Gigante Berrettini. Zverev in ginocchio (Crivelli). Roma ai piedi di Berrettini (Grilli). Matteo, la vendetta. Zverev cancellato (Azzolini). La musica di Federer per il Foro Italico (Bertolucci). «Male al ginocchio», Serena deve saltare il derby con Venus (Cocchi)

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Gigante Berrettini. Zverev in ginocchio (Crivelli). Roma ai piedi di Berrettini (Grilli). Matteo, la vendetta. Zverev cancellato (Azzolini). La musica di Federer per il Foro Italico (Bertolucci). «Male al ginocchio», Serena deve saltare il derby con Venus (Cocchi)

La rassegna stampa di mercoledì 15 maggio 2019

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Gigante Berrettini. Zverev in ginocchio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il Vangelo di Matteo infiamma la religione dei diecimila del Foro Italico quando il centesimo dritto sballato dell’ombra dello Zverev che fu finisce lungo di un metro. Un anno dopo, matura così la più dolce delle rivincite per quel ragazzino che qui sopra palleggiava con i big sognando di diventare come loro e adesso, dall’alto di 196 centimetri di tenacia e volontà, inchioda il numero cinque del mondo, in enorme crisi di fiducia ma pur sempre vincitore e finalista nelle ultime due edizioni. Un Berrettini gigante conquista così il primo successo in carriera contro un top ten, occhieggia ai primi 30 (ora è virtualmente 31) e si guadagna un ottavo non proibitivo con Schwartzman oppure Ramos. Con la forza di una parola: «Cattiveria. Sono stato proprio cattivo. La volevo così». Per troppi anni la tensione del torneo più sentito ha stroncato nella culla le ambizioni azzurre. In troppe occasioni, salvo prodezze sporadiche, questi campi sono diventati la tomba delle nostre speranze, tagliando fiato e gambe. Ma adesso che stiamo vivendo il rinascimento maschile, non esistono più imprese impossibili e anche il pubblico ci mette il carico di passione che elettrizza l’atmosfera. Per questo, Matteo spinge con sicurezza sullo schema servizio-dritto, non trema nelle tre delicate palle break avverse del 5-5 del primo set e poi raccoglie i cocci di un avversario spaesato, pizzicandolo pure con delicate smorzate: «Sono stato bravo a rimanere attaccato al match – racconta Berrettini -, un anno fa mi giravano dopo la sconfitta con lui, stavolta avrei rosicato sul serio. Cos’è cambiato in 12 mesi? Ho un po’ di barba in più…». Un anno fa era 130 del mondo, adesso esordirà tra le teste di serie al Roland Garros. E dopo un avvio di 2019 in chiaroscuro, si è presentato a Roma reduce da due finali consecutive sulla terra rossa (vittoria a Budapest, sconfitta a Monaco di Baviera): «Quand’ero ragazzo mi chiamavano la radio perché in campo commentavo tutto a alta voce e finivo per innervosirmi – racconta —. Per vincere le partite conta anche l’atteggiamento: se ti parli addosso, è matematico che perdi il punto successivo». È la lezione che coach Santopadre gli ha inculcato fin da quando lo prese quattordicenne, impacciato e frettoloso: si impara da ogni partita, soprattutto dalle sconfitte. E così gli ha modulato la carriera per gradi, non esitando a gettarlo in pasto a rivali più forti ma dai quali si poteva spremere conoscenza, perché a tennis non si vince facendo i 100 metri, cioè raccogliendo risultati facili a livello giovanile, ma la maratona, quindi con la mente rivolta alla costruzione del futuro, attraverso fatica e sacrificio. […]

Roma ai piedi di Berrettini (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

 

Ha gettato a terra il cappellino e fa no con il dito, come non volesse credere a quello che ha appena combinato, mentre tutto intorno il Centrale sembra tornato ai tempi di Panatta. Poi Matteo Berrettini ridiventa serio, va a stringere la mano a Zverev con una faccia di circostanza e quindi si rimette a ridere davanti al suo staff, rinforzato per l’occasione dal fratello Jacopo, più giovane ma l’autentico ispiratore della carriera tennistica di Matteo. Chissà quante volte il ventitreenne ragazzo del Nuovo Salario, che legge Dostojevskij e va pazzo per Breaking Bad, si è immaginato un pomeriggio così, una vittoria su un grande campione davanti al pubblico di Roma, il Foro Italico ai suoi piedi. Numero 33 della classifica mondiale – ma dopo il successo di ieri è salito al 31° posto, eguagliando così il suo best ranking – Elimina Zverev, n. 5 del mondo tra i cori del Centrale. Ha vinto 10 delle ultime 11 partite ha battuto in due set il numero 5 del mondo (primo Top 10 sconfitto), quell’Alexander Zverev che ha confermato il suo pessimo stato di forma ma che a Roma aveva vinto nel 2017, mentre un anno fa si era arreso solo in finale al terzo set di fronte a Nadal e alla vigilia si era dichiarato convinto di poter ritrovare il suo gioco proprio sulla terra del Foro. Zverev e Berrettini si erano già incontrati sullo stesso campo Centrale giusto un anno fa, sempre nel secondo turno del torneo (Matteo da 103 del mondo). E se nel 2018 il tedesco si era imposto con un tutto sommato facile 7-5 6-2, dodici mesi dopo i rapporti di forze sono completamente cambiati. Ieri Berrettini ha vinto con i colpi e con la testa, reggendo bene gli scambi da fondo campo con il tedesco, superando con tranquillità e saldezza di nervi i pochi momenti difficili della partita. Sciupato sul 5-4 un match-ball, sul 6-5 è stato di nuovo aggressivo, ha fatto punto anche recuperando uno smash sbilenco dell’avversario, che poi ha affondato in rete l’ennesimo dritto del suo balordo pomeriggio, ponendo fine alla sua agonia dopo 108 minuti di gioco. […] Saltato ieri sera il doppio in coppia con Fognini, che ha accusato un provvidenziale attacco influenzale, Matteo tornerà in campo domani contro il vincente della gara di oggi tra due pedalatori come l’argentino Schwartzman (numero 24) e lo spagnolo Ramos Vinolas (88), entrambi mai affrontati. Sarà sicuramente una lotta, bisognerà soffrire e correre parecchio. Ma ormai Matteo è diventato grande e non teme più nessuno.

Matteo, la vendetta. Zverev cancellato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Roma è città di echi, illusioni, desideri, dove tutto è possibile prima che accada, e tutto è risaputo nel momento in cui sta accadendo. Si sa, ti dicono. E forse lo sanno davvero, l’hanno visto già altre volte, dieci, cento, mille anni fa. Soltanto gli eroi arrivano dritti al cuore, turbano i sentimenti, riscaldano la linfa di una città che vive avvolta nella sua magnificenza trascurata. E gli eroi, a volte, non sono semidei. Sono “di giornata”, in attesa di divenire sempiterni se mai sarà possibile, ma sempre a portata di mano. «A pantera, daje n’artra zampata, ché la prima nun l’ha capita». E l’eroe di giornata sente, fa sì con la testa. Ne manca una. Una sola zampata. Matteo Berrettini non manca di rispetto per il predestinato che ha di fronte, che è altrettanto giovane e a Roma ha già vinto (due anni fa) e rischiato di rivincere (l’anno scorso), ma si misura attraverso di lui. L’anno scorso Matteo incontrò Sascha Zverev da numero 103 del mondo, oggi è settanta posizioni più vicino, numero 33. L’anno scorso non c’era partita, poi Berrettini ha vinto a Gstaad e a Budapest, ha fatto finale a Monaco. Si è scoperto tennista, «seppure in divenire, che di lavoro ce n’è ancora tanto» dice da bravo figlio, e ora ha voglia di mettere in campo quello che ha imparato: «Santopadre mi ha spinto a lavorare su tutto me stesso, i colpi, i modi di vivere il match, di sentirlo», racconta di coach Vmcenzo che lo accompagna da sempre. Ma anche l’altro coach Cipolla si è fatto sentire. «Flavio mi fa la messa a punto, mi offre quei piccoli consigli che poi, in partita, diventano grandi verità. Come smettere di parlare ad alta voce con se stessi, magari dopo un punto perso, perché si rischia di compromettere anche il successivo. Prima Santopadre mi chiamava Radiolina». […] Piace molto al pubblico il nuovo giovane eroe, perché fa lui la partita, e non ha paura. Il servizio è vorticoso, spesso sopra i 220 orari. Il diritto fa male anche solo a guardarlo. Sascha è nell’angolo ma si salva, s’intuisce che quando avverte il pericolo riesce a concentrarsi di più. Risale a colpi di ace da due 0-30, ma Berrettini trova il primo match point sul 5-4. E altri due poco dopo. Palla in rete e Zverev a casa, a meditare. Matteo fa due conti: entrerà fra i primi trenta, Ancora uno sforzo e avrà una testa di serie al Roland Garros. […]

La musica di Federer per il Foro Italico (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

L’ufficialità è arrivata all’ultimo momento, ma poco importa. King Roger torna, dopo una lunga assenza, a calcare i campi del Foro Italico per la gioia dei tifosi e di tutti coloro che vedono in lui un fenomeno inimitabile. Le quattro finali perse sul centrale romano hanno lasciato un segno indelebile nell’animo di Federer e un piccolo vuoto nella fornitissima bacheca. Sarebbe bello, intrigante e coinvolgente se lo svizzero riuscisse a sfatare l’incantesimo in questa edizione, ma sinceramente non credo sarà possibile. Roger ha ripreso a frequentare la terra solo perché ha capito l’errore commesso in passato e da campione lucido, umile e intelligente è corso ai ripari modificando la programmazione. Si è reso conto che l’approccio verso Wimbledon necessitava di test anche sulla terra per attenuare e ridurre la lunga pausa tra il duro cemento e la soffice erba. Così sulla strada verso Parigi è atterrato a Roma per proseguire la strada iniziata a Madrid. Il suo gioco non avrà l’intensità del passato ma l’eleganza del gesto e la leggerezza del movimento garantiscono in ogni caso il massimo dell’armonia tanto da far sembrare facile anche il colpo più complesso. […] Venti slam e oltre 100 trofei lo hanno trasformato da eroe a mito e per nostra fortuna è ancora in pista capace, come nessuno, di tradurre in musica una semplice partita di tennis.

