L'infernale Fabio Fognini

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L’infernale Fabio Fognini

A poche ore dalla sfida con Zverev, vi proponiamo la traduzione integrale di un articolo di Michael Mewshaw, uno scrittore americano che paragona Fognini… al diavolo

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Fabio Fognini - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Michael Mewshaw è uno scrittore statunitense autore di 22 libri, il più recente dei quali – The Lost Prince: A Search for Pat Conroy – è stato pubblicato lo scorso febbraio. Dall’unione delle simpatie per la figura del diavolo (evidenti nella scelta di dare nome “Sympathy for the Devil: Four Decades of Friendship with Gore Vidal” al memoir che racconta la sua amicizia con il saggista Gore Vidal) e dalla passione per il tennis, è nato questo articolo dedicato a Fabio Fognini.


Alcuni campioni di tennis sono facili da amare. La grazia, il comportamento da gentiluomini e l’eccellenza duratura di Roger Federer lo rendono una rarità, un giocatore ammirato anche dai suoi avversari sconfitti. Mezzo-toro, mezzo-torero, Rafa Nadal mostra in campo cotanta testosteronica truculenza che ci si potrebbe aspettare un limitato affetto per lui. Ma la miriade dei suoi sostenitori lo riveriscono per il suo sforzo incessante e il rifiuto di darsi per sconfitto.

Sebbene entrambi i giocatori siano tra i miei preferiti, devo confessare un vizio segreto. Sono un tifoso sfegatato di Fabio Fognini, il che equivale ad ammettere la simpatia per il diavolo. Tutto ciò che riguarda Fognini appare calcolato per impedire agli spettatori di schierarsi con lui. I suoi baffi mefistofelici e il pizzetto suggeriscono che ha visto e fatto cose che gli altri uomini non possono neppure immaginare. Come per assicurarsi tale impressione, era solito promuovere abbigliamento Oxygen (ndt: il nome corretto del marchio è Hydrogen) indossando maglie con il teschio come logo. In una delle sue incarnazioni Andre Agassi somigliava a un pirata. Per non essere da meno, Fognini assomigliava a Satana.

E il suo modo di camminare! Cosa potrebbe esserci di più arrogantemente provocatorio? Alto 1,78 m, uno dei più bassi uomini del tour, incede impettito come un Nureyev in posa. Tra i punti si sposta da un lato all’altro del campo con un’aria da galletto. Al cambio campo si atteggia a pavone, raramente degnando il suo avversario di un’occhiata. Nella lista di giocatori che hanno un impatto psicologico sull’avversario, Fognini occupa una categoria tutta sua. Ogni suo gesto sdegnoso sembra studiato per intimorire il giocatore che si trova dall’altra parte della rete. Tutto ciò potrebbe far sembrare Fognini un cattivo da operetta, del tipo che inevitabilmente viene punito nell’ultimo atto. Ma ciò che riscatta il suo atteggiamento e pavoneggiamento è il suo talento trascendente.

Il diavolo italiano ha talento in abbondanza come ha dimostrato nel corso degli anni, sconfiggendo per ben tre volte Nadal su terra rossa, e più recentemente in semifinale a Monte Carlo, torneo di categoria Masters 1000 che poi ha finito per vincere. Essendo più di un abile terraiolo, ha anche battuto Rafa sul cemento agli US Open 2015, capovolgendo l’incontro dopo essere stato sotto per due set a zero. (In tutta onestà, la sua impresa è stata oscurata, in Italia così come a casa sua, dal fatto che sua moglie Flavia Pennetta ha vinto il titolo di singolare agli US Open 2015).

Il celebre scrittore di tennis italiano Gianni Clerici ha commentato il matrimonio di Fognini con la Pennetta dicendo che Fabio aveva bisogno di un’infermiera, preferibilmente una con esperienza in psicologia. Sembra che l’unione dei due abbia contribuito a renderlo più stabile, così come la nascita del figlio Federico. Benché Fognini mostri ancora la tendenza a perdere la concentrazione e a perdere le partite che dovrebbe vincere, la stagione 2019 lo ha visto salire al numero 12 nella classifica, con la prospettiva del suo ingresso nella top 10 per la prima volta nella sua carriera, a seconda del suo rendimento agli Open di Francia.

