Addio a Merlo, l'inventore del rovescio a due mani (Scanagatta, Clerici, Crivelli)

Rassegna stampa

Addio a Merlo, l’inventore del rovescio a due mani (Scanagatta, Clerici, Crivelli)

La rassegna stampa di giovedì 18 luglio 2019

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Addio a Merlo, inventò il rovescio a due mani (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

L’ho conosciuto e ammirato fin da bambino. Se avessimo avuto, in tempi recenti, un tennista capace di conquistare due semifinali consecutive al Roland Garros (1955-56), di raggiungere due finali agli Internazionali d’Italia (1955-57), e di battere — come ebbe orgogliosamente a ricordarmi anni addietro — 6 vincitori di Wimbledon (Jroslav Drobny, Vic Seixas, Roy Emerson, che di Slam ne ha vinti 12, Neale Fraser, Budge Patty e Chuck McKinley) beh oggi non ci sarebbe chi non lo ricorderebbe come uno dei più grandi tennisti italiani di sempre. Non sarà così solo perché Beppe Merlo, figlio del custode del tennis Merano dove era nato l’11 ottobre 1927 – è mancato ieri a 91 anni a Milano – quei risultati li ha ottenuti soprattutto a metà degli anni ’50, anche se la sua carriera è stata così lunga che — prima categoria già a 21 anni — 25 anni dopo giocava ancora i campionati italiani assoluti, da lui vinti 4 volte battendo in momenti diversi, Nicola Pietrangeli, Fausto Gardini e Orlando Sirola i nostri «moschettieri» dell’epoca, capaci di conquistare assieme a lui le prime finali di Coppa Davis azzurre, gli storici Challenge Round del 1960 e 1961. Per la nostra Davis aveva giocato 35 singolari vincendone 25. Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi «Tennis Club»: «Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio». Già, il rovescio a due mani era il suo marchio di fabbrica, uno dei primi al mondo a utilizzarlo. Dal 39 al ’49 l’australiano John Bromwich, mancino che serviva con la destra e giocava il rovescio a due mani, aveva vinto due Slam giocando fra singoli e doppi 35 finali. Avevo 4 anni quando Beppe, amico di mio padre, mi insegnò a tenere la Maxima troppo grande e pesa con due mani per «reggere» il rovescio: «Non fare come me, però! Tu metti la mano destra sotto la sinistra». Già, lui, forse sedotto dalle immagini della leggenda Bromwich che però era mancino, aveva fatto il contrario e così quando doveva tirare il dritto con la mano destra impugnava la racchetta a metà manico, vicino al cuore, perdendo quindi una ventina di cm di allungo. Saltava sulla racchetta incordata di fresco — le incordava lui stesso — per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. «Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti» scherzava. Quando con Merlo, aria compunta, modi mansueti, l’Italia battè nella finale europea la Svezia di Davidson e Bergelin — il futuro coach di Borg — l’Equipe pubblicò una sua foto con una dida: «Non ha servizio, non ha dritto, ma con la risposta vince». La finale persa al Foro Italico con il “vampiro” Gardini che pretese il ritiro per i suoi crampi sul 6 pari al quarto, dopo che Merlo era già stato portato a braccia negli spogliatoi a fine terzo set – allora c’era il riposo – uscendone subissato di fischi, è rimasta storia incredibile. Nicola Pietrangeli, compagno di mille battaglie, lo ricorda così: «Un gran giocatore, buono come il pane. Era un po’ chiuso, molto fortunato a poker, aveva un gran successo con le donne. In tanti hanno pianto dopo averci giocato contro. Non faceva gruppo, ma non era per darsi delle arie. Era molto attento a cosa mangiava, a quanto dormiva. Se noi volevamo riposarci, lui voleva allenarsi. Non un giocherellone, ma davvero una persona buona».

