Numeri: Di Giuseppe e Caruso sognano, prima gioia per Jarry

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Numeri: Di Giuseppe e Caruso sognano, prima gioia per Jarry

Due grandi sorprese azzurre nella settimana appena trascorsa. Splendida l’avventura di Martina a Bucarest, sfortunato Caruso a Umago

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Martina Di Giuseppe - Roma, Antico Tiro a Volo 2019 (foto Antonio Fraioli)

0 le partecipazioni, sino alla settimana scorsa, di Martina Di Giuseppe ai tabelloni principali del circuito maggiore. La 28enne tennista romana, rallentata nella sua crescita tennistica anche da una lunga serie di problemi fisici (alle ginocchia e, fastidio piuttosto insolito per una tennista, alla mandibola) si è presentata alla sesta edizione dell’International di Bucarest senza avere ancora giocato nel circuito maggiore. Entrata tra le prime 400 nel 2016 e nella top 300 solo quattordici mesi fa, Martina, terraiola doc (tutte le 14 finali da lei raggiunte a livello ITF sono arrivate sul rosso) aveva dato la prima netta svolta alla sua carriera tra il maggio e l’ottobre dell’anno scorso, raggiungendo cinque finali ITF e vincendone due, risultati che le avevano consentito di chiudere il 2018 tra le prime 200 WTA. Con la nuova classifica, nel 2019 è così riuscita a provare (inutilmente) l’accesso ai tabelloni principali dei tre Majors sin qui giocati e ad elevare il livello del suo tennis tanto da ottenere tre vittorie contro tenniste nella top 150.

I frutti della maturazione tennistica in atto si sono visti nella capitale rumena: innanzitutto, Di Giuseppe ha superato tre turni di quali senza perdere un set, prima contro due top 300 come Jones e Sequel, poi contro Bogdan, tennista tra le migliori 200. Nel suo esordio in assoluto in un tabellone principale WTA ha sconfitto dopo due ore e mezza di battaglia l’ex 19 WTA Lepchenko, andata a servire per il match prima di essere sconfitta da Martina col punteggio di 3-6 6-1 7-6. Contro la 22enne russa Kudermetova Di Giuseppe è stata fortunata, approfittando del ritiro dell’avversaria quando quest’ultima era in vantaggio di un set. Un aiuto della Dea bendata meritato poi nei quarti, quando la romana ha liquidato con un doppio 6-4 Krejcikova, ex numero 1 nel doppio. Contro la classe 99 Rybakina è arrivato in semifinale per Martina il disco rosso, che non può intaccare la gioia per il raggiungimento del best career ranking di 149 WTA. La speranza è che sia solo l’inizio di una nuova carriera. E pazienza per il forfait a Palermo, dove avrebbe dovuto affrontare Errani grazie allo special exempt ottenuto per i risultati di Bucarest. Ci sarà modo a maniera di meritarsi altre occasioni.

3 le partite vinte nel circuito maggiore da Salvatore Caruso prima di giocare la scorsa settimana ad Umago. A 26 anni e mezzo il tennista nato ad Avola (Siracusa) sta trovando la quadratura del cerchio per giocare stabilmente nel grande tennis. Maturato tennisticamente piuttosto tardi – sino ai 22 anni e mezzo non era mai entrato tra i primi 400 e solo due anni fa ha esordito nella top 200- il tennista seguito da otto anni dal tecnico Paolo Cannova ha centrato solo negli ultimi mesi i primi risultati tennistici importanti. La prima finale ottenuta a livello challenger a Biella nel 2017 non gli aveva garantito lo sperato salto di qualità, che si sarebbe invece visto a partire dallo scorso settembre, quando, tornato fuori dai primi 200, si imponeva a Como in finale su Garin. Era l’inizio di una scalata lenta ma continua: ad ottobre all’ATP 250 di Anversa arrivava la prima vittoria nel circuito maggiore (su Bhambri, per quella che era appena la quarta vittoria contro un top 100). 

Il 2019, partito tennisticamente per Salvatore solo a marzo, è iniziato bene con il primo successo illustre della carriera, arrivato ai danni di Goffin (al Challenger di Phoenix) e poi proseguito meglio con le prime vittorie a livello Slam,  a Parigi contro tennisti di buonissimo livello come Munar e Simon: un piazzamento, quello parigino, che ha consentito a  Salvatore di arrivare a Umago da 125° giocatore al mondo. Bravo a qualificarsi (eliminando anche un cliente sempre ostico come Robredo), Caruso nel tabellone principale ha, nell’ordine, eliminato un giovane al suo best ranking, Moutet (7-5 6-0), poi il primo top 20 della carriera, Coric (6-2 3-6 6-1) e infine superato nei quarti la prova del nove rappresenatta da un terraiolo doc come Bagnis (6-4 6-0). Peccato per l’infortunio rimediato in semifinale contro Lajovic, che lo ha costretto al ritiro nel secondo set e al forfait dal tabellone di Amburgo.

