Wimbledon: Nadal e Djokovic vogliono un ATP più forte

Interviste

Wimbledon: Nadal e Djokovic vogliono un ATP più forte

WIMBLEDON – Rafael Nadal si lamenta ancora delle teste di serie “erbivore”: “Assegnano 2000 punti ATP e fanno quello che vogliono”. Djokovic sfinito per le sue fatiche sindacali: “la riunione del Council è durata più di sette ore”

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Novak Djokovic a Wimbledon 2019 (foto YouTube Wimbledon)

Da Wimbledon, il nostro inviato

L’asfissiante ondata di calore che sta avvolgendo quasi tutta l’Europa Occidentale è arrivata, almeno per un giorno, anche a Londra, che in questo sabato di giugno si è trovata a dover gestire temperature vicine ai 35 gradi. Gli immacolati prati dell’All England Club, pronti a ospitare da lunedì il più famoso torneo del mondo, non dovranno però sopportare a lungo questa insolita canicola: le previsioni parlano di una prima settimana dei Championships con tempo generalmente soleggiato ma temperature decisamente miti, poco sopra ai 20 gradi. Fortunatamente per i tennisti (e per gli altri addetti ai lavori) l’evento principale di questa giornata era prevista nel freschino dell’aria condizionata della sala interviste, dove i protagonisti (o presunti protagonisti) dello Slam londinese si sono succeduti nelle conferenze stampa pre-torneo.

Con il canonico ritardo che accompagna queste occasioni, Rafael Nadal è stato il primo a presentarsi davanti ai taccuini, per nulla preoccupato delle due sconfitte subite nella esibizione di Hurlington (“Si tratta di match molto diversi dalle partite ufficiali”) e molto concentrato sulla prima partita che lo attende contro Sugita, “un giocatore che ha già giocato e vinto tre partite su questa superficie e che sarà duro da affrontare”. Il maiorchino ha rinunciato a giocare tornei di preparazione per questo Slam e sta quindi trovando la forma giorno dopo giorno.

Inevitabile la domanda sulle sue dichiarazioni a proposito del sistema di teste di serie in vigore a Wimbledon, l’unico torneo che non rispetta la classifica mondiale per dare più peso ai risultati ottenuti sull’erba: “Questo è un problema a livello di ATP – ha spiegato Nadal – questo torneo assegna 2000 punti e noi permettiamo che faccia quello che vuole. È un fatto che non capisco, perché questa decisione ha delle conseguenze che si ripercuotono per tutta la stagione. Non è solo l’erba, la stagione non è solo l’erba: tutti i giocatori lavorano sodo per ottenere un ranking tale da poter essere testa di serie, e poi arrivano qui e rischiano di avere un tabellone più difficile a causa di questo criterio. Rispetto le regole di Wimbledon, la sua storia e tutto quanto, e capisco anche come il loro modo di vedere le cose possa essere diverso dal nostro. Ma se l’ATP assegna a questo torneo la possibilità di assegnare 2000 punti dovrebbe avere più peso decisionale sulle regole da adottare”.

 
Rafael Nadal – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Per continuare le controversie è arrivata subito dopo anche Serena Williams, che ha spiegato come abbia ripreso ad allenarsi da circa una settimana e mezzo, che dopo 3-4 giorni di allenamento fosse già a pieno regime per quel che riguarda le ore di campo e che è rimasta sorpresa quando qualcuno le ha fatto notare che la WTA ha una nuova numero 1: “Sono molto contenta per Ashleigh, è davvero una tennista con un gioco straordinario, è sempre così calma e rilassata in campo, davvero contenta per lei”.

La fuoriclasse americana ha anche voluto chiarire come siano andate le cose a Parigi nel famoso incidente che ha visto Dominic Thiem “sfrattato” dalla sala interviste principale: “Ho chiesto, o meglio supplicato, gli organizzatori di mettermi nella sala interviste più piccola. Mi hanno detto di no. Allora ho detto che avrei atteso negli spogliatoi e che sarei tornata alla fine della conferenza stampa di Thiem, e a quel punto mi hanno detto di rimanere lì e hanno spostato Thiem dalla sala principale. Ho detto, testuali parole, ‘siete davvero maleducati a fare una cosa del genere’, e il giorno dopo tutto d’un tratto avevo una ‘personalità difficile’. Comunque con Thiem è tutto chiarito, ci siamo parlati, è un ragazzo che mi è sempre piaciuto, è un tennista straordinario. Onestamente, sono troppo vecchia per trascinare controversie come questa, per cui ci tengo a mettere in chiaro come sono andate le cose”. Parole di grande ammirazione sono andate anche a Cori Gauff, la quindicenne che si è qualificata per il tabellone principale e che affronterà al primo turno la sorella di Serena, Venus: “Non sono sicura, ma potrei anche guardare la partita”.

