Gigante Berrettini. Zverev in ginocchio (Crivelli). Roma ai piedi di Berrettini (Grilli). Matteo, la vendetta. Zverev cancellato (Azzolini). La musica di Federer per il Foro Italico (Bertolucci). «Male al ginocchio», Serena deve saltare il derby con Venus (Cocchi)

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Gigante Berrettini. Zverev in ginocchio (Crivelli). Roma ai piedi di Berrettini (Grilli). Matteo, la vendetta. Zverev cancellato (Azzolini). La musica di Federer per il Foro Italico (Bertolucci). «Male al ginocchio», Serena deve saltare il derby con Venus (Cocchi)

La rassegna stampa di mercoledì 15 maggio 2019

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Gigante Berrettini. Zverev in ginocchio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il Vangelo di Matteo infiamma la religione dei diecimila del Foro Italico quando il centesimo dritto sballato dell’ombra dello Zverev che fu finisce lungo di un metro. Un anno dopo, matura così la più dolce delle rivincite per quel ragazzino che qui sopra palleggiava con i big sognando di diventare come loro e adesso, dall’alto di 196 centimetri di tenacia e volontà, inchioda il numero cinque del mondo, in enorme crisi di fiducia ma pur sempre vincitore e finalista nelle ultime due edizioni. Un Berrettini gigante conquista così il primo successo in carriera contro un top ten, occhieggia ai primi 30 (ora è virtualmente 31) e si guadagna un ottavo non proibitivo con Schwartzman oppure Ramos. Con la forza di una parola: «Cattiveria. Sono stato proprio cattivo. La volevo così». Per troppi anni la tensione del torneo più sentito ha stroncato nella culla le ambizioni azzurre. In troppe occasioni, salvo prodezze sporadiche, questi campi sono diventati la tomba delle nostre speranze, tagliando fiato e gambe. Ma adesso che stiamo vivendo il rinascimento maschile, non esistono più imprese impossibili e anche il pubblico ci mette il carico di passione che elettrizza l’atmosfera. Per questo, Matteo spinge con sicurezza sullo schema servizio-dritto, non trema nelle tre delicate palle break avverse del 5-5 del primo set e poi raccoglie i cocci di un avversario spaesato, pizzicandolo pure con delicate smorzate: «Sono stato bravo a rimanere attaccato al match – racconta Berrettini -, un anno fa mi giravano dopo la sconfitta con lui, stavolta avrei rosicato sul serio. Cos’è cambiato in 12 mesi? Ho un po’ di barba in più…». Un anno fa era 130 del mondo, adesso esordirà tra le teste di serie al Roland Garros. E dopo un avvio di 2019 in chiaroscuro, si è presentato a Roma reduce da due finali consecutive sulla terra rossa (vittoria a Budapest, sconfitta a Monaco di Baviera): «Quand’ero ragazzo mi chiamavano la radio perché in campo commentavo tutto a alta voce e finivo per innervosirmi – racconta —. Per vincere le partite conta anche l’atteggiamento: se ti parli addosso, è matematico che perdi il punto successivo». È la lezione che coach Santopadre gli ha inculcato fin da quando lo prese quattordicenne, impacciato e frettoloso: si impara da ogni partita, soprattutto dalle sconfitte. E così gli ha modulato la carriera per gradi, non esitando a gettarlo in pasto a rivali più forti ma dai quali si poteva spremere conoscenza, perché a tennis non si vince facendo i 100 metri, cioè raccogliendo risultati facili a livello giovanile, ma la maratona, quindi con la mente rivolta alla costruzione del futuro, attraverso fatica e sacrificio. […]

 

Roma ai piedi di Berrettini (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ha gettato a terra il cappellino e fa no con il dito, come non volesse credere a quello che ha appena combinato, mentre tutto intorno il Centrale sembra tornato ai tempi di Panatta. Poi Matteo Berrettini ridiventa serio, va a stringere la mano a Zverev con una faccia di circostanza e quindi si rimette a ridere davanti al suo staff, rinforzato per l’occasione dal fratello Jacopo, più giovane ma l’autentico ispiratore della carriera tennistica di Matteo. Chissà quante volte il ventitreenne ragazzo del Nuovo Salario, che legge Dostojevskij e va pazzo per Breaking Bad, si è immaginato un pomeriggio così, una vittoria su un grande campione davanti al pubblico di Roma, il Foro Italico ai suoi piedi. Numero 33 della classifica mondiale – ma dopo il successo di ieri è salito al 31° posto, eguagliando così il suo best ranking – Elimina Zverev, n. 5 del mondo tra i cori del Centrale. Ha vinto 10 delle ultime 11 partite ha battuto in due set il numero 5 del mondo (primo Top 10 sconfitto), quell’Alexander Zverev che ha confermato il suo pessimo stato di forma ma che a Roma aveva vinto nel 2017, mentre un anno fa si era arreso solo in finale al terzo set di fronte a Nadal e alla vigilia si era dichiarato convinto di poter ritrovare il suo gioco proprio sulla terra del Foro. Zverev e Berrettini si erano già incontrati sullo stesso campo Centrale giusto un anno fa, sempre nel secondo turno del torneo (Matteo da 103 del mondo). E se nel 2018 il tedesco si era imposto con un tutto sommato facile 7-5 6-2, dodici mesi dopo i rapporti di forze sono completamente cambiati. Ieri Berrettini ha vinto con i colpi e con la testa, reggendo bene gli scambi da fondo campo con il tedesco, superando con tranquillità e saldezza di nervi i pochi momenti difficili della partita. Sciupato sul 5-4 un match-ball, sul 6-5 è stato di nuovo aggressivo, ha fatto punto anche recuperando uno smash sbilenco dell’avversario, che poi ha affondato in rete l’ennesimo dritto del suo balordo pomeriggio, ponendo fine alla sua agonia dopo 108 minuti di gioco. […] Saltato ieri sera il doppio in coppia con Fognini, che ha accusato un provvidenziale attacco influenzale, Matteo tornerà in campo domani contro il vincente della gara di oggi tra due pedalatori come l’argentino Schwartzman (numero 24) e lo spagnolo Ramos Vinolas (88), entrambi mai affrontati. Sarà sicuramente una lotta, bisognerà soffrire e correre parecchio. Ma ormai Matteo è diventato grande e non teme più nessuno.

Matteo, la vendetta. Zverev cancellato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Roma è città di echi, illusioni, desideri, dove tutto è possibile prima che accada, e tutto è risaputo nel momento in cui sta accadendo. Si sa, ti dicono. E forse lo sanno davvero, l’hanno visto già altre volte, dieci, cento, mille anni fa. Soltanto gli eroi arrivano dritti al cuore, turbano i sentimenti, riscaldano la linfa di una città che vive avvolta nella sua magnificenza trascurata. E gli eroi, a volte, non sono semidei. Sono “di giornata”, in attesa di divenire sempiterni se mai sarà possibile, ma sempre a portata di mano. «A pantera, daje n’artra zampata, ché la prima nun l’ha capita». E l’eroe di giornata sente, fa sì con la testa. Ne manca una. Una sola zampata. Matteo Berrettini non manca di rispetto per il predestinato che ha di fronte, che è altrettanto giovane e a Roma ha già vinto (due anni fa) e rischiato di rivincere (l’anno scorso), ma si misura attraverso di lui. L’anno scorso Matteo incontrò Sascha Zverev da numero 103 del mondo, oggi è settanta posizioni più vicino, numero 33. L’anno scorso non c’era partita, poi Berrettini ha vinto a Gstaad e a Budapest, ha fatto finale a Monaco. Si è scoperto tennista, «seppure in divenire, che di lavoro ce n’è ancora tanto» dice da bravo figlio, e ora ha voglia di mettere in campo quello che ha imparato: «Santopadre mi ha spinto a lavorare su tutto me stesso, i colpi, i modi di vivere il match, di sentirlo», racconta di coach Vmcenzo che lo accompagna da sempre. Ma anche l’altro coach Cipolla si è fatto sentire. «Flavio mi fa la messa a punto, mi offre quei piccoli consigli che poi, in partita, diventano grandi verità. Come smettere di parlare ad alta voce con se stessi, magari dopo un punto perso, perché si rischia di compromettere anche il successivo. Prima Santopadre mi chiamava Radiolina». […] Piace molto al pubblico il nuovo giovane eroe, perché fa lui la partita, e non ha paura. Il servizio è vorticoso, spesso sopra i 220 orari. Il diritto fa male anche solo a guardarlo. Sascha è nell’angolo ma si salva, s’intuisce che quando avverte il pericolo riesce a concentrarsi di più. Risale a colpi di ace da due 0-30, ma Berrettini trova il primo match point sul 5-4. E altri due poco dopo. Palla in rete e Zverev a casa, a meditare. Matteo fa due conti: entrerà fra i primi trenta, Ancora uno sforzo e avrà una testa di serie al Roland Garros. […]