Salvatore Caruso – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

4 i tornei Challenger vinti da Alexander Bublik dallo scorso novembre in poi. Il tennista russo classe 97 (ma di passaporto kazako) si è fatto conoscere sin dal 2016, raggiungendo i quarti a Mosca dopo aver sconfitto l’allora 13 ATP Bautista Agut e già nel 2017 era entrato per la prima volta nella top 100. Il 2018 era stato però un anno molto negativo per Bublik: dopo essere stato per due mesi fuori per un infortunio alla caviglia, era incappato in sette sconfitte consecutive, uscendo così  dai primo 250 del mondo. Grazie però agli ottimi risultati degli ultimi mesi nel circuito minore, Bublik dallo scorso aprile era rientrato nella top 100.

Gli mancava ancora il primo acuto a livello ATP, dove sinora aveva vinto appena nove partite (di cui sole due negli Slam) ed è arrivato sull’erba, una superficie dove aveva giocato poco e male sinora (non aveva mai vinto una partita nel circuito maggiore sui prati). A Newport, per ottenere la prima finale della carriera nel circuito maggiore ha dovuto vincere tutte le partite al set decisivo: prima con due top 150 come Bolt (6-4 2-6 7-6) e Troicki (3-6 6-36-3), poi con due avversari tra i primi 100 (Sandgren, sconfitto 0-6 6-3 6-0, e Granollers, superato con il punteggio di 7-6 3-6 6-4). In finale, dopo essere stato avanti di un break nel primo set, si è arreso col punteggio di 7-6 6-3 alla maggiore esperienza di Isner.

 

5 le partite vinte nel 2019 da Bernard Tomic nei dodici tornei ATP da lui giocati. Il 26eienne australiano nato a Stoccarda aveva chiuso prematuramente, anche a causa di un problema alla spalla, il 2018 vincendo a settembre il titolo di Chengdu, quarto della carriera (tutti tornei vinti sul cemento all’aperto). L’ex numero 17 del mondo (nel giugno 2016, dopo le semifinali al Queen’s) nel giugno 2018 a ‘s-Hertogenbosh era riuscito nuovamente ad arrivare, dopo ben due anni, tra gli ultimi quattro tennisti ancora in gara in un torneo ATP. Bernard era infatti incappato in un 2017 e una prima metà del 2018 nei quali, complessivamente, aveva raggiunto appena due volte i quarti di finale. Un periodo buio di sedici mesi nel quale, tra una serie di piccoli infortuni e una scarsa voglia di concentrarsi sul tennis, sembrava ormai irremediabilmente destinato a sprecare il grande talento che madre natura gli aveva regalato: a maggio dello scorso anno era sceso addirittura al 243 ATP.

La semifinale a ‘s-Hertogenbosh e il titolo in Cina gli avevano però permesso di chiudere per la settima volta in carriera la stagione tra i primi 100 e Bernard sembrava aver ritrovato la voglia di giocare a tennis. Impressione che si rivelava sbagliata: in questo 2019 non ha mai vinto contro un tennista nei primi 70 al mondo, raggiungendo come unico buon piazzamento i quarti al 250 di Antalya. Dopo Wimbledon, dove si è reso protagonista della discussa multa per scarso impegno nel primo turno perso contro Tsonga, la settimana scorsa a Newport è arrivata la brutta sconfitta contro Ivaskka, 141 ATP, a confermare il protrarsi del buio pesto per Bernard. 

Bernard Tomic – ‘s-Hertogenbosch 2018 (via Twitter, @LibemaOpen)

6 i tornei del circuito maggiore ai quali aveva partecipato Elena Rybakina prima di vincere il suo primo titolo, la scorsa settimana a Bucarest. La ventenne russa, naturalizzata kazaka dallo scorso anno, sta iniziando anche a livello WTA a confermare quanto di buono fatto tra le juniores: nel 2017 ha infatti vinto il Bonfiglio e raggiunto le semifinali sia a Melbourne che Parigi. In Romania Elena, al primo torneo WTA nel quale non è stata costretta a giocare le quali, ha fatto ancora meglio di quanto le fosse riuscito a Istanbul a fine aprile (arrivò ai quarti dopo aver superato la campionessa in carica Parmentier e Siniakova) e a S’Hertogenbosh un mese fa (si fermò solo in semifinale sconfiggendo, tra le altre, Flipkens e Van Uytvanck).

