondo set, Stosur che si batte, tiene il servizio ma capitola nuovamente nel quarto game, break e partita praticamente finita. Energie al lumicino per la padrona di casa e sconforto alle stelle. La Bielorussia intanto cambia pedine e scende in campo con le giocatrici migliori per cercare di completare il ribaltone. Ma non ci riuscirà.

A. Barty/S. Stosur b. V. Azarenka/A. Sabalenka 7-5 3-6 6-2

A poco è servito il repentino cambio della Bielorussia che ha schierato in doppio l’artiglieria pesante, mettendo Azarenka insieme a Sabalenka. Bene Stosur che si riprende da un week end fino a lì negativo e tiene il passo della compagna. Break immediato nel primo set per le australiane, che però nel sesto game restituiscono il favore; altro scambio di break, poi nell’undicesimo game Azarenka serve male e permette alla coppia rivale di vincere il set.

Nel secondo set tutto si decide tra l’ottavo e nono game. Le australiane vanno 15-40, guadagnano 3 palle break utili a servire per il match. La Bielorussia però tiene e sventa la minaccia. Nel game successivo è invece Stosur ad andare in confusione con il servizio e prestare il fianco: break decisivo e partita in parità. Nel terzo set si conta una sola palla break, nel quarto game, che capita sulla racchetta di Barty che conferma lo stato di forma psicofisico invidiabile e non si fa pregare. Giusto che a firmare l’allungo decisivo sia la miglior giocatrice in campo. L’equilibrio adesso è la regola, ma le bielorusse non sapranno più impensierire le australiane in risposta. Si arriva quindi all’ottavo game, e al terzo match point è apoteosi australiana.

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