Berrettini ha un piano: "Masters, vengo anch'io" (Cocchi). Berrettini: vinco e non sono perfetto (Semeraro). Una vittoria di squadra. Ora due anni per stupire (Crivelli)

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Berrettini ha un piano: “Masters, vengo anch’io” (Cocchi). Berrettini: vinco e non sono perfetto (Semeraro). Una vittoria di squadra. Ora due anni per stupire (Crivelli)

La rassegna stampa di martedì 30 aprile 2019

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Berrettini ha un piano: “Masters, vengo anch’io” (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

Da 55 a 37 in una settimana, due titoli Atp conquistati a 23 anni: Matteo Berrettini è passato ufficialmente da speranza a certezza del tennis italiano. La finale vinta in rimonta domenica a Budapest contro Krajinovic è stata la conferma che Matteo è cresciuto, tecnicamente e mentalmente. Merito dell’impegno costante con il tecnico che l’ha cresciuto Vincenzo Santopadre, e della sua determinazione. Da oggi sarà in campo a Monaco di Baviera, lo intercettiamo poco prima di prendere il volo da Budapest, ancora incredulo per la sua impresa. Matteo, come si è svegliato il giorno dopo la vittoria? «Un po’ incredulo, fatico ancora a realizzare di aver conquistato il secondo titolo Atp […] Numero 37 del ranking mondiale: avevate fatto un progetto sulla classifica a inizio stagione? «No, ovvio che avrei voluto entrare nei primi 40, ma il 2018 è stato il mio primo anno completo sul circuito, sto ancora facendo esperienza e per me e il mio team imparare partita dopo partita è la cosa più importante». Nessun obiettivo concreto, oltre all’esperienza? «È un progetto a medio termine. Stiamo lavorando per essere competitivi su tutte le superfici entro un paio d’anni». Un paio d’anni… giusto in tempo per il 2021, anno delle Atp Finals a Torino. «Me l’aspettavo questa domanda!» Dunque avrà già pronta la risposta perfetta. «È chiaro che sarebbe un sogno essere tra i protagonisti a Torino tra due anni. Ma al momento mi accontento di gioire per l’assegnazione di un torneo così importante all’Italia». Si sente un po’ parte di questo traguardo del tennis italiano? «Beh, diciamo che avere tanti italiani che stanno facendo bene sul circuito ha fatto capire che nel nostro paese il tennis è una cosa seria. E con tutti questi eventi, da Roma alla Next Gen al Masters il movimento non può che crescere ancora». La truppa dei ventenni cresce in fretta, con chi si vede alle Finals di Torino? «Prima di tutto bisogna arrivarci… e non è proprio la cosa più semplice. Comunque, se vogliamo sognare in grande, dico che mi vedrei con Zverev, Tsitsipas, Shapovalov, Aliassime. E poi magari ci saranno ancora Federer e i grandi». Mettiamo momentaneamente da parte l’immaginazione e concentriamoci sull’immediato futuro: gli Internazionali. «Il torneo dei sogni. Quello per cui ho deciso di diventare un tennista. Ci andavo fin da piccolo, vedevo tutti quei grandi giocatori e speravo un giorno che sarei stato anche io lì tra i protagonisti». Quest’anno ci arriva con un’altra mentalità e più esperienza. «L’anno scorso ero più spaesato, questa volta ho un po’ di esperienza e conto di imparare ancora di più. Dormirò a casa, andrò al Foro in macchina come quando ero ragazzino e mi portavano ai tornei» […] Servizio e dritto li conosciamo bene, ma a Budapest quello che ha colpito è stata anche la sua forza mentale. «È un aspetto su cui stiamo lavorando molto con Santopadre e anche con il mio mental coach Stefano Massai. Sono uno che chiede molto a se stesso e non si perdona facilmente gli sbagli, ma sto iniziando a migliorare. Contro Krajinovic si è visto». La vittoria porta con se guadagni… e ammiratrici. Si è fatto qualche regalo? «Qualche piccolo sfizio, ma adesso preferisco investire nella professione. Vorrei portare più spesso con me ai tornei il preparatore e il fisioterapista, e magari invece che dormire tutti in una stanza, potrò prenderne due e godermi un po’ di sana solitudine… Quanto alle donne, dopo tre anni sono tornato single. Per me ci sono soltanto mamma e le mie nonne». Per ora.

