Strycova su due fronti: è in semifinale anche in doppio

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Strycova su due fronti: è in semifinale anche in doppio

“Non sono una persona molto paziente, ma sono una ‘fighter’. Mi piace lottare per quello che voglio davvero”. Capito, Serena?

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Barbora Strycova - Wimbledon 2019 (via Twitter, @WTA_insider)

Semifinali femminili: la preview da Londra (AGF)

Barbora Zahlavova Strycova è un fenotipo particolare. Da uno sguardo distratto alla sua condotta in campo la si potrebbe intuire come una ragazza spigolosa, se può essere sufficiente una volée imperfetta per indurla a sbattere la racchetta per terra ed esibirsi nel suo marchio di fabbrica, l’urlo ad ultrasuoni in grado di restituire vigore anche allo spettatore più annoiato. Nessuna iperbole né generalizzazione, fu esattamente così che ‘Bara’ gestì un particolare momento dell’ultima sfida contro Serena Williams, agli ottavi dell’Australian Open 2017.

In realtà la 33enne di Plzen, che proprio contro Serena disputerà oggi la partita più importante della sua carriera, nonché la sua prima semifinale in uno Slam, sembra una persona diversa fuori dal campo. Il tono di voce è persino conciliante, i suoi occhi sorridono spesso e non sembra esserci alcuna volontà di provocazione. Quando c’è da contendere un ‘quindici’ Barbora è una piccola furia, semplicemente perché è così che ha imparato a scaricare la tensione agonistica, “ma in un certo senso è tennis, colpiamo solo una pallina da tennis, insomma stiamo giocando” per usare le sue stesse parole. Parlando della sua sfida con Serena, Strycova ha espresso un altro concetto semplice quanto cruciale. “Pensare che sia soltanto un gioco mi aiuta a realizzare che non è niente di così importante. Certo è un grande traguardo, ma nella vita ci sono tante, davvero tante cose più importanti di questa partita“.

Non lasciatevi ingannare, non siamo in ‘orbita Tomic’ né sul pianeta Kyrgios (non che ci sarebbe qualcosa di male, anzi). A Barbora Strycova non piace perdere.Non sono una persona molto paziente, ma sono una ‘fighter’. Mi piace lottare per quello che voglio davvero. Ho dovuto attendere molto per questo, è stata un’attesa di ben 27 anni (si riferisce all’età in cui ha imbracciato la racchetta, circa 6 anni, ndr). Ma non voglio pensare di aver raggiunto la semifinale. Sono ancora in tabellone, posso andare avanti e credo in me stessa. Non ho paura: scenderò in campo e farò il mio gioco. Ovviamente non ho la potenza di Serena, ma ho altre armi. Cercherò di usarle nel modo migliore. E mi divertirò, non ho davvero nulla da perdere a questo punto“.

Un punto che in realtà è doppio, perché a ricordarci come Barbora sia anche una grande doppista – ex n.3 del mondo, semifinalista in tutti gli Slam e alle Finals – c’è il suo nome accanto a quello di Su-Wei Hsieh nel tabellone femminile della disciplina tanto bistrattata. Hsieh e Strycova affronteranno Babos e Mladenovic in semifinale, circostanza che conferisce alla giocatrice ceca la possibilità di una doppia finale. Sarebbe la prima tanto in singolare quanto in doppio, in un torneo dello Slam.

 
Barbora Strycova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @WTA_insider)

CARRIERA In doppio, Barbora ha vinto ben 26 titoli con undici partner diverse (l’ultima, Hsieh, è subentrata alla grande amica Sestini Hlavackova che a febbraio ha annunciato di essere incinta). In singolare le vittorie sono due a fronte di sei finali perse (due delle quali sull’erba); è stata a un passo dalla top 15 (numero 16 a inizio 2017) ma ha trascorso cinque anni senza interruzioni in top 50 uscendone peraltro subito prima dell’inizio di Wimbledon. Non c’è bisogno di sottolineare che vi farà prepotente rientro: sarà numero 32 in caso di sconfitta in semifinale, n.22 in caso di finale, addirittura n.11 qualora dovesse vincere il titolo.

