Numeri: Di Giuseppe e Caruso sognano, prima gioia per Jarry

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Numeri: Di Giuseppe e Caruso sognano, prima gioia per Jarry

Due grandi sorprese azzurre nella settimana appena trascorsa. Splendida l’avventura di Martina a Bucarest, sfortunato Caruso a Umago

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Martina Di Giuseppe - Roma, Antico Tiro a Volo 2019 (foto Antonio Fraioli)

0 le partecipazioni, sino alla settimana scorsa, di Martina Di Giuseppe ai tabelloni principali del circuito maggiore. La 28enne tennista romana, rallentata nella sua crescita tennistica anche da una lunga serie di problemi fisici (alle ginocchia e, fastidio piuttosto insolito per una tennista, alla mandibola) si è presentata alla sesta edizione dell’International di Bucarest senza avere ancora giocato nel circuito maggiore. Entrata tra le prime 400 nel 2016 e nella top 300 solo quattordici mesi fa, Martina, terraiola doc (tutte le 14 finali da lei raggiunte a livello ITF sono arrivate sul rosso) aveva dato la prima netta svolta alla sua carriera tra il maggio e l’ottobre dell’anno scorso, raggiungendo cinque finali ITF e vincendone due, risultati che le avevano consentito di chiudere il 2018 tra le prime 200 WTA. Con la nuova classifica, nel 2019 è così riuscita a provare (inutilmente) l’accesso ai tabelloni principali dei tre Majors sin qui giocati e ad elevare il livello del suo tennis tanto da ottenere tre vittorie contro tenniste nella top 150.

I frutti della maturazione tennistica in atto si sono visti nella capitale rumena: innanzitutto, Di Giuseppe ha superato tre turni di quali senza perdere un set, prima contro due top 300 come Jones e Sequel, poi contro Bogdan, tennista tra le migliori 200. Nel suo esordio in assoluto in un tabellone principale WTA ha sconfitto dopo due ore e mezza di battaglia l’ex 19 WTA Lepchenko, andata a servire per il match prima di essere sconfitta da Martina col punteggio di 3-6 6-1 7-6. Contro la 22enne russa Kudermetova Di Giuseppe è stata fortunata, approfittando del ritiro dell’avversaria quando quest’ultima era in vantaggio di un set. Un aiuto della Dea bendata meritato poi nei quarti, quando la romana ha liquidato con un doppio 6-4 Krejcikova, ex numero 1 nel doppio. Contro la classe 99 Rybakina è arrivato in semifinale per Martina il disco rosso, che non può intaccare la gioia per il raggiungimento del best career ranking di 149 WTA. La speranza è che sia solo l’inizio di una nuova carriera. E pazienza per il forfait a Palermo, dove avrebbe dovuto affrontare Errani grazie allo special exempt ottenuto per i risultati di Bucarest. Ci sarà modo a maniera di meritarsi altre occasioni.

3 le partite vinte nel circuito maggiore da Salvatore Caruso prima di giocare la scorsa settimana ad Umago. A 26 anni e mezzo il tennista nato ad Avola (Siracusa) sta trovando la quadratura del cerchio per giocare stabilmente nel grande tennis. Maturato tennisticamente piuttosto tardi – sino ai 22 anni e mezzo non era mai entrato tra i primi 400 e solo due anni fa ha esordito nella top 200- il tennista seguito da otto anni dal tecnico Paolo Cannova ha centrato solo negli ultimi mesi i primi risultati tennistici importanti. La prima finale ottenuta a livello challenger a Biella nel 2017 non gli aveva garantito lo sperato salto di qualità, che si sarebbe invece visto a partire dallo scorso settembre, quando, tornato fuori dai primi 200, si imponeva a Como in finale su Garin. Era l’inizio di una scalata lenta ma continua: ad ottobre all’ATP 250 di Anversa arrivava la prima vittoria nel circuito maggiore (su Bhambri, per quella che era appena la quarta vittoria contro un top 100). 

