Numeri: non c'è troppa vita fuori dall'Europa. Thiem erede di Nadal?

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Numeri: non c’è troppa vita fuori dall’Europa. Thiem erede di Nadal?

Tanti numeri da segnalare dopo l’abbuffata parigina: Barty vince più di tutte, l’Europa domina entrambe le classifiche ma tra le donne c’è il ricambio. Non una regina, però…

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

4 – le tenniste (Kerber, Serena Williams, Georges e Hsieh) nella top 30 del ranking WTA ad aver superato i trent’anni. Solo la tedesca ex numero 1 del mondo è nell’attuale top 10, la cui età media è di circa 25 anni e mezzo (non va dimenticato che le prime due della classifica di questa settimana hanno rispettivamente 21 e 23 anni). Non solo: sono ben dodici le giocatrici tra le prime trenta della classifica a non aver superato i ventitré anni e tra loro Vondrousova, Andreescu e Anisimova non hanno nemmeno vent’anni. Un ricambio generazionale reso evidente anche dall’ultimo Roland Garros, nel quale le più “anziane” ai quarto sono state le ventottenni Konta e Martic.

Una situazione quasi opposta si riscontra invece tra gli uomini: ben cinque tennisti nella top 10 (la cui età media è di quasi 29 anni) hanno più di 32 anni e solo tre – Zverev, Tsitispas e Khachanov – sono nati dal 1996 in poi. Non va “meglio” allargando lo sguardo ai primi 20: in tale fascia di classifica, diventano undici gli over 30. La differenza con il circuito femminile diventa meno marcata se si guardano invece i primi trenta giocatori: sono nove (tra i quali il nostro Berrettini) a non aver compiuto ancora 24 anni e con Auger Auliassime, attuale 21 ATP, troviamo anche un under 20. A prescindere dalla presenza di tre campioni oramai leggendari – che con la loro età ormai matura alzano la media dei primi della classe – la diversa tendenza dell’età di maturazione tennistica tra uomini e donne sembra allargarsi sempre di più.

8 – i giocatori europei nella top 10 dell’ultima classifica ATP (e sono ben diciassette tra i primi venti). Con l’ingresso nella top 10 di Fognini e Khachanov e la contestuale uscita di Del Potro e Isner, il ranking ATP certifica sempre più un’andamento diventato più netto nell’ultimo quindicennio. Del resto, l’ultimo numero 1 non europeo è stato Andy Roddick – l’undicesimo, tra i precedenti ventidue tennisti sulla vetta del ranking, a non provenire dal Vecchio Continente – che cedette la cima della classifica nel febbraio 2004 a Federer. Inoltre, dalla vittoria di Gaston Gaudio del Roland Garros di quello stesso anno, Del Potro ha vinto nel 2009 (US Open) l’unico Slam non europeo.

Sempre dal 2004, la Coppa Davis, vinta sino a metà anni Settanta quasi esclusivamente da Australia e Stati Uniti, solo in due circostanze – dagli USA che colsero nel 2007 a Mosca la vittoria della loro trentaduesima Insalatiera d’argento e dall’Argentina nella finale di Zagabria nel 2016 – è stata vinta da nazionali non appartenenti al Vecchio Continente. Un fenomeno simile, sebbene non di così importante entità (le sorelle Williams hanno dominato gli anni Duemila e due delle attuali prime tre del ranking WTA sono tenniste non europee) e di lunga durata, avviene anche tra le donne: solo tre giocatrici nella top 10 non provengono dal Vecchio Continente e ve ne sono appena altre tre nella top 20. La stessa Fed Cup, dal 2001 in poi è sempre stata vinta da nazioni europee, ad eccezione del diciottesimo successo statunitense, avvenuto nel 2017.

