Riecco i soliti due, Nadal e Federer per il duello n.39

Editoriali del Direttore

Riecco i soliti due, Nadal e Federer per il duello n.39

PARIGI – Roger sempre più sorprendente. Torna e vince come se nulla fosse anche dopo 3 ore e mezzo e scambi di 10 e più palleggi contro un Wawrinka di lusso. Ma Wilander lo critica e lui…

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Roger Federer e Rafa Nadal - Shanghai 2017 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

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da Parigi, il nostro inviato

Ma non dovevamo vederci più? Questo potrebbe dire Rafa Nadal a Roger Federer che sembrava aver messo una pietra sopra sulla sua carriera sulla terra rossa quando, dopo l’incidente del bagnetto ai gemelli che lo aveva tenuto lontano dal Roland Garros 2016, decise di non giocarci più nel 2017 e nel 2018, e quasi tutti pensavamo che a Parigi non lo avremmo mai più rivisto. Rafa, naturalmente, a abbandonare Parigi non ci ha proprio mai pensato. Mica è scemo. L’ha vinto 11 volte, punta a vincere per la dodicesima.

 

Quando poi Roger ha annunciato che sarebbe tornato a giocare sulla terra rossa di Madrid, per poi ripresentarsi al Roland Garros, quasi tutti – incluso lui per primo – esprimevamo seri dubbi sulle sue chance di essere davvero competitivo sulla soglia dei 38 anni su una superficie così faticosa, dove gli scambi non di rado superano i 5 colpi e anche i 10.

E invece eccolo qui, di nuovo orgoglioso superstite tra i quattro migliori del torneo, con un solo set perso in 5 incontri. Eccolo qui capace di prendersi una gran rivincita su Stan Wawrinka che nel 2015, nella sua ultima esibizione sul “rosso parigino” proprio qui lo aveva dominato in tre set, 64 63 76.

Lo ha battuto in 4 set (76 46 76 64) a dispetto di tante, davvero troppe occasioni mancate, 16 palle break su 18, grazie soprattutto ai due tie-break vinti dove nei quali si è spesso affidato ad avventurosi, eppur saggi, serve&volley. “Il solo modo per battere uno Stan in queste grandi condizioni di forma era variare il più possibile il gioco, giocare il meno possibile palle uguali” ha detto Roger. Come dargli torto?

Vero, ma sapete che nel duello All-Swiss Federer ha fatto 16 punti in più di Wawrinka (e non sono pochi), facendo 16 punti su 23 quando lo scambio ha superato i 9 palleggi, 29 punti contro 26 di Stan quando i palleggi sono stati da 5 a 8? Ed è stato in campo 3 ore e 35, quando già qualche anno fa lo si era visto in difficoltà dopo le due ore e mezzo.

E non crediate che l’oretta di sospensione dovuta alla pioggia gli abbia giovato. Anzi. Quando non si è più giovanissimi, e né lui né Stan lo sono anche se a quasi 38 anni e a 34 paiono essersi dimenticati del certificato anagrafico fermarsi per un’ora e poi ripartire è molto più duro che non andare a diritto, senza pause.  Credo che questo sia stato uno dei quarti di finale complessivamente più anziani, 72 anni!, nella storia degli Slam open, anche se in taluni del passato c’erano i quasi quarantennis Connors e Rosewall ad alzare la media.

Vero semmai che questo martedì non faceva il caldo di domenica (31 gradi). Si fossero giocate 3 ore e mezzo a quella temperatura avrebbero avuto altro peso, ben altro dispendio di energie. Chissà, magari si sarebbe intrisa di sudore perfino la Uniqlo grigia di Roger, per solito immacolata.

Espressa tutta la mia ammirazione per l’arzillo “vecchietto” di Basilea, mi corre l’obbligo di notare quanto lui non si smentisca mai quando si tratti di essere politically correct, neppure un attimo dopo aver vinto il match su Stan e debba esprimere le sue prime sensazioni al microfono di Cedric Pioline, nel tripudio della folla che ama anche Wawrinka ci mancherebbe!, ma – si sa – Roger all’applausometro stravince sempre dappertutto, anche con Stan The Man, unico mortale capace di interrompere in tre Slam lo strapotere dei supermen Fab 4 e di conquistare, da outsider, le simpatie generali di chi dello stra-dominio dei quattro non ne poteva più e aspirava solo a nuove brezze.

Ebbene che dice Roger? “È stata dura, davvero dura, che grande match ha giocato Stan, mi fa davvero piacere  rivederlo in questa forma. Abbiamo giocato davvero un match di alto livello. Per batterlo dovevo fare molte cose diverse, variare tagli, angoli, attaccare…ho avuto anche fortuna quando su un punto importante ho fatto una volée vincente con il legno (reminiscenze di un tempo che fu…il legno non c’è più, semmai il telaio), ma è stata la forza di Stan che mi ha costretto a prendere dei rischi, a fare ogni volta qualcosa di diverso”.

