Numeri: Di Giuseppe e Caruso sognano, prima gioia per Jarry

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Numeri: Di Giuseppe e Caruso sognano, prima gioia per Jarry

Due grandi sorprese azzurre nella settimana appena trascorsa. Splendida l’avventura di Martina a Bucarest, sfortunato Caruso a Umago

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Martina Di Giuseppe - Roma, Antico Tiro a Volo 2019 (foto Antonio Fraioli)

0 le partecipazioni, sino alla settimana scorsa, di Martina Di Giuseppe ai tabelloni principali del circuito maggiore. La 28enne tennista romana, rallentata nella sua crescita tennistica anche da una lunga serie di problemi fisici (alle ginocchia e, fastidio piuttosto insolito per una tennista, alla mandibola) si è presentata alla sesta edizione dell’International di Bucarest senza avere ancora giocato nel circuito maggiore. Entrata tra le prime 400 nel 2016 e nella top 300 solo quattordici mesi fa, Martina, terraiola doc (tutte le 14 finali da lei raggiunte a livello ITF sono arrivate sul rosso) aveva dato la prima netta svolta alla sua carriera tra il maggio e l’ottobre dell’anno scorso, raggiungendo cinque finali ITF e vincendone due, risultati che le avevano consentito di chiudere il 2018 tra le prime 200 WTA. Con la nuova classifica, nel 2019 è così riuscita a provare (inutilmente) l’accesso ai tabelloni principali dei tre Majors sin qui giocati e ad elevare il livello del suo tennis tanto da ottenere tre vittorie contro tenniste nella top 150.

I frutti della maturazione tennistica in atto si sono visti nella capitale rumena: innanzitutto, Di Giuseppe ha superato tre turni di quali senza perdere un set, prima contro due top 300 come Jones e Sequel, poi contro Bogdan, tennista tra le migliori 200. Nel suo esordio in assoluto in un tabellone principale WTA ha sconfitto dopo due ore e mezza di battaglia l’ex 19 WTA Lepchenko, andata a servire per il match prima di essere sconfitta da Martina col punteggio di 3-6 6-1 7-6. Contro la 22enne russa Kudermetova Di Giuseppe è stata fortunata, approfittando del ritiro dell’avversaria quando quest’ultima era in vantaggio di un set. Un aiuto della Dea bendata meritato poi nei quarti, quando la romana ha liquidato con un doppio 6-4 Krejcikova, ex numero 1 nel doppio. Contro la classe 99 Rybakina è arrivato in semifinale per Martina il disco rosso, che non può intaccare la gioia per il raggiungimento del best career ranking di 149 WTA. La speranza è che sia solo l’inizio di una nuova carriera. E pazienza per il forfait a Palermo, dove avrebbe dovuto affrontare Errani grazie allo special exempt ottenuto per i risultati di Bucarest. Ci sarà modo a maniera di meritarsi altre occasioni.

3 le partite vinte nel circuito maggiore da Salvatore Caruso prima di giocare la scorsa settimana ad Umago. A 26 anni e mezzo il tennista nato ad Avola (Siracusa) sta trovando la quadratura del cerchio per giocare stabilmente nel grande tennis. Maturato tennisticamente piuttosto tardi – sino ai 22 anni e mezzo non era mai entrato tra i primi 400 e solo due anni fa ha esordito nella top 200- il tennista seguito da otto anni dal tecnico Paolo Cannova ha centrato solo negli ultimi mesi i primi risultati tennistici importanti. La prima finale ottenuta a livello challenger a Biella nel 2017 non gli aveva garantito lo sperato salto di qualità, che si sarebbe invece visto a partire dallo scorso settembre, quando, tornato fuori dai primi 200, si imponeva a Como in finale su Garin. Era l’inizio di una scalata lenta ma continua: ad ottobre all’ATP 250 di Anversa arrivava la prima vittoria nel circuito maggiore (su Bhambri, per quella che era appena la quarta vittoria contro un top 100). 

