Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

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Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

In un momento in cui i tennisti sono superstar che cercano di proteggere la loro privacy, per Ubaldo Scanagatta è ancora possibile scherzare con i campioni più grandi: Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic

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Il direttore ripercorre a mo’ di quiz tutte le finali dell’Era Open di Wimbledon

Sono così inavvicinabili i grandi campioni dello sport? Certo lo sono rispetto a 30 anni fa quando non si frapponevano fra loro e noi giornalisti i manager, gli sponsor, gli organizzatori e — nel caso del tennis —i sindacati giocatori, ATP, WTA, con i loro media PR. È diventato molto più difficile lavorare e dare ai lettori roba di prima mano. In realtà loro, i Federer, i Nadal, i Djokovic, campionissimi capaci di vincere 53 Slam degli ultimi 66, sarebbero molto più disponibili di quanto vorrebbero far credere i loro “guardiani” deputati a difendere ossessivamente la loro privacy.

Non sono più i tempi in cui chi scrive poteva andare a ballare al Jimmy’s di Montecarlo con Bjorn Borg e Adriano Panatta, appena un po’ più giovani del vostro cronista, o trovarsi con Ilie Nastase nella celebre pizzeria napoletana Santa Lucia, dopo un suo match per presentargli un’attrice mia ospite, Alexandra King, che lo avrebbe poi addirittura sposato (senza mai perdonarmi di averglielo presentato: Ilie ha divorziato 5 volte!), o scarrozzare sulla mia vecchia Honda usata un preoccupatissimo John McEnroe (con il quale avrei giocato anche a tennis a Forte dei Marmi) per approcciare una gioielleria del Ponte Vecchio dove comprò un braccialetto di rubini antichi, regalo di compleanno alla prima moglie Tatum O’Neal.

Ma il vantaggio di esercitare questo mestiere da quasi mezzo secolo, 151 Slam, 46 Wimbledon di fila, mi ha permesso di conoscere alcuni dei campioni di oggi, quando erano poco più che bambini e diventare per loro un sopportabile persecutore alle conferenze stampa. Questo aiuta. Ho incrociato Roger Federer che aveva 16 anni e mezzo e vinceva il torneo giovanile Principe al CT Firenze delle Cascine, aveva i capelli mesciati similpunk, un giorno gialli e l’altro verdi. Ero a Montecarlo quando un Rafa Nadal diciassettenne esordì battendo il campione del Roland Garros, Albert Costa, sotto la luce dei riflettori e non c’era più quasi nessuno perché allo Sporting Club c’era la tradizionale serata dei campioni.

Ho incrociato per la prima volta Novak Djokovic quand’era un promettente ragazzino, unico teenager entrato fra i primi 100 del mondo quell’anno: si allenava con Riccardo Piatti, il quale però si occupava prioritariamente del suo pupillo adottivo Ivan Ljubicic (portato a numero 3 del mondo). Così è capitato che Rafa Nadal vincendo Roma 2006 regalasse a mio figlio la canottiera gialla ma imbrattata di terra rossa: ci si era rotolato a terra dopo la rimonta in finale su Federer. Non è naturalmente mai stata lavata da allora, è appesa in una cornice di vetro in camera sua. Nel 2015 Djokovic gli avrebbe regalato la casacchina bianca, con tanto di firma, con cui aveva appena vinto il suo terzo Wimbledon.

Alla fine, anche i campioni inavvicinabili sono ragazzi normalissimi cui piacerebbe ogni tanto, perfino nelle conferenze stampa più seriose, scherzare. Ed è più facile che ciò accada con chi hanno più confidenza. Con chi vedono dal loro primo Slam. E possono perfino accorgersi, come ha fatto Roger Federer l’altro giorno, se c’ero o non c’ero al torneo di Halle nel momento in cui gli dico di aver visto Berrettini esibirsi in quel torneo e Roger mi punzecchia: «L’avrai visto bello comodo, dal sofa della tua camera da letto, a Halle non c’eri». Per poi domandare ironico: «Pensi di cambiare mestiere?».

