Verso Montecarlo, senza troppe certezze

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Verso Montecarlo, senza troppe certezze

Domenica al via il primo 1000 su terra. Djokovic apre la caccia a re Nadal. L’incognita Thiem, la linea verde, le mine vaganti

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Rafa Nadal e Novak Djokovic - Montecarlo 2013 (foto @Gianni Ciaccia)

Sarà perché è l’unico non obbligatorio tra i nove fratelli (per ogni criterio che non sia l’assegnazione dei punti, l’ATP lo considera un torneo di categoria 500), sarà per la collocazione in calendario piuttosto prematura rispetto all’inizio della stagione su terra, ma il Masters 1000 di Montecarlo, giunto alla 113esima edizione, difficilmente viene collocato tra i tornei più competitivi della stagione. Molti giocatori ci arrivano a rodaggio ancora in corso, altri addirittura marcano visita e di solito è sempre la stessa persona che ne approfitta.

Senza girarci troppo attorno, sono ormai quasi 15 anni che questo torneo coincide sostanzialmente con le arti e i mestieri di Rafael Nadal. Lo spagnolo ogni anno tara la preparazione perché la sua condizione fisica abbia un picco iniziale sui campi monegaschi e uno conclusivo su quelli di Parigi; risultato, ha vinto undici delle ultime quattordici edizioni, giocando in totale dodici finali e uscendo ai quarti nel 2014 (Ferrer) e in semifinale nel 2015 (Djokovic). Su 72 partite giocate (bilancio 68-4), Nadal ha lasciato sul campo appena 20 set, 3 dei quali nelle ultime tre edizioni; è in serie positiva da nove partite e ha una striscia aperta di diciotto set vinti consecutivamente.

Nonostante la potenza di questi numeri, è piuttosto evidente che questo dominio è destinato a finire prima o poi. Non è dato sapere se con o senza preavviso, ma è nell’ordine delle cose che debba accadere. Succederà proprio nell’edizione 2019? La risposta non è necessariamente negativa, ma certo ora come ora non sussistono elementi sufficienti per spodestare il maiorchino dal trono dei favoriti. Di sicuro non ci sarà da aspettare troppo per conoscere il verdetto. Il Rolex Montecarlo Masters è infatti pronto a spalancare i battenti: venerdì alle 18:30 è previsto il sorteggio del tabellone, domenica i primi match.

DOMINIC SEMBRA PRONTO, MA A MONACO… – Se le paturnie con coach Bresnik non si riveleranno troppo distraenti per il giocatore austriaco, questa sembra la stagione ideale per arrivare (almeno) tra gli ultimi quattro. L’austriaco non ci è ancora mai riuscito qui a Montecarlo: si è fermato due volte agli ottavi e una ai quarti, lo scorso anno, arato senza pietà proprio da Nadal. Questione di sensazioni, magari del periodo in cui il torneo si disputa, o più probabilmente Thiem riesce a esprimere un gioco più performante su campi in terra leggermente più veloci quali possono essere quelli di Roma e soprattutto Madrid. È anche vero però che si facevano discorsi simili anche in relazione alle sue prestazioni sul cemento e alla fine il primo ‘1000’ Thiem l’ha vinto proprio lì.

COSA STA COVANDO NOLE? – Tutti si aspettavano che Novak Djokovic avrebbe fatto un sol boccone se non dell’intero Sunshine Double, almeno di una delle sue metà. Invece ha giocato maluccio sia a Indian Wells (prestazione arrendevole contro Kohlschreiber) che a Miami (fuori contro la sua “bestia nera” del 2019, Bautista Agut), rimanendo ben lontano dalle fasi finali di entrambi i tornei. “Forse troppe cose al di fuori del tennis mi hanno distratto” ha detto congedandosi dall’Hard Rock Stadium, senza però apparire troppo preoccupato. Sovrapponendo queste prestazioni a quelle praticamente perfette dell’Australian Open si potrebbe osare una considerazione: se fosse proprio la terra battuta, in questo momento, l’obiettivo principale del numero uno del mondo?

Una seconda vittoria al Roland Garros gli garantirebbe una posizione unica nella storia del tennis, poiché diventerebbe il primo giocatore a vincere due volte tutti e quattro gli Slam (in Era Open). Qualcosa che si fa fatica a razionalizzare, figurarsi farlo sul campo. Posto che non esistono dubbi rispetto alla priorità di Djokovic, che è quella di vincere quanti più Major possibili di qui al ritiro (gli altri tornei e la classifica diventeranno traguardi collaterali, se non lo sono già), appare chiaro che al primo posto nella sua testa c’è Parigi. Arrivarci vincendo uno dei tre 1000 di preparazione, magari riuscendo a battere proprio Nadal, sarebbe un ideale biglietto da visita da presentare ai cancelli di Port d’Auteil. A Montecarlo il serbo ci vive e si allena, conosce ogni angolo del Country Club a memoria; non serve aggiungere altro. Alla favoletta del Nole appagato, in questo momento, tendiamo a non credere.

