WTA, chi migliorerà nel 2019?

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WTA, chi migliorerà nel 2019?

Anno nuovo e nuova stagione WTA: da CoCo Vandeweghe ad Aryna Sabalenka, le giocatrici che potrebbero crescere in classifica rispetto al 2018

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Aryna Sabalenka

Esattamente dodici mesi fa, in apertura di 2018, avevo preparato un articolo che provava a individuare alcune giocatrici che sarebbero migliorate nell’arco della stagione. Nato in modo del tutto estemporaneo, avevo scritto l’articolo senza immaginare che si sarebbe potuto trasformare in una specie di tradizione. Ho riflettuto se ripetere o no l’esperienza, e alla fine ho deciso di riprovarci.

Lo farò con le stesse regole: punto di riferimento la classifica relativa alla prima settimana di tennis giocato (31 dicembre 2018), e scelta delle giocatrici riservata alle prime 100 del ranking. Limite deciso per non allargare a dismisura il campo di riferimento, anche se questo vincolo mi impedisce di tenere conto di alcuni nomi che mi hanno colpito nel 2018 come, per esempio, Karolina Muchova (oggi 144 in classifica) o Iga Swiatek (186). Questo vieta però anche l’indicazione un po’ troppo “furba” di giocatrici forti uscite dalla Top 100 per infortunio, che molto probabilmente sono destinate a rientrare una volta tornate sane; del resto non è certo questo il senso dell’articolo.

 

Quest’anno ho individuato 14 nomi. Alcune scelte mi convincono di più, altre mi sembrano più rischiose. Ci sono state poi le rinunce in extremis, perché i dubbi sono stati troppi. Ultime “scartate” sono state Jelena Ostapenko e Maria Sharapova. Ostapenko (oggi numero 22) non mi convince per i frequenti cambi di coach, che potrebbero rendere più arduo il recupero della migliore stabilità tecnica e mentale. Magari in stagione troverà l’equilibrio, ma al momento non ne sono del tutto certo.
Sharapova invece da quando è rientrata dopo la sospensione non è mai riuscita a giocare con la necessaria costanza a causa di continui acciacchi fisici. Ricordo che Maria ha rinunciato alla trasferta asiatica, e ha disputato l’ultimo match agli US Open. La giocatrice di Roma 2018 naturalmente vale più della posizione numero 29, ma la classifica si costruisce con la salute e la continuità; aspetti che troppo spesso hanno fatto difetto all’ultima Sharapova. Ecco dunque le scelte:

CoCo Vandeweghe
ranking attuale: n° 100
Il 2018 di Vandeweghe è stato disastroso, almeno per quanto riguarda il singolare (in doppio ha vinto gli US Open in coppia con Ashleigh Barty). Un calo repentino e sorprendente dopo l’eccezionale 2017 che le aveva permesso di raggiungere due semifinali Slam (Australian e US Open). Qualcuno dirà che sono stati exploit irripetibili, ma ricordo che in questo caso non si tratta di scommettere su un suo ritorno in Top 10 (numero 9 nel gennaio 2018), quando piuttosto su un rientro in zone di classifica più consone alle sue potenzialità. Alla posizione numero 100 mi sembra sottostimata, e quindi le do fiducia.

Amanda Anisimova
ranking attuale: n° 96
Lo scorso anno si sono messe in luce tre giocatrici nate nel 2001: Danilovic, Potapova, Anisimova. Rispetto alle coetanee Anisimova parte da un ranking costruito in pochi mesi, visto che si è seriamente infortunata a Miami (frattura alla caviglia destra), rimanendo ferma da marzo sino alla fine di luglio. Anche se è sempre un po’ più incerto il rendimento delle giovanissime, che tendono a essere più altalenanti delle giocatrici mature, penso che il livello di gioco mostrato da Anisimova sia ben superiore al suo attuale ranking. E senza contrattempi mi aspetto anche qualche exploit significativo, perché Amanda possiede il cosiddetto “big game”, il tipo di tennis adatto a non subire alcuna avversaria, quelle di prima fascia incluse.

