Roland Garros 2019: conferme, delusioni, sorprese

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Roland Garros 2019: conferme, delusioni, sorprese

Seconda parte di analisi dell’ultimo Slam: da Anisimova a Martic, da Halep a Stephens, da Williams a Osaka, chi ha stupito e chi deluso al Roland Garros

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Amanda Anisimova - Roland Garros 2019 (foto via Twitter @rolandgarros)

Sembra che nell’attuale periodo di WTA non si esaurisca mai il numero delle diverse vincitrici Slam. Nove nomi differenti negli ultimi dieci Major. Eppure questa volta non credo si possa parlare di un risultato assolutamente imprevedibile, come era stato ad esempio due anni fa, nel 2017, con il successo di Jelena Ostapenko a Parigi. Allora Jelena non aveva ancora vinto alcun torneo del Tour e non era nemmeno testa di serie. Eppure conquistò il Roland Garros, a 20 anni e due giorni, partendo dal numero 47 del ranking.

Quest’anno ha vinto una Top 10 in grande crescita come Ashleigh Barty, che qualche mese fa si era già imposta a Miami. Una giocatrice con un tennis molto completo ed equilibrato, che potrebbe garantirle continuità di rendimento ad alti livelli anche in futuro. Vedremo come andranno le cose nei prossimi impegni.

Per il momento ecco la seconda parte dell’articolo dedicato al torneo; quindi, dopo le due finaliste Barty e Vondrousova, è il momento di occuparsi delle altre principali protagoniste.

 

Amanda Anisimova
Amanda Anisimova è stata insieme a Marketa Vondrousova la giocatrice più sorprendente del torneo. Almeno sulla carta, visto che entrambe non erano teste di serie e invece sono state capaci di spingersi fra le prime quattro partendo dal numero 51 (Amanda) e 38 (Marketa) del ranking. Eppure non si può dire che siano state del tutto inattese: sono giovanissime in ascesa, che già in passato avevano dimostrato di essere speciali. Che potessero affermarsi era probabile, solo non si poteva sapere di preciso quando.

Per quanto riguarda Anisimova ricordo che ha affrontato per la prima volta gli impegni sulla terra rossa europea, dato che lo scorso anno era stata obbligata a fermarsi nella parte centrale della stagione a causa della frattura da stress al piede, subita durante il torneo di Miami.

Del suo percorso Slam non si può che parlare bene, a parte forse per una sola, piccola ombra. È dagli Australian Open 2019 che stabilisce record di precocità nei Major: la più giovane a raggiungere gli ottavi di finale a Melbourne dal 2006, la più giovane a raggiungere i quarti a Parigi dal 2006, la più giovane a raggiungere una semifinale Slam dal 2007. Ma chi era stata la protagonista di tutte queste imprese una dozzina di anni fa? Sempre Nicole Vaidisova.
Vaidisova è nata nel 1989 (lo stesso anno, per esempio, di Azarenka) e ha compiuto 30 anni il 23 aprile scorso. Eppure la ricordiamo lontanissima, visto che l’ultimo Slam a cui ha preso parte è stato dieci anni fa (US Open 2009). Nicole, teenager prodigio, ha smesso con il tennis ad alto livello a 20 anni, “bruciata” dallo stress e dalle troppe aspettative. Ecco, ogni volta che si trova il nome di Vaidisova avvicinato a quello di Anisimova è come se ricevessimo un monito: non chiedere troppo, non pretendere che una minorenne debba essere sempre all’altezza delle aspettative come se fosse una esperta professionista di 25 anni.

Chiusa la riflessione sul passato, torniamo all’attualità. Comincio con una nota del tutto personale. Quando Anisimova aveva raccolto i primi risultati importanti a livello professionistico, nel torneo di Indian Wells 2018 (dove aveva sconfitto Pavlyuchenkova, Kvitova e Parmentier), devo confessare che non ero rimasto così colpito. Ma poi molto è cambiato all’inizio di questa stagione, sin dall’impegno pre-Slam di Auckland; la ricordo contro Viktoria Kuzmova: anche se in quel match di gennaio aveva finito per perdere, avevo avuto una impressione straordinariamente positiva; come se l’anatroccolo si fosse trasformato in cigno, mostrando un modo di colpire sempre più maturo ed elegante.