E fin qui, per carità, bellissimo che Roger voglia tributare all’amico sconfitto, plauso e meriti. Sacrosanto anche che dica: “Sono contento di aver fatto la scelta che ho fatto, di essere tornato a giocare qui, di ritrovarmi in semifinale, fra i quattro migliori giocatori del torneo…– anche qui nulla da dire ma poi aggiunge – e sono felice anche di ritrovarmi a dover giocare con Rafa Nadal”.

Roger Federer e Fabrice Santoro – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Ecco, qui invece Roger ha un tantino esagerato. L’ho pensato io, l’han pensato in tanti, l’ha pensato anche Rafa Nadal cui quando questa frase gli è stata riferita in spagnolo da un collega suo compatriota ha commentato, con il sorriso sulle labbra: “Che sia contento di essersi riqualificato per una semifinale al Roland Garros ci credo…ma che sia felice perché venerdì incontrerà me, ci credo un po’ meno”.

Rafa non lo ha detto con strafottenza, sia chiaro. Non l’ha detto perché è convinto di far polpette di Roger sulla terra rossa, magari sulla base dei precedenti (5 vittorie su 5 qui al Roland Garros, 11 vittorie su 13 sui campi rossi, con sole due sconfitte risalenti a 12 e 10 anni fa, nelle finali di Amburgo 2007 e di Madrid 2009), ma lo ha detto perché come noi ha rilevato quella sottile arte diplomatica che fa sempre dire a Federer le cose più giuste in tutte le situazioni. Sempre politically correct.

Ciò detto, anche se ci sono ancora due giorni per parlarne perché le semifinali maschili si giocano di venerdì – e questo è il motivo per il quale mentre di martedì i quarti femminili si sono giocati prima e dopo quelli maschili, di mercoledì verranno giocato tutti prima: al giovedì si devono giocare le semifinali – e certo Roger avrà recuperato le fatiche di questo martedì, se a quasi 38 anni Roger avesse trovato la chiave per battere Rafa Nadal (che non gli ha più strappato il servizio dal primo game del quinto set della finale dell’Australia Open 2017 e ci ha perso le ultimi cinque volte) anche sulla terra battuta del suo regno… beh credo che potremmo raccontare tutti di aver assistito a un miracolo.

Mats Wilander ha sottolineato una debolezza di Federer che Roger non ha per nulla gradito quando un giornalista gliel’ha riferita: “Hai avuto un sacco di palle break, difficili da convertire oggi, e chiudere è stato abbastanza complicato. Credo che tu abbia fatto un paio di doppi falli nell’ultimo gioco. Mats Wilander dice che invecchiando la pressione per te diventa più difficile da gestire. Mi chiedo se chiudere le partite oggi stia diventando un po’ più difficile per te. “No“, ha risposto con il sorriso ma senza troppe titubanze! “E salutatemi Mats. Non la prendo sul personale, ma comunque mandategli i miei saluti“.

Sorrideva, ma è sembrato anche un po’ acido. Lì, per una volta, Roger non è stato politically correct. E avreste dovuto vedere la sua espressione. Mi ha fatto pensare che forse fra Mats, che esprime spesso suoi giudizi senza troppi peli sulla lingua, e Roger, non corra buon sangue. Ma magari è stato solo un episodio. Appurerò personalmente con Mats.  

A proposito di miracoli…non è un miracolo, invece, che Fabio Fognini abbia realizzato il sogno che accarezzava da sei anni, da quando divenne n.13 del mondo quell’estate dei due tornei tedeschi vinti, Amburgo e Stoccarda, più la finale di Umago, anche se poi tutto sembrava essere sfumato… fino all’aprile scorso, quando ha vinto a Montecarlo il suo primo Masters 1000. Ho scritto ieri perché secondo me Fabio non sfigura affatto al cospetto dei gran parte di quei 15 giocatori che hanno raggiunto come best ranking il n.10, anche se è certo vero che negli Slam l’aver conquistato in tutti questi anni un solo quarto di finale sottolinea che molto più in alto non poteva pretendere di salire.

Ho anche scritto in quel pezzo – lo dico per i più pigri che non vogliono rileggere il mio editoriale – che in questi ultimi tre lustri sia i posti nel ranking sia nelle fasi finali degli Slam erano quasi sempre occupati dai Fab Four e da altri tipo Berdych, Ferrer, Tsonga che sono stati prepotenti nell’accaparrarsi i posti migliori, lasciando solo strapuntini – motivo per cui far strada negli Slam e nel ranking non era proprio banale. Anche quest’anno Fabio faceva notare, con discreta modestia, “ho perso contro Thiem, Tsitsipas e Zverev che sono tutti più forti di me, e molto meglio classificati, i primi alle spalle dei soliti che hanno vinto tutto e che prima o poi dovranno farsi da parte, e quindi non ho poi troppo da rimproverarmi”.