Kristyna Pliskova
ranking attuale: n° 94
La gemella Pliskova mancina aveva cominciato la stagione da numero 61 e l’avevo selezionata nell’articolo 2018 per una possibile posizione in Top 50. Errore totale: è invece regredita di oltre trenta posti. Malgrado abbia una volta di più confermato di avere grandi problemi a chiudere i match, ho deciso di riprovarci. Per due ragioni: perché il 94mo posto è un piazzamento più semplice da migliorare; e perché in carriera è già stata in grado di spingersi fino al numero 35 (luglio 2017).

Anastasia Potapova
ranking attuale: n° 93
Come Anisimova, anche Potapova è un’altra teenager del 2001 in rampa di lancio. Baby prodigio (finalista all’ Orange Bowl under 12), seguitissima sin da bambina, un po’ come accade oggi a Cory Gauff, Anastasia a 15 anni ha vinto Wimbledon junior e raggiunto il numero 1 nel ranking. Oggi sta inserendosi piuttosto rapidamente anche fra le adulte. Credo possa crescere ancora, anche se a lungo termine penso che forse Anisimova abbia qualcosa di più per affermarsi in WTA. Intanto sarà interessante scoprire come andranno in questo 2019, e chi terminerà la stagione più avanti in classifica.

Margarita Gasparyan
ranking attuale: n° 92
Gasparyan lo scorso anno è tornata a giocare dopo un calvario fisico al ginocchio sinistro che l’ha tenuta ferma per quasi due stagioni, tanto da farla uscire dalle classifiche WTA. Unica under 25 di alto livello con il rovescio a una mano (è nata il primo settembre 1994), già capace di entrare in Top 50 tre anni fa (numero 41 nel febbraio 2016), per me Margarita ha tutte le potenzialità per rimanere stabilmente fra le prime cinquanta del mondo, a patto di stare bene fisicamente. Il 2019 è purtroppo cominciato con un forfait ad Auckland e la motivazione è poco rassicurante: “Left leg injury”. Speriamo sia solo una decisione precauzionale. In ogni caso dopo tutto quello che ha passato negli ultimi anni farò il tifo per lei, perché credo che una giocatrice con il suo talento si meriti qualche stagione positiva, con soddisfazioni che la ripaghino delle troppe sfortune subite.

a pagina 2: Le giocatrici fino alla posizione 40

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La generazione 2001 di nuovo protagonista

Dopo Mosca 2018, a Bogotà e Lugano due diciassettenni come Anisimova e Swiatek sono state di nuovo capaci di raggiungere la finale di un International WTA

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Amanda Anisimova - Bogotà 2019

Questa è una rubrica settimanale, e quindi ogni sette giorni devo affrontare la scelta dell’argomento da trattare. A volte sono in difficoltà su che cosa privilegiare, ma altre volte il tema si impone da solo, come se i fatti andassero in modo da non lasciare alternative. Tra Sud America ed Europa, tra la Colombia e la Svizzera, domenica scorsa c’è stata una costante fondamentale: la presenza in finale di due diciassettenni, entrambe nate nel 2001, Amanda Anisimova e Iga Swiatek.

Al momento potrebbe sembrare prematuro, e forse lo è, ma dopo il 1997 (anno di nascita di Osaka, Ostapenko, Bencic & Co.) se c’è una nuovo numero da individuare nel calendario delle nascite, il più accreditato del nuovo millennio sembra essere proprio il 2001. Se ne era parlato dopo il torneo di Mosca 2018 vinto da Olga Danilovic in finale su Anastasia Potapova (entrambe del 2001), ma non trascurerei in prospettiva nemmeno le due cinesi Wang.

 

Ma prima di ragionare su Swiatek e Anisimova, è obbligatorio ricordare almeno brevemente le prestazioni a Lugano di due veterane. La ventottenne Polona Hercog ha vinto un torneo WTA a distanza di quasi sette anni: l’ultimo titolo risale infatti al luglio 2012, sulla terra svedese di Båstad. Hercog si può considerare quasi una specialista del rosso, visto che in carriera a livello WTA ha disputato 7 finali tutte su terra. Ma se ha dovuto attendere così tanto per tornare al successo è soprattutto a causa dei guai fisici subiti nelle ultime stagioni.

