L'impresa di Fabio Fognini sulla stampa italiana (Gheza, Clerici, Crivelli, Semeraro, Guerrini)

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L’impresa di Fabio Fognini sulla stampa italiana (Gheza, Clerici, Crivelli, Semeraro, Guerrini)

La rassegna stampa di domenica 21 aprile 2019

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Fognini Show: finale a Montecarlo (Gheza, Il Giorno)

Fabio Fognini deluxe a Montecarlo. Il ligure (18 Atp) scrive una pagina storica del tennis italiano riuscendo nell’impresa di battere il recordman della terra Rafa Nadal a Montecarlo, dove Rafa ha vinto ben 11 volte in 12 finali. L’ultima sconfitta del maiorchino nel Principato risale al 2015 per mano di Djokovic. Un vero dominio di Fabio («Perfetta. Ho giocato una partita davvero perfetta») che chiude 6-4 6-2 in 1h37′ un match in cui ha quasi sempre comandato gli scambi annichilendo un Nadal irriconoscibile su questa superficie. Fognini accede per la prima volta alla finale di un Masters 1000 e sarà la sua 19esima finale in carriera. L’ultimo italiano a giocarsi il titolo a Montecarlo fu Corrado Barazzutti nel 1978, anche se allora non c’era la categoria dei Masters Series (gli ultimi azzurri a vincere un torneo più o meno equivalente furono Panatta a Roma nel ’76 e Bertolucci ad Amburgo nel ’77). Con il successo di oggi – il quarto contro Nadal su 15 precedenti – soltanto Fognini, Djokovic e Gaudio sono riusciti a superare tre volte sul rosso lo spagnolo. Nel primo set, Fabio è bravo a gestire meglio il vento pur continuando a spingere ribaltando la situazione dopo essersi trovato sotto di un break. Il secondo è un monologo di Fognini che, sul 5-0, vede sfumare tre matchpoint per poi trasformare il quarto sul 5-2. «Le condizioni erano molto difficili, era ventoso ma non freddo come ieri. All’inizio è stato un po’ strano, break e controbreak poi mi sono inc….to ma sono rimasto calmo, ho trovato il mio gioco e quando lo trovo mi diverto». Arriverà il titolo n. 9? «Oggi vorrei fare un regalo a mia mamma perché domani sarà il suo compleanno. Certo, questo è uno sport incredibile!». L’avversario in finale sarà l’outsider serbo Dusan Lajovic (48 ATP) che ha battuto il russo Daniil Medvedev (14 ATP). Non ci sono precedenti e a Montecarlo a volte si sono allenati insieme: «È una finale a sorpresa. Lajovic ha giocato molto bene, ha battuto Thiem e Goffin. Io ho più esperienza, sono favorito sulla carta perché sono più in alto di lui in classifica, ma sono solo statistiche. Non abbiamo nulla da perdere, entrambi abbiamo il 50% delle possibilità di vincere». Un’occasione davvero ghiotta per Fognini: «Se avessi la testa sarei top 10 da dieci anni. Ma io sono io e continuo ad andare avanti per la mia strada. Voglio andarmi a prendere questa vittoria».

Il vero Fabio. Il migliore e più umano di tutti (Gianni Clerici, La Repubblica)

 

Fabio Fognini ha battuto Rafa Nadal e si appresta a vincere, a trentuno anni, il suo primo torneo Masters 1000. Vorrei trovare, insieme all’entusiasmo, un inizio felice per il mio articolo. Un mio collega, che non si lascia vincere dai sentimenti, afferma di averlo già scritto, cioè che Fabio poteva vincere «dopo aver visto Nadal spesso in difficoltà contro Pella, nei quarti». Un altro collega mi ricorda, probabilmente per solleticarmi, il pezzetto che ho scritto l’altro giorno, dicendo a Fabio che avrei voluto vederlo più volte giocare con la sicurezza dimostrata contro Sascha Zverev. Un altro ancora sottolinea la forma non stellare di Nadal, in un torneo che il maiorchino aveva vinto undici volte, e un altro ancora sottolineava che, con i suoi lift e i suoi tagli, Rafa era molto più vicino alla vittoria che le volte passate. Tento di segnalare quel che avevano scritto vari colleghi, per riuscire a limitare il mio entusiasmo, io che non sono un patriota fanatico, addirittura un mezzo svizzero, grazie a una nonna e all’ammirazione per Federer. Oggi non mi sono trattenuto dall’ammirare Fabio, il migliore tra i cento visti, il Fabio capace di salire cinque a zero contro un Nadal normale. […] Ma il Fognini di oggi era quello da me sempre atteso, e lo confermava anche la firma da lui imposta ironicamente alla lente di una telecamera, “Fogna”, seguita da una serie di ‘ah’, rappresentazione di varie risate. Non si batte il Nadal terricolo, il più forte dei vari Nadal che ammiro, se non si è un grande tennista, e non solo. Se, insieme all’esaltazione, non si soffre anche un momento di paura, com’è accaduto sul 5 a 0 nel secondo, in due giochi incerti, 5 punti a 9. Dopo quattro partite perdute contro lo stesso avversario. Credo di aver fatto bene l’altro giorno a scrivere di non aver visto sufficientemente il vero Fognini. Posso affermare di averlo visto questa volta.