Il 2019, partito tennisticamente per Salvatore solo a marzo, è iniziato bene con il primo successo illustre della carriera, arrivato ai danni di Goffin (al Challenger di Phoenix) e poi proseguito meglio con le prime vittorie a livello Slam,  a Parigi contro tennisti di buonissimo livello come Munar e Simon: un piazzamento, quello parigino, che ha consentito a  Salvatore di arrivare a Umago da 125° giocatore al mondo. Bravo a qualificarsi (eliminando anche un cliente sempre ostico come Robredo), Caruso nel tabellone principale ha, nell’ordine, eliminato un giovane al suo best ranking, Moutet (7-5 6-0), poi il primo top 20 della carriera, Coric (6-2 3-6 6-1) e infine superato nei quarti la prova del nove rappresenatta da un terraiolo doc come Bagnis (6-4 6-0). Peccato per l’infortunio rimediato in semifinale contro Lajovic, che lo ha costretto al ritiro nel secondo set e al forfait dal tabellone di Amburgo.

Salvatore Caruso – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

4 i tornei Challenger vinti da Alexander Bublik dallo scorso novembre in poi. Il tennista russo classe 97 (ma di passaporto kazako) si è fatto conoscere sin dal 2016, raggiungendo i quarti a Mosca dopo aver sconfitto l’allora 13 ATP Bautista Agut e già nel 2017 era entrato per la prima volta nella top 100. Il 2018 era stato però un anno molto negativo per Bublik: dopo essere stato per due mesi fuori per un infortunio alla caviglia, era incappato in sette sconfitte consecutive, uscendo così  dai primo 250 del mondo. Grazie però agli ottimi risultati degli ultimi mesi nel circuito minore, Bublik dallo scorso aprile era rientrato nella top 100.

Gli mancava ancora il primo acuto a livello ATP, dove sinora aveva vinto appena nove partite (di cui sole due negli Slam) ed è arrivato sull’erba, una superficie dove aveva giocato poco e male sinora (non aveva mai vinto una partita nel circuito maggiore sui prati). A Newport, per ottenere la prima finale della carriera nel circuito maggiore ha dovuto vincere tutte le partite al set decisivo: prima con due top 150 come Bolt (6-4 2-6 7-6) e Troicki (3-6 6-36-3), poi con due avversari tra i primi 100 (Sandgren, sconfitto 0-6 6-3 6-0, e Granollers, superato con il punteggio di 7-6 3-6 6-4). In finale, dopo essere stato avanti di un break nel primo set, si è arreso col punteggio di 7-6 6-3 alla maggiore esperienza di Isner.

 

5 le partite vinte nel 2019 da Bernard Tomic nei dodici tornei ATP da lui giocati. Il 26eienne australiano nato a Stoccarda aveva chiuso prematuramente, anche a causa di un problema alla spalla, il 2018 vincendo a settembre il titolo di Chengdu, quarto della carriera (tutti tornei vinti sul cemento all’aperto). L’ex numero 17 del mondo (nel giugno 2016, dopo le semifinali al Queen’s) nel giugno 2018 a ‘s-Hertogenbosh era riuscito nuovamente ad arrivare, dopo ben due anni, tra gli ultimi quattro tennisti ancora in gara in un torneo ATP. Bernard era infatti incappato in un 2017 e una prima metà del 2018 nei quali, complessivamente, aveva raggiunto appena due volte i quarti di finale. Un periodo buio di sedici mesi nel quale, tra una serie di piccoli infortuni e una scarsa voglia di concentrarsi sul tennis, sembrava ormai irremediabilmente destinato a sprecare il grande talento che madre natura gli aveva regalato: a maggio dello scorso anno era sceso addirittura al 243 ATP.

La semifinale a ‘s-Hertogenbosh e il titolo in Cina gli avevano però permesso di chiudere per la settima volta in carriera la stagione tra i primi 100 e Bernard sembrava aver ritrovato la voglia di giocare a tennis. Impressione che si rivelava sbagliata: in questo 2019 non ha mai vinto contro un tennista nei primi 70 al mondo, raggiungendo come unico buon piazzamento i quarti al 250 di Antalya. Dopo Wimbledon, dove si è reso protagonista della discussa multa per scarso impegno nel primo turno perso contro Tsonga, la settimana scorsa a Newport è arrivata la brutta sconfitta contro Ivaskka, 141 ATP, a confermare il protrarsi del buio pesto per Bernard. 