Avanzando nei sedicesimi di finale a Parigi, Fognini ha affrontato il veterano spagnolo Roberto Bautista Agut (RBA) che lo ha battuto due mesi fa a Miami. È vero, quella era una superficie veloce, ma RBA è anche esperto su terra rossa, e in quanto a contegno, lo spagnolo rappresenta l’immagine speculare dell’italiano. Faccia da poker, corretto e senza fronzoli, lui è il perfetto contrasto per Fabio e all’inizio della partita sembrava avere le risposte all’appariscente stile barocco dell’italiano. RBA ha fatto il break all’inizio del primo set, per poi fare lo stesso nei due set successivi. Ma Fognini ha risposto con tipico menefreghismo, col suo atteggiamento di strafottente noncuranza che esaspera gli avversari che si illudono di averlo messo alle corde.

Alternando la velocità e la rotazione dei suoi colpi da fondo, aprendo il campo con angolazioni esasperate, servendo aces puntuali e lanciando una raffica di palle corte, ha fatto il contro-break e ha vinto il primo set al tie-break e il secondo set 6-4. Per tutta la sua apparente noncuranza, è ingannevolmente veloce, e dopo lunghi scambi di colpi a mezza velocità dalla linea di fondo, è capace di colpire vincenti sulla linea. Ma Bautista Agut, restando comunque a portata, inseguendo le palle, rimanendo risoluto su ogni punto, è riuscito a vincere il terzo set. Tuttavia Fognini ha fatto spallucce, e nel quarto set, è stato lui a fare un break senza mai permettere a RBA di tornare in partita.

Nel prossimo round, Fognini affronterà Sasha Zverev, il tedesco faccia d’angelo, il geniale NextGen che sulla carta parte vincente contro l’italiano. Ma l’incontro si svolgerà su terra rossa, una superficie sulla quale è sempre difficile battere il diavolo.

Traduzione integrale a cura di Simone Musso

 

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Parigi dà, Parigi toglie: un anno di Marco Cecchinato

Dalla semifinale del Roland Garros 2018, al primo turno del 2019. Dall’obiettivo top 10, al numero 40 del mondo. Da Vagnozzi a Uros Vico. Un bilancio degli ultimi 12 mesi di Marco, che oggi debutta sull’erba del Queen’s contro Raonic

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Marco Cecchinato - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

È il 18 giugno 2019 e due settimane fa Marco Cecchinato ha perso il suo incontro di primo turno al Roland Garros, facendosi rimontare due set da Nicolas Mahut (non certamente avvezzo alla terra battuta). È invece notizia di una settimana la separazione con il suo allenatore Simone Vagnozzi (potete leggere qui l’intervista realizzata con lui dal direttore), con cui ha condiviso tutta la fase ascendente della sua carriera. Un anno fa tutto questo non sembrava possibile. Dopo la storica vittoria contro Novak Djokovic a Parigi, e una sconfitta onorevole in semifinale contro Thiem, per Marco Cecchinato sembravano essersi aperte le porte di orizzonti inesplorati da decenni nel tennis italiano.

La vittoria di Umago a luglio 2018 aveva lasciato la sensazione di un giocatore che era esattamente quello visto al Roland Garros, un top 5 sulla terra. Fino a qui, tutto bene. Ma come continua un noto film, il problema “non è la caduta, ma l’atterraggio”, che in questo caso è ben rappresentato dai 720 punti persi con la sconfitta contro Mahut. Quello che vogliamo fare è provare a riavvolgere il nastro, partendo proprio dal post Roland Garros per vedere cosa è andato storto nella stagione e soprattutto nel tennis di Marco Cecchinato.