Scacco al Re! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fabioloso. E con la terra ai suoi piedi. Il paradiso si schiude dopo quel lungolinea di dritto che folgora una volta di più l’eterno signore di questo torneo e dopo 96 minuti manda Fognini tra il miele e le dolcezze di un mondo fin qui sconosciuto: nessun italiano era mai arrivato in finale di un Masters 1000 da quando esistono i tornei di questa categoria (1990). E a Montecarlo, dopo i successi anteguerra di Balbi di Robecco e di Palmieri e la tripletta di Pietrangeli nella dolce vita degli anni Sessanta, l’ultimo a giocarsi la Coppa del Principe fu Barazzutti nel 1977, fermato dalla tirannia di Borg. Oggi Corrado è all’angolo di Fabio, e alla fine di una giornata che ha tolto il fiato a tutti sentenzia per la storia: «Ne sono sicuro, farà meglio di me». Sarebbe il premio meritato, il giusto compendio di una carriera baciata dal talento e imbrigliata soltanto dagli sbalzi d’umore di una testa sempre ipercritica verso le enormi potenzialità regalate da madre natura. Alla soglia dei 32 anni, Fogna può prendersi la vittoria che ti cambia la vita agonistica. E lo farà da favorito della finale, non soltanto perché dall’altra parte troverà il sorprendente Lajovic, il serbo che è l’elogio della normalità e che fino a ieri non aveva mai vinto quattro partite consecutive in un torneo Atp, ma soprattutto perché ha frantumato d’autorità il dominio di Nadal sul Principato. La dodicesima fatica dell’Ercole spagnolo, dopo 11 trionfi sul rosso del Country Club, tre negli ultimi tre anni, rimane un sogno irrealizzato sotto il vento impetuoso che Fognini doma come un vecchio lupo di mare, mentre Rafa si fa sballottare senza rimedio. Fabio stavolta è un Cerbero intoccabile, il feroce cane a tre teste uscito dall’inferno di un primo turno contro Rublev in cui aveva in pratica già salutato il tabellone, prima di risorgere tra le fiamme di una convinzione ritrovata fino a battere, in serie, il numero 3 del mondo (Zverev), il numero 13 (Coric) e il numero 2 (il maiorchino, appunto). Gli era già accaduto di prendersi la testa di due top ten nella stessa settimana. Accadde proprio a Montecarlo, nel 2013 (Berdych e Gasquet). Nadal su questa terra non perdeva da 18 partite e aveva collezionato 25 set consecutivi. Ma la fiducia di Fabio, esternata con misura alla vigilia, poggiava su un ritrovato equilibrio tecnico germogliato dopo un avvio a inseguire. Rafa, nella bufera che produce tre break in quattro game, sale 3-1, eppure non è affatto padrone della sfida. Neanche un warning per le proteste su un punto che andava ripetuto, causa asciugamano finito in campo, perturba le certezze di quel folletto impertinente fasciato di blu che ritrova clamorosamente la calma e da lì inizia a spingere, a tenere il satanasso di Maiorca due metri dietro la riga di fondo impedendogli di prendere campo con i suoi angoli uncinati. Si va sul 3-3, poi nel nono game il re monegasco si scopre nudo e con tre errori cede la battuta, arrendendosi poi al nastro beffardo che nel game successivo porta l’avversario al set point. La fortuna si mette al servizio degli audaci e Fognini se la guadagna con la volée di dritto con cui chiude la frazione su un passante in allungo che avrebbe steso chiunque. Il secondo set è solo magia, i cambi di ritmo di Fogna, i suoi baci a un centimetro dalle righe, dritto o rovescio non conta, annichiliscono il gigante ferito, che a un certo punto si ritrova con appena sei punti ottenuti e tre palle dell’italiano per un incredibile e storico 6-0. Un po’ di orgoglio ritrovato dello spagnolo, un po’ di comprensibile ripiegamento emotivo di Fabio («Con lui, anche se stai avanti 5-0 40-0, non è mai finita e rischi sempre di fartela sotto») prolungano l’agonia di altri due game, fino all’apoteosi. Nadal, scornato da 15 errori gratuiti con un dritto mai così brutto, fugge via scuro in volto: «Una delle mie peggiori partite sulla terra in 14 anni, ormai viaggio al 70% sempre e non riesco quasi mai a salire di livello. Dopo una prestazione così, allenarmi di nuovo le prossime mattine sarà più difficile». Oggi Fabio è atteso da un giocatore, Dusan Lajovic, paradossalmente allenato da quel José Perlas che per primo lo condusse nell’empireo dell’alta classifica, senza tuttavia centrare l’agognato traguardo della top ten. Se vince oggi, Fabio si ritrova a 245 punti dal numero 10. Non servono i pizzicotti. Basta un braccio d’oro.