I festeggiamenti statunitensi dopo la vittoria del 2017

9 – i tornei vinti sulla terra battuta da Dominic Thiem (i più importanti sono gli ATP 500 di Rio nel 2017 e quello di Barcellona, conquistato due mesi fa). Dal 2015, anno del suo primo titolo sulla terra battuta (a Nizza, in finale su Leo Mayer) e prima stagione terminata nella top 20, solo Nadal con tredici successi sul rosso ha fatto meglio – dopo Thiem, seguono in questa particolare classifica Djokovic e Fognini con cinque e Zverev con quattro – dell’attuale numero 4 ATP, primo al mondo tra le non leggende tennistiche ancora nel circuito. L’austriaco classe 93 ha continuato di anno in anno la sua ascesa nel ranking completandosi come tennista (il successo sinora più importante della carriera è arrivato sul cemento di Indian Wells lo scorso marzo) e raggiungendo anche importanti piazzamenti (le finali al Masters 1000 di Madrid nel 2017 e nel 2018 e, negli stessi anni, rispettivamente la semifinale e la finale al Roland Garros).

Le scorse due settimane hanno definitivamente consacrato Thiem come numero due del mondo sulla terra battuta: non solo per la seconda finale consecutiva allo Slam parigino, ma per la vittoria – sofferta ma meritata – su Djokovic, col quale si è portato sul tre pari nei confronti diretti sul rosso (ne ha tra l’altro vinti tre degli ultimi quattro). Proprio il bilancio favorevole negli head to head sul mattone tritato contro gli altri grandi protagonisti su questa superficie (4-1 contro Zverev, 2-1 su Fognini e Tsitsipas, 2-0 su Federer, 1-0 su Murray ed è sull’1-1 con Wawrinka e Nishikori) e la capacità di sconfiggere dal 2016 una volta all’anno Nadal rendono Thiem, ancora 25enne, l’attuale erede al trono del regno della terra rossa. 

 

10 – il nuovo best career ranking di Fabio Fognini. Un traguardo giustamente molto celebrato in Italia: era addirittura dal 1978 che un italiano (Corrado Barrazzutti) non era presente nella fascia di classifica più prestigiosa del nostro sport. Il ligure la inseguiva da diversi anni: già nel 2013 era entrato per la prima volta nella top 20, una zona del ranking ATP nella quale ha fin qui chiuso tre stagioni (con una quarta, il 2015, terminata da 21 ATP). Complessivamente, è da quasi centoquaranta settimane totali uno dei primi venti tennisti al mondo. Doveva arrivare per forza il suo momento e, dopo gli ottavi al Roland Garros e i concomitanti favorevoli risultati degli altri giocatori, è arrivata anche la conquista del decimo posto del ranking. Che sia giusto quanto abbia conquistato con i risultati delle ultime cinquantadue settimane lo si evince del resto confrontando alcuni importanti parametri (vittorie contro top 10 e top 5, titoli e finali nel circuito maggiore) con quelli degli altri quattordici tennisti che, da quando nel 1973 è iniziata l’era Open, abbiano raggiunto la decima come miglior posizione nel ranking (anche il direttore si era dilettato in questo confronto).

Solo Fibak (trenta vittorie contro top 10 e quattordici contro top 5, quattordici titoli e quindici finali) e Gustafsson (rispettivamente diciannove successi contro i primi dieci e nove contro i primi cinque, quattordici titoli e dodici finali) hanno numeri migliori di Fabio in ciascuno di questi quattro parametri presi in considerazione. Felix Mantilla supera Fabio in tre di essi (come Fognini, ha battuto sette volte un top 5), mentre sono ben sei (Gorman, Tulasne, Pernforns, Costa, Carreno e Pouille) ad avere numeri peggiori del vincitore dell’ultimo Masters 1000 monegasco in tutti e quattro i parametri, senza dimenticare che altri due (Jaite e Gulbis) in ben tre hanno cifre inferiori.