La musica di Federer per il Foro Italico (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

L’ufficialità è arrivata all’ultimo momento, ma poco importa. King Roger torna, dopo una lunga assenza, a calcare i campi del Foro Italico per la gioia dei tifosi e di tutti coloro che vedono in lui un fenomeno inimitabile. Le quattro finali perse sul centrale romano hanno lasciato un segno indelebile nell’animo di Federer e un piccolo vuoto nella fornitissima bacheca. Sarebbe bello, intrigante e coinvolgente se lo svizzero riuscisse a sfatare l’incantesimo in questa edizione, ma sinceramente non credo sarà possibile. Roger ha ripreso a frequentare la terra solo perché ha capito l’errore commesso in passato e da campione lucido, umile e intelligente è corso ai ripari modificando la programmazione. Si è reso conto che l’approccio verso Wimbledon necessitava di test anche sulla terra per attenuare e ridurre la lunga pausa tra il duro cemento e la soffice erba. Così sulla strada verso Parigi è atterrato a Roma per proseguire la strada iniziata a Madrid. Il suo gioco non avrà l’intensità del passato ma l’eleganza del gesto e la leggerezza del movimento garantiscono in ogni caso il massimo dell’armonia tanto da far sembrare facile anche il colpo più complesso. […] Venti slam e oltre 100 trofei lo hanno trasformato da eroe a mito e per nostra fortuna è ancora in pista capace, come nessuno, di tradurre in musica una semplice partita di tennis.

«Male al ginocchio», Serena deve saltare il derby con Venus (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Roma lo aspettava da 20 anni, ma il derby al Foro tra Serena e Venus Williams non ci sarà. Serena, dopo aver superato al primo turno la svedese Peterson, si è ritirata ieri nel tardo pomeriggio. Il colpevole è ancora il ginocchio sinistro, lo stesso che le aveva impedito di scendere in campo a Miami e l’aveva tenuta ferma fino a ora: «Devo ritirarmi dagli Internazionali perché ho di nuovo dolore al ginocchio sinistro – ha fatto sapere attraverso un comunicato -. Mi mancheranno i fans e mi dispiace molto lasciare questo torneo che è sempre stato uno dei miei preferiti al mondo». La Williams, quattro volte campionessa al Foro Italico lascia comunque uno spiraglio sulla sua partecipazione al Roland Garros: «Ora mi concentro sul recupero e la riabilitazione del ginocchio e spero di ritrovare i miei tifosi a Parigi. Quanto a Roma, do a tutti voi l’appuntamento per l’anno prossimo». Serena non gioca da Indian Wells e ha dichiarato di aver potuto fare poco in campo concentrandosi principalmente sul lavoro di resistenza senza forzare sull’articolazione. Arrivata a Roma mercoledì scorso per abituarsi alla terra rossa e aveva portato con sé il marito Alexis Ohanian e la figlia Olympia. La vacanza romana è durata meno del previsto e Venus, invece che affrontare la sorella, si accomoda direttamente agli ottavi di fmale.

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Giorno di finali al Foro: l’ennesimo capitolo della sfida Nadal-Djokovic e la sfida Pliskova-Konta (Clerici, Crivelli, Grilli, Azzolini, Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 19 maggio 2019

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Il ritorno di Nadal. I colpi che azzerano le differenze d’età (Gianni Clerici, La Repubblica)

Mi rivolgo al mio consocio, che era stato domenica scorsa a Madrid, e non so trattenermi da dirgli: “Ma sei sicuro di aver visto questo stesso Nadal? Non sei stato confuso dal quadro di Goya sulla Pelota?“. Mi viene risposto con una gentilezza di certo superiore alla mia: “Ricordati che erano quattro fine settimana che gli succedeva la stessa cosa. Dal match contro Fognini a Montecarlo, interpretato in chiave nazionalistica“. Mentre sto ripensando a quel che ho scritto, appare sullo schermo Filippo Volandri che si rivolge a Nadal mentre sta eseguendo un diritto incrociato. “Come fai con una presa simile, Rafa?“. Rafa sorride e, contraendo la mano mostra una sorta di pugno, sorridendo. Oggi lo aspetta Djokovic in finale. Io penso che bisognerebbe chiedere allo zio di Nadal, Toni. Tanti anni fa ha trasformato il nipote nato destro in un mancino e, di lì, è uscito un diritto che nessuno aveva mai visto, e che oggi ha sommerso il giovane campione greco in molte occasioni. I break sono arrivati nel secondo gioco di entrambi i set e Nadal ha trovato modo con allegro humour di non poter perdere per il quarto sabato successivo. Ha ritrovato non solo il suo diritto, ma ha giocato molto più dentro il campo, mettendo anche quasi una prima su due (46 per cento) ma sopratutto utilizzando la prima che aveva smarrito, anche per l’incerta condizione fisica. “Avevo una mala – cattiva nel suo italo-spagnolo – sensazione. Sentivo il diritto passivo” ha detto a Volandri. E, ad un’altra domanda sugli “ultratrentennis”, e i giovani della Next Generation, ha preferito rispondere: “Non dobbiamo confrontare gli ultratrentenni con i minori di venti. Possiamo confrontare i giocatori di tennis, le loro qualità, ma non l’età dei giovani e dei vecchi. Tsitsipas è già numero otto, e questo è uno straordinario risultato“. E ha così concluso: “La mia energia non era alta, a Montecarlo e a Madrid. Il recupero del mio ginocchio non è stato facile, e mentalmente non è stato facile potersi allenare come riesco quando sono in buona salute. Quando stai male non puoi allenarti nel modo migliore, e quindi non puoi giocare al meglio“. Cosi parlò lo Zarathustra del Tennis.

 

Furia Nadal, cuore Djokovic. La finale dei soliti noti incanta Roma (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La furia contro il cuore. Rafa e Nole ci sarebbero stati benissimo tra le pagine del duello napoleonico di Conrad che poi diventarono anche un film. Un romanzo sterminato, il loro, una rivalità che non ha eguali nella storia dell’Era Open: il Foro Italico celebrerà così la finale più attesa, che diventa il 54° episodio di un testa a testa monumentale. Il satanasso maiorchino, otto volte re di Roma, doveva percorrere la strada più impervia per tornare a giocarsi il titolo dodici mesi dopo il trionfo bagnato dalla pioggia contro Zverev, perché l’Apollo greco Tsitsipas lo aveva battuto giusto sette giorni fa in semifinale a Madrid. Ma quando ritrova un avversario più giovane e un po’ troppo spavaldo che gli ha appena graffiato l’orgoglio, Rafa moltiplica energie, ferocia, concentrazione. In poche parole: non c’è mai partita se non per quelle due palle del controbreak di Stefanos nel secondo game, annullate di prepotenza dallo spagnolo che non si volterà più indietro, ancorato a un dritto profondissimo e pesante che il biondo ateniese non può contrastare. Lotta comunque, Tsitsi, confermando tempra da campione, ma non esiste scambio in cui il Centrale strapieno possa pensare che il destino della partita muti direzione all’improvviso. Il sapore dolce della rivincita si consuma in un’ora e 42 minuti, mentre nel freddo della sera Djokovic, passate le due ore, si ritroverà a partire da capo contro quel cagnaccio di Schwartzman, ercolino con le batterie sempre cariche e una palla corta che si infila come una pugnalata una, due, dieci volte nel cuore del fenomeno serbo. Venuto a capo di Del Potro la sera prima in tre ore esatte (incontro finito all’una e un quarto) e con due match point avversi annullati, ll Djoker si sciroppa altri 151 minuti contro l’argentino minore. L’elogio della fatica per la nona finale romana (quattro successi). Ma non sarà certo il sudore a decidere, alle quattro di oggi pomeriggio, un epilogo al solito impronosticabile e che segnerà un altro passo nella leggenda di due avversari formidabili. Nadal è il nobile guerriero che ha scardinato le gerarchie fin dal primo apparire, Djokovic il soldato partito da lontano e per troppo tempo considerato l’intruso nella saga mitologica tra il maiorchino e Federer. Li unisce però un’inestinguibile sete di vittoria, il rifiuto della sconfitta, la volontà di lottare su ogni punto. Sono troppo simili per essere amici: se Rafa e Roger, uno contro l’altro, sublimano la differenza di stili, gli incroci tra lo spagnolo e il serbo si trasformano sempre in primordiali battaglie a suon di clava. Che possono durare anche 5 ore e 53 minuti, ovvero la finale di Melbourne vinta dal Djoker nel 2012, la più lunga nella storia degli Slam. [segue]