LINEA VERDE – In attesa di scoprire se Felix Auger-Aliassime accederà direttamente al tabellone principale (è fuori di un solo posto al momento, ma potrebbe ricevere una wild card; l’organizzazione deve ancora annunciarle tutte), gli under 23 sui quali ci sentiamo di riporre maggiore fiducia sono Stefanos Tsitsipas e Borna Coric. Tra i russi sicuramente Khachanov si fa preferire a Medvedev, che dovrà puntare a limitare i danni sul rosso, mentre sarà interessante capire se Shapovalov ha effettivamente compiuto dei progressi sotto il profilo della consistenza.

GLI ALTRI – Marin Cilic e soprattutto Stan Wawrinka possono essere pericolosissimi, sebbene tendano anche loro a conservare le cartucce migliori per gli Slam. Tutto il contrario di Zverev, che però quest’anno non ha brillato neanche altrove e si prepara ad affrontare la fase di stagione nella quale difende la maggior parte dei suoi punti. Fallire significherebbe ridimensionarsi, quantomeno in termini di classifica. Da lui ci si attende una reazione già a Montecarlo. Così come è lecito attendersi segnali di risveglio dai tennisti italiani, piuttosto sonnecchianti sul veloce ad eccezione di qualche colpo battuto da Cecchinato e Seppi a gennaio e da Berrettini a febbraio (semifinale a Sofia). Persuasi che possa non essere una cattiva idea togliere pressione dalle spalle di un Fognini oggettivamente molto negativo in questo 2019, in Cecchinato si può e si deve credere.

Entry list aggiornata di Montecarlo

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Il vento soffia alle spalle di Lajovic: è lui il primo finalista a Montecarlo

MONTECARLO – Medvedev domina all’inizio, poi improvvisamente stacca la spina anche a causa del forte vento. Lajovic gioca con attenzione e vola in finale

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Dusan Lajovic - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Montecarlo, la nostra inviata

Dusan Lajovic, numero 48 del mondo, si regala la prima finale in carriera rimontando da 1-5 nel primo set contro il giovane Danii Medvedev, numero 14 ATP. Il serbo diventa così il finalista di Montecarlo con la classifica più alta dal 2001 ad oggi.  Dusan già nella giornata di ieri, dopo aver conquistato la sua prima semifinale in un Maters 1000 all’età di 28 anni, aveva scherzato: “Meglio tardi che mai”. Per Daniil, 23 anni, ci saranno in futuro altre occasioni.

 

Sul Principato il vento soffia deciso (45 km/h) e fa volare nuvole di terra rossa. Lajovic parte contratto e cede subito il servizio a un Medvedev solido e concentrato. Il set continua esattamente come è cominciato: Dusan falloso e Daniil in controllo. In tribuna ad assistere a questa prima semifinale Bob Sinclar, che ha animato il venerdì monegasco suonando in una nota discoteca fino all’alba. Medvedev si issa sul 5 a 1 ma quando deve servire per prendersi il parziale un passaggio a vuoto gli fa perdere il game e regala a Lajovic una speranza. E Dusan a quella speranza si aggrappa. Medvedev tiene il servizio successivo e conquista il secondo break consecutivo con un pallonetto che strappa gli applausi di tutto il centrale. Con il trascorrere del tempo il vento diventa sempre più fastidioso. Uno scoraggiato Medvedev non trova più le misure del campo e al terzo servizio perso se la prende con la propria racchetta e con la morbida terra del Country Club. Lajovic è implacabile. Il serbo ha ormai preso il comando del gioco e, con un parziale di 6 giochi a 0, conquista il primo set dopo un’ora.