Fabio Fognini – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Direi che non fa una piega il discorso che ha fatto, mentre a parer mio poteva evitare di essere piuttosto scortese con un paio di giornalisti stranieri che hanno provato a fargli un paio di domande e si sono sentiti rispondere con poco garbo. Il primo era un americano corrispondente a Roma dell’Associated Press, il secondo – mi pare di ricordare – un tedesco che voleva chiedere qualcosa su Zverev. Non capisco né perché Fabio non potesse essere più gentile con loro, né perché debba sempre essere solo io che non teme di farglielo presente. Sono fatto così: a me dispiace vedere un collega che se ne esce scuotendo la testa. Non mi piacerebbe che un tennista straniero lo facesse con me.

Ciò detto, e ripetuto, sono invece molto contento per il traguardo raggiunto da Fabio. Potrà raccontarlo a Federico quando il figlioletto che porta il nome di un altro Federico, Luzzi (e questo è stato invece un bellissimo gesto), gli chiederà: “Ma tu papà, quanto sei stato forte?”. E rispondergli sono stato un top 10, uno dei primi dieci del mondo, sarà più bello che dire “Sono stato n.11”, anche se in verità non dovrebbe fare quasi alcuna differenza.

Chiudo, dopo aver letto una nota in cui si segnalavano tutti gli altri top 10 della storia del tennis italiano maschile, e cioè:

  • Nicola Pietrangeli: n.3 nel 1959 e nel 1960 (classifica stilata dal giornalista inglese Lance Tingay)
  • Adriano Panatta: n.4 il 24 agosto 1976 (computer, era open)
  • Corrado Barazzutti: n.7 il 21 agosto 1978 (computer, era open)
  • Uberto de Morpurgo: n.8 nel 1930 (classifica stilata dal giornalista inglese Wallys Myers)
  • Giorgio De Stefani: n.9 nel 1934 (classifica stilata dal giornalista inglese Wallys Myers)
  • Fabio Fognini: n.10 il 10 giugno 2019 (computer, era open).

Ebbene ci sono i tre dell’era Open con Panatta n.4, Barazzutti n.7 e ora Fabio n.10 (inciso: Fabio ha detto che d’ora in poi vorrebbe puntare soprattutto ai grandi tornei, però si è un tantino contraddetto quando ha poi fatto sapere che giocherà i tornei di Gstaad e Umago invece di quelli sul cemento in preparazione dell’US Open: la scelta è certamente collegata alla necessità di difendere i punti del 2018 e il ranking) e poi quelli dell’era Amateur ante 1968, con de Morpurgo, De Stefani e Pietrangeli,

Nella nota si leggeva che Pietrangeli sarebbe stato il più forte di tutti. Beh, senza nulla togliere al grande Nicola, che è stato fortissimo dai 23 a 38 anni (il Federer de noantri…) e quindi un campione molto più resistente come durata al vertice e all’anagrafe di Panatta e Barazzutti, devo dire però che Adriano Panatta è stato n.4 (troppo brevemente, questo sì) quando nel ranking venivano presi in considerazione proprio tutti i migliori tennisti in circolazione. Invece all’epoca di Pietrangeli i migliori erano tutti professionisti.

Difatti nella prima delle due finali vinte a Parigi (1959) Nicola battè il sudafricano Vermaak che non valeva davvero uno dei primi 25 tennisti del mondo. Molto meglio di lui Neale Fraser sconfitto in semifinale. E quando fa il bis l’anno dopo supera il modesto Alain Bresson, un Martin Mulligan ancora giovanissimo, Mario Llamas, Gerard Pilet, Andres Gimeno, un altro francese Robert Haiilet e in finale il cileno Luis Ayala in cinque set. Discreti giocatori ma poco più che onesti, non veri campioni. I migliori erano Gimeno e Ayala. Ora sta a vedere…che nemmeno Pietrangeli mi saluterà più! In realtà non è certo colpa sua se i vari Gonzales, Trabert, Hoad, Rosewall, Sedgman etcetera erano passati alla troupe dei professionisti di Jack Kramer. Lui è stato un grande, ma non ha potuto misurarsi sempre con i più grandi.

Ciò detto è vero che Rosewall disse una volta: “Se noi migliori del mondo stessimo per un mese senza allenarsi su una isola deserta e poi riprendessimo a giocare, Nicola Pietrangeli batterebbe tutti”.


Per commentare il nuovo ‘appuntamento’ tra Federer e Nadal, che si troveranno di fronte per la 39esima volta, ho chiesto al grande amico e collega Steve Flink di scambiare qualche parola con me. Se ho messo di proposito la cravatta che mi aveva regalato? Può darsi…

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Nadal ha smentito chi gli pronosticava vita breve. Sorpasserà Federer?

PARIGI – Non era mai stato così vicino a Roger Federer: solo 2 Slam. E ha 5 anni di meno avendo saltato 8 Slam contro i 4 dello svizzero

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Rafael Nadal, trofeo - Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

da Parigi, il direttore

Non c’era bisogno che Rafa Nadal vincesse per la dodicesima volta il Roland Garros per capire che è stato decisamente il più forte tennista sulla terra battuta della sua epoca.

