Berrettini ha un piano: "Masters, vengo anch'io" (Cocchi). Berrettini: vinco e non sono perfetto (Semeraro). Una vittoria di squadra. Ora due anni per stupire (Crivelli)

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Berrettini ha un piano: “Masters, vengo anch’io” (Cocchi). Berrettini: vinco e non sono perfetto (Semeraro). Una vittoria di squadra. Ora due anni per stupire (Crivelli)

La rassegna stampa di martedì 30 aprile 2019

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Berrettini ha un piano: “Masters, vengo anch’io” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Da 55 a 37 in una settimana, due titoli Atp conquistati a 23 anni: Matteo Berrettini è passato ufficialmente da speranza a certezza del tennis italiano. La finale vinta in rimonta domenica a Budapest contro Krajinovic è stata la conferma che Matteo è cresciuto, tecnicamente e mentalmente. Merito dell’impegno costante con il tecnico che l’ha cresciuto Vincenzo Santopadre, e della sua determinazione. Da oggi sarà in campo a Monaco di Baviera, lo intercettiamo poco prima di prendere il volo da Budapest, ancora incredulo per la sua impresa. Matteo, come si è svegliato il giorno dopo la vittoria? «Un po’ incredulo, fatico ancora a realizzare di aver conquistato il secondo titolo Atp […] Numero 37 del ranking mondiale: avevate fatto un progetto sulla classifica a inizio stagione? «No, ovvio che avrei voluto entrare nei primi 40, ma il 2018 è stato il mio primo anno completo sul circuito, sto ancora facendo esperienza e per me e il mio team imparare partita dopo partita è la cosa più importante». Nessun obiettivo concreto, oltre all’esperienza? «È un progetto a medio termine. Stiamo lavorando per essere competitivi su tutte le superfici entro un paio d’anni». Un paio d’anni… giusto in tempo per il 2021, anno delle Atp Finals a Torino. «Me l’aspettavo questa domanda!» Dunque avrà già pronta la risposta perfetta. «È chiaro che sarebbe un sogno essere tra i protagonisti a Torino tra due anni. Ma al momento mi accontento di gioire per l’assegnazione di un torneo così importante all’Italia». Si sente un po’ parte di questo traguardo del tennis italiano? «Beh, diciamo che avere tanti italiani che stanno facendo bene sul circuito ha fatto capire che nel nostro paese il tennis è una cosa seria. E con tutti questi eventi, da Roma alla Next Gen al Masters il movimento non può che crescere ancora». La truppa dei ventenni cresce in fretta, con chi si vede alle Finals di Torino? «Prima di tutto bisogna arrivarci… e non è proprio la cosa più semplice. Comunque, se vogliamo sognare in grande, dico che mi vedrei con Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, Aliassime. E poi magari ci saranno ancora Federer e i grandi». Mettiamo momentaneamente da parte l’immaginazione e concentriamoci sull’immediato futuro: gli Internazionali. «Il torneo dei sogni. Quello per cui ho deciso di diventare un tennista. Ci andavo fin da piccolo, vedevo tutti quei grandi giocatori e speravo un giorno che sarei stato anche io lì tra i protagonisti». Quest’anno ci arriva con un’altra mentalità e più esperienza. «L’anno scorso ero più spaesato, questa volta ho un po’ di esperienza e conto di imparare ancora di più. Dormirò a casa, andrò al Foro in macchina come quando ero ragazzino e mi portavano ai tornei» […] Servizio e dritto li conosciamo bene, ma a Budapest quello che ha colpito è stata anche la sua forza mentale. «È un aspetto su cui stiamo lavorando molto con Santopadre e anche con il mio mental coach Stefano Massai. Sono uno che chiede molto a se stesso e non si perdona facilmente gli sbagli, ma sto iniziando a migliorare. Contro Krajinovic si è visto». La vittoria porta con se guadagni… e ammiratrici. Si è fatto qualche regalo? «Qualche piccolo sfizio, ma adesso preferisco investire nella professione. Vorrei portare più spesso con me ai tornei il preparatore e il fisioterapista, e magari invece che dormire tutti in una stanza, potrò prenderne due e godermi un po’ di sana solitudine… Quanto alle donne, dopo tre anni sono tornato single. Per me ci sono soltanto mamma e le mie nonne». Per ora.