Marco Cecchinato – Roland Garros 2018 (foto via Twitter, @rolandgarros)

DA PARIGI A LONDRA – Dopo la sbornia del Roland Garros l’avventura di Cecchinato sull’erba non partiva con premesse incoraggianti. In tutta la carriera aveva giocato solamente una partita sull’erba, al primo turno di Wimbledon 2017 contro Nishikori (sconfitto 6-2 6-2 6-0). In generale proprio il gioco di Cecchinato, estremamente tarato per la terra battuta con il suo spin su dritto e rovescio, non dava molte speranze per una grande stagione su erba. Quindi non c’erano molte pressioni per Cecchinato ai nastri di partenza di Eastbourne 2018, dove si presentava come quarta testa di serie. Alla fine raggiunge un buon risultato, perdendo solo in semifinale contro Lacko, giocatore molto più adatto alla superficie. In generale nelle sfide vinte con Millman (5-7 6-3 6-2) e Istomin (4-6 6-4 7-5) si intravedeva un giocatore non proprio da erba ma che aveva comunque nel servizio e nel dritto due buone armi per non sfigurare sui prati.

A Wimbledon il sorteggio gli riserva il Next Gen De Minaur, di sette anni più giovane ma con già trenta partite sull’erba in carriera e generalmente dei colpi molto più piatti e adatti al veloce. La partita è molto lottata e dopo aver perso il primo set Cecchinato sembra addirittura poterla rimettere in carreggiata, ma paradossalmente il tennista australiano fa valere la miglior esperienza sulla superficie e chiude 6-4 6-7 7-6 6-4. In sostanza si può definire la stagione 2018 sull’erba come discreta, contando le premesse iniziali e la poca esperienza. Dei miglioramenti sul veloce che potevano far ben sperare in vista dell’estate sul cemento americano, che invece comincerà a mostrare le prime crepe nel gioco di Cecchinato. Ma il calendario ATP viene in aiuto di Marco con una nuova possibilità di riscatto (e di accumulo punti), lo swing estivo su terra, e Ceck decide di giocare Umago e Amburgo.

 

IL RITORNO SUL ROSSO – In Croazia Cecchinato si presentava come secondo favorito del seeding, con le altre tre teste di serie rappresentate da Dzumhur, Ramos-Vinolas e Rublev (in quel momento storico in cui sembrava ancora una promessa) e altri come Pella, Haase, Fucsovics e Paire. Sicuramente non un tabellone eccellente, ma comunque con tennisti di buon livello ed esperti della superficie. Marco porterà a casa il titolo, soffrendo soltanto all’esordio contro Jiri Vesely, e battendo poi nell’ordine (senza lasciare set per strada) Djere, Trungelliti e Pella. Guardando la finale, la sensazione era che Cecchinato fosse nettamente fuori scala per il livello di un ATP 250, con una brillantezza di tennis, tra palle corte e un dritto alla Fernando Gonzalez, che sembrava confermare il livello raggiunto contro Djokovic a Parigi.

Un’idea non scalfita nemmeno dalla sconfitta contro Monfils al primo turno di Amburgo. Una battuta d’arresto riconducibile al classico teorema per cui chi vince il torneo precedente, perde (quasi) sempre al primo turno di quello successivo. E per Cecchinato arrivava così il primo vero banco di prova per il suo nuovo status, la stagione sul cemento americano. Che poteva addirittura portargli in dote una clamorosa top 10 (Marco era numero 9 della Race in quel momento).

IL FLOP CEMENTO – La prima partita di Cecchinato sul duro è estremamente esemplificativa dell’efficacia del suo tennis sul cemento fino a quel momento. Perde contro Tiafoe (7-6 6-1) a Montréal, dando l’impressione di non riuscire praticamente mai a prendere il tempo in risposta a un ottimo battitore come lo statunitense, una costante delle sue prestazioni sul veloce. Storia simile contro Mannarino a Cincinnati, altro giocatore molto più esperto di lui sulla superficie, dove perde 6(7)-7 6-2 7-6(7) lasciando per strada quattro palle break nel terzo e addirittura un match point sul 6-5 sul servizio di Mannarino.