Bernard Tomic – ‘s-Hertogenbosch 2018 (via Twitter, @LibemaOpen)

6 i tornei del circuito maggiore ai quali aveva partecipato Elena Rybakina prima di vincere il suo primo titolo, la scorsa settimana a Bucarest. La ventenne russa, naturalizzata kazaka dallo scorso anno, sta iniziando anche a livello WTA a confermare quanto di buono fatto tra le juniores: nel 2017 ha infatti vinto il Bonfiglio e raggiunto le semifinali sia a Melbourne che Parigi. In Romania Elena, al primo torneo WTA nel quale non è stata costretta a giocare le quali, ha fatto ancora meglio di quanto le fosse riuscito a Istanbul a fine aprile (arrivò ai quarti dopo aver superato la campionessa in carica Parmentier e Siniakova) e a S’Hertogenbosh un mese fa (si fermò solo in semifinale sconfiggendo, tra le altre, Flipkens e Van Uytvanck).

Questi ultimi erano stati i primi due tornei nei quali era riuscita a imporsi su tenniste nella top 100, dopo averlo fatto per la prima volta a San Pietroburgo nel 2018, torneo nel quale sconfisse Garcia, allora top 10. A Bucarest è diventata la decima tennista del 2019 a vincere il primo titolo WTA della carriera e la quarta a farlo senza perdere nemmeno un set. Per riuscirci e guadagnare un balzo in classifica di 45 posizioni (questa settimana è 65 WTA) ha avuto la meglio su Badosa, top 120 (7-5 7-6), poi sulla wc locale Cristian (6-1 6-0) e, nei quarti, sulla top 60 Kuzmova (7-6 6-3). In semifinale si è poi imposta su Di Giuseppe (6-3 6-2), mentre in finale ha avuto vita facile contro la tennista di casa e qualificata Tig (6-2 6-0). 

9 i tennisti italiani nella top 100 della Race di questa settimana. Un segnale -quando mancano circa tre mesi e mezzo alla chiusura della stagione tennistica e questa classifica risulta ormai credibile- della eccezionalità, quantomeno per le nostre latitutidini, di questo 2019. Una situazione del resto già rispecchiata dal ranking ufficiale, quello che considera le ultime 52 settimane. Se infatti il momento nero di Cecchinato (una vittoria negli ultimi otto incontri da lui giocati) si è purtroppo convertito nella sua uscita dalla top 60, salgono invece a sette gli italiani tra i primi cento grazie al rientro in tale zona di Stefano Travaglia, capace ad Umago di centrare i primi quarti della carriera a livello ATP. Nel ranking che considera i risultati da gennaio in poi, abbiamo due tennisti tra i primi dodici e un terzo, Sonego, tra i primi 50.

Non solo: rispetto alla classifica ufficiale, nella Race troviamo anche Caruso e Fabbiano nella top 100, oltre a Mager e Giustino appena fuori e altri tre (Giannessi, Lorenzi e Sinner) nella top 150. Proprio il classe 2001 altoatesino (diventa maggiorenne il 16 agosto), per la prima volta nella top 200 in carriera è forse la più bella sorpresa e speranza di questo 2019 azzurro nel quale sono stati vinti complessivamente ben cinque titoli (tra cui un Masters 1000), raggiunte due finali e altre sei semifinali nel circuito maggiore (e non vanno dimenticati nemmeno i sei tornei conquistati dai nostri giocatori a livello challenger). Una situazione paradossalmente opposta si vive nel nostro settore femminile: ormai non c’è nessuna italiana nella top 60 e solo altre due, Paolini e Di Giuseppe, sono tra le prime 150.

Se tra gli uomini la Race era lo specchio fedele dell’ottimo momento vissuto, tra le donne serve purtroppo a testimoniare il 2019 disastroso delle nostre tenniste: Paolini è prima tra le azzurre, ma è solo al 129° posto mondiale. Del resto, solo la settimana scorsa è arrivata la prima semifinale di quest’anno per un’italiana, che si va aggiungere all’unico quarto di finale precedentemente ottenuto (da Errani a Bogota). Un dato spiega meglio di mille parole la crisi: nei tre Majors giocati, le nostre giocatrici hanno vinto appena due partite, con Giorgi a Melbourne.

38 il nuovo best career ranking di Nicolas Jarry, vincitore a Bastaad del suo primo torneo ATP. Il cileno classe 95 non ha scelto male il luogo dove battezzarsi campione: lo Swedish Open non vive un bellissimo momento -in questa edizione non c’era alcun top 30 e appena quattro top 50- ma è un torneo di grande tradizione, oltre che molto amato dai giocatori che per undici anni lo hanno votato come ATP 250 dell’anno. Nel proprio albo d’oro vanta numeri 1 come Nastase, Borg, Wilander, Moya, Nadal (e anche varie conquiste italiane a firma di Zugarelli, Barazzutti, Gaudenzi e Fognini).

