Roland Garros 2019: conferme, delusioni, sorprese - Pagina 5 di 5

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Roland Garros 2019: conferme, delusioni, sorprese

Seconda parte di analisi dell’ultimo Slam: da Anisimova a Martic, da Halep a Stephens, da Williams a Osaka, chi ha stupito e chi deluso al Roland Garros

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Amanda Anisimova - Roland Garros 2019 (foto via Twitter @rolandgarros)

Serena Williams
Non è facile valutare il torneo di Serena Williams, perché non è chiaro quanto abbia influito sul rendimento il problema al ginocchio sinistro che aveva causato il ritiro dopo un solo match agli Internazionali d’Italia. Fra Roma e Parigi sono circolate fotografie che la ritraevano in sedia a rotelle, probabilmente per non sollecitare la gamba; immagini che non lasciavano presagire molto di buono (e che Serena non ha voluto commentare).

Al dunque per eliminarla a Parigi è “bastata” la giovane Sofia Kenin, venti anni e numero 35 del ranking, fuori dalle teste di serie. Da quando Serena è rientrata dopo la maternità ha disputato cinque Slam. Nel primo (Roland Garros 2018) si è ritirata prima del quarto turno per un problema ai muscoli addominali. Poi a Wimbledon e agli US Open ha perso in finale (da Kerber e Osaka). Nel 2019 è stata eliminata nei quarti a Melbourne (da Pliskova) e ora al terzo turno da Kenin.

In pratica i risultati sono in regressione, e questo non è certo un buon segnale. A questo punto potrebbero diventare decisivi gli impegni sull’erba di Wimbledon e agli US Open, il Major di casa. In base ai risultati ottenuti penso che Williams valuterà come sviluppare il suo futuro nel tennis agonistico.

 

Contro Kenin Serena ha sofferto molto quando è stata chiamata a coprire il campo in larghezza o in avanti, salvandosi invece se poteva colpire da ferma. Mi permetto però una osservazione: non sono d’accordo con chi dice che si tenga a galla solo con il servizio. In realtà nell’equilibrio del suo attuale tennis credo la risposta sia altrettanto importante. Con Azarenka non più scintillante come negli anni d’oro, come returner Serena è quasi unica nel circuito attuale. Soprattutto è quasi infallibile quando c’è da punire avversarie che battono seconde non all’altezza: in quei casi il vincente è quasi automatico.

In sintesi: colpi di inizio gioco e carisma impareggiabile sono al momento le armi su cui Serena può contare, e che però non si sono rivelate sufficienti nei Major 2019. Anche perché questa volta contro Kenin il carisma di Williams non è stato un fattore. Normalmente Serena incute così tanta soggezione da rendere difficilissimo chiudere i match contro di lei. Ma Sofia ha fatto eccezione, perché è una delle giocatrici più “impertinenti” del circuito attuale: scende in campo senza timore reverenziale verso chiunque. E lo ha dimostrato (almeno in questa occasione) anche contro una leggenda vivente come Williams.

Non solo. La grande carica nervosa ha spinto Sofia a mettere in dubbio diverse volte le chiamate arbitrali, un atteggiamento che non è piaciuto a una parte del pubblico. Ma anche con gli spettatori sempre più dalla parte di Serena, per Kenin non ha fatto differenza: ha continuato sulla stessa linea, impermeabile a tutto, spinta dalla incontenibile voglia di prevalere. E alla fine ci è riuscita.

Infine un aspetto tecnico-tattico, di cui mi sono reso conto negli ultimi tempi. Rispetto ai match degli esordi Kenin è diventata più aggressiva; cerca più spesso il controllo dello scambio e prende rischi superiori su situazioni di gioco che in passato avrebbe probabilmente risolto con soluzioni interlocutorie o di contenimento. La Kenin del Roland Garros cercava il colpo definitivo appena possibile, soprattutto con il rovescio. Non sono sicuro che possa essere l’impostazione più redditizia contro certe regolariste, ma contro la Serena di Parigi è stato sufficiente per avere la meglio (6-2 7-5).

Naomi Osaka
Tre partite è durato il torneo di Serena Williams, e ugualmente tre partite è durato quello della numero 1 del mondo e bicampionessa Slam Naomi Osaka. Dopo 16 vittorie consecutive nei Major si è interrotta la sua imbattibilità.

Faccio fatica a dare una valutazione tecnica del suo Roland Garros, perché ho l’impressione che determinanti siano stati gli aspetti psicologici. Come lei stessa ha confidato in conferenza stampa, Naomi si è presentata a Parigi con il chiodo fisso di continuare la striscia vincente negli Slam, ma questo obiettivo l’ha logorata mentalmente.