Berrettini: vinco e non sono perfetto (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Matteo Berrettini da ieri è il numero 37 del mondo, il numero 3 di un’Italia che si è scoperta improvvisamente vincente. In campo: con lui, Fabio Fognini, Marco Cecchinato, l’esperienza di Andreas Seppi, la voglia di spaccare di Sonego, le energie verdi di Musetti e Sinner. E fuori: con un rilancio organizzativo che scommette sul futuro con le Atp Finals, in programma a Torino dal 2021. Matteo è l’incarnazione di questo piccolo rinascimento, per il momento purtroppo tutto maschile. Un progetto, molto saggio, molto romano – come Matteo e il suo coach Vincenzo Santopadre – partito anni fa e che negli ultimi 12 mesi ha iniziato a maturare definitivamente. L’anno scorso, a sorpresa, era arrivato il primo titolo a Gstaad. Domenica, a 23 anni e 16 giorni, già il secondo a Budapest. Matteo, più bello il primo titolo o quello della conferma? «Il primo è stato più una sorpresa, anche mia personale: vivevo alla giornata, senza chiedermi più di tanto quello che stava accadendo. A Budapest ho ripercorso con più consapevolezza i momenti dello scorso anno. È stata una vittoria più sentita, anche perché venivo da un periodo non facile». Anche a Doha, a inizio anno, era sembrato più nervoso rispetto al ‘solito’ Berrettini. Come mai? «La sconfitta di Doha contro Bautista Agut era stata proprio una di quelle partite in cui, al di là della vittoria o della sconfitta, in campo non ero riuscito ad essere me stesso: nervoso, non tanto lucido. In campo la vivevo un po’ male, e mi dispiaceva». Come ne è uscito? «Ci ho lavorato. Tanto. Mi sono reso conto che passare attraverso certe fasi è naturale. Ci sono giorni che ti senti in forma, altri meno, gli alti e bassi sono inevitabili, ma per come sono fatto io facevo fatica ad accettarlo. Volevo essere perfetto. Ho dovuto rassegnarmi alle inevitabili imperfezioni, e così mi sono alleggerito di un grande peso» […] Questa settimana giocherà a Monaco, poi in calendario ci sono Madrid e Roma. Dopo il successo di Budapest quanto diventa Importante il Foro? «Roma sarebbe stata comunque importante. Ci arrivo però con una consapevolezza diversa. L’anno scorso ero fuori dai 100, adesso fra i primi 40, le aspettative doverosamente cambiano. Voglio giocare più partite possibile, godermi il pubblico e la grande atmosfera». Con Fognini, dopo i rispettivi successi, vi siete sentiti? «Io ho scritto a Fabio, lui a me, poi ci siamo sentiti con Paolo Lorenzi, Lorenzo Sonego, Andreas Seppi, con gli altri. Siamo tutti amici, e secondo me ci stiamo aiutando a vicenda. Una settimana fa bene uno, quella dopo l’altro. Serve a spartirci la pressione, e poi è stimolante: alla fine il tennis rimane uno sport individuale, quindi se Fabio vince a Montecarlo è naturale pensare: magari io posso farcela a Budapest». Nelle statistiche Atp lei è 11esimo nel rendimento al servizio, davanti a Cllic e Zverev, nell’élite dei grandi battitori. «Sul servizio ho lavorato parecchio nelle ultime settimane. Prima della trasferta americana avevo un dolore alla spalla, mi sono fermato un po’, anche a Montecarlo non ero al 100 per cento. Con Vincenzo abbiamo provato a lanciare la palla più verso destra e questo mi ha aiutato a trovare fluidità. È un’arma che mi dà tanto. E abbinata al diritto fa male». Ce lo descrive? «È parecchio lavorato, non piatto alla Del Potro. Può ricordare un po’ quelli di Thiem o di Sock. Come i loro si adatta sia alla terra sia al cemento». Ecco, parliamo di superfici: fra i tre Slam che rimangono quest’anno dove le piacerebbe fare bene e dove pensa di fare meglio? «Penso di poter far meglio a Parigi o a Wimbledon, e mi piacerebbe fare bene soprattutto a Wimbledon. Anche la settimana di Davis a Calcutta è stata importante per capire l’erba, poi Wimbledon mi piace moltissimo come posto». In Davis ora l’Italia ha una ottima squadra: sufficiente per vincere? «Siamo compatti, solidi, da corsa su tutte le superfici. Nelle finali di Madrid saremo in un girone tosto, con Canada e Usa, le squadre forti sono tante. Di certo possiamo dire la nostra, e non mettiamo limiti alla Provvidenza». II Masters Torino dal 2021: uno stimolo in più? «Ci penserò più avanti…». Ha due anni per pensarci. «Che non sono tantissimi… (sorride, ndr). Però indubbiamente è uno stimolo in più, per tutto il movimento. Sento voci di un possibile Atp 250 sull’erba (a Monza, ndr) ci sono le Next Gen a Milano, il Foro è sempre stracolmo, i Challenger pieni di gente. È positivo che in Italia la gente abbia voglia di tennis» […] Il 2019 per ora è un anno ‘anarchico’: anche dall’interno si avverte che le gerarchie stanno saltando? «Si sente che tutte le partite vanno lottate al 100 per cento. Thiem ha stragiocato a Barcellona, molto meno a Montecarlo contro Lajovic. Ha vinto Indian Wells, ed è uscito subito a Miami: è fisiologico. Piuttosto era strano quando i primi venti non perdevano mai, se la giocavano sempre fra di loro. Ora c’è più di ricambio, e secondo me fa bene a tutti». Ci racconta il rapporto che c’è da tanti anni con Vincenzo Santopadre? «Siamo molto uniti, ed è comprensibile: ho passato più tempo con Vincenzo che con la mia famiglia. Gli basta un’occhiata per capire come sto. Ultimamente non dico che sbarellavo, ma ero un po’ confuso: lui ha saputo indicarmi la strada giusta. A parte la grande competenza tecnica, ha una capacità innata di capire le persone». E lei, cosa ha capito nell’ultimo anno? «Che bisogna lottare sempre. Il 2018 è stato il mio primo vero anno sul tour, ho viaggiato per 10 mesi, capito come sarà la mia vita per i prossimi 10 anni. E che anche ritrovarsi con una palla-break quando servi per il match, è normale. Il tennis è fatto così, bisogna abituarsi».