Il vincitore di questa edizione, Jarry, era arrivato nella top 100 solo a fine 2017, al termine di una stagione nella quale non aveva vinto nemmeno una partita nel circuito maggiore, mentre l’anno scorso il lungagnone (Nicolas è alto 198 cm) cileno aveva fatto un passo ulteriore nella sua carriera raggiungendo la prima finale a San Paolo, le semifinali agli ATP 500 di Amburgo e Rio e al 250 di Kitzbuhel, collezionato le prime partite vinte a livello Masters 1000 e Grande Slam e ottenuto i primi successi contro top 10 (Thiem e Cilic). Una predilizione per la terra (degli undici tornei in cui sin qui ha raggiunto i quarti in carriera, nove sono sul rosso) confermata anche quest’anno, con la finale a Ginevra persa dopo aver avuto due match point a favore contro Sasha Zverev, che si vendicava così della vittoria di Jarry ottenuta qualche settimana prima a Barcellona, sinora unico successo del cileno contro un top 5.

Ripresosi dopo un inizio 2019 difficile (sei eliminazioni al primo turno), oltre che in Catalogna e in Svizzera, aveva fatto bene anche a S’Hertogenbosh, dove aveva eliminato Tstitsipas, per poi raggiungere i quarti. A Baastad ha vinto il titolo senza concedere nemmeno un set, sebbene il livello degli avversari incontrati sia stato basso. Del Bonis, superato in semifinale con lo score di 6-3 6-2, col suo 70 ATP è stato infatti il tennista da lui affrontato con la classifica migliore: prima dell’argentino Jarry aveva avuto la meglio su Laaksonen (7-6 7-5), Mikael Ymer (7-5 6-3) e Chardy (6-1 6-4), mentre in finale ha superato Londero (7-6 6-4). Non gli resta, per il definitivo salto di qualità, che fare bene nei grandi tornei: negli Slam vanta due soli secondi turni, nei Masters 1000 appena un ottavo.

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US Open

Kerber, Svitolina, Bertens: quanti dubbi su questo US Open

In WTA si accende il dibattito su New York. Gavrilova punzecchia: “Alcuni tennisti sarebbero sollevati se il torneo venisse annullato”. Dopo Halep, altre giocatrici importanti rischiano di dare forfait

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Elina Svitolina - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Le pessime notizie che arrivano dagli Stati Uniti sul numero dei contagi hanno un risvolto anche nel mondo del tennis. Dal 14 agosto infatti si ripartirà (in teoria) con il torneo di Washington seguito a ruota dal duo newyorkese Cincinnati-US Open, ma al momento sono molti i dubbi che circolano su questi eventi. Qualche settimana fa alcuni giocatori si lamentavano delle condizioni troppo restrittive imposte dagli organizzatori dello US Open, mentre adesso la situazione sembra essersi ribaltata e in molti considerano un viaggio in America troppo rischioso. Soprattutto dalle protagoniste del tennis femminile giungono voci che indicano esplicitamente la volontà di non prendervi parte. Voci che si aggiungono alle intenzioni della numero 2 del mondo Simona Halep, che ripartirà da Palermo senza troppe intenzioni di recarsi poi negli States.

Angelique Kerber, parlando all’agenzia di stampa tedesca DPA ha detto chead oggi onestamente non riesco a immaginare che i tornei negli Stati Uniti si svolgeranno. Non penso che nessuno voglia prendere un aereo e volare a New York. Al momento nessuno sa bene cosa sta succedendo e come si evolverà la situazione”. La 32enne tedesca, che a Flushing Meadows vinse il suo secondo titolo Slam nel 2016, ha aggiunto: “Tengo fortemente in considerazione la possibilità di un contagio, mio o di un membro del team, e in quel caso saremmo bloccati senza sapere come procedere”. L’incertezza comunque la fa da padrona e lo ricorda ancora una volta: “Non sappiamo cosa succederà, potremmo non giocare per due anni o forse potremmo giocare fra tre settimane. Sarebbe meglio aspettare una settimana o due anziché iniziare troppo presto”.

Non è di un parere troppo diverso Elina Svitolina, impegnata al momento in Germania nel torneo di esibizione Bett1Aces. L’ucraina già qualche giorno fa aveva espresso i suoi dubbi: “Continuo a guardare la situazione negli Stati Uniti e ipotizzare quali rischi potrebbero esserci. Quando vedi il numero di infetti lì, è un po’ spaventoso. La situazione potrebbe essersi stabilizzata a New York, ma è molto diverso negli altri stati”. Nel frattempo, indiscrezioni provenienti da Berlino danno quasi per certo il suo rientro sulla terra madrilena.