Davvero adesso a Fabio manca forse solo un ultimo obiettivo da centrare prima di concludere quella che in ogni caso sarà un’ottima carriera: un risultato migliore dei quarti di finale in un torneo dello Slam. Un piazzamento che, è giusto ricordarlo, non è stato raggiunto nemmeno da altri due numeri 10 del ranking come Fibak e Gustafsson, senza dimenticare che Tulasne, Monaco e Costa non hanno mai centrato nemmeno i quarti.

11 – le volte in cui Rafa Nadal ha chiuso il Roland Garros in testa alla ATP Race. Dal 2007 a oggi solo nel 2015 e nel 2016 (quando a Parigi si imposero rispettivamente Wawrinka e Djokovic) il campione maiorchino non è arrivato all’inizio della stagione sull’erba da leader della classifica. Nel calcio un traguardo analogo a quello conquistato dal maiorchino potrebbe essere quello di “campione d’inverno”, in questo caso potrebbe forse definirsi “d’inizio estate”. Quest’anno Rafa è riuscito a confermarsi in tale obiettivo parziale recuperando i cinquecento punti che lo distaccavano, prima del secondo Major stagionale, da Djokovic: l’eliminazione in semifinale del serbo (assieme a Soderling, l’unico ad averlo mai sconfitto al Roland Garros in ben novantacinque incontri giocati dal maiorchino sul rosso parigino) e il suo dodicesimo successo francese gli hanno consentito di centrare un obiettivo che testimonia come la sua preparazione sia finalizzata per essere al meglio della condizione durante la primavera europea.

Rafa Nadal e Dominic Thiem – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Nadal è riuscito così spesso a essere a giugno il numero 1 della Race non solo perché è il miglior terraiolo della storia: del resto sul rosso gioca ormai solo cinque tornei all’anno e per essere il primo al mondo in questo periodo dell’anno bisogna fare tanti punti anche sul cemento all’aperto nei primi tre mesi e mezzo della stagione. In particolar modo negli ultimi anni (prima della semifinale giocata nel 2018, a Wimbledon non arrivava ai quarti dal 2011) ha avuto sempre un netto calo nella seconda parte di stagione. A partire dal 2014, ha vinto appena quattro tornei tra luglio e fine stagione (ben due dei quali nel 2017, poi concluso in testa al ranking); questo non gli ha impedito, nell’intera carriera, di chiudere quattro stagioni da numero 1 al mondo (2008, 2010, 2013, 2017) e sei da numero due ATP (2005, 2006, 2007, 2009, 2011, 2018)

31 – le partite vinte nel 2019 da Ashleigh Barty. Nessuna tennista quest’anno ha fatto meglio per qualità – ha vinto uno Slam e un Mandatory su due superfici diverse e fatto finale al Premier di Sydney – e quantità di partite vinte. La nuova numero 2 del mondo, separata da appena 136 punti dalla vetta della classifica, è prima per numero di partite vinte nella prima metà dell’anno tennistico. La inseguono Bencic, Konta e Pliskova con 29, Kvitova e Vondrousova con 28, Halep e Bertens con 27, Osaka con 21. Nonostante fosse in grande ascesa, la sua scarsa esperienza sulla terra – al Roland Garros aveva vinto appena due partite in cinque partecipazioni e sul rosso, nei soli quindici tornei del circuito maggiore ai quali aveva partecipato, aveva giocato una sola semifinale, l’anno scorso nel piccolo International di Strasburgo – non la poneva tra le principali favorite della vigilia.

Invece, dopo aver perso solo sedici game complessivi contro Pegula, Collins e Petkovic, e dopo aver ceduto un set in ottavi contro Kenin (6-3 3-6 6-0), ha battuto in due set Keys (6-3 7-5) nei quarti, dando probabilmente una svolta al suo torneo. In semifinale contro Anisimova è arrivato il momento più difficile: sotto di un set e 0-3 nel secondo è però riuscita a rimontare, inanellando un parziale di dodici games a tre che le ha consegnato la vittoria. La finale vinta nettamente contro Vondrousova l’ha lanciata nell’Olimpo del tennis, dimostrando l’assoluta bontà della scelta di ritornare al tennis