Nole-Rafa, finale Slam (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ancora loro due, Nole Djokovic e Rafa Nadal, per l’ottavo duello al sole (speriamo…) di Roma (lo spagnolo è in vantaggio 4-3), il quinto in finale (2-2), un autentico spareggio tra i giocatori che hanno vinto più tornei Master 1000 (33 a testa, terzo è Federer a quota 28). Nadal ha vinto in due set più facili del previsto la sua undicesima semifinale giocata a Roma, e oggi proverà a conquistare il primo torneo del 2019 (l’ultimo, nell’agosto scorso sul cemento di Toronto) e ad allungare a quota 9 il suo record di successi nella Capitale. Djokovic punta alla terza vittoria dell’anno e alla quinta qui, l’ultima nel 2015. Insomma, gli ultimi romantici che speravano di applaudire la prima volta di King Roger al Foro Italico, avranno comunque il modo di consolarsi con le gambe a tiramolla di Djokovic e le chele mortifere di NadaL Roma ha la finale tra il numero 1 e il numero 2 del mondo, quella che ha già assegnato il titolo in Australia, non a caso a una settimana dall’inizio del Roland Garros. Ieri Rafa (60^ vittoria da queste parti, con appena 6 sconfitte) ha tramortito le speranze di Tsitsipas di doppiare la vittoria ottenuta sullo spagnolo giusto una settimana fa a Madrid, con due set quasi simili, neanche tanto combattuti: break al secondo gioco del primo set, al terzo nella seconda frazione. Sulla terra romana, più lenta di quella spagnola, c’è stata troppa differenza tra i colpi a rimbalzo dei due, tutta a favore del numero 2 del mondo. Subito in difficoltà di fronte all’aggressività iniziale di Nadal, il greco ha avuto solo due occasioni di strappare il servizio al rivale, nel gioco più lungo del match (il terzo del primo set) ma non è mai riuscito a sfondare le difese dello spagnolo, inesorabile nei passanti quando il greco ha provato ingenuamente ad avventurarsi a rete. Se la prima palla di servizio lo ha spesso aiutato (7 ace alla fine per lui), sulla seconda è stato troppe volte aggredito dal mancino di Manacor (solo il 42% di punti vinti). Da domani però potrà almeno consolarsi con la sesta posizione in classifica, suo nuovo best ranking. Dopo le tre ore di venerdì sera, nella partita più bella del torneo, il numero uno del mondo ha dovuto sudare ieri altri 151 minuti per avere ragione della grinta e delle gambe di Schwartzman. Dopo un primo set al limite delta sonnolenza, dominato da Djokovic e deciso da un break sul 4-3, la gara è improvvisamente cambiata, quasi che il fantasma di Del Potro avesse ispirato il connazionale, spingendolo a stroncare le gambe affaticate di Nole con una serie di mortifere smorzate (alla fine saranno nove quelle vincenti). Un mese fa Djokovic avrebbe probabilmente ceduto alla distanza, la sua versione romana – che ha già trionfato una settimana fa a Madrid – non prevede invece la parola “arrendersi” nel vocabolario. E mentre si alzavano i cori per Diego, Nole, gli occhi sempre più piccoli, ha ricominciato a remare da fondocampo, mentre anche Schwamman cominciava a piegarsi sempre più spesso sulle gambe. Pur con qualche tentennamento, Djokovic chiudeva regolarmente 6-3, grazie anche al secondo ace di serata. Ma in quali condizioni si presenterà oggi al cospetto di Nadal? Oggi sapremo.

Djoker va al duello con Rafa ritrovato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Mostra i muscoli, Rafa Nadal, con pose da tennisbuilder, fra i pochi trentaduenni a potersi permettere la canotta sbracciata. Perde il pelo, non il vizio. E offre segnali confortanti a chi ritiene che la terra, quella rossa, ancora gli appartenga, malgrado i continui attacchi ai suoi molteplici possedimenti. A Roma è l’undicesima finale, le vittorie sono otto, ma si guarda al Bois de Boulogne, dove il Roland Garros è pronto a mostrarsi nella nuova veste. Lì, a Parigi, i titoli sono già undici, e il dodicesimo apparterrebbe al tennis dei miracoli, ma Nadal ne ha bisogno più che mai. Come del titolo romano. Si sa, l’età conta, le giunture sono quelle che sono. Per questo è tornato ad arrotare i ferri del mestiere con i gesti antichi, fra le mani protettive di zio Toni, che l’ha seguito nei primi due giorni anche a Roma. Lavorando a testa bassa con i cesti di palle, come fanno i ragazzini quando devono prendere confidenza con la palla. Sotto osservazione il diritto, che nell’ultimo periodo appariva ondivago, pressapochistico, inficiato da una sorta di “shank” tennistico, termine che Rafa conosce bene da ottimo golfista qual è: un errore che prende forma quando la pallina viene colpita con il tacco del ferro e parte a novanta gradi rispetto alla linea ideale. Ma lo ha rimesso a posto, il colpo preferito del suo repertorio, con l’umiltà che non ha mai smesso di mostrare, e lo ha riproposto contro Stefano Tsitsipas dilagando negli angoli e colpendo sempre lungo e potente, un tennis che in breve ha disinnescato quello contundente del greco (avanti nel punteggio solo con il primo game del secondo set) e lo ha fatto divenire a più miti consigli. «Segnali importanti, ma rivolti a me stesso», dice Rafa, «perché sto ritrovando la strada giusta e proprio nel momento che serve. La finale è parte di questo processo. Recuperare il mio livello è più importante della finale, comunque». Poi aggiunge con quel pizzico di humor che la sua voce chioccia rende al meglio: «Finalmente ho vinto una semifinale». […] La finale è infatti fra il numero uno e il numero due del torneo, e potrebbe anticipare la finale parigina,. Nole ha dato modo all’argentino pequeno Diego Schwartzman, che gli rende 28 centimetri in altezza, di scorrazzare lungo i tre set dell’incontro, ma alla fine ha trovato il modo per tirarsi fuori dal lungo tira e molla. Già si era sentito fuori dal torneo con l’argentino “palito” Juan Martin Del Potro, che nella sfida di venerdì notte, terminata all’una, ha giocato male solo due colpi, quelli sui due match point che avrebbero messo alla porta il Djoker. Due match da oltre 5 ore di gioco complessive. Potrebbe pagarli cari.