«Male al ginocchio», Serena deve saltare il derby con Venus (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Roma lo aspettava da 20 anni, ma il derby al Foro tra Serena e Venus Williams non ci sarà. Serena, dopo aver superato al primo turno la svedese Peterson, si è ritirata ieri nel tardo pomeriggio. Il colpevole è ancora il ginocchio sinistro, lo stesso che le aveva impedito di scendere in campo a Miami e l’aveva tenuta ferma fino a ora: «Devo ritirarmi dagli Internazionali perché ho di nuovo dolore al ginocchio sinistro – ha fatto sapere attraverso un comunicato -. Mi mancheranno i fans e mi dispiace molto lasciare questo torneo che è sempre stato uno dei miei preferiti al mondo». La Williams, quattro volte campionessa al Foro Italico lascia comunque uno spiraglio sulla sua partecipazione al Roland Garros: «Ora mi concentro sul recupero e la riabilitazione del ginocchio e spero di ritrovare i miei tifosi a Parigi. Quanto a Roma, do a tutti voi l’appuntamento per l’anno prossimo». Serena non gioca da Indian Wells e ha dichiarato di aver potuto fare poco in campo concentrandosi principalmente sul lavoro di resistenza senza forzare sull’articolazione. Arrivata a Roma mercoledì scorso per abituarsi alla terra rossa e aveva portato con sé il marito Alexis Ohanian e la figlia Olympia. La vacanza romana è durata meno del previsto e Venus, invece che affrontare la sorella, si accomoda direttamente agli ottavi di fmale.

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Wimbledon, il quinto trionfo di Novak Djokovic (Scanagatta, Garofalo, Crivelli, Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 15 luglio 2019

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 Un terzetto irripetibile di fenomeni (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche perché il suo tennis, pur straordinario, è purtroppo meno originale. Il rovescioa due mani, il corri e tira… e anche se recupero palle incredibili con il rovescio, le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, chi lo guarda non si entusiasma, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi mancini, brutali, fenomenali di Rafa Nadal. Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi nel conto degli Slam, approfittando dei cinque anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciagli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal (…). Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. E’ quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

(…)

 

E’ un grande e sarà sempre più grande. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Roger, lacrime per Mirka e i figli: “Volevo dare loro un’altra gioia” (Antonio Garofalo, QS- Quotidiano sportivo)

È appena terminata l’incredibile battaglia di 4 ore e 56 minuti e sul Centre Court Sue Barker dice a Roger Federer appena sconfitto, quello che pensiamo tutti, ovvero che il match appena concluso è uno di quelli che non dimenticheremo mai. Federer, con un sorriso amaro, prova a sdrammati zare: «Io cercherò di dimenticarlo subito!. Ho dimostrato che a 37 non è ancora finita, ho dato tutto quello che potevo e resto ancora in piedi. Spero di riuscire ad ispirare altri ragazzi, che anche a questa età si può essere competitivi». Mirka e i quattro figli hanno assistito in tribuna a tutto il match. «Non saranno eccitati all’idea di avere in casa un altro piatto», alludendo al premio per il finalista sconfitto. Novak Djokovic è sopravvisuto a due match point sulla strada del suo quinto titolo a Wimbledon. «È una delle tre più grandi finali che ho vinto, se non la più dura. È indimenticabile, incredibile aver annullato due match point sul suo servizio ed aver vinto 13-12 al tiebreak. Ho vinto tre tiebreak? Beh, speravo di arrivare lì». Grande rispetto trai due contendenti, suggellati dall’abbraccio finale.

(…). Novak sa che questa vittoria vale tantissimo. «Queste partite danno un senso ad ogni minuto speso sul campo. Contro Nadal magari ho avuto battaglie più dure fisicamente, ma questa da un punto di vista mentale è stata incredibile». E rende omaggio ai suoi due grandissimi rivali. «Roger e Rafa sono il motivo per il quale gioco ancora, provo a fare quello che hanno fatto loro. Non so se ci riuscirò, ma è il mio obiettivo». Federer è deluso ma non abbattuto. «Non si può rimanere depressi dopo un match così, bisogna avere la mentalità di andare avanti ed essere contenti del proprio livello. Io lo sono. Un punto ha cambiato tutto, decidete voi quale dei due match-point. Non so se perdere in modo netto faccia meno male. Ma cerco di vedere i lati positivi, ero sotto un break e l’ho rimontata, è stata dura avere quelle possibilità e sprecarle, certo. Ma Novak è un grande campione e ogni vittoria aumenta la sua grandezza». La partita di oggi a molti ha ricordato un altro epico match perso da Federer qui, la finale del 2008 con Nadal. «Questa è stata una partita più regolare forse, senza interruzioni, senza il buio alla fine. La similitudine con quella partita, direi che è la delusione che sento». Roger è comunque soddisfatto del suo percorso stagionale: «Penso che giocare sulla terra mi abbia fatto bene, ho giocato match duri che mi hanno dato un buon ritmo. Salterò Montreal per preparare al meglio gli Us Open». Le leggende guardano sempre avanti.

La finale infinita è di Djokovic (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Quattro ore e 56 minuti avvitato alla mia seggiolina senza poter fare nemmeno pipì per la finale forse più incredibile cui abbia mai assistito, anche se era la n.46. L’ha vinta Novak Djokovic, «Serbinator», ed è la quinta per lui, dopo essere stato avanti per 4-2 nel quinto set ma dopo aver annullato anche due matchpoint consecutivi a Roger Federer che serviva sull’8-7 40-15. Per Federer è la ventiduesima partita che perde dopo aver avuto i matchpoint a favore. Forse anche al più forte tennista di tutti i tempi ogni tanto può venire il braccino. Non ha messo la prima nel primo matchpoint e ha sbagliato un dritto abbastanza comodo. Sul secondo matchpoint ha messo la prima, ma ha attaccato maluccio ed è stato passato da un cross di dritto di Djokovic. Rimpiangerà entrambi chissà per quanto. «E’ un match che non dimenticheremo mai» gli diceva sul campo Sue Barker e lui: «Io invece cercherò di dimenticarlo!». Il punteggio favorevole al serbo dice quanto sia stata incredibile questa partita. Di sicuro unica: 76(5), 16, 76(4), 46, 13-12(3).

(…)

Certo è che Djokovic ha vinto tre tiebreak su tre, quindi i punti più importanti, quelli che contano il doppio. I punti (218 a 204, 14 in più per lo sconfitto!), gli ace (25) e i break (7) per lo svizzero venivano salutati da veri e propri boati, i doppi falli di Djokovic (9) anche da qualche applauso. Erano in campo 35 Slam, 570 settimane da n.1, 12 Wimbledon e si sono visti tutti. Se avesse vinto Roger ci sarebbe stato un gap di 3 Slam fra lui, Rafa e Nole. Ma ha vinto invece Novak e ora il gap è solo 2: 20 Slam per Roger, 18 per Rafa, 16 per Novak. Federer non era mai riuscito a battere in uno Slam Nadal e Djokovic in successione — gli era stato possibile soltanto in un Masters nel 2010, ma nei Masters non si gioca al meglio dei cinque set — ma mai c’era stato vicino come ieri, anche se già due volte con Djokovic in due anni in successione, all’US Open 2010 e 2011, aveva avuto due matchpoint al quinto set e aveva finito per perdere.

(…). Anche questa è stata una partita incredibile, di spaventosa intensità, con scambi pazzeschi. Federer giocava molti più rovesci incrociati e tagliati che contro Nadal perché al mancino spagnolo sarebbero finiti sul dritto. Era meglio quindi giocare rovesci coperti. Quella era stata la chiave della vittoria. Invece per Djokovic e il suo rovescio bimane… tirar su rasoiate che non si alzavano dall’erba era tutt’altro che semplice.

(…). Il secondo set di Djokovic (1-6, appena 11 punti contro i 26 di Federer), ad esempio, è stato decisamente brutto, quasi che avesse avuto necessità di rilassarsi dopo il primo vinto al tiebreak. Novak, in quel set dominato dai servizi aveva annullato nel quarto game l’unica palla break. E quel tiebreak era andato avanti a piccole serie: 3-1 Djokovic, 5-3 Federer con 2 minibreak, 7-5 Djokovic. Insomma Federer che avrebbe teoricamente potuto vincere tre set a zero perché sul 5-4 del terzo si era procurato un setpoint con una straordinaria, fenomenale demivolee — ma Djokovic si è salvato servendogli un missile al corpo — si è trovato sotto due set a uno dopo un tiebreak dominato da Novak, 3-0, 5-1, 6-4,7-4. Eppure la prima pallabreak di Djokovic per strappare la battuta a Federer è arrivata soltanto nel quarto set, peraltro quando lo svizzero era già avanti di un doppio break, sul 5-2. Il break è arrivato dopo altri scambi da fenomeni, ma Roger si sarebbe poi trovato ugualmente al quinto set. Sembrava però spacciato sul 2-4 e invece già nel game successivo recuperava. Poi entrambi tenevano i servizi abbastanza agevolmente — Djokovic non era in gran giornata alla risposta — fino al 7 pari quando uno spettacolare passanti di dritto di Roger gli procurava il brak dell’8-7 che pareva poter chiudere la partita. Quindi i due matchpoint annullati già descritti. Per Djokovic una vittoria ancora più sofferta di quella con Nadal nell’Australian Open 2012, sebbene quella fosse durata 5h e 53 minuti, quasi un’ora di più. Ma lui non muore davvero mai. E a Federer non gli basta annullare un matchpoint a match. Preferisce farlo due volte.

Djokovic-Federer, uno show di cinque ore. Nole, brividi e gioia, salva due matchpoint poi il quinto trionfo (Riccardo Crivelli, La Gazztta dello Sport)

Contro il mondo. Contro i numeri. Contro un rivale gigantesco, il sovrano di questo meraviglioso giardino che è Wimbledon, più ancora del vero erede al trono, il Principe William, che impettito ed elegante non si perde uno scambio dal suo scranno al Royal Box, abbagliato come tutti dal luccichio di una disfida consegnatasi seduta stante alla leggenda. L’enorme cuore di Djokovic si prende il Centrale alle 19 e 7 minuti di una serata indimenticabile, dopo 4 ore e 57′ di duello rusticano contro Federer, l’avversario più rispettato ma anche meno amato, respinto sulla soglia del nono trionfo, con due match point non sfruttati.

(…) è anche una degli scontri frontali più intensi mai visti sull’erba sacra di Church Road e che regala ai 15.000 estasiati possessori del biglietto il primo tie break con la nuova regola, su112-12 del quinto.