Una vittoria di squadra. Ora due anni per stupire (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

Dammi tre parole. Ma non è una canzoncina dell’estate, piuttosto un inno (finalmente) alla credibilità italiana. Lavoro di squadra. La formula magica perché, mutuando le parole della sindaca Appendino, l’impossibile si trasformasse nel possibile, con le Atp Finals assegnate a Torino dal 2021 al 2025, i migliori otto giocatori del mondo sotto la Mole. A Palazzo Madama è un giorno di festa, non solo per la città ma per il sistema-paese. La Appendino, cui va l’enorme merito di aver sempre creduto nell’impresa anche quando la felicità sembrava doversi trasferire in Giappone (a Tokyo), è davvero emozionata nel rivelare i tre pilastri su cui si fonderà il Masters italiano: «Innanzitutto ambiente e sostenibilità. Chiederemo una certificazione di sostenibilità che potrà essere da modello anche per altri eventi. Poi l’innovazione: con “Torino City Lab”, cercheremo di unire le nuove tecnologie con le nuove esperienze. Vogliamo che i match siano accessibili al maggior numero di persone. Infine la città protagonista: Torino deve solo mostrarsi per come è, con il suo potenziale incredibile». E siccome è bello giocare con i numeri, il presidente della Fit Angelo Binaghi si diverte a ricordare come la candidatura italiana abbia avuto successo grazie a sei congiunzioni astrali favorevoli, anche se adesso occorre che si incastri la settima: «Avremo bisogno dell’apporto del territorio, della gente, di tutte le componenti, solo così sarà un grande successo. E stiamo parlando di una manifestazione che in cinque anni dovrebbe superare il record di biglietti venduti dell’Olimpiade invernale di Torino 2006. Allora furono più di 900.000, l’obiettivo sarà quello di superare il milione di biglietti venduti». Un traguardo ambizioso, ma come afferma Chris Kermode, presidente dell’Atp e quindi «padre» delle Finals, «il torneo è il Super Bowl del tennis e abbiamo scelto Torino per la passione che ci ha messo fin dal primo minuto». Grazie alla condivisione di tutte le forze in campo, dalle istituzioni politiche a quelle imprenditoriali, esaltata come atout vincente dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti: «Il percorso è stato complicato, difficile, e ha richiesto una larga condivisione, non solo all’interno del governo. Questo percorso ha adesso di fronte un’altra tappa importante: la sfida è quella di trasformare e amplificare ulteriormente questo evento e Sport e Salute sarà in prima fila». L’altro sottosegretario Simone Valente rivendica con forza una scelta che valorizza un modo nuovo di approcciarsi ai grandi eventi: «Non è vero che una parte del governo è sempre contraria a prescindere. Quando ci sono modelli virtuosi come questo, che portano davvero beneficio al territorio e al Paese, allora si possono e si devono portare avanti. Con la massima cura dei principi di trasparenza e dell’utilizzo oculato di fondi pubblici» […]