Attesissimo ovviamente Andy Murray, che nella sua nuova veste di doppista, ancora alla ricerca di una compagna per il doppio misto, ha parlato dei problemi della specialità: “Uno dei motivi per cui alcune delle giocatrici mi hanno detto di no è che vogliono rimanere focalizzate sul singolare. Ho parlato con parecchi doppisti recentemente, e mi hanno detto che a volte, se il tempo non è clemente, il doppio misto viene tralasciato fino alla fine del torneo, e ci si ritrova a giocare parecchi match nella stessa giornata, rovinando magari le chance di vittoria nella competizione ‘principale’. Questo ha un effetto anche nel tabellone di doppio maschile qui a Wimbledon, dove si gioca al meglio dei cinque set. Credo che sarebbe il caso di ripensare questa decisione, perché in questo modo si scoraggiano giocatori che magari vorrebbero giocare anche il doppio ma che poi desistono per paura di dover magari giocare 10 set in un giorno solo ad uno stadio avanzato del torneo”.

Serena Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

La nuova n.1 WTA Ashleigh Barty è sembrata completamente a suo agio nel suo nuovo ruolo di regina del circuito: “Sicuramente c’è più rumore di fondo, ci sono tante altre cose che accadono intorno a me, ma all’interno del mio team le cose non sono cambiate per nulla dopo Parigi, dopo Birmingham e dopo la conquista della prima posizione”. Magari la giovane australiana è ancora su una nuvola, o forse il potere logora chi non ce l’ha, perché la “detronizzata” Naomi Osaka ha invece spiegato come essere numero uno era “uno stress e una pressione molto superiore a quello che avrei potuto immaginare, niente avrebbe mai potuto prepararmi per quella situazione”. Ora che quello stress è andato, paradossalmente si sente più rilassata, comunque meno incline a fare “overthinking”, ovvero a pensare troppo alle cose da fare in campo.

Elegantissimo come sempre nella sua giacca bianca Uniqlo, Roger Federer è stato protagonista dell’intervento meno controverso del pomeriggio, in pieno stile svizzero. Ha ribadito i concetti già espressi nel giorni scorsi su come a suo avviso il sistema di teste di serie utilizzato a Wimbledon è giusto (“anni fa non solo le teste di serie venivano rimescolate, ma giocatori che erano nei primi 32 finivano per non avere nessuna testa di serie – era molto più duro così”) e su come il coaching nel tennis “non sia necessario”, perché creerebbe delle differenze dando un potenziale vantaggio a chi può permettersi di pagare un team più numeroso o migliore.

I fuochi d’artificio conclusivi sono spettati a Novak Djokovic, che interrogato sulle dimissioni di vari membri del Players Council avvenute negli ultimi giorni, l’ultima delle quali proprio nella serata di venerdì da parte di Robin Haase, si è lasciato andare ad una risposta-fiume nella quale si è tolto alcuni sassolini dalla scarpa.

Capisco la decisione di dimettersi, specialmente dopo gli ultimi meeting come quello di ieri sera, che è iniziato alle 17 ed è finito ben oltre la mezzanotte. Per tutti quelli che partecipano a questo torneo, rimanere sette ore in riunione e non riuscire nemmeno ad esaurire i punti all’ordine del giorno è davvero sfinente. Ma sono sicuro che Robin avesse in mente altri problemi ben più gravi. Siamo di fronte ad un sistema che continua a fallire riunione dopo riunione. L’ho già detto altre volte. Siamo qui come volontari, a ricoprire il ruolo che ci siamo impegnati a ricoprire in maniera responsabile, per assicurarci che i diversi gruppi di giocatori siano rappresentati. Sono parte del Council da sei-sette anni, e sono sempre stato piuttosto attivo. In qualità di presidente, posso dire che quest’ultimo gruppo di rappresentanti che abbiamo avuto è sicuramente il più attivo, il più dedicato. Volevano fare la differenza, prendevano a cuore i problemi ed erano sempre in comunicazione gli uni con gli altri”.