Questi ultimi erano stati i primi due tornei nei quali era riuscita a imporsi su tenniste nella top 100, dopo averlo fatto per la prima volta a San Pietroburgo nel 2018, torneo nel quale sconfisse Garcia, allora top 10. A Bucarest è diventata la decima tennista del 2019 a vincere il primo titolo WTA della carriera e la quarta a farlo senza perdere nemmeno un set. Per riuscirci e guadagnare un balzo in classifica di 45 posizioni (questa settimana è 65 WTA) ha avuto la meglio su Badosa, top 120 (7-5 7-6), poi sulla wc locale Cristian (6-1 6-0) e, nei quarti, sulla top 60 Kuzmova (7-6 6-3). In semifinale si è poi imposta su Di Giuseppe (6-3 6-2), mentre in finale ha avuto vita facile contro la tennista di casa e qualificata Tig (6-2 6-0). 

9 i tennisti italiani nella top 100 della Race di questa settimana. Un segnale -quando mancano circa tre mesi e mezzo alla chiusura della stagione tennistica e questa classifica risulta ormai credibile- della eccezionalità, quantomeno per le nostre latitutidini, di questo 2019. Una situazione del resto già rispecchiata dal ranking ufficiale, quello che considera le ultime 52 settimane. Se infatti il momento nero di Cecchinato (una vittoria negli ultimi otto incontri da lui giocati) si è purtroppo convertito nella sua uscita dalla top 60, salgono invece a sette gli italiani tra i primi cento grazie al rientro in tale zona di Stefano Travaglia, capace ad Umago di centrare i primi quarti della carriera a livello ATP. Nel ranking che considera i risultati da gennaio in poi, abbiamo due tennisti tra i primi dodici e un terzo, Sonego, tra i primi 50.

Non solo: rispetto alla classifica ufficiale, nella Race troviamo anche Caruso e Fabbiano nella top 100, oltre a Mager e Giustino appena fuori e altri tre (Giannessi, Lorenzi e Sinner) nella top 150. Proprio il classe 2001 altoatesino (diventa maggiorenne il 16 agosto), per la prima volta nella top 200 in carriera è forse la più bella sorpresa e speranza di questo 2019 azzurro nel quale sono stati vinti complessivamente ben cinque titoli (tra cui un Masters 1000), raggiunte due finali e altre sei semifinali nel circuito maggiore (e non vanno dimenticati nemmeno i sei tornei conquistati dai nostri giocatori a livello challenger). Una situazione paradossalmente opposta si vive nel nostro settore femminile: ormai non c’è nessuna italiana nella top 60 e solo altre due, Paolini e Di Giuseppe, sono tra le prime 150.

Se tra gli uomini la Race era lo specchio fedele dell’ottimo momento vissuto, tra le donne serve purtroppo a testimoniare il 2019 disastroso delle nostre tenniste: Paolini è prima tra le azzurre, ma è solo al 129° posto mondiale. Del resto, solo la settimana scorsa è arrivata la prima semifinale di quest’anno per un’italiana, che si va aggiungere all’unico quarto di finale precedentemente ottenuto (da Errani a Bogota). Un dato spiega meglio di mille parole la crisi: nei tre Majors giocati, le nostre giocatrici hanno vinto appena due partite, con Giorgi a Melbourne.

38 il nuovo best career ranking di Nicolas Jarry, vincitore a Bastaad del suo primo torneo ATP. Il cileno classe 95 non ha scelto male il luogo dove battezzarsi campione: lo Swedish Open non vive un bellissimo momento -in questa edizione non c’era alcun top 30 e appena quattro top 50- ma è un torneo di grande tradizione, oltre che molto amato dai giocatori che per undici anni lo hanno votato come ATP 250 dell’anno. Nel proprio albo d’oro vanta numeri 1 come Nastase, Borg, Wilander, Moya, Nadal (e anche varie conquiste italiane a firma di Zugarelli, Barazzutti, Gaudenzi e Fognini).

