Figli e figliastri: montepremi restituito a Tatishvili, non a Tomic. Brutto paternalismo

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Figli e figliastri: montepremi restituito a Tatishvili, non a Tomic. Brutto paternalismo

Esiste l’unità di misura dell’impegno? Come si fa a decretare chi merita il montepremi e chi no? Questa decisione crea un precedente pericoloso

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Di paternalismo s’è parlato a Wimbledon, per il sacrosanto rimbrotto di Johanna Konta al giornalista del Daily Mail, ma di paternalismo si potrebbe parlare ancora a sei giorni dalla conclusione del torneo. Per circostanze completamente differenti, che riguardano gli effetti dell’introduzione della regola che dal 2018 pone i primi turni degli Slam sotto una lente d’ingrandimento particolarmente inquisitoria: chi non s’impegna a sufficienza, in buona sostanza, rischia di dover restituire il montepremi guadagnato.

È accaduto al Roland Garros alla statunitense di origini georgiane Anna Tatishvili, al rientro dopo quasi due anni di inattività per problemi reiterati alla caviglia, e a Bernard Tomic sui prati di Wimbledon. Tatishvili – best ranking di n.50 nel 2012 – non disputava un incontro ufficiale dall’ottobre 2017; era la semifinale di un anonimo 25K presso il Palmetto Tennis Center di Sumter, South Carolina. Ha fatto il suo ritorno alle competizioni ufficiali contro la ben strutturata Maria Sakkari, 29esima testa di serie a Parigi, e ovviamente è stata spazzata via dal campo con il punteggio di 6-0 6-1. I commissari parigini non ci hanno pensato due volte e si sono ripresi i 46000 euro previsti per la sconfitta al primo turno, accusandola di non aver rispettato gli standard professionali.

Tomic, invece, ha semplicemente fatto… Tomic: già capace di perdere una partita al meglio dei tre set in 28 minuti (contro Nieminen, a Miami nel 2014), ha aggiornato il libro dei record di Wimbledon facendosi battere in appena 58 minuti da Tsonga (6-2 6-1 6-4). Nel nuovo millennio solo Falla era riuscito a fare ‘meglio’, perdendo in 54 minuti da sua maestà Federer nel 2004. Tomic ha tentato poi di battere il record della conferenza più corta di sempre, dimenticandosi che Medvedev se l’era cavata con undici parole in tutto a Parigi, e dopo un paio di giorni ha ricevuto la prevedibile notizia della multa. Anche lui, come Tatishvili, ha dovuto restituire l’intero montepremi (45000 sterline).

Tatishvili e Tomic sono i primi casi, da quando la regola è stata istituita, di multe inflitte a seguito di incontri portati a termine; gli altri ‘lack of effort‘ erano stati ravvisati solo in relazione a ritiri sospetti. In effetti la ratio di questo comma dei regolamenti Slam, assieme alla possibilità di guadagnare comunque metà del montepremi previsto in caso di ritiro pre-partita (l’altra metà va al lucky loser), è proprio il tentativo di eradicare la pratica del ‘prendi i soldi e scappa’, che negli ultimi anni aveva ingolosito molti giocatori: scendere comunque in campo nonostante una condizione psicofisica, ritirarsi – se va bene – a metà partita e incassare comunque l’assegno. Con la nuova regola, chi si è guadagnato l’ingresso in tabellone ma non è in grado di scendere in campo, riceve comunque un congruo ‘risarcimento’.

L’ESITO DEI RICORSI – Ad ogni modo, Tatishvili e Tomic hanno deciso di ricorrere entrambi contro la decisione avversa. Ottenendo riscontri differenti. Il Board Slam ha riconosciuto le attenuanti del caso alla tennista di passaporto statunitense, che aveva presentato un ricorso di ben 40 pagine, e ha deciso di restituirle l’intero montepremi. La linea di difesa dei due avvocati di Tatishvili spazia dalla ricostruzione dei problemi fisici della tennista al confronto con alcuni episodi simili avvenuti in campo maschile, agitando addirittura lo spauracchio di una discriminazione gender-based.

Una considerazione piuttosto avventata, specie alla luce di quanto sarebbe stato deciso a Wimbledon poco più di un mese dopo e soprattutto del comportamento differente di Bill Babcock, direttore del Board Slam, che avrebbe invece deciso di confermare la multa a Bernard Tomic. Due casi differenti, certo: Tomic non tornava dopo due anni di stop né aveva una caviglia notoriamente malconcia, e sulle sue spalle pendeva anche l’aggravante di un comportamento reiterato.

In questa sede, però, vogliamo porre l’attenzione su due fattori. Il tono – paternalistico, appunto – della lettera di risposta di Babcock a Tomic e il pericolo che la discrezionalità di questa regola sembra poter foraggiare.

