Numeri: non c'è troppa vita fuori dall'Europa. Thiem erede di Nadal?

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Numeri: non c’è troppa vita fuori dall’Europa. Thiem erede di Nadal?

Tanti numeri da segnalare dopo l’abbuffata parigina: Barty vince più di tutte, l’Europa domina entrambe le classifiche ma tra le donne c’è il ricambio. Non una regina, però…

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

4 – le tenniste (Kerber, Serena Williams, Georges e Hsieh) nella top 30 del ranking WTA ad aver superato i trent’anni. Solo la tedesca ex numero 1 del mondo è nell’attuale top 10, la cui età media è di circa 25 anni e mezzo (non va dimenticato che le prime due della classifica di questa settimana hanno rispettivamente 21 e 23 anni). Non solo: sono ben dodici le giocatrici tra le prime trenta della classifica a non aver superato i ventitré anni e tra loro Vondrousova, Andreescu e Anisimova non hanno nemmeno vent’anni. Un ricambio generazionale reso evidente anche dall’ultimo Roland Garros, nel quale le più “anziane” ai quarto sono state le ventottenni Konta e Martic.

Una situazione quasi opposta si riscontra invece tra gli uomini: ben cinque tennisti nella top 10 (la cui età media è di quasi 29 anni) hanno più di 32 anni e solo tre – Zverev, Tsitispas e Khachanov – sono nati dal 1996 in poi. Non va “meglio” allargando lo sguardo ai primi 20: in tale fascia di classifica, diventano undici gli over 30. La differenza con il circuito femminile diventa meno marcata se si guardano invece i primi trenta giocatori: sono nove (tra i quali il nostro Berrettini) a non aver compiuto ancora 24 anni e con Auger Auliassime, attuale 21 ATP, troviamo anche un under 20. A prescindere dalla presenza di tre campioni oramai leggendari – che con la loro età ormai matura alzano la media dei primi della classe – la diversa tendenza dell’età di maturazione tennistica tra uomini e donne sembra allargarsi sempre di più.

8 – i giocatori europei nella top 10 dell’ultima classifica ATP (e sono ben diciassette tra i primi venti). Con l’ingresso nella top 10 di Fognini e Khachanov e la contestuale uscita di Del Potro e Isner, il ranking ATP certifica sempre più un’andamento diventato più netto nell’ultimo quindicennio. Del resto, l’ultimo numero 1 non europeo è stato Andy Roddick – l’undicesimo, tra i precedenti ventidue tennisti sulla vetta del ranking, a non provenire dal Vecchio Continente – che cedette la cima della classifica nel febbraio 2004 a Federer. Inoltre, dalla vittoria di Gaston Gaudio del Roland Garros di quello stesso anno, Del Potro ha vinto nel 2009 (US Open) l’unico Slam non europeo.

Sempre dal 2004, la Coppa Davis, vinta sino a metà anni Settanta quasi esclusivamente da Australia e Stati Uniti, solo in due circostanze – dagli USA che colsero nel 2007 a Mosca la vittoria della loro trentaduesima Insalatiera d’argento e dall’Argentina nella finale di Zagabria nel 2016 – è stata vinta da nazionali non appartenenti al Vecchio Continente. Un fenomeno simile, sebbene non di così importante entità (le sorelle Williams hanno dominato gli anni Duemila e due delle attuali prime tre del ranking WTA sono tenniste non europee) e di lunga durata, avviene anche tra le donne: solo tre giocatrici nella top 10 non provengono dal Vecchio Continente e ve ne sono appena altre tre nella top 20. La stessa Fed Cup, dal 2001 in poi è sempre stata vinta da nazioni europee, ad eccezione del diciottesimo successo statunitense, avvenuto nel 2017.

I festeggiamenti statunitensi dopo la vittoria del 2017

9 – i tornei vinti sulla terra battuta da Dominic Thiem (i più importanti sono gli ATP 500 di Rio nel 2017 e quello di Barcellona, conquistato due mesi fa). Dal 2015, anno del suo primo titolo sulla terra battuta (a Nizza, in finale su Leo Mayer) e prima stagione terminata nella top 20, solo Nadal con tredici successi sul rosso ha fatto meglio – dopo Thiem, seguono in questa particolare classifica Djokovic e Fognini con cinque e Zverev con quattro – dell’attuale numero 4 ATP, primo al mondo tra le non leggende tennistiche ancora nel circuito. L’austriaco classe 93 ha continuato di anno in anno la sua ascesa nel ranking completandosi come tennista (il successo sinora più importante della carriera è arrivato sul cemento di Indian Wells lo scorso marzo) e raggiungendo anche importanti piazzamenti (le finali al Masters 1000 di Madrid nel 2017 e nel 2018 e, negli stessi anni, rispettivamente la semifinale e la finale al Roland Garros).