È anche per questo che nessuna, nemmeno Serena Williams, negli ultimi 30 anni è riuscita a conquistare il Grande Slam. Perché a un certo punto lo stress si fa insostenibile, e si finisce per cedere. Cito un solo evento: Roberta Vinci a New York agli US Open 2015. Osaka non si era ancora spinta così avanti come Serena quattro anni fa, ma naturalmente Naomi non è nemmeno così dominante come quella Williams, e quindi i nodi sono venuti al pettine prima.

A Parigi Osaka ha rischiato di perdere contro Schmiedlova già all’esordio. Dopo un primo set da incubo è riuscita a superare l’ostacolo in rimonta (0-6 7-6 6-1). In conferenza stampa aveva spiegato: “Non sono mai stata così nervosa durante un match in tutta la mia vita. Nel primo set non riuscivo letteralmente a tenere una palla in campo. Oggi è stato strano perché di solito la tensione si supera, mentre questa volta è rimasta per l’intera partita. Per me è stata una lotta con la mia forza di volontà”. E al momento di descrivere le ragioni di questa condizione, è stata fulminante nella autocritica: “Posso dare delle motivazioni logiche, anche se io non sono una persona logica”.

Naomi si è in parte ripresa contro Azarenka al secondo turno, forse proprio perché il prestigio dell’avversaria rendeva meno “obbligatorio” vincere (4-6 7-5 6-3), e più accettabile la sconfitta. Quella contro Vika è stata una bella partita, con ottimi scambi, ma Osaka non è riuscita a dare continuità a quel rendimento nel turno successivo. Tanto che contro Siniakova ha giocato ben lontana dai migliori standard; e nel secondo set a un certo punto per Naomi era sempre più difficile trovare il campo con il rovescio, che nei game finali è diventato una specie di macchina da gratuiti (6-4 6-2).

Dopo l’eliminazione, come sempre è stata molto onesta e diretta: “Sentivo come un peso su di me che non avevo mai sperimentato prima”. E alla domanda su quale fosse la cosa migliore per superare il momento difficile, ha risposto: “Sembrerà strano, ma penso che l’avere perso è probabilmente la cosa migliore che mi potesse accadere. (“You know, it’s weird, but I think me losing is probably the best thing that could have happened”). Avevo cominciato a pensare troppo al Calendar Grand Slam. Ci riproverò in futuro, ma per ora l’essere uscita dal torneo e tornare a casa è il meglio possibile. Ciao a tutti: scusate ragazzi, ma non mi mancherete”. Con questo lasciando intuire che probabilmente dopo Parigi volterà pagina e comincerà una nuova fase della carriera.

Nota. Nell’articolo della scorsa settimana in prima stesura era presente un errore: i nomi differenti delle ultime vincitrici Slam non sono undici su dodici tornei svolti, ma nove su dieci. Mi scuso per l’informazione sbagliata.

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.

 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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Naomi Osaka e le superfici

Ad appena 23 anni Osaka vanta già quattro titoli Slam, vinti però solo sul cemento. Riuscirà a conquistare successi importanti anche su erba e terra?

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Naomi Osaka - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Con il successo all’Australian Open 2021 Naomi Osaka non ha solo vinto il quarto titolo Slam della carriera ma, per quanto riguarda i Major raccolti, si è staccata da tutte le tenniste in attività, ad eccezione delle sorelle Williams e Kim Clijsters (se consideriamo Kim ancora attiva). Non solo. Nel tennis degli anni Duemila, facendo riferimento a tutti gli Slam assegnati, solo quattro tenniste hanno vinto più Major di Naomi: Serena e Venus, Henin e Sharapova. A quattro titoli la affianca Clijsters.

Ricordo che Osaka ha solo 23 anni (è nata nell’ottobre 1997), e quindi non è affatto escluso che possa aumentare il numero di successi. Se ragioniamo in termini di età in rapporto al quarto titolo, ancora una volta, solo le sorelle Williams l’hanno chiaramente sopravanzata, mentre Henin le è davanti di pochissimo, e Sharapova dietro. Infatti, se non ho sbagliato i conti, questa è l’età nella quale sono arrivate al quarto Slam le protagoniste citate: Serena quarto titolo a 20 anni e 11 mesi, Venus a 21 anni e 4 mesi, Henin a 23 anni esatti. Poi c’è Osaka (23 anni e 5 mesi). Sharapova ha raggiunto il quarto Slam a 25 anni e 1 mese, mentre Clijsters a 27 anni e 8 mesi.