In ogni caso questo torneo costituirà la vetta della sua ‘nuova’ carriera, quella cominciata nella seconda metà del 2013 dopo la squalifica di sei mesi per assunzione di Sibutramina. Barbora aveva già vinto un torneo, a Quebec City nel 2011, facendo più di qualche comparsata in top 50, ma avrebbe trovato una vera continuità soltanto a partire da Wimbledon 2014, Slam nel quale centrò il suo miglior risultato (fu sconfitta ai quarti da Kvitova) prima di queste due nobili settimane.

La vittoria è una prospettiva ancora lontana. Questo torneo mi ha dimostrato che posso vincere contro me stessa, posso battere le mie emozioni. Sono una giocatrice molto emotiva, una persona molto emotiva. In passato non sono stato in grado di controllarlo, ma in queste due settimane ho potuto realizzare quello per cui ho lavorato negli ultimi anni con i miei mental coach“. Il quadro che ne viene fuori è quello di una lottatrice, un personaggio genuino e sanguigno ma senza concessioni all’arroganza. Se non ha troppe amiche nel Tour, come ha più volte ribadito, è solo perché ritiene che il tennis sia uno sport individuale nel quale non c’è molto spazio per l’amicizia.

Amicizie poche, simpatie (sembrerebbe) non troppe di più. Se è vero – ed è vero, ammettiamolo: i poli sono seducenti – che il tennis femminile si è più o meno equamente diviso tra ‘Sharapoviane‘ e ‘Sereniane‘, Barbora è una delle poche che non ha mai aderito a nessuna delle due fazioni. Non le è andato per nulla giù il trattamento di favore ricevuto da Maria dopo la squalifica – sono entrambe rientrate in campo nel torneo di Stoccarda: Maria (2017) con wild card e lustrini, Barbora (2013) con una misera sconfitta nelle qualificazioni, e senza alcun invito – così come ha condannato pubblicamente la sceneggiata di Serena durante la finale dello scorso US Open invitando i maître à penser a smetterla di scomodare il sessismo. Alcuni arcigni sostenitori (?) di Serena l’avrebbero in seguito minacciata di morte, in forma anonima come si conviene a queste dimostrazioni di coraggio.

Il campo, e questo forse non dovrebbe confortare Barbora, ha però denunciato una grave disparità nei tre confronti diretti. La ceca ha incrociato Serena tre volte e il suo cammino si è sempre concluso lì: due volte all’Australian Open, 2012 e 2017, e una volta proprio qui a Wimbledon sempre nel 2012 (6-2 6-4). Pensare che questa volta possa finire diversamente rimane piuttosto ardito. Se non altro, Barbora, si è guadagnata tutto il diritto di sperarci.

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Opinioni

Dal peggior 1000 al miglior Slam: perché il caso di Thiem non deve sorprendere

Thiem ha cancellato la ‘figuraccia’ di Cincinnati con la cavalcata trionfale dello US Open. Ma altre prestazioni opache dei big sembrano essere unite da un filo conduttore

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Dominic Thiem - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Uno dei primissimi episodi che ci hanno stupiti al rientro dalla lunga pausa causata dalla pandemia è stato il match di esordio di Dominic Thiem in quel di “Cincinnati”. Sicuramente l’entità della sconfitta e i numeri in risposta sono stati roboanti, ma a destare davvero meraviglia è stata la sua sorpresa per la prestazione offerta di fronte a Filip Krajinovic. Evidentemente, Thiem non si ricordava l’ultimo suo livello di gioco mostrato in campo prima della chiusura, come del resto era successo a Sofia Kenin.

In febbraio, infatti, la freschissima campionessa dell’Australian Open aveva subito tre sconfitte nelle prime quattro apparizioni; poi, la vittoria all’International di Lione battendo una sola top 100 e quattro volte costretta al terzo set, due delle quali a un passo dalla sconfitta. La premessa d’obbligo per Kenin è che un calo dopo la vittoria Slam non ha bisogno di essere giustificato, a maggior ragione se si tratta del primo titolo; ciò che qui ci interessa, dunque, non è tanto quel calo di rendimento, quanto la dichiarazione di Sofia della scorsa settimana secondo cui, prima della pausa, “ero al livello più alto della mia carriera”. Come se i suoi ricordi relativi al mese di febbraio fossero stati cancellati.