Berrettini: vinco e non sono perfetto (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Matteo Berrettini da ieri è il numero 37 del mondo, il numero 3 di un’Italia che si è scoperta improvvisamente vincente. In campo: con lui, Fabio Fognini, Marco Cecchinato, l’esperienza di Andreas Seppi, la voglia di spaccare di Sonego, le energie verdi di Musetti e Sinner. E fuori: con un rilancio organizzativo che scommette sul futuro con le Atp Finals, in programma a Torino dal 2021. Matteo è l’incarnazione di questo piccolo rinascimento, per il momento purtroppo tutto maschile. Un progetto, molto saggio, molto romano – come Matteo e il suo coach Vincenzo Santopadre – partito anni fa e che negli ultimi 12 mesi ha iniziato a maturare definitivamente. L’anno scorso, a sorpresa, era arrivato il primo titolo a Gstaad. Domenica, a 23 anni e 16 giorni, già il secondo a Budapest. Matteo, più bello il primo titolo o quello della conferma? «Il primo è stato più una sorpresa, anche mia personale: vivevo alla giornata, senza chiedermi più di tanto quello che stava accadendo. A Budapest ho ripercorso con più consapevolezza i momenti dello scorso anno. È stata una vittoria più sentita, anche perché venivo da un periodo non facile». Anche a Doha, a inizio anno, era sembrato più nervoso rispetto al ‘solito’ Berrettini. Come mai? «La sconfitta di Doha contro Bautista Agut era stata proprio una di quelle partite in cui, al di là della vittoria o della sconfitta, in campo non ero riuscito ad essere me stesso: nervoso, non tanto lucido. In campo la vivevo un po’ male, e mi dispiaceva». Come ne è uscito? «Ci ho lavorato. Tanto. Mi sono reso conto che passare attraverso certe fasi è naturale. Ci sono giorni che ti senti in forma, altri meno, gli alti e bassi sono inevitabili, ma per come sono fatto io facevo fatica ad accettarlo. Volevo essere perfetto. Ho dovuto rassegnarmi alle inevitabili imperfezioni, e così mi sono alleggerito di un grande peso» […] Questa settimana giocherà a Monaco, poi in calendario ci sono Madrid e Roma. Dopo il successo di Budapest quanto diventa Importante il Foro? «Roma sarebbe stata comunque importante. Ci arrivo però con una consapevolezza diversa. L’anno scorso ero fuori dai 100, adesso fra i primi 40, le aspettative doverosamente cambiano. Voglio giocare più partite possibile, godermi il pubblico e la grande atmosfera». Con Fognini, dopo i rispettivi successi, vi siete sentiti? «Io ho scritto a Fabio, lui a me, poi ci siamo sentiti con Paolo Lorenzi, Lorenzo Sonego, Andreas Seppi, con gli altri. Siamo tutti amici, e secondo me ci stiamo aiutando a vicenda. Una settimana fa bene uno, quella dopo l’altro. Serve a spartirci la pressione, e poi è stimolante: alla fine il tennis rimane uno sport individuale, quindi se Fabio vince a Montecarlo è naturale pensare: magari io posso farcela a Budapest». Nelle statistiche Atp lei è 11esimo nel rendimento al servizio, davanti a Cllic e Zverev, nell’élite dei grandi battitori. «Sul servizio ho lavorato parecchio nelle ultime settimane. Prima della trasferta americana avevo un dolore alla spalla, mi sono fermato un po’, anche a Montecarlo non ero al 100 per cento. Con Vincenzo abbiamo provato a lanciare la palla più verso destra e questo mi ha aiutato a trovare fluidità. È un’arma che mi dà tanto. E abbinata al diritto fa male». Ce lo descrive? «È parecchio lavorato, non piatto alla Del Potro. Può ricordare un po’ quelli di Thiem o di Sock. Come i loro si adatta sia alla terra sia al cemento». Ecco, parliamo di superfici: fra i tre Slam che rimangono quest’anno dove le piacerebbe fare bene e dove pensa di fare meglio? «Penso di poter far meglio a Parigi o a Wimbledon, e mi piacerebbe fare bene soprattutto a Wimbledon. Anche la settimana di Davis a Calcutta è stata importante per capire l’erba, poi Wimbledon mi piace moltissimo come posto». In Davis ora l’Italia ha una ottima squadra: sufficiente per vincere? «Siamo compatti, solidi, da corsa su tutte le superfici. Nelle finali di Madrid saremo in un girone tosto, con Canada e Usa, le squadre forti sono tante. Di certo possiamo dire la nostra, e non mettiamo limiti alla Provvidenza». II Masters Torino dal 2021: uno stimolo in più? «Ci penserò più avanti…». Ha due anni per pensarci. «Che non sono tantissimi… (sorride, ndr). Però indubbiamente è uno stimolo in più, per tutto il movimento. Sento voci di un possibile Atp 250 sull’erba (a Monza, ndr) ci sono le Next Gen a Milano, il Foro è sempre stracolmo, i Challenger pieni di gente. È positivo che in Italia la gente abbia voglia di tennis» […] Il 2019 per ora è un anno ‘anarchico’: anche dall’interno si avverte che le gerarchie stanno saltando? «Si sente che tutte le partite vanno lottate al 100 per cento. Thiem ha stragiocato a Barcellona, molto meno a Montecarlo contro Lajovic. Ha vinto Indian Wells, ed è uscito subito a Miami: è fisiologico. Piuttosto era strano quando i primi venti non perdevano mai, se la giocavano sempre fra di loro. Ora c’è più di ricambio, e secondo me fa bene a tutti». Ci racconta il rapporto che c’è da tanti anni con Vincenzo Santopadre? «Siamo molto uniti, ed è comprensibile: ho passato più tempo con Vincenzo che con la mia famiglia. Gli basta un’occhiata per capire come sto. Ultimamente non dico che sbarellavo, ma ero un po’ confuso: lui ha saputo indicarmi la strada giusta. A parte la grande competenza tecnica, ha una capacità innata di capire le persone». E lei, cosa ha capito nell’ultimo anno? «Che bisogna lottare sempre. Il 2018 è stato il mio primo vero anno sul tour, ho viaggiato per 10 mesi, capito come sarà la mia vita per i prossimi 10 anni. E che anche ritrovarsi con una palla-break quando servi per il match, è normale. Il tennis è fatto così, bisogna abituarsi».