Impressione confermata agli Australian Open, in particolare nel match contro Aryna Sabalenka, dove aveva giocato a un livello altissimo. Fresca vincitrice a Shenzhen, Sabalenka era una delle favorite del torneo; eppure non era riuscita a raccogliere più di cinque game (6-3 6-2). E forse quella sconfitta inattesa potrebbe essere una delle cause delle difficoltà che Aryna sta attraversando in questo periodo.

Veniamo a Parigi, secondo Slam stagionale. Dopo l’esordio contro la wild card locale Harmony Tan, Anisimova ha di nuovo superato al secondo turno Sabalenka (testa di serie 11) e poi due avversarie non impossibili come Bagu e Bolsova. La maggiore difficoltà di questi due turni è stata l’infezione virale che l’ha colpita nei primi giorni di torneo. Una situazione che l’ha spinta a ritirarsi dal doppio e a gestire le energie nel corso dei match, in cui è sembrata più preoccupata della propria condizione fisica che della resistenza delle avversarie. Spesso si è trovata con il fiato corto nel corso degli scambi più lunghi, e per questo qualche volta è stata obbligata a rischiare chiusure anticipate. Ma alla fine se l’è cavata sempre vincendo in due set, e tornando rapidamente in salute: uno dei vantaggi dei 17 anni è che si guarisce e si recupera in fretta.

E così, sconfitte Begu, Bolsova e anche il virus, ha trovato nei quarti di finale la campionessa in carica Simona Halep. La strada sembrava sbarrata: un confronto proibitivo, specie sulla terra, una superficie poco praticata da Amanda. E invece, come era accaduto a Melbourne contro Sabalenka, Anisimova ha alzato il livello del suo tennis offrendo una prestazione eccezionale. Ha tenuto costantemente il controllo del match, sino ad arrivare a condurre per 6-2, 3-0. Poi, visto che non è una giocatrice qualunque, Halep ha reagito sino a equilibrare il set sul 4-4. Ma Anisimova ha ripreso il comando della situazione nei due game finali e ha chiuso il match in due set (6-2, 6-4), con un saldo vincenti/errori non forzati di +1 (22/21).

Faccio fatica a spiegare in poche righe la sconfitta con Barty (6-7 6-3 6-3). Non solo per l’andamento altalenante del punteggio (Barty avanti 5-0 che perde il primo set, e poi Anisimova avanti 3-0 nel secondo che perde sei game di fila), ma anche per le condizioni di gioco estreme. Pioggia, umidità, campo super-pesante e vento hanno reso le semifinali parigine quasi senza precedenti, almeno negli ultimi Slam. Altro esempio di quanto sia difficile sintetizzare questo match: Amanda ha vinto il primo set malgrado un saldo di -10 (9/19) contro il +1 di Barty (10/9). Provo a cavarmela con una ipotesi che però suona quasi come una frase fatta: probabilmente al dunque è stata determinante l’esperienza di Barty che, pur essendo ancora giovane, ha comunque cinque anni più di Anisimova.

Scrivevo la scorsa settimana della superiore facilità esecutiva che la accomunava a Vondrousova, ma questo non significa che Anisimova non abbia specificità del tutto proprie: in lei la facilità del gesto si accompagna alla asciuttezza. Ogni movimento è efficace ma molto sobrio. Colpisce la palla con le sue lunghe leve che le permettono di imprimere velocità senza sforzi apparenti, ma anche senza fronzoli o compiacimenti, all’insegna della più assoluta essenzialità. Eppure il movimento non risulta affatto scolastico, ma invece di una speciale eleganza minimalista.

a pagina 2: Johanna Konta

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Naomi Osaka: la regina del cemento

Con la vittoria all’Australian Open di Naomi Osaka, è emerso un verdetto chiaro: gli Slam sul duro hanno trovato la giocatrice da battere

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Naomi Osaka - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Quattro finali Slam, quattro vittorie. Dopo l’impresa di sabato scorso a Melbourne, il palmarès di Naomi Osaka inizia a diventare storicamente rilevante, e i suoi numeri cominciano a essere confrontati con quelli delle grandi giocatrici del passato.