Le scorse due settimane hanno definitivamente consacrato Thiem come numero due del mondo sulla terra battuta: non solo per la seconda finale consecutiva allo Slam parigino, ma per la vittoria – sofferta ma meritata – su Djokovic, col quale si è portato sul tre pari nei confronti diretti sul rosso (ne ha tra l’altro vinti tre degli ultimi quattro). Proprio il bilancio favorevole negli head to head sul mattone tritato contro gli altri grandi protagonisti su questa superficie (4-1 contro Zverev, 2-1 su Fognini e Tsitsipas, 2-0 su Federer, 1-0 su Murray ed è sull’1-1 con Wawrinka e Nishikori) e la capacità di sconfiggere dal 2016 una volta all’anno Nadal rendono Thiem, ancora 25enne, l’attuale erede al trono del regno della terra rossa. 

 

10 – il nuovo best career ranking di Fabio Fognini. Un traguardo giustamente molto celebrato in Italia: era addirittura dal 1978 che un italiano (Corrado Barrazzutti) non era presente nella fascia di classifica più prestigiosa del nostro sport. Il ligure la inseguiva da diversi anni: già nel 2013 era entrato per la prima volta nella top 20, una zona del ranking ATP nella quale ha fin qui chiuso tre stagioni (con una quarta, il 2015, terminata da 21 ATP). Complessivamente, è da quasi centoquaranta settimane totali uno dei primi venti tennisti al mondo. Doveva arrivare per forza il suo momento e, dopo gli ottavi al Roland Garros e i concomitanti favorevoli risultati degli altri giocatori, è arrivata anche la conquista del decimo posto del ranking. Che sia giusto quanto abbia conquistato con i risultati delle ultime cinquantadue settimane lo si evince del resto confrontando alcuni importanti parametri (vittorie contro top 10 e top 5, titoli e finali nel circuito maggiore) con quelli degli altri quattordici tennisti che, da quando nel 1973 è iniziata l’era Open, abbiano raggiunto la decima come miglior posizione nel ranking (anche il direttore si era dilettato in questo confronto).

Solo Fibak (trenta vittorie contro top 10 e quattordici contro top 5, quattordici titoli e quindici finali) e Gustafsson (rispettivamente diciannove successi contro i primi dieci e nove contro i primi cinque, quattordici titoli e dodici finali) hanno numeri migliori di Fabio in ciascuno di questi quattro parametri presi in considerazione. Felix Mantilla supera Fabio in tre di essi (come Fognini, ha battuto sette volte un top 5), mentre sono ben sei (Gorman, Tulasne, Pernforns, Costa, Carreno e Pouille) ad avere numeri peggiori del vincitore dell’ultimo Masters 1000 monegasco in tutti e quattro i parametri, senza dimenticare che altri due (Jaite e Gulbis) in ben tre hanno cifre inferiori.

Davvero adesso a Fabio manca forse solo un ultimo obiettivo da centrare prima di concludere quella che in ogni caso sarà un’ottima carriera: un risultato migliore dei quarti di finale in un torneo dello Slam. Un piazzamento che, è giusto ricordarlo, non è stato raggiunto nemmeno da altri due numeri 10 del ranking come Fibak e Gustafsson, senza dimenticare che Tulasne, Monaco e Costa non hanno mai centrato nemmeno i quarti.

11 – le volte in cui Rafa Nadal ha chiuso il Roland Garros in testa alla ATP Race. Dal 2007 a oggi solo nel 2015 e nel 2016 (quando a Parigi si imposero rispettivamente Wawrinka e Djokovic) il campione maiorchino non è arrivato all’inizio della stagione sull’erba da leader della classifica. Nel calcio un traguardo analogo a quello conquistato dal maiorchino potrebbe essere quello di “campione d’inverno”, in questo caso potrebbe forse definirsi “d’inizio estate”. Quest’anno Rafa è riuscito a confermarsi in tale obiettivo parziale recuperando i cinquecento punti che lo distaccavano, prima del secondo Major stagionale, da Djokovic: l’eliminazione in semifinale del serbo (assieme a Soderling, l’unico ad averlo mai sconfitto al Roland Garros in ben novantacinque incontri giocati dal maiorchino sul rosso parigino) e il suo dodicesimo successo francese gli hanno consentito di centrare un obiettivo che testimonia come la sua preparazione sia finalizzata per essere al meglio della condizione durante la primavera europea.