Daniil Medvedev – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Il padrone di casa, sua Altezza Serenissima Alberto II di Monaco, osserva sornione dalla tribuna reale, accanto a Toni Nadal che per l’occasione sfoggia un elegante completo con tanto di cravatta. Sul campo Lajovic continua a macinare gioco a scapito di un sempre più confuso Medvedev. Danii, infatti, cede il servizio in apertura di parziale. Medvedev non riesce più a trovare il filo del gioco, mentre Lajovic ora ci crede tanto da volare sul 4 a 0 in nemmeno 20 minuti di gioco. Sono 10 i game conquistati consecutivamente da Dusan. Nel quinto gioco Medvedev riesce finalmente a tenere il servizio tra gli applausi di incoraggiamento del campo centrale. Il destino dell’incontro è però ormai segnato. Lajovic non trema e si va a prendere la finale di Montecarlo, approfittando dell’ennesimo errore avversario. Dusan, incredulo, si ferma al centro del campo mentre il Ranier III gli tributa un meritato applauso. Danii esce a testa bassa. Ora per Lajovic l’azzurro Fabio Fognini che ha compiuto l’impresa di eliminare il re della terra, Rafael Nadal.

Risultato:

D. Lajovic b. [10] D. Medvedev 7-5 6-1

Il tabellone completo

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Focus

Si può sfidare Nadal senza essere solidi, se si è tutto il resto

Fognini e il fisioterapista battono la salute di ferro di Coric. Djokovic fa il serbo di scorta ma non sembra affranto. Medvedev fa sul serio mentre Nadal deve guadagnarsi la pagnotta

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Fabio Fognini - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'olivo)

Le storie spesso nascono anche dalle parole, e i racconti si tramandano da che esiste l’uomo per via orale. Peccato che l’ATP non la veda così e ci costringa a conversazioni con i giocatori spesso striminzite, con l’ansia perenne di avere sbagliato l’unica domanda a tua disposizione o di ricevere come risposta la banalità di turno. Se a questo si aggiunge che le press conference fissate ad un orario, ti vengono alle volte anticipate al presente, pensi all’ubiquità come ad una dote essenziale per poter fare questo lavoro.

Avremmo voluto fare diverse domande a Djokovic, chiedergli quello che le sensazioni suggeriscono. Ma correre dalla sala stampa sino alla sala conferenze, lungo scale e sentieri, in controcorrente rispetto alla fiumana di gente che lasciava sorpresa il centrale, non è stato sufficiente. Il match lo abbiamo raccontato. Il volto serafico di Nole, ancora indosso la maglietta della sconfitta, no. Avrebbe meritato qualche didascalia in più la faccia del numero uno del mondo, che perde il terzo match su sei disputati dopo la suprema finale degli Australian Open contro Nadal.

 

In ogni caso a Djokovic la parola, ma più che la parola il “concetto Roland Garros”, in conferenza stampa è scappata di bocca. Quasi un lapsus freudiano, che ci spiega cosa ha in testa il serbo mentre la primavera incede, i punti dei Masters 1000 se ne vanno, ma gli Slam che gli servono per scavalcare la storia, restano.

Come resta nel torneo Daniil Medvedev, che gioca contro Nole la partita perfetta, ma forse l’unica di cui dispone. Il russo non entusiasma, non gioca vincenti a bizzeffe ed ha la plasticità della scoliosi dal lato del dritto, ma quando si dice “tennista solido”, con il Djokovic di questi tempi, al momento è meglio passare dalle sue parti. Solido: una volta un tennista che vinceva era definito “bravo”. Adesso è solido: se gioco bene ho giocato “solido”. E se devo descrivere il mio avversario, egli non è semplicemente “good”, bensì “tough”, che vuol dire “duro” ma anche sinonimo di sostanziale, rigido e indistruttibile.

Non lo è stato il tennis di Nadal, contro un Pella che si è rifiutato di recitare la parte dell’agnello sacrificale. Ma lo è decisamente, da tanti anni, la testa di Rafa. Mentre i nodi del suo difficile incontro si dipanavano, il pensiero andava alle parole dello zio Toni. I due non sono solo allievo e maestro, o banalmente nipote e zio: sono una unica linea d’onda, un pensiero trasmesso per via collaterale e genetica, che si propaga per via quasi telepatica. Una sorta di pensiero unico, ma indubbiamente corretto, che ha forgiato la miglior testa tennistica dei nostri tempi.

Quanto a Fabio, anche senza le sue parole (che abbiamo comunque abbondantemente riportato) possiamo raccontare con lui una storia unica e diversa nel tennis odierno e stereotipato.

Il concentrato di talento che stilla da Fognini, gorgoglia e ribolle. Sappiamo che alla soglia dei 32 anni esso non scorrerà mai fluido e regolare, e sappiamo anche che ci saranno le assenze, come quelle del primo set di stasera. Ma siamo ben coscienti della capacità di Fabio di diventare d’improvviso ingombrante al punto da riempire da solo il campo, di inondarlo di creatività che va a scomparire e dei cosiddetti “Fogna moments”. Riempirà il campo dei suoi sguardi verso il pubblico, della sua camminata da bulletto, della parola “culo” pronunciata a pieni polmoni nelle interviste in campo e di improvviso saprà far sparire qualsiasi Coric di turno quando vorrà.