Merlo, l’inventore del rovescio bimane (Gianni Clerici, Repubblica)

 

È morto un mio amico, Beppe Merlo, che perse sommerso dai crampi, dopo aver avuto due match point e mentre era avanti 2 set a 1, la finale degli Internazionali d’Italia 1955 contro Gardini, tennista implacabile che ne invocò il ritiro, sul 6-6 al 4°, mentre Beppe giaceva sul Centrale del Foro Italico […] Inventò, perché i pionieri furono gli australiani Vivian McGrath e John Bromwich, un suo rovescio bimane, mai visto in Europa, del quale ho sempre avuto una mia idea, incontrastata dallo stesso esecutore. Beppe era mancino e, di fronte a un racchettone di 15 once, non poté non reggerlo, a metà manico, con la destra: divenne il suo colpo più importante. Vidi i grandi del tempo attaccare quel suo insolito rovescio, e venirne quasi sempre passati. La battuta era tanto femminea da essere ancor più attaccabile, ma Beppe l’aveva resa difficilissima per il rimbalzo molto basso, svuotato di forza. Giocammo insieme un solo torneo di doppio, e non lo vincemmo per la finale ostacolata dalla pioggia. Lo ricordo non certo per vantarmene, ma perché Beppe mi disse: «Tu copri i 2/5 di campo a destra, io mi occuperò dei 3/5 a sinistra, con il rovescio». Beppe fu anche noto come malato immaginario. Aveva sempre con sé una valigetta piena zeppa di medicine, soprattutto contro i crampi, dei quali, corridore instancabile, era spesso vittima. Incapace di abbandonare il gioco, era abituale spettatore dei tornei, e chiedeva a tutti come mai la federazione non gli avesse riservato il ruolo di allenatore che avrebbe meritato. Credo sia morto con un simile dubbio nel cuore, povero Beppe.

Addio al rivoluzionario. Con il suo rovescio ha anticipato il futuro (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

A due mani nella storia. Siamo ormai cosi tanto abituati al rovescio bimane nel tennis da non immaginare quanto potesse essere rivoluzionaria quell’impugnatura negli anni 40 e 50, quando i gesti bianchi delle origini dettavano ancora lo stile. Ebbene: un trentennio prima di Connors e di Borg, gli sdoganatori ufficiali del colpo, da cui sono poi discesi milioni di adepti, fu un italiano a travolgere la tradizione e a giocare il rovescio in quel modo. Era Beppe Merlo, uno dei nostri giocatori più grandi e più amati, morto ieri mattina a 91 anni […] A partire dal modo di tenere la racchetta, fino alla scelta eversiva, raccontata in un’intervista alla Gazzetta di qualche anno fa: «Ero piccolo, magro, senza tante forze. La racchetta era troppo pesante, dovevo impugnarla a metà manico. Il rovescio a una mano sola non mi riusciva, con due sì. All’inizio sembravo ridicolo, ma era l’unica maniera in cui potessi essere competitivo. C’erano già altri due o tre giocatori che lo facevano, ma io sono stato il primo in Europa». Con un’impugnatura certamente non ortodossa, perché la mano sinistra era sotto la destra e non viceversa, come invece succede oggi […] Nel 1951, spendendo tre milioni, praticamente tutto il budget federale, la Fit lo manda in California per due settimane ad allenarsi coni più grandi dell’epoca: Budge, Sedgman, Gonzales e Segura. Due giorni prima di rientrare, viene invitato nella villa di Charlie Chaplin: il grande attore non c’è, ma lui può giocare contro Tilden, allora sessantenne, e lo batte 6-1. Gli anni successivi lo portano in vetta alle classifiche mondiali, allora stilate da giornalisti specializzati. Nel 1955 perde la finale di Roma contro Gardini, ritirandosi sul 6-6 del quarto set per crampi dopo aver avuto tre match point, e qualche settimana dopo, al Roland Garros, batte ai quarti Seixas, allora numero due del mondo, prima di perdere in semifinale con Davidson, che aveva battuto al Foro. Nel 1956, sempre nei quarti di Parigi, sull’8-8 del quinto contro il francese Remy, cede un punto chiamato a suo favore e perde il game, ma vincerà la partita 11-9 tra il tripudio della folla che fin lì lo aveva massacrato con il tifo contro. Nel 1957 è ancora in finale a Roma, da favorito, ma perde contro Pietrangeli, mentre sul Guerin Sportivo, per il fisico non certo erculeo, lo chiamano «il gracile dongiovanni della racchetta». Si ritira nel 1969, ma fino agli anni 80 insegna tennis in giro per il mondo. Nel 1973, quando già lavora in banca, palleggia al Caesar’s Palace di Las Vegas con Borg: quattro mani, una sola leggenda.