 

Ancora incerto è invece il destino di Kiki Bertens, anche lei impegnata sull’erba di Berlino. “Penso che mi iscriverò allo US Open e a Cincinnati ma deciderò all’ultimo momento ha detto l’olandese. Al momento non vorrei andarci, francamente. Ma molto può ancora cambiare. Se è abbastanza sicuro andremo, altrimenti resteremo a casa e ci prepareremo per la stagione sulla terra battuta”. Resta poi il forte dubbio sull’eventuale quarantena da fare una volta rientrata in Europa dalla trasferta nordamericana, che la costringerebbe a saltare i tornei di Madrid e Roma. Se così fosse, Kiki non ha dubbi: “Non ci andrei. Comunque, questo può cambiare in una o due settimane. Quindi aspetto comunicati ufficiali e poi deciderò se è abbastanza sicuro andare o no, e se penso che valga la pena andarci”.

In mezzo a tante voci che esprimono incertezza sulla loro partecipazione, c’è tuttavia anche chi giudica eccessivo, persino sbagliato questo tentennamento. L’australiana Daria Gavrilova si è espressa così sull’argomento rispondendo alla sua collega Priscilla Hon: “Abbiamo la possibilità di scegliere. Personalmente mi piace sapere che ho l’opportunità di giocare e guadagnare. Ma sembra che i giocatori non vogliano prendere una decisione difficile e forse sarebbero sollevati se il torneo venisse annullato“.

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Focus

L’impari lotta del ministro Spadafora. Troppi nemici. Malagò e Binaghi, nemici alleati e poltrone assicurate

Il testo unico della legge di riforma dello sport prevede un massimo di 2 mandati per il presidente CONI e di 3 per i presidenti federali. Così Angelo Binaghi, per garantirsi il suo sesto, ha fissato le elezioni per settembre, contando che la legge non passi rapidamente

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Credo che Spadafora andrà a sbattere contro un muro. E si farà pure male. Leggo su Repubblica di questo martedì (che riprende la Gazzetta dello Sport di lunedì): Il ministro ha dichiarato guerra a quei 16 presidenti che guidano le loro federazioni da quando c’erano ancora le Torri Gemelle. E in diretta Facebook Spadafora ha annunciato il testo unico di riforma dello sport che, nelle sue maglie, contiene il limite di tre mandati per i presidenti federali. Mentre per il CONI verrebbe introdotto da subito il limite di due mandati. Se la norma non sparirà dalla bozza, Malagò sarebbe ineleggibile già nel 2021.

Il testo è una legge delega che non necessita di approvazione parlamentare, ma deve passare in Consiglio dei ministri a fine mese – le vacanze estive però incombono – e prima per i partiti di maggioranza: questo martedì tocca a LEU e Italia Viva, mercoledì a PD e 5 Stelle. Molti scommettono che il testo unico possa essere ampiamente ritoccato. Troppi presidenti federali, in carica dal 2000, non vogliono mollare la loro poltrona e cercano di accelerare le nuove elezioni – quando essendo state rinviate le Olimpiadi queste avrebbero potuto essere indette fino all’autunno 2021 – perché l’obiettivo principe è conquistarsi altri quattro anni di potere. Così si è subito mosso Angelo Binaghi – come avete letto in questo articolo – che ha prima convocato il consiglio direttivo della FIT al Fort Village un paio di weekend fa (ovviamente tutti spesati i consiglieri per il viaggio e l’alloggio in Sardegna, ma non i 60 invitati a celebrare il suo sessantesimo compleanno nel costoso resort sardo) e poi ha fissato l’assemblea elettiva per settembre. 

Se Binaghi avesse aspettato il 2021 magari avrebbe potuto diventare legge il testo unico di Spadafora e il dirigente sardo avrebbe dovuto nominare un “re travicello”, da sostituire dopo un quadriennio, un po’ come ha fatto in Russia Putin quando, avendo esaurito i tempi del suo mandato, aveva messo al suo posto il debole Medvedev, giusto il tempo necessario per poi tornare in sella, dopo aver continuato a guidare i Paese alle sue spalle. Il problema di Spadafora è che sta pestando troppi piedi “illustri” e pesanti, in una sola volta, per non essere costretto a rivedere la sua posizione. Malagò e Binaghi, giusto per menzionare due persone che sarebbero toccate dal testo unico Spadafora, sono come cane e gatto ormai da tempo. Cioè da quando Binaghi si era alleato con la Lega e il precedente responsabile dello sport, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti, per esautorare il CONI sotto il profilo economico e dar vita a “Sport e Salute” che dei 450 milioni annui che “gestiva” il CONI se ne è presi circa 400, lasciando briciole di soldi e potere a Malagò. 