Credo ci siano aspetti positivi nell’avere i tornei all’interno della stessa organizzazione. Nel 1973, quando l’ATP venne formato, si trattava solamente di un’associazione di giocatori. Poi è diventato un Tour, includendo anche i tornei. Ci sono aspetti positivi, certo, ma ce ne sono anche di negativi. C’è un conflitto d’interessi. Sfortunatamente la nostra struttura di governo ci impedisce di fare cambiamenti a nostro piacimento. Me ne sono accorto quando sono stato uno dei 14 giocatori su 15 a firmare un documento che richiedeva tre cambiamenti a nostro favore: non è stato fatto nulla”.

Andy Murray – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Questo è solo un esempio delle difficoltà che abbiamo per riuscire a fare cambiamenti. In qualunque scenario, riunioni di sette ore che si ripetono in maniera regolare non sono accettabili, perché sono inefficienti. Ma sono ancora qui, e voglio ringraziare Robin e Jamie e tutti quelli che si sono dimessi di recente per il loro contributo”.

Uno dei segnali preoccupanti è rappresentato dalle fughe di notizie che si sono verificate negli ultimi 9-10 mesi. In quattro o cinque occasioni ci sono state informazioni confidenziali diffuse dopo o addirittura durante le riunioni. Ieri stavamo discutendo del voto sul rappresentante dei giocatori nel board per l’America, e mentre stavamo ancora discutendo e votando qualcuno ha pubblicato un tweet nel quale si parlava di una situazione di stallo. Si tratta di una decisone importante. Il Player Council è un organismo di 10 giocatori, ma non hanno potere decisionale nel Board, possono esprimersi solamente attraverso i loro rappresentanti. Questi sono coloro che decidono il nostro destino”.

Se il buongiorno si vede dal mattino, sarà un Wimbledon coi fiocchi!

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Focus

Il 2% che divide Gasquet da Federer, Nadal e Djokovic

Seconda parte dell’intervista a Fabrice Sbarro, il data analyst di Medvedev. “La realtà è che anche i big hanno margini risicati. 1 o 2% è una differenza per nulla irrilevante”

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Richard Gasquet e Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Pubblichiamo oggi il capitolo conclusivo dell’intervista a Fabrice Sbarro, data analyst di Daniil Medvedev che ha contribuito ai successi del rosso nell’estate 2019. Dopo avervi raccontato come Sbarro è riuscito a convincere coach Cervara della bontà del suo lavoro, allarghiamo il campo d’analisi all’intero mondo del tennis. Quanto conta quel famoso ‘1%’ di differenza, che al massimo diventa un 2%? Tanto, se può fare la differenza tra vincere uno Slam e non vincerne nessuno…

(trovate qui il video completo dell’intervista)

CAPITOLO 3 – CHIACCHIERE IN LIBERTÀ E PROSPETTIVE FUTURE

Il tema dell’1%, e di quanto sia sottile il margine fra vittoria e sconfitta nel tennis professionistico, è sicuramente affascinante. Su questo argomento è proseguita la chiacchierata.

Forse non c’è ancora una sensibilità diffusa su quanto sia importante quell’1%, che ne dici Fabrice?
1% è una differenza per nulla irrilevante. Djokovic, Nadal e Federer nelle loro carriere si attestano su una percentuale di punti vinti intorno al 54%. Magari la gente pensa che questi grandi campioni, probabilmente i più grandi che ci siano stati nella storia del tennis, abbiano semplicemente spazzato via i propri avversari. Ma la realtà è diversa e i margini anche per loro sono risicati. Ti dirò di più: Gasquet in carriera ha vinto intorno al 52% dei punti. Da una parte decine di titoli Slam, mentre il francese al massimo ha raggiunto le semifinali nei Major. La mia idea insomma è quella di aiutare gli atleti a cogliere quell’1% in più, fornire quel vantaggio competitivo che possa consentire loro di scalare una marcia e andare a posizionarsi sul gradino successivo. Daniil all’inizio dell’anno era sugli stessi livelli di Gasquet, si attestava sul 52% di punti vinti. Durante il periodo che invece va da Montreal a Shanghai, nel quale abbiamo collaborato, questo dato è schizzato al 54% (sui livelli dei tre mostri sacri, ndr).