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Gli anni di Fabio (Cocchi). Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Grilli). Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Crivelli)

La rassegna stampa di domenica 24 maggio 2020

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Gli anni di Fabio: «Mi manca la gara, ma adesso sono un esperto di Tom & Jerry» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Trentatré sono gli anni che compie oggi Fabio Fognini, mai come ora preso dal ruolo di padre e uomo di famiglia. Tre sono gli anni che ha compiuto Federico, il primogenito di Fabio e Flavia Pennetta, finalmente festeggiati senza una valigia in mano. Un’età importante. E tempo di bilanci per Fognini, genio e sregolatezza del tennis italiano, capace di far passare al tifoso medio tutto l’arco costituzionale delle emozioni, dall’esaltazione alla furia. Fabio, che sapore ha questa giornata? «Il sapore dolce della famiglia. In questo periodo così difficile ho potuto almeno godere al massimo di una vita che non ero abituato a fare. Ho avuto modo di stare tantissimo coi bambini. Farah è nata il 23 dicembre, la sto vedendo crescere. Federico è il “grande”, ci divertiamo a fare tante cose insieme, andiamo a cavallo, al golf, giochiamo tanto».

Lei e Flavia festeggerete quattro anni di matrimonio l’11 giugno. ma forse non avete mai passato tanto tempo insieme…

 

È proprio così, la quotidianità per così dire “prolungata” è una dimensione che ci mancava. E devo dire che non è stato sempre facile, soprattutto all’inizio. In 15 anni di carriera sono sempre stato abituato ad andare e venire, stare fermo e non sapere nulla del futuro mi rendeva un po’ nervoso. Ma pian piano ci siamo abituati. Abbiamo iniziato a collaborare di più, io ho cercato di aiutarla. Magari cucinando, o tenendo Federico quando è più occupata con Farah. E così abbiamo trovato il ritmo. E siamo anche riusciti a divertirci. […] Per una vita dopo il tennis c’è tempo, però mi sento cresciuto come padre e come marito. E ora ho pure una cultura sconfinata di cartoni animati. Ogni sera io e Federico ci mettiamo sul lettone a vedere Tom e Jerry. È un appuntamento fisso, dovrebbe aiutarlo a fare la nanna. Ma il primo a crollare sono io. […]

Finalmente è tornato ad allenarsi in campo. Quanto le mancano i tornei?

Mi manca competere. Mi sto allenando ma un’oretta o due al giorno, non di più. È molto difficile concentrarsi senza obiettivi, senza sapere se e quando tornerai, o su quale superficie.

Cosa ne pensa coach Barazzutti?

La pensa come me. Ci sentiamo ogni giorno, ma non mi dà grosse indicazioni. Non sono più un giovane che deve approfittare della pausa per cambiare il proprio gioco. Ci confrontiamo, ma restiamo in attesa di sapere che sarà della stagione. Ora le classifiche sono congelate, ma il ranking non mi interessa. Guardo chi c’è davanti a me, e a parte i tre fenomeni gli altri sono tutti giocatori che ho già battuto e so di poter battere di nuovo. Anche Berrettini, che ha fatto grandi cose, è ancora giovane e ha tanti punti da difendere. Vediamo cosa ci riserverà il futuro.

Riserverà distanziamento sociale e nuove abitudini. A proposito, l’abbiamo vista giocare col guanto: come si è trovato?

Sapendo che potrebbe diventare obbligatorio ho voluto provare. La sensibilità un po’ cambia, ma tra allenamento e partita c’è una bella differenza.

Cosa porterà con sé da questo momento assurdo che stiamo vivendo?

Mai come ora noi umani pensavamo di essere invincibili, i padroni del mondo, e invece di fronte alla natura non siamo nulla. L’Universo si è preso il suo tempo. E davanti agli scogli dove sono cresciuto ora sono tornati a giocare i delfini.

Favola Osaka, è l’atleta più pagata di sempre (Paolo Grilli, La Nazione)