Una vittoria di squadra. Ora due anni per stupire (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Dammi tre parole. Ma non è una canzoncina dell’estate, piuttosto un inno (finalmente) alla credibilità italiana. Lavoro di squadra. La formula magica perché, mutuando le parole della sindaca Appendino, l’impossibile si trasformasse nel possibile, con le Atp Finals assegnate a Torino dal 2021 al 2025, i migliori otto giocatori del mondo sotto la Mole. A Palazzo Madama è un giorno di festa, non solo per la città ma per il sistema-paese. La Appendino, cui va l’enorme merito di aver sempre creduto nell’impresa anche quando la felicità sembrava doversi trasferire in Giappone (a Tokyo), è davvero emozionata nel rivelare i tre pilastri su cui si fonderà il Masters italiano: «Innanzitutto ambiente e sostenibilità. Chiederemo una certificazione di sostenibilità che potrà essere da modello anche per altri eventi. Poi l’innovazione: con “Torino City Lab”, cercheremo di unire le nuove tecnologie con le nuove esperienze. Vogliamo che i match siano accessibili al maggior numero di persone. Infine la città protagonista: Torino deve solo mostrarsi per come è, con il suo potenziale incredibile». E siccome è bello giocare con i numeri, il presidente della Fit Angelo Binaghi si diverte a ricordare come la candidatura italiana abbia avuto successo grazie a sei congiunzioni astrali favorevoli, anche se adesso occorre che si incastri la settima: «Avremo bisogno dell’apporto del territorio, della gente, di tutte le componenti, solo così sarà un grande successo. E stiamo parlando di una manifestazione che in cinque anni dovrebbe superare il record di biglietti venduti dell’Olimpiade invernale di Torino 2006. Allora furono più di 900.000, l’obiettivo sarà quello di superare il milione di biglietti venduti». Un traguardo ambizioso, ma come afferma Chris Kermode, presidente dell’Atp e quindi «padre» delle Finals, «il torneo è il Super Bowl del tennis e abbiamo scelto Torino per la passione che ci ha messo fin dal primo minuto». Grazie alla condivisione di tutte le forze in campo, dalle istituzioni politiche a quelle imprenditoriali, esaltata come atout vincente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti: «Il percorso è stato complicato, difficile, e ha richiesto una larga condivisione, non solo all’interno del governo. Questo percorso ha adesso di fronte un’altra tappa importante: la sfida è quella di trasformare e amplificare ulteriormente questo evento e Sport e Salute sarà in prima fila». L’altro sottosegretario Simone Valente rivendica con forza una scelta che valorizza un modo nuovo di approcciarsi ai grandi eventi: «Non è vero che una parte del governo è sempre contraria a prescindere. Quando ci sono modelli virtuosi come questo, che portano davvero beneficio al territorio e al Paese, allora si possono e si devono portare avanti. Con la massima cura dei principi di trasparenza e dell’utilizzo oculato di fondi pubblici» […]

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Accademia Lagnasco (Bertellino). Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Catapano)