Come ha fatto notare Ben Rothenberg, estensore dell’articolo comparso sul New York Times, mentre Tatishvili ha ricevuto addirittura un ringraziamento per il dossier approfondito, Tomic è stato dipinto senza mezzi termini come un caso senza speranza. Non dal cugino, ma dal presidente di un organo di governance tennistico.

Nel tuo caso, Bernard, sono sicuro che concorderai con il fatto che non ci sono motivi per credere che il tuo comportamento cambierà. Se però ci fosse una probabilità che tu possa dimostrare rispetto per i tornei dello Slam e per lo Sport (e per te stesso), sono disposto a darti un’ultima chance. Questi sono i patti: se non commetterai altre violazioni nei prossimi otto tornei dello Slam ai quali parteciperai, allora ti verrà restituito il 25% della multa. Devo ammetterlo, sono scettico a riguardo. E senza dubbio molti altri saranno persino più che semplicemente scettici. Buona fortuna e spero tu possa sorprendermi in futuro. Non esitare a contattarmi se hai qualche domanda“.

 

Non è esattamente il modo in cui, di norma, il responsabile di un organo decisionale si rivolge all’imputato. In queste poche righe traspare molta (troppa?) soggettività, senza contare che non può esistere verità giuridica senza beneficio del dubbio, un beneficio che Billcock ammette apertamente di non concedere in ragione del suo pregiudizio nei confronti di Tomic. Inoltre, ‘l’accordo’ proposto al giocatore australiano contravviene alla decisione stessa: se il Board è convinto – e su questo pare non ci siano dubbi – che Tomic non meriti il montepremi, perché permettergli di recuperare anche solo un quarto di quella somma? Sembra davvero una carotina fuori luogo dopo il colpo di bastone.

Una condizionale simile era stata imposta a Fognini dopo la squalifica di New York 2017, in presenza però di una violazione del regolamento piuttosto concreta, non soggetta a interpretazioni. Il punto infatti sembra proprio questo: al di là del tono di Billcock, che non sembra adeguato alla situazione, è giusto che dei commissari seduti in poltrona possano sindacare su un concetto tanto aleatorio come quello dell’impegno sul campo da gioco? 

A proposito di Tatishvili, Billcock ha scritto che non c’erano prove del fatto che non stesse profondendo il massimo impegno, e anzi che ‘nonostante il punteggio, è chiaro – ed è confermato dallo stato di forma dell’avversaria – che tu abbia giocato con impegno dal primo all’ultimo punto, sebbene senza successo’. Lo ribadiamo, tra il caso di Tatishvili e Tomic c’è differenza, ma fare una distinzione tanto netta sulla base delle sensazioni crea un precedente piuttosto pericoloso. Perché di sensazioni si tratta, non giriamoci troppo attorno, e tali rimarranno finché il sistema internazionale non ammetterà l’unità di misura dell’impegno (i JoulEffort? o magari l’Amp-egno?).

Insomma, Tomic potrà anche essere un caso senza speranza ma è bene che lo sport smetta di credere che esista un solo modo per competere, che lo sport sia soltanto il meraviglioso esempio di Ferrer, la maniacale dedizione di Nadal, la compostezza di Federer. Ognuno compete come gli pare, e se ha guadagnato i diritti per partecipare a un torneo dello Slam significa che – nel rispetto di regole oggettive e concrete – deve poter accedere al premio in denaro. In sintesi: togliere il montepremi a Tatishvili era stato un atto di indelicatezza planetaria, non restituirli a Tomic (in questi termini, poi) un refolo di ‘paternalismo da divano’ di cui avremmo volentieri fatto a meno.

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Novak Djokovic è il re del quinto set. O forse no?

Il serbo ha il miglior rendimento sulla lunga distanza tra i Big Three, ma tra i tennisti in attività c’è chi ha fatto di meglio

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Inutile girarci intorno, per un appassionato di tennis non c’è cosa più affascinante del poter assistere al quinto set di una partita equilibrata e emozionante. Allo stesso tempo, per un tennista il quinto set rappresenta la prova più dura, sia dal punto di vista fisico che mentale. Avere un buon record in questo genere di partite è indice di una forza, mentale ancorché tennistica in senso stretto, che difficilmente può essere sottovalutata. Vero è però che nella attuale top 10 ad esempio, si trovano situazioni molto diverse per quanto riguarda questa particolare voce statistica, ma ci arriveremo più avanti.

Il caso dei Big Three: chi fa meglio al quinto?

La domanda a cui vorremmo rispondere prima è la seguente: chi tra i Big Three se la cava meglio sulla massima distanza? Se vi sembra che la risposta a questa domanda sia facile, probabilmente avete indovinato. Il record migliore è quello di Novak Djokovic. Passiamo allora ad un altro quesito: c’è davvero il divario che immaginiamo tra Roger Federer, spesso accusato di avere una minor tenuta mentale e fisica, e due giocatori come Djokovic e Nadal?