Prima giapponese a vincere uno Slam, l’Us Open del 2018, e prima tennista asiatica in grado di raggiungere la vetta della graduatoria Wta, Naomi Osaka può gioire anche per un altro record, certo meno evocativo ma di enorme conforto: è lei la sportiva più pagata al mondo, secondo Forbes, avendo guadagnato nel 2019 circa 34 milioni di euro (lordi) tra montepremi e contratti di sponsorizzazione. E la ciliegina sul primato, per la 22enne nipponica, è quella di aver superato di poco la rivale Serena Williams, che si era sempre piazzata sul gradino più alto del podio femminile degli introiti nei quattro anni precedenti. L’asiatica occupa la 29esima posizione dei guadagni tra gli sportivi di tutto il mondo, mentre l’eterna campionessa americana non va oltre la 33esima piazza. Si tratta comunque della prima volte nella storia in cui due donne riescono a entrare nella top 50 assoluta: un piccolo passo verso una reale e auspicata parità di genere dello sport. La Osaka, ironia della sorte, non è stata protagonista di un 2019 stellare. Ha vinto gli Australian Open in gennaio, facendo il bis negli Slam dopo la vittoria a New York dell’autunno precedente, ma poi ha conosciuto una lunga impasse, tra difficoltà tecniche e fisiche. E solo alla fine dell’anno scorso ha vinto due tornei (Pechino e… Osaka!) riscattando le figure non proprio eccelse rimediate negli altri Slam. Quest’anno, poi, proprio agli Australian Open ha incassato una secca sconfitta dall’astro nascente Usa Cori Gauff. E Naomi è arretrata cosi fino alla decima posizione Wta. Ma ormai lei è un fenomeno globale e gli sponsor fanno a gara per mettere i loro marchi accanto al suo sorriso. […]

Djokovic organizza un mini-circuito in quattro Paesi per ricominciare (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Voglia di ricominciare. Il tennis, travolto come il resto del mondo dall’emergenza coronavirus, ricerca lentamente la sua normalità e anche se fino al 31 luglio sono sospese tutte le attività, i campioni hanno cominciato ad allenarsi e alcuni di loro si stanno pure muovendo per garantirsi una parvenza di agonismo attraverso match senza valore ufficiale. Così, mentre Nadal posta su Instagram le foto del primo giorno di preparazione nella sua Accademia (e un giornalista spagnolo lo propone come ministro degli Esteri in un eventuale governo tecnico per gestire il post-pandemia), Djokovic festeggia il compleanno (33 come Fognini, compiuti venerdì) lanciando l’Adria Tour, un mini circuito itinerante di partite di esibizione che coinvolgeranno quattro Paesi dell’ex Jugoslavia e che scatterà il 13 giugno. L’obiettivo dell’evento è la solidarietà a favore di vari progetti umanitari nei Balcani. Il numero uno del mondo sarà affiancato da alcuni top player, innanzitutto da quel Dominic Thiem che Nole ha sconfitto a fatica nella finale degli Australian Open di gennaio. Poi ci saranno Grigor Dimitrov nonché l’amico e connazionale Viktor Troicki, mentre non si conoscono ancora i nomi degli altri quattro tennisti che dovrebbero completare il parterre della manifestazione. Il mini circuito si svolgerà in quattro diversi fine settimana e quattro differenti località, con un match bonus tra Djokovic e Damir Dzumhur che chiuderà l’Adria Tour il 5 luglio. Il programma prevede la prima tappa a Belgrado (Serbia, 13-14 giugno), la seconda a Zagabria (Croazia, 20-21 giugno), la terza in Montenegro (27-28 giugno) e la quarta a Banja Luka (Bosnia, 3-4 luglio), con il bonus a Sarajevo il giorno dopo. Per ogni weekend, i partecipanti saranno ripartiti in due gruppi e si sfideranno secondo la formula del round robin. I vincitori di ciascun gruppo giocheranno la finale. Gli incontri seguiranno le regole del Fast 4: set ai quattro game e partite al meglio dei tre set. La speranza è che possa addirittura giocarsi con il pubblico, visto il basso tasso di contagiosità dei quattro Paesi. […] Chi sembra non avere nessuna fretta di ripartire è Roger Federer, che infatti ha dichiarato apertamente che non si sta allenando in questo periodo perché non ha stimoli sufficienti, considerando che resta forte l’incertezza sulla data di inizio dei tornei. In una chat con Kuerten, il Divino ha rivelato: «Al momento sono fermo, perché non vedo il motivo per preparami. Sono felice con il mio corpo ora e credo che la ripresa del circuito sia ancora molto lontana. E penso che a questo punto sia importante per me godermi questa pausa. Quando avrò un obiettivo per cui allenarmi, sarò super motivato». Filosofia da Maestro.