Konta e Pliskova, le redivive. Una chance per tornare nobili (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Karolina Pliskova sta tornando. La ceca che 2 anni fa era numero 1 al mondo ha trovato la ricetta giusta per tornare in alto. Ieri è toccato a lei eliminare la prima greca semifinalista nella storia del torneo; oggi contro Johanna Konta va a caccia del Wta Premier Mandatory che le era sfuggito a Madrid. Orfani di Serena, che resta sempre una star anche quando non gioca, e con la numero 1 Naomi Osaka ritirata dai quarti per un dolore al pollice destro, la lotta per il titolo oggi sarà tra la Pliskova e Johanna Konta, due «nobili decadute», che nel 2017 erano nella top 5 e hanno avuto grossi cali di rendimento. La britannica pupilla di mamma Murray, dopo un 2018 da dimenticare, sta risalendo velocemente e oggi gioca la prima finale importante sulla terra della carriera. Un bel regalo di compleanno per lei che ha festeggiato i 28 anni venerdì battendo la Vondrousova. Ieri Johanna, prima finalista britannica al Foro da Virginia Wade nel 1971, ha eliminato una pericolosa Kiki Bertens in tre set. «Jo», che due anni fa era numero 4 al mondo e ora galleggia intorno al 40, non vuole sentire parlare di ranking: «Non mi sono mai identificata con un numero – ha detto dopo il match contro l’olandese -, e non ho nemmeno un obiettivo in questo senso. Sono sempre andata avanti cercando di vincere tornei ed essere la migliore al mondo. Solo questo ha importanza, ed è per questo che gioco. So bene però che attorno a me un bel po’ di ragazze hanno la mia stessa idea». La finale non sarà cosa facile contro una Pliskova in crescita, anche dal punto di vita mentale: «Una finale non è mai una cosa facile, soprattutto con Karolina, che ha avuto sempre un alto livello di gioco. Tatticamente è molto intelligente e serve fortissimo, quindi credo daremo un bello spettacolo». Karolina Pliskova negli ultimi mesi ha trovato la ricetta vincente: affidarsi solo ed esclusivamente a Conchita Martinez, la spagnola ex numero 2 al mondo che in veste di super coach aveva già portato Garbine Muguruza alla vittoria di Wimbledon nei 2017. Una collaborazione consolidata a febbraio, dopo il torneo di Dubai. La ceca ha fatto un lungo ritiro con la Martinez a Tenerife a fine dell’anno scorso e ha capito che il suo modo di lavorare era perfetto per lei, e si vede: «Mi piace molto il metodo di Conchita e ho deciso di non collaborare con altri coach. Non c’è motivo di essere troppi nel mio angolo. Conchita sa perfettamente che mi piace tanto lavorare con lei, mi diverto e vedo risultati. Sulla terra battuta secondo me è la migliore, data la sua storia personale, e credo che mi possa insegnare un sacco di cose nuove. Conchita era fortissima sulla terra ma anche sull’erba… il meglio deve ancora arrivare».

Johanna ora Konta di più (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

La ragazza dai tre passaporti ha forse ritrovato la strada per la gloria. Non è stata semplice fin qui la carriera di Johanna Konta, 28 anni compiuti venerdì, attuale numero 42 del mondo (ma è stata 4 due anni fa). Nata in Australia da genitori ungheresi, è nipote di Tamas Kertesz, nazionale ungherese di calcio negli anni Cinquanta. Quattordicenne, Johanna è volata in Spagna, nell’accademia di Barcellona dei fratelli Sanchez, ma la vera svolta è arrivata nel 2012, quando ha preso il passaporto britannico (adesso ne ha tre: australiano, ungherese e inglese) perché i genitori si erano trasferiti da tempo a Eastbourne, in tempo per giocare l’Olimpiade di Londra. I giornali l’hanno spesso accusata di non conoscere l’inno inglese, ma Johanna – cresciuta nel mito della Graf, in possesso di due robusti fondamentali e soprattutto di tanta grinta – è riuscita a rinverdire le glorie britanniche, che in campo femminile erano piuttosto polverose. E così nell’ottobre del 2016 è sbarcata tra le prime dieci della classifica, grazie anche alla semifinale raggiunta agli Open d’Australia, piazzamento ripetuto l’anno dopo addirittura a Wimbledon, cosa che non succedeva alle suddite della Regina dai tempi di Virginia Wade, 39 anni prima. La Wade è stata anche l’ultima finalista britannica a Roma nel 1971, il che potrebbe essere di buon auspicio per la Konta, che ieri ha battuto l’olandese Bertens, andata vicino a vincere in due set prima di cedere velocemente al terzo. «E’ un grande risultato, tra i migliori della mia carriera. Non ho mai dubitato della mia abilità sulla terra, da junior era la mia superficie preferita». Dopo un 2018 da dimenticare e un tourbillon di allenatori, si è affidata da poco al francese Dimitri Zavialoff, ex-coach di Wawrinka, che le sta facendo prendere atto delle sue potenzialità sulla terra battuta, dove quest’anno è stata già finalista a Rabat. Rispetto a quello della Konta, più regolare il successo della ventisettenne Karolina Pliskova (n.7 della Wta) sulla rampante greca Sakkari (39), un doppio 6-4 senza tante emozioni dopo che nel primo set aveva dovuto annullare una palla del 2-5. Particolare curioso: chiuso il match-point, non aveva capito di aver vinto e si è rivolta al raccattapalle per farsi dare l’asciugamano. «Sentivo il mio staff urlare, ci ho messo un po’ a capire perché…». Nel 2018 Karolina era stata battuta qui nel secondo turno proprio dalla Sakkari, e a fine partita aveva sfondato la sua racchetta sul seggiolone del giudice di sedia, reo di non aver corretto una chiamata sfavorevole alla ceca. Un anno dopo si è ripresentata con all’angolo Conchita Martinez, la spagnola che al Foro Italico ha vinto quattro volte di fila, tra il 1993 e il 1996. Evidentemente la sua nuova allenatrice – che nel 2017 aveva aiutato la Muguruza a trionfare a Wimbledon – è stata decisiva nei progressi sulla terra della Pliskova, che se oggi dovesse vincere salirebbe al secondo posto della classifica, dietro solo alla Osaka.

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Rassegna stampa

Ancora Nadal-Tsitsipas, i ritiri di Federer e Osaka, le sorprese Schwartzman e Sakkari (Crivelli, Grilli, Marchetti, Cocchi, Azzolini)

La rassegna stampa del 18 maggio 2019

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Nadal è un rullo: “Sono in crescita”. E che Schwartzman (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il destino dei fenomeni si accompagna al peso del loro enorme blasone. Schiacciato dalla propria grandezza di signore indiscusso della terra, Nadal si è presentato a Roma accompagnato da venti di sofferenza: nessun torneo vinto dall’agosto 2018 e soprattutto l’inattesa siccità nella stagione sul rosso europea, per solito mare di pesca abbondante. Insomma, tre semifinali di fila tra Montecarlo, Barcellona e Madrid, che farebbero la felicità di qualsiasi umano, per l’extraterrestre sono un’ombra ingombrante. E allora Rafa come ti risponde alla crisetta di primavera? Lasciando fin qui sei game in tre partite agli straniti rivali incrociati al Foro Italico. Se questo è un uomo in affanno… Sensazioni uniche Le semifinali di fila da aprile diventano così quattro (e 11 in totale agli Internazionali) e non serve un mago dei conti per accorgersi che il satanasso maiorchino è a due partite dal nono trionfo romano. In finale, poi, potrebbe trovare la sua nemesi, Novak Djokovic, per l’episodio numero 54 di una rivalità ferocissima: il serbo piega Del Potro in 3 ore annullandogli due match point nel tie break del secondo set. Nadal resta attaccato al match contro Verdasco con l’orgoglio del campione, recupera il break iniziale, annulla tre palle break sanguinose nel nono game del primo set e in quello successivo, da solito rapace, sfrutta il primo passaggio a vuoto dello sciagurato Fernando. Game over. Perché se concedi di riemergere al più grande guerriero della storia tennistica, poi saranno disastri. Sei a zero e passerella nadaliana: «È stato un primo set molto difficile, uno dei primi set che sono davvero felice di aver vinto. Ho avuto belle sensazioni durante l’intera partita. Ho fatto bene un sacco di cose, una bella vittoria». Esame di greco. E così tra pioggia (prevista copiosa anche per il weekend), lamenti, gente che va e gente che viene, Rafa non tradisce mai le consegne: «Il doppio turno? È così che funziona a volte, può succedere in condizioni outdoor. L’aspetto positivo è che le mie sensazioni nell’ultimo mese sono progressivamente migliori. Ogni match vinto è un’iniezione di fiducia e soprattutto stavolta avrò finalmente tempo per riposarmi e fare una cena dignitosa dopo troppi giorni di room service». […] «Se non gioco bene, con Stefanos perdo. Non sono sorpreso della sua ascesa, forse è perfino in anticipo». Piccolo è bello. L’Apollo ateniese del resto non è più un intruso in un consesso reale, che invece appartiene un po’ meno al «Peque» (diminutivo di pequeno, piccolo) Schwartzman, la vera sorpresa del torneo insieme ai suoi 170 centimetri che ne fanno il più giocatore basso nella top 100. L’argentino di radici tedesche (il suo nome ovviamente è un omaggio a Maradona), che mamma Silvana mandava in giro per il mondo da ragazzino vendendo braccialetti fatti a mano fuori dai tornei, non ha ancora perso un set e ormai è diventato il padrone della Grand Stand Arena, dove alla solita torcida albiceleste si è aggiunto il calore dei tifosi italiani. Per la prima volta approda a una semifinale Masters 1000, dimostrando che la determinazione, l’applicazione e la volontà possono compensare un fisico più che normale. Che messaggio per l’australiano Nick Kyrgios, il troppo esuberante lanciatore di sedie: l’Atp nel frattempo lo ha multato di 20.000 euro per la scenata di giovedì contro Ruud, che si aggiungono all’azzeramento del premio in denaro (33.635 euro) e dell’hospitality per una stangata da più di cinquantamila bigliettoni. La misura è colma.