Principe Fognini, lezione a Nadal (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Ha vinto alla Fognini: la partita ideale dentro il torneo perfetto. Ma quando meno te lo aspetti, alla fine di un Calvario di otto primi turni. Perché la specialità della casa è quella: stupire. Ma ha vinto anche un po’ alla Federer: perché davanti c’era Nadal, perché era una semifinale pesante di un Masters 1000. Perché la fluidità dei colpi che gli uscivano dalle corde, diritti angolatissimi, rovesci lungolinea, palle corte e variazioni di ritmo continue – ha ricordato quella del Genio. Due set che rimarranno nella piccola storia del tennis azzurro, 6-4 6-2 al re della terra, otto game filati a cavallo del primo e del secondo, nove degli ultimi undici. Non un cappotto, ma quasi, al Cannibale ridotto a spettatore affranto, a inseguitore spompato. Prima di ieri sul centrale del Country Club, dove ha alzato 11 coppe, Nadal aveva perso solo quattro volte, Contro tre giocatori: Guillermo Coria, David Ferrer, Novak Djokovic. Fabio è anche il quarto di sempre a poter dire di aver battuto almeno tre volte il padrone della terra sulla sua superficie preferita. Mica male, no? «Se me lo avessero detto a inizio settimana, mi sarei messo a ridere», ha ammesso il Pirata, che al primo turno aveva rischiato di finire fuoribordo contro Rublev. Ora per completare l’abbordaggio testa l’ultima navicella, che batte come previsto bandiera serba, ma al timone non ha Novak Djokovic, bensì una sua non perfettissima imitazione, Dusan Lajovic, 28 anni, n. 48 Atp, una vita da gregario, rapace anche lui di azzeccare la settimana delle vita facendo fuori il n.5 del mondo Dominic Thiem, il nostro Sonego, e ieri il numero 14 del mondo, Danil Medvedev. Sarà una prima volta per tutti e due, che non si sono mai incontrati, in una finale Masters 1000, dove l’Italia non è mai approdata, almeno dopo l’introduzione della categoria (nel 1990). […] Dopo i quattro break equamente divisi nei primi game, l’unico brivido il Fogna lo ha fornito a un passo dalla fine, quando dopo aver sbattuto da una parte all’altra del campo un Nadal già frastornato dal vento ha ceduto per la terza volta il servizio sprecando ne matchpoint sul 6-4 5-0 40-0. L’orgoglio del Cannibale, che però tre game dopo è rimasto immobile a guardare l’ultimo vincente del Fogna che planava, imprendibile, all’incrocio delle righe. Rafa ha un gioco più strutturato, le spallate d’aria che spazzavano il centrale lo hanno mandato in confusione. Non è mai riuscito a trovare un vero piano B, mentre Fognini infilava d’istinto giocate perfette. «Fabio è un giocatore difficile, e oggi mi è andato tutto storto – ha mormorato il numero 2 del mondo, che sperava di arrivare a quota 12 titoli – Vengo da un periodo di infortuni, è un anno che gioco al 70 per cento, mentalmente non è facile accettare tutto quello che sto passando». Fabio invece non si è fatto distrarre neanche quando un asciugamano è caduto in terra durante uno scambio. Si è fermato, l’arbitro non gli ha concesso di ripetere il punto. In altri tempi, addio nervi. Invece: «Le condizioni erano difficili, ma ho giocato bene, ho rischiato, perché contro Rafa devi farlo, sono contento di aver vinto davano a tutta la mia famiglia. Lajovic? In questa settimana li ha ammazzati tutti, e lo allena il mio ex coach (Pep Perlas, ndr). Io devo recuperare, mangiare bene. Giocherò un po’ con mio figlio Federico e spero di passare la mia Pasqua più bella».