Il 2019, partito tennisticamente per Salvatore solo a marzo, è iniziato bene con il primo successo illustre della carriera, arrivato ai danni di Goffin (al Challenger di Phoenix) e poi proseguito meglio con le prime vittorie a livello Slam,  a Parigi contro tennisti di buonissimo livello come Munar e Simon: un piazzamento, quello parigino, che ha consentito a  Salvatore di arrivare a Umago da 125° giocatore al mondo. Bravo a qualificarsi (eliminando anche un cliente sempre ostico come Robredo), Caruso nel tabellone principale ha, nell’ordine, eliminato un giovane al suo best ranking, Moutet (7-5 6-0), poi il primo top 20 della carriera, Coric (6-2 3-6 6-1) e infine superato nei quarti la prova del nove rappresenatta da un terraiolo doc come Bagnis (6-4 6-0). Peccato per l’infortunio rimediato in semifinale contro Lajovic, che lo ha costretto al ritiro nel secondo set e al forfait dal tabellone di Amburgo.

Salvatore Caruso – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

4 i tornei Challenger vinti da Alexander Bublik dallo scorso novembre in poi. Il tennista russo classe 97 (ma di passaporto kazako) si è fatto conoscere sin dal 2016, raggiungendo i quarti a Mosca dopo aver sconfitto l’allora 13 ATP Bautista Agut e già nel 2017 era entrato per la prima volta nella top 100. Il 2018 era stato però un anno molto negativo per Bublik: dopo essere stato per due mesi fuori per un infortunio alla caviglia, era incappato in sette sconfitte consecutive, uscendo così  dai primo 250 del mondo. Grazie però agli ottimi risultati degli ultimi mesi nel circuito minore, Bublik dallo scorso aprile era rientrato nella top 100.

Gli mancava ancora il primo acuto a livello ATP, dove sinora aveva vinto appena nove partite (di cui sole due negli Slam) ed è arrivato sull’erba, una superficie dove aveva giocato poco e male sinora (non aveva mai vinto una partita nel circuito maggiore sui prati). A Newport, per ottenere la prima finale della carriera nel circuito maggiore ha dovuto vincere tutte le partite al set decisivo: prima con due top 150 come Bolt (6-4 2-6 7-6) e Troicki (3-6 6-36-3), poi con due avversari tra i primi 100 (Sandgren, sconfitto 0-6 6-3 6-0, e Granollers, superato con il punteggio di 7-6 3-6 6-4). In finale, dopo essere stato avanti di un break nel primo set, si è arreso col punteggio di 7-6 6-3 alla maggiore esperienza di Isner.

 

5 le partite vinte nel 2019 da Bernard Tomic nei dodici tornei ATP da lui giocati. Il 26eienne australiano nato a Stoccarda aveva chiuso prematuramente, anche a causa di un problema alla spalla, il 2018 vincendo a settembre il titolo di Chengdu, quarto della carriera (tutti tornei vinti sul cemento all’aperto). L’ex numero 17 del mondo (nel giugno 2016, dopo le semifinali al Queen’s) nel giugno 2018 a ‘s-Hertogenbosh era riuscito nuovamente ad arrivare, dopo ben due anni, tra gli ultimi quattro tennisti ancora in gara in un torneo ATP. Bernard era infatti incappato in un 2017 e una prima metà del 2018 nei quali, complessivamente, aveva raggiunto appena due volte i quarti di finale. Un periodo buio di sedici mesi nel quale, tra una serie di piccoli infortuni e una scarsa voglia di concentrarsi sul tennis, sembrava ormai irremediabilmente destinato a sprecare il grande talento che madre natura gli aveva regalato: a maggio dello scorso anno era sceso addirittura al 243 ATP.