Il vincitore di questa edizione, Jarry, era arrivato nella top 100 solo a fine 2017, al termine di una stagione nella quale non aveva vinto nemmeno una partita nel circuito maggiore, mentre l’anno scorso il lungagnone (Nicolas è alto 198 cm) cileno aveva fatto un passo ulteriore nella sua carriera raggiungendo la prima finale a San Paolo, le semifinali agli ATP 500 di Amburgo e Rio e al 250 di Kitzbuhel, collezionato le prime partite vinte a livello Masters 1000 e Grande Slam e ottenuto i primi successi contro top 10 (Thiem e Cilic). Una predilizione per la terra (degli undici tornei in cui sin qui ha raggiunto i quarti in carriera, nove sono sul rosso) confermata anche quest’anno, con la finale a Ginevra persa dopo aver avuto due match point a favore contro Sasha Zverev, che si vendicava così della vittoria di Jarry ottenuta qualche settimana prima a Barcellona, sinora unico successo del cileno contro un top 5.

Ripresosi dopo un inizio 2019 difficile (sei eliminazioni al primo turno), oltre che in Catalogna e in Svizzera, aveva fatto bene anche a S’Hertogenbosh, dove aveva eliminato Tstitsipas, per poi raggiungere i quarti. A Baastad ha vinto il titolo senza concedere nemmeno un set, sebbene il livello degli avversari incontrati sia stato basso. Del Bonis, superato in semifinale con lo score di 6-3 6-2, col suo 70 ATP è stato infatti il tennista da lui affrontato con la classifica migliore: prima dell’argentino Jarry aveva avuto la meglio su Laaksonen (7-6 7-5), Mikael Ymer (7-5 6-3) e Chardy (6-1 6-4), mentre in finale ha superato Londero (7-6 6-4). Non gli resta, per il definitivo salto di qualità, che fare bene nei grandi tornei: negli Slam vanta due soli secondi turni, nei Masters 1000 appena un ottavo.

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Ivanisevic dice che dividerà i tornei con Vajda per scelta di Djokovic

L’off-season di Djokovic è finita: da lunedì 9 dicembre ricomincerà ad allenarsi a Montecarlo. E per il 2020 ha chiesto ai suoi due allenatore di alternarsi

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Goran Ivanesivic, che dallo scorso Wimbledon siede assieme a Marian Vajda sulla panchina di Novak Djokovic, ha rilasciato un’intervista al portale serbo ‘Zurnal‘ nella quale ha spiegato un dettaglio interessante della programmazione del serbo per la prossima stagione. Per esplicita richiesta del giocatore, infatti, nei tornei dello Slam solo uno dei due allenatori sarà al seguito di Djokovic. La divisione dei compiti è stata già definita per i quattro Major ma dovrebbe estendersi anche agli altri tornei.

Novak vuole avere un solo allenatore con sé“, ha dichiarato Ivanisevic, “quindi io e Marian abbiamo concordato che lui lo seguirà all’Australian Open e al Roland Garros mentre io a Wimbledon e allo US Open, anche se a Melbourne sarò comunque presente perché mi diverte partecipare al torneo delle vecchie glorie. Una divisione simile verrà adottata anche per gli altri tornei“. Non è certo la prima volta che, in presenza di due allenatori di spessore, il team del tennista opta per un’alternanza. Che venga però concordata e divulgata con tale anticipo è meno frequente, ma la dinamica non deve stupire più di tanto se si considera il livello di cura dei dettagli a cui Djokovic ci ha abituato. “Nel 2020 Novak sarà ancora più motivato, perché ha perso il numero 1. Per lui una sconfitta in finale equivale a un fallimento, quindi se le sue aspettative sono alte lo saranno ancora di più il prossimo anno” prosegue Ivanisevic. E onestamente non si fa fatica a credergli.

La programmazione di Djokovic per il prossimo gennaio è insolitamente fitta, perché oltre all’ATP Cup dovrebbe prendere parte anche all’ATP 250 di Adelaide in preparazione dell’Australian Open. La giostra ricomincerà tra meno di un mese, dunque l’off-season del serbo – che è durata soltanto due settimane, ovvero le due successive alla conclusione della Coppa Davis – si è già conclusa. “Iniziamo con gli allenamenti il ​​9 dicembre a Monte Carlo e il 16 andremo ad Abu Dhabi per l’esibizione“, spiega l’allenatore ed ex giocatore croato. “A Natale saremo a Dubai, poi Marian Vajda prenderà ‘il comando’ e andrà in Australia con Novak“.

 

Nel frattempo è stato diramato il tabellone del Mubadala World Tennis Championship di Abu Dhabi: Nole avrà a disposizione un bye e affronterà venerdì 20 dicembre in semifinale il vincente della sfida tra Tsitsipas e Monfils. Dovesse vincere, in finale se la vedrebbe contro Nadal, Medvedev o Chung.

