Torino che colpo: è Masters (Piccioni). Gioia Binaghi: "Premiata la nostra credibilità" (Crivelli). Gran Torino (Semeraro). Il tesoro del tennis (Ricca). Nadal: "Torino perfetta capitale del tennis" (Seme). Quella sfida immaginata a tavola con Kramer (Clerici)

Rassegna stampa

Torino che colpo: è Masters (Piccioni). Gioia Binaghi: “Premiata la nostra credibilità” (Crivelli). Gran Torino (Semeraro). Il tesoro del tennis (Ricca). Nadal: “Torino perfetta capitale del tennis” (Seme). Quella sfida immaginata a tavola con Kramer (Clerici)

La rassegna stampa di giovedì 25 aprile 2019

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Torino che colpo: è Masters (Valerio Piccioni, Gazzetta dello Sport)

Tanto tuonò che usci il sole. L’assegnazione delle ATP Finals a Torino ribalta il proverbio: praticamente affondata, tenuta in piedi quasi per miracolo, salvata dal famoso decreto governativo arrivato in extremis, la candidatura italiana scavalca Tokyo, Singapore, Manchester e l’uscente Londra. Tagliando il traguardo dopo un’interminabile volata fra rinvii della decisione ed estenuanti richieste di supplementi di documentazione. I condizionali scompaiono solo quando sui profili social dell’ATP vengono finalmente riempiti i puntini di sospensione dopo il the host city for the ATP finals is che da martedì sera annunciavano l’imminente decisione. Dunque Torino. Con i suoi 14.700 posti del Pala Alpitour, vicino di casa dello Stadio Olimpico Grande Torino. Ospiterà gli otto migliori giocatori del mondo (e gli otto migliori doppi) dal 2021 al 2025, con un montepremi di 14.5 milioni di dollari, ben cinque e mezzo in più rispetto all’ultima edizione di Londra. Sarebbe bello se ci fosse ancora, al termine di un’immensa carriera, Roger Federer. Intanto Novak Djokovic, numero uno mondiale e presidente del consiglio dei giocatori, si dice felice. Ha già prenotato il soggiorno: «Spero proprio di far parte di questo evento speciale». Non è un mistero che i giocatori tifassero per una soluzione europea per evitare la stressante trasferta asiatica di fine stagione. La Torino delle Finals consacrerà la nuova ondata di talenti del tennis, da Alexander Zverev (che ha vinto le ultime Finals) a Stefanos Tsitsipas. E la recente vittoria di Montecarlo, il Fognini «ammazza Nadal», ci fa pure sognare il ritorno di un italiano fra i magnifici otto. Manchiamo dalla stagione 1978 (ma il torneo si disputò nel gennaio 1979), quando a New York c’era anche Corrado Barazzutti. Adriano Panatta, invece, giocò a Stoccolma nel 1975, pochi mesi prima di prendersi Roma, Parigi e Coppa Davis. Anche il presidente della Fit Angelo Binaghi, che ha firmato lo short agreement con l’ATP, sottolinea: «La palla passa al nostro settore tecnico, che entro 3-4 anni deve fare la sua parte per portare un italiano a giocarsi il titolo di campione del mondo». Per Corrado Barazzutti «Fognini può farcela, l’anno scorso ci è andato vicino». E Nicola Pietrangeli si chiede: «Fognini alle Finals, perché no? Ha 2-3 anni per giocare a questo livello». Dunque, abbiamo già un altro obiettivo. Ma ce n’è un altro. Il tennis italiano, lo sport, il Paese, dovranno riempire questo investimento di contenuti, non limitarsi a far festa intorno ai campioni che verranno a trovarci dal 14 al 21 novembre 2021, e poi nello stesso periodo fino al 2025. Torino deve costruire intorno alle Finals qualcosa di davvero di speciale. Con il Pala Alpitour andrà coinvolta davvero tutta la città. Non c’è bisogno di dirlo: 78 milioni di euro, l’investimento assicurato dal Governo, è una bella cifra. Il budget complessivo arriva a quota 250 e andrà coperto con biglietti, sponsor e marketing. Le proiezioni citate dalla sindaca Chiara Appendino sono rassicuranti. Ma per centrare questa impresa ci vorrà davvero il tanto nominato «spirito di squadra» che ha dato l’ossigeno alla clamorosa remuntada. E poi il paragone con la Londra dei 250.000 spettatori l’anno, ci costringerà ad alzare parecchio l’asticella: il sito della BBC ieri ha scritto che Torino «avrà un compito molto difficile». Bisogna farsi trovare pronti. E la politica? I 5 Stelle esultano. Da Beppe Grillo al presidente della Camera Roberto Fico passando per il sottosegretario Simone Valente. Che con il suo «a differenza di altri ci abbiamo creduto fortemente» rivendica il punto rispetto all’iniziale freddezza della Lega, che al Decreto che ha stanziato le risorse (firmato peraltro proprio dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti) avrebbe preferito il passaggio parlamentare. L’ex ministro dello sport Luca Lotti, rallegrandosi per il successo, chiede invece polemicamente ai 5 Stelle il perché del differente trattamento di fronte ai soldi per la Ryder Cup («Avevano chiesto le mie dimissioni») rispetto a quelli per le Finals […]

Gioia Binaghi: “Premiata la nostra credibilità” (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

 

Ci sono volute la tigna sarda e la visione imprenditoriale delle radici brianzole, ma alla fine Angelo Binaghi ha portato a casa un risultato storico. Presidente, ha fatto filotto: Internazionali, Next Gen Finals e adesso il Masters. «Il merito è innanzitutto del Consiglio Federale, che di fronte a un’impresa che sembrava folle ha avuto il coraggio di rischiare, perché ha pensato al futuro del tennis e non alla parrocchia. Dopodiché non ho alcun timore a dire che senza la nascita di Sport e Salute il sogno non si sarebbe realizzato: è una rivoluzione copernicana per lo sport italiano». Le Atp Finals per una volta hanno unito anziché dividere. «È stata la forza della candidatura. Governo, Comune, Regione e ovviamente Fit hanno sempre operato in concordia. E mi lasci ringraziare in particolare la sindaca Appendino, che è stata determinante: io ho vinto due titoli italiani in doppio misto, se avessi avuto una partner come lei sarebbero stati dieci». Mai avuto paura di non farcela? «Eravamo fuori. Morti. A Indian Wells, il presidente dell’Atp Chris Kermode aveva annunciato a tutti che la scelta era caduta su Tokyo. In quei minuti, però, è arrivata la conferma dell’appoggio del Governo con il famoso decreto del presidente del Consiglio che garantiva le coperture. Kermode ha sospeso la riunione e l’ha aggiornata a due settimane dopo per darci la possibilità di rientrare». Non c’è dubbio però che, senza la credibilità della Fit, l’Atp non avrebbe concesso proroghe. «Evidentemente, con gli Internazionali prima e le Next Gen Finals poi, abbiamo dimostrato di essere un interlocutore affidabile. Non a caso Tokyo e Singapore offrivano di più, ma l’Atp ha scelto di dare a noi il suo torneo più importante». Come si immagina i prossimi passi? «Intanto dovremo coinvolgere gli imprenditori, che in questa fase così complicata abbiamo tenuto un po’ in disparte. E veicolare il messaggio che le Finals saranno un motore economico per la città, la Regione e tutto il Paese» […] L’assegnazione delle Finals arriva nella settimana in cui un italiano, Fognini, vince per la prima volta un Masters 1000. «E un ragazzo torinese, cioè della città del Masters (Sonego, ndr), arriva nei quarti, che è un risultato in prospettiva ancora più importante. Diciamo che ci stiamo mettendo nelle condizioni non solo di ospitare le Finals, ma anche di produrre giocatori che possano vincerle. Per adesso è un ambizione, ci siamo appena messi in cammino. Ma la fiducia è doppia».