L’uovo di Fabio (Piero Guerrini, Tuttosport)

In quel sorriso limpido, rivolto al cielo, gli occhi chiusi per assaporare l’attimo e fermare l’emozione nella a mente c’è tutto il genio nella sua versione migliore, un genio che talvolta si dimentica di esserlo, che in quanto tale mica può essere continuo, ma quando si accende mostra meraviglie e può battere chiunque. Persino il numero uno di ogni tempo sulla terra, che su questi campi non perdeva una gara dal 2015 e un set non lo concedeva dal 2017. Fabio Fognini è uno che in campo vive di discese ardite e risalite, anche se nella maturità del suo tennis ha trovato modo di arrivare ad essere il primo italiano in epoca Masters 1000, ovverossia dal 1990, a raggiunge una finale nei tornei che seguono gli Slam. Montecarlo 2019, l’Italia che scrive la storia: Fogna che si ritrova dopo un avvio di stagione stentato, acciaccato. Con una panchina rinnovata e popolata da Corrado Barazzutti il capitano di Coppa Davis che sempre ha saputo come prenderlo, ma anche dalla consorte Flavia Pennetta e dalla leonessa Francesca Schiavone, gente che ha avuto un tennis super costante, di pura intelligenza, oppure di talento cristallino, le due ragazze. Fognini che trova Rafa Nadal, in una giornata di vento davanti al suo mare, pochi chilometri da dove è nato, la famiglia sugli spalti. E decide di prenderlo a pallate. Impiega qualche gioco, poi scioglie il braccio pur fasciato per i malanni. Controlla lo scambio, cambia ritmo imponendo soluzioni diverse a Rafa che del resto aveva già sconfitto. Entra con il rovescio lungolinea, trova modo di fare serve and volley. Fabio aveva già giocato una semifinale nel 2013, stavolta la vince. E non è una sorpresa, se l’hai vista. Qui l’ultima finale italiana risale al 1977 di Barazzutti, piegato da Bjorn Borg. Qui Panatta non ha mai vinto, l’ultimo fu – il passato remoto è d’obbligo – Nicola Pietrangeli nel 1968, suo personalissimo tris dopo i trionfi del 1961 e del 1967. I tornei di Fognini, quando si sviluppano così bene, possono comunque essere romanzi e cominciare nel buio pesto, illustrato dal suo “sono solo” mentre è sotto 6-4 4-1 contro Andrej Rublev, primo turno e già un piede fuori dal tabellone. Ma il genio può soccorrere chi ne è in possesso. Ace di seconda, rimonta, vittoria. Poi schiaffi a Sasha Zverev, tre del mondo. Nei quarti Borna Coric, un altro grande messo in saccoccia dopo essersi trovato sotto e aver infilato una sequenza di 6 giochi a 1 dal 2-0 per il croato, che aveva già vinto il primo, nel secondo. Eppoi Nadal, magari non il miglior Nadal, pero attenti a non considerare i meriti di Fabio. Un primo break dopo game interminabile (12 minuti). Poi qualche problema a controllare e interpretare il vento fino al 3-1 per il maiorchino. Infine l’occupazione del campo, trovando angoli, anche con pazienza, mentre il diritto dello spagnolo non trova precisione consueta e set chiuso con una volée di razza, su serve and volley. E d’un lampo il 5-0 nel secondo, e chiusura sul 6-2. Fabio rende l’impossibile possibile. E oggi alle 14, la finale più improbabile con il serbo Dusan Lajovic, giustiziere nei quarti di Sonego. Se Fabio vince raggiunge il suo best ranking,12 al mondo, a cinque punti dall’ l l° posto occupato da Marin Cilic. E soprattutto la testa libera e felice per una «Bella Pasqua».