Rafa Nadal e Dominic Thiem – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Nadal è riuscito così spesso a essere a giugno il numero 1 della Race non solo perché è il miglior terraiolo della storia: del resto sul rosso gioca ormai solo cinque tornei all’anno e per essere il primo al mondo in questo periodo dell’anno bisogna fare tanti punti anche sul cemento all’aperto nei primi tre mesi e mezzo della stagione. In particolar modo negli ultimi anni (prima della semifinale giocata nel 2018, a Wimbledon non arrivava ai quarti dal 2011) ha avuto sempre un netto calo nella seconda parte di stagione. A partire dal 2014, ha vinto appena quattro tornei tra luglio e fine stagione (ben due dei quali nel 2017, poi concluso in testa al ranking); questo non gli ha impedito, nell’intera carriera, di chiudere quattro stagioni da numero 1 al mondo (2008, 2010, 2013, 2017) e sei da numero due ATP (2005, 2006, 2007, 2009, 2011, 2018)

31 – le partite vinte nel 2019 da Ashleigh Barty. Nessuna tennista quest’anno ha fatto meglio per qualità – ha vinto uno Slam e un Mandatory su due superfici diverse e fatto finale al Premier di Sydney – e quantità di partite vinte. La nuova numero 2 del mondo, separata da appena 136 punti dalla vetta della classifica, è prima per numero di partite vinte nella prima metà dell’anno tennistico. La inseguono Bencic, Konta e Pliskova con 29, Kvitova e Vondrousova con 28, Halep e Bertens con 27, Osaka con 21. Nonostante fosse in grande ascesa, la sua scarsa esperienza sulla terra – al Roland Garros aveva vinto appena due partite in cinque partecipazioni e sul rosso, nei soli quindici tornei del circuito maggiore ai quali aveva partecipato, aveva giocato una sola semifinale, l’anno scorso nel piccolo International di Strasburgo – non la poneva tra le principali favorite della vigilia.

Invece, dopo aver perso solo sedici game complessivi contro Pegula, Collins e Petkovic, e dopo aver ceduto un set in ottavi contro Kenin (6-3 3-6 6-0), ha battuto in due set Keys (6-3 7-5) nei quarti, dando probabilmente una svolta al suo torneo. In semifinale contro Anisimova è arrivato il momento più difficile: sotto di un set e 0-3 nel secondo è però riuscita a rimontare, inanellando un parziale di dodici games a tre che le ha consegnato la vittoria. La finale vinta nettamente contro Vondrousova l’ha lanciata nell’Olimpo del tennis, dimostrando l’assoluta bontà della scelta di ritornare al tennis

Ashleigh Barty – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Come è infatti noto, dopo un brillante percorso tra gli Juniores (finale a Wimbledon e semi agli Us Open nel 2011) nel suo passaggio al professionismo era riuscita solo nel doppio a confermare le grandissimi aspettative che i connazionali riponevano su di lei. Una pressione troppo forte che le aveva tolto la gioia di essere in campo e che l’aveva spinta nel 2014 a ritirarsi e dedicarsi all’altra sua passione, il cricket. Dopo aver fortunatamente sentito nostalgia del tennis, Barty rientrava nel circuito nel 2016. Era poi il 2017 l’anno della svolta: partiva da 271 WTA  e lo terminava nella top 20, grazie al titolo a Kuala Lumpur e due finali nei Premier di Birmingham e Wuhan, torneo nel quale sconfiggeva ben tre top 10 (Pliskova, Ostapenko e Konta). L’anno scorso continuava la sua crescita: chiudeva al 15 WTA, grazie alle vittorie al “Masters B” di Zhuhai e a Nottingham, nonché alla finale di Sydney. E ora, dopo questa prima parte brillante di 2019, sembra che il meglio possa ancora venire.