 

E’ magna Grecia. Dopo Tsitsipas arriva Sakkari (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

La Grecia conquista Roma con i suoi numeri uno del tennis. Stefanos Tsitsipas e Maria Sakkari sono i primi semifinalisti greci della storia degli Internazionali. Lui, campione Next Gen a 20 anni già numero 7 al mondo, ha sfruttato il ritiro di Roger Federer. Maria ha superato in tre set Kiki Mladenovic. Un momento d’oro in uno sport che non fa certo parte della tradizione ellenica. Una bella lotta, quella di Maria, che poche settimane fa ha anche conquistato il primo titolo Wta della carriera a ll anni di distanza dall’ultimo successo greco in un torneo femminile. L’ultima connazionale a fare bene sul circuito era stata Eleni Daniilidou, che tra il 2002 e il 2008 aveva collezionato cinque titoli Wta. Figli d’arte Sakkari e Tsitsipas arrivano da famiglie di sportivi. Lei è la figlia di Angeliki Kannellopoulou, giocatrice tra le prime 50 al mondo negli Anni 80, lui è figlio di Apostolos e Julya Salnikova, entrambi ex tennisti. Mamma Tsitsipas, figlia di un olimpionico di calcio con l’Urss a Melbourne 1956, è stata anche nazionale sovietica, mentre Apostolos è rimasto a livello Itf. Entrambi facevano i maestri al circolo di Vouliagmeni, periferia ricca di Atene, e presto hanno messo in mano la racchetta ai quattro figli. Opposta la storia della Sakkari, la cui madre invece ha cercato fino all’ultimo di tenere lontana dal circuito. Fortunatamente il piano non è andato a buon fine e adesso la Grecia si trova protagonista del tennis mondiale. Fieri e lottatori, lo ha dimostrato Maria ieri: «Siamo un popolo molto particolare, sappiamo essere durissimi da battere». Ora se la vedrà con Karolina Pliskova, ex numero 1 al mondo, che ieri ha superato la Azarenka e in finale potrebbe giocare il rematch della finale di Rabat, dove ha vinto contro Johanna Konta. Si replica anche per Stefanos, che oggi trova un Nadal assatanato di rivincita dopo il k.o. di Madrid. Amici Stefano e Maria, 24 anni lei e 20 lui, sono anche grandi amici. Si conoscono da anni, e a gennaio hanno giocato insieme la Hopman Cup a Perth. Un esordio col botto, considerato che la coppia è riuscita a battere la Svizzera di Federer e Bencic e gli Usa di Serena e Frances Tiafoe. L’obiettivo, per entrambi, è aiutare a far crescere il tennis nel loro paese: «Siamo riusciti a farlo diventare il terzo sport più importante a livello nazionale – ha detto Maria -, anche se sarà molto difficile avvicinare la fama di calcio e basket». […] Intanto il sogno è di rappresentare la Grecia a Tokyo puntando a una medaglia olimpica: «Siamo felici di quello che stiamo facendo — ha detto la ragazza di origini spartane —. Io, Stefanos e qualche altro sportivo stiamo riportando il sorriso alla gente che soffre da tanti anni. Questa è già una bellissima vittoria»

Federer, sono dolori: “Spero di ritornare” (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello Sport)

La notizia si diffonde poco prima di pranzo, un paio d’ore dopo il forfait della Osaka. Ma fa più male. Roger Federer si ritira dagli Internazionali d’Italia. Ha un problema alla gamba destra e dopo i due match di giovedì ha deciso di non rischiare. «Sono molto dispiaciuto di non essere in grado di scendere in campo – si legge nel comunicato – non sono fisicamente al 100% e dopo essermi consultato con il mio team abbiamo deciso che sarebbe stato meglio non giocare. Roma è sempre stata una delle mie città preferite, spero di tornare il prossimo anno». Spera. E con lui spera il pubblico che anche ieri era arrivato al Foro Italico per rendere omaggio al suo Re. La delusione è tanta, ma stavolta – al contrario di giovedì, quando era finita a insulti e spintoni – non c’è nessuno con cui prendersela. Roger chiede scusa anche su Twitter, ringraziando i fan per l’affetto, e viene perdonato. […] La numero uno. E un ragionamento simile deve averlo fatto pure Naomi Osaka. La numero uno del mondo si è ritirata prima del match con Kiki Bertens per un problema alla mano: «Mi sono svegliata e non riuscivo a muovere il pollice. Non mi era mai capitato niente del genere, ho provato ad allenarmi, ma giocare non era possibile. Mi dispiace per la gente che ha fatto un gran tifo per me, avrei voluto ripagarla scendendo ancora in campo». Le scuse di Fabio. In questo strano venerdì 17 arrivano però le scuse di Fognini a Sergio Palmieri, il direttore del torneo. Il campione di Arma di Taggia, dopo la sconfitta con Tsitsipas, l’aveva infatti invitato con toni e modi durissimi a farsi da parte per come aveva gestito lo stop per pioggia. Ieri, con un messaggio su Instagram, è tornato sui suoi passi: «Quando si è mossi da un sentimento forte, capita di esprimere un concetto in maniera sbagliata. Ieri sera ero scosso e mi sono lasciato andare a dichiarazioni troppo forti. Caro Sergio, ti chiedo scusa. Sono consapevole dell’enorme lavoro che hai fatto in tutti questi anni di direzione del torneo che più amo al mondo. Ci vediamo l’anno prossimo»

Nadal e l’incubo (Massimo Grilli, Il Corriere dello Sport)