Insomma, Osaka si sta costruendo una carriera eccezionale, anche se con alcuni limiti da considerare. Il primo è che a dispetto dei quattro grandi trofei già conquistati, negli altri tornei del circuito WTA è arrivata ad “appena” tre titoli: Indian Wells 2018, Pechino 2019 (entrambi Premier Mandatory), Tokio 2019 (torneo Premier). Anche per questo sino a oggi ha comandato la classifica mondiale per poche settimane, 25 in totale. In sostanza Osaka si è dimostrata più capace di notevoli picchi di gioco, ma limitati nel tempo, che di continuità nell’arco di tutta la stagione. Con una frase fatta si potrebbe dire: più qualità che quantità.

 

Ma il dato tecnicamente più interessante, a mio avviso, riguarda la distribuzione delle superfici sulle quali ha vinto: esclusivamente sul cemento. E anche prendendo in considerazione i tornei nei quali è arrivata in finale senza vincere (Tokio 2016, Tokio 2018, NewYork/Cincinnati 2020) il responso è sempre lo stesso: cemento.

Abbiamo ancora dubbi? Verifichiamo allora un dato più ampio, quello della percentuale di vittorie sul circuito maggiore (tornei WTA, Slam, Fed Cup). Osaka ha vinto 173 partite e ne ha perse 88, così distribuite:

69,4% sul cemento (136 vinte / 60 perse)
59,5% sulla terra (rossa e verde) (25/17)
52,2% sull’erba (12/11)

In sostanza, da qualsiasi punto la si osservi, la situazione appare chiara e univoca: il rendimento di Naomi cambia, e di parecchio, in rapporto alle superfici. Come mai?

Visto che questa tendenza è emersa ormai da anni, la spiegazione che mi ero dato già da alcune stagioni è legata alla sua formazione da ragazzina. Osaka infatti non ha compiuto la classica trafila da junior di successo, che viaggia per il mondo con un calendario che, almeno per gli Slam, ricalca quello delle professioniste. No, Naomi è cresciuta senza disputare tornei junior, affrontando direttamente gli ITF; quelli americani soprattutto. Questo significa che rispetto alla concorrenza non si è costruita un sufficiente bagaglio di esperienza sull’erba e sulla terra rossa.

Qualche settimana fa ha confermato lei stessa questa tesi, nella conferenza stampa tenuta al termine della vittoria all’Australian Open. Le viene chiesto: “Hai vinto quattro Slam solo sul cemento. Quale sarà il primo al di fuori, terra o erba?” Inizialmente Naomi risponde con una battuta: ”Spero sulla terra, perché arriva prima” (il Roland Garros 2021 precede Wimbledon in calendario). Poi però tratta più estesamente della propria formazione:

E qui ci dice che nel 2019 aveva cominciato a sentirsi meglio sulla terra, mentre ritiene di avere pochissima esperienza sull’erba. I numeri lo confermano, anche se da giovanissima ha giocato un paio di ITF sull’erba in Giappone (non ho verificato nel dettaglio, ma non escludo si trattasse di erba sintetica); mentre nel 2015 era arrivata in finale nell’ITF 50K di Surbiton (hinterland londinese), perdendo contro Diatchenko, in un tabellone che vedeva al via, fra le altre, Hsieh, Kontaveit, Cetkovska, Minella, Paszek, Buzarnescu.

In ogni caso stiamo parlando di pochi match, che avvalorano le parole di Naomi. Stabilito questo, è inevitabile chiedersi se Osaka sarà capace di superare le difficoltà su terra ed erba per trasformarsi in una giocatrice più completa. Magari così completa da essere in grado di vincere gli Slam europei. Prima di affrontare il tema, penso sia utile considerare qualche precedente di giocatrici con situazioni simili, e valutare come sono andate le cose.

a pagine 2: I precedenti nel tennis recente

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Tennis e pandemia: le sfortune di Muguruza e le fortune di Krejcikova

In finale nel WTA 1000 di Dubai si sono affrontate due giocatrici per cui la pandemia ha probabilmente influito in modo opposto sulla carriera

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Garbiñe Muguruza – Dubai 2021 (via Twitter DubaiTennisChamps)

Con il successo nel WTA 1000 di Dubai, Garbiñe Muguruza è tornata a vincere un titolo a distanza di due anni. L’ultima vittoria nel Tour di Muguruza risaliva infatti all’International di Monterrey 2019 (finale su Azarenka). Se però cerchiamo nel suo palmarès una affermazione davvero importante, occorre addirittura risalire al 2017, al Premier5 di Cincinnati, dell’agosto 2017: sono passati quasi quattro anni.

