La Cina a Wimbledon può tornare protagonista?

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La Cina a Wimbledon può tornare protagonista?

Agli ottavi è arrivata la Shuai Zhang. Al terzo turno Wang Qiang. All’inizio erano 5. Sapranno fare come Li Na e Zheng Jie?

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Zheng Jie, Wimbledon 2012

Day 5 di Wimbledon. Cominciano a ridursi i match e si scremano sempre di più le contendenti. A volte si può approdare al terzo turno anche grazie a un po’ di fortuna nei sorteggi, ma diventa sempre più improbabile andare oltre senza reali e consistenti meriti.
Rispetto allo scorso anno più teste di serie sono riuscite a confermare il loro ruolo di favorite: tre delle prime quattro della parte bassa sono ancora in corsa (la 3 Pliskova, la 7 Halep, la 8 Svitolina). Chi manca all’appello è Naomi Osaka (numero 2), eliminata da Putintseva, che poi al turno successivo ha perso contro Golubic.

Svitolina oggi ha eliminato Maria Sakkari (6-3, 6-7, 6-2), in una partita che si è complicata strada facendo, dopo che Elina aveva mancato due match point nel secondo set. Per chiudere ha avuto bisogno di un terzo parziale e complessivamente di addirittura 7 match point. È la seconda volta in carriera che Svitolina raggiunge il quarto turno: c’era già riuscita due anni fa, quando venne eliminata da Jelena Ostapenko. Ma per il momento non sono rimasto particolarmente colpito dal suo Wimbledon: ancora non mi convince. Senza naturalmente fargliene una colpa, ricordo che ha superato il turno precedente grazie all’infortunio di Margarita Gasparyan, che prima del guaio alla gamba sinistra era sul 5-5 secondo set dopo aver vinto il primo.

Sua prossima avversaria sarà Petra Martic, che ha sconfitto Danielle Collins 6-4, 3-6, 6-4. Non ho seguito la sua partita se non per qualche game tratto dall’archivio video della sala stampa. Di Martic voglio sottolineare però che mi ha impressionato nel match di esordio contro Jennifer Brady. Il secondo set vinto 6-3 è stato una delle migliori dimostrazioni di tennis su erba a cui ho assistito in questo torneo. E credo che Brady sia stata sfortunata nel sorteggio, perché giocando a quel livello qualche turno l’avrebbe superato. Si sapeva che Petra interpreta bene l’erba e trovarla ancora in corsa non è una sorpresa.

 

Avanza anche Karolina Pliskova, che oggi ha dovuto affrontare una avversaria davvero impegnativa: Hsieh Su-Wei (6-3, 2-6, 6-4). Non ho seguito il match integralmente (perché in parte sono andato sul campo di Muchova), ma per quanto ho visto penso sia stata la partita del giorno.

Due grandi talenti, differenti e speciali a modo loro. Pulizia, fluidità e capacità di generare velocità senza sforzo per Pliskova. Sensibilità, creatività, improvvisazione per Hsieh. Una cosa in comune però l’hanno: quando vogliono spingere, tutte e due fanno passare la palla a un palmo dal nastro. La tribuna stampa del Court 1 è laterale: una posizione infelice per valutare le geometrie di gioco, ma perfetta per apprezzare la cosiddetta “net clearence” delle traiettorie. Ebbene, alcuni scambi avevano un margine sopra alla rete prossimo allo zero, per cui si rimaneva con il fiato sospeso quasi a ogni colpo. Il tennis femminile può non piacere (è legittimo che ognuno abbia i propri gusti), ma questo genere di scambi sono davvero una sua esclusiva, visto che gli uomini (che sono più potenti) comunque lavorano di più la palla per avere un margine di sicurezza maggiore al momento di scavalcare la rete.

Ormai Hsieh dopo le imprese negli ultimi Slam (Australian Open 2018, Wimbledon dello scorso anno etc.), è diventata abbastanza popolare, e il pubblico ha incominciato ad amarla. Quando è in vena è capace di regalare un tennis semplicemente unico e oggi è uscita dal campo tra una valanga di applausi. Io nel frattempo mi chiedevo per quanto tempo ancora avremo la fortuna di poterla seguire, visto che ormai ha 33 anni compiuti (è nata nel gennaio 1986). Certo sorprende il fatto che abbia saputo compiere un salto di qualità proprio nelle ultime stagioni.