Qualcuno si è accorto che ieri era venerdì 17? Agli internazionali sicuramente sì, dopo i forfait fatti registrare in poche ore dal numero 1 della dassifica femminile, Naomi Osaka, vincitrice degli ultimi due Slam, e dal numero 1 “sempre e comunque” del tennis maschile Roger Federer. Quest’ultima è sicuramente l’assenza più dolorosa, ci perdòni l’enigmatica giapponese: Roma aveva atteso con trepidazione la decisione del campione svizzero di arrivare agli Internazionali, esultato al momento del fatidico si, sorriso alle sue foto davanti a un gran piatto di pastasciutta, tifato come fa solo con gli italiani nel doppio impegno di giovedì, soprattutto spingendo Roger nella rimonta contro Coric. […] «Sono molto dispiaciuto di non essere in grado di scendere in campo – ha dettato lo svizzero via ATP – Non sono fisicamente al 100% e dopo essermi consultato con il mio team, abbiamo deciso che era meglio non giocare. Roma è sempre stata una delle mie città preferite, spero di tornare il prossimo anno-‘. E poi ha aggiunto un tweet «Il tifo degli appassionati durante le mie partite a Roma mi ricorda perché continuo a giocare. Mazie Grille (grazie mille in Federese, immaginiamo; ndr)». Federar avrebbe dovuta affrontare nei quarti T’sitsipas, numero 7 del mondo, per la prima volta in semifinale al Foro Italico. Per quanto riguarda la Osaka (ottavo ritiro nel tabellone femminile, infortuni compresi) decisivo è stato «un fastidio alla mano destra: ho sperato che col trascorrere delle ore andasse meglio ma così non è stato così – ha spiegato – Ho provato ad allenarmi ma poi con il mio team abbiamo deciso di non rischiare. Sono davvero dispiaciuta di non poter scendere in campo: il pubblico mi ha sostenuto tantissimo, è venuto a vedermi anche se mi stavo soltanto allenando. E poi, ormai avevo imparato a scivolare…». Passa dunque in semifinale l’olandese Bertens, numero 4 del ranking, che ha appena vinto il torneo di Madrid. LA PROVA DEL NOVE. Chi invece resiste e insiste a puntare al nono trionfo è Rafa Nadal che continua a volare sui suoi avversari: tre partite giocate e sei giochi persi in tutto, per conquistare la quarta semifinale di fila sulla terra dopo Montecarlo, Barcellona e Madrid, dove però è stato regolarmente bocciato. Oggi ritrova Titsipas, suo eversore sabato scorso (vinse 6-4 2-6 6-3), facile immaginare come Rafa stia pregustando la vendetta (tra l’altro, lo spagnolo ha vinto tutte e dieci le semifinali giocate agli Internazionali). «So bene quel che è successo a Madrid, come pure la possibile soluzione – ha detto ieri – però passare dalla teoria alla pratica non è così semplice. Se gioco come so fare, penso di poter vincere. Ieri si è fatto sorprendere all’inizio dai violenti colpi di Verdasco, subito avanti 3-1, poi dal 4-4 è volato via per otto giochi di seguito. Non è un caso, probabilmente, che giovedì Verdasco sia rimasto in campo per quasi cinque ore per battere Thiem e Khachanov contro le due di Nadal. «Contro Verdasco ho avuto belle sensazioni per l’ intera partita, e questi tre match in due giorni mi hanno fatto capire che il mio gioco sta migliorando, sono ottimista». LA POLEMICA CON L’ORGANIZZAZIONE Fognini, accuse e scuse ROMA – Tanto tuonò, che si scusò. Giovedì sera, dopo la sconfitta negli ottavi contro Tätsipas, Fabio Fognini aveva attaccato con parole di fuoco Sergio Palmieri («il direttore del torneo è questo e dobbiamo tenercelo. Certa gente dovrebbe levarsi dalle scatole, è un mio pensiero e l’avevo già detto l’anno scorso»). La notte però ha portato evidentemente consiglio, e il trentunenne di Anna di Tàggia ha capito di avere esagerato, e molto. Cosa ieri ha ritoccato abbondantemente il tiro: «Quando si è mossi da un sentimento forte, capita di esprimere un concetto in maniera sbagliata – ha scritto su Instagram. Ero scosso e in conferenza stampa mi sono lasciato andare a dichiarazioni troppo forti. Caro Sergio, ti chiedo scusa. Sono consapevole dell’enorme lavoro che hai fatto in tutti questi annidi direzione del torneo che più amo al mondo. Volevo solo esprimere il mio disappunto per la gestione della situazione di emergenza che si è venuta a creare in questa settimana. Mando un abbraccio a te e al meraviglioso pubblico degli Internazionali d’Italia. Ci vediamo l’anno prossimo. Un bacio, Fogna». Pronta la replica di Palmieri a RTL 102,5: «Nessun problema, siamo vecchi amici. Lui va preso così com’è. E’ una persona sincera». RUUD ATTACCA. Dopo l’ennesima follia di due giorni fa (lancio di un seggiolino in campo e fuga) e successiva squalifica, Kyrgios è statu multato dall’ATP con 20.000 euro per condotta antisportiva, oltre all’annullamento dei 45 punti conquistati a Roma e dei 33.635 euro del montepremi e al fatto di doversi pagare anche le spese di alloggio. Niente sospensione dal circuito, quindi, cosa che lo stesso Fededer aveva auspicato. Non la pensa così l’avvesaríio di giovedì di Kyrgios, il norvegese Ruud, andato giù deciso: «Nick dovrebbe esser sospeso almeno per sei mesi».

La prima volta si Schwartzman con tre vittorie in trenta ore (Christian Marchetti, Il Corriere dello Sport)

Per conquistare la sua prima semifinale in torneo Masters 1000 senza peraltro perdere un set, Diego Schwartzman ha dovuto ridisegnare il concetto di aggressività. Per sconfiggere Kei Nishikori 6-4, 6-2, ha dovuto fare mente locale su quei tre precedenti tutti persi. «Partite durissime ma combattute. E in ognuna di quelle ho vinto un set, per questo ho sentito di poterlo battere» Per diventare la sorpresa degli Internazionali Bnl d’ltalia e sconfiggere per la quinta volta in carriera (la seconda in tre tentativi quest’anno) un top 10, il 26enne di Buenos Aires ha dovuto giocare 3 match in 30 ore: solo giovedì quelli contro Ramos-Vmnolas (7-6, 6-1) e Berrettini (6-3, 6-4: per Matteo un gioco vinto in più rispetto a Nishikori). Dopo il successo col giapponese, somiglia a Forrest Gump: «Voglio soltanto tornare in albergo e buttarmi sul letto». CALCIO. Del suo feeling col calcio si sa tutto. Deve il suo nome al Pibe de Oro e tifa per gli stessi colori che Maradona rese grandi: Boca Juniors. Sempre come Maradona, non vanta una statura da corazziere. Anzi, quei 170 cm gli valgono da sempre il soprannome di “Peque”. […] TERRA. «È fantastico essere arrivato per la prima volta in semifinale a un 1000. A Montreal ci andai vicino (nel 2017, sconfitta con Haase al terzo; ndr). Non ho giocato il mio miglior tennis, ma sono molto felice di aver battuto Nishíkori, grande giocatore m questo tipo di condizioni». Diego non ha iniziato al meglio la sua stagione sulla terra, battuto puntualmente al secondo turno, eppure «mi sto sentendo sempre più in sintonia con la superficie. Ottimo segnale in vista di Parigi». La terra resta comunque la sua preferita. E sulla terra ha ottenuto i suoi due successi: Istanbul nel 2016, Rio de Janeiro nel 2018. Due tappe fondamentali: la prima, perché veniva guarda caso da un periodo di eliminazioni tra primo e secondo turno; la seconda, perché segnò l’ingresso nella top 20. Sempre nel 2018, il best ranking: il numero 11. Oggi, dopo una serie di alti e bassi modello otto volante, il gradino 24. Ma adesso, per favore, lasciamolo riposare.

I dubbi di Rafa, senza titoli verso Parigi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Il diavolo nel tennis è un punto di vista. Una preoccupazione in più, un recondito pensiero che importuna e tedia. Potete crederci e non crederci, ma non aspettatevi di vederlo comparire su un campo, il volto arso dai fumi mefitici e gli occhi cerchiati di nero, due ali da pipistrello e le corna da caprone. Non è il male assoluto, e nemmeno un vostro tratto esclusivo, ma partecipa alla multiforme essenza del tennis, la stessa che obbliga a giocare contro cinque nemici, «il giudice di sedia, il pubblico, i raccattapalle, il campo e me stesso». Era una frase del vasto repertorio di Goran Ivanisevic. E quando gli chiedevano, “sì, vabbè, ma l’avversario?; rispondeva… «Quello è il meno». A un passo dalla finale di Roma e a due dall’inizio del Campionato Mondiale su terra rossa a Parigi, non sorprende scoprire avvolto nella scomoda coperta di simili, magiche riflessioni, anche Rafa Nadal, il più inossidabile tennista da mattone che abbia mai calcato i campi da gioco. […] E’ un fatto, in quest’anno di scarsa grazia, Rafa non ha ancora vinto un torneo, nemmeno sul rosso dove per anni ha viaggiato con il pilota automatico. Ha giocato la finale di Melbourne, poi non è andato oltre qualche semifinale. Nemmeno nel suo anno peggiore, il 2015, si era spinto tanto in basso, e lui non è tipo da accettare una dimensione di sé diversa da quella che ha sempre coltivato e nutrito le sue aspirazioni. Valutazioni che servono, se non altro, a evidenziare le difficoltà del prossimo turno, nel quale Rafa si troverà opposto per la seconda settimana e per la seconda semifinale consecutiva al greco Stefano Tsitsipas, che a Madrid molto lo ha lavorato ai fianchi per poi trafiggerlo con uno sgambetto d’autore nel terzo set, il primo acuto di una nuova rivalità (3-1 Rafa, al momento) che non potrà essere lunga quanto altre, visti i 12 annidi differenza, ma certo produrrà attriti e scintille. Penultimo atto romano cui Stefanos giunge lindo e riposato per gentile concessione di Roger Federer, costretto al ritiro da un problema muscolare cui aveva accennato già a margine della vittoria su Coric. «Una scivolata improvvisa, ho avvertito un dolorino e chiamato il fisio. Ma non ci sono state conseguenze». Diverso il tono preoccupato del comunicato di addio a Roma. «Non sono al cento per cento, spero non sia niente di preoccupante. Mi dispiace per il pubblico e per il torneo, conto di esserci l’anno prossimo», che sarebbe una splendida promessa se a farla non fosse un trentottenne. Del resto, in venti anni di carriera è appena il quarto ritiro di Federer e onestamente sarebbe pretestuoso accusare uno così di accampare scuse. «So come affrontare Tsitsipas», ragiona Nadal, senza rivelare particolari apprensioni, ma conscio che approdare a Parigi senza vittorie non gli faciliterebbe certo la conquista del dodicesimo titolo francese. «Come sempre un conto è dirlo, altro è metterlo in pratica. Lui sta crescendo benissimo, fra i ragazzi è uno dei miei preferiti».