Nel 2017, qualche settimana dopo la vittoria in Ohio, Muguruza sarebbe diventata numero 1 del mondo a 23 anni ancora da compiere (è nata l’8 ottobre 1994) Tutti pensavano stesse entrando nel periodo migliore della carriera; Garbiñe era la campionessa in carica di Wimbledon e si presentava come una giocatrice in grado di vincere su tutte le superfici: la terra del Roland Garros 2016, l’erba di Wimbledon 2017, il cemento di Cincinnati 2017. Invece nel 2018 sarebbe cominciato un lungo periodo di crisi.

 

Scaduti i punti di Wimbledon e Cincinnati, infatti, Muguruza sarebbe uscita dalla Top 10, e nel corso del 2019 avrebbe perso anche il diritto alle teste di serie negli Slam, visto che era uscita anche dalle prime 30 del ranking. Si trattava di un processo di involuzione del tutto inatteso, proprio perché coinciso con l’età che normalmente si considera la migliore per una atleta, tra i 24 e i 25 anni.

Anche per questo il recente successo di Dubai assume un valore simbolico importante. Se però prendiamo in considerazione soltanto i tornei vinti, rischiamo di sbagliare prospettiva. Muguruza non è improvvisamente risorta la scorsa settimana negli Emirati, ma era già tornata protagonista sin dal gennaio 2020, con la finale raggiunta all’Australian Open, persa in tre set contro Sofia Kenin.

Analizzare il 2020-2021 di Muguruza non è per nulla semplice, perché vanno considerati diversi elementi anche molto lontani fra loro, che non sempre coincidono temporalmente, e che non si prestano a un racconto lineare. Cambi di allenatore, questioni tecniche, aspetti agonistici, fortuna e sfortuna nei tabelloni, qualità delle avversarie, lo stop della pandemia, la variabile inattesa del nuovo ranking: forse per spiegare tutti gli elementi che hanno influito sull’ultimo biennio di Muguruza sarebbe più adeguato utilizzare un ipertesto, perché un normale articolo rischia di sfilacciarsi in tante direzioni differenti, difficili da tenere insieme. Ma visto che questo abbiamo a disposizione, facciamo un tentativo.

Luglio 2019: Muguruza è in piena crisi di risultati, e fatica a recuperare la solidità dei tempi migliori. Ha poca fiducia nel proprio gioco e in particolare il dritto è diventato un colpo inaffidabile, che le procura errori in serie. Le avversarie lo sanno e insistono su quel punto debole, raccogliendo spesso punti determinanti, che a fine match fanno la differenza. Ma anche il servizio sta diventando meno sicuro e non può che causare altre conseguenze negative negli equilibri del suo tennis.

Di fronte a problemi così profondi, Garbiñe decide di chiudere il lungo e controverso capitolo con il coach Sam Sumyk, per tornare a collaborare in esclusiva con Conchita Martinez, che l’aveva già affiancata nel passato (in particolare durante le due settimane vincenti a Wimbledon).

Al di là del valore di un coach, a volte le collaborazioni diventano sterili anche semplicemente perché si logorano i rapporti personali, e questi influiscono sulla qualità del lavoro strettamente tecnico. Nella off season condotta con Martinez, evidentemente Muguruza lavora bene, e dall’inizio del 2020 si ripresenta una giocatrice di nuovo in grado di misurarsi con le più forti. All’Australian Open non è testa di serie, eppure sconfigge tre Top 10 (Bertens, Svitolina, Halep) e raggiunge la finale, dove perde in tre set contro Sofia Kenin.

L’Australian Open 2020 ci restituisce una giocatrice completamente ricostruita sul piano fisico-tecnico, ma con ancora progressi da compiere nei momenti cruciali delle grandi partite. Quello che manca a Garbiñe per tornare al livello della Muguruza del 2017, la numero 1 del mondo e campionessa di Wimbledon, è la sicurezza agonistica che le aveva permesso di vincere due Major. Magari sbaglio, ma non credo che quella giocatrice sarebbe arrivata al terzo set contro Kenin (nella finale poi persa 4-6, 6-2, 6-2): probabilmente non sarebbe calata di aggressività e di convinzione a partita in corso, e avrebbe vinto direttamente in due set, sulla scia del successo nel parziale di apertura.

Ma al di là della delusione contro Kenin, Garbiñe è comunque in chiaro recupero. Per questo quando arriva la pandemia a fermare il circuito, è una delle tenniste più danneggiate: fa parte di quel gruppo di giocatrici (come Kenin, Rybakina, Jabeur) che avrebbero potuto sfruttare il momento molto positivo per ottenere altri ottimi risultati. Risultati che avrebbero significato progressi in classifica, nei guadagni e nella autostima al momento di scendere in campo. E invece tutto si ferma.

a pagina 2: La prestazioni dopo lo stop per pandemia

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