Ashleigh Barty – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Come è infatti noto, dopo un brillante percorso tra gli Juniores (finale a Wimbledon e semi agli Us Open nel 2011) nel suo passaggio al professionismo era riuscita solo nel doppio a confermare le grandissimi aspettative che i connazionali riponevano su di lei. Una pressione troppo forte che le aveva tolto la gioia di essere in campo e che l’aveva spinta nel 2014 a ritirarsi e dedicarsi all’altra sua passione, il cricket. Dopo aver fortunatamente sentito nostalgia del tennis, Barty rientrava nel circuito nel 2016. Era poi il 2017 l’anno della svolta: partiva da 271 WTA  e lo terminava nella top 20, grazie al titolo a Kuala Lumpur e due finali nei Premier di Birmingham e Wuhan, torneo nel quale sconfiggeva ben tre top 10 (Pliskova, Ostapenko e Konta). L’anno scorso continuava la sua crescita: chiudeva al 15 WTA, grazie alle vittorie al “Masters B” di Zhuhai e a Nottingham, nonché alla finale di Sydney. E ora, dopo questa prima parte brillante di 2019, sembra che il meglio possa ancora venire.

6486 – i punti di Naomi Osaka, numero 1 al mondo. Non è molto corretto il confronto con la classifica ATP, strutturata con un calendario di tornei che distribuisce in maniera leggermente diversa i punti, ma è comunque curioso notare come Djokovic ne abbia praticamente il doppio (12715) e che con i punti della giapponese, tra gli uomini, si sarebbe solo al quarto posto del ranking. Basterebbe ricordare come gli ultimi dieci Major giocati abbiano avuto nel singolare femminile nove vincitrici diverse, ma, per inquadare ancora meglio il grande equilibrio (e il livellamento verso il basso) del circuito WTA – che se da un lato favorisce l’incertezza sui vincitori e regala sempre nuove storie da raccontare, dall’altro fa venire dubbi sulle attuali capacità delle migliori giocatrici – è utile fare un confronto con le classifiche finali delle ultime stagioni e i relativi punti delle numero 1.

Del resto, da quando nel 2017 Serena Williams è momentaneamente uscita dal circuito per diventare mamma e poi rientrare come copia sbiadita di se stessa -quantomeno non come era abituata a giocare, visto che non vince un titolo dagli Australian Open di due anni e mezzo fa – Simona Halep ha chiuso da leader della classifica in entrambe le stagioni con meno di 7000 punti. Da quando il calendario WTA è stato rivoluzionato nel 2009 (e con esso l’assegnazione dei punti), mai la prima al mondo aveva chiuso l’anno con così pochi punti e solo nel 2011 Wozniacki, numero 1 con 7485, aveva finito con meno di 8000 (il record in senso opposto si è verificato nel 2013, quando Serena chiuse con 13260 punti). Con i due Slam consecutivi vinti da Osaka tra New York e Melbourne si pensava si fosse invertita la tendenza, ma la giapponese ha vinto appena dodici partite nei successivi cinque tornei disputati e deve ancora dimostrare tanto prima di poter considerare la sua una lunga cavalcata. Cercasi regina.

Naomi Osaka – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

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ATP

ATP San Pietroburgo, avanzano Bublik e Korda

Giornata di riscaldamento in Russia, in attesa di Rublev, Shapovalov, RBA e Aslan

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Sebastian Korda – ATP 250 Delray Beach 2020 (foto via Twitter @DelrayBeachOpen)