 

Vogliamo riassumere allora come si è sviluppata la tua collaborazione con Gilles e Daniil?
Nel periodo che va da Montreal a Shanghai 2019, ho aiutato Gilles nella preparazione dei match e la condivisione era completa. Ed è stato incredibile, perché di solito i coach difficilmente si fidano al 100% e tendono a scartare buone parte delle proposte. Ma con Cervara è stato differente, anche perché in quel periodo la fiducia reciproca era testimoniata dal fatto che era Gilles a pagarmi direttamente. Gli piaceva il concept. E io potevo riscontrare che tutto questo era vero, perché in quel periodo Daniil effettivamente traduceva sul campo le nostre indicazioni al 70-80%; ovviamente c’è anche l’avversario in campo. Però dopo Shanghai è emerso anche un altro aspetto molto importante, quello psicologico”.

Che cosa significa?
Dopo Shanghai, torneo in cui Medvedev aveva battuto in finale Zverev, lo status di Daniil era cambiato, ormai era diventato una superstar, non più solo un buon giocatore, ma uno che rivaleggiava con i migliori e poteva competere a livello Slam. E probabilmente da un punto di vista emozionale la cosa non era facile da gestire, è stata un cavalcata dispendiosa mentalmente e fisicamente e probabilmente questo fatto di aver addosso una pressione completamente diversa è stato un peso eccessivo da gestire. Dopo Shanghai lui si sentiva in grado di poter tornare a giocare in un certo senso da solo, senza il supporto delle statistiche, nonostante avessi il pieno supporto del suo allenatore, Cervara. In pratica Daniil voleva mettersi alla prova e fare di testa sua. Nonostante questo, il rapporto di fiducia con Gilles era tale che ha continuato comunque a pagarmi per poter aver le mie analisi che erano a quel punto mirate a sviluppare il gioco del suo assistito. In altre parole, anche se non facevamo più la preparazione statistica dei match e quindi non curavamo più gli aspetti tattici, abbiamo lavorato per individuare ex post le cose che non andavano.

Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Twitter @USOpen)

Non significa che il rifiuto di Daniil di affidarsi all’approccio statistico sia definitivo, semplicemente per adesso stiamo esplorando altre strade, anche se a volte è un peccatoCome ad esempio nella rivincita con Wawrinka all’Australian Open. Avevo studiato il gioco di Wawrinka e mi ero reso conto che anche se per gran parte del 2019 il rovescio di Stan andava a farfalle, nelle ultime settimane le cose erano cambiate, già a Doha, ed era tornato ad essere un colpo solido. Sapevo che Vallverdu (il coach di Stan, ndr) si era focalizzato su quel colpo; per cui, anche se il rovescio è un colpo che Daniil gioca benissimo, gli avevamo suggerito di anticipare la variazione lungolinea e non rimanere inchiodato sulla diagonale di rovescio per scambi prolungati. Purtroppo alla fine del match le statistiche dicevano che Daniil aveva giocato l’85% dei rovesci incrociati. Ovviamente non sapremo mai se sarebbe potuta andare diversamente, però è stata una partita combattuta che si è giocata sui dettagli. E magari con qualche piccolo accorgimento Daniil avrebbe potuto vincerla.

Dall’esterno, è sembrato che dopo Shanghai Medvedev avesse perso quel tocco magico che aveva avuto per diversi mesi e che l’aveva portato a sfiorare la vittoria contro Nadal, in una delle finali Slam più sofferte tra quelle giocate dal maiorchino. Torna quindi il tema del tennis come un purgatorio fatto di gradoni che costa tempo e fatica salire e che possono invece essere scesi con tanta rapidità. La considerazione allora, in un mondo in cui le statistiche non sono ancora maneggiate dalla maggior parte degli stessi giocatori ed allenatori, è che il vantaggio competitivo è ancor più significativo e talvolta può davvero fare la differenza. E parlando di tennisti che hanno fatto un bel balzo in avanti, non si può non parlare di Matteo Berrettini, nominato “Most improved player” nel 2019.

E di Matteo Berrettini che ne pensi Fabrice?
Credo che tutti i giocatori che hanno lavorato con degli esperti di dati poi ne hanno tratto profitto. Berrettini ne è un buon esempio: aveva cominciato l’anno intorno al numero 50 ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 8 e ad andare alle Finals. E lui ha lavorato con Craig O’Shannessy, che tutti ben conosciamo. Con tutto il rispetto non era previsto che finisse al numero 8! Essere un top ten significa più o meno vincere il 52% dei punti, una performance che per Berrettini non era lo standard. Berrettini, da top 30/top 50, vinceva circa il 51% dei punti.