Grazie a questi successi, Osaka spicca nel computo dei Major non solo rispetto a tutte le coetanee, ma anche rispetto a tutte le tenniste nate dagli anni ‘90 in poi: nessuna di loro è riuscita ad andare oltre i due titoli, e si parla di nomi come Kvitova, Halep, Muguruza. La più vicina a Naomi è Angelique Kerber, con tre Slam, che però è nata nel 1988. Davanti a Osaka c’è Maria Sharapova, del 1987, che ne vanta cinque, ma che è ormai ritirata.

Prima di entrare nel dettaglio delle prestazioni della nuova bicampionessa australiana, va rimarcato il primato generazionale che continua a emergere dallo Slam appena concluso: ancora una volta a prevalere nei Major sono le giovani. Da quando proprio Osaka vinse lo US Open 2018, è cominciata la linea verde: a vincere sono giocatrici al massimo di 23 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019. Questa la sequenza degli ultimi nove Slam: US Open 2018: Osaka. 2019: Osaka, Barty, Halep, Andreescu. 2020: Kenin, Osaka, Swiatek. 2021: Osaka.

 

Insomma, sembra proprio che il tennis femminile abbia voltato pagina: al via degli Slam le giocatrici accreditati sono tante, e di età differente; ma poi, per un motivo o per l’altro, le più mature non riescono a vincere. Va anche sottolineato che in questo caso Naomi ha conquistato il titolo partendo da prima favorita (almeno per i bookmaker), una condizione che aggiungeva un ulteriore carico di stress ai suoi impegni. Perché un conto è scendere in campo da outsider, come era accaduto alla stessa Naomi nel 2018 a New York, o a Kenin (Australian Open 2020) e Swiatek (Roland Garros 2020), un conto è farlo con le attenzioni di tutti che pesano sin dal primo turno.

Il palmarès di Osaka al momento non è formato da una grande quantità di titoli (7 in totale), ma è il peso specifico a renderlo speciale: Naomi ha addirittura vinto più Slam che altri tornei del circuito WTA (4 Slam, 2 Premier Mandatory, 1 Premier). Segno che è capace di alzare il proprio livello di gioco quando la posta in palio è più alta.

E visto che siamo in tema di dati e numeri, segnalo che il suo cammino a Melbourne non è stato affatto semplice, anche se il nuovo metodo di calcolo del ranking ha reso le cose meno evidenti. Per esempio: Naomi ha trovato Pavlyuchenkova al primo turno. Anastasia era fuori dalle teste di serie, ma con i punti raccolti nel solo anno 2020 (cioè secondo i classici criteri precedenti) sarebbe stata numero 30 in classifica e quindi (considerate le assenze di Bertens, Keys, Yastremska) testa di serie numero 27. Malgrado questo, Osaka ha superato l’esordio senza particolari problemi: 6-1, 6-2.

Punteggio simile per il secondo turno, contro una ex Top 10 come Caroline Garcia: 6-2, 6-3, addirittura senza concedere alcuna palla break. Questi due primi incontri hanno dimostrato che quasi tutte le giocatrici che basano il proprio tennis sulla aggressività, in questo momento fanno fatica a fare partita pari con Osaka.

La spiegazione più logica è questa: rispetto a Naomi non hanno particolari ambiti di gioco nei quali prevalgono, e al contrario pagano nel confronto diretto sui colpi base (efficacia in battuta e risposta, ma anche qualità esecutiva del dritto e del rovescio in topspin). In sostanza Naomi propone un gioco simile, ma lo fa meglio. Per la verità sia Pavlyuchenkova che Garcia sono superiori volleatrici rispetto a Osaka, ma con le velocità di palla attuali è molto, molto difficile trovare i tempi di gioco per riuscire a verticalizzare e colpire a rete; e dunque queste qualità non sono così importanti né sufficienti per riequilibrare il confronto. Sotto questo aspetto, però, che Garcia sia riuscita ad avanzare appena 4 volte in tutto il match (peraltro vincendo tutti e 4 i punti), suona a mio avviso come un atto di accusa sulle sue scelte tattiche. Ma sto divagando.

Al terzo turno Osaka ha trovato una giocatrice un po’ differente: Ons Jabeur. Testa di serie numero 27, ma reduce da un 2020 di grandi progressi (virtuale numero 14 con il vecchio calcolo del ranking: di nuovo una avversaria sottostimata). Sappiamo quanto sia talentuosa Jabeur, di cosa sia capace quando è sfidata sulla esecuzioni di tocco, e come sappia sorprendere grazie a soluzioni inusuali. Tanto per dire: nel corso del primo game ha vinto un punto giocando una palla corta direttamente in risposta, su una seconda di servizio di Osaka. Ma a conti fatti neppure questo genere di tennista è apparsa in grado, almeno sul cemento, di mettere davvero in crisi la futura campionessa: 6-3, 6-2, con un solo break subito da Naomi.