6486 – i punti di Naomi Osaka, numero 1 al mondo. Non è molto corretto il confronto con la classifica ATP, strutturata con un calendario di tornei che distribuisce in maniera leggermente diversa i punti, ma è comunque curioso notare come Djokovic ne abbia praticamente il doppio (12715) e che con i punti della giapponese, tra gli uomini, si sarebbe solo al quarto posto del ranking. Basterebbe ricordare come gli ultimi dieci Major giocati abbiano avuto nel singolare femminile nove vincitrici diverse, ma, per inquadare ancora meglio il grande equilibrio (e il livellamento verso il basso) del circuito WTA – che se da un lato favorisce l’incertezza sui vincitori e regala sempre nuove storie da raccontare, dall’altro fa venire dubbi sulle attuali capacità delle migliori giocatrici – è utile fare un confronto con le classifiche finali delle ultime stagioni e i relativi punti delle numero 1.

Del resto, da quando nel 2017 Serena Williams è momentaneamente uscita dal circuito per diventare mamma e poi rientrare come copia sbiadita di se stessa -quantomeno non come era abituata a giocare, visto che non vince un titolo dagli Australian Open di due anni e mezzo fa – Simona Halep ha chiuso da leader della classifica in entrambe le stagioni con meno di 7000 punti. Da quando il calendario WTA è stato rivoluzionato nel 2009 (e con esso l’assegnazione dei punti), mai la prima al mondo aveva chiuso l’anno con così pochi punti e solo nel 2011 Wozniacki, numero 1 con 7485, aveva finito con meno di 8000 (il record in senso opposto si è verificato nel 2013, quando Serena chiuse con 13260 punti). Con i due Slam consecutivi vinti da Osaka tra New York e Melbourne si pensava si fosse invertita la tendenza, ma la giapponese ha vinto appena dodici partite nei successivi cinque tornei disputati e deve ancora dimostrare tanto prima di poter considerare la sua una lunga cavalcata. Cercasi regina.

Naomi Osaka – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

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Medvedev e Cilic si scuotono al Queen’s. Rientro con successo per Anderson

LONDRA – Cambiamento, fiducia, fortuna: i tre big trovano ciò che cercavano nella prima giornata sull’erba di Londra

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Daniil Medvedev - Queen's 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Dal nostro inviato a Londra

Nel tennis come in automobile, dopo mesi di rosso c’è chi aspettava soltanto il verde per ripartire. Marin Cilic, Daniil Medvedev e Kevin Anderson erano tutti alla ricerca del posto giusto per ritrovare buone sensazioni e vittorie; i risultati della prima giornata dei Fever-Tree Championships sembrano dire loro che forse quel posto può essere il Queen’s Club.

La campagna di difesa del titolo di Cilic, nel box del quale sedeva per la prima volta l’ex pro Wayne Ferreira, è partita fortissimo con una striscia di cinque game consecutivi. Soltanto nel secondo set il ventitreenne cileno è riuscito a imbrigliarlo, recuperando il break di svantaggio al momento in cui il croato serviva per la vittoria e costringendolo a un tie-break impegnativo, concluso per 7 punti a 5. Al prossimo turno Cilic affronterà Diego Schwartzman, vincente in appena cinquantadue minuti su un Alexander Bublik che pure aveva disputato due buoni round di qualificazione. Il risultato sorprende specialmente per la superficie sulla quale è giunto: per il peque si tratta appena del secondo successo su erba in carriera nei tabelloni ATP.

 

Bravo dall’inizio alla fine invece Daniil Medvedev, che ha saggiato per primo l’erba del campo centrale con una prestazione eccellente contro Fernando Verdasco. Dopo un inizio di stagione straripante il russo aveva bruscamente rallentato, anche a causa di qualche guaio fisico, e si presentava a Londra con l’obiettivo minimo di interrompere una serie di cinque sconfitte consecutive. “Ma erano state tutte partite tirate, sarebbero potute finire in ogni modo” ha detto dopo una doccia, “sono stato un po’ sfortunato ultimamente”. Oggi invece ha girato tutto per il suo verso e la vittoria è arrivata con tutto il merito, grazie a una resa costante al servizio e anche qualche piccola magia, come la volée appoggiata con cui ha concluso il primo set.

Kevin Anderson – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Ha avuto successo anche il ritorno di Kevin Anderson, al primo torneo dopo lo stop dovuto all’epicondilite (il famigerato “gomito del tennista”). Fermo addirittura dai quarti di finale del Masters 1000 di Miami, il sudafricano è partito un po’ imballato, cedendo a Cameron Norrie il proprio game d’apertura. Da lì in poi i due hanno tenuto la battuta fino a fine set e poi ancora fino al tie-break del secondo, che Anderson si è preso con un ace. Col passare dei minuti il numero due del tabellone ha mostrato di aver atteso di essere pienamente competitivo per ripresentarsi in campo: solido nello scambio, ha bussato alla porta di Norrie per due ore finché, alla decima palla break, il britannico non ha aperto.