Non sorprende allora che anche Dominic possa essere afflitto dallo stesso problema di memoria e che, di conseguenza, non si aspettasse la batosta patita da Filip Krajinovic. In realtà, Dominic aveva smesso di spaccare la palla alla sua maniera dalla fine del terzo set della finale di Melbourne, come era stato fatto notare anche da Toni Nadal nella sua rubrica sul quotidiano el País. E aveva proseguito male nella gira sudamericana: dopo il forfait a Buenos Aires, a Rio aveva faticato tre set contro Felipe Meligeni (n, 341 ATP) e Jaume Munar prima di cedere a Gianluca Mager nei quarti. Insomma, Thiem ha semplicemente ripreso da dove aveva lasciato. O, magari, pensava di essere tornato nei panni di Dominator perché aveva giocato bene le tante partitelle (f)estive con gli amici, dimenticandosi allora che un match di torneo è tutt’altra cosa?

Di sicuro è stato brav(issim)o a resettare, se è vero che dopo la peggior prestazione in un Masters 1000 – non aveva mai perso all’esordio vincendo meno di sei game, se si eccettua il ritiro a match in corso contro Anderson della Rogers Cup 2016 – ha giocato il suo Slam migliore, vincendolo.

La sconfitta austriaca potrebbe tuttavia avere un’altra chiave di lettura alla luce delle prestazioni non eccellenti di diversi top player a cominciare già dalle prime giornate nella bolla, passando per l‘eliminazione agli ottavi dell’unico favorito per la vittoria dello US Open e finendo con la precoce sconfitta di Rafa Nadal nel torneo del suo rientro.

 
Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La loro prima e quindi più genuina reazione alle restrizioni – in primis riguardo agli staff dei giocatori – che la USTA stava pensando è stata non solo di non partecipare, ma addirittura di tentare di far saltare lo US Open, quasi che la regola fosse “se non posso vincerlo io, non lo vince nessun altro”. Chi non vuole disputare un torneo è liberissimo di restare a casa, soprattutto ora in virtù della regola scelta per gestire il ranking alla ripresa; certo, nessuna opzione tra le tante possibili avrebbe accontentato tutti, ma a uscire vincitrice è stata quella che sicuramente avvantaggia i più forti, innanzitutto quel Big 3 che, guarda caso, siede anche nel Player Council dell’ATP. Al proclamato (per non dire auto-emanato) diritto di non giocare, si è però aggiunto un battage che stava per mettere a rischio la disputa dello Slam newyorchese più della pandemia, come avevano denunciato Danielle Collins e Daniel Evans.

D’altra parte, lo rilevava e rivelava Ernests Gulbis un paio di anni fa dopo aver (temporaneamente) ritrovato una classifica che gli aveva permesso di uscire dal pantano dei Challenger: per un campione è facile battere il n. 150 del mondo sul Centrale di un grande torneo, una situazione a cui non è certo avvezzo e si trova praticamente schiacciato da dimensioni e pubblico. È però ben diverso affrontarlo in un campetto del circuito minore – sul suo terreno di gioco. Non a caso abbiamo recentemente visto giocatori di vertice cimentarsi con alterne fortune nei Challenger. Così Goffin cade ai quarti di Phoenix contro il n. 168 Salvatore Caruso, a Sophia Antipolis Pierre-Hugues Herbert (ottenuto il Career Grand Slam in doppio, ha puntato ai vertici del ranking di singolare partendo comunque dalla top 50) viene preso a pallate al secondo incontro dal n. 179 Mager, Kei Nishikori è sconfitto all’esordio a Newport Beach. Lo stesso atteggiamento di Roger Federer sul Grandstand in quel giovedì romano del 2019 contro Borna Coric pareva urlare a squarciagola “qui non ci voglio stare” (fece le valigie il giorno dopo).

Se a ciò si aggiungono appunto lo staff estremamente ridotto e l’assenza di pubblico, ecco che l’enorme differenza – guadagnata sul campo, ci mancherebbe – si assottiglia. I top player si sono allora aggrappati a giustificazioni più sensate, come il timore di viaggiare in un Paese con il COVID-19 fuori controllo in diversi Stati dell’Unione, quando in realtà si trattava di giocare in una bolla molto più sicura delle normali frequentazioni di alcuni di quegli stessi giocatori. Poi, l’innegabile ostacolo della quarantena (per il rientro in Europa), lo stesso che aveva citato Simona Halep in occasione della sua rinuncia al WTA di Palermo, regolarmente giocato dalle sue connazionali.