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Federer rinuncia a Miami, Nole lo eguaglia da numero 1 (Gazzetta dello Sport). Cerundolo, un trionfo in stile Play (Viggiani)

La rassegna stampa di martedì 2 marzo 2021

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Federer rinuncia a Miami, Nole lo eguaglia da numero 1 (Ri.cr., Gazzetta dello Sport)

Sotto il sole di Miami, Roger non ci sarà. Il campione in carica (nel 2019 batté Isner, l’anno scorso non si giocò per la pandemia) non difenderà il titolo nel Masters 1000 della Florida (dal 24 marzo al 4 aprile), unico appuntamento stagionale del Sunshine Double americano, visto che Indian Wells al momento è sospeso in attesa di nuova collocazione, se ci sarà. Federer, d’altronde, fin dal momento in cui ha annunciato il rientro a Doha (da lunedì) dopo aver rinunciato all’Australia, ha fissato gli obiettivi stagionali sui grandi appuntamenti estivi, da Wimbledon all’Olimpiade di Tokyo fino agli Us Open di settembre. E poco importa dei punti che perderà in conseguenza di questa scelta, la classifica è ancora congelata e soprattutto un’assenza così prolungata (ultima partita il 30 gennaio 2020) richiede molta cautela e impegni centellinati. Era improbabile, perciò, che il Divino si sottoponesse a un tour de force di tre tornei di fila (dopo Doha giocherà a Dubai) con un lungo viaggio aereo incorporato, senza considerare che a Miami, torneo di livello elevatissimo, il rischio era di affrontare subito un avversario molto impegnativo. La road map, perciò, appare chiara: due tornei di medio livello per mettere nel motore più partite possibili, un paio di sgambate sulla terra europea (Roma spera) e poi l’aumento di intensità per l’erba e il cemento. […] Intanto, da ieri, Federer si ritrova a condividere un record prestigiosissimo, quello delle settimane complessive al numero uno, con Novak Djokovic: 310 per entrambi. Una coabitazione che durerà appena sette giorni, perché da lunedì prossimo, curiosamente proprio nel giorno in cui Roger rientrerà sul circuito, Nole diventerà leader solitario, un traguardo fenomenale e che sembrava impensabile non solo all’inizio della carriera, ma anche dopo lo stop forzato del serbo nel 2017 per i problemi al gomito destro. Il Maestro diventò numero uno per la prima volta il 2 febbraio 2004 e lo rimase per 237 settimane consecutive, primato al momento irraggiungibile, il Djoker invece il 4 luglio 2011: «Essere il numero uno del ranking era il mio sogno da bambino in Serbia, averlo raggiunto e averlo conservato così a lungo è un’enorme soddisfazione. Ora potrò concentrarmi sugli Slam». La sete di successi non si estingue mai.

Cerundolo, un trionfo in stile Play (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