Fuori dal centre court intanto Nicolas Mahut continua il suo percorso facendosi largo… tra i giovani: dopo Jarry e Davidovich Fokina nelle qualificazioni, oggi è toccato a un falloso Frances Tiafoe cedergli il passo in due set. Martedì il trentasettenne francese potrà finalmente riposarsi per un giorno con il doppio e scoprire chi, tra Wawrinka e Daniel Evans, sarà suo avversario negli ottavi di finale. Stan e Dan si affronteranno in apertura di un programma monomane, che include Tsitsipas, Dimitrov, Feliciano Lopez, Shapovalov (contro Del Potro!) e il nostro Marco Cecchinato. Sempre che non piova, come invece minaccia di fare.

Risultati:

[4] D. Medvedev b. F. Verdasco 6-2 6-4
[5] M. Cilic b. C. Garin 6-1 7-6(5)
[2] K. Anderson b. C. Norrie 4-6 7-6(5) 6-4
D. Schwartzman b. [Q] A. Bublik 6-2 6-3
[Q] N. Mahut b. F. Tiafoe 6-3 7-6(5)
G. Simon b. [Q] J. Ward 3-6 6-3 7-6(2)

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Federer: “Ad Halle per vincere il decimo titolo, ma l’erba non perdona”

HALLE – Roger, tra pressione e fiducia, rincorre il record di Nadal e si dice soddisfatto del Roland Garros: “Ho perso dal migliore, non c’è disonore”. Martedì l’esordio nel torneo contro Millman (alle 17:30)

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Roger Federer - Halle 2019 (foto NOVENTI OPEN_HalleWestfalen)

da Halle, il nostro inviato

L’ATP 500 di Halle è ai nastri di partenza e da queste parti tutti gli sportivi sono da settimane in fibrillazione per l’arrivo del torneo di tennis più importante di tutta la Germania. Ha lo stesso status del 500 di Amburgo, ma precede Wimbledon mentre l’ex Super 9 terraiolo ora è disertato dai migliori giocatori. Tutto questo non basta: è il più importante di Germania soprattutto perché ad ogni stagione risponde presente Roger Federer, che quest’anno ha l’occasione di centrare il decimo successo su questi prati e in assoluto. Oltre ad Halle, solo la natìa Basilea è stata conquistata 9 volte dal Re svizzero, che sembra molto determinato a raggiungere Nadal come unici due giocatori dell’Era Open a vincere lo stesso torneo almeno 10 volte (anche se qui Rafa può vantare un dominio incontrastato, coi suoi 12 Roland Garros, 11 Montecarlo e 11 Barcellona).

Insomma, con buona pace dell’astro nascente Sascha Zverev, qui la gente ha occhi solo per Roger (del resto, dove non è così?). Normale quindi che la conferenza stampa di Federer fosse il piatto forte del “Super-Media-Sunday”, che ha caratterizzato la domenica precedente l’inizio del torneo. Il fresco semifinalista di Parigi si è presentato sorridente alle 9,30 di mattina, con la sua felpa bianco panna con strisce ed etichette rosse, a richiamare i colori della sua Svizzera ma, in primis, a mostrare uno dei prodotti Uniqlo di cui Roger è il più noto testimonial.  

 

Federer è troppo navigato per esordire con le frasi di rito e preferisce spiegare il suo (davvero) familiare rapporto con Halle più tardi. Prima due parole su come si sente all’esordio sull’erba: “La pressione è alta anche per me, l’erba non ti perdona, perdere un attimo la concentrazione può costarti il set. Lo ammetto, sono qui solo per vincere. Sto bene, pieno di energia e conquistare il decimo Halle sarebbe per me davvero speciale, non ho mai vinto un torneo 10 volte”.