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Rassegna stampa

Un giovedì nero. Anche Fognini molla. Italiani tutti fuori (Crivelli). Eclissi d’azzurro (Grilli). Fognini & C. salutano Roma (Azzolini). Quanta fatica Mr. Federer! Roger riscopre i 5 set (Viggiani). Tante big se ne vanno a casa. Osaka, ora chi ti ferma più? (Sonzogni). L’ultima follia di Kyrgios. Sedia in campo, poi se ne va (Cocchi)

La rassegna stampa di venerdì 17 maggio 2019

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Un giovedì nero. Anche Fognini molla. Italiani tutti fuori (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Evaporata. Arriva il sole, sparisce l’Italia. Come se la pioggia di mercoledì che ha rivoluzionato il programma avesse sciolto la magia, riportandoci a una realtà grigia che sinceramente non ci appartiene più. Solo Fognini vince una partita, il secondo turno contro Albot, passando attraverso il dolore alla coscia destra che non lo abbandona, a volte lo obbliga a zoppicare e nel sesto game del primo set lo costringe a una fasciatura da combattente ferito. Eppure, da quel momento, Fabio, forse deresponsabilizzato, si accende e sospinto dal tifo dell’amato Pietrangeli diventa padrone del match. Certo, poi nel match alle dieci di sera contro il greco Tsitsipas, il giocatore più caldo del momento, diventa un’insostenibile corsa a ostacoli pure per lui: 4-6 3-6, con qualche sprazzo di generosità ma senza la forza di contrapporsi al greco. Arrivederci a Parigi. Tsitsipas è il nostro giustiziere di giornata: nella prima uscita stoppa infatti le giovanissime velleità di Sinner, ma non ne spegne l’ardore. Jannik lotta per un set, si prende i complimenti del rivale («E’ già un ottimo giocatore») e guarda a testa alta al futuro: «Sono partite come queste che mi insegnano dove migliorare per stare al livello di un campione come Stefanos tra un paio d’anni». Il suo sorriso è tra le poche immagini da conservare di un pomeriggio triste per gli italiani. Perché non ti immagineresti che Cecchinato, schizzato subito 3-0, si incarti all’improvviso contro Kohlschreiber, che gira il match con sette game di fila e non si volterà più indietro, mentre punto dopo punto il numero 19 del mondo perderà bussola e riferimenti. «Sono stato penalizzato dal campo: il numero 2 è piccolo e ha pochissima terra, era talmente veloce che mi sembrava di giocare indoor. Sono davvero molto deluso». Ma pure eccitato sulla via per Parigi: «Saranno splendide emozioni, mi verranno i brividi». Alla Porte d’Auteuil Berrettini sarà testa di serie: che salto. Eppure la meta non lo consola della pessima prestazione contro Schwartzman, che non gli regala niente. Per Matteo poco servizio, poco dritto, 36 gratuiti e una giornata no: «Non so spiegarmi cosa sia successo, non ha funzionato niente. Perdevo i punti in cui giocavo bene e facevo quelli in cui giocavo male. Devo accettarlo: anche questo fa parte del percorso di crescita».

 

Eclissi d’azzurro (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Ci aspettavamo di glorificare il giovedì grasso del tennis italiano, ci ritroviamo precipitati in piena Quaresima. E non ci eravamo per niente abituati, dopo le recenti vittorie. Avevamo cominciato questa straordinaria giornata di partite su partite con ben altre aspirazioni e la speranza di portare qualche azzurro fino ai quarti di finale. E invece, uno per volta, Sinner, Berrettini, Cecchinato e infine Fognini hanno lasciato il torneo. L’ultimo a battersi, e a chiudere il programma maschile, è stato il ligure, che si è arreso contro i colpi e la giovinezza di Stefanos Tsitsipas, 20 anni e numero 7 del mondo. Una sfida difficile, che Fognini ha affrontato in precarie condizioni fisiche, certo non aiutate dai 105 minuti impegnati dalla sfida di poche ore prima con Albot. Fognini si è trovato nella partita sempre a dover rincorrere. Nel primo set ha espresso dall’1-4 al 4-4 il suo miglior tennis, vanificato da un pessimo decimo gioco, ceduto a zero con quattro errori. Nel secondo è risalito da 0-2 a 2-2, ma un altro break al sesto gioco ha compromesso definitivamente la sua partita. Qualche ora prima, in un “Pietrangeli” mai visto così pieno, Fognini aveva superato con difficoltà il tignoso Albot, n.44 del mondo. Tra racchette gettate a terra e palle sparacchiáte qua e là, se l’era cavata annullando un set ball nel primo parziale e recuperando da 0-3 nel secondo, aiutato anche dal tifo bello spinto del pubblico. Male anche gli alti tre azzurri, ciascuno con percorsi (e reazioni) diverse. Da applaudire resta il ragazzo di San Candido, quel Sinner che ha concluso ieri proprio contro Tsitsipas – senza farsi travolgere – un’avventura romana cominciata lunedì 6 con il primo turno delle prequalificazioni.«Sono stati giorni molto emozionanti – ha detto – ho potuto sfidare giocatori forti e ho capito alcune cose, soprattutto come affrontano mentalmente le gare. A questo livello giocano sempre al massimo, cosa che a me ancora non riesce. Devo lavorare ancora molto, e sono pronto a farlo». Dispiace per Berrettini, su cui in tanti puntavano per un ruolo di grande sorpresa. Contro Schwartzman non è entrato mai in partita. E Cecchinato? Anche da lui ci si aspettava una prova più convincente contro Kohlschreiber, poi spazzato via da Djokovic. «Ho giocato in un campo piccolo (il numero 2), con pochissima terra, sembrava cemento – ha detto il tennista palermitano – Ero in programma martedì sera sul Centrale, tutti questi rinvii mi hanno fatto scivolare a giovedi. Speravo che mi mandassero su un campo più grande e invece niente. Sono dispiaciuto, ho avuto dall’inizio pessime sensazioni».