Anche qui torniamo al tema di prima: stiamo parlando di una differenza di un punto percentuale, in grado di portare un buon giocatore nell’élite assoluta. E sono assolutamente convinto che Craig O’Shannessy sia stato determinante nel far compiere questo salto di qualità a Berrettini. Alla fine si tratta di piccoli dettagli, come le strategie al servizio, essere un po’ più aggressivi e cercare un po’ di più la via della rete, o usare un po’ di più il rovescio slice. Alla fine è questo di cui stiamo parlando ed è questo il ruolo di un esperto di statistiche che interpreta i dati per poter suggerire aggiustamenti tattici, quei piccoli dettagli di cui parlavamo prima. Insomma, data is coming!

Quindi già oggi alcuni giocatori stanno beneficiando di questi dettagli, è così?
Sicuramente, e un buon esempio è sicuramente Murray, che so per certo aver beneficiato di questo tipo di supporto. Andy era sicuramente un top player ma di base probabilmente non al livello degli altri tre, e il fatto che sia riuscito a inserirsi in questa lotta è incredibile. Magari quello che dico è completamente sbagliato, ma secondo me di base lui era un ottimo top ten, come Berdych ad esempio, che è arrivato sulla soglia della grandezza nel suo prime, arrivando anche in finale a Wimbledon. Murray invece ha vinto uno Slam, le Olimpiadi e ha avuto una carriera completamente diversa. Mentre gli altri tre stazionavano sopra il 54% di punti vinti, Murray è rimasto poco sopra il 53%, ma comunque sopra quel 52% che è la top ten.

Oltre a Medvedev hai avuto altre collaborazioni di rilievo nel 2019?
Sì, ho avuto modo di collaborare con Nicolas Mahut, che mi disse di essere interessato al mio lavoro e di volerlo provare. E l’occasione in cui abbiamo cominciato a fare sul serio è stata il Masters di Londra 2019. E durante quel torneo abbiamo fatto la preparazione per ogni match. È stato un bello sforzo perché prima di quell’occasione non mi ero mai occupato di doppio e così ho costruito la base dati puntando a tutte le coppie concorrenti di Mahut ed Herbert che erano a Londra. Anche lì probabilmente sarà stato un pizzico di fortuna, o come dicono alcuni scettici, quando Herbert e Mahut sono in giornata sono imbattibili. Però il risultato finale è stato che non hanno perso un solo set in tutta la manifestazione e considerando la qualità degli avversari è stato un grande risultato. Così ho deciso di cominciare a seguire anche il doppio, ma solo le migliori 20 coppie al mondo al fine di fornire i miei servizi solo ai migliori.

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Interviste

Federer: “Non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo”

In una lunga chiacchierata con Guga Kuerten, lo svizzero parla dei suoi primi anni sul tour, della quarantena e del futuro del tennis: “Credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana”. Sulle porte chiuse: “Non riesco a vedere uno stadio vuoto”

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Roger Federer alle Nitto ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Roger Federer è stato tra i più attivi durante il periodo d’emergenza, con donazioni e iniziative benefiche. Recentemente il campionissimo svizzero si è unito a Guga Kuerten nella campagna “Vencendo juntos che mira ad aiutare oltre 35.000 famiglie brasiliane duramente colpite dalla pandemia.

Federer non ha risparmiato elogi per l’ex collega, nel corso di una lunga chiacchierata che ha svelato anche particolari molto interessanti. “Quando mi hai chiamato, ho detto: ‘Se Guga chiama, sono sempre lì per aiutarlo‘. Sei sempre stato uno dei miei giocatori preferiti. Forse non ricordi perché eri gentile con tutti, ma eri anche gentile con me. E penso che sia stato molto importante quando stavo entrando nel circuito. Eri uno dei ragazzi che mi hanno fatto sentire il benvenuto. Quindi, grazie Guga. Ecco perché sono qui e sono molto felice di aiutarti”.