Gli viene chiesto un bilancio del suo ritorno al Roland Garros: “Sono stato molto soddisfatto, ho raggiunto la semifinale, dove ho perso dal migliore di sempre sulla terra, non c’è disonore in questo. Il vento durante del match era difficile da gestire, ma questo l’ha reso epico. Sulla terra Rafa sa sempre che ha molte opzioni, è la stessa cosa che vale per me sull’erba, posso giocare da fondo, fare serve&volley, spezzare il ritmo con palle corte… quando hai molte opzioni puoi adattarti a molti avversari e il tuo margine è più alto”. Due parole sul suo avversario al primo turno (domani, quarto match sullo Stadion, non prima delle 17.30), quel John Millman che lo eliminò a sorpresa dagli ultimi US Open: “Devo essere attento dal primo quindici. Millman non ti regala mai nessun punto, è un esordio abbastanza duro ma in fondo è meglio così”.

Ora sì che Roger può parlare del suo feudo della Vestfalia: “Con il mio ritorno sulla terra battuta, quest’anno il tempo per prepararmi all’erba è stato molto meno, ma ad Halle vengo sempre volentieri, qui mi sento a casa, coi tifosi e gli organizzatore siamo quasi una famiglia”.

Sembrano parole eccessive, più di facciata che autentiche, ma poi Federer toglie ogni dubbio: “Quando ho saputo che con lo sponsor c’erano problemi, sono corso dalla famiglia Weber (il torneo si chiama infatti Gerry Weber Open, dal nome del ricco manager cui la piccola Halle – 21.000 abitanti – deve il privilegio di essere la sede del più quotato torneo ATP tedesco, ora diretto dal figlio Ralf, nda) per sapere se potevo fare qualcosa, poi è arrivato Noventi, ma parlerò con Ralf per cercare altre possibili collaborazioni future. Il rapporto con i tifoso è ottimo anche perché vengo dalla svizzera tedesca e parlare la loro lingua mi permette d’integrarmi al meglio. Qui poi anche la mia famiglia viene sempre molto volentieri. Capita nel momento perfetto, tra due appuntamenti in due grandi città come Parigi e Londra: godersi la tranquillità e i panorami che ci sono qui è quello che ci vuole prima di ritornare in una metropoli”.  

Il legame di Federer con Halle è dettato in primis da un contratto ricchissimo che ne assicura la presenza: ha esordito nel 2000, vincendo per la prima volta nel 2003 contro Nicolas Kiefer e da allora ha mancato l’appuntamento solo nel 2007, 2009 e 2011. Quest’anno è alla 17esima partecipazione, che potrebbe valere il 102esimo titolo della carriera.

Difficile che sia andata così, ma la battuta con cui Roger esalta la particolarità forse più distintiva del torneo ci autorizza a pensare che sia dovuta ad essa la scelta del verde della Foresta di Teutoburgo per prepararsi a Wimbledon: Dove altro potete trovare una stanza d’albergo con questa vista? È bellissimo, posso guardare i miei amici e i miei avversari dal balcone!”. Ed è davvero così, ad Halle infatti l’hotel dei giocatori è ubicato all’interno dell’impianto.

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ATP Ranking: Berrettini a ridosso della Top 20

Il titolo a Stoccarda vale a Matteo un balzo di otto posizioni e una possibile ottima testa di serie a Wimbledon. Pochi punti da difendere da qui a fine anno. Sognare è lecito

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La classifica ATP negli ultimi sette giorni è rimasta immutata sino alla ventunesima posizione.

PosizioneNazioneGiocatorePuntiVariazione
1SerbiaN. Djokovic12715=
2SpagnaR. Nadal7945=
3SvizzeraFederer6420=
4AustriaThiem4685=
5GermaniaZverev4360=
6GreciaTsitsipas4215=
7GiapponeNishikori4040=
8Sud AfricaAnderson3565=
9RussiaKhachanov2980=
10ItaliaFognini2785=
11USAIsner2715=
12Argentinadel Potro2695=
13RussiaMedvedev2625=
14CroaziaCoric2615=
15CroaziaCilic2395=
16FranciaMonfils2055=
17GeorgiaBasilashvili1970=
18CanadaRaonic1900=
19SvizzeraWawrinka1715=
20SpagnaBautista Agut1690=
21CanadaAugier-Aliassime1522=
22ItaliaBerrettini15058


Alle spalle del diciannovenne canadese troviamo Matteo Berrettini che ha guadagnato otto posti grazie alla vittoria di Stoccarda.Con un’espressione mutuata dal lessico musicale potremmo definire l’ascesa del tennista romano al vertice del ranking mondiale “andante con brio”. Una crescita significativa in termini numerici (più 30 da inizio anno e più 59 nelle ultime 52 settimane) ma, allo stesso tempo armoniosa, costante, senza bruschi strappi. Segno che Berrettini si è messo alle spalle i problemi alle articolazioni (non inconsueti in un teen ager con quella morfologia) che nel 2016 lo costrinsero ad una pausa di sei mesi e sta raggiungendo la piena maturità fisica e tecnica.