Gran Torino (Stefano Semeraro, Stampa)

Come un romanzo, meglio di un romanzo. Un best seller a lieto fine, in primo piano una città, sullo sfondo la storia del tennis. La vicenda della candidatura di Torino per le Atp Finals è stata piena di colpi di scena, di imprevisti, di snodi e contrattempi. Fino allo scioglimento di ieri, quando dopo mesi di suspence è arrivato l’annuncio ufficiale. A novembre, quando si è incominciato a parlarne concretamente alle Next Gen Finals di Milano, più che una sfida pareva un azzardo. Si favoleggiava di concorrenti illustrissime e straricche – Abu Dhabi, San Pietroburgo, Berlino, tutte evaporate al momento di aprire i forzieri… -, con Torino nel ruolo di Cenerentola: bella, ma squattrinata. La svolta iniziale è arrivata con il primo sopralluogo dei dirigenti Atp, il 10 dicembre: Ross Hutchins, braccio destro del presidente Chris Kermode, è rimasto colpito dall’offerta made in Italy. «Torino non è conosciuta come Roma, Firenze o Milano, non credevano di trovarci davanti una città così affascinante» spiega Giorgio Di Palermo, ex membro del board Atp e oggi dirigente Fit. «E neppure impianti così funzionali, per giunta in centro, non in periferia». Diego Nepi, responsabile di Coni Servizi, e Sergio Palmieri, direttore degli Internazionali d’Italia, erano già volati a Londra durante la settimana Masters per accompagnare la sindaca Chiara Appendino, tennista praticante, che con un dossier impeccabile (e un ottimo inglese) aveva impressionato la “giuria” dell’Atp. Il resto lo avevano fatto la Mole, il Museo Egizio, il pranzo alla Nuvola Lavazza, la visita alla futura cittadella del tennis con gli spazi ampi e accoglienti del Pala Alpitour e del Circolo della Stampa Sporting. L’Europa, a un passo dai campi di tennis. La Grande Bellezza italiana. Sbaragliata la concorrenza. Il primo obiettivo, il faro della prima fase, la short-list di cinque candidate reali – oltre a Torino c’erano Londra, Manchester, Tokyo e Singapore – è stato centrato, e lì è arrivato il primo sospiro di sollievo. Mancava però la grana, il nocciolo della questione. La “darkest hour”, l’ora più buia della candidatura Torino l’ha vissuta quando le garanzie economiche del governo sembravano mancare, nel braccio di ferro politico tra Lega e Cinque Stelle. A farla ripartire, quando ormai le speranze erano ridotte al minimo, ci ha pensato la spinta arrivata dall’incontro di febbraio tra gli organizzatori, Chiara Appendino e le imprese torinesi. La grinta della sindaca, rinforzata dal sostegno fondamentale degli esponenti 5 Stelle Laura Castelli e Simone Valente e da quello del territorio, ha tenuto accesa la fiammella in giorni di frenetiche riunioni e discussioni. A sbloccare definitivamente la situazione ci ha pensato il sospirato nullaosta del governo, la garanzia dei famosi 78 milioni richiesta dell’Atp. Qualcuno ha detto che la concorrente più difficile per Torino non è stata né Londra né Tokyo, ma l’Italia, e forse c’è un pezzo di verità, anche se stavolta la voglia di organizzare qualcosa di importante è stata più forte delle divisioni […] Ieri la parola fine al romanzo. E il primo capitolo di una nuova storia. La più bella del nostro tennis.

Appendino: “Una ricaduta economica da 500 milioni” (v.p., Gazzetta dello Sport)

L’esultanza di Chiara Appendino fa il giro del web. Alle 11 di mattina arriva il tanto atteso scoppio di gioia. Sindaca, ha esultato così anche quando fu eletta? «No. Perché qui non c’è stato il momento di fermarsi nemmeno un attimo. Fino al conto alla rovescia, una vera liberazione dopo giorni in cui si alternavano le voci, quasi un viaggio sulle montagne russe». E pensare che a un certo punto della storia sembrava tutto finito, chiuso, perso. La candidatura si era impantanata in un vicolo cieco perché mancavano i soldi. «È stato il momento più difficile, quello in cui si dovevano concretizzare le garanzie governative. E forse in quel momento l’intervento del vicepremier Di Maio a Torino fu sottovalutato. E invece, remando tutti nella stessa direzione — Governo, Regione, Federtennis, Coni, l’Istituto per il Credito Sportivo, imprese — abbiamo ottenuto il risultato». Dopo Londra, Torino. Le Atp Finals vengono da successi clamorosi, sarà una bella montagna da scalare con un passato così prestigioso alle spalle. «Ne siamo coscienti, sarà una sfida che richiederà un grandissimo impegno. Ma siamo pronti. Non mi riferisco solo alla grande affidabilità del know how sportivo con i nostri partner Fit e Coni, che naturalmente ringraziamo, e alle infrastrutture, con il Pala Alpitour. È tutta la città che vuole essere e sarà protagonista». Lo Stato spenderà parecchi soldi. C’è un partito degli scettici che è pronto a dire: si tratta solo di una sfilata di campioni, ne vale veramente la pena? «Certamente sì. Intanto la ricaduta economica, che è stata stimata per i 5 anni in circa 500 milioni di euro. Ma le Finals incroceranno e aiuteranno diversi momenti di sviluppo della città. Penso al Progetto City Lab e all’innovazione, all’ambiente e alle sfide per la sostenibilità, e a tutto l’indotto che un evento del genere produrrà solo per il Torino, ma per il Paese». Da ex giocatrice che effetto le faranno le Finals sotto casa? «Non avrei mai immaginato di poter vivere una cosa del genere. Così speciale, da italiana e da appassionata. Consideri che ho conosciuto il mio futuro marito su un campo da tennis. Per me un significato in più» […] Ma lei alle Finals per chi tiferà? «Il mio idolo era Edberg. Quando giocavo, Federer: se non ci sarà da giocatore, speriamo di ospitarlo con la moglie e i suoi quattro figli. Ci saranno, spero, Nadal e Djokovic, campioni straordinari». E Fognini? «Magari! E prima o poi, anche Sonego, che è torinese…».

