WTA Bogotà: Anisimova e Paolini ok, ripescata Errani

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WTA Bogotà: Anisimova e Paolini ok, ripescata Errani

La diciassettenne USA coglie il primo successo stagionale su terra. Jasmine aspetta Babos o Arruabarrena al secondo turno, mentre Sara trova la rumena Bara

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Amanda Anisimova - Bogotà 2019 (foto via Twitter, @CopaWTABogota)

Arriva a Bogotà il primo successo stagionale su terra di Amanda Anisimova. La diciassettenne del New Jersey, sesta del seeding, ha superato in rimonta Sabine Lisicki dopo aver buttato via il primo set a causa di errori in serie. Poi però il vento è cambiato: l’ex finalista di Wimbledon – scivolata a ridosso del numero 300 del ranking e omaggiata di una wild card – ha provato a rimanere a galla col servizio (10 ace) ma senza troppa continuità. Alla resa dei conti, i break conquistati dalla statunitense saranno ben cinque con il secondo e il terzo parziale scivolati via senza intoppi. Anisimova, che ha saltato la scorsa stagione su clay per infortunio, torna così ad assaporare la vittoria sui campi lenti dopo due anni. Troverà sulla sua strada Varvara Lepchenko che ha lasciato appena quattro game alla bulgara Kostova.

La Colombia continua a sorridere a Jasmine Paolini, che in poco più di due ore fa suo il quasi derby con Francesca Di Lorenzo (per chi se la fosse persa, ecco la storia della figlia di emigranti italiani oggi cittadina USA). La toscana, 187 WTA, attende agli ottavi la vincente tra Timea Babos e Lara Arruabarrena. Si ritrova nel main draw anche Sara Errani, battuta proprio da Paolini nelle quali: da lucky loser (in totale sono cinque), va ad affrontare la qualificata rumena Irina Bara (170 WTA).

Avanti in due set Schmiedlova e Haddad Maia che si ritrovano adesso una contro l’altra, mentre festeggia la prima vittoria in un main draw la diciassettenne di casa Maria Camila Osorio Serrano (438 WTA), con un doppio 6-4 alla svizzera Conny Perrin.

Risultati:

[4] A.K. Schmiedlova b. Y. Bonaventure 6-2 6-4
[WC] M.C. Osorio Serrano b. C. Perrin 6-4 6-4
[Q] B. Haddad Maia b. L. Siegemund 6-2 7-5
V. Lepchenko b. [LL] E. Kostova 6-3 6-1
[Q] J. Paolini b. [LL] F. Di Lorenzo 6-2 3-6 6-4

Il tabellone completo

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Italiani

Splendida settimana di Fabio, ma l’Italia non è (ancora) rinata

La vittoria di Fognini non vale meno dei successi di Dimitrov, Khachanov e Sock. Ma non dice nulla del futuro, suo e del tennis italiano

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

A Pasqua, di solito, siamo abituati a festeggiare una resurrezione. Quella di Fabio Fognini è una storia un pizzico diversa, perché in realtà il ragazzo di Arma di Taggia è sempre stato vivo e vegeto. Come tanti altri comuni mortali della racchetta era semplicemente in attesa della settimana perfetta, quella anche un po’ fortunata nella quale tutti i pezzi avrebbero finalmente combaciato.

Certo il momento sembrava dei meno adatti. A trentuno anni, sul punto di chiudere uno dei peggiori quadrimestri della sua carriera, si è presentato a Montecarlo senza uno straccio di vittoria sulla terra battuta in stagione. Crescenti i dubbi che avrebbe prima o poi firmato una vittoria di prestigio, più acuminati gli strali dei suoi detrattori, mentre i ‘Mille’ cominciavano a diventare territorio di caccia anche per giocatori esclusi dalla ristrettissima cerchia degli eletti: Sock, Dimitrov, Isner, Khachanov, in ultimo Thiem.

Invece Fabio è riuscito ad aggiungere il suo nome accanto a loro. Non ha fallito la prova del nove, dopo aver battuto Zverev e Nadal, e ha vinto il nono titolo di una carriera ondivaga che lo colloca comunque senza troppi dubbi alle spalle di Panatta tra i migliori italiani in Era Open. I dieci titoli di Adriano, tra i quali pesa ovviamente di più quello di Parigi, distano adesso una sola lunghezza. Ma a Montecarlo nessun italiano vinceva dal lontano 1968, quando Pietrangeli – esattamente 51 anni fa, il 21 aprile – batteva nettamente il sovietico Metreveli; si giocava ancora tra dilettanti, poiché l’Era Open sarebbe iniziata meno di ventiquattr’ore dopo, il 22 aprile, con il primo punto messo a segno dallo scozzese John Clifton a Bournemouth. Per Fognini c’è anche il dodicesimo posto in classifica, nuovo best ranking, con il quale il ligure eguaglia Bertolucci – nel passato – e supera Cecchinato nel presente, tornando ad essere il numero uno d’Italia.