Un classico lunedì tranquillo al St. Petersburg Open, con tre soli incontri di singolare del tabellone principale. Sebastian Korda viene impegnato più del previsto da Nino Serdarusic, wild card croata che cede in due set molto tirati, con un solo break in tutto il match. Il primo parziale si decide al tie-break, con Korda che prende subito il largo aiutato dall’imprecisione del n. 248 ATP e mette a referto il 7-2. Nel secondo set, sul 5 pari, un paio di ottime risposte su altrettante seconde di Serdarusic e due gratuiti consentono a Korda di chiudere con la battuta. “Penso che lui abbia assolutamente giocato a un livello molto superiore alla sua classifica” spiega il classe 2000 di Bradenton. “Entrambi abbiamo servito molto bene, con tante prime in campo”. Tre su quattro, infatti, con percentuali di trasformazione più alte per Sebi, ma di tutto rispetto anche quelle di Nino che ha annullato 6 palle break delle 7 concesse. Non è invece mai riuscito a rendersi pericoloso in risposta e avrebbe forse dovuto provare a cambiare la posizione in ribattuta, sempre molto vicina al campo sulla prima statunitense e raramente aggressiva sulla seconda, contrariamente a quanto proposto da Korda, che ora affronterà il vincente fra van de Zandschulp e Nishioka, un duello tra qualificati.

Prima di loro, Jan-Lennard Struff ha fatto suo in due set il confronto inedito con James Duckworth, il ventinovenne di Sydney tormentato da mille infortuni che ha iniziato la stagione fuori dai primi 100 e ora è un solo passo dal varcare per la prima volta la soglia della top 50. Nell’occasione, ha faticato eccessivamente sulla propria seconda e non è riuscito a prendersi il primo parziale pur servendo sul 5-3 anche per merito della reazione tedesca. Struff si scatena anche nel tie-break per poi incamerare 6-3 la seconda partita in virtù dello strappo in un quarto gioco da ventisei punti. Al secondo turno troverà Alexander Bublik che senza alcun problema apparente supera Evgenii Tiurnev con un break per set in poco più di un’ora. Il numero 304, wild card alla seconda apparizione nel Tour, è in realtà coetaneo e concittadino del naturalizzato kazako nativo però di Gatchina, in Russia, e il bell’abbraccio sorridente fra i due a fine match fa intuire che qualcosa li lega: “Non ci volevo giocare” dirà infatti Bublik. “Siamo cresciuti insieme, è stato un incontro difficile e molto emotivo”.

Risultati:

 

J-L. Struff b. J. Duckworth 7-6(3) 6-3
[8] S. Korda b. [WC] N. Serdarusic 7-6(2) 7-5
[7] A. Bublik b. [WC] E. Tiurnev 6-3 6-4

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ATP

Jannik Sinner vince ad Anversa il quarto titolo dell’anno: best ranking e Torino più vicina

Ancora una prestazione impeccabile dell’azzurro che regola Schwartzman con un doppio 6-2

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Jannik Sinner - Anversa 2021 BELGA PHOTO KRISTOF VAN ACCOM

[1] J. Sinner b. [2] D. Schwartzman 6-2 6-2

Con un’altra prestazione maiuscola, Jannik Sinner mette le mani sul trofeo di Anversa regolando Diego Schwartzman con lo stesso doppio 6-2 con cui si era imposto sabato contro Harris. Nell’ora e un quarto di gioco, il pur rapidissimo e solido argentino è stato travolto dal ritmo imposto agli scambi da un Sinner dominante su entrambe le diagonali e incontenibile nelle accelerazioni in parallelo; molto bene anche al servizio nonostante l’usuale non altissima percentuale di prime, ma dalle quali ha ricavato 21 punti su 23, piantando anche otto ace.

L’occhio va subito alla classifica, con quel numero 11, a soli 55 punti dalla top ten, che è anche best ranking. E, altrettanto importante, è il passo avanti nella Race, con il sorpasso su Norrie che vale il nono posto (non contando Nadal, fermo per il resto della stagione), a 110 punti Hurkacz. Dopo il bis a Sofia, avevamo accennato alla possibilità ancora aperta di diventare il primo azzurro a vantare quattro titoli in una stagione. Non sappiamo se Jannik si sia distrattamente soffermato a pensare “possibilità?” con la giusta e necessaria dose di presunzione, ma di sicuro il nostro non se l’è fatta sfuggire.