La rassegna stampa di giovedì 1 dicembre 2022

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Accademia Lagnasco (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La struttura è imponente, sobria e funzionale e si presta perfettamente ad una proposta di tennis e sport al passo con i tempi. Parliamo di Vehementia Tennis Team che ha sede al Tennistadium di Lagnasco, paesino di poco più di 1000 abitanti situato a pochi chilometri da Saluzzo. Le parole d’ordine sono coinvolgimento, professionalità e servizio. Lo scorso 10 novembre è andato in scena un Convegno nel corso del quale è stata presentata l’attività nelle sue svariate accezioni e gli sponsor del centro hanno potuto interagire e conoscersi in una sorta di B2B molto apprezzato da tutti. La VTT, forte di uno staff consolidato e composito, guarda all’oggi ma soprattutto al futuro, come hanno sottolineato i suoi massimi dirigenti, Duccio Castellano ed Enrico Gramaglia. Il centro, nato per volontà della famiglia Rosatello, ha cambiato pelle negli anni e oggi spicca nel settore per la qualità che offre ai suoi frequentatori.[…] Gli oltre 100 ragazzi che frequentano i corsi hanno a loro disposizione il doposcuola sportivo con tanto di servizio pranzo, assistenza compiti, tennis e multisport. In più possono godere di un servizio navetta da scuola al Tennistadium con ritorno nel proprio comune che sta facendo la differenza: «E’ molto apprezzato – sottolinea Duccio Castellano – perché le famiglie ci affidano i loro piccoli atleti certi del fatto che verranno seguiti nella loro giornata tipo che, sul modello delle migliori accademie mondiali, cui ci ispiriamo, ha come obiettivo la loro crescita armonica, nello sport e non solo». Il centro presenta tre campi da tennis indoor in greenset, 2 campi da tennis outdoor in terra rossa, una palestra attrezzata, una palestra per il corpo libero, una pista di atletica della lunghezza di 70 metri lineari, una sala wellness, l’area shopping nella quale è possibile trovare abbigliamento e attrezzatura sportiva. Tra gli spazi anche quello dedicato ad una sala riunioni. In primo piano alla VTT la salute e il benessere, grazie alla presenza di una biologa nutrizionista, di un fisioterapista, un osteopata, un chinesiologo, un preparatore atletico, una psicologa, un mental coach per il tennis, un personal trainer e una sezione indirizzata alla prevenzione degli infortuni. Per avviare al tennis i più giovani c’è anche il corso gratuito per i bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni. Servizi dunque a 360° che vedono anche la possibilità di utilizzare l’incordatore in sede, professionalmente preparato secondo gli standard della Federazione Italiana Tennis. Sono molti gli eventi organizzati nel corso dell’anno, dai tornei FIT ai campionati a squadre di serie C e D, dalla VTT Cup per adulti alla VTT Cup Young, dalla Festa di carnevale a quella di fine corso, ed ancora dalla Festa Estatennistadium, quella di Halloween, di Natale, le Feste di compleanno, le gite ai tornei internazionali. Particolari e molto sentiti altri momenti di tennis e “goliardia” quali “Tennis e Bollicine’; i laboratori genitori e figli, il babysitting serale. Il venerdì sera è nato anche un torneo di tandem dal titolo “Doppiamo” con coppie ad estrazione in 2 livelli (da 8 a 12 persone il numero dei partecipanti). Insomma di tutto e di più per far sentire a casa chi ama il tennis e i momenti di aggregazione troppo spesso dimenticati nei club di tennis. Gli obiettivi futuri sono chiari e ben delineati: «E’ già stato approvato un progetto di ampliamento della struttura – precisano Castellano e Gramaglia – che vedrà nascere altri due campi da tennis, uno da padel e uno da beach tennis con sabbia riscaldata. Prenderanno forma anche cinque studi medici interni perché riteniamo che il servizio in struttura sia ormai imprescindibile. La voglia di continuare a crescere è tanta e ogni giorno viene supportata dall’appoggio dei nostri partner, molti dei quali sono con noi fin dall’inizio di questa splendida avventura. Nel 2023 celebreremo le dieci stagioni di vita della struttura e fin da questo momento prefiguriamo un anno speciale sotto tutti i punti di vista».