C’è un video che mi concerne e sembra essere diventato virale su YouTube anche fuor di Svizzera e Italia, così come quello con Nadal all’Australian Open quando Rafa si accorse che, vittima del jet-lag e d’un viaggio di 25 ore, avevo chiuso gli occhi per qualche secondo e lui: «Questa conferenza stampa non è molto interessante, vero?». E poi puntandomi con gli occhi e la mano e chiamandomi per nome: «Ubaldo, lo so che stavi concentrandoti per la prossima domanda...». E quello con Djokovic in cui il numero 1 del mondo, dopo che gli avevo ricordato che aveva appena vinto 15 Slam e 7 Australian Open... «Yes, not too bad!» e scoppia in una risata irrefrenabile piegandosi sul tavolo. Qualche milione di visualizzazioni. Ora colleghi e tennisti non mi salutano più chiamandomi per nome ma dicono: «Ehi, not too bad!». Non male davvero.

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Per Caruso, Umago è come Parigi: battuto Coric. Sinner eliminato

Dopo gli exploit del Roland Garros, Salvatore Caruso protagonista anche in Croazia. Supera in tre set un falloso Borna Coric e raggiunge per la prima volta i quarti di un torneo ATP. Sinner lotta ma cede a Bedene

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Salvatore Caruso - Umago 2019 (foto Felice Calabrò)

Dai nostri inviati ad Umago, Michelangelo Sottili e Ilvio Vidovich

[Q] S. Caruso b. [2] B. Coric 6-2 3-6 6-1

Continua alla grande l’avventura umaghese di Salvatore Caruso: proveniente dalle qualificazioni e battuto al primo turno il talentino Moutet, elimina la seconda testa di serie del torneo Borna Coric schiantandolo con un perentorio 6-1 al terzo set e prendendosi il primo quarto di finale ATP in carriera. Davvero una prestazione maiuscola di “Sabbo” il cui rovescio, almeno oggi, non ha avuto nulla da invidiare a quello del suo più blasonato avversario, che pure sul lato sinistro ha il suo colpo migliore; anzi, è probabilmente su quella diagonale che si è deciso il match. A Parigi, Djokovic aveva suggerito di non giocargli sul rovescio (“sì, quella diagonale la faccio abbastanza bene” scherza Salvatore, “però il tennis è fatto di tante altre cose”). Entrambi ogni tanto si perdono il dritto, ma è la spettacolare preparazione atletica del ventiseienne di Avola (“un applauso al mio preparatore Pino Maiori, con me da dieci anni”) che vola su smorzate e drop volley croate e soprattutto ribatte efficacemente i tentativi di sfondamento a cui Coric è costretto dalla maggiore regolarità dell’avversario.

 

Coric rientra dall’infortunio alla schiena patito ad Halle (ma non cerca scuse, “ha giocato meglio lui” dice, “è stato un periodo difficile e non sapevo se avrei giocato, ma oggi non avevo dolore”) e inizia sbagliando un po’ tutto e anche di parecchio. È anche sfortunato quando, al primo scambio in vantaggio, subisce la smorzata vincente e involontaria di Caruso; beh, così impara a non andare avanti quando l’altro è in allungo spalle alla rete. Ci va poco dopo, Borna, e la volée esce di metri: come non detto. In ogni caso, il croato entra in partita e muove il punteggio quando è già sotto 0-4: troppo tardi perché, solido e autoritario, Caruso tiene i turni di battuta e chiude 6-2.

La prevedibile reazione di Coric gli vale il 2-0 e, nonostante “Sabbo” lo riprenda subito, si fa più intraprendente (“è un grande campione” dice Caruso, “ha provato tutto, ha messo in campo tutto quello che aveva”), si carica con il pugno sul gratuito del nostro, chiede e ottiene il sostegno del pubblico amico e si prende il break che rimanda tutto alla partita finale. Qui, Caruso è il più lesto a uscire dai blocchi e vola 4-1. Dagli spalti, sale l’incitamento “Sabbo, Sabbo” quando conquista due palle del doppio break con un nuovo recupero in avanti, stavolta con la complicità del ventiduenne di Zagabria, non esattamente impeccabile a chiudere la volée. Il successivo doppio fallo è il segnale di resa.