Il tabellone di Abu Dhabi

IVANISEVIC: CON NOLE È PIÙ FACILE – Il che è piuttosto facile da immaginare, trattandosi di un fenomeno a livello tennistico e attitudinale, nonostante Ivanisevic abbia alle spalle esperienze sulla panchina di tennisti tutt’altro che di seconda fascia: Goran ha infatti collaborato con tre finalisti Slam, ovvero Cilic, Raonic e Berdych.

Con Cilic la cosa più importante da migliorare era il servizio perché un giocatore alto 1,98 doveva servire meglio. Ho lavorato con Berdych (meno di un anno, da agosto 2016 a giugno 2017, ndr) quando era già in calo e qualunque cosa gli dicessi rispondeva che non poteva farla. Il più complicato però è stato Raonic con il quale non c’era comunicazione. Come un muro, non capivo mai se mi avesse sentito oppure no. Aveva bisogno di uno psichiatra più che di un allenatore“. Non proprio leggerissimo il giudizio sul canadese. Con Nole invece è diverso: “Abbiamo una mentalità simile e parliamo la stessa lingua. Non è sempre facile esprimersi in inglese. È un perfezionista, vuole sempre migliorarsi e chiede consigli“.

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Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Intervista esclusiva alla giocatrice ceca, che ci svela il motivo della sua esplosione tardiva: “Sono cresciuta in ritardo, a 15-16 anni ero molto piccola e ho avuto problemi alle ginocchia e alla schiena”. Adesso però, sul campo, è uno spettacolo

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Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019

Karolina Muchova non è un cliente facile. Se noi fossimo dei venditori porta a porta (ancora ne esistono, sì), lei sarebbe probabilmente quella che dopo averci ascoltato per cinque minuti decantare le lodi del nostro prodotto, con involontaria crudeltà e un terribile sorriso di cortesia ci spedirebbe all’abitazione di fronte usando quattro parole quattro: ‘Non mi interessa, grazie‘. Di parole Karolina non è prodiga, e nonostante la sua carriera ad alti livelli sia praticamente appena iniziata è ragionevole credere che non lo sarà mai.

Lo ammettiamo, è un po’ presuntuoso ipotizzarlo dopo averci parlato per pochi minuti in una saletta dell’Hengqin International Tennis Center di Zhuhai, nel corso del WTA Elite Trophy per assistere al quale abbiamo ricevuto un gentile invito, ma se non sfruttiamo il vantaggio deduttivo delle nostre sensazioni a pelle tanto vale smettere di parlare di persona con gli atleti. Il motivo per cui abbiamo scelto di disturbare proprio lei, oltre a Sabalenka e Yastremska (che alla fine non si è nascosta troppo bene, se sull’imminente assunzione di Bajin l’avevamo stanata), è molto banale: vedere giocare dal vivo Karolina Muchova è un’esperienza profondamente appagante e volevamo capire cosa ci fosse dietro questa perfezione stilistica giustamente premiata dal secondo posto nella nostra classifica degli outfit stagionali.

Per chi volesse approfondire il bagaglio tecnico della 23enne ceca il consiglio è leggere questo mirabile articolo di AGF rispetto al quale sarebbe quasi oltraggioso fare delle obiezioni. Ci soffermeremo quindi sugli elementi di maggiore accordo – il dritto la cui preparazione ha un impronta marcatamente ‘maschile’, soprattutto nell’esecuzione inside-out, la grande varietà del servizio che non è soltanto il colpo di inizio gioco ma ha i crismi dell’apertura in una partita di scacchi, ovvero è indicazione di come Karolina vuole sviluppare il punto, e la totale completezza di soluzioni nel gioco di volo – e citeremo l’unica parziale perplessità.

 

Sì, l’esecuzione del rovescio è un po’ più rigida e non ha la fluidità del dritto, non provoca la stessa meraviglia suscitata da uno spezzone girato a 60 fps e montato in mezzo a un filmato di qualità molto più bassa, ma neanche spezza l’armonia del suo gioco. Comunque, anche dal lato sinistro, Karolina può mettere la palla quasi dove vuole. L’unico problema è che non sempre arriva per tempo sulla palla perché a fronte di una coordinazione naturale impressionante non è particolarmente veloce negli spostamenti. Per questo ha bisogno di tenere l’iniziativa e giocare alle sue condizioni; quando ci riesce, è veramente uno spettacolo di verticalità.

Karolina Muchova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

UNA CARRIERA IN RITARDO

Muchova ha iniziato la sua carriera professionistica nel 2014, a meno di considerare quel paio di partite vinte tra ottobre e novembre 2013. Senza un particolare curriculum junior alle spalle, ma incoraggiata dal padre ex calciatore Josef Mucha (centrocampista di fisico del Sigma Olomouc, 38 gol all’attivo nella prima divisione ceca) Karolina ha fatto la conoscenza del circuito ITF solo nell’anno della maggiore età.