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Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Calabresi)

La rassegna stampa del 23 maggio 2020

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Il tennis più forte della crisi grazie all’effetto Berrettini (Marco Calabresi, Il Corriere della Sera)

Matteo Berrettini ha trascorso il periodo di lockdown a Boca Raton, in Florida. A migliaia di chilometri di distanza, invece, tanti ragazzini e ragazzine crescono sperando di diventare come lui. Per loro, e per tantissimi circoli della Capitale (lunedì, tra gli altri, riapriranno il CC Roma e il CC Lazio), è stato un periodo durissimo e oltre due mesi di «buco» non saranno semplici da colmare. […]Nelle accademie c’è voglia di normalità: mascherine per i maestri, sorrisi per gli atleti. Nel Lazio c’è il 12% del movimento nazionale: circa 370 circoli (280 a Roma, molti dei quali scuole tennis riconosciute dalla Fit), oltre 4omila tesserati, e tanto talento. Nello sport romano che arranca soprattutto a livello di discipline di squadra, il tennis è una piacevole eccezione. L’effetto Berrettini (Matteo è attualmente al numero 8 della classifica Atp) è l’elemento trainante: opinione comune, nei circoli, è che il suo percorso abbia creato nei giovani la consapevolezza che non sia necessario primeggiare a livello di Under 12 o Under 14, bensì seguire un percorso di formazione tecnica che vada aldilà del risultato. […] «Matteo, da giovanissimo, non era tra i top, lo ha ammesso anche lui – racconta il suo allenatore, Vincenzo Santopadre – Stare meno con le luci puntate lo ha aiutato, ma lui è stato comunque bravo a mantenere il giusto equilibrio. Non pensare a vincere il torneo di oggi, ma a costruirsi un futuro migliore. In questo senso, è stato fondamentale tutto l’ambiente che lo ha circondato: la famiglia, noi dello staff, il CC Aniene. E forse è stato importante anche il periodo dell’anno in cui ha raggiunto i risultati più importanti: gli Us Open tra agosto e settembre, quando la gente è ancora in vacanza e si è potuta svegliare di notte per vederlo e sognare con lui. Ho tanti amici nel tennis che hanno figli: vogliono tutti sapere quando Matteo è a Roma per andarlo a vedere o a chiedergli un autografo». La bella immagine di Berrettini, ma non solo: «C’è nuova linfa per il nostro tennis. Arriva dai giocatori di vertice come Matteo, ma anche dalla popolarità che lo sport sta acquisendo, e che ci ha permesso di aumentare i numeri. Tutto questo, nonostante a Roma ci sia carenza di strutture al coperto che permettono l’allenamento con qualsiasi condizione atmosferica. E fondamentale che nei circoli ci sia qualità, necessaria per far emergere le potenzialità dei giovani». Santopadre segue Berrettini, ma è anche tra i fondatori della Rome Tennis Academy, dove si allena Jacopo, fratello minore di Matteo (classe ’98). Con Santopadre, c’è Stefano Cobolli, papà di Flavio, tra i talenti da seguire della NextGen romana. Nato nel 2002, era passato anche per il settore giovanile della Roma, prima di scegliere la racchetta. Su di lui, e su Matteo Gigante, sono riposte grandi speranze, ma non sono i soli: Giulio Zeppieri (2001, di Latina) e Gian Marco Moroni (1998) sono in rampa di lancio. Come tutto il tennis romano

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«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Agresti). Maggio, mese da n. 1 (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 22 maggio 2020

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«Io, Pietrangeli, maltrattato senza rispetto» (Stefano Agresti, Corriere della Sera)

Nicola Pietrangeli ha 86 anni e la memoria di un ragazzo: ricorda tutto, nomi, date e numeri. Viveva anche grazie al lavoro di consulente per la Federtennis, ma adesso quello stipendio non ce l’ha più. Pietrangeli cos’è successo? «Il 10 marzo mi ha chiamato il presidente Binaghi, il quale gentilmente mi ha detto: a causa del coronavirus vengono sospesi tutti i rapporti con i collaboratori esterni. Ho ascoltato in silenzio. Poi, nei giorni successivi, ho scoperto una cosa che ha cambiato tutto. Ho scoperto che questo è accaduto solo nel tennis. Credevo che fosse una decisione comune a tutte le discipline, invece non è così. E non stiamo parlando di una federazione povera, al contrario: la Fit è ricca. A quel punto l’ho presa malissimo, come chiunque quando gli tolgono tutto lo stipendio da un giorno all’altro. E non mi coprivano d’oro, sia chiaro: era una retribuzione dignitosa per uno della mia età».

L’azzeramento dello stipendio l’ha messa in crisi?

 

Se dicessi di no, sarebbe una mezza bugia. Per me è un brutto colpo. Anche perché non mi sono fatto ricco con lo sport. Oggi chi vince il Roland Garros prende quasi 2,5 milioni di euro, a me hanno dato 150 dollari: non ci ho comprato nemmeno un mini-appartamento. Il tennis mi ha dato tanta fama e pochi soldi.

