Halep torna in semifinale a Wimbledon dopo cinque anni

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Halep torna in semifinale a Wimbledon dopo cinque anni

LONDRA – Shuai Zhang dura un solo set, Simona Halep torna in semifinale a Wimbledon cinque anni dopo

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

[7] S. Halep b. S. Zhang 7-6(4) 6-1 (da Londra, il nostro inviato)

È certamente stato un anno di transizione fino a questo momento per Simona Halep, che dopo aver passato gran parte del 2018 in testa alla classifica si è vista sorpassare da Naomi Osaka in Australia e nei primi sei mesi dell’anno non è riuscita a vincere nemmeno un torneo, nonostante le finali a Doha e Madrid. La sua decisione di prendersi una lunga pausa invernale e la temporanea separazione dal suo allenatore e mentore Darren Cahill, richiamato a un programma di viaggi meno intenso dalle responsabilità famigliari e dal ruolo di commentatore per ESPN, hanno di fatto reso l’anno molto strano, quasi di transizione, tanto da indurla a dichiarare che uno degli obiettivi principali della stagione fosse la Fed Cup. Dopo la sconfitta subita in semifinale dalla sua Romania per mano della Francia, a dispetto delle sue due vittorie su Mladenovic e Garcia, il suo 2019 si è ulteriormente svuotato di significati, probabilmente liberandola da tutte le pressioni che così spesso si è messa addosso.

E così quasi in sordina Simona ha raggiunto la semifinale di Wimbledon per la seconda volta in carriera, e per la settima volta in tutti i tornei del Grande Slam, con una vittoria di grande autorità su Shuai Zhang, splendida nel primo set, ma non sufficientemente continua da riuscire a dar seguito al suo tennis di grande pressione.

 

L’inizio è sicuramente sorprendente: è Zhang a fare il gioco e a costringere Halep sulla difensiva. Un rovescio lungolinea clamoroso della cinese le procura il 40-40 nel secondo game, che poi dà subito il primo break di vantaggio a Zhang. Da fondocampo Simona non punge, il suo ritmo non è abbastanza elevato e dà sufficiente tempo all’avversaria per caricare i colpi da fondo che fanno male. I fantasmi del primo turno di Melbourne di tre anni fa, quando Zhang inizio la sua cavalcata verso i quarti di finale battendo la rumena allora testa di serie n.2, cominciano ad aleggiare sul campo n.1 quando un nastro assassino confeziona la palla del 5-1 per la cinese. Halep tiene comunque il servizio, dopo ben 18 punti, alcuni dei quali lunghissimi e molto ben giocati, e quattro palle break annullate, ma la montagna da scalare sembra tutt’altro che semplice. Aumentando i giri con il diritto Simona ottiene il controbreak e impatta sul 4-4. La partita è godibilissima, e anche se ci sono alcuni posti vuoti nel settore delle “debentures” (gli abbonamenti quinquennali venduti a peso d’oro e normalmente utilizzati per i pacchetti più costosi), i quasi 13.000 del numero 1 apprezzano lo spettacolo mentre il cielo diventa sempre più scuro. Dopo 51 minuti si arriva al tie-break, nel quale il servizio ha ben poca importanza (cinque minibreak su 11 punti), ma la capacità di Halep di portare a casa i punti più lunghi ne ha molta di più. Zhang lo capisce, cerca di accorciare lo scambio appena può, ma finisce anche per sbagliare di più, perdendo il tie-break per 7 punti a 4.

La prima ora di gioco, combattuta da entrambe le atlete a ritmi molto elevati, lascia qualche scoria in più nel corpo e soprattutto nella mente di Zhang, la quale sente la morsa della regolarità di Halep stringersi attorno al collo. Con un parziale di 12 punti a uno la rumena scappa subito sul 4-1 e nel game successivo riesce a convertire una delle palle per il 5-1 come invece la sua avversaria non era riuscita a fare nel primo parziale.

Dopo un’ora e 27 minuti di gioco Simona Halep chiude la partita, raggiungendo per la seconda volta in carriera la semifinale a Wimbledon (la prima volta fu nel 2014 quando perse contro Eugenie Bouchard) ed attende la vincente tra Elina Svitolina e Karolina Muchova.