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La Giorgi è ai quarti: in forma New York. Cecchinato s’illude (La Gazzetta dello Sport). Sinner, un passo avanti (Tuttosport). Duck-hee Lee, il tennista che ha sconfitto il silenzio (Bonso)

La rassegna stampa di mercoledì 21 agosto 2019

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La Giorgi è ai quarti: in forma New York. Cecchinato s’illude (La Gazzetta dello Sport)

Ai quarti. Camila Giorgi avanza nel Bronx Open, il torneo pre Us Open che prende il posto in calendario di New Haven. L’azzurra, n.58 Wta, nel 2° turno trova la tedesca Andrea Petkovic, che aveva eliminato la cinese Zhang, quarta testa di serie, e dopo una partita accesa e lunga 2 ore e 43 minuti, la spunta 3-6 7-5 7-6 (3). Ora la marchigiana affronterà al terzo turno la vincente tra Cornet (Fra) e Zhu (Cina). A Wiston Salem Marco Cecchinato si ferma al secondo turno: Millman cede 7-6 (5) il primo set al siciliano, ma ribalta il match 6-4 6-3. Nel primo turno si fermano invece Andreas Seppi, che cede al ceco Berdych 6-1 3-6 6-3, e Thomas Fabbiano, eliminato dal russo Andrey Rublev 6-4 6-2. Out lo scozzese Andy Murray da Tennys Sandgren 7-6 (10-8) 7-5.[…]

Sinner, un passo avanti (Tuttosport)

 

Il miglior diciottenne al mondo, lo recita la classifica Atp, compie un primo passo verso il tabellone principale dell’Us Open, ultimo Slam dell’anno a Flushing Meadows da lunedì. Avanza Jannick Sinner e porta a sei il numero di azzurri (erano 13 al via) al secondo turno nelle qualificazioni. Dopo Baldi, Napolitano, Caruso, Giannessi e Lorenzi, il neo 18enne e 24a testa di serie, ha lasciato soltanto un game nel derby tricolore a Matteo Viola. In campo femminile avanza soltanto Jasmine Paolini al 2° turno delle qualificazioni battendo 6-1 3-6 6-1 la statunitense Arconada. Nella notte ha affrontato la rumena Elena Gabriela Ruse. Tutte uscite al debutto delle quali invece le altre azzurre, Martina Trevisan, Martina Di Giuseppe e Giulia Gatto-Monticone. In tabellone una sola azzurra ammessa direttamente: Camila Giorgi. Nell’Atp 250 a Winston Salem, invece, escono di scena i due italiani. Marco Cecchinato cede al secondo turno all’australiano John Millman: 6-7 (5), 6-4, 6-3 in quasi due ore e mezza. Niente da fare neppure per Thomas Fabbiano, 6-4, 6-2 dal russo Andrey Rublev. Ma la buona notizia arriva dal tennis femminile e dal Bronx Open a New York. Camila Giorgi si conferma in crescita di condizione ed entra nei quarti battendo in tre set la tedesca Andrea Petkovic 3-6 7-5 7-6(3). Troverà la francese Alize Comet o la cinese Lin Zhu. La bimba prodigio Amanda Anismova rinuncia all’Us Open per la tragedia che l’ha colpita la notte scorsa. Il padre e allenatore, Konstantin Anisimov,è stato trovato morto per cause ancora da chiarire. La quasi 18enne tennista Usa di origini russe, numero 24 del mondo e più giovane tra le prime 100, giustamente non se la sente. Amanda è esplosa al Roland Garros, eliminando Simona Halep nei quarti, poi aveva saltato i recenti appuntamenti di Toronto e Cincinnati per problemi alla schiena.

Duck-hee Lee, il tennista che ha sconfitto il silenzio (Andrea Bonso, Il Giornale)