C’è Cerundolo e Cerundolo. Fin qui si conosceva Francisco, 22 anni, numero 135 del ranking ATP, vincitore di tre challenger (Spalato, Guayaquil e Campinas) sul finire del 2020 e finalista in un quarto (Concepcion) a febbraio. E invece ecco Juan Manuel, l’altro figlio d’arte di papà Alejandro, giocatore professionista negli anni Ottanta, quando arrivò a essere 309 del mondo. Appena 19enne, Juan Manuel non ha ancora la classifica del fratello maggiore. Intanto però ha appena realizzato un’impresa mica da poco, sulla terra rossa di Cordoba: al debutto in un tabellone principale ATP (l’ultimo a riuscirci era stato lo spagnolo Santiago Ventura a Casablanca 2004; Cerundolo è il quinto di sempre), s’è aggiudicato il torneo 250 da qualificato (infilando quindi otto vittorie di fila, tre nelle qualificazioni e cinque nel tabellone principale) ed è diventato il quinto giocatore con il ranking più basso a conquistare un torneo ATP (è arrivato a Cordoba da 335 del mondo, da ieri è 181: primatista è Lleyton Hewitt, n. 550 ad Adelaide 1998). Mancino, decisamente leggero nel fisico (è alto 1,83 per appena 70 kg), gran regolarista ma non solo, Juan Manuel finora al massimo aveva collezionato otto partecipazioni ai challenger ATP, conquistando le semifinali a Montevideo 2019 e fallendo le qualificazioni a Trieste 2020, in quella che è stata la sua unica apparizione italiana. Il suo obiettivo, oltre a debuttare in un Slam, è ora quello di guadagnarsi un posto nelle Next Gen Finals che si giocheranno a Milano dal 9 al 13 novembre: con l’exploit di Cordoba è n.3 della classifica dei teenager. Una famiglia molto sportiva, quella dei Cerundolo: è stata tennista anche mamma Maria Luz, senza mai affacciarsi però fuori dall’Argentina (adesso è psicologa sportiva). La secondogenita Constanza, ventenne, soprannominata “Leoncita”, è stata l’unica a tradire racchette e palline per l’hockey prato, ma è riuscita a conquistare la medaglia d’oro con l’Argentina all’Olimpiade giovanile 2018 […]

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Intevista a Gaudenzi: “Djokovic si unisca a noi. Combatte la guerra sbagliata” (Lombardo). Il primo “regalo” delle ATP Finals è uno Sporting restituito alla città (Bonsignore)

La rassegna stampa di lunedì 1 marzo 2021

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Intevista ad Andrea Gaudenzi: “Djokovic si unisca a noi. Combatte la guerra sbagliata” (Marco Lombardo, Il Giornale)

Tennista fino al numero 18 del mondo, finalista di Coppa Davis, una seconda vita da imprenditore. Poi la chiamata come presidente dell’Atp: «E proprio neanche ci pensavo…». Andrea Gaudenzi guida l’associazione a capo del tennis mondiale da poco più di un anno, quello più difficile. «Avevamo tante idee e invece ci siamo dovuti occupare di gestire la crisi. E succede sempre qualcosa». Per fortuna si è riusciti a finire gli Australian Open. «Già in autunno con i tornei di preparazione agli Slam era stato un momento delicato. Ma a Melbourne la quarantena, l’impossibilità di allenarsi, l’essere rinchiusi in una stanza d’hotel, ha reso tutto estremo».

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ll circuito è ripartito. «Ma la situazione è grave: senza spettatori si sono persi un terzo di incassi e si abbassano i prize money. I giocatori fanno più fatica e guadagnano meno: l’equazione non è positiva». ll tennis ha fama di sport per ricchi, ma non è uguale per tutti. «È vero: per giocatori di fascia più bassa il momento è terribile. Stiamo lavorando per un pacchetto che copra le spese di viaggio. E per molti stare in giro ora 6 settimane senza poter portare la famiglia è frustrante». Qual è il piano Gaudenzi? «Il piano Atp, direi: raddoppiare la torta. Dobbiamo lavorare su come far crescere gli introiti: attualmente il montepremi di tutti i tornei Atp è tra i 150 e 160 milioni di dollari. Sembra una grande cifra, ma poi togli tasse e spese e già intorno al numero 80 non rimane nulla». Su questo i big sono divisi: Federer e Nadal con l’Atp, Djokovic con la PTPA. «La pensiamo tutti allo stesso modo: un tennista professionista ha diritto a una carriera tranquilla e corta. Nel senso che quello che incassa deve durare anche quando smette di giocare. La questione è che se sei Top 20 guadagni con gli sponsor, dai 30 in giù fai fatica». Serve equilibrio. «Per questo serve unità. Se chiedi ai fans chi vogliono veder giocare, il 90% ti dice Roger, Rafa e Nole. Prima di preoccuparmi del giocatore 500 al mondo voglio risolvere i problemi del numero 80. La discussione è dove mettere la linea del tennis pro, e poi risolvere per primo quello che c’è sopra». Il sindacato di Djokovic è una spaccatura pericolosa? «La sfida non è tra giocatori contro organizzatori, ma è tennis contro gli altri sport, la musica, Netfiix, tutto ciò che tocca il portafoglio e l’attenzione degli appassionati. Non essere uniti ti fa passare il 90% del tempo a litigare e a sprecare energie». C’è qualcosa in cui potete dargli ragione? «Io sono stato giocatore e so la fatica che si fa, anche a capire i problemi del mondo organizzativo. L’ho detto a Nole: lavoriamo insieme sui punti da migliorare.