Dopo un’ultima goffa minaccia di boicottaggio da parte dei top 20 e una norma del DPCM datato 7 agosto che non lasciava dubbi sull’esenzione dalla quarantena per i tennisti diretti a Roma, finalmente i nostri eroi (con la rilevante eccezione di Federer che ha presentato il certificato medico, mentre Nadal ha posticipato) sono tornati al lavoro. E, nessuna sorpresa, molti di loro hanno faticato o addirittura perso contro avversari inferiori, esattamente come temevano fin dall’inizio.

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Editoriali del Direttore

Roland Garros, avvio con il botto: Wawrinka-Murray, ma anche Thiem-Cilic e Sinner-Goffin

Per Thiem, nella metà di Nadal, un percorso di guerra. Rispetto a Rafa, dopo l’inizio in discesa, sta meglio Djokovic

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Dominic Thiem - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

IL TABELLONE MASCHILE
IL TABELLONE FEMMINILE


Tengo a precisare, a scanso di equivoci, di avere scritto questo articolo di commento al tabellone entro l’ora successiva al sorteggio. Si è deciso di ritardarne la pubblicazione per la mattina presto di venerdì per dare modo ai lettori di commentarlo senza che Ubitennis con il mio editoriale avesse già dato una sua impronta. Ora potrete verificare se alcuni dei commenti postati dai lettori coincidano più o meno, o addirittura per niente con quanto potete leggere in questo articolo. E sono curioso anch’io di vedere se il mio pensiero sarà stato condiviso o meno. Buona lettura (spero…).

Un sorteggio con il botto: Wawrinka-Murray al primo turno! Un ex campione del Roland Garros contro un ex finalista, lo svizzero ex n.3 contro lo scozzese ex n.1! Ma anche Thiem-Cilic, due che sono o sono stati n.3 del mondo, fra il finalista degli ultimi due anni e il croato quartofinalista nel 2017 e 2018, non è davvero da buttar via, anche se Cilic, 32 anni questo 28 settembre, non è più quello che ha vinto un US Open sei anni fa (2014).

E l’altro aspetto più significativo è che Thiem e Nadal, finalisti degli ultimi due anni si trovano nella stessa metà tabellone. Non solo: per Thiem al di là dell’ostacolo forse non così duro in Cilic, c’è un probabile Ruud al terzo turno e in ottavi teoricamente Wawrinka (più che Murray, ma non si sa mai: il Wawrinka visto con Musetti non è apparso irresistibile) per trovare poi magari Schwartzman più che Monfils. Insomma un vero percorso minato per l’austriaco, per arrivare a Nadal! Non mi pare si possa dire che abbia avuto fortuna.

E anche Nadal, che non si può davvero lamentare del suo tabellone fino ai quarti, poi però non sarà contento neppure lui di avere Thiem dalla sua parte, mentre non credo che tema un’eventuale quarto contro Zverev- Corre meno rischi di lui Djokovic, perché, a parte quel Bautista Agut che lui un po’ soffre (ma più sul cemento che sulla terra rossa, direi) e potrebbe trovare nei quarti se lo spagnolo esce dalla zona presidiata da Berrettini che rischierà a sua volta con Carreno Busta, secondo me difficilmente può perdere da Khachanov o Garin, e nemmeno dal n.4 Medvedev, dal n.13 Rublev, dal 9 Shapovalov

Semmai è Tsitsipas in buona giornata quello che gli può dare più noia, perché gli altri tre succitati sulla terra rossa sono troppo incostanti per metterlo in difficoltà sulla distanza dei tre su cinque. Vedrei il miglior Shapovalov capace di stappargli un set o forse due, ma non tre, almeno oggi. Tsitsipas farà bene però a stare attento a Krajinovic, così come Shapovalov non ha il match in tasca con Dimitrov al terzo turno. Da Medvedev-Fucsovics potrebbe scappar fuori la prima sorpresa, nel senso di un top-5 estromesso dal torneo anzitempo.