Giocare a tennis non significa solo buttare la pallina oltre la rete: il più delle volte si tratta di buttare il cuore oltre l’ostacolo. E l’ostacolo può essere mille cose: se stessi, la paura, gli infortuni o una disabilità. Come quella di Duck-hee Lee, sordo fin dalla nascita. A questo sudcoreano di 21 anni non manca di certo il coraggio di affrontare la vita, considerando il proprio problema non un freno, bensì un motivo in più per dare il meglio di sé. E ciò l’ha dimostrato al mondo nel corso del torneo 250 di Winston-Salem, dove è diventato il primo tennista sordo a vincere un match Atp, battendo lo svizzero Laaksonen (7-6, 6-1). Un’enorme soddisfazione per un atleta che si è costruito da solo, superando difficoltà che i “colleghi” possono a fatica immaginare. Lee è nato nel 1998 a Jecheon, una città a due ore da Seul. Quando ha due anni, mamma Park Mi-ja e papà Lee Sang-jin hanno la conferma della sordità ma, dopo un iniziale sconforto, decidono che il figlio poteva e doveva avere una vita assolutamente normale. Così Lee cresce e frequenta non solo istituti per sordi, ma anche una scuola comune, dove può stare insieme a ragazzi normodotati. Lee inoltre non conosce la lingua dei segni, ma sa leggere il labiale alla perfezione, grazie alle esercitazioni con la madre. L’amore per il tennis è merito di papà, grande appassionato di sport. Mostra fin da subito il suo talento, ma gli allenatori sono scettici sulla possibilità di un futuro da pro. Il ragazzo, però, non si arrende: «Venivo preso in giro, mi dicevano che non avrei dovuto giocare e di dedicarmi alla musica» ha confidato. Già da ragazzo, la sua qualità è sotto gli occhi di tutti e a tredici anni diventa famoso, a tal punto che la Hyundai gli offre una sponsorizzazione. Lee continua a migliorare e a stupire: è 212° nel ranking Atp e la vittoria di Winston-Samen rappresenta la prima tappa di un viaggio speciale. Ma qual è la meta? Sono due i suoi grandi obiettivi: diventare numero 1 e migliorare la posizione raggiunta dal tennista coreano più forte di sempre, Lee Hyung-taik, che nel 2007 fu 36° e vinse un torneo Atp. Non sarà per nulla facile, ma Lee ha già dato un grande insegnamento: tutto è possibile, se non hai paura di buttare il cuore oltre all’ostacolo.

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Trionfa Medvedev (Crivelli). Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Mancuso). Crazy tennis (Clerici)

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Trionfa Medvedev. Settimana perfetta dell’Orso di Mosca (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

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La settimana perfetta di Medvevev si conclude come era da pronostico dopo che in semifinale aveva ribaltato il match con Djokovic da un set sotto e 0-30 sul 3-3 del secondo set: con un successo combattuto ma sostanzialmente mai in discussione su Goffin, che regala all’Orso russo (medved significa appunto orso nella lingua di Tolstoj) il primo sorriso in un Masters 1000 e soprattutto il numero 5 della classifica. Da oggi, Daniil è il più in alto della tanto celebrata Next Gen, di cui rappresenta l’archetipo contrario rispetto agli strombazzati Tsitsipas e Shapovalov: pochissima vita sui social, una moglie (Daria) già a carico e una straordinaria etica lavorativa, che lo ha portato a migliorare a grandi passi, soprattutto al servizio. Che a Cincinnati è stato l’arma letale, togliendolo sempre dagli impicci. Medvedev è il giocatore più caldo del momento (tre finali in tre settimane, finalmente si è tolto la scimmia dopo i k.o. di Washington e Montreal) e quello con più vittorie in stagione, 44.

 

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Tra le donne, vittoria della Keys, al primo Premier 5 in carriera.

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Avrebbe tutto per rimanere costantemente al top: un servizio che spacca e colpi molto pesanti da fondo, ma non è mai stata una tigre nei momenti caldi di una partita o di una stagione. È vero, ha giocato una finale Slam a New York nel 2017, ma è stata travolta dalla Stephens e comunque ci si immaginava che alla sua età (24 anni) si fosse già costruita un palmarès da star. Ecco dunque che il trionfo in Ohio ci consegna una giocatrice che finalmente è stata aggressiva quando si è scoperta spalle al muro: la Kuznetsova è stata in vantaggio 5-3 in entrambi i set, ma a quel punto Madison ha alzato l’intensità del gioco ed è uscita dal pantano con 13 ace e 45 vincenti. Chapeau.

Da Djokovic a Federer. Big (quasi) pronti per gli USA (Angelo Mancuso, Il Messaggero)

Attenuanti generiche. Dopo il ko in semifinale al Masters 1000 di Cincinnati, Djokovic si concentra sugli US Open: «Ho perso contro un avversario che ha giocato benissimo, sarò pronto per New York». Manca una settimana esatta all’ultimo Slam della stagione e il n.1 era al rientro dopo il trionfo a Wimbledon e con il riacutizzarsi del dolore al gomito destro: contro Medvedev ha dominato per un set e mezzo, poi la risposta migliore del pianeta si è inceppata e il talentuoso russo classe 1996 ha messo la freccia (3-6 6-3 6-3). Allarmanti le condizioni di Federer: probabilmente avrebbe avuto bisogno di qualche giorno in più per digerire la sbornia dei 2 match point falliti contro Djokovic nella finale dei Championships. King Roger nel caldo umido di Cincinnati è apparso lento e spaesato e ha incassato una brutta sconfitta già al 3° turno contro Rublev.