Non credo che il fatto che mio padre fosse un calciatore abbia influito sulla mia scelta di fare la tennista” esordisce Karolina. “Più che altro, quando ero piccola mio padre mi ha fatto provare molti sport e questo mi ha aiutato a capire ‘come si fa’, come ci si muove“. La coordinazione nel gesto di cui parlavamo poc’anzi è in parte una legacy paterna e in parte la conseguenza del fatto che si sia cimentata con la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato, tentativi poi sfociati nella decisione – a circa undici anni – di proseguire solo con il tennis. Vinto il primo torneo disputato, lo ha preso come un segno per intraprendere definitivamente quella strada.

Non è stata però una strada semplice, se è vero che il mondo del tennis si è accorto di lei molto tardi, precisamente il 30 agosto 2018 quando al secondo turno dello US Open, da numero 202 del mondo, ha rimontato e sconfitto Garbiñe Muguruza. Karolina aveva 22 anni e fino a quel momento aveva trascorso appena quattro settimane in top 200; otto mesi dopo è entrata in top 100, quindici mesi dopo è la numero 21 del ranking. Quando le chiediamo perché secondo lei ci abbia messo così tanto, nonostante il talento di cui dispone, e se magari proprio il suo stile di gioco può averle reso il percorso più complicato, risponde così.

È difficile da dire. Non so perché, non lo so” dice producendosi nel primo dei soli due sorrisi che regalerà nel corso dell’intervista. Dopo una piccola pausa, prosegue: “In effetti sono in ritardo con tutto. Sì, potrebbe dipendere dal fatto che ho uno stile di gioco differente: ho dovuto imparare cose diverse per vincere le partite, soprattutto quelle più complicate. Ma questo è il mio modo di giocare e non ho mai voluto cambiarlo”.

Sono stata anche spesso infortunata quando ero più giovane e non ho disputato molte stagioni complete aggiunge come se fosse un corollario nella sua spiegazione, quando invece è probabilmente l’elemento principale, qualcosa di cui probabilmente non aveva mai fatto menzione in pubblico. “Sono cresciuta in ritardo. Come puoi vedere, sempre in ritardo! Ero molto piccola a 15-16 anni, ne dimostravo molti meno di quelli che avevo. Ho avuto problemi alle ginocchia, alla schiena, poi a un certo punto sono cresciuta molto rapidamente. Ero molto magra, ci è voluto un po’ di tempo per arrivare dove sono adesso“. Non è una passeggiata gestire le implicazioni di questa condizione clinica, che dalla descrizione di Karolina sembra riconducibile alla stessa disfunzione ormonale che ha colpito Lionel Messi. Se stai provando a diventare un atleta professionista lo è ancora meno.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Riportiamo a Karolina una nostra sensazione. Quando vediamo una mano sopraffina incrociare una mano ben più ruvida, prima ancora dell’abusatissimo elogio del contrasto di stili, emerge una sgradevole reazione istintiva, forse un po’ snobistica, quasi che non dovrebbe essere permesso a un tennista che gioca tanto male le volée di affrontare ‘impunemente’ uno (o una) che invece le esegue magistralmente. Si tratta di un’idea che il raziocinio cancella in pochi istanti, perché in fondo il gioco di volo è solo una parte del tutto, ma il retaggio dei gesti bianchi ogni tanto fa questi scherzi. Non le dà ‘fastidio’ che tante sue colleghe non tocchino bene la palla a rete, o magari questo la fa sentire più unica? “Perché dovrebbe darmi fastidio? Per me è un’ottima cosa che non ci riescano bene come me!” risponde decisa, accompagnando con il secondo e ultimo sorriso del pomeriggio.

Si fa improvvisamente seria quando la domanda verte sulla sua federazione di appartenenza e sul rapporto con le connazionali. “Sì, conosco alcune giocatrici” risponde quasi distrattamente.Con la federazione invece non ho alcun rapporto. In Repubblica Ceca, almeno per me, è stato piuttosto difficile. Ma va bene così“. Insomma, non certo una ‘cocca’ della Český tenisový svaz, la federazione ceca, ma questa dinamica potrebbe tornare a interessarle in ottica Olimpiadi di Tokyo. “Sono già adesso la quarta giocatrice nel ranking nazionale” specifica Karolina. “Ma non so esattamente quale sia il cut-off e quante giocatrici possano andarci, ma sì, mi piacerebbe. Sarebbe una grande esperienza“. Il cut-off è la posizione 56 e il numero massimo di atleti per nazione nel tabellone di singolare è quattro, dunque per il momento Karolina sarebbe dentro.