Il tesoro del tennis (Jacopo Ricca, Repubblica)

«Meglio di un’Olimpiade». A Torino, che di Giochi a 5 cerchi se ne intende avendo ospitato quelli invernali dei 2006, è questo uno dei commenti più pacati con cui si celebra l’assegnazione delle Atp Finals alla città dal 2021, arrivata ieri dopo un lungo tira e molla tra il board dei tennisti e il governo […] L’annuncio, ufficializzato con un video sulla pagina Facebook di Atp, vale più di mezzo miliardo di euro: tanto è stato stimato il ritorno economico per Torino e il Piemonte, spalmato su 5 anni. Il dossier di candidatura prevede 250mila visitatori per ogni edizione: almeno la metà degli spettatori arriverà da fuori città e la maggior parte da altri Paesi. Torino che, tra polemiche interne al Movimento 5 Stelle e campanilismi contro Milano, aveva rifiutato l’ipotesi di una candidatura a tre, insieme anche a Cortina, per le Olimpiadi invernali del 2026, ha alla fine ottenuto un evento quinquennale che garantisce adeguata visibilità mondiale. Per i Giochi il ritorno era stato calcolato attorno al miliardo di euro, ma gli investimenti necessari erano almeno pari. Con le Atp Finals invece si sfrutterà l’eredità olimpica del 2006, il Pala Alpitour che sarà la sede dei match è stato costruito proprio per i Giochi e sarà riconvertito, insieme alla vicina Piscina Monumentale, per creare una “cittadella del tennis”. La struttura attualmente può ospitare poco più di 14mila spettatori, mentre l’Atp punta a superare i 15mila come già succede all’02 Arena di Londra. Le trasformazioni necessarie e l’organizzazione dell’evento avranno un costo di circa 250 milioni di euro, coperto in parte dagli investimenti della Città, della Regione e del mondo produttivo piemontese, ma il grosso sarà fatto dagli sponsor. Da Fca a IntesaSanPaolo, passando per Rolex e Lavazza, impresa torinese che però già oggi sostiene tornei importanti come il Roland Garros, sono tantissime le aziende interessate alle Atp Finals di Torino. Senza contare Bnl e il Credito Sportivo che hanno giocato un ruolo fondamentale nel deposito della fideiussione da 78 milioni di euro con la quale il governo si è impegnato a coprire il montepremi che ogni anno è assicurato ai giocatori. Nel 2021 l’importo sarà di 13 milioni di euro, da suddividere tra singolare e doppio. A gestire l’evento, aspetto tra i più importanti per convincere il board di Atp, ci saranno la Federtennis, che con il presidente Binaghi ha fatto di tutto per ottenere le proroghe in attesa che dal governo arrivasse quell’impegno finanziario richiesto dall’associazione dei tennisti professionisti, e la Sport e Salute, la società che ha sostituito la Coni Servizi e che rappresenta il braccio operativo e commerciale del comitato olimpico. Non è stato però il dato finanziario quello che ha fatto pendere l’ago della bilancio per Torino. I delegati di Atp, arrivati in città sul finire del 2018 e accompagnati da Appendino e dalla leggenda del tennis italiano, Nicola Pietrangeli, hanno capito subito che la scelta di Torino, oltre a soddisfare le richieste dei giocatori, contrari a lasciare l’Europa per l’ultimo torneo della stagione, avrebbe permesso di iniziare a costruire quella “città del tennis e dell’Atp” che Londra non è stata […]

Nadal: “Torino perfetta capitale del tennis” (Seme, Stampa)

Rafa Nadal, a lungo numero 1 del mondo, il Signore indiscusso della terra, è molto soddisfatto della scelta fatta dall’Atp. Del resto la sua amicizia con l’Italia data da molti anni: a Barletta nel 2003, vinse il suo primo Challenger, il gradino d’ingresso nel circuito pro. E a Roma, inutile ricordarlo, è il campione uscente con ben otto titoli in bacheca. Rafa, la scelta di Torino è quella giusta? «Sì, credo che sia la scelta giusta, per vari motivi. Perché l’Italia ha una grande tradizione tennistica, ottimi giocatori anche giovani e che quindi potranno essere forse protagonisti del torneo negli anni che vanno dal 2021 al 2025. E perché Torino è una grande città ed è in Europa, al centro dell’Europa, quindi si inserisce benissimo nel calendario di fine anno di noi giocatori». Ha vinto il suo primo Challenger a Barletta e trionfato tante volte a Roma: cosa ama più dell’Italia? «Be’, tante cose. Ho sempre detto che Italia e Spagna sono le nazioni più simili, quasi gemelle, e in Italia sono sempre stato accolto benissimo. Sicuramente amo il tifo degli appassionati italiani, che sono calorosissimi e danno l’atmosfera giusta ad un incontro. Poi, ovviamente, amo la gastronomia, il cibo italiano. Ogni volta che sono in Italia non perdo l’occasione di gustare cose nuove, e se sarò a Torino non farò eccezioni». Da fuoriclasse che ha giocato tante volte il Masters, con una lunghissima esperienza, può dare un consiglio agli organizzatori? «No, non tocca a me dare consigli. Se parliamo di Masters è la città che organizza, è vero, ma dietro c’è comunque la Federtennis italiana, che da tanto tempo organizza un grande evento come quello del Foro Italico romano e quindi sa benissimo cosa fare. Non ho dubbi che sarà un successo. Quindi niente consigli, ma appoggio all’organizzazione» […] Una promessa ai suoi tanti fan che sperano di vederla in campo a Torino? «Il 2021 è ancora molto lontano, quindi non posso dire niente: non ho la palla di cristallo, non leggo il futuro. Di sicuro però gli appassionati italiani mi potranno vedere in campo fra pochissimo a Roma. Gli Internazionali d’Italia iniziano il 12 maggio, non vedo l’ora di essere lì e spero di essere nella migliore condizione». Cristiano Ronaldo gioca a Torino: andrà a vederlo giocare in tribuna allo stadio? E spera che lui venga a vedere lei? «Come tutti sanno io sono un grande appassionato di sport, non solo di tennis. La mia squadra è il Real Madrid, dove ha giocato tanti anni Cristiano, e se nel 2021 sarà ancora alla Juventus sicuramente andrò a vederlo, ma mi piacerebbe anche andare a guardare il Toro… E soprattutto spero che la gente del calcio venga al PalaAlpitour per vedere il tennis».