E chissà che finalmente non riesca a trovare uno sponsor anche nell’abbigliamento. Oggi parlavo di lei con Ubaldo Scanagatta: mi ha detto che conosce il suo manager, che è Paul McNamee (del famoso doppio australiano McNamara/McNamee). Allora gli ho strappato una mezza promessa: se nei prossimi giorni avrà occasione di incontrarlo gli chiederà perché Su-Wei usa vestiti senza sponsor. L’ipotesi è che ci siano di mezzo questioni geopolitiche (non scontentare il mercato cinese appoggiando un’atleta di Taiwan), ma così avremo una versione più attendibile.

Per Karolina Pliskova si prospetta un derby ceco, visto che la prossima avversaria sarà Karolina Muchova. Le due Caroline si sono già affrontate qualche mese fa agli Australian Open e allora fu una partita a senso unico (Muchova raccolse solo 5 game). Chissà se questa volta riuscirà a fare meglio. Oggi intanto ha battuto per la seconda volta nel giro di poche settimane Anett Kontaveit: l’aveva fermata al Roland Garros 2019 e si è ripetuta a Wimbledon (7-6, 6-3). Probabilmente Anett si augurerà di starne alla larga nei prossimi Slam.

Per quanto mi riguarda devo manifestare una certa soddisfazione per i risultati di Muchova, visto che l’avevo segnalata a inizio stagione come una giocatrice che ritenevo in crescita. Ha cominciato il 2019 da numero 144 del ranking e oggi con questo quarto turno è virtualmente numero 54. Su di lei spero di avere occasione di tornare prossimamente, perché possiede un tennis interessante e oltre tutto ancora in evoluzione. Tanto per dare una idea: contro Kontaveit ha perfino fatto ricorso al chip&charge, soluzione che ormai si può ritenere quasi estinta sui campi da tennis contemporanei.

Ha quasi passeggiato Simona Halep, contro una Azarenka fallosa e nervosa, che si è sciolta dopo i primi quattro giochi. Anche se mi aspettavo il successo di Simona (a dispetto delle indicazioni dei bookmaker) direi che la prestazione di Vika è stata la delusione di giornata. Perdere 6-3, 6-1 con un parziale conclusivo di 11 game a 1 è davvero negativo.

Halep si dovrà misurare con la nuova beniamina del Centre Court, Coco Gauff, che è sopravvissuta per un soffio nel confronto con Polona Hercog (3-6, 7-6, 7-5). Un match emozionante e intenso, ma qualitativamente inferiore a quello vinto contro Rybarikova. Come ho scritto nell’articolo di cronaca, la partita fin dall’inizio ha preso un indirizzo molto tattico e questo ha forse finito per imbrigliare anche mentalmente le due giocatrici, che si sono logorate in una lotta di nervi ed emozioni più che affrontarsi a viso aperto rischiando e spingendo la palla ai propri massimi.

L’ultimo ottavo è l’unico senza teste di serie. Dayana Yastremska l’ha spuntata nella parte di tabellone di Osaka: dopo aver eliminato Giorgi al primo turno ha sconfitto la testa di serie 27 Sofia Kenin al secondo e al terzo Victoria Golubic (7-5, 6-3). Risultato direi prevedibile, visto che a mio avviso Yastremska ha un tennis più adatto all’erba di Golubic, e il fresco precedente di Eastbourne (6-4, 6-1 per Dayana).

L’avversaria di Yastremska sarà Zhang Shuai, che ha superato in rimonta Caroline Wozniacki. Dopo un avvio disastroso (0-4 in pochi minuti) ha cominciato a spingere a tutta e ha finito per rovesciare prima l’inerzia del set poi il pronostico di partenza (6-4, 6-2). E a dimostrazione della qualità del suo match è riuscita a chiudere con un saldo vincenti/errori non forzati positivo di +3 (26/23).

La vittoria di Zhang mi ha fatto ragionare sul rapporto fra il tennis cinese e Wimbledon. Nel preparare l”articolo di presentazione del torneo, ho notato gli scarsi risultati delle attuali tenniste cinesi nello Slam sui prati. E mi pareva piuttosto illogico, visto che, pur con le naturali eccezioni, di solito le cinesi si muovono molto bene, agili e reattive. Spesso cercano l’alto ritmo e amano colpire la palla basandosi sull’anticipo. Tutte qualità che l’erba dovrebbe esaltare.