Ripensando a quei primi anni nel circuito, Roger ha parlato di quanto il suo talento e le sue movenze apparentemente “senza sforzo” abbiano pesato come un macigno nella visione generale che il pubblico aveva di lui. Il suo successo non è però esclusivamente figlio dei doni della sorte, ma nasconde una mole di lavoro immensa. “Molte persone pensano che io sia “benedetto”. In realtà c’è stato davvero un duro lavoro, soprattutto quando ero giovane, e ho dovuto imparare a fondo. Il mio problema era che, quando vincevo, la gente diceva: ‘Guarda, lo fai sembrare così facile’. Ma, quando perdevo, dicevano: ‘devi giocare meglio, quel gioco ti veniva così facile…’. Ed è stato difficile trovare un equilibrio, mi sentivo molto confuso. Devo urlare di più? Devo sudare di più, non lo so? Cosa devo fare per far credere alle persone che sto dando il massimo?“.

 

Quegli anni sono ormai lontani e il Federer di oggi è un veterano che ormai a quasi 39 anni è ancora un top 10 fisso, sempre il lizza per titoli pesanti. Questa seconda giovinezza, quella post operazione al ginocchio del 2016, Roger ha però rischiato di non viverla. I dubbi al momento dell’infortunio erano tanti e la prospettiva di un prepensionamento forzato non era così lontana. L’orgoglio del campione però, ancora una volta, ha giocato un ruolo decisivo. “Ho subito l’infortunio nel 2016 ed è stato un anno molto difficile. Ho avuto dei pensieri, ovviamente. ‘Sarà questa la fine o no?’. Ma ho davvero sentito che questo intervento non avrebbe posto fine alla mia carriera. Credevo che avrei avuto una seconda possibilità e l’ho avuta. È stata una grande sorpresa per me. Nel 2017 sono riuscito a tornare molto forte, non solo agli Australian Open, ma durante tutto l’anno. È stato davvero bello. È stato il mio primo intervento chirurgico, non ero sicuro di come gestirlo“.

Wimbledon 2016, l’ultimo torneo disputato da Federer in quella stagione

Dal passato al futuro, Federer ha anche parlato del difficile momento che il tennis sta vivendo e dei possibili scenari che il gioco potrebbe essere costretto ad affrontare. In primo luogo, la possibilità di giocare a porte chiuse, eventualità che lo svizzero vorrebbe evitare. L’augurio di Federer è che si possa riprendere almeno con una partecipazione ridotta o in alternativa aspettare che le circostanze ammettano la presenza, in sicurezza, degli spettatori.

Non riesco a vedere uno stadio vuoto. Non posso. Spero che ciò non accada. Anche se la maggior parte delle volte ci alleniamo non c’è nessuno e tutto è tranquillo, in silenzio. Per noi, ovviamente, è possibile giocare senza fan. D’altra parte, spero davvero che il circuito possa tornare alla normalità. Potremmo aspettare il momento opportuno per tornare nuovamente ad una modalità normale. Con lo stadio almeno pieno per un terzo o mezzo pieno. Ma per me giocare in uno stadio completamente vuoto, nei grandi tornei, è molto difficile“.

In attesa di notizie più sicure sui tempi e le modalità di ripartenza del circuito professionistico, Federer si gode i lati positivi della reclusione forzata, come la possibilità di passare più tempo con la sua numerosa famiglia. “Non siamo mai stati a casa più di cinque settimane dal mio ultimo intervento chirurgico nel 2016. Questo è un grande momento per noi, come famiglia, ovviamente a volte ‘ci facciamo impazzire’, come ogni famiglia (ride, ndt). Ma per fortuna siamo sani, i nostri amici e la nostra famiglia non sono stati colpiti dal virus, il che è importante per noi. E le cose stanno andando bene nonostante le circostanze”.

RITORNO IN CAMPO – A dispetto di tanti altri colleghi che hanno immortalato il proprio ritorno in campo per gli allenamenti con la racchetta in mano, Roger non ha ancora fatto circolare nessun video o foto. Ma semplicemente perché non c’era niente da condividere. Federer ha infatti dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo, perché non ha stimoli sufficienti per farlo vista l’incertezza circa la data di inizio dei tornei.

Al momento non mi sto allenando perché non ne vedo il motivo, ad essere onesto. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa dopo aver giocato così tanto a tennis. Non mi manca così tanto. Lo sentirò alla fine quando sarò vicino al ritorno e avrò un obiettivo per cui allenarmi. Sarò super motivato“.

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