La ragazza di Olomouc, comunque, non sembra tagliata per ‘fare spogliatoio’ e per le competizioni di squadra (una sola presenza in Fed Cup quest’anno, unica in carriera). Le interessa più che altro giocare a tennis, un po’ per onorare il talento che le è stato donato e un po’ per dimostrare che anche con un gioco così difficile si può arrivare davvero in alto. Un approccio molto ‘maschio’ alla questione, se ci è concesso definirlo così, per confermare il quale è stato istruttivo vedere un set della semifinale di Zhuhai (persa in due parziali contro Sabalenka) nel box di Karolina orfano del coach Emil Miske, che comunque continuerà a lavorare con lei nel 2020. In Cina è stata infatti seguita dal fisioterapista e dallo sparring partner Miroslav, un tipo corpulento e taciturno alla maniera ceca (ci ricorda il compagno di stanza di un breve soggiorno in Turchia, qualche anno fa). Ci riesce di estorcergli qualche commento e persino la traduzione istantanea di un paio di incitamenti in lingua madre che non ci siamo appuntati e abbiamo puntualmente dimenticato; poi Karolina va sotto di un set e Miroslav si sforza di non essere rude quando ci invita a spostarci un paio di seggiolini più in là, ‘scusami ma in questi momenti a Karolina non piace vedere facce sconosciute nel box‘.

Perché sì, in effetti dietro questa corazza molto spessa che Karolina ci tiene a preservare – è abitudine costitutiva, non sembra lo faccia di proposito – ci sono delle debolezze, come le lacrime nella partita di round robin contro Kenin che non sembrava affatto in condizione di vincere e che invece poi ha vinto asciugando gli occhi e tornando a lottare. Quali sono le sue debolezze, le chiediamo dunque in chiusura d’intervista, visto che in campo sembra in grado di eseguire ogni colpo? “Credo di poter migliorare in tutto ma allo stesso tempo non direi che ho particolari debolezze. Certo, posso lavorare per fare volée migliori, dritti migliori (non sarà facile, viene da pensare, ndr), insomma lavorerò su tutto. Il prossimo anno voglio fare grandi cose“. Intanto un piccolo traguardo l’ha già ottenuto, poiché la sua pagina WTA – che fino a un paio di mesi fa non era fornita neanche di fotografia, praticamente l’unica tra le top 100 – a seguito del rimodernamento del sito ufficiale appare invece più consona al suo status di top 30.

Difficile sapere come andrà finire la storia di Karolina Muchova, se il suo congenito ritardo le concederà una tregua e le permetterà di vincere qualcosa di importante in tempo utile. Certo, sarebbe bello, ma concentriamoci su ciò che non ha bisogno del condizionale: vederla giocare a tennis è già adesso una delle esperienze migliori che un appassionato possa fare.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

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Thomas Fabbiano, piccolo è bello

Elogio di Thomas Fabbiano, centosettantré centimetri da San Giorgio Jonico. E di come ha saputo abbattere una serie di giganti

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Thomas Fabbiano - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Non credete alle favole, e nemmeno alla mitologia: nella vita di tutti i giorni, il povero Davide le becca di brutto da Golia, prepotente e tracotante. Sempre. O quasi… Già, perché di tanto in tanto succede che il mondo si ribalti, e che il piccoletto le suoni ben bene al gigante: quando accade, è chiaro, la cosa fa discutere, e in ambito giornalistico usa dirsi che ‘fa notizia’ (l’uomo che morde il cane, insomma). E se poi il fatto si ripete più di una volta, sempre col medesimo protagonista, beh, allora diventa necessario soffermarsi un attimo sulla questione, e provare ad approfondirla. Per farla breve: vogliamo parlarvi di Thomas Fabbiano, non statuario tennista tarantino – di S. Giorgio Jonico – dal… basso dei suoi 173 centimetri, 30 anni, ormai da un paio di stagioni veleggiante attorno alla centesima posizione del ranking mondiale – col picco della 70esima piazza nel settembre 2017.

Cominciamo col dire che negli Slam, da quando li frequenta, un paio di turni li passa quasi regolarmente: e con scalpi di un certo rilievo, come Wawrinka a Wimbledon 2018, Tsitsipas a Wimbledon 2019, Thiem agli US Open 2019. Non male davvero, ma non è nulla – paradossalmente – rispetto a quanto stiamo per raccontarvi. Fermi tutti però: prima vi diciamo (così, tanto per scaldare l’atmosfera) di un paio di nanetti che, in sport e tempi diversi, hanno fatto gridare al miracolo.