(…). Qui, aveva già battuto Roger in due finali, nel 2014 e nel 2015, ma questa porta con sé la magia di una rivoluzione compiuta, il sacco a casa del nemico più temuto e dopo aver guardato in faccia l’abisso. L’ace con cui Roger inaugurerà la partita è subito salutato dagli osanna, perché il Divino aveva cominciato allo stesso modo contro Rafa in semifinale e la scaramanzia ha sempre il suo peso. Ma non serve la cabala per profetizzare che l’otto volte campione non ha smarrito le energie nell’impresa di venerdì, perché il servizio è sostanzialmente intoccabile e da fondo tiene botta, alternando il rovescio slice a soluzione coperte, reggendo sul pericoloso per lui incrocio di sinistra. Federer è più propositivo, ma Nole fa partita pari con la battuta e l’attenzione, fino all’inevitabile tie break che il numero tre del mondo si fa scivolare via con tre gratuiti banali dal 5-3 per lui.

(…) Dopo un’ora e 23′ è un set pari, ma torna subito l’equilibrio in una cornice di qualità elevatissima. Roger nel decimo game del terzo parziale si procura con una deliziosa demivolée la palla per il set, Nole la annulla con il servizio. È ancora tie break, è ancora il Maestro che si mette dietro la lavagna con troppi errori non forzati: e così si ritrova sotto due set a uno senza aver mai concesso palle break e con le occasioni evaporate con cui poteva addirittura aver già chiuso una partita che diventerà leggenda. Ma a questo punto finisce lo spettacolo e comincia l’epica. Federer non dimostra di avere quasi 38 anni: anziché cedere sale di nuovo e domina il quarto set, ottenendo perle anche dal rovescio lungolinea. Quando nel quinto cede il servizio per il 4-2 Djokovic, sembra finita. Invece immediato controbreak e un match che a ogni punto si fa leggenda. Ancora break di Roger per l’8-7 con un passante di dritto, e nel game successivo ecco i due match point: svaniscono con un dritto largo su una robusta risposta di Nole e poi sul passante del numero uno su un attacco morbido. Terzo tie break, la conclusione più degna: il Divino si umanizza, non mette le prime che servono, mentre l’altro giganteggia. Un dritto steccato manda Djokovic in paradiso, un grandissimo Federer non finisce certo qui ma perde un match in cui ha ottenuto 94 vincenti a 54 e 14 punti in più, 218 a 204: è la 22a volta che viene sconfitto con match point a favore, la terza dal Djoker negli Slam. Nessuno è perfetto, mentre Novak, più incisivo nei momenti cruciali e dunque più meritevole, non esulta neppure, come al solito mangia l’erba, poi si batte i pugni sul petto lanciando sguardi di brace alla gente delusa. Non sarà mai nei loro cuori come lo sconfitto. Ma che campione immenso.

Che stupidaggine questo tie-break. Il risultato giusto era un pareggio (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sapete tutti o quasi, che ha vinto Nole Djokovic in 4 ore e 57 minuti, realizzando così il record della finale più lunga a Wimbledon. Mentre gran parte del pubblico sperava tuttavia che vincesse Roger Federer, e si giocavano le ultime palle di quel tie-break immaginato da un incompetente, ho pensato al film che verrà inevitabilmente girato da un produttore tifoso. Non potrà non presenziare la Regina, che era in realtà venuta in tribuna solo per assistere al match della sua suddita Virginia Wade, e, ad un certo punto, Elisabetta entrerà in campo, prima del tie-break finale, per impossessarsi della mano di Federer, e alzarla.

(…) La Regina, in circostanze estreme, può continuare a comportarsi come facevano le vere Regine, può scegliere il vincitore. II tie-break del quale avrebbe vergogna l’inventore americano Jimmy Van Alen è stato in realtà la vicenda più deludente (…). Non capisco ancora come abbia fatto un divino tennista di quasi 38 anni a raggiungerlo, e forse un’analisi di ben più dei dieci minuti che mi restano non servirà a spiegarmelo. Dall’uno pari raggiunto con una riga Federer è andato a 1 a 4, ma ancora una volta ha continuato a battersi come in una sorta di palleggio agonistico, senza far emergere il dramma della partita. E risalito a 3-4,

(…) sul 6-3, ha finito di sommergerlo con un long line di rovescio vincente.

(…). Devo dire che il confronto dei rispettivi rovesci, sui quali contavo perché Djokovic vincesse la partita, non si è verificato, perché anche con il suo colpo meno autorevole, il fenomeno svizzero è riuscito ad opporsi in modo entusiasmante al colpo bimane dell’avversario. E devo anche dire che mai Roger è parso di tanti anni superiore al suo avversario. È stato un match di fronte al quale uno spettatore neutrale e poco esperto del gioco avrebbe suggerito un pareggio, e che mi viene in mente di proporre al produttore del film se gli verrà impedito di servirsi della Regina. Certo, ho sempre pensato al tennis come a un gioco nel quale non fosse mai contemplato, non fosse mai possibile il pareggio. Ma in questa occasione, io che non so fare tifo, mi son visto in dubbio più di una volta. Un bel 12 pari al quinto. Non lo avrebbero meritato entrambi?

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court. Nole-Roger, così diversi così uguali (Scanagatta). Serena si inceppa sul più bello (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Clerici). La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Rossi, Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 14 luglio 2019

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Trionfo Halep, per la Williams la ‘maledizione’ del reverendo Court (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

TUTTE LE VOLTE è strafavorita, tutte le volte perde quando sembra vicinissima al traguardo dello Slam n.24. E perde pure male. Sarebbe blasfemo pensare che in qualche modo possa entrarci Margaret Court — oggi stimato reverendo presbiteriano in Australia — che detiene il record dei 24 Slam, la conquista dei quatto Majors nello stesso anno. Ma quella che sembra perseguitare Serena Williams pare quasi una maledizione divina. Ieri ha perso addirittura 62 62 in 56 minuti dalla romena Serena Halep con la quale aveva vinto 9 volte su 10 e l’unica che aveva perso non contava, nel girone eliminatorio del Masters WTA del 2014. Serena aveva reincontrato la Halep in finale e s’era vendicata brutalmente: 63 60. Ma l’anatema Court era arrivato già nel settembre 2015, quando Serena che aveva vinto i primi 3 Slam dell’anno era a due passi dal quarto e nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe potuto perdere dalla nostra Roberta Vinci. Soprattutto dopo il 62 d’abbrivio. Invece perse secondo e terzo set 64 e addio Grande Slam. Nel gennaio 2017 Serena, già incinta, ha vinto lo Slam n.23, battendo la sorella Venus in finale. Diventa mamma nel settembre di quell’anno e da allora più nessun torneo vinto. Ma tre finali Slam che non sembrava potesse perdere. Un anno fa qui con la tedesca Kerber invece rimedia un 63 63 che lascia tutti stupefatti. A settembre 2018 la seconda finale è con la giapponese Naomi Osaka: perde anche quella, 62 64, e succede di tutto, l’arbitro un po’ fiscale che l’ammonisce per il “coaching” di Mouratoglou, lei cha reagisce e lo accusa di sessismo. Ieri la terza debacle, la più pesante, con Simona Halep che ha detto: «La mia miglior partita di sempre». Un tennista romeno non aveva mai vinto sull’erba. Ilie Nastase aveva perso qui 75 al quinto la finale del ’72 da Stan Smith. Lei aveva già vinto uno Slam a Parigi…«Ma qui ora sono membro dell’All England Club, potrò venire a mangiarci quando vorrò»

Nole-Roger, così diversi così uguali (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

 

SEDICI e undici anni alla ribalta. Ecco perché dei due finalisti odierni del singolare maschile di Wimbledon, dopo tutti questi anni di successi, con Roger Federer che ha vinto qui già nel 2003 e con Nole Djokovic che ha trionfato nel suo primo Slam in Australia nel 2008, si sa quasi tutto. Di sicuro gli incredibili risultati, comparati e non. Ma come sono i due campioni nel privato? Svizzero uno e serbo l’altro sembrano molto diversi, ma non è vero che in fondo lo siano così come appare. Il primo è decisamente più amato dal pubblico di tutto il mondo — «Gioca sempre in casa!» dice Novak che inevitabilmente lo invidia un po’ — anche se lo deve più alla classe cristallina, unica, che mostra sul campo piuttosto che fuori dove è quasi sempre molto attento a mostrarsi politically correct in ossequio alla tipica neutralità svizzera. E’ UN PERFETTO diplomatico. Difficile che in 1.400 conferenze stampa abbia detto qualcosa di spiacevole nei confronti di qualcuno. Federer è arrivato secondo in un referendum che coinvolse 50.000 votanti americani fra 54 persone da ammirare, dietro a Nelson Mandela, ma davanti al Dalai Lama, Barack Obama, Bill Gates. Roddick disse una volta di lui subito dopo averci perso: «Mi piacerebbe odiarti, ma sei troppo nice». Il secondo è meno elegante, come tennis e non solo, il rovescio bimane non sarà mai fine come quello a una sola mano, ma è più estroverso con una certa predisposizione a vestire, improvvisando, anche i panni dello showman. Non a caso Fiorello lo adora e lo invita, ogni che volta che Nole è in Italia, a prendere parte ai suoi show, rendendosi disponibile anche a scambiare palleggi sul palcoscenico impugnando magari una padella da cucina. Al tradizionale Players Party di Montecarlo Djokovic è pronto per tutti i ruoli, presentatore, ballerino, attore, perfino cantante. Federer non avrebbe mai neppure pensato a imitare i colleghi, nel timore che anche una minima gag e presa in giro potessero risultare a loro sgraditi. Però i colleghi svizzeri garantiscono che quando c’è da fare uno scherzo a qualcuno lui non si tira mai indietro, anzi. NOLE, quando non era ancora il n.1, non si era mai preoccupato delle reazioni che avrebbe potuto provocare: le sue imitazioni di Nadal, Sharapova, Becker, McEnroe erano spassose. Ma poi l’hanno costretto a smettere. Non tutti i presi di mira avevano il suo stesso sense of humour. In realtà anche Roger è spiritoso e ama scherzare. Sono certamente due ragazzi intelligenti, simpatici, per nulla montati se pensate a quanto hanno vinto, in tornei e soldi, a quanto sono famosi, veri idoli in patria dove non c’è altro sportivo che possa competere con loro quanto a popolarità. Entrambi padri di famiglia, quattro gemelli Roger, due figli Novak, sono legatissimi ai genitori, alla famiglia, alle tradizioni. Giocano a tennis e lo amano profondamente. Ne conoscono la storia, i record, entrambi hanno subito il fascino dei vecchi campioni. Federer, da sempre in adorazione per i grandi Australiani, Laver, Rosewall, ha avuto per coach — fra gli altri — Roche e poi (dopo Higueras e Annacone) Edberg prima di Ljubicic ad affiancare Luthi; Djokovic ha scelto prima Becker poi Agassi e ora Ivanisevic ad appoggiare il fedele Vajda. Federer e super abitudinanri, preciso come un orologio svizzero nelle sue routine. Di quel che fa in privato fa sapere poco o nulla. Neppure che tipo di pasta mangia, lui testimonial Barilla con tanto di cuoco al seguito in ogni trasferta, nulla trapela. Come delle baby sitter. Djokovic è più estemporaneo, non è celiaco, ma sulla sua dieta anti glutine ha fatto uscire perfino un libro