La semifinale a ‘s-Hertogenbosh e il titolo in Cina gli avevano però permesso di chiudere per la settima volta in carriera la stagione tra i primi 100 e Bernard sembrava aver ritrovato la voglia di giocare a tennis. Impressione che si rivelava sbagliata: in questo 2019 non ha mai vinto contro un tennista nei primi 70 al mondo, raggiungendo come unico buon piazzamento i quarti al 250 di Antalya. Dopo Wimbledon, dove si è reso protagonista della discussa multa per scarso impegno nel primo turno perso contro Tsonga, la settimana scorsa a Newport è arrivata la brutta sconfitta contro Ivaskka, 141 ATP, a confermare il protrarsi del buio pesto per Bernard. 

Bernard Tomic – ‘s-Hertogenbosch 2018 (via Twitter, @LibemaOpen)

6 i tornei del circuito maggiore ai quali aveva partecipato Elena Rybakina prima di vincere il suo primo titolo, la scorsa settimana a Bucarest. La ventenne russa, naturalizzata kazaka dallo scorso anno, sta iniziando anche a livello WTA a confermare quanto di buono fatto tra le juniores: nel 2017 ha infatti vinto il Bonfiglio e raggiunto le semifinali sia a Melbourne che Parigi. In Romania Elena, al primo torneo WTA nel quale non è stata costretta a giocare le quali, ha fatto ancora meglio di quanto le fosse riuscito a Istanbul a fine aprile (arrivò ai quarti dopo aver superato la campionessa in carica Parmentier e Siniakova) e a S’Hertogenbosh un mese fa (si fermò solo in semifinale sconfiggendo, tra le altre, Flipkens e Van Uytvanck).

Questi ultimi erano stati i primi due tornei nei quali era riuscita a imporsi su tenniste nella top 100, dopo averlo fatto per la prima volta a San Pietroburgo nel 2018, torneo nel quale sconfisse Garcia, allora top 10. A Bucarest è diventata la decima tennista del 2019 a vincere il primo titolo WTA della carriera e la quarta a farlo senza perdere nemmeno un set. Per riuscirci e guadagnare un balzo in classifica di 45 posizioni (questa settimana è 65 WTA) ha avuto la meglio su Badosa, top 120 (7-5 7-6), poi sulla wc locale Cristian (6-1 6-0) e, nei quarti, sulla top 60 Kuzmova (7-6 6-3). In semifinale si è poi imposta su Di Giuseppe (6-3 6-2), mentre in finale ha avuto vita facile contro la tennista di casa e qualificata Tig (6-2 6-0). 

9 i tennisti italiani nella top 100 della Race di questa settimana. Un segnale -quando mancano circa tre mesi e mezzo alla chiusura della stagione tennistica e questa classifica risulta ormai credibile- della eccezionalità, quantomeno per le nostre latitutidini, di questo 2019. Una situazione del resto già rispecchiata dal ranking ufficiale, quello che considera le ultime 52 settimane. Se infatti il momento nero di Cecchinato (una vittoria negli ultimi otto incontri da lui giocati) si è purtroppo convertito nella sua uscita dalla top 60, salgono invece a sette gli italiani tra i primi cento grazie al rientro in tale zona di Stefano Travaglia, capace ad Umago di centrare i primi quarti della carriera a livello ATP. Nel ranking che considera i risultati da gennaio in poi, abbiamo due tennisti tra i primi dodici e un terzo, Sonego, tra i primi 50.

Non solo: rispetto alla classifica ufficiale, nella Race troviamo anche Caruso e Fabbiano nella top 100, oltre a Mager e Giustino appena fuori e altri tre (Giannessi, Lorenzi e Sinner) nella top 150. Proprio il classe 2001 altoatesino (diventa maggiorenne il 16 agosto), per la prima volta nella top 200 in carriera è forse la più bella sorpresa e speranza di questo 2019 azzurro nel quale sono stati vinti complessivamente ben cinque titoli (tra cui un Masters 1000), raggiunte due finali e altre sei semifinali nel circuito maggiore (e non vanno dimenticati nemmeno i sei tornei conquistati dai nostri giocatori a livello challenger). Una situazione paradossalmente opposta si vive nel nostro settore femminile: ormai non c’è nessuna italiana nella top 60 e solo altre due, Paolini e Di Giuseppe, sono tra le prime 150.