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La PTPA è nata durante lo stop per il Covid, quando c’era molto scontento. Ma così il rischio è di far saltare la baracca. E di restare tutti senza lavoro». Si dice anche: bisogna accorciare le partite. «Il tennis va migliorato? Si. Ma cominciamo da quello che c’è intorno: come lo organizziamo, come lo gestiamo. Siamo indietro di almeno 15 anni, non abbiamo un database, non siamo digitalizzati». E le regole? «Da ex giocatore dico che per me il tennis è sacro. Mi rendo conto che per i giovani un match è lungo, ma oggi lo puoi impacchettare come vuoi. Fare highlights più o meno corti, prodotti per i social media, trasmissioni per chi lo vuol vedere 4 ore e chi lo sbircia sugli smartphone. Perché poi: a chi ha pagato il biglietto per la finale di Wimbledon, glielo dici tu che il match dura solo un’ora? E poi: cambiare le regole? Solo su dati certi. E se ne vale la pena». Chiudiamo con l’Italia: il futuro di Roma? «È nella lista dei tornei che potrebbero allungarsi a 11-12 giorni con 96 giocatori in tabellone, vedremo. II Foro Italico? II tennis è uno sport che si guarda al 99% da remoto e chi lo vede in Tv può godere di uno spettacolo incredibile. Spostare il torneo per avere stadi enormi non ha senso. Lì dall’alto non vedi neanche la palla». E le Finali Atp a Torino da presidente? «La vita riserva sempre sorprese. E magari con un giocatore italiano, chissà…». Berrettini alle Finali è già stato. Giudizio su Sinner? «Io sono romagnolo, ma mi allenavo in Austria e conosco la zona. Vedo in Jannik una freddezza eccezionale. Lo sci gli ha dato quello: ti giochi tutto in millesimi di secondo. E nei punti importanti lui va a cercare sempre la cosa giusta da fare».

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Il primo “regalo” delle ATP Finals è uno Sporting restituito alla città (Filippo Bonsignore, Corriere Torino)

Sessant’anni dopo, si sta per scrivere un nuovo capitolo di storia. Da Pietrangeli e Laver a Djokovic, Nadal, Medvedev, Federer. E, chissà, Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego… Sessant’anni dopo, si può sognare di nuovo. Era il 1961 quando, sul Centrale del Circolo della Stampa Sporting, Nicola Pietrangeli conquistava gli Internazionali d’Italia nella finale contro Rod Laver. Ora, lo stadio del tennis sta per tornare a splendere, completamente rinnovato e pronto a mostrarsi nuovamente anche ai migliori del mondo che si ritroveranno sotto la Mole fino al 2025 per conquistare il Masters. Le Atp Finals si giocheranno al vicino PalaAlpitour ma il Circolo di corso Agnelli sarà una delle strutture di riferimento dell’evento, visto che ospiterà gli allenamenti dei campioni.

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Sulla terra rossa dello Sporting, infatti, di storia ne è passata davvero tanta, non solo nel ’61 con il trionfo di Pietrangeli. Sei volte ha ospitato la Coppa Davis, tra il 1948 e il 1973, e poi la Fed Cup del 1966 conquistata dagli Stati Uniti di Billie Jane King, il Challenger (vinto da Fognini nel 2008), i tornei internazionali giovanili, come quello Under 16 maschile e femminile, dove sono sbocciati campioni del calibro di Hewitt, Nalbandian, Rios, Davenport, Dementieva e Dokic. E allora, benvenuti nel futuro. Il «Corriere Torino» è in grado di svelare in esclusiva il volto del nuovo Centrale. Sarà un’arena versatile, dedicata naturalmente al tennis ma capace di ospitare anche concerti, spettacoli teatrali, convegni. Sport e cultura, quindi, per circa 2.500 spettatori. La capienza, in ogni caso, si potrà modulare per rispondere alle misure restrittive dovute alla pandemia, tanto che potrà accogliere comunque 600-800 persone a seconda della configurazione.