Il primo è Tyrone Bogues, per tutti la Pulce, che denunciando la bellezza di 159 centimetri di statura seppe far faville nientemeno che nella NBA di basket, una ventina di anni or sono. Ancora raccontano di quando stoppò il mitico Pat Ewing (2,13) in uno dei suoi consueti tentativi, solitamente coronati da successo, di schiacciata a canestro nel match fra Hornets e Knicks, anno di grazia 1993: ed oltre a questa leggendaria, chiuse la carriera con ben altre 38 stoppate (!?). Per darvi un’idea: quando giocava a Washington, il maggior divertimento dei fotografi era di metterlo accanto al compagno Manute Bol, che stazzava 2,31… Fate i conti: 72 centimetri di differenza!

 

Passiamo al calcio: Giovanni Tedesco, tamburino palermitano da 1,70, è stato per diverse stagioni all’inizio degli anni ’90 il centrocampista che segnava più gol nel campionato italiano. E l’80% buono li faceva di testa, saltando sopra marcatori di una spanna o due più alti… Arrivava quatto quatto nei pressi dell’area, a luci spente, specie sui calci piazzati: i difensori se lo perdevano – anche perché tenevano d’occhio i marcantoni avversari, mica lui – salvo ritrovarselo all’altezza del secondo palo già… in cielo, dopo un ‘terzo tempo’ da Space Jam (a proposito di pallacanestro). Lo ricordano con nostalgia in particolare a Perugia, dove era una specie di mascotte – nonché, poi, amatissimo capitano – con la sua trentina di reti in un quinquennio.

Può bastare: e ora torniamo al buon Tommasino. Australia, gennaio scorso: come al solito ci si squaglia dal caldo, ma il pugliese è abituato (e che je fa, a lui?). Fa subito fuori Kubler, per trovarsi al secondo turno con una sfida impossibile: Reilly Opelka, emergente omaccione statunitense, una specie di Hulk coi suoi 211 cm. Vederli vicini, a rete prima di cominciare, provoca un sorriso e un senso di smarrimento fra noi tifosi tricolori: poverino, ora se lo mangia vivo…Bum bum bum, ace su ace (alla fine saranno 67!), diversi ‘perfect game’, roba da ammazzare un bue: macché, il piccolo sta lì buono buono senza fare una piega, smonta l’avversario pezzo per pezzo, e dopo 5 set si guadagna il meritato trionfo. Caspita, che impresa! Dopo inciamperà in un ispirato Dimitrov, e pace…

Thomas Fabbiano e Reilly Opelka – Australian Open 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Cambiamo scenario: i sacri prati londinesi qualche mese più tardi, dove Fabbiano si trova regolarmente a suo agio. Comincia col dare la più grossa delusione stagionale a Tsitsipas, che non è di taglia ridotta neanche lui, vendicando fra l’altro la sconfitta di dodici mesi prima. Ed ecco che gli si para di fronte una seconda sagoma inquietante: è quella di Ivo Karlovic, altro mancato cestista. No, non ce la può fare, quel tipaccio viaggia costantemente oltre i 220 all’ora alla battuta, i miracoli non si ripetono… Chi l’ha detto? I soliti 5 set, i soliti giochi (diversi) senza vedere boccia, la solita tela di ragno intessuta pian piano attorno alla cavalletta, che alla lunga rimane avviluppata senza via di scampo: fantastico! Poi lo impallinerà Verdasco, ma tutto sommato cosa importa?

Per noi Thomas è un mito. Ci piace pensare che d’ora in poi insegua due obiettivi, anzi tre (l’ultimo a lungo periodo): nell’immediato, trovarsi dinanzi ad Isner in uno Slam e ribaltare pure lui, per completare… il grande Slam degli oversize. Quindi giocarsela vis à vis con Schwartzman in un duello rusticano, per il simbolico titolo di campione del mondo dei tennisti tascabili. Ma soprattutto, diventare prima o poi il numero uno di Taranto e dintorni: e qui sta l’impresa più ardua, perché in testa alla classifica siede incontrastata Robertina Vinci. Come che sia, intanto il nostro può vantarsi di esser finito in un assunto proverbiale – il nostro, quanto meno- che recita: per battere di sicuro i giganti, o sei uno dei top 3 o sei Fabbiano.     

Renato Borrelli

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