Per quanto riguarda gli italiani, beh è un peccato che Fognini non sia (probabilmente) nelle migliori condizioni, perché un tabellone migliore di questo non poteva capitargli. Kukushkin, poi un qualificato, poi un quartetto da cui potrebbe uscire Isner che sulla terra rossa a 34 anni non è troppo temibile, insomma arrivare a Nadal negli ottavi sarebbe un traguardo raggiungibilissimo. Di Berrettini ho accennato: al terzo turno dovrebbe arrivare senza problemi, poi troverebbe o Carreno Busta o Bautista Agut in ottavi e lì probabile disco rosso con Djokovic, contro il quale Matteo sarebbe più temibile sul cemento nonostante che anche Djokovic sui campi duri abbia dimostrato di essere un n.1.

Un primo turno durissimo, e uno dei match di cartello anche per chi non è italiano né belga, è Goffin-Sinner. Entrambi non possono dirsi fortunati. Goffin è certamente favorito, ma c’è partita. Anche in questo caso forse il “nostro” aveva più chances di fargli male sul “veloce” dove il suo dritto soffre meno. I due si conoscono benissimo, si sono allenati tante volte insieme sia a Montecarlo sia al Centro Piatti di Bordighera. Curiosamente più volte su campi in cemento che sulla terra rossa. L’amico giornalista Yves Simon mi ha detto che Goffin gli ha raccontato: “In allenamento con Jannik credo di non aver vinto quasi mai!”.

 

Chi viene fuori da quel duello può far parecchia strada. La testa di serie che presidia la zona è Paire… e più in là a livello di ottavi Zverev che sui campi rossi, anche se ha vinto Roma, non mi convince del tutto. Il tedesco però ha un buon tabellone, fino a Goffin (o Sinner?) non vedo proprio da chi possa perdere. Però Sascha non è ancora un tennista solidissimo, di nervi e prestazioni.

Dagli altri azzurri, più che al massimo un secondo o un terzo turno, non credo ci si possa attendere, perché al primo o al secondo si imbattono in teste di serie, anche se non fortissime. Per ora mi fermo qui. Un commento al tabellone femminile lo farò in un secondo momento, ma se dovessi scommettere su una finale dopo aver visto il tabellone punterei su Halep-Muguruza.

OTTAVI TEORICI

[1] N. Djokovic vs [15] K. Khachanov
[10] R. Bautista Agut vs [7] M. Berrettini
[4] D. Medvedev vs [13] A. Rublev
[9] D. Shapovalov vs [5] S. Tsitsipas

[8] G. Monfils vs [12] D. Schwartzman
[16] S. Wawrinka vs [3] Thiem
[6] A. Zverev vs [11] D. Goffin
[14] F. Fognini vs [2] R. Nadal

PRIMO TURNO PER GLI ITALIANI

[7] M. Berrettini vs V. Pospisil
[14] F. Fognini vs M. Kukushkin
L. Sonego vs qualificato
J. Sinner vs [11] D. Goffin
G. Mager vs [22] D. Lajovic
S. Travaglia vs P. Andujar
A. Seppi vs qualificato
S. Caruso vs G. Pella

Il tabellone maschile del Roland Garros con tutti i risultati aggiornati

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Gli outfit dello US Open 2020

Bene (per una volta) Serena Williams. Benissimo Osaka. Agassi è di nuovo tra noi. Djokovic impeccabile… non come in campo. A Berrettini serve più fantasia

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Serena Williams - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche i tennisti sono rimasti loro malgrado in pigiama e pantofole per un sacco di giorni. Niente scarpe, fascette e polsini. Immaginiamo che avranno avuto una voglia matta di tornare a sfoggiare quelle che sono le loro uniformi, come il camice per il dottore, la toga per gli avvocati e la divisa per i poliziotti. A maggior ragione considerando che il primo Slam dell’era post-Covid è stato lo US Open, dove si sa, in termini di outfit, vale un po’ qualsiasi cosa. E noi siamo lieti, a pochi giorni dall’inizio del Roland Garros, di poter tornare a commentare quelli che sono riusciti a scegliere gli abiti migliori e quelli che invece, a forza di girare per casa con quello che trovavano, hanno perso il buon gusto in fatto di vestire.