Se tra gli uomini la Race era lo specchio fedele dell’ottimo momento vissuto, tra le donne serve purtroppo a testimoniare il 2019 disastroso delle nostre tenniste: Paolini è prima tra le azzurre, ma è solo al 129° posto mondiale. Del resto, solo la settimana scorsa è arrivata la prima semifinale di quest’anno per un’italiana, che si va aggiungere all’unico quarto di finale precedentemente ottenuto (da Errani a Bogota). Un dato spiega meglio di mille parole la crisi: nei tre Majors giocati, le nostre giocatrici hanno vinto appena due partite, con Giorgi a Melbourne.

38 il nuovo best career ranking di Nicolas Jarry, vincitore a Bastaad del suo primo torneo ATP. Il cileno classe 95 non ha scelto male il luogo dove battezzarsi campione: lo Swedish Open non vive un bellissimo momento -in questa edizione non c’era alcun top 30 e appena quattro top 50- ma è un torneo di grande tradizione, oltre che molto amato dai giocatori che per undici anni lo hanno votato come ATP 250 dell’anno. Nel proprio albo d’oro vanta numeri 1 come Nastase, Borg, Wilander, Moya, Nadal (e anche varie conquiste italiane a firma di Zugarelli, Barazzutti, Gaudenzi e Fognini).

Il vincitore di questa edizione, Jarry, era arrivato nella top 100 solo a fine 2017, al termine di una stagione nella quale non aveva vinto nemmeno una partita nel circuito maggiore, mentre l’anno scorso il lungagnone (Nicolas è alto 198 cm) cileno aveva fatto un passo ulteriore nella sua carriera raggiungendo la prima finale a San Paolo, le semifinali agli ATP 500 di Amburgo e Rio e al 250 di Kitzbuhel, collezionato le prime partite vinte a livello Masters 1000 e Grande Slam e ottenuto i primi successi contro top 10 (Thiem e Cilic). Una predilizione per la terra (degli undici tornei in cui sin qui ha raggiunto i quarti in carriera, nove sono sul rosso) confermata anche quest’anno, con la finale a Ginevra persa dopo aver avuto due match point a favore contro Sasha Zverev, che si vendicava così della vittoria di Jarry ottenuta qualche settimana prima a Barcellona, sinora unico successo del cileno contro un top 5.

Ripresosi dopo un inizio 2019 difficile (sei eliminazioni al primo turno), oltre che in Catalogna e in Svizzera, aveva fatto bene anche a S’Hertogenbosh, dove aveva eliminato Tstitsipas, per poi raggiungere i quarti. A Baastad ha vinto il titolo senza concedere nemmeno un set, sebbene il livello degli avversari incontrati sia stato basso. Del Bonis, superato in semifinale con lo score di 6-3 6-2, col suo 70 ATP è stato infatti il tennista da lui affrontato con la classifica migliore: prima dell’argentino Jarry aveva avuto la meglio su Laaksonen (7-6 7-5), Mikael Ymer (7-5 6-3) e Chardy (6-1 6-4), mentre in finale ha superato Londero (7-6 6-4). Non gli resta, per il definitivo salto di qualità, che fare bene nei grandi tornei: negli Slam vanta due soli secondi turni, nei Masters 1000 appena un ottavo.

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Pliskova supera Martic (e pioggia) in finale a Zhengzhou e punta il numero uno

La ceca soffre un po’ nel primo set ma poi domina il secondo in una partita segnata da due interruzioni per pioggia. Quarto titolo dell’anno, quindicesimo della carriera. Barty è nel mirino

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Karolina Pliskova è la vincitrice dell’edizione 2019 del WTA Premier di Zhengzhou. La ceca supera in due set Petra Martic, che le ha creato più di un grattacapo nel primo set, ma si è poi sciolta nel secondo. Bravissima Pliskova a partire sempre forte dopo le due pause per pioggia che hanno sospeso il gioco all’inizio del primo e del secondo set. Titolo numero quindici della carriera, il quarto del 2019 (dopo Brisbane, Roma e Eastbourne) e ulteriore passettino compiuto verso la riconquista del numero uno di Ashleigh Barty, attualmente distante solamente 86 punti.