E un serio infortunio è stata anche la causa delle difficoltà di Svetlana Kuznetsova, che a Lugano è tornata ad essere, se non al meglio, quanto meno competitiva dopo altri mesi di pausa forzata. Campionessa degli US Open 2004 e del Roland Garros 2009, negli ultimi due anni il polso sinistro ha trasformato in una calvario una carriera che stava vivendo una nuova giovinezza. Ricordo che al momento del suo primo stop (con successiva operazione), nel finale di 2017 Kuznetsova era in Top 10 in piena lotta per un posto al Masters. Vedremo se a quasi 34 anni sarà ancora una volta in grado di tornare ad alti livelli. Difficile ma non impossibile per una bicampionessa Slam.

Iga Swiatek
A distanza di due anni l’International di aprile che si disputa in Svizzera ha avuto di nuovo protagonista una giovanissima. Nel 2017 si giocava indoor a Biel/Bienne, e a vincere era stata Marketa Vondrousova in finale su Anett Kontaveit. Vondrousova in quel momento aveva 17 anni, visto che è nata il 28 giugno 1999; ottima tennista a livello junior, doveva ancora far parlare di sé tre le professioniste, tanto è vero che allora era ancora numero 233 del ranking WTA.

Il torneo si è poi spostato a Lugano (dal 2018), e in finale quest’anno è ancora riuscita ad arrivare una diciassettenne: Iga Swiatek. Come Vondrousova, anche Swiatek è reduce da una importante carriera da junior: numero 5 del mondo, campionessa di Wimbledon 2018, semifinalista al Roland Garros, finalista al Trofeo Bonfiglio 2017. Iga ha una sorella maggiore di tre anni, Agata, ed entrambe sono state avviate al tennis dal padre, convinto che per le sue figlie fosse necessario praticare uno sport sin da piccole.

Swiatek è di Varsavia, e dopo il ritiro di Agnieszka Radwanska si è ritrovata con uno scomodo ruolo: in Polonia pubblico e media, rimasti orfani della “maga”, hanno designato Iga come l’erede a cui affidarsi nella speranza di non far sparire il loro tennis dai piani alti del Tour. Fino alla scorsa settimana a livello nazionale la numero 1 era Magda Linette, ma grazie alla finale raggiunta in Svizzera per la prima volta Swiatek ha conquistato la leadership: le separano appena tre punti (698 a 695): numero 88 e numero 89 della classifica.

L’ultimo dato significativo che va sottolineato è l’impressionante ascesa che Swiatek ha compiuto nel ranking WTA: numero 899 nel febbraio 2018, oggi è entrata in top 100 scalando oltre ottocento posizioni nel giro di quattordici mesi. In pratica in poco più di un anno è stata capace di risalire l’intera classifica del tennis professionistico, visto che stare attorno al 900mo posto equivale ad avere meno di 10 punti WTA.

Per quanto mi riguarda non posso dire di avere una conoscenza approfondita del suo tennis: non credo di aver visto più di una decina di match, alcuni solo parziali, quindi non me la sento di provare una descrizione dettagliata. Però ho avuto la fortuna di averla seguita sia dalla TV che dal vivo, e questo consente di farsi un quadro più articolato dei giocatori. Anzi, le prime due volte sono state proprio dal vivo, nelle partite decisive del torneo di Wimbledon junior dello scorso anno : semifinale e finale (che poi Iga avrebbe vinto).