Intervista ad Angelo Binaghi – “Finals, Davis e Roma: ci siamo” (Alessandro Catapano, Il Messagero)

 

Presidente [..], il tennis italiano sta per mandare in archivio un 2022 di successi sul campo, vittorie politiche e risultati economici. Ne scelga uno. «Premesso che è difficile collegare le grandi vittorie dei giocatori, che sono loro esclusivo patrimonio, alle opere di rilancio che abbiamo messo in campo in questi venti anni, la più clamorosa è la vittoria di Berrettini al Queen’s, per come è maturata, a seguito dell’ennesimo infortunio: un’impresa». La ciliegina sulla torta sarebbe stata…? «La finale di coppa Davis, o la qualificazione di Sinner alle Finals, sfuggita per quel punto perso con Alcaraz. Ma è stata una stagione costellata di infortuni, fare più di così era francamente molto difficile». Lei è tra quelli che si sono stupiti nel vedere Berrettini impiegato nel doppio decisivo con il Canada? «Francamente sì, io non sapevo nemmeno che fosse in grado di giocare. Mi aspettavo l’impiego di Sonego, pensavo fosse la soluzione più logica, soprattutto perché era in palla, come Aliassime che infatti, pur non essendo un doppista, ha trascinato il Canada alla vittoria finale. Ma io non ho tutte le informazioni che aveva a disposizione Volandri per decidere». Si aspettava di vedere anche Sinner al fianco dei suoi compagni? «Diciamo così: quello che ha fatto Berrettini è encomiabile, ma anche le vittorie di squadra nel tennis sono la somma di quelle individuali e se Sinner ha preso la sua decisione, come accaduto quando rinunciò alle Olimpiadi, perché riteneva di prepararsi meglio altrove, io la rispetto». Cosa dicono al Paese il successo di pubblico e l’indotto generato dalle Atp Finals di Torino? «Che ci sono sport e sport, alcuni per loro natura necessitano di investimenti pubblici relativamente bassi, ma creano un indotto per il territorio e un introito fiscale nettamente superiore agli altri. E il caso delle nostre finals torinesi. Ci si aspetterebbe, dunque, che gli investimenti dello Stato tenessero conto di questo aspetto per una gestione più giusta e più efficiente delle risorse». E invece? «E invece manca un criterio di valutazione dei ritorni degli investimenti fatti nelle manifestazioni sportive, uno strumento che ci aiuti a stabilire se ne valeva la pena, finanziare o meno quel determinato evento». Ne ha parlato con il nuovo ministro dello Sport Andrea Abodi? «Certo, ma ne avevo già parlato con la Vezzali e prima ancora con Spadafora, li ho sollecitati più volte. Eppure, è un ragionamento che qualunque padre di famiglia farebbe: cosa succede quando si investe un euro in una manifestazione? Siamo una buona pratica da reiterare? Da qualche mese sento parlare di merito ed efficienza, la mia richiesta va esattamente in quella direzione». Il tennis italiano si autofinanzia perlopiù, siete quasi un unicum nel panorama sportivo italiano. «Levi il quasi: 85% di autofinanziamenti, 15% di contributi statali. Di questo campa il tennis italiano». Tra gli impegni del nuovo governo, c’è anche quello di far convivere serenamente Sport e salute e Coni. «Tutti sanno come la penso: con Sport e salute c’è finalmente una gestione trasparente delle risorse statali, che però continua ad essere inficiata dall’inserimento di soglie che ne riducono l’efficacia». E il Coni? Non sfugga alla domanda. Qualcuno la vuole ancora candidato alle prossime elezioni, per il dopo Malagò. «Non ci penso nemmeno. Perché il Coni possa liberare tutte le energie che ci sono nello sport italiano, bisognerebbe prima dare ampia riforma del sistema rappresentativo all’interno del Consiglio nazionale, nel quale il pensiero di oltre un milione di calciatori vale tanto quanto quello di poche migliaia di atleti di altri sport. In assenza di questa riforma ogni tentativo è vano». Il segreto del successo delle Finals? «Ci hanno permesso di lavorare con serenità, anche perché non ci sono stati condizionamenti dall’esterno, che anche nell’ultima edizione degli Internazionali sono stati clamorosi e pesanti. Perciò, bene così». Vent’anni fa, il tennis italiano toccava il fondo, oggi piazziamo 19 giocatori nei primi 200, di cui dieci under 21: come ci siete riusciti? «Nessuno se ne era accorto fino a un paio di anni fa, ma ci lavoriamo da un po’. Diciamo che applichiamo in ogni settore della nostra vita quotidiana la continua ricerca di efficienza, e questi sono i risultati». Avete assicurato un futuro al tennis italiano. «I numeri lo dicono, andate a vedere cosa c’era prima. Abbiamo creato una televisione unica nel panorama sportivo italiano, messo in campo un numero impressionante di Challenger e Futures per consentire ai nostri tennisti di crescere, e ora c’è questa grande scommessa vinta del padel, che esalta e crea sinergie con i nostri asset». Il 2023 sarà l’anno di…? «Non saprei, io sarò felice di continuare ad occuparmi di amministrazione, rapporti con le istituzioni, organizzazione aziendale. Ma se dovessi darle un nome, scommetterei su un ragazzo che ho visto a Milano alle Next Gen, Matteo Arnaldi, è divertente come gioca». Il 2023 sarà anche, forse innanzitutto, l’anno degli ottantesimi Internazionali d’Italia, mai così grandi, mai così ricchi. «In termini patrimoniali la promozione degli Internazionali è il più grande risultato della nostra gestione, tenuto conto che quando siamo arrivati perdevano 4 miliardi di vecchie lire l’anno, non si trovavano sponsor, erano sull’orlo del fallimento e la federazione stava pensando di venderli, per sopravvivere. Adesso, invece, sono diventati il driver più importante della nostra crescita». Lei invece cosa chiede al nuovo anno? «Che nel maschile cominciamo a fare quello che le ragazze hanno fatto dieci anni fa, vorrei che vincessimo qualcosa di grossissimo, lascio scegliere ai giocatori cosa, per me è indifferente. Per il resto, vivo alla giornata, ho troppe cose da fare, non ci si può distrarre un attimo perché le regole dello sport italiano combattono le federazioni che vogliono crescere, anziché assecondarle».