Serena Williams – Nike

Finalmente! No, Serena non ha vinto il tanto agognato 24esimo titolo Slam – fermata in semifinale da un’ispiratissima Vika Azarenka – ma, per una volta, ha centrato la mise in campo. Nike le ha creato un abito elegante dalle linee abbastanza classiche, mettendo da parte gli eccessi di dubbio gusto. Molto graziosa la gonna dai volant asimmetrici ma senza esagerazioni. Azzeccati i colori: beige per la sessione diurna e rosso carminio per quella serale. Unico neo, l’elastico per capelli col doppio pon pon. Un po’ naïf e fuori contesto ma, trattandosi di un piccolo accessorio, glielo perdoniamo. (Laura Guidobaldi)

Serena Williams – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Novak Djokovic e Lacoste

Lacoste dimostra ancora una volta l’estrema eleganza nella scelta dei completi con i quali presentare a un torneo il suo uomo immagine: il numero uno del mondo Novak Djokovic. Le due versioni disegnate per lo US Open sono complementari: sfondo blu elettrico con il lato destro decorato da righe oblique candide, per i match serali e maglietta total white, con le medesime righe color blu elettrico, per i match giocati sotto il sole di Flushing Meadows. Il pantaloncino si intona di volta in volta al colore delle righe creando un effetto molto chic. Anche a New York, quindi, Lacoste si conferma indiscussa regina di stile nel mondo del tennis, senza strafare ma puntando su uno stile semplice e classico. Il bianco piace sempre molto. Certo il completo con la maglietta candida non passerà alla storia per aver però portato fortuna a Nole nel match contro Carreno Busta, ma questo è un altro discorso!

 
Novak Djokovic lascia il campo dopo lo squalifica – US Open 2020 (via Instagram, @djokernole)

Il coccodrillo colpisce nel segno però anche con la sua collezione “basic”, riservata a tutti coloro che non si chiamino Djokovic. La polo di Daniil Medvedev è ad esempio un riuscito gioco di linee (due verticali, bianche, spezzate a metà) e colori molto classici (il blu sulla spalla e il nero nel resto). Peccato per le scarpe verde acido Nike che ci stanno a dire ben poco. In ogni caso se il russo ha fatto un passo indietro nel risultato rispetto all’anno scorso, fermandosi in semifinale, ha fatto un passo in avanti nel look rispetto alla rivedibile fantasia a ragnatela che gli era stata appioppata nel 2019. (Chiara Gheza)

Daniil Medvedev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka – Nike

Nike si ispira a un quadro di Mondrian per infilare Naomi Osaka in una tuta da super eroina. Come consuetudine a New York il modello viene presentato in due diverse varianti: il colore dominante resta in entrambe le versioni il viola, ma le forme geometriche che completano il look sono in un caso salmone e arancione chiaro, nell’altro nere e giallo fluo. La tutina super aderente viene smorzata da un paio di short che Osaka indossa sopra quella che pare essere una seconda pelle. Un completo molto difficile da sfoggiare, ma che Naomi riesce a valorizzare al meglio trasformandolo in uno degli outfit più riusciti e originali di questa edizione dello US Open.

Naomi Osaka – US Open 2020 (photo by Adam Glanzman/USTA)

Naomi a New York si dimostra una vera eroina, non solamente per aver conquistato il suo terzo titolo Slam, ma soprattutto per il coraggio di utilizzare la sua immagine a sostegno della lotta contro il razzismo. Osaka ha giocato sette match e a ogni ingresso in campo ha indossato una mascherina nera con scritto il nome di una vittima del razzismo. Naomi ha alzato al cielo la coppa indossato l’outfit viola, nero e giallo. Una volta rientrata nello spogliatoio è scivolata fuori dalla sua tutina per infilarsi la maglia di un altro eroe dello sport: Kobe Bryant. E così con il numero otto dei Lakers in bella vista è tornata sull’Arthur Ashe per le foto di rito. Perfetta anche nel cambio d’abito finale, insomma. (Chiara Gheza)