Quella sfida immaginata a tavola con Kramer (Gianni Clerici, Repubblica)

Sembra impossibile, e giuro che non faccio per vantarmi, ma d’improvviso è accaduto qualcosa di storico del quale fa parte un mio suggerimento. Leggerete che d’improvviso è successo che il Masters di tennis si giocherà a Torino, dopo dieci anni passati a Londra. Negli anni Sessanta io sedevo a Roma, a cena insieme a Jack Kramer, ex n.1 del mondo, e a Carlo Levi della Vida, il miglior organizzatore di tennis italiano, figlio di uno dei 12 professori che avevano rifiutato di giurare fedeltà al fascismo, che per questo aveva dovuto espatriare negli Stati Uniti. Jack Kramer non soltanto era stato in cima alla classifica, ma riteneva che il dilettantismo dei suoi colleghi non fosse equo. Allora scrivevo per il Giorno, e il direttore, Italo Pietra, mi aveva destinato anche allo sci, sapendomi ex alpino sciatore. Ero però intimo amico di Carlo Della Vida, sin dai tempi in cui era stato prima categoria, e amico di Jack Kramer, che avevo ammirato quale vincitore di Wimbledon, giocandoci addirittura in allenamento. Così, nell’ascoltare la conversazione in cui i due accennavano ad un torneo che imitasse un Grand Slam, mi scappò detto: «Ma perché non fate una finale tipo quella dello sci?». Mi avevano guardato, con un misto di sorpresa e di incredulità. Jack nemmeno sapeva della Finalissima dello sci, e Carlo ne aveva letto vagamente, senza approfondire. Fu così che iniziarono a pensarci, e addirittura Jack mi invitò per un viaggio a Tokyo, che Italo Pietra non mi permise di accettare. «Stai qui, e va’ a Garmisch» mi disse, «altro che il Giappone». Io non posso certo vantarmi, per un caso fortuito e fortunato, ma Stan Smith, che vinse il primo Masters della storia, divenuto mio presidente della Hall of Fame, lo ricordò nel discorso con il quale divenni socio di quella istituzione. Ora che il Masters raggiunge Torino, Jack, e forse Carlo della Vida, da una nuvola, mi sorridono.

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Benvenuti). Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Rossi). La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Tripi)

La rassegna stampa di mercoledì 17 luglio 2019

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Fognini-Travaglia, tempo di derby (Daniele Benvenuti, Tuttosport)

Buona la prima per Stefano Travaglia e anche per l’eterno Paolo Lorenzi nel tardo pomeriggio ad Umago. Già salutato Marco Cecchinato, ma in attesa di rivedere all’opera la giovane wild card altoatesina Jannik Sinner che lunedì sera aveva eliminato il portoghese Pedro Sousa, profuma di azzurro la 2a giornata di match a tempo pieno della 30a edizione del torneo inserito nel circuito ATP World Tour 250 series. Travaglia ha superato piuttosto agevolmente il connazionale Thomas Fabbiano e ora diventa anche il primo avversario di Fabio Fognini, testa di serie numero uno e approdato direttamente al 2° turno, per l’ennesima sfida fratricida: 6-3 6-2 il risultato finale in favore di Travaglia. Addirittura massacrante la prestazione vincente alla quale è stato chiamato l’irriducibile Lorenzi che si è imposto sul tedesco Peter Torebko (promosso dalle qualificazioni) al termine di un confronto teso ed equilibrato. Il 7-5 a favore di Torebko, al termine del primo set, è un eloquente biglietto da visita per un match che Lorenzi riapre subito con un palpitante 6-4, per poi andare a festeggiare al termine di un terzo set che si risolve prevedibilmente al tie break. Sotto di 3-1, l’esperto italiano conquista d’impeto la bellezza di sei punti consecutivi e, approfittando anche di un leggero problema fisico dell’avversario, festeggia il passaggio del turno in attesa di affrontare il serbo Laslo Djere.

Dietro la finale storica di Wimbledon un buco generazionale (Massimo Rossi, Libero)

 

Se alle sei della sera stai giocando la finale dello slam più importante che c’è, davanti a 15.000 spettatori ostili che inneggiano senza sosta al tuo avversario, e ti trovi sotto 7/8-15/40 al quinto mentre sta servendo l’altro, ma vinci il game e poi anche il match, ti chiami Nole Djokovic. Ma potresti anche chiamarti Roger Federer o Rafa Nadal perché questi tre signori sono assolutamente intercambiabili, e inimitabili per tutti gli altri che si trovano dal quarto posto in giù nella classifica mondiale. Il tennis da molti anni è roba loro, in un modo quasi imbarazzante per gli avversari, giovani e meno giovani. Imbarazzante soprattutto perché questa storia non sembra per niente finita qui, a dispetto dell’età, solo anagrafica, dei tre fenomeni: 38 Roger, 33 Rafa e 32 Nole. Quale può essere il perché di questo inarrestabile potere che rende tre soli giocatori padroni di 54 slam, per non contare le decine di Master 1000 e tutti gli altri tornei ATP? I perché sono fondamentalmente due. Il primo va ricercato nel fatto che questi grandi campioni, a differenza dei loro giovani colleghi della cosiddetta next gen, non hanno mai smesso di studiare, pur essendo, a turno, il numero 1 del mondo. E si vede. Ognuno di loro, ogni anno che passa, mostra chiari miglioramenti anche in quel pochissimo che ciascuno di loro ha da migliorare: Rafa ha oggi un servizio straordinario che prima non aveva, Roger un rovescio non più solo in back ma un colpo con il quale è in grado di condurre il gioco come con il diritto, Nole oltre ad aver superato la crisi di identità che lo aveva portato a perdere addirittura con Cecchinato l’anno scorso, ha trovato una sicurezza nei due fondamentali che di fatto non lo fa sbagliare mai. Cosa, quest’ultima, in cui Nadal è il numero uno indiscusso e che penalizza forse di più Roger, unico dei tre a risentire (si fa per dire…) un po’ di tensione nei momenti topici, tanto da non risultare certo il re dei tie break, come anche la recente finale di Wimbledon ha dimostrato. Inoltre il predominio assoluto di questi tre grandi giocatori va cercato nella loro contestualità. L’essersi trovati a convivere più o meno nello stesso arco di tempo, li ha costretti a migliorarsi a vicenda in un lungo rincorrersi di sfide e di rivincite. Non so se potrà mai ripetersi un fenomeno così. Di certo questi fragili campioncini della nuova generazione scompaiono di fronte a questi tre mostri sacri, e penso che una delle ragioni stia anche nella loro pigrizia, fisica e mentale, che impedisce loro di impegnarsi e sacrificarsi per migliorare sempre, giorno dopo giorno. Pensano di essere a posto così e aspettano che questi si scansino. Temo che abbiano sbagliato i conti, intanto che invecchiano loro.