LA PARTITA – Martic esce meglio dai blocchi e riesce a spostare Pliskova, guadagnando un immediato break di vantaggio. Sul 2-0 però la pioggia costringe le due giocatrici a fermarsi e addirittura a rientrare negli spogliatoi. Quando riprende il gioco, Pliskova tiene il servizio agevolmente e comincia a picchiare da fondo alle sue condizioni. Un paio di bei vincenti le permettono di agganciare l’avversaria nel punteggio. La partita è più equilibrata ora con Martic che tenta come al suo solito molte variazioni per cercare di disinnescare il gioco di Pliskova.

La croata costringe l’avversaria ad una difficile volèe bassa che le vale una palla break nel settimo gioco, annullata di forza da un vincente della ceca. Pliskova ormai è salita di ritmo e nel gioco successivo è lei a cogliere il break decisivo. Il primo set si chiude 6-3 in 46 minuti. Il secondo set è un assolo di Pliskova che gioca a braccio sciolto, disponendo a piacere di una Martic decisamente scoraggiata. Un break arriva prima della seconda sospensione per pioggia (sul 3-1) e un altro si aggiunge subito dopo. 6-2 il punteggio che chiude il set e il torneo.

VERSO LA VETTA – Karolina incamera 290 punti ‘netti’ in classifica (ai 470 della vittoria si sottraggono i 180 della finale di Tianjin 2018, che escono dal conteggio dei migliori 16 risultati) e si assicura anche un discreto margine su Svitolina e Osaka, rispettivamente terza e quarta a circa 1300 e 1600 punti dalla giocatrice ceca. Pliskova si concederà adesso una settimana di riposo, come del resto la numero uno Barty, per tornare in campo in occasione dei tornei di Wuhan (Premier 5) e Pechino (Premier Mandatory).

Come detto la vetta della classifica è vicina, ma per agguantarla serviranno prestazioni di rilievo nei tornei conclusivi della tournée asiatica. Se vuole colmare il misero gap di 86 punti che la separa da Barty, Pliskova dovrà infati raggiungere almeno la semifinale a Wuhan e i quarti a Pechino, altrimenti non aumenterà il suo bottino in classifica e dovrà rinviare l’assalto al mese di ottobre, che confluirà nelle Finals di Shenzhen.

 

Risultato:

[1] Ka. Pliskova vs [7] P. Martic 6-3 6-2

Il tabellone completo

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San Pietroburgo: cinque italiani in tabellone, occhi puntati su Berrettini e Sinner

Derby di primo turno tra Fabbiano e Caruso, in tabellone anche Travaglia. Matteo è N.3 del seeding, Jannik trova Kukushkin all’esordio. Medvedev e Khachanov prime due teste di serie

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Matteo Berrettini - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

L’edizione 2019 del torneo di San Pietroburgo si fregia di un tabellone veramente intrigante. Medvedev e Khachanov si sono spartiti le prime due teste di serie. Della partita anche Borna Coric e Stan Andrey Rublev. Ben cinque gli italiani ai nastri di partenza: Matteo Berrettini, Thomas Fabbiano, Salvatore Caruso, Stefano Travaglia e Jannik Sinner. I primi quattro hanno acceduto direttamente al tabellone principale grazie al ranking, mentre Sinner ha beneficiato di una wild card degli organizzatori. Per l’altoatesino il torneo russo sarà il settimo main draw dell’anno (e della carriera). Fino ad oggi il suo bilancio riporta tre vittorie e sei sconfitte, ripartite nei tornei di Budapest, Roma, Lione, ‘s-Hertogenbosch, Umago e US Open.