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Il vero eroe di Wimbledon

Sul podio: Ostapenko che colpisce tutti, Woody Harrelson ubriaco sugli spalti e soprattutto il vero eroe del Fedal: il ragazzino appassionato di vichingi

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E cosa altro vorresti raccontare. Quello lì, quello che c’ha un sacco di anni e continua a fare così incredibili, ha battuto in semifinale quell’altro che l’aveva appena battuto – meglio, dominato – a Parigi. Poi, in finale, non è stato capace di convertire match point, per la 22esima volta in carriera, contro quel terzo signore che più non lo amano e più lui vince, vince, vince. Ha vinto più di chiunque altro in questo decennio, e chissà nel prossimo.

Il primo, quello lì, ha sublimato il concetto di sconfitta: non in senso alchimistico e neanche spirituale, ma proprio per quanto attiene al suo significato in psicologia. Quello che è accaduto dal mancato 9-7 all’effettivo 12-13 è già letteratura, già in grado di esercitare una fascinazione collettiva persino superiore a una vittoria.

Sono state quarantotto ore fuori da ogni logica, o magari perfettamente in linea con la nuova logica applicata al tennis – meglio: imposta – da Federer, Nadal e Djokovic. Ne ha fatto mirabile sinossi Matteo Codignola su Rivistaundici, chiudendo così un articolo che vi consiglio caldamente di leggere.

Si tratta di giocare ancora un match, e un altro, per allontanare il più possibile quello che ormai  tutti quanti, a cominciare da Roger, Rafa e Nole – temiamo succeda: che al primo ritiro di uno dei tre, di colpo, il tennis come lo abbiamo conosciuto smetta di esistere. Sembra l’ultima scena di un episodio neanche troppo riuscito di Al di là della realtà, d’accordo. Ma francamente a cos’altro abbiamo assistito, sul Centre Court, fra il 12 e il 14 luglio 2019?

Il torneo femminile lo ha vinto Simona Halep, mamma che brava. Le è toccato fare la parte della guastafeste agli ottavi contro la bimba prodigio Cori Gauff, ma dopo aver lottato per un set contro Zhang ai quarti ha sostanzialmente triturato il resto della concorrenza: non l’ha vista Svitolina in semifinale, l’ha vista se possibile ancora meno Serena in finale. Ora è socia dell’All England Club e potrà venirci anche solo per mangiare a sbafo a ‘spese’ della duchessa di Cambridge, Kate Middleton, che da tre anni può vantare il patrocinio di questo modesto circoletto londinese (un gradito regalo della regina Elisabetta).

 
L’eleganza sconvolgente di Kate, l’inchino doveroso di Nole (AELTC/Florian Eisele)

C’è stato però un altro Wimbledon, un Wimbledon di faccende meno altisonanti ma non per questo meno degne d’essere raccontate. Il vero Wimbledon, insomma.

Per assonanza con l’ambito patro-cinio di Kate viene in mente il sacrosanto don’t patro-nize me‘ di Johanna Konta al gionalista del Daily Express che pretendeva di parlarle come si fa ad una figlia quindicenne che non ha rispettato il coprifuoco. Brava Johanna, al 6,5 del nostro Garofalo mi sento di aggiungere almeno un paio di voti.

C’è stato il ritorno di Murray in doppio, che doveva essere un ritorno un po’ in sordina ma la scelta di affiancarsi a Serena Williams per il doppio misto l’ha trasformato in una delle storyline più seguite dell’intero torneo. Due vittorie, poi la sconfitta agli ottavi contro i favoriti Melichar/Soares. L’anca di Andy sembra limitarlo ancora parecchio nei movimenti e per New York si vedrà, ma intanto un pieno di affetto e sostegno dei tifosi che non fa mai male.