Collezione Nike Agassi

Un outfit nel segno dell’amarcord. La collezione dedicata al “Kid” di Las Vegas ci fa rivivere gli anni d’oro del giovane ex campione, rivoluzionario non solo nel maneggiare la racchetta con esasperato anticipo, ma anche nell’osare una mise inedita e “ribelle”. Ed ecco l’acrobatico Shapovalov indossare la celebre T-Shirt con maniche larghe giallo fosforescente, molto anni ’90, che staccano benissimo sul bianco della parte anteriore e il nero sulla schiena. E poi i mitici pantaloncini di jeans, portati sopra gli short aderenti giallo fluo. Il tutto è ovviamente molto psichedelico e futurista, in perfetto stile US Open. Il revival è una bella idea, tuttavia dal punto di vista prettamente estetico e dell’eleganza non era il massimo allora e non lo è neanche trent’anni dopo. Ma almeno “Shapo” non si è ossigenato i capelli e sfoggia un biondo naturale. E niente capelli a spazzola. Decisamente più classy il canadese anche se il cappellino portato al contrario sarebbe sempre da evitare.

Futurista, sgargiante e grintosa anche la collezione femminile. Vika Azarenka indossa magnificamente gli short di colore fucsia. I pantaloncini le portano decisamente bene, li indossava anche quando vinse il suo primo titolo Slam a Melbourne, nel 2012. La canotta, semplice e accollata, anch’essa fucsia, è variegata con “macchie” viola e righe diseguali bianche, con un pizzico di giallo fluo. Semplice ma accesa, essenziale ma esplosiva, proprio come il gioco di Vika in campo. (Laura Guidobaldi)

Vika Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Adidas

Semplicità e sobrietà per la collezione Adidas di fine agosto, con un tocco di vivacità grazie al color ciclamino. Per Sascha Zverev pantaloncini dalla tinta accesa abbinati alla T-shirt grigio chiaro lievemente “spruzzata” di grigio perla, gli conferiscono un’aria un po’ sbarazzina. Anche la fascetta sulla fronte, dello stesso colore degli short, contribuisce a ravvivare un completo decisamente classico.

Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Anche la versione Adidas femminile è, come sempre, raffinata. Forse questa volta manca un po’ di originalità ma il gonnellino è comunque vezzoso con, inoltre, un tocco di “grinta”, grazie alla tinta “dégradé” del color ciclamino. Così come è di buon gusto la canotta bianca con il richiamo del colore viola chiaro della gonna sui bordi delle spalline. La fascetta è rigorosamente colorata, come il gonnellino. Tutto molto carino ma non eccezionale. (Laura Guidobaldi)

Karolina Muchova – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Collezione Fila

Fila sceglie un completo spezzato per vestire Sofia Kenin a New York: canotta blu in stile marinara e gonnellino a vita alta verde menta. La tonalità scelta per la gonna è accesa, allegra e fuori dagli schemi. Forse la forma della stessa si potrebbe rivedere poiché sembra troppo corta e troppo aderente, quasi scomoda per muoversi sul campo. Lo stesso outfit, ma con gonnellino svolazzante avrebbe potuto essere tra i più riusciti di questo Slam, in campo femminile.

Sofia Kenin – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Per i maschietti il brand di Biella sceglie un abbinamento più sobrio. Il blu navy per la maglia viene confermato anche in versione uomo. La tonalità molto scura è illuminata da sottili linee orizzontali che decorano l’intera maglietta. Il pantaloncino è invece classico, bianco con un paio di inserti laterali blu e rosso. Diego Schwartzman abbina poi il polsino blu e rosso completando così un outfit perfetto e senza tempo. Non certo il look più originale visto a Flushing Meadows, ma decisamente di classe e, come insegna Chanel, lo stile e la classe non passano mai di moda. (Chiara Gheza)

Diego Schwartzman – US Open 2020 (photo by Mike Lawrence/USTA)

Matteo Berrettini – Lotto

Ennesimo outfit di Matteo Berrettini, firmato Lotto, molto lineare e semplice. Fin troppo lineare e semplice. Maglietta rosso fuoco con bordino navy e stemma dello storico marchio di Treviso in bianco. Pantaloncini navy a richiamo. Nessun fronzolo. Che ne so una striscia sulla maglietta, dei motivi nei pantaloncini. Nulla di nulla. Zero assoluto. Il risultato è inevitabilmente ordinario per non dire banale. E dire che in questi tempi di revival anni novanta Lotto potrebbe attingere ai meravigliosi completi indossati in quegli anni da Boris Becker e Thomas Muster, con i loro motivi colorati e sgargianti, rivisitandoli in chiave moderna. Ci riflettano per favore che cominciamo ad essere stanchi di vedere il nostro bel Matteo vestito in maniera così scialba. (Valerio Vignoli)