È forse da sottolineare ancor più – come ha giustamente fatto Steve Flink nel nostro video in inglese – che Rafa ha vinto tutte le finali che ha giocato. Perché, come ha spiegato, quando giochi una finale anche il tuo avversario è in fiducia, l’ha raggiunta dopo aver vinto sei match di fila e magari contro avversari fortissimi (come è stato il caso di Thiem che ha battuto Djokovic n.1 del mondo e vincitore degli ultimi tre Slam).

 

Arrivi in finale, hai tanta pressione addosso, sei il favorito – nel caso di Nadal lo è sempre –  e di solito è quello l’incontro più difficile. Quando perdi in ottavi, come gli è accaduto con Soderling nel 2009, o nei quarti come gli è accaduto con Djokovic nel 2015 (e sono le sole due sconfitte in 95 match), beh è un po’ un’altra cosa. Anche se non significa che hai preso sottogamba l’avversario… figurarsi se Rafa poteva prendere sottogamba Djokovic nel 2015, in quel momento era meno forte e perse.

Tornando a sottolineare l’importanza di quel dato, 12 finali e 12 vittorie, sarà bene ricordare anche che Rafa non ha mai neppure avuto bisogno di arrivare al quinto. Cinque volte ha vinto in tre set, sette volte in quattro. E se scendiamo ancora più nei dettagli relativamente alle sette vittorie in 4 set, osservo che il quarto set è stato un 6-1 con Thiem quest’anno, un 6-1 con Federer nel 2011. Del resto in tutti i suoi 95 duelli parigini due sole volte Rafa è stato trascinato al quinto set. Nel 2011 da John Isner al primo turno e poi da Novak Djokovic quando lo batte’ in quel famoso duello dello smash sbagliato da Novak, direi fosse il 2013

Una supremazia altrettanto schiacciante la dimostrò Borg quando vinse alcuni dei suoi Roland Garros – nel ’78 mi pare che cedette zero set e 32 game, di cui 10 con Tanner, quindi con gli altri sei avversari una media di 3 game a set! – ma un conto è vincere 6 Roland Garros (su 8, ci sono le due sconfitte con Panatta) e un altro è vincerne il doppio.

Si innesta qui poi il discorso degli Slam. Rafa, che ha cominciato dopo a vincerli dopo Roger per motivi anagrafici ne ha concentrati 12 su 18 a Parigi. Da un lato questo è indubbiamente uno straordinario exploit perché negli Slam non l’aveva mai realizzato nessuno (Margaret Court ne aveva conquistati 11, ma in Australia e davanti a concorrenze ridotte) e nei tornei pro anche le 12 vittorie di Martina Navratilova a Chicago non mi paiono comparabile, a prescindere dalla solita diatriba fra valori del tennis maschile e del tennis femminile.

Dall’altro lato questo stesso dato ha un rovescio della medaglia: premia un super-specialista della terra battuta, ma sottolinea rispetto a Federer e soprattutto a Djokovic un CV meno completo; i due rivali hanno distribuito i propri trionfi in maniera più equilibrata fra erba, cemento e terra. Un CV meno completo, dicevo, però ci sono anche 8 finali perdute negli altri Slam oltre ai 6 Slam vinti fuor di terra. Insomma, piano a sostenere che Rafa non sia un tennista completo solo perché sulla terra rossa è di gran lunga il più forte di tutti.

Rafa Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A Djokovic e Federer Rafa ha lasciato solo briciole sulla terra. Uno Slam ciascuno. Ma anche loro non è che sulla terra rossa si siano dimostrati poco forti: Roger ci ha perso 4 finali, Nole 3. Federer sull’erba ha vinto 8 titoli, ma è stato un pochino più… generoso con i due grandi rivali, due Wimbledon ha vinto Rafa, quattro ne ha vinti Djokovic. E poi c’è stato pure Murray, due anche lui.

La novità che emerge da questo Roland Garros dominato oltre ogni dire da Rafa, nonostante un Thiem decisamente cresciuto e protagonista di due splendidi set prima del “piccolo calo” (così lo ha definito lui con un pizzico di generosità verso se stesso), è che Rafa non è mai stato così vicino a Roger nel conto degli Slam. La minima differenza era stata fin qui tre. Ma per il fatto che Roger ha vinto il suo ultimo Slam all’Australian Open 2018 e poi ci sono stati nel mezzo due Roland Garros vinti da Nadal e tre Slam vinti da Djokovic ecco che le distanze fra i due eterni duellanti si sono ravvicinate.

Superare Federer mi farebbe certo piacere, ma non è un’ossessione. Mi considero comunque fortunato per la carriera che ho avuto, certamente al di là delle mie speranze e aspettative. Non mi lamento mai e non ho mai pensato a… ora devo acchiappare Roger oppure no. Non sono preoccupato di queste cose, non puoi sentirti frustrato perché il tuo vicino ha una casa più grande della tua, una tv più grande o un miglior giardino. Questo non è il modo in cui io vedo la vita”.