La gioia e l’incubo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il fantasma si è preso la sua anima, le ha prosciugato lo spirito guerriero, l’ha resa vulnerabile e senza difese. Lo spettro di Margaret Court e la maledizione del 24° Slam si abbattono ancora una volta sui sogni di Serena, e la pantera diventa così un cucciolo spaurito. Incredibile nemesi: l’improvvisa e inattesa debolezza della Williams ha il potere di consolidare le certezze della Halep, che in carriera si è spesso nascosta dietro un fragile e poco aggressivo carattere da agnellino. E’ la festa di Simona, è la festa della Romania, che aveva perso due finali maschili con Nastase e finalmente colma il gap con la ragazza di Costanza cresciuta in una fattoria dove i genitori producevano formaggio. Mamma Stania è in tribuna, e il suo pianto a dirotto è un viaggio che si conclude. Senza paura Una partita incredibile, anche perché non è una partita. Bensì un sorprendente monologo, favorito dalla giornata disastrosa di Serena, praticamente immobile (soprattutto sulla parte destra) e fallosissima, e dal piano perfetto della numero 7 del mondo già vincitrice a Parigi nel 2018, che risponde anche alle sassate e poi da fondo tesse la ragnatela che manda subito fuori giri la blasonatissima rivale (4-0 in avvio). Simona concederà appena tre gratuiti in tutta la finale, sbrigando la pratica in 56 minuti, senza tremare neppure quando il traguardo si avvicina: «Ho guardato il tabellone solo sul 5-2 del primo set e mi sono detta “Ok, nessun problema, è tutto vero”. L’avevo immaginata proprio così, sapevo che avrei dovuto subito provare a toglierla dal match con aggressività, senza farle prendere ritmo. Tutte le altre volte che l’ho affrontata (prima di ieri era sotto 9-1 nei precedenti, ndr) sono sempre stata in soggezione, stavolta ho pensato solo a quello che dovevo fare io e non a chi avevo di fronte. La miglior partita della mia vita». Basso profilo Si realizza dunque il sogno che coltivava fin da bambina e che quest’anno ha preso forza in un torneo sempre in crescendo: adesso è un membro a vita dell’All England Tennis Club. E dunque saltabecca felice tra una stanza e l’altra: «Era una cosa a cui tenevo in modo pazzesco, mi hanno detto che posso venire quando voglio, pranzare, cenare, giocare un po’ a tennis ma senza la pressione di un match il giorno dopo». E’ una campionessa semplice e umile, la Halep, che ebbe il primo momento di celebrità non voluto quando decise di ridursi il seno, nel 2009, perché le impediva i movimenti, faticando a comprendere perché una decisione assolutamente personale dovesse interessare anche gli altri. Timida fin quasi al mutismo, almeno all’inizio della carriera, ha perso spesso partite già vinte per un’autostima traballante e mai al sicuro nonostante 64 settimane da numero uno del mondo, decima di sempre. Ha iniziato questa stagione senza allenatore, poi ha preso il belga Van Cleemput e l’ha licenziato dopo una settimana e infine si è affidata al connazionale Dobre. Doveva ritrovare se stessa, c’è riuscita: «Ora sono un donna rilassata, fuori dal campo. Per questo sono scesa in campo così tranquilla contro un’avversaria gigantesca come Serena, che per tutte noi rimane un esempio e un modello da seguire». Quale futuro? […] Non le è bastato il sostegno nel Royal Box di una corrucciata Meghan Markle, la moglie del Principe Harry e amica di lunga data, per togliersi di dosso un tabù che si avvicina a quello di Bartali per la maglia di campione del mondo o di Buffon per la Champions: «Non credo fossi tesa, lei ha giocato benissimo e io ho commesso tantissimi errori. Non ha funzionato niente, mi rimandava tutto indietro e non ho saputo reagire. Tutte le sconfitte non sono facili da sopportare, ma mi rivedrete nei tornei americani». Solo che a settembre gli anni saranno 38 e alle avversarie non tremano più le gambe quando se la trovano davanti: «Non ho mai pensato al record, fin da quando ho 18 anni l’unica preoccupazione è stata di rimanere concentrata sul mio gioco e sulle mie qualità, giocare al meglio che posso. Solo che nel frattempo sono rimasta incinta, ho avuto una bambina, e sicuramente incide». Billie Jean King, un’altra icona, non gliele ha mandate a dire: «Serena dovrebbe lasciar perdere per un anno le battaglie per l’uguaglianza, smettere di fare la celebrità e rimanere focalizzata solo sul tennis». La risposta è bruciante: «Il giorno che smetterò di combattere per i diritti delle persone e contro i pregiudizi, sarà il giorno in cui mi troverete nella tomba». Il più bel punto vincente di giornata.

Serena si inceppa sul più bello (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

La maledizione continua Ferma sulla soglia dei 24 Slam, ancora una volta nor riesce a Serena Williams l’aggancio al record di Margaret Court Smith: nella finale di Wim bledon è Simona Halep ad imporsi. […] Al termine di un match nel quale ha letteralmente surclassato la statunitense, annientata con un doppio 6-2 in meno di un’ora per la precisione, appena 56′ durante i quali Halep – mai così avanti sull’erba di Church Road non ha sbagliato nulla, o quasi. Un solo errore gratuito nel primo set, vinto in carrozza grazie a due break. Dall’altra parte della rete, la brutta copia di Serena: errori in serie, il servizio inceppato, addirittura impacciata negli spostamenti, frenata anche nell’agonismo. Identica l’inerzia e la dinamica della seconda frazione, con la statunitense che – al di là di qualche urlo di auto-incitamento non dà mai la sensazione di poter tornare in partita. Finendo per arrendersi all’ineluttabile, scagliando quasi stizzita un rovescio in rete. Conclusione della seconda più breve finale degli ultimi 35 anni dopo quella del 2014 vinta da Petra Kvitova su Eugenie Bouchard (55′). E dire che nei 10 precedenti Halep aveva vinto una sola volta. Ma la storia sul Centrale ieri si è ribaltata: saldo negativo vincenti/ errori gratuiti per Serena (17/26), score sontuoso per la nuova regina di Londra, dall’alto di 76% di prime,13 vincenti e solo 3 errori gratuiti. «Sono felicissima soprattuto perché so quanto ho faticato per arrivare qui – la gioia della romena -Alla viglia dei torneo nello spogliatoio avevo detto al mio team di voler vincere per poter diventare una socia di questo magnifico club. Una soddisfazione in più». Persino scontata l’analisi del suo match. «Sono entrata in campo determinata a giocare d’attacco, essere aggressiva fin dal primo punto, toglierle l’iniziativa. Sono straconvinta che sia stato il miglior match della mia vita. E sull’erba contro di lei non è mai facile. Sono davvero orgogliosa della mia prestazione, e dell’intero torneo». Che aveva sognato di vincere già da bambina “Quando avevo 10 anni dicevo a mia mamma che un giorno avrei voluto giocare la finale di Wimbledon. Serena mi ha ispirato molto in questi anni». Non cerca scuse né alibi, Serena. Sorridente già in campo, durante la cerimonia di premiazione, ma anche davanti ai taccuini. «Non ho espresso il mio miglior tennis, senza dubbio. Ma è soprattutto merito di Simona che ha giocato un match semplicemente fantastico”, le parole della statunitense che dopo aver raggiunto quota 23 Slam (Australia 2017) ha perso tre finali di fila: due volte a Wimbledon e agli ultimi Us Open. Dove tra poco più di un mese inseguirà il riscatto.

Serena, scena muta con Simona (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non c è festa della mamma, e nemmeno quella di tutte le donne del mondo, evento che Serena Williams – chissà perché – ama collegare strettamente ai suoi risultati, da brava paladina dell’intero universo femminile. […]Spento l’ultimo sorriso al termine della cerimonia di premiazione, fatti i doverosi complimenti Simona Halep, Serena si presenta in conferenza con gli occhi rossi di pianto. «Ha giocato così bene Simona… Ditemi, io che altro avrei potuto fare?». Giocare meglio di quello che ha fatto, è l’unica risposta certificata, ma nessuno se la sente di affondare la lama nel suo dolore sincero. Ha sbagliato tutto, Serena, questa è la verità. Ha pensato di essere ancora in grado di prendere a pallate la piccola rumena, e invece quei tempi sono passati. Una botta di servizio e un ceffone con il dritto, ma i servizi per lo più si sono schiantati in rete, e i dritti, giocati spesso in condizioni difficili, in corsa o in recupero, hanno assunto traiettorie improbabili, fino a minacciare da vicino i giudici di linea Us Open 2018, Wimbledon 2018 e 2019, tre batoste una peggio dell’altra, difficili da mandare giù per una come lei, che di vittorie nello Slam ne ha ottenute 23. Si possono spiegare solo con l’insorgere di una qualche sindrome d’insufficienza che si manifesta quando Serena è a tu per tu con il titolo. Che altro? Come un anno fa contro la tedesca Kerber, Serena ha fatto scena muta. Non c’è stato match, Simona è partita a spron battuto, senza tentennamenti. Ha palleggiato lungo, verso gli angoli, costringendo Serena a correre. E dopo tre rincorse, mamma Williams era già pronta per la doccia. Così, su ogni palla raggiungibile, ha cercato di spaccare il mondo e ha offerto alla rumena la più facile delle vittorie. Quattro a zero al via, e sei-due il primo set. Due a uno Williams nel secondo, e cinque game di seguito per Simona Doppio 6-2 in 56 minuti, lo stesso punteggio che Serena, un tempo, regalava a tutta la concorrenza. Simona Halep è la prima del suo Paese a vincere Wimbledon. Ha fatto meglio di Ilie Nastase, finalista battuto al quinto set nel 1972 da Smith e poi da Borg nel 1976. «L’erba è buona per le mucche, non per i tennisti», diceva. Simona, ovviamente, non lo pensa. Tornerà in Romania lunedì, forse le tributeranno l’onore del trionfo in piazza. «Non so, ne sarei felice, ma in tanti sono corsi ad abbracciarmi oggi, da Tiriac a tutto il mio staff. Ho fatto una cosa grande, per me e per tutti loro. Anche per mia madre, che se ne sta di là a piangere. Le ho detto di calmarsi, che poi le racconto tutto». Anche Daniel Dobre il coach di quest’anno si e lasciato andare alle lacrime. «Lui lo fa sempre, a ogni partita È un uomo di grandi qualità, mi sta aiutando molto». È il secondo Slam di Simona, dopo la vittoria a Parigi un anno fa. «L’ho meritata. Serena è sempre grande e pericolosa. Mi sono detta, battiti con tutto quello che hai dentro. L’ho fatto, ho vinto. Sapevo che Wimbledon era speciale. Non pensavo lo fosse così tanto»