Alcuni dei tennisti appartenenti alla NextGeneration sotto il profilo della precocità hanno fatto meglio di lui, ma adesso in qualche caso la scontano o sotto il profilo fisico (Chung, Rublev), oppure tecnico (Shapovalov e, si parva licet, Zverev Jr).

Cosa possiamo aspettarci da Matteo nei prossimi mesi? Mettendo da parte per un attimo la scaramanzia  se dovessimo fare una scommessa sul suo ranking al termine dell’anno punteremmo su un numero inferiore al 20. Quanto inferiore lo lasciamo alla maggiore o minore propensione all’ottimismo dei nostri lettori. Il nostro pronostico è sostenuto da due considerazioni. La prima che da oggi e sino alla fine della stagione l’italiano difende 533 punti, metà dei quali provenienti dalla vittoria a Gstaad, mentre a Wimbledon e agli Us Open nel 2018 ne raccolse soltanto 55 su 4000 potenziali. La seconda – più banale ma non meno vera della prima – che il distacco dai più diretti antagonisti è poco significativa in termini numerici. A partire da questa settimana ad Halle la caccia di Berrettini al best ranking è quindi aperta.

Oltre all’allievo di Santopadre un altro italiano si è distinto sul campo ed ha ottenuto il proprio best ranking: Stefano Travaglia.Il marchigiano grazie alla finale del Challenger di Shymkent si è portato vicinissimo alla top 100 nella quale sono presenti 7 italiani ed ai quali se ne aggiungono altri 9 tra la centesima e la duecentesima posizione:

 
ClassificaGiocatorePuntiVariazione
10Fognini2785=
22Berrettini15058
40Cecchinato1130-1
69Seppi7703
74Sonego7322
96Lorenzi5721
99Fabbiano5575
103Travaglia5439
124Caruso458-2
129Mager444-1
141Giustino4093
149Baldi3792
162Giannessi348-10
177Napolitano2941
185Bolelli281-5
200Gaio26410


Jannik Sinner è al numero 209. Chi invece è riuscito a entrare per la prima volta tra i migliori 100 tennisti del mondo è il francese Corentin Moutet. Il ventenne francese, che sembra uscito da una puntata della macchina del tempo con il suo fisico e il suo modo di disegnare tennis più in linea con tennisti degli anni ’60 che non quelli contemporanei, ci è riuscito grazie alla vittoria ottenuta nel Challenger di Lione ed ha così consolidato la sua posizione nella classifica avulsa riservata agli under 21, che è la seguente:

RACE TO MILAN
Posizione ATPNazioneGiocatoreNato nel
6GreciaTsitsipas1998
21CanadaAuger-Aliassime2000
25CanadaShapovalov1999
36USATiafoe1998
60NorvegiaRuud1998
26Australiade Minaur1999
86FranciaMoutet1999
82SerbiaKecmanovic1999


Immutata la lista dei migliori 10 in assoluto dell’anno:

RACE TO LONDON
Posizione ATPNazioneGiocatore
2SpagnaNadal
1SerbiaDjokovic
3SvizzeraFederer
4AustriaThiem
6GreciaTsitsipas
7GiapponeNishikori
13RussiaMedvedev
10ItaliaFognini
5GermaniaZverev
16FranciaMonfils


I complimenti per il best ranking vanno a:

ClassificaGiocatoreNazione
22BerrettiniItalia
35StruffGermania
46ThompsonAustralia
82KecmanovicSerbia
86MoutetFrancia
97MadenGermania


Thompson e Moutet sono i giocatori più migliorati in classifica: + 16 gradini. Un commento a parte lo merita Jordan Thompson. Questo ragazzo australiano dall’aria gentile e una vaga somiglianza con Charlie Chaplin in un colpo solo domenica scorsa ha realizzato tre record personali: ha raggiunto la prima finale ATP in carriera; ha ottenuto il best ranking; è stato il primo giocatore battuto in una finale da Adrian Mannarino, che sino ad allora ne aveva perse sei su sei. Non sappiamo quanto il terzo possa averlo reso felice.

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