Il talento puro gli viene riconosciuto da tutti. Nadal, in conferenza stampa, ne tesseva le lodi e gettava uno sguardo al tabellone che annunciava il 6 a 1 Coric nel primo set, con aria compiaciuta. Ora passerà la notte pensando di dover giocare contro Fabio in semifinale. Nessuna paura, Nadal non ne può avere. Ma qualche pensiero, il giocare con Fognini, glielo farà venire.

Perché giocare con Fognini è esercizio differente. Così come descriverlo utilizzando temi e pensieri di un racconto del passato. Un racconto di quando per descrivere un colpo, un giocatore, una persona, avevi a disposizione 1000 aggettivi e non potevi limitari a dire “solido”. Qualcuno dei nostri anziani ti avrebbe guardato male. Perché vedendo Fabio, la sua esaltazione che si alterna allo sconforto, senza mai passare per quel che noi definiremmo normale, ci viene da pensare che si può vincere, arrivare in semifinale e giocarsela contro Nadal, anche senza essere per forza solidi. Se poi si è tutto il resto.

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Fed Cup

Fed Cup, semifinali: Australia e Bielorussia sull’1-1 dopo la prima giornata

Sabalenka regala il primo punto alla Bielorussia battendo Stosur in un match vicino alle 3 ore di gioco. A regalare la parità alle padrone di casa è Ashleigh Barty: Azarenka va KO in due set

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Ashleigh Barty - Fed Cup 2019 (foto via Twitter, @FedCup)

Fed Cup 2019, semifinali
AUSTRALIA VS BIELORUSSIA 1-1

Inizia con un punto a testa la semifinale di Fed Cup di Brisbane tra Australia e Bielorussia, con il cemento australiano che si rivela subito amaro per Samantha Stosur, battuta nel primo match in tre set da Aryna Sabalenka. Difficile essere profeti in patria, dal momento che Stosur è nata proprio a Brisbane. Non c’erano precedenti tra le due giocatrici, mentre c’era uno storico di vittorie importanti alle spalle della sconfitta, che però oggi solo nel secondo set ha trovato la misura dei colpi. Solita grande partita agonistica di Sabalenka invece, che nel primo set infligge quattro break alla rivale e perde due volte il servizio ma guida sempre l’incontro.

 

Spettacolare dodicesimo game dove Stosur, sospinta dalla folla, difende il servizio da quattro set point per poi capitolare, stravolta. Secondo set e stavolta è Sabalenka a rifiatare, mentre l’australiana attacca a testa bassa, ed è abbastanza incredibile come Sabalenka non riesca a mettere dentro un servizio facendosi brekkare con continuità da Stosur. Set sinceramente di un livello tecnico modesto, spettacolare solo nei continui break e negli errori gratuiti da fondo campo. Stosur mette dentro un paio di prime palle decenti e fa suo il parziale. Terzo set e stavolta a Sabalenka basta un break nel quarto game per condurre in porto la partita, con Stosur che rimpiange le tre palle break mancate nel primo gioco.

A riportare il match di Fed Cup in parità ci pensa Ashleigh Barty, numero 9 WTA, che batte in due set Victoria Azarenka. Un solo precedente tra le due giocatrici, vinto da Vika a Tokyo nel 2018. Altra storia però qui in Australia, dove partita c’è stata solo nel primo set. Le due tenniste si scambiano il servizio un paio di volte, poi nell’undicesimo game è Azarenka ad avere la grande occasione collezionando tre palle break, ma fallendole tutte e tre. Scampato il pericolo e ripresasi da un turno di servizio orribile, Barty gioca un tiebreak perfetto e porta a casa il set.

La sensazione è che le gambe e la testa di Azarenka siano rimaste lì, tanto che nel secondo set perde tre volte il servizio e non dà mai la sensazione di poter contrastare l’avversaria. Ovvio quindi che al terzo match point per Barty, sul suo servizio, si chiuda. 12esima vittoria nelle ultime 12 partite giocate in Fed Cup per l’australiana.

I risultati della prima giornata:

A. Barty (AUS) b. V. Azarenka (BLR) 7-6 (2) 6-3
A. Sabalenka (BLR) b. S. Stosur (AUS) 7-5 5-7 6-3

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