Era il modo di interpretare il tennis di Li Na che, anche se non ha mai vinto in carriera sull’erba, vantava due finali a Birmingham e i quarti a Wimbledon (tre volte). E soprattutto questo tipo di tennis era il marchio di fabbrica di Zheng Jie, che a Wimbledon aveva raggiunto la semifinale nel 2008 (battuta da Serena) e poi nel 2012 aveva sfoderato una prestazione memorabile ancora contro Serena, quando aveva perso al terzo turno per 6-7, 6-2, 9-7. Una partita da cineteca per l’impressionante mobilità mostrata sui prati, da proiettare a ciclo continuo nelle scuole tennis.

Tenendo presente tutto ciò, alla vigilia di questo Slam mi chiedevo come mai una tennista come Wang Qiang si presentava al via con appena una vittoria  in quattro partecipazioni. Le cose stanno andando meglio in questi giorni (è ancora in corsa e se la vedrà con Elise Mertens), e non sono sorpreso.

Ma come mai i primi timidi risultati arrivano solo ora? Forse la stagione dell’erba dura troppo poco per chi si è formata sul cemento, e quindi manca proprio il tempo materiale per mettere in atto i piccoli aggiustamenti che richiede la superficie. Ma con un po’ più di esperienza continuo a pensare che il rendimento medio delle attuali Cinesi sia destinato a crescere. E chissà, forse potrebbe anche arrivare un exploit, anche se probabilmente nessuna tennista di questa generazione è in grado di raggiungere i picchi di rendimento di Zheng Jie.

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Australian Open donne: Serena Williams la più quotata

A 38 anni compiuti, per i bookmaker è ancora la 23 volte campionessa Slam la giocatrice di riferimento nel primo Major degli anni ’20

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ogni inizio d’anno ho sempre la stessa sensazione: il primo Slam arriva davvero molto presto, quando tutte le protagoniste hanno giocato pochissimo, e il quadro delle loro condizioni di forma è ancora indefinibile. Ma il calendario è questo, e non ci rimane che accettarlo. Per l’imminente Australia Open 2020 direi che al momento i temi principali sono tre.

Il primo non è sportivo ma ambientale: non dipende dal tennis, ma dalla situazione complessiva dell’Australia, alle prese con incendi di una portata senza precedenti. Rimando in proposito all’articolo di questo lunedì su Ubitennis e anche a un articolo uscito l’8 gennaio sul sito del Post e scritto da Giorgio Vacchiano, ricercatore in “Selvicoltura e Pianificazione forestale” dell’Università degli Studi di Milano. Nella mia incompetenza mi è sembrato il pezzo meglio argomentato sulla questione.

Il secondo tema è tennistico, ma è ugualmente una notizia non positiva: il forfait di Bianca Andreescu. L’ultima vincitrice Slam (US Open 2019), campionessa a New York da esordiente ad appena 19 anni, purtroppo non ha recuperato dall’incidente al ginocchio patito durante le WTA Finals. Inevitabile il rinvio a data da destinarsi per il ritorno alla attività agonistica. Ancora una volta Andreescu ha evidenziato la sua fragilità fisica, già emersa nelle passate stagioni. Tanto che viene da domandarsi se sia maggiore il talento tennistico o la delicatezza del suo primo “strumento di lavoro”, vale a dire il suo corpo.

 

Il terzo tema è relativo alla distribuzione delle grandi vittorie fra le diverse generazioni. Sarà interessante scoprire se anche questa stagione si seguirà la tendenza emersa lo scorso anno, con la maggior parte dei grandi titoli vinti da tenniste giovani, al massimo di 23 anni. Se consideriamo i quattro Slam, i nove Premier di riferimento e le Finals, nel 2019 sono sfuggiti alle giovani solo Madrid e Wimbledon (rispettivamente a Bertens e Halep).

Per cominciare vediamo come si presentano al via dello Slam le prime 16 teste di serie (che corrispondono alle prime 17 del ranking, a causa della rinuncia della numero 6 Andreescu).