Venerdì, secondo incontro dalle 20, la meritata sfida valida per la semifinale contro Facundo Bagnis, mancino argentino n. 152 ATP: sognare è lecito anche se “l’obiettivo è andare più avanti possibile, ma si va partita per partita e restiamo con i piedi per terra”.

A. Bedene b. [WC] J. Sinner 7-6(3) 6-3

Dopo Caruso, non riesce l’impresa dell’altro tennista italiano impegnato oggi ad Umago. È infatti quasi mezzanotte quanto Aljaz Bedene si fa l’ultimo regalo per il 30esimo compleanno (è nato il 18 luglio 1989) e con un servizio vincente chiude a suo favore il match contro Jannik Sinner. Nonostante la sconfitta, l’incontro ha confermato quanto di buono ha fatto vedere in questi mesi il 17enne altoatesino, che sul piano del ritmo e dell’intensità degli scambi ha fatto assolutamente match pari con il n. 87 del mondo e, anzi, spesso ha avuto la meglio quando gli scambi ad alte velocità si allungavano. Sinner a questi livelli paga ancora pegno per qualche pausa e qualche ingenuità di troppo, come del resto è comprensibile per un under 18. Bedene ha saputo sfruttare le occasioni  che Sinner gli ha concesso per raggiungere per la terza volta in stagione i quarti di finale in un torneo ATP. Del resto – tanto per capire il differenziale di esperienza tra i due – questo è stato il 101esimo incontro ATP sulla terra rossa di Bedene (51-50 il bilancio), mentre per il tennista di San Candido si è trattato appena dell’ottavo incontro totale nel circuito (3-5).

Il match era iniziato con un po’ di tensione da entrambe le parti, come testimoniato dai tre break consecutivi dei primi tre giochi, due  dei quali subiti da Sinner. Bedene coglieva l’attimo e grazie anche ad un’ottima resa della prima di servizio, che si rivelerà un fattore determinante per tutto il match (7 ace e 77% di punti con la prima), era il primo ad invertire la rotta, per poi arrivare senza grossi scossoni (a parte una palla break nel sesto gioco) a servire per il set al decimo gioco. Lo sloveno arrivava a due punti dal parziale ma qui sentiva un po’ la tensione, ed era bravo Sinner a indovinare un paio di risposte per strappare nuovamente la battuta al suo avversario. Si arrivava così al tie-break, dove però non c’era storia: alcuni errori di troppo dell’azzurrino permettevano a Bedene di involarsi sul 6-1 e chiudere poi per 7-3.

Il secondo set iniziava con un paio di palle break non sfruttate da Sinner, per poi proseguire senza grossi scossoni fino al sesto gioco. Qui, all’improvviso, un black out dell’italiano sul 40-15 a suo favore consentiva a Bedene di infilare una serie di nove punti consecutivi e di ritrovarsi a due punti dal match sul 5-2. Ma Jannik confermava la sua tempra agonistica e si rifiutava di andare subito negli spogliatoi, arrivando addirittura alla palla del contro-break. Bedene però si aggrappava nuovamente al servizio per regalarsi i secondi quarti in carriera ad Umago, dove affronterà il serbo Lajovic, tds n. 4. Sinner può comunque consolarsi con i secondi ottavi a livello ATP, l’ingresso nei top 200 e soprattutto la consapevolezza di potersela giocare alla pari a questi livelli. A diciassette anni non è poco, anzi, è “tanta roba” come si suol dire adesso.

Negli altri due incontri, l’argentino Facundo Bagnis, prossimo avversario di Caruso, ha spento senza grossi problemi con un doppio 6-3 le velleità della wild-card locale Nino Serdarusic. Senza grossa storia anche l’altro match, che invece alla vigilia si prospettava interessante, quello tra Andrey Rublev e Dusan Lajovic. Troppo solido il tennista serbo per il campione di Umago 2017, che pare essersi fermato nella sua crescita e non riesce a fare quel salto di livello che ci si attendeva da lui dopo l’ottima stagione 2017. I suoi colpi viaggiano sempre che è un piacere, ma senza significative variazioni tattiche a supporto: e per un top 40 come Lajovic dopo un inizio equilibrato non ci sono stati grossi problemi nell’incanalare il match a proprio favore.