Matteo Berrettini – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Andy Murray – Castore

Castore è il nome di una montagna del massiccio del Monte Rosa alta oltre 4mila metri e di un sistema stellare facente parte della costellazione dei gemelli. Non si sa a cosa i fratelli Beaton, Tom e Phil, nativi di Liverpool, ex sportivi di alto livello, rispettivamente nel Cricket e nel Calcio, si siano ispirati quando hanno fondato l’omonimo brand d’abbigliamento sportivo. In ogni caso l’obiettivo era puntare in alto. Molto in alto. A quello che probabilmente è uno degli atleti, se non l’atleta, più riconoscibile del Regno Unito, ovvero l’ex n.1 del mondo Andy Murray. Dall’inizio del 2019, il fenomeno scozzese veste infatti gli outfit di questo piccolo ma ambizioso brand locale, con un simbolo formato da due ali.

Andy Murray – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

La collaborazione era partita all’insegna della semplicità, con T-Shirt eleganti e semplici, in puro stile Murray, come quella indossata nello sportivamente drammatico match contro Roberto Bautista Agut agli Australian Open. In questi US Open post-Covid però c’è stato il salto di qualità, con uno degli outfit della seconda edizione della Andy Murray Collection (AMC). Raffinatissima e al contempo aggressiva la maglietta bianca con due righe blu notte abbinata a pantaloncini blu notte con laccetti bianchi. So British. Un outfit non per tutti. In tutti i sensi dato che la combo top-pantaloncini sul sito ufficiale costa in totale 150 euro. Ma si sa, lo stile ha un prezzo. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – Diadora

Da un paio di stagioni Diadora, marchio iconico nel mondo del tennis, basti pensare alle scarpe di Bjorn Borg o alle polo di Gustavo Kuerten, si è riaffacciata nel tennis che conta. Lo ha fatto con una scelta di testimonial non di primissimo piano ma comunque interessanti: l’esperto olandese Robin Haase, l’esplosivo tedesco Jan-Lennard Struff e il giovane spagnolo Alejandro Davidovich Fokina. Gli outfit sono un trait d’union tra passato e presente. Tagli e fantasie un pò retrò, colori e vestibilità assolutamente contemporanee. La collezione del marchio veneto per questi US Open era tutta giocata sul verde, nelle su diverse sfumature: verde bosco (nel chevron sulla maglietta e nei pantaloncini), verde acceso (nella parte superiore della t shirt) e verde lime (nelle finiture). Un look riconoscibile e di impatto che riporta dritto dritto Diadora al top nel settore. (Valerio Vignoli)

Jan-Lennard Struff – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Bonus Off Court – Non sappiamo chi sia e chi abbia fatto l’abito ma vorremmo saperlo al più presto

Per quanto ci si possa vestire in maniera stravagante per seguire una partita di tennis è difficile farsi riconoscere tra la folla. Soprattutto tra quella immensa dell’Arthur Ashe Stadium. Ma quest’anno era tutto diverso come ben sappiamo. E così abbiamo potuto apprezzare come merita questo fenomenale completo a pois multicolori con la cravatta in tinta sfoggiata da uno dei pochissimi spettatori. Non è dato sapere chi sia quest’individuo e cosa ci facesse sugli spalti mentre Medvedev e Rublev se le davano di santa ragione. Dai commenti su Twitter pare possa essere uno degli Chef presenti nella bolla newyorkese. Così come non è dato sapere dove abbia comprato il suo outfit. Fatto sta che è magnificamente kitsch. Numero uno vero. (Valerio Vignoli)

Il calendario compresso di questo 2020 ci impone di darvi appuntamento già tra tre settimane, quando commenteremo le scelte compiute dai vari marchi per il Roland Garros pronto a cominciare: saranno lanciata nuove collezioni o verranno ‘riciclati’ i completini dello US Open, con i quali i giocatori sono scesi in campo anche a Roma? Non molto è trapelato sinora, tranne le scelte di Nike già rese note a maggio – Nadal dovrebbe vestire così; si tratta però di una collezione estiva, pensata prima del rinvio del torneo a settembre. Non resta che attendere la prova del campo.

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