16. Elise Mertens
Australian Open 2019: 3T, sconfitta da Keys
Miglior risultato in carriera: SF (2018)
Mertens ha scelto di cominciare dalla Cina, giocando a Shenzhen, dove però pur essendo testa di serie numero 3 si è fermata al terzo turno, sconfitta da Rybakina. È impegnata questa settimana a Hobart. Difficile valutare la sua condizione.

Di Elise ricordo il precedente di Melbourne 2018, quando era stata capace di arrivare sino alla semifinale; in parte grazie a un tabellone non impossibile, ma molto per meriti propri. Con il risultato di due anni fa ha dimostrato di non soffrire le alte temperature che spesso caratterizzano l’Australian Open; potrebbe rivelarsi una qualità importante se nelle due settimane del torneo si confermassero le condizioni sperimentate in questi giorni in Australia.

15. Marketa Vondrousova
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Martic
Miglior risultato: 2T (2018, 2019)
Vondrousova non gioca da Wimbledon 2019 per problemi al polso sinistro (ricordo che Marketa è mancina); dopo il tentativo di seguire una terapia riabilitativa, è stata costretta alla operazione nel settembre dello scorso anno. È iscritta al torneo di Adelaide, dove tornerà a competere per la prima volta dopo l’intervento.

Pochissimo da dire su di lei: è evidente che non si può chiederle alcun risultato in uno Slam che a tutti gli effetti rientra nel periodo di “convalescenza agonistica”. Rimane solo da augurarsi che i problemi fisici siano superati.

14. Sofia Kenin
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Halep
Miglior risultato: 2T (2019)
Kenin ha iniziato l’anno nel Premier di Brisbane, dove è stata sconfitta al secondo turno in tre set da Naomi Osaka, lasciando però una ottima impressione. Ha deciso di giocare anche ad Adelaide, e quindi ci sarà modo di verificarla ancora.

Lo scorso anno a Melbourne era uscita al secondo turno, dopo aver seriamente impegnato Simona Halep (6-3, 7-6, 6-4); questa volta rispetto al 2019 si presenta da testa di serie e penso abbia i numeri per fare strada. A meno di incroci sfortunati (con qualche mina vagante fuori dalle teste di serie), credo possa raggiungere la seconda settimana dello Slam.

13. Petra Martic
Aus. Open 2019: 3T, sconfitta da Stephens
Miglior risultato: 4T (2018)
Martic ha esordito ad Auckland dove è stata eliminata al secondo turno da Alizè Cornet. L’ho seguita nel match di primo turno (vinto in tre set contro la lucky loser Arconada) e ho avuto la sensazione che fosse molto indietro di condizione: conduceva lo scambio troppo lontana dalla linea di fondo, con difficoltà nel timing sulla palla.

Nello Slam, essendo testa di serie, dovrebbe evitare incroci troppo difficili all’avvio, ma per poter fare strada occorre un deciso miglioramento rispetto alla prestazione in Nuova Zelanda, perché a mio avviso quel livello di tennis non potrebbe garantirle nemmeno di superare i primi ostacoli.

12. Johanna Konta
Aus. Open 2019: 2T, sconfitta da Muguruza
Miglior risultato: SF (2016)
Konta ha aperto la sua stagione a Brisbane, dove ha perso all’esordio contro Strycova in tre set (6-2, 3-6, 6-3). Non è iscritta ad alcun torneo in questa settimana per cui si presenta al via dello Slam con una sola partita ufficiale nelle gambe. Purtroppo non ho seguito il suo unico match, per cui non posso esprimermi sulla sua attuale condizione.

Si può fare una considerazione generale sulle precedenti partecipazioni a Melbourne: è uno Slam nel quale ha dimostrato di trovarsi bene, ed è quasi una giocatrice di casa, visto che Johanna è nata in Australia e ci ha vissuto sino a quando, adolescente, si è trasferita in Inghilterra. Lo scorso anno era uscita al secondo turno, ma al termine di un ottimo match contro Muguruza (6-4, 6-7, 7-5).

11. Aryna Sabalenka
Aus. Open 2019: 3T, sconfitta da Anisimova
Miglior risultato: 3T (2019)
Il primo impegno di Sabalenka è stato in Cina, a Shenzhen, dove difendeva il titolo conquistato nel 2019. Ha però perso al secondo turno, sconfitta a sorpresa da Kristyna Pliskova, la gemella mancina di Karolina. Ora è impegnata ad Adelaide dove troverà un ostacolo non semplice all’esordio (Hsieh Su-Wei).