La olandese Bertens testa di serie n. 1 al Country (Valerio Tripi, La Repubblica – Palermo)

La numero 5 al mondo, l’olandese Kiki Bertens, guida il tabellone principale della trentesima edizione degli internazionali di tennis di Palermo che si disputeranno da sabato al 28 luglio sui campi in terra rossa del Country Time Club. Dopo sei anni di assenza il grande tennis torna a Palermo con nomi di tutto rispetto se si pensa che a chiudere il tabellone sarà l’ex numero 4 al mondo, l’australiana Samantha Stosur, vincitrice degli Us Open nel 2011. Al “Palermo Ladies Open” le tenniste da battere non saranno solo Bertens e Stosur, ma anche Julia Goerges, n. 25 al mondo, e la ceca Karolina Muchova che, dopo l’exploit a Wimbledon dove ha raggiunto i quarti dopo avere battuto negli ottavi la connazionale Karolina Pliskova, ha scalato 25 posizioni nel ranking, arrivando alla posizione n. 43. Per rimediare all’assenza dal tabellone principale delle tenniste italiane, penalizzate dalla posizione di classifica, oltre alla wild card assegnata dagli organizzatori a Sara Errani, la scelta è stata proprio quella di assegnare gli altri tre pass alle azzurre che occupano la posizione migliore in classifica Wta: Jasmine Paolini, Martina Trevisan e Jessica Pieri. «La classifica mondiale – spiega il direttore del torneo Oliviero Palma – penalizza le nostre tenniste. Per questo in pieno accordo con la Federazione Italiana Tennis si è deciso di offrire l’opportunità alle azzurre di partecipare al torneo del Country concedendo le altre tre wild card. Da tempo, invece, avevamo deciso di assegnarne una a Sara Errani, giocatrice alla quale siamo legati e che a Palermo ha ottenuto alcuni fra i suoi migliori risultati». Lunedì scatteranno le partite del tabellone principale che si disputeranno sui tre campi del Country con turni di gioco che inizieranno alle 16 e andranno avanti fino a sera. […]

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Crivelli). Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Clerici). Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Rossi). Vince ma non piace (Azzolini)

La rassegna stampa di martedì 16 luglio 2019

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Vajda, l’ombra vincente di Nole (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

AIla fine, si torna sempre lì. Alla madre di tutte le partite. Anzi, di tutte le sconfitte. Quarti di finale del Roland Garros 2018, Djokovic perde in quattro set da Marco Cecchinato, numero 72 del mondo e sostanzialmente uno sconosciuto a quei livelli. Una delle più incredibili sorprese di sempre. Distrutto, a fine match un Novak spettrale sembra quanto di più lontano possa esserci da un giocatore di tennis che voglia continuare a faticare in campo. Coach Vajda, ricordando quella giornata, dirà: «È stata davvero dura, la sconfitta peggiore, perché non sapevo se avrebbe sopportato ancora di perdere, come ormai gli accadeva troppe volte». Appena 13 mesi dopo Nole non solo è tornato numero uno del mondo (allora era 22), ma ha vinto quattro Slam su cinque, l’ultimo domenica a Wimbledon al culmine di una delle partite più belle della storia che ha sublimato, una volta di più, la sua forza mentale contro un rivale pazzesco come Federer. Siamo di fronte a una delle più incredibili resurrezioni agonistiche di sempre, dopo un percorso tormentato, travagliato, a volte cervellotico ma che alla fine è approdato, per tornare al successo, alle vecchie, solide certezze di un tempo. Lo spartiacque, ancora una volta, è il Roland Garros, ma del 2016, quando Djokovic finalmente si toglie dalle spalle la scimmia dell’unico Slam che gli manca battendo Murray in finale. Dopo cinque anni intensissimi, la rincorsa si è conclusa e la testa perfetta di Robonole si prende una pausa: il tennis con i suoi sacrifici non è più il primo pensiero, ci sono questioni familiari da risolvere e una vita fuori dai campi da scoprire. Il Djoker si affida allora al guru spagnolo Pepe Imaz, ex giocatore che ha un approccio spirituale all’agonismo, pace e amore applicati alle racchette. A fine 2016, e non può essere altrimenti, se ne va Becker, che era con lui dal 2013 e con cui aveva conquistato sei titoli dello Slam, e tre mesi dopo Novak si separa anche da Vajda, dal 2006 fidato consigliere non solo tecnico, il coach che da teenager lo ha fatto diventare uomo. Così, chiama Agassi, che non ha alcuna esperienza da allenatore ma come lui è passato in carriera attraverso la nausea per il suo sport. Un’esperienza sostanzialmente fallimentare, anche perché il serbo nel frattempo decide di operarsi al gomito destro sofferente da tempo e si ferma sette mesi. E quando rientra, un po’ in anticipo sui tempi di recupero consigliati dai medici, si imbatte in due sconfitte pesantissime a Indian Wells e Miami. Nole è l’ombra del campione che fu. Per uscirne, non può che tornare all’antico: a fine marzo 2018 richiama Vajda e ricostruisce tutto lo staff dei grandi successi. Il crollo con Cecchinato, che aveva fatto temere il peggio per il prosieguo della carriera del serbo, sarà l’abisso da cui risalire: «La condizione che avevo posto — rivelerà poi il coach slovacco — era che nel team non ci fosse più Imaz, non volevamo trattare il tennis come una filosofia e non volevamo che Nole fosse influenzato da persone che conoscono il gioco ma non capiscono la psiche di un atleta di alto livello». Malgrado un relazione decennale, ripartire non è stato semplice: «Aveva molti dubbi. Giustamente continuava a considerarsi un campione, è stato difficile lavorare senza guardare il passato e senza pensare al futuro. Gli ho suggerito soltanto di riprendere le sue abitudini. Serviva tanta fiducia reciproca, soprattutto per superare i momenti duri». La finale del Queen’s persa con Cilic è una ripartenza, ma è Wimbledon 2018, in particolare la spettacolare semifinale contro Nadal, che segna definitivamente la rinascita: «La partita della svolta – riconosce Vajda – e un match incredibile. Dopo aver vinto, Novak non ha più avuto la paura della sconfitta». E i tempi del guru sono finiti nell’oblio: «Ora si lavora come un team – sono sempre le parole del coach – e il team di adesso è quello che mi piace di più» […] Nella finale di domenica, nei tre tie break, Federer ha commesso 11 errori gratuiti, Djokovic nessuno. Perché giocare bene conta, ma giocare bene i punti importanti è il marchio dell’immortalità.

Il tallone di Federer, creativo ma irregolare (Gianni Clerici, Repubblica)

 

L’hanno vista tutti […] L’ha vista anche il mio farmacista Carlo forse perché era domenica e non aveva da dispensare consigli ai suoi clienti, come i farmacisti di una volta che scomparivano dal banco per riapparirvi con la scatolina adatta a ogni richiesta. Chissà se la medicina non avrebbe potuto essere utile a Roger Federer, del quale mi si chiede perché abbia perso, mentre io non sono professionalmente in grado di rispondere, anche perché non son riuscito a trovare al telefono un mio ex-allievo che mi ha largamente superato, il coach Riccardo Piatti. Un paio di amici, sorpresi quanto me sulle statistiche che vedete, nettamente favorevoli a Federer, non si capacitano del risultato, apparentemente inspiegabile. Uno che vince nel 90% dei settori, non può alla fine ritrovarsi battuto, commentano. Il quesito è stato forse risolto da un amico che concede, insieme, visite psicologiche e lezioni di tennis, e al quale ho promesso di non rivelare il nome. Lo citerò dunque soltanto quale Gianluca. Quel che potrà tentar di rendere logica la sconfitta di Federer è un dato molto ben nascosto tra suoi, i dati positivi e altrimenti incomprensibili. Si tratta dei punteggi dei tre tie-break vinti da Djokovic. In quelle tre circostanze Nole ha concluso per 7 punti a 5, 7 punti a 4, 7 punti a 3, in decrescendo. Questo significa che, giunti al crepaccio gelato del tie-break bisogna rischiare meno, essere più regolari, più attenti, meno immaginifici, più solidi? Non so spiegarlo io stesso, soltanto i tre risultati dei tre giochi decisivi parlano da soli, forse dovrei scrivere punteggi. Non fosse esistito il tie-break […] come sarebbe finito il match? Ci sarebbero bastate le statistiche dei 52 errori gratuiti di Nole, e dei 62 di Federer? O non avremmo creduto un grossolano sbaglio statistico i 94 punti vincenti di Federer contro i 54 di Djokovic? Sarebbe stato possibile un simile articoletto senza l’intelligente attenzione di Gianluca? Credo di no, e ricordo che sembrerebbe meglio la regolarità della creatività. La saggezza dell’emotività. Ma se avesse vinto Federer?