Serena stanca e lenta. Halep regina con poco. Che noia la partita (Gianni Clerici, La Repubblica)

Se venerdì il prezzo dei biglietti sarebbe servito a pagarsi le vacanze a Capri, ieri, immaginando il livello della finale femminile, sarebbero bastate dieci sterline, forse meno. […] Mentre sonnecchiavo, mi è invece venuto in mente qualcosa che non avevo letto o sentito. Avevo letto che Serena stava tentando di eguagliare il record di 24 Slam stabilito da Margaret Smith maritata Court. Serena era giunta a 23, e sarebbe quindi passata alla storia alla pari, per poi stabilire un nuovo record in futuro, se si fosse astenuta da una nuova maternità ancor meno programmata della prima. Dei 24 successi di Margaret, dicevo, ben 11 erano però avvenuti al suo Paese, in Australia, in uno Slam al quale Lenglen (8) e Wills (19) non avevano mai partecipato, causa le 6 settimane di viaggio, e Steffi Graf (22) e Martina Navratilova (18) non si erano sempre iscritte. Detto ciò, che cosa ho visto nel secondo set di questa partita a metà mancata per dilettantismo? Mi avrebbero informato gli amici che Serena è riuscita a far passare una palla quando era ormai 0-4 nel primo set, e si è ripresa apparentemente all’inizio del secondo, quando è salita 2 a 1, evitando quella sorta di regolarità di Halep che funziona solo a velocità di palleggio moderata. Di lì è iniziato un nuovo disastro di Serena, mentre la rumena sembrava, soprattutto per gli errori di Williams, trasformata d’un tratto nella vincitrice del Roland Garros, e vinceva il 3-2 a 15, il 4-2 a 30, il 5-2 ai vantaggi, il 6-2 a 0. Non sono in grado, insieme a simili cifrette, di riferirvi le relative tattiche, perché non esistevano, e si trattava soltanto di palleggi alla fine dei quali Serena sbagliava regolarmente. Ecco, soprattutto questo aggettivo mi consente di riassumere la non-partita. Un match dagli sbagli regolari di Serena.

La favola contro la logica. Roger e Nole, l’ultima sfida (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Per i ragazzi dell’81 non è mica cominciato bene il fine settimana. A Serena Williams, 38 anni da compiere a settembre, è rimasta indigesta la partita più bella mai giocata da Simona Halep, che voleva realizzare il sogno della mamma di vederla giocare (e vincere) di fronte al Royal Box di Wimbledon. Roger, che i 38 li farà ad agosto, ci prova oggi contro Novak Djokovic. Il mondo attende trepidamente il trionfo dello svizzero, pronto a celebrare la favola del più anziano che bacchetta i giovani, come accaduto nel venerdì santo con Nadal, e per questo osannato nell’ennesimo atto della loro rivalità giunta a 40 incroci. Ecco, a proposito di rivalità, la matematica racconta in realtà un’altra storia. Forse non politically correct per i tanti tifosi di Roger e Rafa, ma dice che lo svizzero ha dovuto fare i conti con Novak Djokovic — proprio lui — per ben 47 volte. E sempre il serbo ha affrontato 54 volte Nadal. Insomma, almeno per gli almanacchi questi anni indimenticabili non passeranno alla storia solo come quelli di Federer e Nadal. Ma a chi importa? L’idea di Roger che era finito, tramontato, e ora di nuovo in spolvero è una storia troppo bella per essere rovinata, sporcata da qualche numero. Venerdì sera però lo svizzero ha ammesso di «essere talmente stanco da non poter pensare ad allenamenti o strategie». Forse faceva pretattica: aiuta a rendere la vigilia un po’ più piccante e ci sta bene. Perché, come Federer aveva confermato, «c’è poco da scoprire quando ci hai giocato contro tante volte: qui hai meno tempo sui rimbalzi della palla: è l’unica strategia da rispettare». […] Ma che finale sarà? Djokovic è, fisicamente, più magro di Federer (78 kg, contro gli 85 di Roger), ma più alto. E, sebbene non ci sia nessuno abile e leggero a muoversi sul campo come lo svizzero, che sembra quasi danzare mentre si sposta, anche il serbo non scherza in quanto a velocità di gambe. In più è uno che sfrutta l’energia del colpo altrui, il che lo rende il palleggiatore ideale, attitudine che poi viene esaltata dal suo rovescio che riesce a tirare a 2800 rpm (giri al minuto). Non per nulla, affermano sempre le statistiche, è il serbo in vantaggio negli scontri diretti: 25-22. Non solo: l’inerzia degli incontri è a favore di Djokovic, che ha vinto le ultime quattro sfide e non perde con Federer dal 2015. Però, penserete, si gioca sull’erba, e dunque lo svizzero ha l’arma segreta dalla sua parte? Eh, spiacenti di dover dare anche questa delusione: Djokovic, sull’erba, vanta due vittorie contro una sconfitta. Tutti match disputati a Wimbledon, peraltro. Lo svizzero è dietro anche sul cemento e in parità sulla terra rossa. Djokovic, comunque, legge i dati con diffidenza: «L’erba esalta il suo gioco, gli si adatta perché Roger è veloce. Sa rubare il tempo all’avversario, ha esperienza. È una costante pressione con cui dover convivere. Però ci ho giocato un paio di finali epiche qui, per due anni di fila, quindi so cosa posso aspettarmi, anche di avere il pubblico contro». Idee chiare, perché Nole guarda oltre: «Potrei smettere per le cose che ho fatto, ma continuo perché vorrei essere quello con più Slam di tutti. La famiglia mi supporta, e per ora va bene». E a Federer sono fischiate le orecchie.

Le due partite di Federer. Con Djokovic per la nona, con Rosewall per il record (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ripresa a sua insaputa da una telecamera galeotta subito dopo l’ultimo punto della semifinale, Mirka Vavrinec ha pronunciato verso il suo box la frase che in quel momento stava attraversando la mente di qualche altro milione di appassionati: «Mio marito è Superman». […] Oggi, nel giardino di casa sua, 16 anni dopo il primo trionfo, pub alzare la coppa di Wimbledon per la nona volta, eguagliando i titoli della Navratilova, e soprattutto diventare, a 37 anni e 340 giorni, il più vecchio vincitore di sempre di uno Slam nell’Era Open, consegnando all’album dei ricordi il Rosewall del 1972 (37 anni e 62 giorni agli Australian Open). La strana rivalità. Certo, dall’altra parte della rete troverà un avversario, Novak Djokovic, che possiede indubbiamente la criptonite per disinnescare le facoltà miracolose del Maestro: lo ha battuto tre volte su quattro nelle finali Slam e soprattutto due volte su due ai Championships, nel 2014 e nel 2015. Una strana rivalità la loro, fatta fin qui di 47 episodi (25-22 per il serbo) e teoricamente con gli argomenti giusti per entrare nella leggenda: basti pensare che con la sfida di oggi diventa la partita più giocata nei Majors, 16 volte (e anche qui conduce Nole, 9-6). Eppure non raggiungerà mai la ferocia agonistica delle battaglie del Djoker contro Nadal e meno che mai l’epica mitologica dei duelli tra Federer e lo spagnolo, che restano inarrivabili, come entrambi ci hanno dimostrato venerdì e che indubbiamente hanno da sempre il potere di gettare un’ombra sul peso mediatico e di passione popolare del numero uno del mondo e dei suoi 15 Slam. Solo rispetto Almeno fino al 2011, del resto, Nole è stato solo il terzo incomodo, quasi un intruso nella diarchia Roger-Rafa, quello che vinceva quando gli altri due riposavano. È stato enorme nell’approdare al loro livello tecnico, ma ha sempre sofferto l’esclusione dal club, specialmente tra i tifosi. Ancora nel 2010, papà Srdjan, in un’intervista a un quotidiano, accusava Federer di doppiezza: «Forse è il miglior giocatore nella storia, ma come persona è totalmente diverso, quando ha capito che Novak poteva scalfire il suo dominio ha provato a screditarlo». Le stesse parole di fuoco (poi smentite senza troppa fermezza) che cinque anni dopo gli rivolgerà pure Becker nel ruolo di supercoach del serbo. Il tempo (e le vittorie) leniscono le ferite e riducono le distanze, la paternità di entrambi in qualche modo li ha avvicinati, ma il punto di partenza di Djokovic è sempre lo stesso: «Per Roger e anche per Rafa ho grande ammirazione e molto rispetto, ci siamo spinti a vicenda, ma lottiamo per qualcosa di troppo grande per essere amici». La partita L’ultima preda è un altro trionfo a Wimbledon (per Nole sarebbe il quinto), in un match dove il servizio e la solidità da fondo mostrati contro Nadal dovranno servire a Federer per disinnescare il gioco sempre in pressione del numero uno, impreziosito anche da una ricerca più costante della rete: «Nessuno è più solido e consistente di lui – ammette Roger – e poi mi salta addosso con il rovescio dalla mia parte sinistra. Sarà un match duro». Novak lo inquadra così: «Lui ti toglie il tempo, non ti fa pensare, dovrb essere molto bilanciato nelle mie soluzioni». Per la cronaca, sarà il 15° Wimbledon degli ultimi 17 e l’11° Slam consecutivo vinto da uno dei Fab Three. Con tanti saluti al povero resto del mondo.