In vista dell’Australian Open 2020 sulla situazione di Aryna pesano due incognite. La prima è di carattere personale: un mese e mezzo fa ha perso il padre, che aveva appena 44 anni; sarebbe del tutto comprensibile se un lutto del genere avesse inciso sulla preparazione nella off season.. L’altra incognita è legata al curriculum negli Slam: a parte un ottavo di finale a Flushing Meadows nel 2018, non è mai riuscita ad andare oltre il terzo turno in un Major. Dalla numero 11 del mondo ci si aspetta di più.

a pagina 2: Le prime dieci teste di serie

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WTA, chi migliorerà nel 2020?

Anno nuovo in WTA: da Jasmine Paolini ad Amanda Anisimova, le giocatrici che potrebbero crescere in classifica rispetto al 2019. E un augurio per la stagione appena cominciata

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Coco Gauff - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è quasi una tradizione: per la terza volta ho deciso di aprire il nuovo anno con una serie di previsioni. Previsioni che non sono legate al destino di un singolo match o torneo, ma all’intero rendimento stagionale: si tratta di provare a individuare chi migliorerà in classifica rispetto al 2019.

Ho deciso di farlo anche se lo scorso anno ho potuto seguire meno tennis rispetto al solito, e questo ha comportato sacrificare le partite apparentemente secondarie. E sono proprio questo genere di partite a permettere quella specie di scouting che serve per identificare le giocatrici con possibilità di crescita.

Le potenzialità ancora inespresse si intuiscono per esempio grazie a porzioni di match disputate a un livello sorprendentemente alto, anche se si concludono con una sconfitta. Oppure si intravedono particolari qualità fisico-tecniche, che non sono del tutto sfruttate per immaturità tattica o insicurezza mentale. O semplicemente si assiste a partite perse per incapacità nella chiusura, come spesso avviene quando una giocatrice non è ancora del tutto pronta a certi livelli.

 

Ecco: capita di assistere a situazioni simili una volta; poi magari una seconda volta, e allora si cominciano ad alzare le antenne nei confronti di quella tennista. Ma se durante l’anno si vedono pochi match apparentemente secondari, tutto diventa molto più difficile e aleatorio. Per esempio nel 2019 non sono riuscito a seguire quanto avrei voluto alcune nuove leve russe (o kazake ex russe): Kudermetova, Blinkova, Rybakina. E così ora non ho le idee chiare. Ho apprezzato Kudermetova, ma non so se sarà in grado di spingersi oltre a quanto ha già raggiunto (numero 41 del ranking).

Confessate le mie mancanze, riassumo le regole dell’articolo. Punto primo: il confronto si fa sulla classifica WTA. Punto secondo: i nomi fra cui scegliere sono 100, cioè le prime cento del ranking. Punto terzo: per capire se la previsione è giusta si tratterà di aspettare la fine della stagione 2020 e poi confrontare le posizioni.

Ricordo che la classifica adottata come punto di partenza è quella del 23 dicembre 2019 e non quella che WTA chiama “year end”, che è stata fissata il 4 novembre. La ragione è semplice: visto che da novembre si sono giocati diversi tornei ITF, sarebbe scorretto non tenerne conto. Il ranking del 23 dicembre è l’ultimo utile prima che comincino a essere scalati i punti dei primi tornei WTA di dodici mesi fa (Brisbane, Auckland e Shenzhen).

Ho scelto la soglia delle prime 100, perché andare a pescare senza limiti nelle profondità della classifica renderebbe un po’ troppo facili le scelte. Ricordo per esempio che Sharapova è numero 133 in classifica: le basterà affrontare qualche settimana di tornei da sana per crescere nel ranking. Ed evidentemente non è il senso dell’articolo di oggi.

Chiarito questo, desidero lo stesso esprimere un paio di considerazioni su alcune tenniste oltre la posizione cento e quindi non ”eleggibili”. La prima considerazione è legata alla nuova generazione cinese, che si potrebbe sintetizzare in “Wang & Wang”. Vale a dire Xiyu e Xinyu Wang, le due giocatrici nate nel 2001 che lo scorso anno sono salite attorno alla posizione 150 e che potrebbero essere pronte per affacciarsi in Top 100 (ne ho parlato QUI).