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Sempre in tema di Fab Three, Nadal si è chiamato fuori dalla mischia in Ohio dopo aver vinto però a Toronto. GOSSIP In attesa di rivederlo sul cemento degli US Open, gli appassionati di gossip conoscono la data delle nozze con Xisca Perello: la cerimonia si terrà sabato 19 ottobre a Pollensa (…).

Crazy tennis (Gianni Clerici, La Repubblica)

A Cincinnati — Ohio — il tennista australiano Nick Kyrgios, durante il suo match contro il russo Karen Khachanov, n. 9 in classifica, è stato multato di ben 113 mila dollari per otto infrazioni antisportive (…).

Non sorprenderà il lettore che abbia ammirato Kyrgios a Roma scagliare sul campo una sedia durante gli ultimi Internazionali, o me stesso, la prima volta che lo vidi in Australia (…). Fu quella volta, in cui trovò modo di prendersela soltanto con una bottiglietta, che il collega australiano che mi accompagnava mi fece notare quanto dovesse essere difficile il ruolo di “new australian”, come vengono definiti i conquistatori della nuova nazionalità. «Kyrgios — disse l’amico — non ha solo un papà greco, ma una mamma malese».

(…) Scrivo queste cose dopo una presentazione di un mio libretto, Il Tennis nell’Arte, del quale avrete letto forse, se abitate in Lombardia, una intervista di un altro innamorato del tennis, Carlo Annovazzi. (…) Parlando di Kyrgios, il collega mi domandò se nella mia lunga vita sui campi fossi stato testimone di qualche altra vicenda sconveniente, e mi venne in mente il nome, oltre che di McEnroe, di Cecchino Romanoni, che durante la guerra si era trasferito in Portogallo per evitare il servizio militare, era cocainomane e trasportava la droga in un foro praticato nel manico delle racchette di legno. Fu forse sotto l’effetto della cocaina che l’esaltazione della vittoria lo portò a un comportamento che non ebbe mai un suo eguale sui court. Romanoni fu considerato “Il più bel rovescio italiano degli Anni Quaranta”, e pure io lo ammirai, ma la storia mi venne raccontata dall’autore cinematografico e teatrale Franco Brusati, che lo battè sorprendentemente ad un torneo milanese del 1942, l’anno della conquista di Romanoni del titolo italiano. Brusati, autore di film quali Pane e Cioccolata e Dimenticare Venezia, avrebbe avuto la benevolenza di giocare con me negli Anni Cinquanta, e mi avrebbe raccontato che Romanoni, ingaggiato nella troupe americana di Bobby Riggs, n. 1 Usa durante la guerra, esaltato dalla sua prima vittoria sullo stesso Riggs, iniziò a masturbarsi a fine match su un Centrale di Buenos Aires. Fu soltanto un accenno, perché qualcuno fortunatamente intervenne, e la vicenda fu lungi dal causare le conseguenze che stanno costando tesori e riprovazione a Kyrgios, al quale farebbe bene essere seguito da un consigliere più che da un allenatore. Così come sarebbe stato utile a McEnroe, per evitare le abituali liti con gli arbitri che racconta nella sua biografia You cannot be serious, una genitrice meno materna di sua mamma Kathy, per non essere giunto all’espulsione da socio di Wimbledon. L’espulsione fu conseguente ad una attesa che si era protratta troppo a lungo della moglie del presidente del Queen’s Club. Dopo aver atteso una ventina di minuti che Mac finisse il suo allenamento, la presidentessa si decise a ricordargli, molto gentilmente, di aver prenotato il campo, e quel gentiluomo le mostrò il manico della racchetta, e le suggerì, con un sorriso ironico, di farne un uso davvero intimo

(…)

Un analogo fenomeno di cattiva educazione accadde anche a me, giocatore certo immeritevole di rimanere nella storia del tennis. Nella finale del torneo di Nizza, negli anni Cinquanta, il mio avversario di doppio, il numero 1 americano Bartzen, prese a chiamarmi tra un punto e l’altro “piccolo giocatore”, o addirittura “incapace”. Dopo una decina di volte, persi la pazienza, e scavalcai le rete. Avrei tanto desiderato colpirlo con una racchettata, ma mi sentii sollevare dalle manone del mio partner Orlando Sirola, un due metri colossale, che mi riportò al di là della rete, nel nostro campo.