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Rassegna stampa

Wimbledon, un’emozione chiamata Roger (Scanagatta). Federer e Nadal immensi (Crivelli, Marcotti, Azzolini, Piccardi, Rossi, Clerici, Semeraro). Williams e Halep, il titolo è una missione. Serena per il record, Simona per il riscatto (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 13 luglio 2019

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Wimbledon, un’emozione chiamata Roger (Ubaldo Scanagatta, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

VEDREMO mai più match emozionanti, da cardiopalmo, spettacolari, di una qualità impressionante come quello che Roger Federer a un mese dal 38mo compleanno ha vinto (76 16 63 64 3h e 3m) su Rafa Nadal nella seconda semifinale di Wimbledon? Mah, non è detto che la finale che Roger giocherà contro il campione in carica Novak Djokovic domani (25 a 22 i precedenti a favore del serbo), non possa rivaleggiare in bellezza ed emozioni con questa semifinale, perché anche tantissimi loro duelli sono stati fantastici, ma certo è che il contrasto di stile fra il classico, elegante svizzero, e l’irriducibile mancino spagnolo sembra abbastanza irriproducibile. Il 40mo FEDAL — Federer vs Nadal — è cresciuto in qualità man mano che il match andava avanti e a sorprendere direi che è stata soprattutto la condizione atletica di Federer, mentre Nadal mi è apparso un tantino più teso del solito fin dalle prime battute e soprattutto meno incisivo del solito con il rovescio. «NON RIUSCIVO ad aprirmi il campo come negli altri giorni, lui anticipava molto e non mi dava a volte il tempo di trovare degli angoli…non era una questione di velocità» avrebbe detto un abbattutissimo Rafa. Il primo set è stata un’insolita battaglia di servizio, con Nadal che nell’ottavo gioco aveva dovuto affrontare l’unica pallabreak, cancellata a fine di un superscambio. Il set non poteva quindi che risolversi al tiebreak. Lo ha vinto Federer, che pure si era trovato un minibreak sotto, 3-2. Ma da lì sono stati 5 punti di fila per Roger. Strano che Rafa abbia conquistato un solo punto sul proprio servizio in tutto il tiebreak. Su questo mitico centre court con Roger di tiebreak ne ha persi 6 su 7. Poi però Nadal ha vinto il secondo set 61 e si poteva pensare che avrebbe potuto prevalere alla fine, contro un Federer che, in teoria, avrebbe potuto soffrire la distanza. Macchè! Anche se Federer avrebbe avuto bisogno di 5 matchpoints nel quarto set per raggiungere la sua dodicesima finale a Wimbledon (31ma in uno Slam), 2 sul 5-3 e 3 sul 5-4 — con Nadal che ha avuto anche una palla per il 5 pari che se trasformata avrebbe potuto riaprire tutto – forse il match ha preso la piega decisiva nel terzo set, quando Nadal ha perso il servizio nel quarto gioco e in quello successivo non è riuscito a sfruttare tre pallebreak, di cui due consecutive. Lì è come se avesse preso una bastonata. Da quel momento in poi avrebbe avuto sempre un atteggiamento negativo, ma certo un Federer quasi perfetto non lo ha davvero aiutato. In precedenza Djokovic aveva faticato più di quanto dica il risultato (62 46 63 62) per vendicare le due sconfitte patite quest’anno con Bautista Agut. Come Djoko-Nole aveva vinto sapevamo già che dal magico trio dei Fab-3 sarebbe uscito il vincitore degli ultimi 11 Slam, 15 degli ultimi 17 Wimbledon, 50 degli ultimi 58 Slam. Vi rendete conto? QUELLA di domani sarà quindi la 22ma finale giocata da 2 dei Fab 3. Federer sarà a caccia del nono Wimbledon (e 21 Slam), come Martina Navratilova, Djokovic del quinto (e 16 Slam), come Borg. Numeri pazzeschi come pazzeschi sono questi campioni, incluso il maiorchino sconfitto ieri sera da un Federer davvero fenomenale. Lo svizzero di Basilea deve aver fatto un patto con il diavolo, perché 38 anni non li dimostra davvero per come ha corso ieri dal primo minuto al 183mo. Ma stasera forse segnaleremo un altro numero pazzesco: il 24mo Slam di Serena Williams. Ha battuto 9 volte su 10 Simona Halep. Che perda proprio stavolta sembrerebbe incredibile. Ma nel tennis di incredibile non c’è quasi niente…salvo il magico Federer.

King Roger (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

 

Fermate il tempo. Fermate lo spazio. Lasciateli lì per l’eternità, perché continuino a regalarci delizie incomparabili, angeli senza età baciati dal prodigio di un talento che non conosce confini. Federer contro Nadal è il tennis, anzi lo sport, che si fa paradiso, un giardino dell’eden di prodezze ed emozioni che travalica i confini dell’agonismo, della rivalità di 40 episodi (adesso il computo è 24-16 per lo spagnolo) fino a sublimarsi in pura e assoluta bellezza. Soluzioni a sorpresa Vince Roger, tornando in fmale per la 12. volta su questi prati che gli appartengono dal 2003. Sono passati 16 anni dal primo trionfo, domani contro il solito, enorme, chirurgico Djokovic cercherà la nona vittoria ai Championships, a meno di un mese dai 38 anni ma già completamente immerso nel mito. […] Doveva servire bene, e lo fa(73% di punti con la prima), ma per stare sul collo del maiorchino era necessario anche trovare altissima continuità con la risposta, e in questo fondamentale è superiore tranne che nel secondo set, abbandonato dopo il break maiorchino del 3-1. Soprattutto, Federer sta sempre un metro dentro il campo, è aggressivo, e regge gli scambi prolungati, il pane dell’avversario, invece troppo falloso con un rovescio che stavolta funziona a intermittenza: «Ha giocato meglio di me – ammetterà Nadal – e ha meritato di vincere. Io non sono stato al livello delle altre partite del torneo, in particolare non sono mai stato sicuro dalla parte del rovescio e questo non mi ha permesso di muovermi agevolmente verso il dritto. Ho cominciato a essere incisivo solo nel finale, ma non è bastato». Brividi in coda Sono gli ultimi due game della partita, infatti, a mettere il sigillo di una qualità inimitabile a due set, il terzo e il quarto, di livello sublime. Il Maestro è in controllo, avanti di un break preziosissimo, e sul 5-3 si procura i primi due match point, annullati dall’altro con due saette al servizio, ma comunque ha il conforto del suo turno di battuta per realizzare il jackpot. Solo che l’orgoglio del campionissimo rifiuta un destino già scritto, e perciò Nadal nel decimo game si sottrae altre due volte alla sconfitta con altrettanti vincenti che sono l’emblema della classe e del coraggio. Addirittura si procura una palla break che riaprirebbe la contesa, anzi la stravolgerebbe, ma il solito rovescio spegne nella rete l’ultima possibilità di rimonta. Dopo un game da 12 punti e tre ore e due minuti di battaglia palpitante, al quinto match point il Divino può alzare le braccia al cielo: «Una delle mie prestazioni più riuscite, affrontare Rafa è sempre fantastico. Sono riuscito ad applicare il mio piano di gioco, a rimanere aggressivo, a tenere un atteggiamento offensivo. Ho vinto un paio di brutali scambi da fondo che mi hanno dato grande fiducia, poi nel quarto set i punti importanti sono venuti dalla mia parte, credo che questo abbia fatto la differenza. Non posso che essere molto felice». Finale da sogno Sono trascorsi 11 anni da quel 2008 che aveva battezzato la loro ultima sfida sull’erba, sempre qui a Wimbledon, con il primo titolo londinese di Nadal dopo una finale che resta una delle partite più belle di sempre. Analizzando quella sconfitta, i commentatori si spinsero a pronosticare la fine dell’epoca d’oro di Roger, il fatale declino della carriera, perché aveva ceduto all’acerrimo nemico sul proprio terreno d’elezione. I conti con le divinità immortali, però, sono un esercizio scivoloso: «Ammetto che sia un po’ inusuale – sorride adesso Federer – rivedermi a questi livelli dopo così tanti anni, già dopo il successo del 2003 pensavo fosse tutto così surreale. Conta molto la mentalità vincente, rispetto al 2008 magari Rafa e io arriviamo con un pizzico di ritardo sulla palla, però siamo più abili a prenderci le opportunità. E poi con l’età ho imparato che nonostante questa vittoria, non ho ancora fatto nulla, non c’è nessuna ragione, pur nella felicità del momento, per fare festa o lasciarmi travolgere dale emozioni. C’è una finale durissima da giocare». Per la quinta volta, lui e Djokovic si affrontano per la conquista di uno Slam e il bilancio è 3-1 per il serbo, avanti pure nei confronti diretti complessivi (25-22). Nole lascia in soffitta le due sconfitte stagionali contro Bautista Agut e dopo un breve passaggio a vuoto nel secondo set torna a martellare lo spagnolo con palle pesantissime, vincendo pure uno scambio da 45 colpi, certamente non il tennis sull’erba che conoscevano i nostri padri. Con un nuovo idolo da celebrare, il genio dell’elettricità Nikola Tesla, suo connazionale, cui dice di ispirarsi, Nole difenderà il titolo con il vantaggio psicologico di due finali su due già vinte a Wimbledon contro Federer: «Il passato non conta – confessa il Djoker – se non per ricordare cosa ha fatto Roger sull’erba. Con lui sono sempre partite epiche. Ma so cosa aspettarmi». Dateci un altro show strappacuore.