La seconda considerazione è per due giocatrici nate nel 1994 e troppo spesso infortunate. Mi riferisco a Margarita Gasparyan e Anna-Lena Friedsam (numero 103 e 141). Per loro mi auguro soltanto che possano giocare una stagione senza essere martoriate dai guai fisici. Basterebbe questo per tornare a essere protagoniste, visto che possiedono un repertorio tecnico superiore. Entrambe vanno verso i 26 anni e potrebbero essere nel pieno della carriera, se solo la salute le assistesse.

Prima di elencare le scelte del 2020 un’ultima nota. Se per caso qualcuno ha letto l’articolo di inizio 2019 e poi ha perso la verifica di fine stagione, la trova QUI. E adesso cominciamo con i nomi per la prossima stagione. Sono 14.

Camila Giorgi
classifica 23 dicembre: n°100
Il discorso su Camila Giorgi è molto semplice, ed è la replica di quanto fatto due anni fa. Credo che anche per i suoi più feroci detrattori (che non mancano mai di appalesarsi, specie quando le cose non vanno bene) una Giorgi sana non può stazionare attorno al numero 100 del mondo. Per Camila, in sostanza, sarò fondamentale recuperare la salute fisica. Se il polso, che le ha compromesso tanti mesi del 2019, la lascerà in pace e potrà recuperare un minimo di continuità, per me è destinata a risalire in classifica.

Jasmine Paolini
classifica 23 dicembre: n°96
È un anno decisivo per Jasmine Paolini. Nella parte di stagione successiva alla chiusura del ranking ufficiale è entrata fra le prime 100 del mondo (il 4 novembre era ancora numero 117) e ha perfino superato Camila Giorgi, terminando l’anno solare da numero 1 di Italia. Per il 2020 penso ci siano pro e contro. Cominciamo dai contro. Paolini non possiede un fisico e un arsenale di colpi straripanti: significa che ogni quindici se lo deve sudare; affrontare una stagione a livello WTA senza poter contare sui cosiddetti cheap points a lungo andare può essere logorante per fisico e mente. Dovrà dimostrare grande forza di carattere e tenuta atletica.

Ma ci sono anche i pro, che mi spingono a puntare su di lei. Innanzitutto mi convince il suo atteggiamento durante i match, pugnace e deciso. E poi potrebbe cavalcare l’onda dell‘entusiasmo dei traguardi conseguiti, rafforzando la fiducia e scendendo in campo con quel surplus di convinzione che a volte può fare la differenza tra vincere o perdere.

Anastasia Potapova
classifica 23 dicembre: n°92
Scelgo Potapova per la seconda stagione consecutiva. Lo scorso anno si era rivelata una scommessa sbagliata (non era migliorata, dato che era rimasta esattamente alla stessa posizione di inizio stagione). Rimane il fatto che per una giocatrice nata nel marzo 2001 i margini di miglioramento sono potenzialmente notevoli.

Certo per lei il 2020 comincia a essere un passaggio di carriera importante, visto che si presentava come una enfant prodige del tennis junior (numero 1 del mondo a 15 anni appena compiuti), ma dopo essersi spinta rapidamente fra le prime 100 WTA sembra aver trovato difficoltà inattese ad andare oltre. Nel 2019 mi è capitato di seguirla in alcuni match nei quali ha mostrato le prevedibili incertezze mentali che si attribuiscono alle più giovani, con cali di concentrazione improvvisi e occasioni perse in modo sconcertante. Per fare meglio dovrà sicuramente crescere in questi ambiti.

a pagina 2: Le posizioni dalla 90 alla 50

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WTA, diario di un decennio: ultimo capitolo

Undicesimo articolo che conclude la serie dedicata agli anni ’10 in WTA: le vicende di Fed Cup, la geografia degli Slam, le giocatrici del decennio, le partite indimenticabili. E il meglio da Wimbledon

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Bianca Andreescu e Serena Williams - US Open 2019 (via Twitter, @WTA)

Dieci anni di Fed Cup
In questa serie di articoli dedicata agli anni ’10 non mi sono occupato di doppio, perché non avrei avuto il tempo, lo spazio e la competenza per farlo in modo accettabile. Nei pezzi precedenti ho anche trascurato la Fed Cup, soprattutto per un motivo: era complicata da raccontare con il criterio (cronologico) che avevo adottato, visto che si svolge nell’arco di una stagione con lunghi tempi vuoti fra una data e l’altra. Provo a parlarne qui, in estrema sintesi.