Il vero crocevia del torneo è arrivato al quarto turno: il confronto con la finalista dell’Australian Open dello scorso anno Garbiñe Muguruza. Al momento del sorteggio era apparso chiaro che, salvo sorprese, questo sarebbe stato uno dei match chiave della parte bassa del tabellone, quella che appariva più carica di favorite: Osaka, Williams, Halep, Sabalenka, Muguruza… Sarò ripetitivo, ma si è trattato del quarto confronto su quattro che Naomi ha avuto contro avversarie “sottostimate” dal nuovo ranking; Garbiñe era ufficialmente testa di serie numero 14, ma sarebbe stata la numero 8 con i soli punti del 2020.

a pagina 2: I match contro Muguruza e Hsieh

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Un Happy Slam non troppo felice

Lunedì prossimo comincia l’Australian Open. Da Ashleigh Barty a Simona Halep da Naomi Osaka a Serena Williams, ecco come ci arrivano le principali favorite

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

C’è stato un periodo nel quale si parlava dell’Australian Open come dell’Happy Slam, e la definizione sembrava perfetta; ma evidentemente erano altri tempi. Nel 2020 la vigilia era stata condizionata dal problema degli incendi, tanto intensi da mettere in dubbio la qualità dell’aria e lo svolgimento stesso del torneo. Poi, nel 2021, la questione della pandemia.

Rispetto al gennaio 2020, nello sport tutto è diventato più complicato, e le difficoltà sono particolarmente grandi per il tennis, strutturato da sempre in modo itinerante. Di fronte agli ostacoli della pandemia, infatti, nulla è più intricato che cercare di tenere vivo un “circus” nomade: qualsiasi superamento di confine si trasforma in una impresa, dato che per ogni paese ci sono regole sanitarie differenti, concepite (giustamente) in base alle condizioni delle diverse nazioni.

Dunque anche quest’anno l’Happy Slam sarà un po’ meno gioioso e spensierato, ma già il fatto che si sia riusciti ad organizzarlo rappresenta un elemento positivo. È chiaro però che le precauzioni richieste avranno una ricaduta anche sugli aspetti tecnici. La quarantena, obbligatoria per tutti coloro che già non risiedevano in Australia, ha determinato un avvicinamento all’impegno poco ortodosso, e solo al termine del torneo potremo scoprire quali protagoniste si sono adattate meglio a questa forzatura.

 

In questo momento sono in corso tre WTA500, organizzati per consentire di mettere nelle gambe qualche match ufficiale prima dello Slam. Il primo torneo è lo Yarra Valley Classic (in sintesi: Melbourne 1) con al via tra le prime otto Barty, Kenin, Pliskova, Kvitova, Williams, Muguruza, Martic e Vondrousova. Il secondo torneo è il Gippsland Trophy (Melbourne 2) con queste prime otto teste di serie: Halep, Osaka, Svitolina, Sabalenka, Konta, Swiatek, Mertens, Muchova.

E infine c’è il Grampians Trophy (Melbourne 3), riservato alle giocatrici bloccate in albergo, che sicuramente partiranno da una condizione atletica precaria. Dopo la rinuncia di Andreescu (che ha deciso di rientrare direttamente nello Slam), le  otto teste di serie annunciate sono Bencic, Azarenka, Rybakina, Sakkari, Kontaveit, Brady, Kerber, Riske. Quando inizierà lo Slam, sarà giusto ricordarsi soprattutto dei loro nomi (e delle altre 20 sfortunate, vedi QUI), perché in pochi giorni è quasi impossibile recuperare la condizione fisica ideale, e quindi qualche controprestazione appare fisiologica.

Per tutte queste ragioni siamo di fronte a uno Slam anomalo. Non solo: normalmente la maggior parte delle giocatrici preferisce optare per un calendario più diluito, che esclude impegni agonistici nella settimana a ridosso dello Slam. In sostanza, esattamente il contrario di quanto accade in questi giorni. Ma c’è anche da ricordare un aspetto positivo: tornerà il pubblico, anche se non al 100%, e sicuramente aiuterà a rendere più intense le partite.