Paolo Bertolucci: “Mi hanno insultato dopo la telecronaca” (Paolo Rossi, Repubblica)

Paolo Bertolucci non ci ha dormito la notte. Eppure qualche momento intenso nel tennis l’ha vissuto anche lui, che 43 anni fa vinse la Davis. Però la finale di Wimbledon fra Djokovic e Federer, che ha commentato per Sky (7,43% di share nel tie-break del quinto), lo ha toccato. «Mi sembra come se avessi giocato anch’io, dallo stress». Ma è stata davvero la partita più bella di sempre? «Sì. No. Boh. Ma come fai a dirlo? Era più bella Borg-McEnroe? Federer-Nadal del 2008? Ivanisevic-Rafter? È questione di variabili: se hai 60 anni, ne preferisci una. Se ne hai 20, un’altra. Spesso le partite memorabili le abbiniamo a un momento particolare della nostra vita. Quella di domenica è stata fantastica, entra nel novero di quelle indimenticabili. Poi è inutile interrogarsi su quella che sia universalmente “La Partita”». Risultato giusto? «Ha prevalso la tecnica di Djokovic unita alla sua grande caparbietà: la forza di volontà nel momento in cui sembrava finita. Questo ha fatto la differenza in un match così equilibrato» […] La sua telecronaca ha diviso gli spettatori, l’hanno accusata di essere un Federeriano. E sui social l’hanno insultata. «L’udito va dove lo porta il tifo. Ma non parlerei di spettatori, sono tifosi da tastiera. E odiatori: c’è gente che deve aver memorizzato da qualche parte l’incipit ‘figlio di puttana’. Un conto è dire che le mie telecronache sono faziose, e un conto è l’insulto». Contromisure? «Li blocco. Io commento il tennis perché mi piace, perché è uno sport di intenditori e di persone educate. Ovvio che se esci dalla nicchia poi il rischio è quello, e poi non puoi piacere/accontentare tutti. Me ne hanno dette di tutti i colori anche dopo Federer-Nadal, eppure Benito Barbadillo – portavoce di Rafa – mi ha scritto ringraziandomi […]

Vince ma non piace (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Creano turbamenti, le sconfitte di Federer. È cosi da sempre, e oggi di più. Nel sentimento comune l’immagine del Più Grande sconfitto si accompagna a quella di una carriera ormai alle ultime battute, e le percezioni che ne derivano sono insopportabili per la gran parte degli appassionati. E sono milioni in tutto il mondo […] L’indomani di una sconfitta così dura da accettare è sempre il più difficile. Domenica sera Federer, un po’ intontito, ne ha preso atto. Ieri è stato probabilmente il giorno in cui la recuperata lucidità gli ha consentito di darsi, in cuor suo, del fesso. La gran parte dei commentatori ha tentato di spiegare che cosa avrebbe o non avrebbe dovuto fare, senza avvedersi del fatto che così facendo finiscono per fargli un torto. Ovvio, le spiegazioni, anche quelle tecniche, servono sempre, e ancora di più serviranno un domani, quando questa stirpe di tennisti iscritta al Club dei Favolosi (i Fab Four, un tempo; oggi Fab Three; e in qualche breve ma lieta occasione anche i Big Five, con le aggiunte a turno di Wawrinka e Del Potro) sarà andata in pensione, e al suo posto ci sarà spazio per i più giovani, tutti aitanti e fortissimi nel fisico, ma tutti fatti con lo stampo. Allora, nel gioco a specchio che vedremo, magari ammirati dall’efficienza di quelle perfette macchine da guerra, sarà utile prendere atto di un colpo che poteva essere fatto, e di un altro che sarebbe stato meglio evitare. Ma con Federer, Nadal e Djokovic, è quasi una perdita di tempo. Essi rappresentano, più che il gioco del tennis, il gioco della vita. Ognuno di essi è il perfetto fenotipo del suo modo di essere, e per estensione del modo di essere di molti tra noi. Il tennis di Federer non potrebbe mai tralasciare una dose di rischio, perché ama completarsi nella bellezza, ed è uno scopo alto, così come è alto il prezzo da pagare. Quello di Nadal è il tennis di chi ama assaltare i problemi, ed è fatto di scontri fisici e mentali. Quello di Djokovic, infine, è il tennis di chi sa tesaurizzare, e sa che in ogni conquista vi deve essere una quota sua e una offerta invece dagli altri. Il più sparagnino? Come vi pare, ma che straordinaria dote quella di essere sempre pronto ad approfittarne. È difficile nella vita reale, ma se la riportate al tennis, alla velocità con cui viaggiano i colpi, alle dimensioni ristrette del campo, date retta, è quasi un miracolo la sua capacità di colpire sempre al momento giusto, di prendere campo quando l’avversario gliene offre appena un centimetro. Domenica, a tradire Federer è stata l’emozione. Non è la prima volta che gli capita… Sono 22 in carriera i match dispersi con almeno un match point a favore. Ma quando si giunge alla palla che vale il match, significa che tutto ciò che si doveva fare per vincere è stato fatto. Tranne quell’ultimo piccolo segmento da aggiungere al resto. Appropriarsene, come ha fatto Djokovic, dà la misura della sua qualità. Resta il confronto fra i tre. Nei giorni scorsi, per divertimento, si è scritto di Goat e biGoat, indicando due “greatest of all time”, Federer e Nadal. E la scelta del pubblico, badate, non la nostra. Lassù ci sono quei due, non ancora Djokovic, che piace un po’ meno. Potrebbe cambiare tutto se Nole superasse entrambi nel conto delle vittorie Slam? Difficile, proprio perché nel gioco della vita, la sua scelta è quella che ottiene minori consensi. Ma certo si riaprirebbero infinite discussioni […]

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Rassegna stampa

Wimbledon, il quinto trionfo di Novak Djokovic (Scanagatta, Garofalo, Crivelli, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 15 luglio 2019