Risultati:

[4] D. Lajovic b. A. Rublev 6-4 6-3
[Q] S. Caruso [2] b. Coric 6-2 3-6 6-1
A. Bedene b. [WC] J. Sinner 7-6(3) 6-3
F. Bagnis b. [WC] N. Serdarusic 6-3 6-3

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Il nostro sport è davvero straordinario

Riflessioni sugli aspetti pedagogici del tennis e sui valori educativi che permette di trasmettere. Con un focus sul wheelchair tennis

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Questa è l’epoca in cui non ci si riesce a fermare un solo attimo a riflettere sugli aspetti pedagogici e sui valori che trasmette il tennis. La grande scommessa pedagogica è quella di far socializzare, insegnare a condividere e promuovere il benessere ed i valori educativi, elementi indispensabili per la crescita generazionale.

L’allenamento sportivo è un processo pedagogico multilaterale, pertanto lo sport è un laboratorio permanente, un apprendere facendo, che sia contesto e metodo di co-costruzione di specifiche intelligenze che si intrecciano, si specificano, per potersi di nuovo intrecciare dinamicamente. Ciò permette alle idee innovative e ai progetti educativi di crescere e di fare scuola; la diversità personale e culturale, come risorsa, le abilità per apprendere, l’affettività come sostegno per l’intelligenza, e la produttività dell’intelligenza, la resilienza, concorrono per far acquisire alle new gen le basi su cui applicarsi.

Il tennis cos’è, se non il riassunto di tutti questi elementi? Occorre un confronto introspettivo quando si passa dal momento in cui si teorizza al momento in cui ci si cala nella realtà, esattamente come quando ci si trova sul campo pronti ad affrontare una partita di tennis o un avversario che mette in difficoltà e si cerca la giusta strategia di gioco e mentale. L’obiettivo è quello di dimostrare ai lettori che cosa si riesce a fare con delle palline da tennis ed una racchetta. Il tennis è uno sport coinvolgente e può diventare molto appassionante per chi lo pratica, in quanto, a differenza di altri sport, permette di rinforzare fisico e mente, consentendoci di scaricare stress e nervosismo e di trasformare quest’ultimo in sana competizione con l’avversario e con se stessi. Lo farò riferendomi all’ambito del wheelchair tennis.

Joachim Gerard/Stefan Olsson – Wimbledon 2019 (foto AELTC/Chloe Knott)

Partiamo dalla doverosa premessa che si tratta di una disciplina alla quale gli atleti si avvicinano partendo da una situazione critica e dolorosa anche a livello mentale – come l’incidente stradale che ti porta a passare il resto della tua vita su una sedia a rotelle – e attraverso la quale si raggiunge un obiettivo principale: continuare a credere in qualcosa e soprattutto credere in sé stessi. Affinché ciò avvenga è fondamentale, in base alla mia esperienza di allenatore, che si instauri un buon rapporto con il coach, che in questo contesto deve lavorare attraverso fasi diverse.

 
  • Prima fase: scelta dell’attrezzo di gioco. La scelta dipende da diverse variabili come il livello di abilità nel gioco, la forza e la struttura fisica, l’età, ma può essere determinante anche la disabilità.
  • Seconda fase: l’apprendimento motorio. Può essere definito come l’insieme di processi associati con l’esercizio o l’esperienza che conduce a cambiamenti nella capacità di azione e che non può essere osservato direttamente ma che può essere riferito solamente in base a trasformazioni nel comportamento manifesto determinando un miglioramento relativamente permanente nella prestazione o nelle potenzialità di comportamento (tecnico).
  • Terza fase: organizzazione dell’attività psicomotoria, per esperienza personale anche attraverso la pratica della bioenergetica che può essere applicata ma che può far parte del metodo di lavoro del singolo allenatore. La bioenergetica è una tecnica psico-corporea che si serve di tecniche respiratorie, di esercizi fisici, di posizioni e contatti corporei, associati a un’analisi psicologica e del carattere. La formazione e l’esperienza del coach agisce sull’interpretazione di quelle che vengono chiamate tecniche relazionali che ricadono nella collettività, nel mondo dello sport.