 

IL MATCH – Entrambi arrivano in finale senza aver ceduto alcun set, con el Peque che in semifinale ha fatto valere il peso dell’esperienza su un Brooksby peraltro al sesto incontro della settimana, mentre Sinner ha impressionato tenendo a bada il servizio di Lloyd Harris. Avversario ovviamente ben diverso da Harris, Schwartzman inizia tenendo la battuta, subito imitato da Sinner. Diagonale sinistra proposta dall’uno e volentieri accettata dall’altro, entrambi vogliono mettere in campo il loro miglior ritmo prendendosi l’opportuno margine di sicurezza per valutare se sia sufficiente a prevalere. L’azzurro tira più forte e sta più vicino al campo, quindi il ventinovenne di Buenos Aires può solo confidare negli errori del nostro – errori gratuiti, perché, costretto troppo lontano, ha poche chance di forzarli. Hanno invece il passaporto argentino i due brutti dritti che, seguiti da un paio di gran punti in accelerazione di Sinner, valgono il sorpasso già al terzo game, subito consolidato da un turno di servizio autoritario contro quello in vetta alla classifica dei migliori ribattitori delle ultime 52 settimane.

L’angolo della telecamera principale non rende giustizia alle traiettorie dell’azzurro che mette in mostra anche esiziali dritti stretti che aprono in campo quanto e più del rovescio sull’altro lato. Dopo un altro break che vale il 4-1, sembra esserci esserci un attimo di rilassamento, ma Jannik non ha intenzione di concedere nulla e da sinistra salva le due opportunità argentine di accorciare. Diego rimane aggrappato ai punti come un mastino, annulla due set point al settimo gioco e tenta di opporsi al 40-0 di quello successivo prima di capitolare alla quinta opportunità.

Sinner non si siede sugli allori del quarto 6-2 consecutivo inflitto agli avversari e parte fortissimo anche nel secondo parziale scatenando il rovescio lungolinea che, insieme al dritto micidiale, spiana la strada all’immediato vantaggio. Schwartzman può solo cercare di rimanere in scia, non perdere troppo campo e tenere la testa fuori dall’acqua in attesa di un calo dell’avversario che, viceversa, non accenna a lasciare la presa. Anzi, prosegue sullo stesso ritmo forsennato e ogni piccolo errore di Diego diventa pesante come un macigno nell’economia del punteggio. Inevitabile un altro break e un altro 6-2 per il nostro giovanissimo alfiere che alza il quinto trofeo ATP in carriera su sei finali disputate. Per quanto riguarda invece i rimpianti per quella persa a Miami, in attesa della conclusione della Corsa a Torino, di certo si affievoliranno sempre più fino a svanire di fronte a questo livello di tennis.

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ATP

ATP Mosca: a Karatsev il derby russo, Cilic a caccia del ventesimo titolo

Khachanov dura un set contro il connazionale. Acuto di fine stagione per il trentatreenne croato, che elimina Berankis

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Aslan Karatsev - Mosca 2021 (foto Telegram VTB Kremlin Cup)

La folta presenza di tennisti russi nel torneo ATP 250 di Mosca ha trovato in Aslan Karatsev il più valido rappresentante per conquistarsi un posto in finale. Il ventottenne infatti ieri ha sconfitto 7-6(7) 6-1 il connazionale Karen Khachanov in un incontro tanto equilibrato ed incerto nel primo set quanto rapido e a senso unico nel secondo. Nel tie-break che ha deciso la prima frazione Karatsev su è trovato sotto 6 punti a 3 e in totale è stato in grado di annullare 4 set point. “Ho cercato di non pensare al punteggio nel tie-break e di giocare un punto alla volta”, ha detto Karatsev nell’intervista in campo a fine partita. Sul 5-6 ho messo a segno una grande risposta e lui si è innervosito, ed è così che sono riuscito a vincere. Per me significa tantissimo raggiungere la finale; sono stato a questo torneo molte volte, quindi la finale di domani sarà speciale per me”.