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 Un terzetto irripetibile di fenomeni (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche perché il suo tennis, pur straordinario, è purtroppo meno originale. Il rovescioa due mani, il corri e tira… e anche se recupero palle incredibili con il rovescio, le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, chi lo guarda non si entusiasma, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi mancini, brutali, fenomenali di Rafa Nadal. Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi nel conto degli Slam, approfittando dei cinque anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciagli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal (…). Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. E’ quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

(…)

 

E’ un grande e sarà sempre più grande. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Roger, lacrime per Mirka e i figli: “Volevo dare loro un’altra gioia” (Antonio Garofalo, QS- Quotidiano sportivo)

È appena terminata l’incredibile battaglia di 4 ore e 56 minuti e sul Centre Court Sue Barker dice a Roger Federer appena sconfitto, quello che pensiamo tutti, ovvero che il match appena concluso è uno di quelli che non dimenticheremo mai. Federer, con un sorriso amaro, prova a sdrammati zare: «Io cercherò di dimenticarlo subito!. Ho dimostrato che a 37 non è ancora finita, ho dato tutto quello che potevo e resto ancora in piedi. Spero di riuscire ad ispirare altri ragazzi, che anche a questa età si può essere competitivi». Mirka e i quattro figli hanno assistito in tribuna a tutto il match. «Non saranno eccitati all’idea di avere in casa un altro piatto», alludendo al premio per il finalista sconfitto. Novak Djokovic è sopravvisuto a due match point sulla strada del suo quinto titolo a Wimbledon. «È una delle tre più grandi finali che ho vinto, se non la più dura. È indimenticabile, incredibile aver annullato due match point sul suo servizio ed aver vinto 13-12 al tiebreak. Ho vinto tre tiebreak? Beh, speravo di arrivare lì». Grande rispetto trai due contendenti, suggellati dall’abbraccio finale.

(…). Novak sa che questa vittoria vale tantissimo. «Queste partite danno un senso ad ogni minuto speso sul campo. Contro Nadal magari ho avuto battaglie più dure fisicamente, ma questa da un punto di vista mentale è stata incredibile». E rende omaggio ai suoi due grandissimi rivali. «Roger e Rafa sono il motivo per il quale gioco ancora, provo a fare quello che hanno fatto loro. Non so se ci riuscirò, ma è il mio obiettivo». Federer è deluso ma non abbattuto. «Non si può rimanere depressi dopo un match così, bisogna avere la mentalità di andare avanti ed essere contenti del proprio livello. Io lo sono. Un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due match-point. Non so se perdere in modo netto faccia meno male. Ma cerco di vedere i lati positivi, ero sotto un break e l’ho rimontata, è stata dura avere quelle possibilità e sprecarle, certo. Ma Novak è un grande campione e ogni vittoria aumenta la sua grandezza». La partita di oggi a molti ha ricordato un altro epico match perso da Federer qui, la finale del 2008 con Nadal. «Questa è stata una partita più regolare forse, senza interruzioni, senza il buio alla fine. La similitudine con quella partita, direi che è la delusione che sento». Roger è comunque soddisfatto del suo percorso stagionale: «Penso che giocare sulla terra mi abbia fatto bene, ho giocato match duri che mi hanno dato un buon ritmo. Salterò Montreal per preparare al meglio gli Us Open». Le leggende guardano sempre avanti.

La finale infinita è di Djokovic (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Quattro ore e 56 minuti avvitato alla mia seggiolina senza poter fare nemmeno pipì per la finale forse più incredibile cui abbia mai assistito, anche se era la n.46. L’ha vinta Novak Djokovic, «Serbinator», ed è la quinta per lui, dopo essere stato avanti per 4-2 nel quinto set ma dopo aver annullato anche due matchpoint consecutivi a Roger Federer che serviva sull’8-7 40-15. Per Federer è la ventiduesima partita che perde dopo aver avuto i matchpoint a favore. Forse anche al più forte tennista di tutti i tempi ogni tanto può venire il braccino. Non ha messo la prima nel primo matchpoint e ha sbagliato un dritto abbastanza comodo. Sul secondo matchpoint ha messo la prima, ma ha attaccato maluccio ed è stato passato da un cross di dritto di Djokovic. Rimpiangerà entrambi chissà per quanto. «E’ un match che non dimenticheremo mai» gli diceva sul campo Sue Barker e lui: «Io invece cercherò di dimenticarlo!». Il punteggio favorevole al serbo dice quanto sia stata incredibile questa partita. Di sicuro unica: 76(5), 16, 76(4), 46, 13-12(3).

(…)

Certo è che Djokovic ha vinto tre tiebreak su tre, quindi i punti più importanti, quelli che contano il doppio. I punti (218 a 204, 14 in più per lo sconfitto!), gli ace (25) e i break (7) per lo svizzero venivano salutati da veri e propri boati, i doppi falli di Djokovic (9) anche da qualche applauso. Erano in campo 35 Slam, 570 settimane da n.1, 12 Wimbledon e si sono visti tutti. Se avesse vinto Roger ci sarebbe stato un gap di 3 Slam fra lui, Rafa e Nole. Ma ha vinto invece Novak e ora il gap è solo 2: 20 Slam per Roger, 18 per Rafa, 16 per Novak. Federer non era mai riuscito a battere in uno Slam Nadal e Djokovic in successione — gli era stato possibile soltanto in un Masters nel 2010, ma nei Masters non si gioca al meglio dei cinque set — ma mai c’era stato vicino come ieri, anche se già due volte con Djokovic in due anni in successione, all’US Open 2010 e 2011, aveva avuto due matchpoint al quinto set e aveva finito per perdere.

(…). Anche questa è stata una partita incredibile, di spaventosa intensità, con scambi pazzeschi. Federer giocava molti più rovesci incrociati e tagliati che contro Nadal perché al mancino spagnolo sarebbero finiti sul dritto. Era meglio quindi giocare rovesci coperti. Quella era stata la chiave della vittoria. Invece per Djokovic e il suo rovescio bimane… tirar su rasoiate che non si alzavano dall’erba era tutt’altro che semplice.

(…). Il secondo set di Djokovic (1-6, appena 11 punti contro i 26 di Federer), ad esempio, è stato decisamente brutto, quasi che avesse avuto necessità di rilassarsi dopo il primo vinto al tiebreak. Novak, in quel set dominato dai servizi aveva annullato nel quarto game l’unica palla break. E quel tiebreak era andato avanti a piccole serie: 3-1 Djokovic, 5-3 Federer con 2 minibreak, 7-5 Djokovic. Insomma Federer che avrebbe teoricamente potuto vincere tre set a zero perché sul 5-4 del terzo si era procurato un setpoint con una straordinaria, fenomenale demivolee — ma Djokovic si è salvato servendogli un missile al corpo — si è trovato sotto due set a uno dopo un tiebreak dominato da Novak, 3-0, 5-1, 6-4,7-4. Eppure la prima pallabreak di Djokovic per strappare la battuta a Federer è arrivata soltanto nel quarto set, peraltro quando lo svizzero era già avanti di un doppio break, sul 5-2. Il break è arrivato dopo altri scambi da fenomeni, ma Roger si sarebbe poi trovato ugualmente al quinto set. Sembrava però spacciato sul 2-4 e invece già nel game successivo recuperava. Poi entrambi tenevano i servizi abbastanza agevolmente — Djokovic non era in gran giornata alla risposta — fino al 7 pari quando uno spettacolare passanti di dritto di Roger gli procurava il brak dell’8-7 che pareva poter chiudere la partita. Quindi i due matchpoint annullati già descritti. Per Djokovic una vittoria ancora più sofferta di quella con Nadal nell’Australian Open 2012, sebbene quella fosse durata 5h e 53 minuti, quasi un’ora di più. Ma lui non muore davvero mai. E a Federer non gli basta annullare un matchpoint a match. Preferisce farlo due volte.