Se l’attività è legittimata da me coach, che so anche enfatizzarla, allora sarà legittimata dagli atleti poiché c’è da dire anche che l’unione di tre fattori (giudizio positivo, fiducia e concentrazione) favoriscono una sostanziale armonia interiore. Si tratta di prendere in esame quali siano le relazioni della teoria della mente, che fanno perno nel cercare di comprendere “io che cosa penso che tu pensi”, che è poi la base di quelle che sono le relazioni umane. Sono state studiate nell’autismo, e si è visto che comunque esistono dei canali di attivazione in questo senso anche nello sport. Vi sono atleti e coach (molti di essi sono spesso anche abili preparatori mentali) che fanno già uso della teoria dei neuroni specchio, sia quando propongono esercizi corporei e di concentrazione, sia quando osservano i movimenti dei compagni e avversari e questo in particolare nel tennis in carrozzina, dove bisogna muoversi in tempo utile per controbattere la palla dell’avversario con grande coraggio e straordinaria forza di carattere.

Ritengo di avere, come allenatore e come mental coach, ancora bisogno di evitare una teorizzazione schematica; preferisco portare alla riflessione, alla discussione e alla critica questo materiale che indica, a parer mio, quanto il rapporto con l’allenatore sembri suscitare un processo di sviluppo autonomo e quindi di quanto sia importante la relazione. Quando vedo qualcuno esprimere col proprio volto un’emozione, ne comprendo il significato (è questa la ratio dei neuroni specchio, ndr): l’emozione dell’altro è assorbita dall’osservatore e compresa grazie a un meccanismo di simulazione che produce nell’osservatore uno stato corporeo condiviso con l’attore di quella espressione. È per l’appunto la condivisione dello stesso stato corporeo tra osservatore e osservato a consentire questa forma diretta di comprensione, che potremmo definire “empatica”.

Per Darwin è a causa di questa generale utilità che alcuni stimoli sono in grado di attivare il sistema nervoso ed indurre espressioni facciali, posture e mimiche simili in tutti i membri di una stessa specie che abbiano un antenato comune. Pertanto, Darwin ritiene che le espressioni facciali siano universali e quindi decifrabili dagli individui, indipendentemente dalla loro cultura o etnia di appartenenza e a tale proposito riporto qui uno studio sull’universalità delle espressioni facciali eseguito alla popolazione dei Fore in Nuova Guinea. I Fore furono sottoposti a una prova di associazione di volti esprimenti emozioni e storie riuscendo ad associare pur completamente ignari della cultura occidentale, le foto con le storie appropriate: paura, felicità, rabbia.

Questo è anche ciò che ci succede quando manteniamo il discorso in ambito sportivo, da quando assistiamo ad una partita di tennis a quando invece ne diventiamo gli attori principali. Tutto ciò si traduce in una delle caratteristiche peculiari dell’essere vitali e quindi attori principali ed è la capacità di essere in contatto con le proprie emozioni, in contatto con tutto ciò che si trova nel raggio della propria campana o bolla vitale (spazio vitale), ed anche oltre, ed alla portata delle percezioni sensoriali. Essere in contatto vuol dire diventare consapevoli di ciò che accade dentro ed intorno a sé stessi. L’atleta capace di sentirsi, è avvantaggiato rispetto a colui che esegue il gesto senza percepirsi, senza stare in contatto con tutto il proprio corpo. E questo perché la percezione del Sé corporeo è la chiave per aprire la “porta” che dà sul mondo esterno, che investe il corpo ed i sensi.

Matteo Berrettini – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Pertanto, più vitali si è più diventano acute le percezioni. Perciò, per aumentare le capacità percettive bisogna accrescere la vitalità. Ed arriviamo così a quello che – dal mio punto di vista – dovrebbe essere l’obiettivo finale di un allenamento mentale nel wheelchair tennis. Nello specifico, ritengo perciò che un programma di allenamento mentale per un gruppo  di tennisti è tale se prevede una  combinazione adeguata di esercizi di stress, esercizi di contatto ed esercizi di rilassamento. Il tutto al fine, appunto, di rispettare e addirittura accrescere la propria energia corporea. 