I miglioramenti sono incoraggianti ma rimane evidente un aspetto del suo tennis sul cemento, scarsa capacità in risposta (soprattutto in relazione all’anticipo sulla palla) e dipendenza quasi totale dal servizio, tanto che le sue partite per tutto il finale di stagione sul cemento avranno punteggi karloviciani con ben dieci tiebreak giocati e numerosissimi set chiusi sul 7-5 o 6-4. Non abbastanza per competere sulla superficie. Cecchinato arriva ai nastri di partenza dell’US Open con zero vittorie sul cemento nel circuito maggiore, ma il sorteggio è favorevole e gli mette contro un Benneteau in odore di ritiro. Cecchinato disputa due set ottimi, finalmente con un’ottima costruzione di gioco, mostrando soprattutto grande confidenza col dritto che sembra finalmente essersi tarato per potenza (sempre avuta) con il duro.

Vince il primo set 6-2 in scioltezza e va subito avanti 2-0 nel secondo, tutto sembra andare nella direzione giusta. Cecchinato però ha un passaggio a vuoto nel game successivo e subisce il controbreak. È la svolta della partita, Benneteau si aggrappa allo schema servizio-dritto e vince il tiebreak del secondo set. Nonostante manchi un’infinità e Benneteau non sembri proprio il Djokovic del 2011, Cecchinato perde completamente intensità da fondo e la partita scivola via 2-6 7-6(5) 6-3 6-4. Una sconfitta per certi versi incredibile, che chiude la parte di stagione sul cemento americano con zero vittorie all’attivo. E si inizia ad intravedere un Cecchinato molto diverso a livello mentale da quello visto sulla terra, molto più bloccato e che tende a disunirsi appena le cose si complicano.

ULTIMI SCAMPOLI DI STAGIONE – La trasferta asiatica riserva molte più soddisfazioni al tennista italiano, che coglie la sua prima vittoria nel circuito maggiore sul cemento (indoor) di San Pietroburgo contro quel Lacko che l’aveva battuto in semifinale ad Eastbourne. Al turno successivo perde 7-6 6-3 contro Bautista-Agut, ma è una sconfitta che può starci, vista la differenza di esperienza sul duro. A Pechino arriva invece la prima vittoria in carriera sul cemento outdoor, battendo un Baghdatis (1-6 6-4 7-5) che lo domina nettamente nel primo set ma che diventa letargico nel prosieguo dell’incontro. L’azzurro viene poi eliminato al turno successivo da Fucsovics in una partita senza storia.

L’apogeo (finora) della carriera di Cecchinato sul veloce è quello del Masters di Shanghai, dove fa una mezza impresa battendo Simon al primo turno, avversario decisamente temibile sul cemento, per 6-7 6-4 7-6, nella classica partita tirata del ‘Cecchinato-sul-duro’, che sostanzialmente sul cemento gioca come i grandi battitori. Al turno successivo Cecchinato dà altre buone indicazioni sul suo stato mentale rimontando anche Chung in una partita pressoché identica a quella con Simon, regalandosi i sedicesimi nel rematch contro Djokovic. Un Nole che, giusto per dovizia di particolari, nel frattempo ha fatto il percorso opposto di Cecchinato, vincendo due Slam. Incredibilmente nel primo set la partita è tirata.

Marco ha anche la chance per il break nel quarto game, ma dopo aver perso la battuta sul 3-3, Djokovic chiude 6-4 il primo set e la partita sostanzialmente finisce lì, con Cecchinato che chiude il suo, alla fine positivo, viaggio asiatico rimediando un bagel. Essenzialmente chiude a Shanghai anche la stagione 2018, dato che perde, senza vincere nemmeno un set, contro Mannarino, Laaksonen e Sousa negli ultimi tre tornei stagionali. Partite giocate con la spia della riserva accesa. Il finale di stagione negativo non toglie nulla alla clamorosa cavalcata di Cecchinato, che chiude il 2018 con il best ranking di 20 del mondo ed un clamoroso guadagno di 89 posizioni.