Esploso in Australia quest’anno – dove al primo Slam giocato in carriera ha raggiunto la semifinale – Karatsev ha dimostrato ampiamente che non si trattava di un episodio isolato, ma bensì semplicemente un processo di maturazione avvenuto ad un’età particolarmente avanzata per uno sportivo. Attualmente è N.22 del mondo e addirittura matematicamente sarebbe ancora in corsa per un posto alle ATP Finals di Torino, occupando la posizione N.13 della Race (con 2.180 punti), 775 punti dietro Hurkacz l’ultimo giocatore qualificato. Al momento tutto questo discorso passa in secondo piano, tuttavia, perché per Aslan c’è qualcosa di più importante: alle 15 di domenica 24 ottobre giocherà la sua terza finale ATP – ovviamente raggiunte tutte in questa stagione – e l’obiettivo è portare a casa il secondo trofeo dopo quello di Dubai a marzo.

Piccola curiosità statistica su Karatsev: il russo è il primo tennista dal 1992 a disputare nella stessa stagione almeno due finali di singolare, doppio e doppio misto. L’ultimo a riuscirsi era stato 29 anni fa l’australiano Mark Woodforde, vincitore in carriera di 17 prove Slam tra doppio e doppio misto, e 4 titoli ATP di singolare. Karatsev invece quest’anno ha raggiunto la finale in doppio sempre al fianco del connazionale Andrej Rublev nell’ATP 250 di Doha perdendo, e più recentemente al Masters di Indian Wells portando a casa il titolo. Per quel che riguarda il doppio misto invece in entrambe le occasioni era al fianco di Elena Vesnina ma i due hanno perso sia al Roland Garros che alle Olimpiadi di Tokyo.

 

Ad opporsi al gioco d’anticipo del russo nella finale dell’ATP 250 di Mosca ci sarà il veterano Marin Cilic. Nonostante il trentatreenne croato abbia ormai abbandonato da un po’ di tempo i piani alti del tennis, il suo gioco potente gli permette ancora di togliersi tante soddisfazioni, e così in semifinale è arrivata la vittoria 6-3 6-4 sul lucky loser lituano Ricardas Berankis. Quest’anno Cilic, nonostante le prestazione opache negli Slam, è riuscito a togliersi qualche soddisfazione, tra cui il titolo vinto sull’erba di Stoccarda; se dovesse accaparrarsi anche il trofeo di Mosca arriverebbe al ragguardevole traguardo di 20 titoli in carriera su 35 finali disputate. Ricordiamo che in passato ha già vinto otto tornei sul cemento indoor, a dimostrazione di quanto il suo gioco sia adattabile ad ogni condizione e superficie.

In una notevole prestazione al servizio contro Berankis, Cilic ha messo a segno 10 ace e ha vinto l’83% (33/40) di punti con la sua prima di servizio per concludere l’incontro dopo un’ora e 31 minuti. “È stata una partita difficile, Ricardas ha giocato bene”, ha detto Cilic a fine gara. “Il primo set è stato fantastico da parte mia, ho servito alla grande, ma poi Ricardas ha iniziato a trovare il suo ritmo e ha giocato molto meglio nel secondo. Si è trattato di un incontro ostico e mentalmente difficile, ma sono riuscito a giocare il mio miglior tennis al momento giusto”. Oggi il croato scenderà in campo per la terza volta in carriera nell’atto conclusivo del torneo di Mosca, dove ha già trionfato due volte nel biennio 2014-15 battendo in entrambi i casi Bautista Agut. L’unico precedente tra Cilic e Karatsev è avvenuto ad agosto di quest’anno sul cemento di Cincinnati al primo turno, dove a vincere è stato Cilic per 7-5 6-3.

Qui il tabellone completo dell’ATP di Mosca e degli altri tornei della settimana

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