Fulvio Consoli

Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e preparatore mentale ISMCA.. Direttore tecnico e sportivo del Progetto “Fiori di Wimbledon” dove si allenano diversi ragazzi con problemi di disabilità fisica e relazionale, Consoli ha scritto “Un mondo in movimento” (2012), libro rivolto a coloro che intendono affrontare con serenità i problemi connessi al decadimento cognitivo e comportamentale, ai professionisti del settore socio-culturale e a chi vuole approfondire la conoscenza dei sistemi riabilitativi con gli sportivi.


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L’altra partita (politica) di Djokovic

Nole a Wimbledon ha dettato legge anche fuori dal campo. Gli oppositori all’interno del Player Council si sono fatti da parte. Ma l’obiettivo rimane la successione di Kermode

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via YouTube, @Wimbledon)

Prima che l’edizione 2019 dei Championships avesse inizio, tra le mura dell’All England Club è andata in scena un’altra partita. O per meglio dire l’ennesimo set di un match che va avanti ormai dalla scorsa stagione. Quello tutto interno all’ATP Player Council, l’organo che rappresenta i giocatori del circuito maschile. Qui non si gioca a colpi di dritti a sventaglio, rovesci lungolinea, servizi slice e drop shot. Ma bensì a suon di strategie politiche, rapporti di fiducia consolidati e, secondo i maligni, interessi personali da difendere. 

A Wimbledon si è arrivati con due fazioni ormai ben delineate all’interno del Council. Da una parte della barricata ci sono quelli che potremmo definire “rivoluzionari”, capeggiata dal n.1 del mondo Novak Djokovic, presidente dell’organo. Costoro hanno intrapreso una vera e propria crociata in favore di un radicale ribilanciamento della distribuzione dei guadagni tra tornei e giocatori. Insomma, chiedono, con ottime ragioni, maggiori soldi per tutti i tennisti, soprattutto quelli che non navigano nelle primissime posizioni di classifica.

I rivoluzionari hanno identificato in Chris Kermode, attuale capo della ATP, un ostacolo al raggiungimento del loro obiettivo, ritenendolo troppo attento alle esigenze degli organizzatori dei tornei e troppo poco verso quelle dei giocatori. Come suo possibile sostituto avevano selezionato l’ex tennista americano Justin Gimelstob. Peccato che quest’ultimo sia stato travolto da diverse accuse di violenza, per le quali ha patteggiato in aprile, ammettendo implicitamente la sua colpevolezza. A causa della pressione di diversi tennisti di spicco, compresi Stan Wawrinka e Andy Murray, Gimelstob si è dovuto dimettere da rappresentante del board ATP. 

 

Nonostante ciò, i rivoluzionari, assumendo una posizione alquanto controversa, continuano a difendere l’ex tennista americano fino ad auspicarne un ritorno nelle istituzioni del tennis appena le vicende giudiziarie si concluderanno definitivamente. Le ragioni di questo imbarazzante sostegno a Gimelstob sono politiche ma anche di natura personale. Ad esempio, John Isner e Sam Querrey, altri due rivoluzionari del player council, sono amici di lunga data del loro connazionale.

Anche lo stesso Djokovic pare essere legato a Gimelstob da un solido rapporto. I due si sono infatti incontrati alla vigilia del torneo. E così il campione serbo ha preso di petto l’accusa di un giornalista di non avergli voltato le spalle. “Ne riparleremo in una prossima conferenza stampa quando avrò letto tutte le carte, non c’è motivo per te di attaccarmi“, ha affermato Nole in maniera garantista. “Se dovesse emergere la certezza che abbia commesso un crimine cambierebbe del tutto il suo status. Mentre sarebbe diverso se ciò non dovesse essere accertato. Ha sempre rappresentato i giocatori ATP nel migliore dei modi, questo non mi sembra sia in discussione”. Peccato che appunto, come ha sottolineato opportunamente il giornalista, Gimelstob sia già da ritenersi colpevole in termini strettamente giuridici. Successivamente, il serbo ha addirittura sostenuto che Gimelstob stia subendo una ingiusta “campagna mediatica” solo perché “è uno dei giocatori più impegnati nella lotta per i diritti dei tennisti”.  L’apologia ad ogni costo del 42enne del New Jersey insomma è ormai sbandierata.