Marco Cecchinato – Parigi-Bercy 2018 (foto Erika Tanaka)

SEGUE A PAGINA 2: IL 2019 DEL CECK

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ATP

Medvedev e Cilic si scuotono al Queen’s. Rientro con successo per Anderson

LONDRA – Cambiamento, fiducia, fortuna: i tre big trovano ciò che cercavano nella prima giornata sull’erba di Londra

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Daniil Medvedev - Queen's 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Dal nostro inviato a Londra

Nel tennis come in automobile, dopo mesi di rosso c’è chi aspettava soltanto il verde per ripartire. Marin Cilic, Daniil Medvedev e Kevin Anderson erano tutti alla ricerca del posto giusto per ritrovare buone sensazioni e vittorie; i risultati della prima giornata dei Fever-Tree Championships sembrano dire loro che forse quel posto può essere il Queen’s Club.

La campagna di difesa del titolo di Cilic, nel box del quale sedeva per la prima volta l’ex pro Wayne Ferreira, è partita fortissimo con una striscia di cinque game consecutivi. Soltanto nel secondo set il ventitreenne cileno è riuscito a imbrigliarlo, recuperando il break di svantaggio al momento in cui il croato serviva per la vittoria e costringendolo a un tie-break impegnativo, concluso per 7 punti a 5. Al prossimo turno Cilic affronterà Diego Schwartzman, vincente in appena cinquantadue minuti su un Alexander Bublik che pure aveva disputato due buoni round di qualificazione. Il risultato sorprende specialmente per la superficie sulla quale è giunto: per il peque si tratta appena del secondo successo su erba in carriera nei tabelloni ATP.

 

Bravo dall’inizio alla fine invece Daniil Medvedev, che ha saggiato per primo l’erba del campo centrale con una prestazione eccellente contro Fernando Verdasco. Dopo un inizio di stagione straripante il russo aveva bruscamente rallentato, anche a causa di qualche guaio fisico, e si presentava a Londra con l’obiettivo minimo di interrompere una serie di cinque sconfitte consecutive. “Ma erano state tutte partite tirate, sarebbero potute finire in ogni modo” ha detto dopo una doccia, “sono stato un po’ sfortunato ultimamente”. Oggi invece ha girato tutto per il suo verso e la vittoria è arrivata con tutto il merito, grazie a una resa costante al servizio e anche qualche piccola magia, come la volée appoggiata con cui ha concluso il primo set.

Kevin Anderson – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Ha avuto successo anche il ritorno di Kevin Anderson, al primo torneo dopo lo stop dovuto all’epicondilite (il famigerato “gomito del tennista”). Fermo addirittura dai quarti di finale del Masters 1000 di Miami, il sudafricano è partito un po’ imballato, cedendo a Cameron Norrie il proprio game d’apertura. Da lì in poi i due hanno tenuto la battuta fino a fine set e poi ancora fino al tie-break del secondo, che Anderson si è preso con un ace. Col passare dei minuti il numero due del tabellone ha mostrato di aver atteso di essere pienamente competitivo per ripresentarsi in campo: solido nello scambio, ha bussato alla porta di Norrie per due ore finché, alla decima palla break, il britannico non ha aperto.

Fuori dal centre court intanto Nicolas Mahut continua il suo percorso facendosi largo… tra i giovani: dopo Jarry e Davidovich Fokina nelle qualificazioni, oggi è toccato a un falloso Frances Tiafoe cedergli il passo in due set. Martedì il trentasettenne francese potrà finalmente riposarsi per un giorno con il doppio e scoprire chi, tra Wawrinka e Daniel Evans, sarà suo avversario negli ottavi di finale. Stan e Dan si affronteranno in apertura di un programma monomane, che include Tsitsipas, Dimitrov, Feliciano Lopez, Shapovalov (contro Del Potro!) e il nostro Marco Cecchinato. Sempre che non piova, come invece minaccia di fare.

Risultati:

[4] D. Medvedev b. F. Verdasco 6-2 6-4
[5] M. Cilic b. C. Garin 6-1 7-6(5)
[2] K. Anderson b. C. Norrie 4-6 7-6(5) 6-4
D. Schwartzman b. [Q] A. Bublik 6-2 6-3
[Q] N. Mahut b. F. Tiafoe 6-3 7-6(5)
G. Simon b. [Q] J. Ward 3-6 6-3 7-6(2)

Il tabellone completo

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Focus

Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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