In un altro momento della sua conferenza Rafa ha anche accennato a quanti Slam ha dovuto saltare per gli infortuni che hanno accompagnato la sua carriera, soprattutto alle ginocchia: io ne ho contati otto. A quelli si sono aggiunti almeno due ritiri, che io ricordi. Ne avrebbe vinto uno o magari anche due su quei 10? Nessuno può dirlo. Roger, dal canto suo, non ha giocato 4 Slam, tre dei quali però erano Roland Garros dove… quando c’è Nadal per tutti gli altri suona a morto. Roger ha saltato anche l’US open 2016 e lì un Federer in buone condizioni avrebbe anche potuto vincere anche se nel 2016 per la verità non brillò mai troppo.

Fra 20 giorni comincia Wimbledon. Lì Roger potrebbe allungare di nuovo a 3, ma anche no. Occorre, oltre che con coloro che non hanno vinto Slam, fare i conti con Djokovic e con lo stesso Nadal che da questo torneo – dopo una stagione rossa un po’ più zoppicante del solito (ha vinto solo Roma prima di Parigi) – potrebbe uscire con grandissima fiducia. “Non giocherò nessun torneo sull’erba – ha annunciato spiegando – due anni fa persi con Muller ma fu una gran partita e fui vicino ai quarti, lo scorso anno sono stato a un punto dalla finale…”.

Non si può dubitare che questo Rafa non sarà competitivo anche sull’erba. E allora entrano in ballo i cinque anni che Federer ha in più. Sì perché, anche se non si può davvero fare previsioni a lunga scadenza, la supremazia di Nadal su tutti gli attuali concorrenti sulla terra rossa sembra tale che – se la salute lo sorreggesse – lo si può immaginare ancora vincitore di un altro Roland Garros e forse anche di due (ok, spingendosi un po’ troppo in là).

Sono tutte supposizioni, come quelle avanzate anche dal sottoscritto quando mi sono sbilanciato su un Djokovic capace di fare anche il Grande Slam come di vincere 3 Slam su 4 in un anno. Ovvio che se Novak ci riuscisse a bissare Wimbledon e US Open, beh la corsa a chi avrà vinto più Slam potrebbe dare ragione a Mats Wilander che vede nel serbo – vedi intervista fatta il giorno del meeting con i testimonial di Eurosport – il recordman assoluto a fine corsa.

Quel che posso concludere adesso, senza avventurarmi in altre profezie impossibili, è che anni fa si sbagliarono in tanti. Erano coloro che avevano pronosticato una carriera breve a Rafa Nadal. Secondo loro Rafa avrebbe pagato i troppi sforzi del suo tennis violento, non fluido e senza sforzo come quello di Federer, avrebbe inevitabilmente patito l’usura e smesso di giocare, o quantomeno di vincere, molto presto. Addirittura prima dei 30 anni, sostenevano parecchi. Beh, chiedete ai sette avversari battuti da Rafa in questo Roland Garros (Hanfmann, Maden, Goffin, Londero, Nishikori, Federer, Thiem) se a loro sia parso di aver affrontato un trentatreenne usurato da troppe maratone.

Rafael Nadal, trofeo – Roland Garros 2019 (via Twitter, @rolandgarros)

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Il flop di Novak Djokovic

PARIGI – La sua semifinale perduta non è come quella di Roger Federer o quella che sarebbe stata se Thiem avesse perso. Perdere 7-5 al quinto non consola. Fa masticare più amaro

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Dominic Thiem, conferenza - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Parigi, il direttore

Ci sono due modi diversi di vivere una semifinale persa al Roland Garros. Per Roger Federer è stata quasi una festa, appena un po’ sciupata dal fatto che Rafa Nadal lo ha ribattuto per la sesta volta su sei e anche piuttosto nettamente, tre set a zero lasciandogli nove game, seppur non come quando (nel 2008) gliene lasciò solo quattro . Ma se a Roger Federer avessero detto che a quasi 38 anni, e dopo 3 anni di digiuno rosso, avrebbe raggiunto ancora una semifinale nello Slam per lui tradizionalmente più ostico – un solo trionfo su 20 e con tante grazie anche a Robin Soderling – sono quasi certo che ci avrebbe messo la firma. Ho messo quel “quasi” perché un campione con il suo orgoglio non firmerebbe mai a priori per una qualsiasi sconfitta prima di un successo. Ma i suoi tifosi, credo, l’avrebbero sottoscritta anche se fino all’ultimo hanno sognato il miracolo di una lezione a Nadal sul suo terreno preferito, nel suo Regno.

Non so se sarebbe stata quasi una festa per Dominic Thiem fermarsi in semifinale, perché un anno fa qui era giunto in finale ed è legittimo, soprattutto per un ragazzo di belle speranze e di ottimi mezzi, porsi l’obiettivo di fare sempre più strada, di non accontentarsi di quanto fatto l’anno prima.