(clicca per ingrandire)

Il sorteggio effettuato nella mattinata di domenica ha fissato un derby italiano al primo turno tra Fabbiano e Caruso. Berrettini in qualità di testa di serie N.3 del seeding ha un bye e poi affronterà il vincente di Carballes Baena vs Klizan. Jannik Sinner esordirà contro la testa di serie N.6 Mikhail Kukushkin, mentre Travaglia affronterà la N.7 Adrian Mannarino.

I FAVORITI – C’è poco da inventarsi quando quattro tra le prime cinque teste di serie sono giocatori in forma e piuttosto abili su questa superficie. La Russia si affida – con ottime probabilità di vincere il torneo – al trio composto da Medvedev, Khachanov e Rublev, in rigoroso ordine di classifica. Medvedev è in condizione di forma favolosa, ma qualche perplessità sulla sua scelta di prendersi una sola settimana di riposo dopo la cavalcata di New York resta; Khachanov non ha fatto bene allo US Open, a differenza di Rublev che si è fermato agli ottavi contro Berrettini ed è decisamente in scia positiva. Entrambi, in ogni caso, hanno abbastanza dimestichezza col tennis indoor per arrivare in fondo al torneo. L’altro giocatore in grande spolvero è il nostro Matteo Berrettini, mentre la quarta testa di serie di Borna Coric forse non corrisponde al suo attuale momento di forma. In parziale crisi di risultati, il croato ha rotto di recente con l’allenatore Riccardo Piatti. Fuor di teste di serie, occhio a Klizan e Bublik, due tennisti per i quali la follia è fattore primario come anche la qualità del braccio.

COME CI ARRIVANO GLI ITALIANI – Sicuramente benissimo Berrettini e Sinner, che da New York hanno guadagnato rispettivamente la prima semifinale Slam e la prima partecipazione Slam, con tanto di sfida giocata ad armi pari contro Wawrinka. La curiosità riguarda soprattutto Sinner, il cui livello di tennis cresce a vista d’occhio; l’altoatesino è entrato nella fase di irrobustimento tecnico-tattico fondamentale per entrare in top 100 e possibilmente rimanerci a lungo. Il derby dei ‘mastini da Slam’ tra Fabbiano e Caruso vede il pugliese, decisamente più a suo agio sulle superfici rapidi, abbastanza favorito. La possibilità di sfidare Bublik (che lo ha sconfitto a New York) al secondo turno potrebbe costituire ulteriore motivazione. Ci sono discrete chance di fare strada anche per Stefano Travaglia, che ha fatto il pieno di fiducia nel circuito challenger (titolo a Sopot, semi a Como e quarti a Genova) e non parte certo sconfitto contro Mannarino.

Possibilità di accedere al tabellone principale anche per Matteo Viola, che al primo turno di qualificazione ha sconfitto il russo Vasilenko e domani affronterà il vincente di Ivashka-Tiurnev.

 

Tutti i tabelloni della settimana

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David Goffin: ce la farà?

David Goffin rischia di essere stritolato tra un vertice molto arzillo e un gruppo di Next Gen agguerrito. Ma forse può ancora dire la sua

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David Goffin - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Camminando sulle acque dell’Arthur Ashe Stadium, appena un paio di giorni prima della rovinosa caduta contro Dimitrov che forse avrebbe potuto ispirare Honoré De Balzac, Federer si era bevuto un quarto turno in tre rapidi set. Ma obiettività vuole che sia stato un vallone dagli occhi semplici e i modi garbati ad aver attratto la nostra attenzione. David Goffin non è esattamente un outsider e ha visto tempi migliori ma è comunque una piacevole conferma per chi ama il bel tennis. Qualcuno lo associa ad Agassi anche se per lo scrivente è più simile a Berdych, così come altri gli accreditano un gran rovescio mentre lui predilige più apertamente il diritto. Questione di opinioni. Ciò che mette d’accordo tutti, invece, è che il belga di Liegi sia un talento che ama il tennis completo e su ogni superficie così come, a suo tempo, deve aver suggerito papà Michel, ottimo maestro di tennis.