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Sono state ripristinate le gradinate mantenendo l’estetica originaria e utilizzando i medesimi materiali. Nuovi sono invece gli spogliatoi per gli atleti, che sono trasformabili in camerini per gli attori. Nuova è l’area accoglienza, sul lato opposto. Nuovo è l’impianto di illuminazione che consentirà appunto di ospitare diverse tipologie di manifestazioni. Nuove sono le quattro torri faro, alte quasi dieci metri, con nove proiettori ciascuno, che permetteranno le riprese in alta definizione. Nuovi sono i due accessi e le quattro aree per disabili. Nuova, infine, è l’area padel, ora adiacente al Centrale, che verrà spostata in un’altra zona del Circolo, quella attualmente occupata dai campi da tennis in cemento, e che sarà ampliata, tanto da ospitare tre campi coperti.

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New York 1977, tennis e follie (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 28 febbraio 2021

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New York 1977, tennis e follie (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Al centro di Pennsylvania Plaza, sulla 7a Avenue che gli scorre davanti, il Madison Square Garden ha la forma di un panettone. Vetri scuri a doppia tonalità e infissi in alluminio anodizzato. E’ il quarto della serie, ricostruito nel 1969 con una spesa di 200 milioni di dollari e ormai lontano dalla Madison Avenue di cui conserva gelosamente il nome, che ospitò le prime due arene (1879-1889, 1890-1924). Più semplicemente, the Garden, per i newyorker, che ne fecero il centro della boxe mondiale e della Nba del basket, ma anche una sala da musica e una sala da tennis. La sede più naturale del Masters, l’unica che potesse narrare i ricordi già lontani dei tornei professionali anni Cinquanta e raccordarli con l’avvento dei campioni della Nuova Era, quella del tennis aperto. Il torneo dei più forti vi giunse nel 1977. «La storia di un’estate, di una città, di tennis e di spari, di sommosse e di saccheggi, di soavi palline bianchissime. Una storia di gentiluomini e di malfattori, di assassini e di sopravvissuti, di palazzi che bruciarono fino alle fondamenta», scrive Corrado Erba nelle pagine iniziali del suo bel libro “Tennis e Follia a New York” (Edizioni Slam, Absolutely Free Libri). Furono i mesi degli incendi nel Bronx, dei Guerrieri della Notte che agivano come truppe scelte, della sofferenza di interi quartieri che il sindaco Beame giudicò irrecuperabili e lasciò andare a se stessi. Anche il tennis partecipò attivamente al clima di follia che sembrava essersi impossessato della città. Il 1977 vide l’ultimo US Open sui campi in terra verde e grigia del West Side Tennis Club a Forest Hills, fra le proteste dei cittadini del piccolo borgo dei ricchi, con le case più belle affacciate sull’Oceano Atlantico, che sfilavano con cartelli e slogan per evitare che il torneo migrasse verso Manhattan, nella sede attuale di Flushing Meadows. Nei giorni del torneo, un colpo di pistola venne sparato dai piani alti delle tribune del Centrale e ferì al piede uno spettatore, i tennisti protestarono a lungo per la decisione di far giocare due set su tre fino ai quarti, per poi passare a tre su cinque dalle semifinali. Era una richiesta della CBS, pagata milioni di dollari. Mike Fishback scese in campo con la sua Head munita di doppia incordatura e da tennista di umili origini si trasformò in una divinità vendicatrice, capace di stracciare Billy Martin e il primo vincitore del Masters, Stan Smith. Ma niente attrasse le polemiche come l’iscrizione al torneo di Renee Richards, prima transessuale a schierarsi nel tabellone femminile. Aveva ormai più di 40 anni, e da uomo, Richard Raskind, dentista a Los Angeles, non era mai andato oltre qualche onorevole torneo sociale. Alta più di un metro e novanta, Renee venne sconfitta subito in singolare da Virginia Wade, ma raggiunse la finale in doppio, scatenando l’ira di molte delle partecipanti. Fu l’inizio di una breve carriera nel circuito femminile, che la condusse alla conquista di sei trofei e al numero 20 della classifica, per poi diventare allenatrice di Martina Navratilova. Il torneo lo vinse Guillermo Vilas, e Jimmy Connors prese la sconfitta come un affronto personale. Aveva incassato il primo set e dava per