 

Ma Dominic – pur avendo cambiato lo storico allenatore Bresnik per l’olimpionico cileno Massu che miracolosamente tre settimana dopo l’ingaggio lo ha guidato verso la prima importante vittoria sul cemento – il Masters 1000 di Indian Wells – è tornato in finale battendo il n.1 del mondo a caccia del quarto Slam consecutivo. E in finale affronta Nadal: di conseguenza qualunque cosa accada non potrà essere troppo deluso. Se anche riperdesse in tre set come lo scorso anno, beh avrebbe fior di alibi, perché mentre Rafa …che è Rafa – un tipaccio che ha vinto 11 Roland Garros e perso qui solo due volte, da Soderling nel 2009 e da Djokovic nel 2015 – ha giocato solo due match in 4 giorni, martedì e venerdì, e sono stati due match di 3 set ciascuno, lui invece in quattro giorni ha giocato tre volte, mercoledì (Khachanov), venerdi e sabato.

E che partita specie l’ultima! Non sono tanto le 4 ore e 13 minuti a poter pesare (1h e 28 m. venerdì, 2 h e 42 sabato) quanto lo stress di giocare una partita in 4 spezzoni, con le interruzioni, le riprese, la notte nel mezzo in cui non si prende facilmente sonno…magari pensando ( e provo a mettermi nei suoi panni)… ah chissà se non ci avessero interrotto sul 3-1 al terzo, quando c’era tutto il tempo per finire il match… a quest’ora magari sarei già in finale; uhm chissà se gli organizzatori non hanno voluto dare una mano a Novak che in quel momento era in difficoltà…

Magari lui non ci ha pensato proprio, magari ci ha pensato Kiki…si sa, le donne sono talvolta un tantino più malignette… (Ora chissà che mi scriveranno!)

Una fatica fisica e mentale non indifferente, per chi non è un Fab Four ma è certamente sulla terra battuta uno dei primi 4 tennisti del mondo, forse dei primi due a giudicare da quanto successo per due anni di fila qui, quindi sulle ruote di Nadal.

Chi invece non può avere accettato di buon grado la sconfitta in semifinale è Novak Djokovic. Il suo obiettivo, il secondo Grande Slam impuro, il Nole-Slam, non è stato centrato, sebbene Thiem tutto sommato pur avendo quasi sempre condotto nel punteggio, un set a zero, un set pari e 3-1, due set a uno, due set pari e 4-1, due set pari e 5 a 3, lo aveva rimesso in corsa mille volte, trasformando solo 9 palle break su 22, mangiandosi due match point sul 5-3 con due rovescini rattrappiti. Se fosse andati a sentire gli umori dei colleghi in tribuna stampa avreste colto che sull’inatteso 5 pari, la gran parte riteneva che ormai Djokovic l’avesse sfangata e che sarebbe stato lui – a dispetto di un paio di giornate certamente poco brillanti – ad affrontare Nadal in finale.

Tutti in errore. Ha vinto Thiem. E Djokovic ha cercato di fare buon viso a cattiva sorte, ha voluto soprattutto mostrarsi buon perdente – pur essendosi precipitato ancora tutto sudato in sala stampa 5 minuti dopo il dritto vincente finale di Thiem – sottolineando i meriti dell’austriaco, ma ho saputo che ha anche detto ai colleghi serbi (e non agli altri…) frasi abbastanza rivelatrici del suo umore: “Non ho voglia di parlare ancora su quanto è successo ieri…ho già ricevuto abbastanza commenti negativi. Lui ha vinto, è stato più bravo, bravo lui” e poi: “Il tennis è diventato un grande business, il Roland Garros voleva far finire il torneo di domenica a tutti i costi, noi giocatori dobbiamo adeguarci”.

Che è come dire, dopo aver detto in conferenza stampa ufficiale “Non avevo mai giocato con un vento così” (ma le prossime sono parole e pensieri miei che non posso attribuire a lui): “Con quel vento, quelle condizioni climatiche e quelle previsioni, venerdì non si sarebbe dovuti neppure scendere in campo”.

Novak Djokovic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Insomma Novak aveva grandi e giustificate ambizioni. Come un qualsiasi n.1 del mondo che si rispetti. Con gli ultimi tre Slam in bacheca. Con tanti – anche al di fuori della Serbia – che lo consideravano il maggior antagonista di Nadal, se non l’unico in grado di giocarci ad armi pari e forse di batterlo.

Aver perso in quelle circostanze, dopo essersi illuso sul 5 pari di aver rimesso in sesto una baracca pericolante, deve essere stata una mazzata per lui. Avesse vinto con Thiem e magari battuto Nadal sulla terra rossa avrebbe voluto dire avvicinarlo nei titoli Slam, 16 contro 17, e minare il morale del re della terra rossa. Non dico mettere fine alla sua carriera, ma quasi, al di là di quella che sarebbe stata la vittoria n.29 contro 26 di Rafa.

Tutto “Gone with the wind”, via col vento degli ultimi due game da dimenticare ma tutt’altro che facili da dimenticare.