Dunque il mio primo contatto con Swiatek è stata la semifinale vinta contro la cinese Wang Xinyu (la Wang nata nel 2001 che gioca con la destra, a differenza della mancina Wang Xiyu). A differenza degli anni precedenti, nel 2018 gli organizzatori di Wimbledon avevano deciso di non far disputare le semifinali junior in uno Show Court, ma nel semplice Court 8. Può sembrare un dettaglio, ma non è così: le partite invece che in uno stadio con vere e proprie tribune (alte e panoramiche sopra le protagoniste), si erano tenute su un campo delimitato da poche sedute alla stessa altezza dei giocatori, con tutti i pro e i contro che questa posizione significa. Vale a dire: poter valutare con più difficoltà le geometrie di gioco, ma in compenso poter vedere da vicinissimo il puro gesto tecnico-atletico, soprattutto se si riesce a trovare un posto in corrispondenza delle linee di fondo (come nel mio caso).

a pagina 2: Da Wimbledon junior ai tornei WTA

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Azarenka è tornata?

Dopo alcune stagioni piene di difficoltà, in Messico Vika è stata di nuovo protagonista di un torneo sino all’ultimo match

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Victoria Azarenka - Monterrey 2019 (foto via Facebook, @AbiertoGNPSeguros)

Dopo più di tre anni, domenica scorsa Victoria Azarenka è tornata a raggiungere la finale di un torneo WTA. È accaduto a Monterrey, evento che a dispetto della bassa categoria di appartenenza (livello International), aveva al via protagoniste di prestigio: vincitrici Slam ed ex numero 1 del mondo come Kerber, Muguruza e, appunto, Azarenka. E per una volta il prestigio ha coinciso con il rendimento, visto che tutte e tre sono arrivate in fondo: Azarenka ha sconfitto Kerber in una ottima partita di semifinale, prima di doversi però ritirare contro Muguruza nell’ultimo match a causa di un problema al polpaccio.

Finale di Miami (marzo 2016), finale di Monterrey (aprile 2019): tre anni non sono pochi, ancora di più se misurati sull’arco della vita sportiva di un’atleta. Per Azarenka è stato un lungo percorso sulla strada del recupero, che non si può dire sia ancora del tutto compiuto, ma che potrebbe finalmente aver trovato la giusta direzione.

 

Le ultime stagioni difficili di Vika sono legate alla nascita del figlio Leo, ma in realtà i maggiori problemi non sono stati causati dalla maternità, quanto dalla successiva diatriba legale con il padre per l’affidamento del bambino. E lo si può affermare con certezza non sulla base del gossip, ma dei risultati. Per ripercorrere sinteticamente quanto accaduto occorre risalire a tre anni fa.

Nel 2016 Azarenka vive un inizio d’anno strepitoso. Vince all’esordio il torneo di Brisbane senza perdere un set, e soprattutto ottiene la prestigiosa doppietta Indian Wells-Miami. Come a Brisbane, anche nel Sunshine Double è irresistibile, visto che perde due soli set a Indian Wells e nessuno a Miami. A conti fatti, il grande rammarico è il match perso agli Australian Open contro Angelique Kerber (che poi avrebbe vinto il torneo in finale su Serena Williams). Quello di Melbourne è l’unico stop dei primi mesi sul cemento, che Azarenka chiude con un bilancio eccezionale: 22 vittorie e 1 sconfitta.

Quando arriva la stagione sul rosso (la superficie più indigesta per Vika), le cose cominciano a peggiorare. Si ritira da Madrid per un problema alla schiena, e poi all’esordio del Roland Garros non conclude la partita contro Karin Knapp per un infortunio al ginocchio. Il guaio la obbliga a rinunciare a Wimbledon: ci si interroga sul suo rientro, ma tutto passa in secondo piano quando il 15 luglio annuncia di essere incinta. E così i tempi di recupero per il ginocchio sono allungati dalla gravidanza: per Azarenka il ritorno sui campi è rimandato all’anno successivo.

Nel 2017 Vika rientra per la stagione su erba. Gioca sui prati di Mallorca per preparare Wimbledon, dove entra in tabellone grazie al ranking protetto. A Londra vince tre match superando Bellis, Watson e la semifinalista dei Championships dell’anno precedente, Vesnina (testa di serie numero 16). Dunque nello Slam risulta subito piuttosto competitiva; fisicamente non ci sono tracce della gravidanza, visto che si presenta perfino più magra rispetto al periodo precedente lo stop; la perdita di peso forse ha comportato una diminuzione di potenza, ma di sicuro non di mobilità.