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Sanguinetti: «Entro cinque anni la Davis sarà nostra» (Andreoli)

La rassegna stampa di mercoledì 30 novembre 2022

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Sanguinetti: «Entro cinque anni la Davis sarà nostra» (Lorenzo Andreoli, Corriere dello Sport)

«Con questo gruppo mi stupirei se non riuscissimo a vincere la Davis nei prossimi cinque anni». Parole e musica di Davide Sanguinetti, protagonista di quell’Italia che nel 1998 raggiunse la sua ultima finale. Coach dei fratelli Ryan e Christian Harrison e del doppista neozelandese Michael Venus (n.16 ATP di categoria), Sanguinetti si è detto ottimista su presente e futuro. II Canada ha vinto sua prima Coppa Davis dopo aver eliminato gli azzurri in semifinale. Possiamo parlare di rimpianto? «Il Canada ha ottimi giocatori. Per Auger-Aliassime gli ultimi due mesi sono stati quelli della svolta. Poi c’è Shapovalov, una mina vagante. Qualora avessimo avuto a disposizione Sinner e Berrettini avremmo vinto a mani basse. In realtà dopo la vittoria di Sonego con Shapovalov ero convinto che potessimo farcela. Senza dubbio il problema fisico di Bolelli ha complicato i piani, il nostro è un doppio molto forte. Vedere Matteo in campo nella sfida decisiva mi ha stupito».

Cosa può fare l’Italia per costruire une coppia affiatata?

 

In questo momento la coppia Bolelli-Fognini è ancora molto affiatata. Mi auguro che il prossimo anno Fabio scelga di giocare con Simone un numero maggiore di tornei perché quest’anno, con qualche torneo in più, avrebbero potuto disputare le Finals. Vedo molto bene anche Andrea Vavassori, può diventare un punto fermo della nazionale. L’ideale per lui sarebbe trovare un ottimo giocatore di singolare come compagno che abbia voglia di sacrificarsi, consentendogli così di prendere punti importanti in classifica.

Jannik Sinner e Lorenzo Musetti: chi dei due vede meglio in doppio?

Sinner è pronto a entrare stabilmente in top-10 e credo che in doppio non si specializzerà mai. Musetti è quello che ha più talento ma anche lui si sta avvicinando all’élite dei singolaristi e immagino che il doppio non rientri nei suoi piani. Il mio consiglio per i giovani è quello di cimentarsi in questa specialità. Il doppio aiuta molto, soprattutto in fondamentali come servizio e risposta. Senza dimenticare la pressione che si vive sul punto decisivo, la concentrazione deve essere massima. […]

Tra poco inizierà una nuova stagione. Cosa si aspetta dal 2023?

L’Italia ha giocatori fortissimi, mi stupirei se non riuscissimo a vincere la Davis nei prossimi cinque anni. Il segreto? La Federazione ha fatto un lavoro straordinario quanto al numero di tornei a disposizione. In America, da questo punto di vista, si lamentano tutti. Quanto al circuito, invece, mi aspetto un Novak Djokovic in grado di vincere ovunque. È pronto a battere tutti i record.