 

Se avesse potuto, Malagò avrebbe “fulminato” Binaghi, come già aveva sognato di poter fare all’epoca in cui Binaghi si era schierato nelle elezioni del presidente del CONI a favore di Pagnozzi (candidato del precedente presidente CONI Petrucci) dicendone di cotte e di crude sul conto di Malagò, accusato di combinare ogni tipo di disastro. Poi Binaghi, grazie anche ad alcune astute passerelle televisive offerte a Malagò su Supertennis (lo strumento di potere di cui Binaghi si serve disinvoltamente per favorire gli amici di vecchia data, e quelli da conquistare, in aggiunta ai circoli elettori che pur di comparire su “Circolando” farebbero carte false) si era riavvicinato a Malagò (per una volta assai ingenuo), prima di pugnalarlo alle spalle facendo lobby per “Sport e Salute”. 

Ma ora, così vanno le cose nel nostro Bel Paese, il testo unico di Spadafora ha il suo tallone d’Achille nel fatto che ricompatta anche i nemici Malagò e Binaghi che in questa battaglia contro le intenzioni di Spadafora si ritrovano alleati. 

Troppi centri di potere, ammanicati con i più diversi partiti, mi fanno ritenere che non prevarrà la logica di chi dice basta “a 16 presidenti che guidano la loro federazione sin da quando c’erano ancora le Torri Gemelle”. Non frequento i salotti, anzi… i corridoi della politica, ma quando c’è da mettersi contro troppa gente tutta insieme, anche i presunti “rottamatori” di solito si arrendono. Ogni allusione al mio concittadino Matteo Renzi è puramente casuale. 

Il ministro Vincenzo Spadafora

Voglio aggiungere, peraltro, a quanto ho appena scritto – nel probabile caso che i lettori mi attribuiscano, a seguito di queste righe, la volontà di mandare a casa Binaghi… che purtroppo e pur con tutti i gravi difetti che certamente imputo a Binaghi, non vedo (soprattutto da qui a settembre) né un qualche coraggioso oppositore degno di considerazione, né all’interno dell’attuale compagine governativa federale, qualcuno in grado di sostituirlo con benefici per l’immediato futuro del tennis italiano. 

Che è poi l’unica cosa che mi sta a cuore. Fra l’altro in tempi recenti la FIT si è ravveduta su diversi punti che io sostenevo da sempre: 

  1. la necessità di non far più guerra ai team privati e ai loro coach, affiancandoli invece con strutture e personale federale
  2. il sostegno economico ed organizzativo a chi volesse organizzare tornei di livello professionistico, ATP, WTA (come Palermo) e challenger
  3. promuovere il tennis anche attraverso eventi tennistici (vedi ATP-Next Gen, pur costata un occhio della testa al bilancio) e le finali ATP a Torino per il prossimo quinquennio, una manifestazione di indubbio prestigio e risonanza mondiale. 

Eppure Binaghi, che queste considerazioni le condivide certamente, è talmente terrorizzato di poter perdere la poltrona (che nessuno gli può togliere da sotto il sedere nell’arco di tre mesi e secondo me neppure in un anno o due) che per non correre il minimo rischio, ha fissato le elezioni per settembre. Ciò per prendere in contropiede qualsiasi testo legislativo non approvato e qualsiasi abbozzo di candidatura alternativa da parte di una improbabile opposizione. La quale, ricordo a chi non lo sa, per una norma statutaria introdotta da Binaghi nel 2009, dovrebbe essere avallata dalle firme dichiarate (e quindi con il brutto rischio di dispiacere a Binaghi e ai suoi che probabilmente manterranno il potere… perchè organizzati da anni per farlo). Lo statuto prescrive che una candidatura alle elezioni della FIT debba essere sostanziata dalla firma di 300 società sportive (appartenente a più di 5 regioni) e non solo.