Non ancora trentenne, un metro e ottanta scarso per 68 chili di leggerezza, il buon Davide non entrerebbe di diritto tra i soggetti dalla stazza preoccupante! Poco importa se in cambio si rientra nella ristretta cerchia dei talentuosi dal timing tanto raffinato da replicare alle sassate in arrivo mantenendo compattezza e controllo. Una virtù, nel suo caso, da tirare a lucido tutti i giorni prima di uscire di casa. Non bastasse, c’è anche quella rara elasticità con la quale incute rispetto ogni qualvolta che la sorte lo chiama al servizio.

Dopo una crescita spesa tra futures e challenger con ottimi risultati, la grande occasione passa grazie al ritiro di Gael Monfils dal Roland Garros 2012. Un carpe diem inatteso che fa di lui un lucky loser molto lucky, e tanto equipaggiato da battere in successione Stepanek, Clement e Kubot cedendo il passo solo a Federer non prima di avergli strappato un set. Finisce l’anno tra i primi 50 e inforca un 2013 di luci e ombre che rimanda il vero salto all’anno successivo con il terzo turno agli US Open, la vittoria sulla terra di Kitzbuhel e quella sul cemento di Metz. Chiuderà in bellezza con la finale a Basilea.

Il 2015 lo vede finalista sulla terra di Gstaad e l’erba di ‘s-Hertogenbosch nonché protagonista nel match clou di Davis perso contro la Gran Bretagna di Murray. Poi, su, su, fino alla settima posizione, un paradiso dove nessun altro belga, fiammingo o vallone che sia, aveva osato issarsi prima di lui. Tutto si arresta di fronte a una maledetta pallata in un occhio che lo estromette dalla semi di Rotterdam 2018, costringendolo a uno stop che lo spinge fuori dai primi venti. È curioso constatare come il Belgio abbia sfornato molti giocatori e giocatrici dal tennis ricercato. Penso, tanto per limitarci ai più recenti, a Olivier Rochus piuttosto che a Xavier Malisse, a Justine Henin e a Kim Clijsters, tutti tennisti che hanno compensato alla mancanza del fisicaccio con un gioco di gran tocco. Probabilmente fa parte di quell’effetto traino di cui Goffin rappresenta il prodotto più avanzato.

Nell’anno in corso sembra finalmente cavalcare la ripresa. La finale di Cincinnati e i quattro turni nella Grande Mela ne sono un segnale palpabile e tutto farebbe pensare a un suo ritorno in grande stile, al netto delle incognite, naturalmente. Oggi risiede a tra i primi 15, in quella terra di nessuno dove si rischia di essere stritolati tra un vertice ancora molto arzillo e un gruppo di Next Gen col coltello tra i denti. Uscirne sarà una faticaccia!
Ce la farà?
Il virus di capire cosa sarà di lui ormai è in circolo.

Nell’anno in corso non ha grandi punti da difendere e potrebbe mettere molto in cascina. Da quanto visto in terra d’America, il sentore è che pur non parlando di lui come un giovanissimo, Goffin sia ancora nel pieno della maturazione, abbastanza fresco mentalmente e fisicamente per disputare partite importanti con buone possibilità di successo. Ora si apre il sipario dell’attività indoor e sarà interessante vederlo all’opera su una superficie che, è risaputo, richiede quelle doti naturali di cui lui è sicuramente beneficiario.

A cura di Massimo D’Adamo


Massimo D’Adamo è maestro di tennis, giornalista pubblicista ed organizzatore di eventi sportivi. Già Direttore Tecnico del Foro Italico e del Centro Nazionale di Riano, è stato Responsabile in Italia della formazione Junior, selezionatore e capitano di tutte le rappresentative nazionali. Coach internazionale, vanta collaborazioni con giocatori di Coppa Davis di Italia e Giappone. Ha già pubblicato due libri: “…IN VIA DELL’IDROSCALO” nel 2013 e “VAGABONDO PER MESTIERE” nel 2016

 

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