Mai così Federer (Gabriele Marcotti, Il Corriere dello Sport)

E’ mancata l’epicità dell’ultima sfida sul Centrale. Ma non il pathos di una rivalità che ha già definito quest’epoca tennistica. Undici anni dopo la storica finale persa contro l’eterno rivale, Roger Federer si prende la sua rivincita su Rafael Nadal, battuto in quattro set.[…] Non a caso, Federer ha avuto bisogno di cinque match point per aggiudicarsi la sfida numero 40 contro Nadal. La vittoria numero 101 sui prati dell’All England Club gli spalanca le porte della 12esima finale a Wimbledon, la trentunesima in un torneo dello Slam. Migliorando così tutti i suoi record. Grazie ad un match giocato fin dai primissimi game in maniera sublime. Comandano i servizi in apertura, Federer spreca l’unica palla-break del primo set mandando un rovescio in rete. Nel tie-break però infila cinque punti di fila, passando in un attimo da 2-3 a 7-3. Irriconoscibile però lo svizzero nella seconda frazione, quando subisce un parziale di 20 punti a tre (quasi tutti suoi errori), agevolando l’aggancio di Nadal. Nel terzo set però Federer torna a comandare, trova il break nel quarto gioco, lo difende in quello successivo annullando 3 palle-break per riportarsi avanti nel punteggio. L’inerzia del match non cambia più, nel terzo gioco del quarto set lo svizzero imprime l’allungo definitivo prima di chiudere dopo tre ore e due minuti. «Sono esausto – ha confessato Federer appena uscito dal Centre Court – E’ stata una battaglia durissima, fino alla fine. Rafa ha giocato colpi incredibili per allungare il match, ma penso che in generale sia stata una partita con un livello altissimo di tennis. Abbiamo entrambi giocato molto bene, la differenza penso sia arrivata dal fatto che io ho vinto tutti i punti importanti, gli scambi più lunghi’. Come certificato dallo score finale, che riporta per lo svizzero 51 vincenti, 14 ace, il 68% di punti con la prima del servizio. E soli 27 errori non forzati, due in più di Nadal che però ha messo a segno molti meno vincenti (32). Tra Federer e il nono trionfo a Wimbledon resta solo Novak Djokovic, contro il quale andrà in scena la partita numero 48. Sbilanciati a favore del serbo i precedenti (25-22), anche ristretti ai match valevoli una finale di torneo. Nei precedenti 18 atti finali, il serbo si è imposto 14 volte, tre a uno il computo ristretto alle finali Slam. Tre anche i confronti diretti sui prati dell’All England Club: un successo per Federer (nella semifinale del 2012 in quattro set), seguito da due vittorie di Djokovic nelle finali 2014 e 2015. «Djokovic ha disputato un torneo fenomenale e anche contro Bautista Agut ha giocato molto bene – i complimenti di Federer – E il detentore del titolo e sta confermando la vittoria dell’anno scorso. Spero di batterlo, ma sarà molto difficile, perché non si arriva n.1 del ranking mondiale a caso. Da un anno a questa parte è tornato ad essere dominante, sarà speciale incontrarlo un’altra volta in finale». Deluso, ma orgoglioso del suo match, Nadal ha riconosciuto la superiorità di giornata di Federer. «Non penso di aver giocato male, anzi. Ho poco da recriminare, anche nel quarto set ho avuto le mie occasioni. Ma quando Roger va avanti nel punteggio e può giocare più tranquillo diventa difficilissimo batterlo».

Federer e Nadal immensi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Giocano l’uno contro l’altro e ringiovaniscono. Come sia possibile nessuno lo sa. Non chiedetecelo. Sono cose che vanno oltre il nostro livello di comprensione. E come se quei due entrassero in una macchina del tempo, quando si trovano di fronte, e questa li portasse in giro a rivedere le passate imprese, i loro antichi confronti, o chissà che altro. […] Proprio così, Federer e Nadal sfidandosi con tanta accanita passione, duellano anche gli antichi, il passato e il presente, Laver e i suoi due Grandi Slam, tutto. E ancora una volta riescono a trascinare il loro match sul pentagramma più alto, dove scorrono le note incredibili di uno sport che ha l’incedere di una trionfale sinfonia, un’Eroica suonata sulle corde tese di due racchette. Ha vinto Federer. Non ha stravinto, ma ha vinto con merito. Ma non abbiamo dimenticato di dirlo. E che ci sembra quasi secondario, a fronte di ciò che i due hanno messo in campo. È stata una partita vecchia maniera, di quelle che i due si sono riservati per le superfici sulle quali le caratteristiche del Nadal terraiolo non sono così decisive, e altrettanto succede per le qualità istintive del tennis di Federer. Insomma, alla pari di fronte all’obiettiva terba? Una volta era per Roger, ma non questa, che è quasi una quinta superficie rispetto alle quattro (terra, cemento, erba, sintetico) che accolgono il tennis moderno. È un’erba indolente, infiacchita, che non aiuta i volleador, ma non muove foglia nemmeno a favore dei ribattitori più incalliti. Una superficie amorfa, cui occorre dare vita attraverso la linfa che scorre nei campioni. Djokovlc non c’è riuscito, non ancora, magari vi riuscirà in finale. Ha fatto il suo, anche ieri contro Bagut (alias, Roberto Bautista Agut), ma senza riversare sugli steli verdi quel po di passione in più che li avrebbe aiutati a prendere vita. Ci sono riusciti invece Federer e Nadal, in tre ore e tre minuti del match di gran lunga più bello di questa edizione dei Championships. Si sono misurati negli scambi da fondo, fino a 21 colpi talvolta, poi nelle prodezze a rete, e con i rispettivi servizi che sono finiti entrambi sopra i dieci ace (14 per Roger, 10 per Rafa). Si sono misurati nell’astuzia, nella ricerca di combinazioni innovative, nei contropiede improvvisi, vergati dopo aver adescato il rivale. Una prova di grande tennis, grandissimo tennis. Condotta sotto le insegne dei due vecchietti di 33 e 37 anni. Ma quali vecchietti, ma fate il piacere… Due straordinari interpreti, anzi, i due più grandi. I due Goat. Ma sì… Goat e biGoat! Una semifinale giocata alla pari nel primo e nel quarto set, più sbilanciata nel secondo (a favore di Nadal), e nel terzo (dove Federer ha preso il sopravvento). Roger ha avuto per primo la palla break, ma il tie break è sembrata la conclusione più opportuna per il set d’avvio, combattuto palla su palla tra due che hanno corso l’uno di fianco all’altro prendendosi a sportellate. Nel secondo Federer ha avuto altre due palle break (terzo game), le ha smarrite e ha perso contatto con la partita. È rientrato prepotente e sicuro in avvio della terza frazione, e stavolta il break lo ha centrato, si è portato avanti senza concedere occasioni a Rafa. Lo stesso nella quarta frazione, ma con due game finali che hanno estratto l’anima ai tifosi fra il pubblico. È la dodicesima finale di Roger a Wimbledon e se la domanda è “può vincere?” la risposta è si, anche contro Djokovic che ha sgobbato la metà di lui, anche se sarà difficile. Si, perché ne ha una voglia matta. La stessa che ha ieri ha trasmesso a tutti gli appassionati di questo torneo.

Nel regno di Roger (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera)

A un passo dal paradiso, con solo Djokovic tra sé e un’altra robusta razione di sogni, Roger Federer è un 37enne felice mentre stritola in un virile abbraccio l’arci-rivale Nadal al centro del suo giardino. Che semifinale di Wimbledon, che match, che Federer. Il velluto pregiato ha tenuto agli strappi violenti imposti dallo spagnolo a una sfida (la 4oª in totale: ora 24-16) da cui Roger si è assentato per un set, il secondo, lasciandolo rotolare via per non sprecare energie in vista della finale, la 12ª qui (8 titoli), la 30 Slam, la terza sull’erba di Church Road contro il Djoker. Più delle statistiche, importanti ma fredde, conta sottolineare l’elettricità rimasta tra i fili d’erba dal 2008, l’ultima volta che lo yin e lo yang si erano incontrati a sud del Tamigi, riaccesa ieri dal primo punto (un ace propiziatorio di Federer) come se il tempo non fosse mai passato, perché questi due esseri umani così diversi eppure complementari — non lo scopriamo oggi — giocano un campionato a parte, con Djokovic primo nel torneo degli altri. L’età anagrafica di Federer è stata contraddetta dall’elasticità plastica con cui si è preso il primo set: un dritto di sfondamento, essenziale e di puro polso, per portare dalla sua parte l’inerzia del tie break, poi 5 punti consecutivi sfoggiando il repertorio in un pomeriggio di grazia nel quale Rafa ha insistito con l’uncino su un rovescio spesso colpito in controbalzo, trattando il centrale come un campetto da ping pong, sostenuto da ottime percentuali al servizio (73% di punti vinti con la prima), 51 vincenti e 2 errori gratuiti in più dell’avversario (27 a 25) che non hanno pesato in quanto dosati con sapienza, forse un gesto d’amicizia nei confronti di Nadal, che non deve avere rimpianti. «Ha giocato meglio, merita la finale» ha liquidato la questione il niño con ermetismo quasimodiano. Dopo la pausa tattica del secondo set (6-1 Nadal), Federer è tornato a estrarre conigli dal cilindro nel terzo, culminato con la volée di dritto del break (3-1) e la veronica del 5-2 (poi 6-3). E se nel quarto sono serviti 5 match point, con la moglie Mirka angosciata in tribuna e il centrale in apnea, non è per cattiva volontà: Rafa ha lottato da leone, annullando l’annullabile, provando ad avvitare Federer nelle spire di scambi lunghi e articolati, sbuffanti e sudati, che lo svizzero ha risolto a modo suo, minimal e talentuoso, spesso con il dritto anomalo e a volte a rete, fino al rovescio lungo dello spagnolo che ha spinto la notte del migliore un po’ più in là (6-4). «Con Rafa sono sempre battaglie: tra i miei alti e bassi, mi sono divertito. E me ne aspetta un’altra con Novak, che è in forma strepitosa» ha detto. […] Che questo ragazzino abbandoni il parco giochi ad appena 38 anni (li compie l’8 agosto) mentre ancora si diverte come un pazzo è un controsenso. E se gli viene la tentazione, ci pensi Mirka a fagli cambiare idea

La grande bellezza (Paolo Rossi, La Repubblica)