Probabilmente quello che sembra essere più difficile da recuperare è l’antico killer instinct, un limite che si fa sentire nella sconfitta contro la numero 2 del ranking Simona Halep (7-6(3), 6-2). Nel primo set due volte Azarenka va in vantaggio di un break, ma entrambe le volte si fa immediatamente controbrekkare. La sensazione è che rispetto alla prima fase di carriera, Vika fatichi a giocare bene nei momenti topici, ma complessivamente il recupero sembra molto ben avviato.

Invece, in modo del tutto inatteso, Wimbledon 2017 rimane l’ultimo impegno dell’anno: Azarenka deve rinunciare al resto della stagione per la causa legale con il padre sull’affidamento del figlio, che la tiene bloccata in California.

I tempi dei tribunali e quelli dello sport seguono logiche e ritmi differenti: i mesi passano senza che Vika possa tornare al tennis. A conti fatti, quando inizia nuovamente a competere, sono passati quasi due anni rispetto alla sua ultima, vera stagione. Ventidue mesi tra il maggio 2016 del Roland Garros e il marzo 2018 del match di rientro a Indian Wells, con il fugace intermezzo sull’erba del 2017.

a pagina 2: Il rientro del 2018

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La maturità di Ashleigh Barty

A Miami la giovane tennista australiana ha raggiunto un doppio traguardo: la vittoria nel torneo e l’ingresso in Top 10

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Ashleigh Barty - Miami 2019 (foto via Twitter, @WTA)

A Miami si è chiusa la prima parte di stagione sul cemento; anche se questa settimana si disputa ancora sul duro l’International di Monterrey, il Premier di Charleston (appena iniziato) sancisce il passaggio alla terra battuta: prima quella verde nordamericana, poi quella rossa europea. Si può quindi tracciare il primo bilancio parziale del 2019: a conti fatti si è risolto in un en plein per la generazione più giovane.
Finora stati quattro gli eventi più importanti disputati, e a conquistarli sono state una diciottenne, due ventunenni e una ventiduenne: Australian Open vinti da Naomi Osaka (nata nel 1997), Premier 5 di Dubai da Belinda Bencic (ugualmente del 1997), Premier Mandatory di Indian Wells da Bianca Andreescu (nata nel 2000), Premier Mandatory di Miami da Ashleigh Barty (1996).

Dunque la più “anziana” delle quattro è proprio la ventiduenne Barty, che compirà 23 anni fra un mese (il 24 aprile). Il successo di Miami non è solo il più importante della carriera di Ashleigh, ma le ha anche permesso di entrare finalmente in Top 10, dopo che due settimane fa a Indian Wells aveva mancato il traguardo per una manciata di punti. Ora i mille punti conquistati a Miami le hanno addirittura permesso di salire fino al nono posto.

 

1. L’enfant prodige
Barty è nata in Australia, una nazione che nel tennis ha una tradizione antica e luminosa, con una federazione particolarmente ricca grazie agli incassi derivati dalla organizzazione dello Slam. Malgrado questo, c’è stato un periodo in cui il movimento femminile sembrava in difficoltà nel trovare nomi all’altezza del suo glorioso passato; nomi capaci di raccogliere l’eredità, se non di fuoriclasse come Smith Court e Goolagong, quanto meno di una ottima giocatrice come Samantha Stosur, campionessa Slam agli US Open 2011.

Perse per strada due australiane di nascita come Konta e Robson (nate a Sydney e a Melbourne) perché diventate sportivamente britanniche, la federazione aussie a un certo punto ha cominciato a seguire la politica delle naturalizzazioni, “adottando” giocatrici di formazione tennistica europea come Rodionova, Gajdosova, Tomljanovic, Gavrilova. Però, a conti fatti (in attesa di scoprire se riusciranno a sfondare le più giovani Hon, Birrel, Aiava)  al momento la giocatrice di maggior successo è risultata proprio Ashleigh Barty, l’unica di scuola tecnica completamente australiana.