Fognini & C. salutano Roma (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Chissà che cosa c’è dentro quei buchi neri nei quali, di tanto in tanto, i tennisti precipitano, all’apparenza senza un perché, senza che nessuno li spinga. Forse nulla: un Black Hole autentico che se ne sta lì, all’apparenza inerme, innocuo. Forse anche quelli del tennis sono uguali. Marco Cecchinato e Matteo Berrettini non sanno dire, Jannik Sinner ancora non li conosce, è troppo giovane. I Black Hole tennistici, dicono, vengono con la maturità, con il pretendere da se stessi, con l’urgenza di vincere, di imporsi, di spingersi oltre. Jannik ha tempo, ha vinto con Johnson, ha perso con Tsitsipas mettendo a segno qualche buon punto. Che altro pretendere di più? Lui, 17 anni, ha ancora da imparare, da esplorare. Poi, magari, arriverà il giorno in cui i buchi neri li farà agli avversari. E invece Marco e Matteo ci cascano dentro, quasi al rallenty. Per un po’ camminano sul bordo, poi ci finiscono dentro. Il primo è Cecchinato, che in questa stramba giornata extralarge, ha un avversario che ha gesti bellissimi da maestrino, un rovescio da manuale che non fa male, e l’età giusta per farsi da parte. Ma il Ceck si è alzato storto. Va avanti 3-0 e sparisce nel buco… Ne esce 7 game dopo, tutti persi, e quando si rimette in carreggiata è troppo tardi. «Dire che sono deluso è poco. Speravo in un campo migliore, ma il numero 2 è piccoletto, stretto ai lati, sembra di giocare in una camicia di forza. Ora vado a Parigi senza troppe angosce, l’anno scorso centrai una semifinale che sembrava impossibile, ma da quelle giornate ho imparato tantissimo. È un impegno da brividi, eppure mi sento tranquillo». Dunque, è così? Dentro i Black Hole i game se nevanno senza un perché? Dev’essere successo lo stesso Berrettini, colpevole di aver fallito una palla break che lo avrebbe rilanciato nel secondo set, contro l’argentino Diego Schwartzman. Nella scia di quella palla gettata al vento, c’è finito anche lui, sparito dalla scena, risucchiato in un vortice maligno, incapace da quel punto in poi di colpire come si deve un diritto. «Giornata negativa sotto tutti i punti di vista. Non mi sentivo a mio agio, andava tutto per il verso storto. So che devo accettarlo, in tanti mi dicono che di momenti come questo ne vivrò molti altri ancora. Però mi girano le scatole. È stata un’occasione persa». […]

Quanta fatica Mr. Federer! Roger riscopre i 5 set (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

I tre tenori del tennis hanno concesso il bis. Fatto più unico che raro, Novak Djokovic, Rafa Nadal e Roger Federer ieri hanno tutti giocato due partite in un giorno. La pioggia di mercoledì li ha costretti agli straordinari: Federer e Djokovic hanno debuttato sul Centrale e Nadal sul Grandstand, per i match di secondo turno, e poi si sono scambiati i campi di gioco, senza trattamento di favore per alcuno. E il bis è stato applauditissimo: tutti e tre hanno vinto ancora. Evidetentemente smanioso di spezzare qui a Roma il lungo digiuno, Rafa ieri è andato come un treno. Prima ha sfondato Jeremy Chardy, poi Nikoloz Basilashvili: ha concesso giusto un game a ognuno (6-0 6-1 e 6-1 6-0) ed è filato nei quarti restando in campo in totale appena 2h09’21”. Poco da aggiungere, poco da dire lo stesso Nadal, particolarmente soddisfatto delle sue condizioni ( «Ho giocato molto bene, specie nel secondo match») e ormai a un niente dal top della forma. Oggi per Rafa derby spagnolo con Fernando Verdasco. Anche Novak non ha lasciato set per strada: al mattino ha disinnescato senza problemi Denis Shapovalov (6-1 6-3), in serata nessun intoppo particolare contro Philipp Kohlschreiber (6-3 6-0). «L’unica difficoltà è stato adattarsi alla serata fresca dopo il caldo del pomeriggio, però tutto è andato bene», il commento di Nole, che oggi se la vedrà con Juan Martin Del Potro. Roger Federer è alla 17^ presenza a Roma: dopo ieri, il suo bilancio è di 34 partite vinte e 16 perse (non ha mai conquistato il torneo). Sara l’età, sarà stato anche il fondo del Grandstand, fatto sta che Roger ha dovuto proprio faticarsela contro Borna Coric (2-6 6-4 7-6), dopo che già in mattinata non aveva particolarmente brillato con Joao Sousa, comunque liquidato in due set (6-4 6-3). D’altronde un motivo ci sarà se Coric aveva battuto Federer in due precedenti su cinque. Non s’erano mai affrontati sul rosso e Borna ieri se l’è giocata al meglio, prendendo spesso l’iniziativa per conquistare di slancio il set di apertura Roger s’è scosso nel secondo, anche se solo con lampi intermittenti di genio, e ha raddrizzato la baracca. I due sono così arrivati al tie-break del terzo dove Federer ha iniziato in modo pessimo, spesso fuori misura (1-3, poi 2-5 e 4-6 per Coric), poi però ha annullato i due match-point e Borna gli si è consegnato per 9-7, con il boato del pubblico nel nome di Roger.

Tante big se ne vanno a casa. Osaka, ora chi ti ferma più? (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

Fuori in un colpo solo Halep, Venus, Stephens, Barty e Muguruza. Il giovedì da impazzire del Foro Italico fa le sue vittime anche nel tabellone femminile, dove sono in tante, tra le più attese, a dover lasciare Roma per fare rotta su Parigi. Resta, però, la giocatrice che coi suoi modi gentili e con il suo tennis pesante sta conquistando i cuori degli appassionati della Capitale: Naomi Osaka. La quale nell’occasione si è abbonata al 6-3, spuntandone quattro consecutivi per battere Cibulkova e Buzarnescu. Non due delle peggiori rivali, ma un paio di test tutt’altro che morbidi per valutare le sue condizioni. «Questa è la prima volta in vita mia – ha spiegato la giapponese – che mi tocca giocare due turni in un giorno. Ma alla fine me la sono cavata piuttosto bene. Ho fatto un passo avanti decisivo quando ho smesso di lamentarmi per il mio rendimento sulla terra, cercando di trovare le soluzioni per far punti pure qui. Tra Roma e Parigi, spero di riuscirci». La cosa certa è che adesso, Naomi, non passa più inosservata. Non più una delle tante ma la numero 1 del mondo, la stella promessa in un circuito che resta comunque di indole anarchica. Anarchia che, per esempio, si legge nell’uscita di scena di Simona Halep, messa al tappeto dalla ceca Marketa Vondrousova, 19enne numero 44 Wta, che nel giro di qualche mese ha mostrato al mondo dove vuole arrivare: finale a Budapest, quarti a Miami e Indian Wells, di nuovo finale a Istanbul. E adesso quarti a Roma, perché dopo la Halep, anche Daria Kasatkina è stata messa in un angolo fino al 6-2 nel set decisivo. Non si può parlare di sorpresa, invece, per Vika Azarenka, lei che numero 1 lo è stata in passato e tutto sommato lo è ancora nell’animo. Vika, reduce da un esordio da infarto contro Elina Svitolina, è stata una delle poche a dover giocare un solo match. E nemmeno intero, visto che Garbine Muguruza si è ritirata dopo quattro game del secondo set. Un gradito ritorno, infine, è quello di Kiki Mladenovic, ex top 10 che non si è lasciata distrarre dai problemi del fidanzato Thiem, battendo Bencic e Barty senza fare una piega.

L’ultima follia di Kyrgios. Sedia in campo, poi se ne va (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Avrebbe potuto dare spettacolo con il suo tennis da circo, ma Nick Kyrgios ha scelto ancora una volta di essere protagonista nel modo sbagliato. Il 24enne australiano, nel terzo set del match contro il norvegese Ruud, dopo aver ricevuto un game penalty per aver imprecato, ha perso la testa. Dopo aver buttato la racchetta a terra, ha calciato una bottiglietta e, non ancora soddisfatto, ha lanciato una sedia in mezzo al campo nello stupore generale. Come se non bastasse, ha fatto la borsa, dato la mano all’avversario e ha lasciato il campo prima che il supervisor decretasse la squalifica, regalando il match a Ruud. Ora oltre a una multa molto salata, Kyrgios potrebbe rimediare una squalifica piuttosto lunga. In più dovrà rinunciare a quanto guadagnato a Roma e pagare le spese di soggiorno. Nick non ha rilasciato nessuna dichiarazione salvo poi abbozzare le scuse su Instagram: «Beh, giornata ricca di avvenimenti – ha scritto -. Le emozioni hanno avuto il sopravvento su di me. Volevo solo dire che l’atmosfera era stupenda, peccato che è finita con una squalifica. Mi dispiace Roma, ci rivedremo. Forse». A inizio settimana, aveva già fatto parlare di sé per un’intervista rilasciata a un podcast in cui aveva dichiarato di non sopportare Djokovic «perché vuole per forza piacere a tutti» e di avere un’antipatia ricambiata per Nadal definito «bipolare» salvando solo Roger Federer considerato «il più grande».

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