Se consideriamo la recente attività delle prime favorite, il quadro generale è molto variegato. Sabalenka, per esempio, ha vinto gli ultimi tre tornei WTA disputati (Ostrava e Linz nel 2020, Abu Dhabi nel 2021), mentre altre giocatrici di vertice sono ferme da parecchio. Diverse tenniste non giocano tornei ufficiali dal Roland Garros 2020 (terminato all’inizio di ottobre). Ma c’è di peggio: Osaka è ferma dallo US Open (inizio di settembre), Barty da febbraio 2020; Andreescu ha disputato il suo ultimo match addirittura alle Finals del 2019.

Inutile dire che in questa situazione avanzare dei pronostici è difficilissimo. Si prospetta uno Slam aperto a ogni risultato. Ed è un peccato che con tante protagoniste interessanti al via, non si possa fare in modo che siano nella condizione di dare il meglio. In questa cornice di assoluta incertezza, rimane infine da ricordare il tema ricorrente del confronto generazionale. Tutti gli ultimi Slam, infatti, sono stati appannaggio di tenniste giovani: dallo US Open 2018, l’unica eccezione è stato il successo di Simona Halep a Wimbledon 2019. Il prossimo Major rafforzerà questa tendenza?

Ho provato a riassumere la condizione delle prime sedici teste di serie, che non corrispondono alle prime 16 del ranking perché mancheranno Kiki Bertens (alle prese con i postumi di un intervento al tendine d’Achille) e Madison Keys (fermata dalla positività al Coronavirus).

a pagina 2: Le teste di serie dalla 16 alla 9

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Maria Sakkari, figlia d’arte

Da Angeliki Kanellopoulou a Maria Sakkari come da Julia Apostoli a Stefanos Tsitsipas: in Grecia il tennis professionistico è una questione di famiglia

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Maria Sakkari

Ci avviciniamo alla fine della quarantena australiana e per il momento, se si tratta di tennis giocato, bisogna ancora rifarsi alle partite di Abu Dhabi, dei primi giorni del 2021. Fra le protagoniste negli Emirati va sicuramente ricordata Maria Sakkari: cinque match affrontati, quattro vittorie, contro avversarie di nome; tutte vincitrici Slam. Nell’ordine: Potapova, Gauff, Muguruza e la testa di serie numero 1 Kenin. Va bene, forse ho un po’ esagerato con Potapova e Gauff, ma uno Slam lo hanno davvero vinto, anche se da junior: Potapova Wimbledon 2016 e Gauff il Roland Garros 2018.

Questi i punteggi delle partite di Sakkari contro Muguruza e Kenin: 7-5, 6-4 a Garbiñe, 2-6, 6-2, 6-0 a Sofia, con dieci game vinti consecutivamente nel finale di match. Maria si è fermata in semifinale contro la super Sabalenka degli ultimi tornei, che dopo avere concluso il 2020 con la doppietta di Linz e Ostrava, ha tenuto aperta la sua striscia vincente anche nel 2021 ad Abu Dhabi. Per Sakkari rimane comunque un ottimo inizio di stagione in continuità con l’ascesa degli ultimi anni.

 

Del resto è un periodo positivo per tutto il tennis greco, che forse per la prima volta propone contemporaneamente tennisti competitivi sia a livello femminile che maschile. Stefanos Tsitsipas è ormai entrato in Top 10 ATP, mentre Maria Sakkari sta provando a superare nei risultati la miglior giocatrice dell’era Open, Eleni Daniilidou, che vanta come best ranking il numero 14 raggiunto nel 2003, cinque titoli WTA, e che è stata capace di sconfiggere Justine Henin nel 2005 a Wimbledon.

Tstitsipas e Sakkari hanno in comune un aspetto: sono entrambi figli d’arte. Tstitsipas con il padre coach di tennis, e la madre giocatrice professionista (Julia Sergeyevna Apostoli, russa naturalizzata greca) ex numero 132 WTA. La mamma di Maria Sakkari, Angeliki Kanellopoulou, è stata una giocatrice ancora più forte: numero 1 di Grecia, con un best ranking WTA da numero 43 nel 1987.

a pagina 2: I primi anni di Maria Sakkari

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