(…)

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Crivelli). Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

La rassegna stampa di domenica 18 agosto 2019

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Resurrezione Kuznetsova. Barty, niente numero 1 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte ritornano. Nell’invasione russa dei primi anni Duemila, guidata dalla zarina Sharapova, Svetlana Kuznetsova da San Pietroburgo sembrava destinata a un ruolo d’avanguardia, ben oltre il bottino comunque lussuoso di due Slam, a New York nel 2004 (anno in cui, oltre a lei, la Myskina vinse a Parigi e Masha a Wimbledon da diciassettenne) e al Roland Garros nel 2009. Ingiocabile da fondo nelle giornate di grazia, perché dritto e rovescio per lei pari sono, Sveta ha pagato in carriera una certa propensione agli agi extracampo e una cura non proprio maniacale del proprio corpo, che le ha procurato una discreta serie di problemi fisici, ultimo un infortunio a un ginocchio che l’ha tenuta ferma sette mesi e l’ha fatta scivolare oltre il centesimo posto in classifica, lei che vanta un best ranking al n. 2 nel settembre 2007. Avrebbe dovuto debuttare nei tornei statunitensi già a Washington, dove difendeva il titolo 2018, ma la colpevole richiesta tardiva del visto per gli Usa non le ha permesso di iscriversi, facendola crollare ancora di più nel ranking. Da numero 153 mondiale ha avuto una wild card a Cincinnati e fin qui ha messo insieme una settimana dai sapori antichi, perché per arrivare in finale ha battuto tre top ten di fila: Stephens, Pliskova e Barty. Non solo: ha deciso la numero uno della nuova classifica e quindi indirettamente la prima testa di serie agli Us Open, perché i suoi successi sulla ceca nei quarti e sull’australiana in semifinale le hanno private dell’opportunità di prendere la vetta e ci hanno lasciato la Osaka (che intanto si è ritirata contro la Kenin per problemi a un ginocchio). A 34 anni, è cambiato lo spirito, grazie anche al ritorno con il vecchio allenatore, Carlos Martinez: «Ritardare l’arrivo negli Usa alla fine mi ha aiutato, perché ho dormito una settimana in più nel mio letto. Non pensavo di essere già a questo livello, ma adesso mi diverto e non ho pressioni». […]

Cecchinato cerca la scintilla giusta (Tuttosport)

 

Quattro azzurri al via. A Winston-Salem, in North Carolina, parte questa sera il torneo che vede tra gli altri al via Andy Murray, grazie ad una wild card, che affronterà al primo turno lo statunitense Tennys Sandgren. Il torinese Lorenzo Sonego, n. 47 del mondo, è l’unico ad essere testa di serie, condizione che gli permetterà di partire dal secondo turno. Non si conosce ancora il nome del suo primo avversario. Più difficile il percorso degli altri italiani in gara: Thomas Fabbiano esordirà contro Andrey Rublev, reduce dalla vittoria contro Roger Federer a Cincinnati. Andreas Seppi se la vedrà con il ceco Tomas Berdych, giocatore sempre temibile che però ha giocato molto poco negli ultimi due mesi. L’ultima partita vinta risale a febbraio e la sua condizione di forma rappresenta una vera incognita. Resta Marco Cecchinato, che viene da un lungo digiuno di vittorie. L’ultima volta fu a Roma, a metà maggio, contro De Minaur. Il siciliano sarà opposto ad Alexander Bubilk, giovane kazako. A New York invece sarà impegnata Camila Giorgi contro la russa Margarita Gasparyan. La russa è una giocatrice ostica che fa della potenza la sua arma migliore. Il Bronx Open è una novità nel circuito WTA. Testa di serie n. 1 sarà Qiang Wang, n.17 del mondo. Intanto a Cincinnati, Svetlana Kuznetsova ha ritrovato il suo miglior tennis. La ex numero due del mondo (2007), dopo aver battuto Sloane Stephens e Karolina Pliskova, ha sconfitto anche Ashleigh Barty, conquistando il pass per la finale del “Western e Southern Open. La 34enne russa, attualmente al numero 153 del ranking Wta a causa di alcuni problemi fisici, ha superato l’australiana, numero uno del tabellone e numero due Wta, col punteggio di 6-2 6-4.

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