Innanzitutto direi che vanno sottolineati due aspetti. Il primo è che con il 2019 è terminata la manifestazione come l’abbiamo conosciuta negli anni recenti. Nel 2020 la formula sarà cambiata, in modo simile alla Coppa Davis maschile. La fase finale si svolgerà in sede unica a Budapest, fra il 14 e il 19 aprile 2020.

Il secondo aspetto è che gli anni ’10 sono stati caratterizzati dal predominio della Repubblica Ceca. Prima con Kvitova e Safarova (più ottime doppiste come Peschke, Hradecka, Hlavackova), poi con il fondamentale inserimento di Karolina Pliskova. Grazie a loro la Repubblica Ceca ha vinto sei edizioni di Fed Cup. E quando le titolari hanno cominciato a disertare alcuni incontri, il team ha trovato forze alternative dotate di esperienza (Strycova) o di gioventù (Siniakova e Vondrousova). E così sono arrivati i successi nel 2011, 2012, 2014, 2015, 2016 e 2018. Qui il match vinto da Pliskova nella finale di Strasburgo del 2016 contro Mladenovic per 6-3, 4-6, 16-14 (no, non è un errore: 16-14):

 

Dietro i sei titoli cechi, i due dell’Italia. La squadra basata su Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci ha vinto nel 2010 e 2013, raggiungendo così il quarto successo nell’arco di otto anni, visto che due vittorie appartengono al decennio precedente (2006 e 2009).

Un titolo degli anni ’10 è uscito dall’Europa: gli USA hanno vinto nel 2017, con una formazione che ha schierato Riske, Rogers, Stephens (e Mattek-Sands in doppio) ma soprattutto CoCo Vandeweghe, vero architrave di quel team: imbattuta in stagione e decisiva nella finale contro la Bielorussia.

L’ultima coppa con la vecchia formula si è conclusa qualche settimana fa: finale disputata a Perth tra Australia e Francia. Dopo diversi tentativi mancati negli anni scorsi, ha vinto la Francia di Mladenovic, Garcia, Cornet e Parmentier, sconfiggendo a sorpresa le padrone di casa (Barty, Stosur e Tomljanovic).

Anche se non hanno vinto titoli, credo vadano ricordate almeno altre due squadre. La prima è la Russia, spesso penalizzata dai forfait delle giocatrici di punta. Va ricordato che la federazione ha sofferto di problemi economici tali da non offrire il gettone di presenza a chi rispondeva alle convocazioni, prassi comune in tutte le nazionali più forti. In teoria la Russia avrebbe potuto schierare Sharapova e Kuznetsova, e poi Zvonareva, Pavlyuchenkova, Kirilenko oltre a due singolariste che formavano anche un grande doppio: Makarova e Vesnina. Tre volte finalista nel decennio, soprattutto nel 2011 e 2015 è andata molto vicina al titolo, perso solo nel doppio conclusivo.

La seconda squadra è la Germania, che aveva in Andrea Petkovic l’anima del team, affiancata da compagne di alto livello come Kerber, Lisicki, Goerges (e Groenefeld in doppio). In diverse edizioni le titolari hanno davvero provato ad affermarsi, anche compiendo trasferte disagevoli, ma al dunque è sempre mancato qualcosa. Qui il combattutissimo match fra Kerber e Kvitova (vinto da Kvitova per 7-6, 4-6, 6-4) giocato in occasione della finale del 2014:

Ultima nota, in relazione agli impegni WTA. A volte la Fed Cup ha funzionato per alcune giocatrici da trampolino di lancio per aumentare la fiducia necessaria ad affermarsi anche nei tornei individuali. Penso per esempio a Mladenovic e Garcia nel 2016-7, al salto di qualità di Kiki Bertens dopo la trasferta vittoriosa in Russia nel 2016, o a Sabalenka e Sasnovich dopo aver portato la Bielorussia sino alla finale nel 2017.

a pagina 2: La geografia degli anni ’10

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