scontato che il match sarebbe finito nella propria bacheca, già stracolma di allori. Ma Vilas seppe recuperarne i fili, e con i dritti pesanti e mancini cominciò a manovrare Jimbo da un lato all’altro, fino a stracciargli l’anima. L’ultima chance, quella su cui Connors si attaccò per decretare che il match gli fosse stato rubato, venne sul quarto match point. Guillermo cercò il passante sull’ennesima incursione di Jimbo a rete, e l’americano esplose una volée che sarebbe bastato accompagnare a mezza potenza per ottenere il punto. Palla vicino alla riga. Connors non ebbe dubbi: «Punto mio», disse. Anche Tiriac, coach di Vilas, lì vicino, non ebbe dubbi: «Punto suo», fece, indicando Guillermo. Il giudice di linea si prese il suo tempo, poi decise che il colpo fosse fuori. Connors rifiutò di restare in campo per la premiazione. «Per me questo match non è ancora finito», fece sapere, dimenticando che anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare. In semifinale, contro Corrado Barazzutti, su una palla decisamente fuori che l’italiano si affannava a mostrare all’arbitro, chiedendo che scendesse dal trespolo per controllare, raggiunse Corrado alle spalle, quasi di soppiatto, poi gli sfilò davanti con movenze da marionetta, e cancellò con il piede il segno. «Signor Connors, certe cose non si fanno», disse bonario l’arbitro, mentre dalle tribune venivano giù salve di fischi. Era una palla che non avrebbe cambiato il match, saldamente nelle mani di Connors, ma forse lo avrebbe allungato. Magari solo di un po:.. […] A New York i tennisti erano di casa, e la loro casa era al numero 254 della 54a West, tra la 78 e l’88 Avenue, non così distante dal Madison Square Garden. L’indirizzo era quello dello Studio 54, dove si entrava solo se si era un bel po’ strani, molto ammanicati o molto famosi. La bellissima Bianca Jagger, moglie ormai a un passo dal divorzio da Mick Jagger, vi era entrata su un cavallo bianco, il ballerino Sterling St. Jacques si faceva accompagnare da Khaym the Cheetah, il suo ghepardo, al quale metà locale offriva champagne in una coppa d’argento, con le conseguenze che potete immaginare. Andy Warhol si divideva tra la sua Factory e le serate nella discoteca. Vitas Gerulaitis parcheggiava lì vicino la Rolls che faceva impazzire d’invidia John McEnroe («Lui viveva in questa villa incredibile a King’s Point, girava con una Rolls targata VITAS G, mentre io stavo dai miei e la mamma ancora mi faceva il bucato», confessò Mac anni dopo) e nel breve tratto a piedi fino all’ingresso dello Studio, sceglieva le ragazze più belle tra quelle in attesa davanti al portone. Le faceva entrare come sue accompagnatrici. Ilie Nastase aveva un tavolo fisso. «Se avete bisogno di me, sapete dove trovarmi», lasciava detto agli organizzatori, costretti a telefonare allo Studio 54 per comunicare al rumeno i turni di gara. Quando venne scelto il Madison Square Garden per rivitalizzare il Masters, che dopo Tokyo (Stan Smith) e Parigi (Ilie Nastase) era finito nel giro di città tutt’altro che glamour, come Barcellona (Nastase), Boston (Nastase), la lontanissima Melbourne (Vilas), Stoccolma (Nastase) e Houston (Orantes) dove più di un big preferì non andare, per i newyorker ancora affranti dal lungo anno orribile fu la conferma che il peggio era passato. La Grande Mela poteva tornare finalmente alla sua dimensione di metropoli di affari e di turismo, di spettacoli e grandi alberghi sempre sold out. […] Fu americano il primo torneo del Garden, vinto da un Connors in assetto da marine, pronto a cancellare i fischi dello US Open perso con Vilas, e lo fu anche il secondo, con il ragazzino di casa McEnroe che già tutti chiamavano Genio, anzi McGenius. Ma dalla terza stagione entrarono in scena i giganti europei, prima Borg, poi Lendl, infine Becker e Edberg. E al termine dei tredici anni in cui il Garden mantenne il Masters nel proprio cartellone di eventi, le vittorie americane furono appena quattro, una di Connors e tre di McEnroe, quelle europee addirittura nove, con cinque colpi di Ivan Lendl, due di Borg, e uno a testa per Becker e Edberg. Era giunto il momento di tentare l’avventura in Europa. Ma il Madison rimase per anni nel cuore del tennis, «il nostro chalet per l’inverno», come lo chiamava McGenius.

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