Djokovic-Federer, uno show di cinque ore. Nole, brividi e gioia, salva due matchpoint poi il quinto trionfo (Riccardo Crivelli, La Gazztta dello Sport)

Contro il mondo. Contro i numeri. Contro un rivale gigantesco, il sovrano di questo meraviglioso giardino che è Wimbledon, più ancora del vero erede al trono, il Principe William, che impettito ed elegante non si perde uno scambio dal suo scranno al Royal Box, abbagliato come tutti dal luccichio di una disfida consegnatasi seduta stante alla leggenda. L’enorme cuore di Djokovic si prende il Centrale alle 19 e 7 minuti di una serata indimenticabile, dopo 4 ore e 57′ di duello rusticano contro Federer, l’avversario più rispettato ma anche meno amato, respinto sulla soglia del nono trionfo, con due match point non sfruttati.

(…) è anche una degli scontri frontali più intensi mai visti sull’erba sacra di Church Road e che regala ai 15.000 estasiati possessori del biglietto il primo tie break con la nuova regola, su112-12 del quinto.

(…). Qui, aveva già battuto Roger in due finali, nel 2014 e nel 2015, ma questa porta con sé la magia di una rivoluzione compiuta, il sacco a casa del nemico più temuto e dopo aver guardato in faccia l’abisso. L’ace con cui Roger inaugurerà la partita è subito salutato dagli osanna, perché il Divino aveva cominciato allo stesso modo contro Rafa in semifinale e la scaramanzia ha sempre il suo peso. Ma non serve la cabala per profetizzare che l’otto volte campione non ha smarrito le energie nell’impresa di venerdì, perché il servizio è sostanzialmente intoccabile e da fondo tiene botta, alternando il rovescio slice a soluzione coperte, reggendo sul pericoloso per lui incrocio di sinistra. Federer è più propositivo, ma Nole fa partita pari con la battuta e l’attenzione, fino all’inevitabile tie break che il numero tre del mondo si fa scivolare via con tre gratuiti banali dal 5-3 per lui.

(…) Dopo un’ora e 23′ è un set pari, ma torna subito l’equilibrio in una cornice di qualità elevatissima. Roger nel decimo game del terzo parziale si procura con una deliziosa demivolée la palla per il set, Nole la annulla con il servizio. È ancora tie break, è ancora il Maestro che si mette dietro la lavagna con troppi errori non forzati: e così si ritrova sotto due set a uno senza aver mai concesso palle break e con le occasioni evaporate con cui poteva addirittura aver già chiuso una partita che diventerà leggenda. Ma a questo punto finisce lo spettacolo e comincia l’epica. Federer non dimostra di avere quasi 38 anni: anziché cedere sale di nuovo e domina il quarto set, ottenendo perle anche dal rovescio lungolinea. Quando nel quinto cede il servizio per il 4-2 Djokovic, sembra finita. Invece immediato controbreak e un match che a ogni punto si fa leggenda. Ancora break di Roger per l’8-7 con un passante di dritto, e nel game successivo ecco i due match point: svaniscono con un dritto largo su una robusta risposta di Nole e poi sul passante del numero uno su un attacco morbido. Terzo tie break, la conclusione più degna: il Divino si umanizza, non mette le prime che servono, mentre l’altro giganteggia. Un dritto steccato manda Djokovic in paradiso, un grandissimo Federer non finisce certo qui ma perde un match in cui ha ottenuto 94 vincenti a 54 e 14 punti in più, 218 a 204: è la 22a volta che viene sconfitto con match point a favore, la terza dal Djoker negli Slam. Nessuno è perfetto, mentre Novak, più incisivo nei momenti cruciali e dunque più meritevole, non esulta neppure, come al solito mangia l’erba, poi si batte i pugni sul petto lanciando sguardi di brace alla gente delusa. Non sarà mai nei loro cuori come lo sconfitto. Ma che campione immenso.

Che stupidaggine questo tie-break. Il risultato giusto era un pareggio (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sapete tutti o quasi, che ha vinto Nole Djokovic in 4 ore e 57 minuti, realizzando così il record della finale più lunga a Wimbledon. Mentre gran parte del pubblico sperava tuttavia che vincesse Roger Federer, e si giocavano le ultime palle di quel tie-break immaginato da un incompetente, ho pensato al film che verrà inevitabilmente girato da un produttore tifoso. Non potrà non presenziare la Regina, che era in realtà venuta in tribuna solo per assistere al match della sua suddita Virginia Wade, e, ad un certo punto, Elisabetta entrerà in campo, prima del tie-break finale, per impossessarsi della mano di Federer, e alzarla.

(…) La Regina, in circostanze estreme, può continuare a comportarsi come facevano le vere Regine, può scegliere il vincitore. II tie-break del quale avrebbe vergogna l’inventore americano Jimmy Van Alen è stato in realtà la vicenda più deludente (…). Non capisco ancora come abbia fatto un divino tennista di quasi 38 anni a raggiungerlo, e forse un’analisi di ben più dei dieci minuti che mi restano non servirà a spiegarmelo. Dall’uno pari raggiunto con una riga Federer è andato a 1 a 4, ma ancora una volta ha continuato a battersi come in una sorta di palleggio agonistico, senza far emergere il dramma della partita. E risalito a 3-4,

(…) sul 6-3, ha finito di sommergerlo con un long line di rovescio vincente.

(…). Devo dire che il confronto dei rispettivi rovesci, sui quali contavo perché Djokovic vincesse la partita, non si è verificato, perché anche con il suo colpo meno autorevole, il fenomeno svizzero è riuscito ad opporsi in modo entusiasmante al colpo bimane dell’avversario. E devo anche dire che mai Roger è parso di tanti anni superiore al suo avversario. È stato un match di fronte al quale uno spettatore neutrale e poco esperto del gioco avrebbe suggerito un pareggio, e che mi viene in mente di proporre al produttore del film se gli verrà impedito di servirsi della Regina. Certo, ho sempre pensato al tennis come a un gioco nel quale non fosse mai contemplato, non fosse mai possibile il pareggio. Ma in questa occasione, io che non so fare tifo, mi son visto in dubbio più di una volta. Un bel 12 pari al quinto. Non lo avrebbero meritato entrambi?

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