  • Le 300 società sportive sono i circoli di tennis gli Affiliati aventi diritto al voto, appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione (una norma che dice tutto…)
  • devono firmare anche almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione
  • devono firmare in appoggio al candidato almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Il problema è trovare 300 società che firmino? Certo!

Si lasci perdere il punto 2 e 3 per i quali chi voglia candidarsi alla presidenza può sempre riuscire ad organizzarsi. Ma trovare, per chi non lo è già e non ha quindi rapporti con i comitati regionali, 300 circoli… che sottoscrivano una candidatura alternativa a quella del presidente, e minimo 10 per regione in 5 regioni, significa mettere su una tal macchina organizzativa …che ci vorrebbero almeno un paio d’anni per metterla in moto. Forse Trump o Biden potrebbero provarci. E talmente dispendiosa da scoraggiare chiunque a buttarsi dentro a una simile battaglia. Bisognerebbe che fosse ricchissimo, appassionatissimo, e…nullafacentissimo! 

Binaghi poteva stare tranquillo anche se le elezioni si fossero fatte nel 2022, credetemi. Organizzandole per il settembre 2020, secondo me, lascia solo l’impressione di uno che ha paura dei fantasmi e, di nuovo, non fa una bella figura. Sembra davvero troppo interessato, ma perché? Ma è anche vero che alla stragrande maggioranza degli appassionati di tennis, queste vicende non interessano proprio per nulla.

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Al femminile

Wimbledon 2020 virtuale: fuori Williams e Kvitova, chi sarà la campionessa?

Seconda settimana dei Championships, arrivano le partite decisive. Prevarrà l’esperienza di Halep o Pliskova oppure la linea verde di Andreescu o Kenin? O vincerà una outsider?

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Seconda parte del nostro torneo di Wimbledon 2020 virtuale.
Trovate QUI l’articolo dedicato alla prima settimana.
Per la spiegazione su come è stato composto il tabellone di partenza vedi QUI. Mentre per le regole che illustrano i criteri per stabilire le vincitrici delle partite vedi QUI.

Questo è il tabellone, come lo avevamo lasciato al termine del terzo turno:

Day 7: Ottavi di finale
Il lunedì della seconda settimana di Wimbledon, il cosiddetto “Manic Monday” è considerato da molti appassionati una festa del tennis, per l’alto numero di partite importanti che propone. Io però la vedo in modo un po’ diverso. L’affollamento di match interessanti avviene perché non si gioca di domenica, e visto che il martedì vanno già disputati i quarti di finale (quindi senza il normale giorno di pausa fra turni), gli organizzatori sono obbligati a programmare tutte le partite all’inizio della giornata, in modo da garantire un minimo di equità sulle ore di riposo.

La conseguenza è un affastellamento quasi ingestibile, che obbliga a forzate rinunce. Andare in tribuna a seguire un match dal vivo, infatti, significa non solo perdere gli altri cominciati alla stessa ora, ma anche, se per caso la partita si allunga, buona parte di quelli successivi.

L’alternativa è rimanere in sala stampa e utilizzare il proprio monitor per fare zapping tra i diversi campi, oppure sintonizzarsi su un match diverso da quello del collega vicino, e seguire più partite in contemporanea.

Wimbledon – Sala stampa piano terra

Stare al chiuso a guardare un monitor, quando a pochi metri hai il tennis reale, non è esattamente la mia concezione di inviato, eppure negli anni passati ho quasi sempre optato per questa soluzione, per non perdere troppi avvenimenti di giornata.

Ma non questa volta; saltando dal Court 1 al Centre Court, c’erano buone possibilità di seguire dal vivo due partite quasi imperdibili: prima Muguruza contro Pliskova, poi Williams contro Andreescu. Trascurando però altri match allettanti, come Kenin contro Martic e Kvitova contro Ostapenko. Ma, come detto, durante il “Manic Monday” si finisce in ogni caso per perdere molto tennis. Veniamo comunque alle partite.

Halep, Stephens e Sabalenka (rispettivamente contro Mertens, Mladenovic e Pavlyuchenkova) hanno fatto valere la loro migliore classifica, e hanno superato l’ostacolo in due set. Una sottolineatura in più per Sabalenka, per due motivi: perché aveva perso l’unico precedente con Pavlyuchenkova, ma soprattutto perché con questa vittoria approda per la prima volta in carriera ai quarti di finale di uno Slam.