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Intervista ad Auger-Aliassime: “Voglia di Slam” (Cocchi). Intervista a Corrado Barazzutti: ” É stata un’ottima Italia” (Fiorino). Capodanno in Australia con la UnitedCup (Giammò)

La rassegna stampa di martedì 29 novembre

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Col vento in coppa. Mister Davis Auger-Aliassime: “Voglia di Slam contro Alcaraz” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

La prima volta del Canada porta in maniera indelebile la sua firma. Felix Auger Aliassime ha vinto quattro partite su quattro tra singolare e doppio senza cedere nemmeno un set. La chiusura perfetta per la stagione della consacrazione […] Felix, il suo è stato un anno irripetibile, prima a livello individuale, poi ha condotto il suo Paese alla prima vittoria Davis della storia. «Penso che mi sognerò per anni quell’ultimo colpo. Ho solo pensato “tira più forte che puoi”, quando ho capito che la palla di De Minaur sarebbe uscita è come se avessi perso i sensi, le gambe mi hanno abbandonato, sono crollato a terra e ricordo solo tutti che mi venivano addosso. Mi piace ricordare il successo nella Coppa Davis Junior, è come se avessimo chiuso un cerchio io e Denis. La speranza è che questa generazione possa andare ancora lontano» […] Intanto le ha suonate all’Italia e al suo amico Berrettini: lo ha battuto in doppio e ci ha eliminati… Vi siete parlati in questi giorni? «Sì, ci siamo incrociati prima di affrontarci in campo. Peccato che lui non fosse ancora in piena forma, sarebbe stato un bel duello ad armi pari. Però sono sicuro che il peggio per lui sia passato e in Australia sarà tra gli avversari da battere. Anche l’Italia, insieme a noi e agli Stati Uniti, nei prossimi anni sarà tra le contendenti della Davis». Ora si merita un po’ di vacanza, ma II 2023 per lei sarà ricco di nuovi traguardi da tagliare. «[…] Voglio confermarmi e possibilmente migliorare ancora, inseguendo i tornei più importanti con l’obiettivo di vincere nei Masters 1000 e negli Slam». Lei è un ragazzo del 2000, ma Alcaraz e Rune, nati nel 2003, hanno già fatto sfracelli. Sarà con loro la rivalità? «Carlos l’ho già battuto ed è un giocatore davvero forte, con grandi potenzialità, impressionante se si considera che a 19 anni ha già vinto uno Slam ed è numero 1 al mondo. E anche Rune ha fatto un exploit incredibile. Sarà bello sfidarsi per i trofei più importanti». E i nostri tre moschettieri? «La forza e la potenza di Matteo sono impressionanti e poi è una bella persona, siamo amici ed è una rivalità positiva. Sinner sta ancora crescendo, ma penso che sia uno dei candidati a vincere Slam nel futuro. Musetti è più giovane, sta anche lui facendo esperienza e il suo tennis è davvero spettacolare» […] Lei ha iniziato presto ma le soddisfazioni più importanti se le sta prendendo ora, a 22 anni e mezzo. «Ognuno ha i propri tempi di maturazione, io ci ho messo nove finali prima di vincere un titolo. A 22 anni rispetto ai ragazzi del 2003 sono un veterano». Tornando a quelle finali perse, come ha vissuto quella striscia negativa? Non si è mai abbattuto? «Certo che quando giochi una finale è sempre meglio vincere. Però bisogna anche vedere il lato positivo: arrivare a giocarsi il titolo è comunque un buon risultato. Dispiace che in alcune occasioni non abbia giocato abbastanza bene da meritare la vittoria, ma non mi sono mai abbattuto e penso che la resilienza sia una delle mie qualità fondamentali» […] C’è qualcosa in particolare che l’ha colpita nell’approccio dello Zio Toni al tennis? «Al di là del gioco, della tattica, della tecnica, è un grande motivatore. È un mentore, un consigliere, sa tutto ciò che serve per essere ai massimi livelli. Per me è una grande persona da cui apprendere». Lei è molto fiero delle origini togolesi di suo padre, e ha anche un progetto benefico legato al tennis. «Sì, per ogni punto che faccio dono 10 dollari per progetti legati all’istruzione e alla sanità in Togo. Questa stagione è andata piuttosto bene, per fortuna Diciamo che questo progetto è una spinta in più per dare tutto».

Intervista a Corrado Barazzutti: “É stata un’ottima Italia e il futuro è tutto suo” ( Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

 