Numeri importanti per Fabio, che il primo titolo lo aveva vinto a Stoccarda nel 2013 (quando il torneo tedesco si giocava ancora sulla terra) per poi ripetersi la settimana successiva ad Amburgo, l’ATP 500 che prima di oggi era il trofeo più importante nella sua bacheca. Adesso l’ingombro maggiore è quello della coppa del Principato, che per forza di cose è anche il torneo nel corso del quale Fabio ha dovuto sconfiggere gli avversari più complicati. Dei sette top 5 battuti in carriera ben due li ha battuti questa settimana, come mai gli era successo. 

Certo, c’è la fortuna di cui abbiamo già parlato. E certo né Zverev né Nadal sono scesi in campo al meglio delle loro possibilità, ma quante settimane perfette non sono state baciate dagli eventi? Dimitrov non ha battuto un Kyrgios in debito d’ossigeno in finale a Cincinnati? Khachanov non ha forse approfittato di un Djokovic dimesso sull’indoor di Bercy, lo stesso torneo che ha visto Sock sbucare fuori praticamente dal nulla e battere in finale… Krajinovic, che sarebbe poi scomparso dai radar per i mesi a seguire? Riesce difficile pensare che la vittoria di Fognini abbia un valore minore delle tre succitate.

Quanto al futuro, questa vittoria potrebbe anche non cambiare nulla. I limiti del Fabio Fognini tennista – principalmente il servizio, che questa settimana non è quasi mai stato un fattore – non spariranno. Così come è verosimile credere che continueranno ad esistere le pause, le settimane difficili, le sconfitte evitabili e i conseguenti gesti di stizza. Perché è vero che la storia del tennis la scrivono i vincitori, ma di vincitori questa storia è anche discretamente piena e non tutti hanno saputo trasformare quei successi importanti in trampolini per saltare ancora più su (Slam e 1000 non sarebbero certo bastati per tutti). Altri, tanti altri, non sono mai riusciti a spingersi oltre. Non è detto che Fognini lo faccia e forse non sarebbe neanche onesto chiederglielo.

In ultimo, questa vittoria pur straordinaria non è il segnale di un ‘movimento in salute’. Fognini è professionista da quindici anni e raccoglie oggi quanto seminato molti anni fa, forse più a Barcellona (dove si trasferì nel 2007) che in Italia; semmai, è il risultato di Sonego a rappresentare un buon segnale assieme alla crescita di Berrettini, alle certezze che offre Cecchinato sul rosso e ai primi vagiti di Sinner e Musetti. Rispetto al disastro al femminile, che non ha potuto evitare un sonoro 3-0 in Russia e di conseguenza la retrocessione in terza serie, la situazione è sicuramente rosea. Ma gridare alla rinascita italiana per la splendida settimana di un tennista del cui talento non si dubitava già da anni rischia d’essere solo un falso proclama.



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Flash

Una mattina come le altre?

Fabio Fognini si prepara alla sfida contro il Re del Principato. Braccio fasciato ma nessuna smorfia di dolore. Alle 15.30 la semifinale contro Nadal

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Montecarlo, Fabio Fognini si riscalda prima della semifinale contro Nadal

Il riscaldamento di Fabio Fognini sul campo n. 2 gremito, fa ben comprendere quale sia l’attesa per il match del nostro contro Nadal. Barazzutti appare sereno mentre Fabio, neanche è entrato in campo, tra il serio e il faceto si lamenta di non poter usare il Camp des Princes adiacente. Fabio si allena senza tape al polpaccio e questo può anche essere un primo buon segno. Ma il braccio fatato che il mondo ci invidia è ancora ben fasciato e ricoperto da un manicotto nero che lo tiene al caldo.

Barazzutti gli chiede di non schiacciare troppo il colpo e di giocare con margine mentre il ritmo del riscaldamento di Fabio aumenta e strappa anche qualche applauso dalle tribune. Di là non c’è un mancino, ma c’è già il vento che non sappiamo se calerà nel pomeriggio che lo attende. Ad ogni colpo particolarmente riuscito da parte di Fognini, dal suo staff arriva un incitamento o un “Fogna” gridato in maniera non occasionale, scientificamente studiato, con ogni probabilità teso a stimolare la fiducia ed il senso di competizione del ligure.

 

Un po’ di allenamento sugli smash, per evitare gli errori fatti con Coric e poi Barazzutti prova ad offrirgli delle palle sul lato sinistro, forse per prepararlo ai ganci di Nadal, ma di certo restando ben lontano dalla loro efficacia. 40 minuti ad intensità altalenante, nessuna smorfia di dolore e diversi colpi giocati anche in piena accelerazione. Se il gomito dà fastidio, almeno pare un fastidio che non ne influenza l’efficacia del gioco. Il finale è del pubblico che gli tributa una piccola standing ovation all’uscita dal campo. Ma forse il finale vero è ancora da scrivere.