Che Ashleigh fosse una ragazzina di notevoli prospettive era apparso chiaro alla federazione già diversi anni fa, tanto da decidere di lanciarla a livello WTA sin dal gennaio 2012, ancora quindicenne, attraverso una serie di wild card nei tornei locali: Brisbane, Hobart, e perfino gli Australian Open. Gli esordi di Barty avevano suscitato molto interesse perché, al di là della giovane età, erano accompagnati da valutazioni dei tecnici particolarmente ottimistiche. In poche parole: si parlava di lei come di una autentica enfant prodige.

Ricordo abbastanza bene la sua prima partita a livello di tabellone principale WTA: a Hobart 2012, contro Bethanie Mattek-Sands. In quel momento Mattek era numero 56 del ranking, mentre Barty numero 674. Mattek vinse 6-2, 6-2. Un punteggio netto e inequivocabile, in cui però lo scarto era stato determinato soprattutto dalla differenza di “cilindrata” fisica: Ashleigh non era ancora strutturata a sufficienza per replicare a Bethanie con una adeguata pesantezza di palla; in compenso però aveva già chiaramente fatto vedere molte qualità.

Qualità non solo tecniche ma anche atletiche: completezza di repertorio tecnico, unita a una estrema facilità nel colpire e nel muoversi durante lo scambio, In lei tutti i movimenti (quelli di spostamento in campo, ma anche quelli specifici di approccio alla palla) risultavano estremamente fluidi, e diventavano un tutt’uno con la meccanica dei colpi. In sintesi: si capiva chiaramente che fosse dotata di un controllo atletico superiore, e che l’insieme del “gioco del tennis” le risultasse molto facile, naturale. E poi, soprattutto dalla parte del dritto, sembrava in grado di gestire la palla con estrema sicurezza, come se avesse sempre tempo a disposizione prima di colpire: segno della capacità di trovare la coordinazione all’istante.

Di recente WTA ha preparato un breve speciale video dedicato a Barty, in cui sono ripercorsi i suoi inizi (che sono raccontati più estesamente QUI). Ad appena 5 anni aveva chiesto in famiglia di poter imparare il tennis e allora era stata accompagnata nel centro sportivo più vicino a casa, a Ipswich (cittadina a circa 40 km da Brisbane). Lì insegnava uno dei tecnici più stimati della nazione per quanto riguarda i giovanissimi, Jim Joyce. Solo che Ashleigh era troppo giovane per gli standard di Joyce, che di solito accoglieva bambini dai 6-7 anni in su. Ma lei aveva così insistito da riuscire alla fine ad avere una chance, e provare a colpire. Giudizio: subito ammessa. All’insegnante era apparso chiaro che avesse un talento superiore: “Non ho mai trovato nessuno con una coordinazione occhio-mano come quella di Ashleigh” spiega oggi il suo primo maestro. Ma non era da meno “nell’attenzione che metteva durante le spiegazioni tecniche. Malgrado fosse la più piccola, e nel corso ci fossero ragazzi con il doppio della sua età, spiccava perché non mi staccava mai gli occhi di dosso mentre parlavo”.

Come quasi sempre per i campioni in erba, è l’inizio di una storia in cui si uniscono talento e applicazione: con il classico muro da consumare a furia di dritti e rovesci, poi i primi successi, i primi viaggi in giro per tornei. Barty diventa una delle più forti junior del mondo, numero 2 del ranking e campionessa di Wimbledon 2011 a soli 15 anni. Fra il 2012 e il 2013 segue il tipico iter di passaggio verso il professionismo alternando impegni junior, ITF e i primi WTA. La sua classifica cresce fino al 129mo posto WTA.
Ma prima che in singolare si afferma in doppio: in coppia con Casey Dellacqua nel 2013 raggiunge tre finali Slam, anche se perdendole tutte (Australian Open, WImbledon, US Open).

a pagina 2: Il ritiro e il ritorno

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