Dall’altra parte della barricata, nel meeting londinese, c’erano una serie di giocatori che possiamo definire “moderati”. E diciamo c’erano perché dopo sette ore di discussione, dalle cinque di pomeriggio a mezzanotte, quattro di loro si sono dimessi. Si tratta dell’ex coach di Dimitrov Daniel Vallverdù e dei tennisti Robin Haase, Jamie Murray e Sergiy Stakhovsky. Pare che Haase non abbia atteso nemmeno la fine della riunione per andarsene dalla stanza. L’olandese ha affidato ad un tweet le motivazioni della sua decisione. Haase ha definito l’ultimo anno “improduttivo” per il player council e ha sostenuto che “i temi che ha portato sul tavolo non sono stati discussi abbastanza approfonditamente”. In un’altra dichiarazione, il n.76 al mondo è stato più severo nei confronti dei suoi colleghi. “Spero che facciano un buon lavoro. Ma non voglio farne parte”, ha detto.

Tramite lo stesso social network, Stakhovsky ha ribadito il concetto ma con toni ben più accesi del collega. “Le cose che verranno alla luce presto gettano discredito sulla struttura del player council e sulla nostra autonomia di rappresentare i giocatori”, ha scritto Stakhovsky. È molto triste vedere che interessi personali e vendette sono alla base dei dissidi all’interno di questo organo”. Il tennista ucraino ha concluso affermando di essere “molto deluso” riguardo alla direzione presa dal council. La direzione impressa da Djokovic si intende in maniera implicita.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Jamie Murray. In una conferenza stampa in seguito all’eliminazione dal torneo di doppio, nel quale era impegnato insieme al connazionale Neil Skupsky, lo scozzese si è sfogato di fronte ai giornalisti. “Dallo scorso anno le cose si sono fatte molto più politiche all’interno del council, ha rivelato. “Ci sono persone che sono lì per il loro tornaconto personale e magari prendersi anche alcune rivincite. Mi sono stufato di stare seduto per sei o sette ore in questi incontri in cui non si parla di tennis. Non ho più voglia di perdere il mio tempo. Ci sono persone che cercano di prendersi il potere e portare avanti i loro interessi. Non voglio aver a che fare con questa direzione”. Parole al vetriolo insomma da parte di Murray. E viene ancora da pensare che siano dirette all’opposta fazione e al suo leader.

Jamie Murray at net, ATP Finals 2017 (foto di Alberto Pezzali Ubitennis)

Vallverdù, Haase, Murray e Stakhovsky, pur naturalmente condividendo l’obiettivo di dare ai tennisti una fetta maggiore della torta, non sono evidentemente convinti riguardo al modus operandi che sta seguendo il council. E, soprattutto, considerano Gimelstob ormai indifendibile. A far traboccare il loro vaso è stata la sostituzione ad interim di Gimelstob come rappresentante dei giocatori nel board con Weller Evans, navigato uomo ATP che secondo indiscrezioni sarebbe a favore della rimozione di Kermode. A Roma, poco meno un paio di mesi fa, il council si era equamente diviso per 5 a 5 tra lo stesso Evans e l’ex giocatore ecuadoriano Nicolas Lapentti. Una nuova elezione era stata messa in calendario nei prossimi mesi. Nel frattempo, però gli altri due rappresentanti dei giocatori del council, David Edges e Alex Inglot, hanno scelto Evans come sostituto pro tempore, mandando su tutte le furie i moderati. Che dietro ci sia lo zampino dei rivoluzionari, capaci di convincerli ad insediare il loro uomo prima del tempo?

Insomma, ad imporsi è sempre Djokovic, tanto in campo quanto nelle faccende politiche. Così come la finale contro Federer, il serbo sembra aver vinto anche questa partita. Per ritiro degli avversari, sfiniti dalla sua pressione continua e da stratagemmi a dir poco efficaci. La certezza assoluta l’avremo quando saranno nominati i nuovi membri del council e, in maniera ufficiale, il terzo rappresentante nel board ATP. Se apparterranno alla sua fazione, vorrà dire che i moderati sono stati definitivamente sconfitti. Ma il torneo del n.1 al mondo e dei suoi fiancheggiatori, quello che ha come primo premio la poltrona di Kermode, è ancora lungo e tutto da giocare.

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