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Focus

Si può sfidare Nadal senza essere solidi, se si è tutto il resto

Fognini e il fisioterapista battono la salute di ferro di Coric. Djokovic fa il serbo di scorta ma non sembra affranto. Medvedev fa sul serio mentre Nadal deve guadagnarsi la pagnotta

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'olivo)

Le storie spesso nascono anche dalle parole, e i racconti si tramandano da che esiste l’uomo per via orale. Peccato che l’ATP non la veda così e ci costringa a conversazioni con i giocatori spesso striminzite, con l’ansia perenne di avere sbagliato l’unica domanda a tua disposizione o di ricevere come risposta la banalità di turno. Se a questo si aggiunge che le press conference fissate ad un orario, ti vengono alle volte anticipate al presente, pensi all’ubiquità come ad una dote essenziale per poter fare questo lavoro.

Avremmo voluto fare diverse domande a Djokovic, chiedergli quello che le sensazioni suggeriscono. Ma correre dalla sala stampa sino alla sala conferenze, lungo scale e sentieri, in controcorrente rispetto alla fiumana di gente che lasciava sorpresa il centrale, non è stato sufficiente. Il match lo abbiamo raccontato. Il volto serafico di Nole, ancora indosso la maglietta della sconfitta, no. Avrebbe meritato qualche didascalia in più la faccia del numero uno del mondo, che perde il terzo match su sei disputati dopo la suprema finale degli Australian Open contro Nadal.

 

In ogni caso a Djokovic la parola, ma più che la parola il “concetto Roland Garros”, in conferenza stampa è scappata di bocca. Quasi un lapsus freudiano, che ci spiega cosa ha in testa il serbo mentre la primavera incede, i punti dei Masters 1000 se ne vanno, ma gli Slam che gli servono per scavalcare la storia, restano.

Come resta nel torneo Daniil Medvedev, che gioca contro Nole la partita perfetta, ma forse l’unica di cui dispone. Il russo non entusiasma, non gioca vincenti a bizzeffe ed ha la plasticità della scoliosi dal lato del dritto, ma quando si dice “tennista solido”, con il Djokovic di questi tempi, al momento è meglio passare dalle sue parti. Solido: una volta un tennista che vinceva era definito “bravo”. Adesso è solido: se gioco bene ho giocato “solido”. E se devo descrivere il mio avversario, egli non è semplicemente “good”, bensì “tough”, che vuol dire “duro” ma anche sinonimo di sostanziale, rigido e indistruttibile.

Non lo è stato il tennis di Nadal, contro un Pella che si è rifiutato di recitare la parte dell’agnello sacrificale. Ma lo è decisamente, da tanti anni, la testa di Rafa. Mentre i nodi del suo difficile incontro si dipanavano, il pensiero andava alle parole dello zio Toni. I due non sono solo allievo e maestro, o banalmente nipote e zio: sono una unica linea d’onda, un pensiero trasmesso per via collaterale e genetica, che si propaga per via quasi telepatica. Una sorta di pensiero unico, ma indubbiamente corretto, che ha forgiato la miglior testa tennistica dei nostri tempi.

Quanto a Fabio, anche senza le sue parole (che abbiamo comunque abbondantemente riportato) possiamo raccontare con lui una storia unica e diversa nel tennis odierno e stereotipato.

Il concentrato di talento che stilla da Fognini, gorgoglia e ribolle. Sappiamo che alla soglia dei 32 anni esso non scorrerà mai fluido e regolare, e sappiamo anche che ci saranno le assenze, come quelle del primo set di stasera. Ma siamo ben coscienti della capacità di Fabio di diventare d’improvviso ingombrante al punto da riempire da solo il campo, di inondarlo di creatività che va a scomparire e dei cosiddetti “Fogna moments”. Riempirà il campo dei suoi sguardi verso il pubblico, della sua camminata da bulletto, della parola “culo” pronunciata a pieni polmoni nelle interviste in campo e di improvviso saprà far sparire qualsiasi Coric di turno quando vorrà.

Il talento puro gli viene riconosciuto da tutti. Nadal, in conferenza stampa, ne tesseva le lodi e gettava uno sguardo al tabellone che annunciava il 6 a 1 Coric nel primo set, con aria compiaciuta. Ora passerà la notte pensando di dover giocare contro Fabio in semifinale. Nessuna paura, Nadal non ne può avere. Ma qualche pensiero, il giocare con Fognini, glielo farà venire.

Perché giocare con Fognini è esercizio differente. Così come descriverlo utilizzando temi e pensieri di un racconto del passato. Un racconto di quando per descrivere un colpo, un giocatore, una persona, avevi a disposizione 1000 aggettivi e non potevi limitari a dire “solido”. Qualcuno dei nostri anziani ti avrebbe guardato male. Perché vedendo Fabio, la sua esaltazione che si alterna allo sconforto, senza mai passare per quel che noi definiremmo normale, ci viene da pensare che si può vincere, arrivare in semifinale e giocarsela contro Nadal, anche senza essere per forza solidi. Se poi si è tutto il resto.

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