Sapete chi altro, ben lontana dal mettersi in luce in singolare (pur giocando regolarmente, a differenza di Murray), ha fatto parlare di sé in queste due settimane? Jelena Ostapenko, la cui vittoria al Roland Garros sembra lontana 150 anni e invece risale appena al 2017. La lettone ha giocato una partita in singolare (sconfitta subito da Hsieh), una in doppio femminile (in coppia con Kudermetova, subito fuori contro Cornet/Martic) ma ben sei in doppio misto: in coppia con lo svedese Robert Lindstedt ha raggiunto la finale, poi persa contro Chan/Dodig.

Eppure, povera Jelena, mica ha fatto parlare di sé per qualche stop volley prelibata. Proprio non le riusciva di smettere di colpire avversari e partner!

Nel primo episodio è riuscita a fare punto tirando un servizio nel quadrato sbagliato… ma direttamente addosso all’inviperita Cornet;

soltanto i riflessi felini di Gauff hanno impedito che si concretizzasse subito un secondo episodio, al primo turno del torneo di misto. Eppure il meglio doveva ancora venire…

secondo e terzo turno, episodi tre e quattro. Jelena bombarda due volte la schiena del malcapitato Lindstedt, che nonostante i tentativi di sabotaggio rimane stoicamente in piedi.

MEDAGLIA D’ARGENTO E D’ORO – A proposito di colpi proibiti. Come dimenticare il missile di Kyrgios che ha colpito Nadal nei pressi della rete, durante l’unico match che c’abbia davvero fatto battere il cuore prima delle semifinali (a parte quell’ dell’addio di Marcos, di cui non parliamo per evitare di versare altre lacrime)? Non un gesto proibito, sembrava lì per lì, se non che Nick s’è divertito a raccontare in conferenza che proprio al petto voleva colpirlo. Nadal, ben tronfio dopo la vittoria, ha risposto smontando tutti i ‘se’ che accompagnano i progetti di grandeur del ragazzone di Canberra.

Si sale di tono, eccome se si sale di tono, verso i primi due gradini del podio. Interessano fino a un certo punto le rimostranze di Fognini nei confronti della corona britannica, rea d’averlo spedito su un campetto infame a combattere col discusso Sandgren. C’è invece il solito buco della serratura da cui noi profani guardiamo gli abitanti dei seggiolini più prestigiosi del campo centrale, dove s’avvicendano ogni anno fior di divi, dalla musica al cinema, passando per sport e politica. Nel Royal Box ha trovato spazio il golfista Francesco Molinari che proprio in questi giorni difenderà, primo italiano di sempre a tentare un’impresa del genere in un Major, il titolo conquistato l’anno scorso al British Open.

Il primo sabato del torneo s’è persino vista sugli spalti Theresa May, la grande sconfitta dell’epopea Brexit ancora lungi dal trovare un compimento. Ma si diceva di attori: Benedict Cumberbatch e Tom Hiddleston, l’habitué Hugh Grent (lei e Anne Vintour, mente di Vogue, davvero non mancano mai), ma in questa sede si vorrebbe parlare di Woody Harrelson. L’attore texano è riuscito a dare persino più spettacolo della partita cui stava assistendo, la finale del doppio maschile vinta da Cabal/Farah contro Mahut/Roger-Vasselin dopo cinque ore di grandi emozioni.

Emozioni ne ha regalate anche l’alticcio Woody, che deve aver abusato dei privilegi a lui concessi da quel posto sul Centre Court. La performance dell’attore è diventata prima un thread virale, anzi viralissimo su Twitter, per poi conquistare anche l’informazione generalista. Il Washington Post ha scritto, letteralmente, ‘Woody Harrelson diventa un meme a Wimbledon‘. È andata esattamente così.

Però, però, il primo posto emotivo di questo Wimbledon 2019 spetta di diritto al coraggiosissimo ragazzino che ha emulato, ed evidentemente perfezionato, le imprese di un altro temerario fanciullo beccato a leggere avidamente ‘Le avventure di Tintin‘ durante il secondo turno tra Muguruza e Kontaveit del Roland Garros 2017. Fu certo un’impresa ragguardevole, con tanto di cappellino del PSG e sguardo veramente assorto, ma cosa direste di un altro che, ipoteticamente, decidesse di aprire un libro nelle fasi cruciali del primo set della semifinale tra Federer e Nadal?