«Alla luce delle assenze, l’Italia ha raggiunto un ottimo risultato. Per quello che è stato l’epilogo di questa edizione, Italia-Canada si è rivelata la finale anticipata». Corrado Barazzutti non nasconde un pizzico di amarezza dopo la sconfitta subita dall’Italtennis al penultimo atto di Coppa Davis. Dopo aver estromesso da sfavoriti gli Stati Uniti, gli uomini guidati da Filippo Volandri hanno tenuto testa ai futuri vincitori della competizione cedendo il passo soltanto al doppio decisivo. «Il Canada si è dimostrata una squadra forte in singolare e con un doppio estremamente competitivo – commenta Barazzutti, ex capitano della Nazionale azzurra -. Nonostante siano stati eliminati nello spareggio di qualificazione alle fasi finali, hanno trionfato capitalizzando al meglio l’opportunità del ripe raggio. Bravi loro». Come reputa II cammino degli azzurri? «L’Italia si è presentata a Malaga senza i due giocatori di punta (Sinner e Berrettini ndr), ma ha ritrovato Sonego in grande spolvero. Andando a vedere il bicchiere mezzo vuoto è lecito avere un piccolo rimpianto. Simone Bolelli è stato messo fuori causa sul più bello da una lesione al polpaccio, alcune delle concorrenti, come la stessa Italia, non potevano contare su tutti gli effettivi (Spagna e Germania, ndr) e la Russia è stata esclusa dalla competizione per le note vicende. Si è aperta una finestra in cui l’Italia poteva intrufolarsi e magari sfruttare l’occasione». Ci sono state molte discussioni sulla scelta di schierare Berrettini in doppio. «Non so se Berrettini fosse la scelta migliore per sostituire Bolelli. Matteo è stato generoso [..]. Con Fognini avrei visto meglio un giocatore in salute e in fiducia come Sonego, anche se poi nessuno può sapere come sarebbe andata a finire. Posso limitarmi a fare una semplice considerazione, bisognerebbe infatti essere informati su tutte le dinamiche […]». Essere capitano non è affatto semplice. «Qualcuno dice che non serve a niente, eppure non è affatto vero. Trovo che ci sia spesso troppa esagerazione nei giudizi, […] Quando le cose girano nel verso giusto se ne parla poco, quando si perde invece è il primo contro cui la gente va a puntare il dito. Filippo sono convinto che sarà un grandissimo capitano. É ancora giovane e avrà modo di accumulare tanta esperienza». Come vede II futuro della nostra Nazionale? «Abbiamo tutte le carte in regola per recitare un ruolo da protagonisti […] Se negli anni a venire altre nazioni non produrranno un gruppo assortito di giocatori cosi forti e al contempo giovani, credo che ci prenderemo grandi soddisfazioni. Il Canada continuerà ad essere un’antagonista, così come la Spagna con Alcaraz. Tuttavia senza Rafa Nadal perdono tanto». II format della competizione la convince? «Non mi piace. È come se prendessimo uno Slam e lo modificassimo in un torneo da dieci giorni. Una volta la Coppa Davis era considerata il quinto Slam, mentre adesso l’hanno ridimensionata […] Quando la vincemmo noi nel 1976 contre il Cile fu un’impresa gigantesca in un contesto difficile. Ormai questa è la nuova formula e bisogna accettarla così com’è stata concepita»

Capodanno in Australia con la UnitedCup (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Stagione di sorprese e di addii, di promesse mantenute e decisioni prese in corso d’opera. La favola del Canada che da ripescata è riuscita a Malaga a conquistare la sua prima Coppa Davis è stato l’epilogo coerente di una delle annate più emozionanti che il tennis ricordi. Al saluto di Ash Barty, Serena Williams e Roger Federer è seguita l’ascesa irresistibile di Alcaraz. Russia e Cina, per ragioni diverse, sono sparite dalla mappa dell’ITF […] Nel frattempo, per i giocatori è ora tempo di off season e caccia all’estate. Una volta rientrati dalle rispettive vacanze, i protagonisti del circuito cominceranno a lavorare In vista della ripresa delle ostilità, fissata per II 29 dicembre con la United Cup […] Diciotto nazioni, sei gironi e tre città ospitanti più un ricco montepremi e punti validi per il ranking ad ingolosire i partecipanti. L’Italia giocherà a Brisbane, inserita nel gruppo E con Brasile e Norvegia, e sarà guidata da Matteo Berrettini, Lorenzo Musetti e Martina Trevisan. Completano il gruppo per un torneo articolato in un singolare maschile, uno femminile e un doppio misto, Andrea Vavassori, Marco Bortolotti, Lucia Bronzetti, Camila Rosatello e Nuria Brancaccio. Assente Jannik Sinner, il cui 2023 prenderà invece il via da Adelaide, città natale del suo coach, Darren Cahill, e sede dell’omonimo torneo International (2-8/01), alla cui entry list dovrebbe aggiungersi Djokovic mentre già certa sarà la presenza di Andy Murray. La settimana successiva, ancora Adelaide, così come Sydney, costituirà l’ultima occasione per completare i rispettivi rodaggi. Il sedici gennaio a Melbourne iniziano gli Australian Open, e da Iì si comincerà a fare sul serio.

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