LONDRA — Adesso lo sa. Rafa Nadal ha compreso perché quelli di Wimbledon trattano Roger con i guanti bianchi. Perché gli hanno dato la testa di serie numero 2, al posto suo. Lo sospettava, infatti s’era lamentato. La spiegazione l’ha avuta ieri: Federer sull’erba fa sembrare tutto semplice, elementare. L’ennesima conferma è arrivata dopo tre ore, due minuti e al quinto match point. Nadal gliene aveva respinti quattro, restio ad accettare la sconfitta, da agonista meraviglioso qual è. Ma il quarantesimo atto della loro sfida infinita ha bocciato la sua esuberanza fisica e premiato l’elasticità atletica di Federer, che, alle soglie dei 38 anni, ha danzato sul prato del Centrale, giocato in continuazione colpi in controtempo, in anticipo, quasi da far sembrare il suo tennis una sorta di ping pong, grazie a quei riflessi felini e al suo polso d’acciaio. Ha prevalso lo svizzero 7-6 (3), 1-6, 6-3, 6-4: è stata un’ode al tennis. A quello dei gesti bianchi, e di tale bellezza da riportare l’erba ai fasti del passato. […] «Non ho avuto sensazioni buone, Roger ha giocato in una sua `comfort zone’, in controllo del match e io non sono riuscito a smuoverlo. Ho avuto delle chance, ma le ha giocate meglio lui. Ha meritato la vittoria», ha detto lo spagnolo a fine match, come sempre onesto e maestro di fair play. «Per quanto mi riguarda ora è tempo di riposare e disconnettermi. Non so nulla del mio prossimo calendario di gioco». Per Federer sarà la dodicesima finale a Wimbledon, ma tra lui e lo storico nono titolo c’è un tipo che si chiama Novak Djokovic e, oltre a essere il numero uno del mondo, è anche il campione in carica. Per il serbo sarà la sesta finale a Wimbledon (6-2, 4-6, 6-3, 6-2 a Bautista Agut): ne ha persa solo una, nel 2013 contro Murray. In generale Djokovic e Federer si sono affrontati ben 47 volte, con il n. l in vantaggio 25-22. In finale di Slam solo quattro, e lo svizzero ha prevalso unicamente nel 2007 a New York. «Spero di portarlo al limite ma sarà difficile, non è un numero uno per caso: sarà un’altra partita speciale» ha detto Federer, confessando di «essere esausto: alla fine è stata dura rimanere nel match, Rafa ha giocato colpi incredibili, credo che il livello sia stato altissimo: è stata una gioia giocare oggi». E poi ha continuato con l’analisi della partita: «La chiave del match? Aver vinto i punti cruciali, perché entrambi abbiamo avuto delle occasioni. Onestamente, dopo che hai giocato tante volte contro un avversario, hai poco da scoprire o da inventarti. Qui la differenza è stata che avevamo meno tempo per andare sulla palla. Non credo ci sia altro». Infine, la perla regale offerta con una certa solennità: «Questo diventa da oggi uno dei match della mia carriera che riguarderò con più piacere in futuro. Perché dall’altra parte c’era Rafa, siamo a Wimbledon e il pubblico è stato spettacolare, una grande atmosfera. Certo, vorrei godermelo già oggi ma, fortunatamente o sfortunatamente, ho un altro match: quindi testa bassa e concentrazione massima». Djokovic è avvertito.

Federer, 37 anni e non sentirli a Wimbledon (Gianni Clerici, La Repubblica)

Aveva appena finito Roger Federer di vincere la sua dodicesima semifinale nel Sacro Tempio del Tennis, quando un visitatore del mio Club mi chiedeva, mentre applaudivo: «Ma chi e il più vecchio?». A volte, la verità è nascosta nella mancanza di conoscenza di cultura specifica e mai come questa volta lo era. Tra Roger e Rafa il secondo era parso più volte il vecchio dei due, il suo gioco d’incontro gli aveva permesso di rischiare meno, di venire meno a rete, di battere meno servizi vincenti. Pensavo che la partita sarebbe stata una battaglia di logoramento, una vicenda più lunga delle tre ore che invece è durata. Pensavo che si sarebbe risolta premiando la regolarità inesauribile dei colpi dello spagnolo, pensavo che i suoi diritti arrotati egli alti rimbalzi dei suoi rovesci bimani avrebbero sommerso il rovescio tagliato di Roger. Non è stato così, perché Federer ha giocato il suo rovescio, stimato il suo colpo meno efficiente, come così non fosse, scagliandolo spesso lungo la riga o tagliandolo in diagonale. […] Un Federer con una simile disinvoltura nel suo colpo ritenuto più debole, o meno forte, dovevamo proprio scoprirlo qui, dopo averlo ammirato per tutta la sua carriera, e esserci detti: sarà forse il tennista più forte del mondo, ma con un rovescio simile, contro altri immortali dotatissimi sul back-hand quali Lacoste o Rosewall, avrebbe potuto vincere? Avrebbe certo potuto, visti i mutamenti di racchette, cordature, e tutti gli altri materiali, ma ho sempre ritenuto che il tennis andasse diviso in epoche storiche, e ora posso associarmi anch’io a chi vede in Roger Federer il più grande di tutti i tempi, io che ho avuto la grandissima fortuna di vederlo al suo esordio in Coppa Davis, o alla sua prima vittoria al torneo di Milano. Sarà capace ora di imporsi anche al numero 1 di oggi, Novak Djokovic? Non credo, ma ne sarei felice, per le future generazioni e per quelle che credono in Giove, divinità tuttora esistente

Infinito Federer (Stefano Semeraro, La Stampa)

C’è sempre una piccola eternità, provvisoria ma splendente, dentro le grandi storie, l’illusione che il Tempo si possa fermare, abbagliato da un’ora di bellezza. Roger Federer è fatto di quella materia, la stessa dei nostri desideri. La sua dodicesima finale a Wimbledon, a 16 anni dalla prima, è il Tempo che si ferma, che stupito si inchina. E applaude. Rafa Nadal, altro campione immenso, fino a ieri era sembrato il più in forma del torneo. Federer lo ha battuto in quattro set, 7-61-6 6-3 6-4 in una delle sue giornate, sul suo campo, il Centre Court di Wimbledon, succhiando leggenda da radici che affondano diritte nella storia: guardi i suoi colpi e appaiono in controluce quelli di Laver, McEnroe, Tilden, degli antenati che hanno calpestato questo prato. II sogno è la nona Coppa. […] Sarà la quinta finale Slam fra il Re e il Djoker, la terza a Wimbledon dove ha sempre vinto Nole. E c’è qualcuno che immagina, o forse sa, che teme, ma in segreto si augura, che Federer, se alzerà la nona coppa d’oro, decida di chiudere così la carriera, staccando una scaglia di eternità e ingannando per l’ultima volta, e definitivamente, il Tempo. Ieri la partita se l’è presa in un due momenti. All’inizio del terzo set, dopo un 6-1 apparentemente devastante per Nadal, quando ha saputo prima breccare il Cannibale e subito difendersi, come un portiere incantato, dalle bordate furiose di Rafa, salvando tre palle break che avrebbero potuto allungare e ribaltare la partita. E poi nell’ultimo game, dodici punti da reparto cardiologico, una tensione quasi insopportabile in tribuna, e in campo fra due preferiti del dio del tennis che si scambiavano miracoli. Una giornata storica. I due matchpoint annullati da Nadal, che ne aveva già salvati altri due nel game precedente, l’errore finale. Federer l’ha vinta quando ha iniziato a rispondere, e manovrando un rovescio finalmente all’altezza del diritto, smagandosi come era già riuscito a fare nel 2017 sia dalla lacuna più grande sia dal suo più grande avversario e respirando meglio nei punti che contano. Un mese fa Nadal lo aveva quasi umiliato a Parigi, Federer si è preso la rivincita nel suo giardino. «Sono esausto e felice, ma non posso festeggiare: ora spero di portare Djokovic al limite». A quasi 38 anni è il secondo finalista più anziano dell’era Open dopo il 39 enne Ken Rosewall. Può conquistare il 21° Slam, raggiungere Martina Navratilova a quota 9 Wimbledon, ma non è con inumeri che si misura un campione del genere, ma da come ci fa sentire ospiti del nostro cuore.

Williams e Halep, il titolo è una missione: Serena per il record, Simona per il riscatto (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ti sei guadagnata un invito alla festa ma sai già che ci saranno occhi solo per la regina del ballo. Eppure, questa volta, mentre i 15.000 cuori del Centrale batteranno tutti per Serena Williams e il suo sogno di conquistare il 24° Slam per eguagliare il primato della Court, la passione contraria potrebbe accendere il pomeriggio della Halep, che porta sulle spalle il peso di una carriera certamente di successo eppure troppe volte segnata da oscuramenti mentali nemici di vittorie quasi certe. Fredda e sicura Ha dovuto perdere tre Slam, Simona, e due da favorita (Parigi 2017 e Australian Open 2018, mentre nel 2014 al Roland Garros la Sharapova era più forte), per rendersi conto che occorreva un aiuto per rimpolpare decisamente l’autostima nonostante il numero uno al mondo (ora e scesa al sette): «Da due anni mi segue uno psicologo, ne avevo bisogno perché avevo la tendenza a complicarmi le cose semplici, a pensare troppo, a non prendere la decisione giusta nel momento giusto». Si è affidata a Alexis Castoni, che aveva già lavorato con Murray, un altro che negli Slam si scioglieva, e fmalmente al Roland Garros di un anno fa ha sfatato il tabù: «Quella vittoria è stata lo spartiacque — rivela Castorri — perché da quel momento è uscita dal cono d’ombra delle sue paure». E poco importa che da campionessa in carica parigina quest’anno sia uscita al terzo turno, la finale raggiunta a Wimbledon, sulla superficie meno congeniale, conferma che la maturazione è ormai compiuta: «Sono un’altra donna e un’altra giocatrice, finalmente sono fredda. Che non significa che lavori di meno in allenamento o che non sia concentrata su quello che faccio: semplicemente, mi sento meglio in campo, sono più sicura di me». […] La rinata Halep, almeno a parole, è pronta a farsi scivolare addosso ogni preoccupazione: «Non sarò io quella con più pressione addosso, anzi giocherò tranquilla. Avrò di fronte una grandissima campionessa, una delle più forti di sempre , la rispetto molto ma non posso pensare alla sua corsa al 24° Slam. Io adesso sono consapevole che posso vincere ovunque e con chiunque». Una battaglia di stili: l’americana è la leader degli ace con 45, e concede pochissimo con la prima di servizio, tornata a livelli stratosferici, mentre la romena nei primi cinque match del torneo è stata la miglior ribattitrice. Quello è lo snodo: se Simona riuscirà a disinnescare le bordate dell’avversaria, poi potrà tessere la ragnatela in cui avvolgerla, per spostarla dal centro del campo e renderla meno efficace. Certo è impressionante pensare che dal 2001 Serena ha giocato almeno una finale Slam ogni anno con l’eccezione del 2006. Il segreto lo spiega così: «La tecnologia, il progresso, le nuove metodologie di allenamento aiutano: io credo che se le avesse avute a disposizione ai suoi tempi. Michael Jordan avrebbe giocato fmo a 50 anni. Lui, Tiger Woods e Federer, campioni senza età, sono una grande fonte di ispirazione». Ma pure lei è sulla buona strada. Nuova Halep permettendo

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