Perché è successo, è successo davvero, sul 5-4 15-30 in favore di Federer (servizio Nadal): il centrale avvolto in un’atmosfera da brividi, quei due in campo che avrebbero rinunciato a un paio di Masters 1000 pur di portarsi in vantaggio, e lui a leggere “Viking Myths and Sagas: Retold from Ancient Norse Texts“.! Come se la storia non gli stesse scorrendo davanti, come se guardare Federer e Nadal sfidarsi per un posto in finale a Wimbledon non fosse tra gli eventi sportivi più esclusivi del pianeta, nell’anno di grazia 2019.

Quanto si deve essere deliziosamente superiori alle convenzioni per preferire l’accattivante prosa di Rosalind Kerven a un passante in corsa di Nadal, specie quando siedi a venti metri scarsi dalle schermaglie tra i due tennisti più rappresentativi di questa epoca e non su un divanetto del reparto ‘letteratura norrena’ di Barnes&Noble?

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ATP

Djokovic alieno: annulla 2 match point a uno splendido Federer e vince il suo quinto Wimbledon

LONDRA – La finale più emozionante del decennio sui campi di Wimbledon finisce al tie-break decisivo. Federer commovente, Djokovic eguaglia Borg e vola a 16 Slam

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

[1] N. Djokovic b. [2] R. Federer 7-6(5) 1-6 7-6(4) 4-6 13-12(3) (da Londra, il nostro inviato)

Un tie-break al quinto set. Al primo tentativo. Questa finale di Wimbledon non poteva regalare più emozioni. Match point annullati, come non se n’erano visti da Parigi 2004 all’atto decisivo di uno Slam, Roger Federer che ancora una volta perde da Novak Djokovic con due match point a favore, come era accaduto già due volte nelle semifinali dello US Open.

Un match che Federer, il quale alla fine ha vinto 14 punti in più dell’avversario, sembrava avere in mano sul’8-7 del quinto set, quando ha servito per il set, ma invano. Ma anche prima di quell’episodio cruciale della partita c’erano stati momenti in cui avrebbe potuto ottenere il suo nono Wimbledon, come nel tie-break del primo set e nel set point avuto nel terzo. E invece è stata la giornata di Novak Djokovic, capace di vincere una partita incredibile, servendo in maniera altrettanto incredibile e dimostrandosi il più freddo nei momenti decisivi.

 

La contemporaneità quasi perfetta dell’inizio della finale del singolare maschile di Wimbledon e della partenza del Gran Premio di Formula 1 a Silverstone sembra sottolineare il “tafazzismo” imperante della Gran Bretagna contemporanea. Il tema tattico iniziale è quello largamente atteso: Federer cerca di muovere il gioco, Djokovic presidia il fondo e contrattacca. La prima chance break è per lo svizzero sul 2-1, e se ne va con un diritto sparacchiato fuori alla ricerca di un contropiede eccessivo. Subito dopo Federer recupera da 0-30 affidandosi alla prima di servizio.

Lo svizzero gioca sui cambi di ritmo e rotazione negli scambi, ma Djokovic non si fa ingannare e risponde colpo su colpo. Federer arriva a due punti dal set sul 5-4 con due eccellenti diritti in chop, arriva a 20 centimetri dal set-point, ma il n.1 del mondo esce dal passaggio pericoloso con grande autorità. Nel tie-break è Federer che ha l’iniziativa sulla racchetta, perde due punti sul servizio di Djokovic che avrebbe dovuto vincere con due errori di diritto (dopo 21 e 13 colpi), riesce comunque ad andare avanti per 5-3 con due splendidi vincenti da fondo, ma poi cede quattro punti consecutivi (tre gratuiti) per consegnare il primo set a Djokovic dopo 58 minuti (curiosamente due in più della finale femminile di sabato).