Sì, con tutta la comprensione che è giusto avere nei confronti di un grande campione del quale si sono celebrate tante vittorie ma di cui oggi si deve raccontare anche una pesante sconfitta, questo Roland Garros per Novak è purtroppo un flop, più o meno come lo era stato quello del 2015 quando, battuto Nadal, non c’era chi non lo considerasse grande favorito nella finale che invece fu vinta – e con merito – da uno straordinario Wawrinka. L’avere perso soltanto 75 al quinto non servirà da consolazione. Anzi. Gli farà masticare ancora più amaramente questa sconfitta.

IL VIDEO-COMMENTO DI UBALDO CON STEVE FLINK (in inglese)

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Sicuri che al Roland Garros abbiano fatto scelte giuste?

PARIGI – WTA e Mauresmo hanno contestato la collocazione delle semifinali femminili. Ma non m’hanno convinto. E Djokovic che se ne sarebbe andato? Nadal con Federer, sempre la stessa storia

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

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Tanti anni fa in Arizona (Phoenix o Scottsdale) un’intera giornata di tennis fu sospesa perché il vento rendeva impossibile giocare. Non era più tennis. Anche a Flushing Meadows mi pare un anno, quando c’era vera e propria bufera. Ma non sono sicuro che durò tutto il giorno.

Beh, al Roland Garros il 39mo duello Nadal-Federer non sarebbe mai stato sospeso, visto il ritardo già accumulato e la contestata (da WTA e dal suo presidente Simon) collocazione delle due semifinali femminili sui campi Lenglen e Mathieu. Un affronto machista, è stato giudicato da Amelie Mauresmo e non solo.

 

È anche vero che se avessero cominciato sul centrale, anche a partire dalle 11 e giocato entrambe le semifinali lì (1h e 53m ha impiegato la Barty per battere la Anisimova che aveva recuperato da 0-5 e conduceva 3-0 nel secondo, 1h e 45m ci ha messo la Vondrousova per vincere due set che avrebbe potuto perdere con la Konta e per diventare la più giovane finalista qui dal 2007 e Ana Ivanovic: totale 3h e 37 m) Federer e Nadal non avrebbero potuto scendere in campo prima delle 15. E il loro match non si sarebbe concluso, mentre quello di Thiem e Djokovic non sarebbe neppur cominciato.

In conclusione secondo me gli organizzatori hanno fatto quel che ragionevolmente dovevano fare, anche perché sapete bene che le TV – ormai ovunque padrone dei tornei – mettono delle pesanti clausole se il torneo anziché concludersi alla domenica termina al lunedì. Che poi la cosa sia stata considerata una mancanza di rispetto nei confronti del tennis femminile è un altro paio di maniche. Non dimentichiamo che anche le donne, che ormai godono ovunque di pari montepremi negli Slam, possono garantirsi tutti quei soldi anche se oggettivamente fanno “meno cassetta e biglietti” degli uomini, perché TV e sponsor cacciano tutti quei soldi a fronte di certe garanzie.

Mi pare molto meno giustificabile e comprensibile invece la decisione di sospendere il match fra Thiem e Djokovic. Sul set pari e il 3-1 per Thiem, alle 17,42 e qui fa buio dopo le 21, c’è stata la seconda sospensione, ma si poteva tranquillamente aspettare per vedere se avrebbe smesso di piovere come il meteo sembrava assicurare per un tempo sufficiente a chiudere anche la seconda semifinale.

Novak Djokovic, pioggia – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Avrete letto – spero – l’articolo di Vanni Gibertini. Nel quale vengono riportate le indiscrezioni, poi smentite, secondo le quali Djokovic avrebbe avuto un ruolo attivo nella sospensione. Vero? Non vero? Credo che oggi lo verremo a sapere. Ce lo dirà Thiem… soprattutto se  – è un sospetto… a pensar male si fa peccato ma… – l’austriaco avesse finito per perdere un match che oggi lo vedeva in vantaggio.

Lui non aveva nessuna intenzione di mollare la partita a quel punto, anche perché lui in un’oretta avrebbe potuto portarla a casa più facilmente di Novak in termini di tempo. Nole avrebbe dovuto recuperare il break e o conquistarne un altro, oppure vincere un tie-break a fine terzo set. Poi vincere il quarto. Forse, facendo i calcoli sul tempo che il meteo pareva aver indicato, Djokovic ha sbattuto i piedi e detto “No, non ci sto, se non siamo sicuri di finire comunque io non continuo”.

Ammettiamo che le cose siano andate così, come dicono a Eurosport (Mats Wilander e Barbara Schett), io allora vi dico che in questo caso se ad adottare un atteggiamento del genere lo fa il n.100 del mondo gli danno partita persa. Lo fa il n.1, e per di più in una semifinale di uno Slam, e figurarsi se ciò accade. Aggiungo però, ad attenuare l’assunto che “la legge non è uguale per tutti”, che francamente anche a Djokovic non si può dar torto, perché vabbè che “the show must go on”, però il tempo era schifoso, faceva un freddo boia, pioviscolava qua e là, c’era un vento che per poco non venivano giù gli alberi, tutto si poteva vedere in quelle condizioni fuorché del bel tennis.