Rispetto ai pronostici della vigilia, la grande sorpresa di giornata è la sconfitta nettissima di Naomi Osaka contro Greet Minnen (6-3, 6-0). Di fronte a un punteggio così marcato, è difficile trovare un senso affidandosi solo a spiegazioni tecniche; in questi casi quasi sempre l’aspetto preponderante è quello mentale. Per questo forse la cosa migliore è affidarsi alle parole della stessa Osaka in conferenza stampa: “Ho iniziato molto emozionata, ma può capitare, specie nelle partite degli Slam. Ma poi, forse a causa del break subito in apertura, non sono mai riuscita a liberarmi dalla tensione iniziale, per cominciare a esprimermi serenamente. A quel punto è stato come giocare con uno zaino sulle spalle, che diventava sempre più pesante a ogni game perso”.

Petra Martic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Petra Martic ha sconfitto di nuovo Sofia Kenin, come era accaduto all’inizio del 2019 ad Auckland. Da allora Kenin è sicuramente cresciuta sia sul piano tecnico che come status nel circuito, grazie al successo all’Australian Open 2020. Probabilmente l’erba ha però aiutato Martic, che ha potuto evidenziare le proprie qualità al servizio. Grazie ai molti punti legati al colpi di inizio gioco, Petra è riuscita a evitare troppi scambi lunghi, con il rischio di rimanere impigliata nella ragnatela tattica di Kenin. Risultato finale: 5-7, 6-3, 6-4 per Martic.

Lascia i campi di Church Road anche Petra Kvitova, che deve quindi rimandare al 2021 la speranza di fare tris a Wimbledon. Anche lei vittima di Jelena Ostapenko, che in questi Championships ha già sconfitto tre teste di serie: prima Bencic (numero 8), poi Strycova (numero 32), ora Kvitova (numero 12).

Come detto, non ho seguito il match per intero, ma rivedendo le fasi salienti al ritorno in sala stampa, sottolineerei questo: Petra è sembrata in controllo fino al 6-3, 3-3. Poi ha avuto un passaggio a vuoto nel finale di secondo set, che ha incrinato la sicurezza dei suoi colpi. Al contrario Ostapenko ha preso fiducia, e nella seconda parte del match è stata lei a diventare più incisiva (3-6, 6-3, 6-4). Risultato a sorpresa fino a un certo punto, visto che i precedenti fra le due giocatrici erano quasi in equilibrio (4-3 Kvitova).

Petra Kvitova – Wimbledon 2017

Pliskova contro Muguruza era un confronto fra ex numero 1 WTA. La partita prometteva molto, ma alla fine non ha offerto particolari emozioni. I precedenti fra Karolina e Garbiñe indicavano una chiara favorita (8-2 per Pliskova), e non ci sono state sorprese. Con un doppio 6-3 Pliskova ha confermato di trovarsi bene contro Muguruza; quello che forse merita di essere sottolineato è che con questo risultato Karolina raggiunge per la prima volta i quarti di finale a Wimbledon. Nel 2018 e 2019 gli ottavi le erano sempre stati fatali: due anni fa contro Bertens, lo scorso anno contro Muchova, nel memorabile match terminato 13-11 al terzo.

Per chiudere, la partita più attesa della giornata, rivincita della finale dello scorso US Open: Bianca Andreescu contro Serena Williams. Serena è partita meglio, con un primo set impeccabile soprattutto alla battuta. Grazie al servizio molto efficiente le è bastato un break per chiudere il primo set 6-3.

Ma nel secondo set Andreescu ha cominciato a rispondere più efficacemente, è riuscita a muovere di più il gioco mettendo in evidenza i limiti di Williams negli spostamenti. E così Bianca è arrivata a servire per il set sul 5-3. Ha perfino mancato di un soffio un set point (il nastro ha bloccato un dritto in avanzamento che sarebbe stato vincente). Scampato il pericolo, Serena ha reagito e forzato la decisione del set al tiebreak. Bianca però non si è abbattuta e lo ha vinto con un certo margine (7-3).

Pareggiati i conti, sullo slancio Andreescu si è portata avanti di un break all’inizio del terzo set. Poi ha perso il vantaggio, ma l’ha di nuovo riottenuto, riuscendo alla fine a chiudere 3-6, 7-6, 6-4. A conti fatti Andreescu è ancora imbattuta su tre confronti avuti con Serena Williams, e si presenta come unica Top 10 sopravvissuta nella parte alta del tabellone. Ecco il riepilogo degli ottavi di finale:

a pagina 2: I quarti di finale

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