Ma il rush finale del tie-break costa caro al serbo, che inizia a commettere quegli errori da fondo che non erano affiorati fino a quel momento e concede due break consecutivi, lasciando scappare Federer sul 4-0. Con un terzo break sul 5-1, chiuso da due punti quasi buttati via da Djokovic, Federer pareggia i conti in 25 minuti con un set da 26 punti a 12. Novak è passato da 14 vincenti e 6 gratuiti nel primo set a 2 vincenti e 10 gratuiti nel secondo.

Federer aumenta il ritmo delle discese a rete a inizio terzo set, poi si ferma di più a palleggiare da fondo. L’inerzia del match sembra a suo favore dopo il “set horribilis” di Djokovic nel secondo, ma non riesce a concretizzare questa superiorità in punteggio. Lo svizzero si desta dall’apparente torpore e con una demi-volée di rovescio che fa esplodere il centrale conquista il set point, ma con la battuta lo svizzero rispedisce tutto al mittente. Il clima è quasi da Coppa Davis svizzera (almeno quella di una volta, chissà come sarà quella nuova), ma Djokovic non trema, e con il sapiente utilizzo del servizio al corpo arriva al tie-break che domina fino al 5-1, viene quasi ripreso sul 5-4, ma un errore di Federer sul punto successivo, dopo che il serbo aveva servito una seconda lentissima (80 miglia orarie) e in mezzo al rettangolo del servizio, decide la sorte del set.

In una situazione che ricorda un po’ a grandi linee la finale dello US Open 2015, dopo due ore e 16 minuti di gioco Federer si trova indietro per due set a uno senza aver fronteggiato l’ombra di una palla break e avendo avuto concrete chance di vincere entrambi i set perduti. A quinto game c’è un leggero calo al servizio di Djokovic, ma tanto basta: un doppio fallo, tre prime sbagliate e su una “steccata” di rovescio Federer ottiene il quarto break della giornata. Sul 4-2 Roger mette a segno una volée di rovescio smorzata che trasferisce la Davis svizzera in Sud America, tanta è la bolgia sul Centrale: serve per il set sul 5-2 ma perde il servizio per la prima volta nell’incontro. Due game più tardi è la volta buona e la finale va al quinto come era accaduto nel 2014.

Con Federer avanti di 15 nel computo totale dei punti si inizia il set decisivo. Sono un po’ saltati gli schemi, si diceva una volta nel calcio, Federer gioca più a briglia sciolta e anche Djokovic lo segue. È il serbo il primo ad avere palle break, sul 2-1: sono tre, che Federer annulla bene con il servizio. Le gambe dello svizzero però non sono più sotto i colpi come all’inizio del match, due rovesci scappano lunghi sul 2-3 e con un passante incrociato Djokovic guadagna l’importantissimo break di vantaggio. La posta in palio è altissima, nessuno è immune dalla tensione. Nole commette un doppio fallo sul 30-30 concedendo una palla del controbreak a Federer, che però sfuma con un diritto lungo. Ma il controbreak alla fine arriva, e alla soglia delle quattro ore di gioco la finale va ad oltranza.

Sul 5-5 Djokovic commette un doppio fallo, il nono, poi si salva con una volée in tuffo e tiene la battuta. Il gioco successivo Federer sbaglia uno schiaffo al volo sulla palla del 6-6, ma con un po’ più di fatica raggiunge comunque la parità. Sul 7-7 Djokovic va 30-0, subisce un diritto di Federer poi commette due errori gratuiti pesantissimi e sulla palla break non riesce a chiudere il diritto sotto rete e subisce il passante dello svizzero che va a servire per il match. Ma non deve finire così: Federer ha due match point, il primo lo sbaglia di diritto, sul secondo viene fulminato da un passante e poi arriva il controbreak. Sette punti consecutivi e si ritorna a giocare con le parità. 8-8, 9-9, 10-10, 11-11. Sul 40-0 Djokovic viene trascinato a palla break, con un “falco” molto controverso. Il passante di rovescio di Federer è fuori di un soffio. Su un secondo “falco” controverso sembra che abbia segnato l’Inghilterra quando sancisce la seconda palla break per Federer, ma con due colpi al volo tanto brutti quanto efficaci Nole annulla anche quella. Si arriva al tie-break, quello del 12-12, quello che mai si sarebbe pensato sarebbe servito in una finale.