L’anno prossimo ci sarà il tetto, ha ricordato un collega a Federer e Roger, pur nella tristezza di una sconfitta piuttosto dura (ma certo preventivata), ha avuto la forza di sorridere e replicare: “Ma chissà se ci sarò io!” E poi: “Comunque questo è un torneo outdoor, se c’è solo il vento è giusto giocare fuori, a tetto scoperto”.

Sportivo in quest’asserzione Roger, dopo aver detto quanto sia stato duro giocare con quelle condizioni contro uno come Nadal (ok c’era vento anche per lui, ma il loro tennis è ben diverso; se a Federer entrano meno servizi veloci perché deve cercarsi la palla per aria le conseguenze sono diverse da quelle che toccano a Nadal che i punti li fa più nei palleggi prolungati che al servizio… tanto per dirne una sola e ce ne sarebbero di più), però io non sono poi così d’accordo. Anche se capisco che vanno tenute in conto anche le esigenze degli spettatori che hanno acquistato i biglietti. Quando c’è un vento terribile come ieri, beh si deve poter sospendere il match come se piovesse, o come quando in Australia ci sono temperature spaventose e rischiose per la salute dei giocatori.

Aggiungo per aver giocato con le lenti a contatto ai miei modesti livelli che quando c’è così tanto vento e pioggerellina pur fine, è un inferno. Attraverso il quale deve essere passato Nole che, appunto, gioca con le lenti, come ricorderanno coloro che lo videro una volta scorticarsi quasi un occhio per togliersi una lente che o era già uscita per conto suo, oppure non voleva sapere di uscire da sotto le palpebre perché Nole ne aveva sovrapposta un’altra (una delle tre…mica posso ricordare tutto!). Agli spettatori della seconda semifinale la decisione degli organizzatori ha significato l’immediata restituzione del biglietto. Ho visto fuori dalle uscite la Federtennis francese immediatamente restituire i soldi (perché per ogni semifinale oggi si pagava un biglietto diverso). Ogni commento con situazioni recenti… stavolta ve lo evito.

Per quanto riguarda il match vinto da Nadal ho già scritto un commento (messo in evidenza perché fatto un minuto dopo la conclusione della partita) sotto all’eccellente pezzo di cronaca di Agostino Nigro le cui sole righe finali meriterebbero applausi a scena aperta: “Roger se ne va, verso Londra, verso i prati di Wimbledon. Ma a Parigi no, Roger non vive più qui. Che strano è morire al Roland Garros. Si muore nella terra, si rinasce fili d’erba”. Credo di potervi serenamente consigliare di andare a leggere tutto il resto. Ci sono alcune perle che… gli invidio. Sarebbero piaciute anche a Gianni Clerici (che approfitto per salutare con affetto; sono due anni che non viene qui, ci manca davvero, come del resto Rino Tommasi).

Oggi vedendo Rafa raggiungere per l’ennesima volta la finale a Parigi – e in tutto il torneo ha ceduto un solo set a Goffin, dominandolo negli altri tre – mi è venuta in mente la celebre frase del calciatore inglese Gary Lineker sul calcio: “Il calcio è quello sport che si gioca in undici e poi vince sempre la Germania”. Beh, il torneo non è finito, magari chi vince fra Thiem e Djokovic vincerà questo torneo (28-26 il bilancio dei duelli Djokovic-Nadal, 8-4 Nadal Thiem ma con l’austriaco capace di batterlo 4 volte sulla terra rossa, uno ogni anno negli ultimi quattro – Rafa incroci le dita e tocchi ferro) ma quel lettore che ha scritto in un post “Il Roland Garros è quel torneo cui prendono parte 128 giocatori e 128 giocatrici, ma chi lo vince è sempre Rafa Nadal” mi ha ricordato Lineker e fatto sorridere.

Rafael Nadal – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

C’è poco da discutere: sulla terra rossa dopo sei vittorie consecutive di Rafa su Roger, a tutte le età, chi pensa ancora che Rafa non sia più forte – Quando a dirlo è lo stesso Federer che l’altro giorno aveva detto “Ci si prova sempre, potrebbe essere malato…”, beh che volete che vi dica di più? – non è una persona obiettiva. “Non ho rimpianti, ho avuto mini-occasioni, stasera non piango, tranquilli!” ha avuto la forza di sorridere Roger che esce comunque più che a testa alta da questo torneo. A quasi 38 anni non si può davvero giocare meglio di così.

Oggi il tempo dovrebbe essere clemente. E il tennis migliore, anche se poche volte ci si diverte, ci si stupisce, si lanciano ohhh di ammirazione come quando si vede battagliare Federer e Nadal, vinca chi vinca… cioè qui Nadal, cioè forse (vista la ottima forma palesata) Federer a Wimbledon. 

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