Ha sentito qualcuno dopo il 10 marzo?

Nemmeno lo straccio di una telefonata e questa è un’altra cosa che mi ha fatto molto male. Ho 86 anni, qualcosa nel tennis ho combinato: un po’ di attenzione la meritavo, una chiamata me la dovevano. Anche solo per rispetto: ma sei morto? Conosco Binaghi da quando era bambino: da una parte lo ringrazio perché abbiamo collaborato assieme, ma dall’altra proprio non lo capisco. Lo sa qual è l’ultima scortesia che mi hanno fatto? Dal 15 giugno a Todi ci saranno i Campionati italiani e non mi hanno neppure invitato. Ne parlavo l’altro giorno con Lea Pericoli. Se facciamo la somma, in due abbiamo vinto 51 titoli nazionali: 27 lei, 24 io. E ci hanno tenuto fuori da tutto. […]

Maggio, mese da n. 1 (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Gaby a Roma festeggiava compleanni e vittorie. Non fu la sola, certo l’unica cui i sospirosi tifosi romani avrebbero preparato volentieri la torta con le proprie mani. A patto di consegnargliela personalmente. Nata il 16 notte, quando la festa del calendimaggio volge al termine. Tradizione vuole che in quella giornata, ballando e ruzzando, si chieda alla primavera di accompagnarci verso l’estate più bella. Usanze tenute in gran conto anche nelle Marche e in Abruzzo, le terre del Dna italiano di Gabriela Sabatini, dovei nonni nacquero e decisero ancora giovani di tentare l’avventura da migranti, in Argentina. Per questo, forse, il settennato romano della pupa, ieri bella e oggi bellissima cinquantenne, molto somiglia a una primavera. C’erano il sole, la lieve brezza romana, e una Dea da amare. La storia prese il via da una finale persa nel 1987 contro Stef Graf che molto costò al torneo romano. Fu un confronto impari sia sul piano del gioco, del tutto a favore della tedesca, sia per il tributo amoroso che gli appassionati del Foro rivolsero alle due contendenti. E qui Gabriela vinse a mani basse, raccogliendo incitamenti innamorati che mai si erano sentiti sugli spalti. Lenzuola grandi come letti a tre piazze rimboccarono il Centrale. Ce n’erano di tutti i tipi: «Roma uguale Gabyland», «Il Moro ci piace, ma la Mora anche di più», «Gaby nei cuor avanti con ardor». Tutti per lei, nessuno per la giovane tedesca, che per completare l’opera venne dipinta come “bruttina non ancora stagionata” in un articolo di uno dei nostri quotidiani più importanti. Steffi ritirò il premio, si presentò dagli organizzatori e con semplicità li fece precipitare in un incubo: «Qui, non mi vedrete mai più». Gli anni di Gaby, alla fine, si scontrarono con Conchita Martinez. Sabatini vinse nell’88 e nell’89, fu semifinalista nel ’90, tornò a dominare nei due anni successivi. Abdicò nel 1993 e Conchita nei vinse quattro di seguito. Svogliata, Steffi rientro solo nel 1996 per una passerella che convinse i romani anche delle sue qualità estetiche. Maggio è il mese dei compleanni, nel tennis. […] Cosi, in attesa che i perduti Internazionali tornino fra noi (ma quando? davvero a settembre?) niente vieterebbe di organizzare un Masters virtuale fra i tennisti di maggio. Titoli alla mano, il n. 1 del tabellone maschile spetta a Novak Djokovic, nato il 22. All’altro capo, John Newcombe (23). Poi Fred Perry (18) e Andy Murray (15) e via via gli altri: Pancho Gonzales (9), Manuel Santana (10), Tony Roche (17), Yannick Noah (18), Pat Cash (27), Cliff Drysdale (26), Grigor Dimitrov (16), Kevin Anderson (18), Fabio Fognini (24), Miloslav Mecir (19), Tomas Smid (20) e Karen Khachanov (21). […] Non manca il torneo femminile, con l’imbattibile Suzanne Lenglen (24) davanti alla concorrenza. Poi Gabriela (16), e Johanna Konta (17). A seguire Harkleroad (2), Buzarnescu (4), Cibullcova (6), Tomljanovic e Kasatkina(7), Kuzmova e McHale (11), Mladenovic (14), Sabalenka, la nostra Silvana Lazzarino (19), Lepchenko (21). Ce n’è per una buona esibizione. […]

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