Il minibreak decisivo arriva su un serve and volley di Federer al terzo punto, con la demi-volée che va in corridoio. Djokovic tiene i suoi servizi con grande freddezza, e una steccata di diritto chiude il match dopo 4 ore e 57 minuti consegnando il quinto Wimbledon a Novak Djokovic.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

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Wimbledon: Djokovic contro Federer, la miglior finale possibile

LONDRA – Novak e Roger hanno dimostrato sul campo di meritarsi la sfida per il titolo. Al di fuori della terra battuta, sono i più forti. Il risultato è impossibile da pronosticare

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Federer e Djokovic, pic from Twitter

da Londra, il nostro inviato

Non è semplice prevedere gli esiti delle partite di tennis. Quando si ha la fortuna di essere quasi sempre sul luogo dei grandi tornei, si hanno certamente molti strumenti in più, in particolare l’insostituibile possibilità di osservare il gioco dalla prospettiva bassa e laterale. Oltre a questo, andando ogni giorno a seguire gli allenamenti dei campioni, parlando con i coach, si possono scoprire una marea di piccoli dettagli, sia tecnici che relativi all’umore e alla convinzione (per esempio) dei giocatori. Difficile che uno che la mattina stecca venti dritti sulle siepi, e se ne va dal campo imprecando contro se stesso e a volte l’allenatore, il pomeriggio con quel colpo realizzi tanti punti e vinca. Esperienza personale e diretta, ma si dice il peccato, non il peccatore. D’altronde, se ci è proibito scommettere, c’è un motivo.

Nel caso della semifinale tra Roger Federer e Rafael Nadal, dopo averli visti per due settimane, mi ero convinto che il favorito fosse Roger, e il giorno prima ho azzardato un fortunato “vince Federer in 4 set“. Il ragionamento è in realtà molto semplice: vedi che lo svizzero gioca bene, e soprattutto è in crescendo, lo spagnolo sul medio-veloce (e son generoso con l’erba vetrata di quest’anno) non lo batte da anni, sai che è comunque difficile che un mastino come Rafa la molli in tre set, in cinque diventerebbe dura per Federer, ed ecco il pronostico. Quasi facile, alla fine.

 

Quando si tratta di provare a capire come potrebbe andare a finire il match tra Roger e Novak Djokovic, però, alzo le mani. Per me, è letteralmente impossibile propendere decisamente per l’uno o per l’altro. Posso solo raccontarvi cosa ho visto tra i match e i training, per poi lasciare che vi facciate voi un’idea.

Novak è il solito Novak, ovvero fortissimo. In allenamento è sempre stato bello concentrato, e la novità della presenza al suo fianco di Goran Ivanisevic se non grandi accorgimenti tecnici gli ha sicuramente portato utilissimi stimoli. Un nuovo coach, anche se “a tempo”, ti fa venire voglia di far bella figura, banale ma vero dalla quarta categoria all’ATP. Dritto e rovescio viaggiano bene, le geometrie in partita sono precise. Grazie alla pressione costante che riesce a generare in palleggio, sta andando a rete molto e con successo (in questo torneo, 146 punti fatti su 192 dicese, praticamente come Roger che ha realizzato un 152 su 191). Il servizio fa il suo dovere (65% di prime in campo con cui vince il 79% dei punti). I numeri, insomma, ci restituiscono il ritratto di un ottimo Djokovic.

I minimi punti dolenti (relativamente parlando, s’intende) sono emersi, forse, solo nell’ultima vittoria, in semifinale contro Roberto Bautista Agut. E non riguardano il tennis, ma gli aspetti psicologici. Durante i primi due parziali, con lo spagnolo che appariva via via sempre più solido e inscalfibile da fondocampo, a volte Novak ha manifestato un po’ di impazienza, andando diverse volte a commettere lui per primo gli errori non forzati. Non c’entrano i trascurabili screzi con il pubblico, anzi, conoscendolo (ne parlavo ieri con i commentatori di RTS, la TV nazionale serba) sono momenti di tensione che quasi quasi gli fanno bene, stimolandolo a reagire e ad aumentare la cattiveria agonistica. Rimane il fatto che più o meno per due set (da metà del primo a metà del terzo) Djokovic si è fatto imbrigliare da un giocatore che oltre alla disarmante regolarità del palleggio, non è che abbia fatto chissà che numeri da fenomeno. L’insofferenza esibita soprattutto rivolgendosi al suo angolo ne è stata un sintomo. Per quanto riguarda le presunte vulnerabilità tattiche ed emotive di Novak, è finita qui. Un po’ poco, in un intero torneo, direi. Il Djokovic che si presenterà in campo domenica, quindi, possiamo ragionevolmente ritenere che sarà una versione molto competitiva del 15 volte campione Slam.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Dall’altra parte, Roger Federer ormai non deve dimostrare più nulla, e non ha mancato di farlo capire anche parlando con i media. Oltre alle parole delle conferenze stampa, ho notato un atteggiamento e un linguaggio del corpo estremamente rilassati. Dal modo in cui si siede, a quello in cui cammina, l’impressione costante è che fondamentalmente sia qui perchè si diverte a giocare a tennis, prendendo tutto quello che di buono arriva, senza tensione e senza drammi in caso di eventuale sconfitta. Ad Aorangi Park l’ho visto ridere e scherzare, provando trick-shots, come un ragazzino. Non può esserci attitudine migliore nel tennis. Se poi questo approccio sereno e disincantato si applica al mostruoso talento di Roger, la combinazione può diventare letale, come ha scoperto a sue spese Nadal venerdì sera. Risposte di rovescio spinte in scioltezza, interi scambi giocati in controbalzo a tutto braccio come fosse la cosa più naturale del mondo. Rafa ha detto che “quando Federer gioca così, ti toglie il tempo di preparare i colpi, non riesci mai a prendere l’iniziativa aprendo il campo“, ha ragione da vendere.

Come potrà svilupparsi, quindi, il confronto in finale? La cosa di cui possiamo essere quasi sicuri è che sarà una partita di alto, se non altissimo livello tecnico, per la semplice ragione che si apprestano a giocarla i migliori visti fino a questo momento a Church Road. L’idea è che, come spesso avviene, la vicenda dipenderà più da Federer che da Djokovic. Quello che è e sarà in grado di mettere sul piatto della bilancia il serbo lo sappiamo, e di norma basta e avanza per battere chiunque. Quello che saprà o potrà inventarsi Roger, invece, è un’incognita sia nel bene che nel male. Potrebbe subire senza possbilità di scampo la pressione e l’aggressività da fondo di Novak, così come trovare anticipi e colpi vincenti da qualsiasi posizione. Avrà il pubblico dalla sua parte al 90%, il che non è sinceramente bello, ma tant’è, Djokovic ha già dimostrato di avere la pellaccia dura al riguardo, ricordiamo la caciara dell’Arthur Ashe a New York nel 2015.

Se mi costringessero a sbilanciarmi con una pistola puntata alla tempia, molto (molto!) sottovoce direi che vincerà Federer in 4 set, però assai tirati tutti quanti, più o meno per le stesse ragioni esposte all’inizio di questo articolo parlando del pronostico sul “Fedal”. Ma non ci scommetterei nemmeno un centesimo, e sconsiglio di farlo anche a voi. La cosa che consiglio, di cuore, è di godersi insieme una finale potenzialmente epica, invece di perdere tempo a litigare nei commenti.

Roger Federer – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

UN PO’ DI NUMERI:

  • PRECEDENTI TOTALI: 25-22 Djokovic
  • SLAM: 9-6 Djokovic
  • FINALI: 12-6 Djokovic
  • FINALI SLAM: 3-1 Djokovic
  • ERBA: 2-1 Djokovic
  • Totale set: 70-67 Federer
  • Set decisivi: 13-5 Djokovic
  • Tie-break: 12-12
  • Tie-break decisivi: 3-0 Djokovic
  • Al meglio dei cinque set: 9-7 Djokovic
  • Partite finite al quinto: 3-0 Djokovic
  • Totale game: 694-689 Federer

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