Di seguito il bilancio al quinto set dei tre dominatori dell’era moderna (dati di TennisAbstract):

 
  • Novak Djokovic 31-10 (75,6%)
  • Rafael Nadal 22-12 (64,7%)
  • Roger Federer 32-23 (58,2%)

I numeri sembrano abbastanza chiari e sono più o meno quelli attesi. Quando il gioco si fa duro, Djokovic è il più pronto dei tre. La resistenza fisica del numero uno al mondo è riconosciuta da tutti, ma come sempre a fare la differenza è probabilmente l’aspetto mentale. Spicca in effetti la capacità di Nole di incassare colpi, dell’avversario e del tifo avverso, e di trarne nuove energie. Della sua forza mentale, del resto, vi avevamo offerto un altro punto di vista statistico in questo articolo. Altro dato a favore della forza di Djokovic è il saldo nelle finali Slam conclusesi al quinto set: quattro vittorie (Australian Open ’12 e ’20, Wimbledon ’14 e ’19) e una sola sconfitta (US Open ’12 contro Murray, dopo essere stato in svantaggio di due set). In particolare la reazione al quarto set perso contro Federer nel 2014, i due celeberrimi match point annullati nel 2019 e la recente vittoria in Australia contro Thiem sono manifesti evidenti della grande resilienza di Djokovic.

Anche i dati di Nadal sono piuttosto buoni. Non sorprende il 4-0 negli incontri su terra battuta (menzione speciale ovviamente per le finali di Roma 2005 e 2006, rispettivamente contro Coria e Federer), mentre sorprendono un po’ di più alcune delle sconfitte: in primis quelle del 2016 contro Verdasco in Australia e contro Pouille a New York, ma anche la grande rimonta di Fognini agli US Open 2015 (unica volta in cui Nadal ha sciupato due set di vantaggio) e con Muller a Wimbledon 2017.

Meno appariscenti, ma in parte ce lo si aspettava, i numeri di Federer. Lo svizzero è quello tra i tre con più vittorie e il suo bilancio non è comunque malvagio (poco meno del 60% di successi), ma le sue statistiche sono molto lontane da quelle dei suoi più grandi rivali. A un primo sguardo si potrebbe dedurre che con l’avanzare dell’età il record di Federer sia peggiorato dovendo affrontare avversari nel loro prime fisico e tecnico, ma analizzando meglio l’andamento dei match questa ipotesi naufraga. Dall’Australian Open 2017 a oggi il record di Federer al quinto set è 8-3. In due delle tre sconfitte lo svizzero aveva praticamente la partita in mano (due set di vantaggio contro Anderson a Wimbledon 2018 e due match point contro Djokovic a Wimbledon 2019). Le prestazioni di Roger dunque non sono affatto peggiorate, anzi è probabile che la minuziosa e stringata programmazione, unita a un tennis più rapido e meno dispendioso, faccia di lui un avversario ancora molto temibile per tutti sulla lunga distanza, forse addirittura più di prima.

Roger Federer – Australian Open 2017

Proviamo ora a scendere ancora più nel dettaglio prendendo in considerazione solo i match contro i top 10:

  • Novak Djokovic 14-6 (70%)
  • Rafael Nadal 7-5 (58,3%)
  • Roger Federer 11-16 (40,7%)

Le sorprese non mancano. Se da una parte il divario tra Djokovic e i due rivali è aumentato, dall’altra balza all’occhio il bilancio negativo di Federer. Partiamo da Nole per apprezzare ancora una volta quanto possa essere sottile la linea tra grandezza e mediocrità (relative, s’intende). In ben quattro delle sue quattordici vittorie, il serbo ha annullato match point all’avversario: tre volte a Federer (US Open ’10-’11 e Wimbledon ’19) e una a Tsonga (Roland Garros 2012). Sono discorsi che lasciano un po’ il tempo che trovano, ma se avesse perso quelle partite, il suo bilancio sarebbe in perfetta parità (10-10).

Più articolato il discorso su Federer. Anche in questo caso verrebbe da pensare che aver dovuto affrontare, a trent’anni suonati, avversari come Nadal e Djokovic di cinque/sei anni più giovani e al massimo della condizione abbia avuto un peso significativo. In realtà non è così. La fama di giocatore un po’ “morbido” (il termine va ovviamente relativizzato) segue Federer dagli inizi della carriera e proprio nei suoi primi anni affonda le radici più solide. Dei primi undici incontri nei quali è stato costretto al quinto da un top 10, lo svizzero ne ha vinti soltanto tre. Roger dunque non brillava in questo tipo di incontri già dai tempi in cui i suoi maggiori avversari erano Hewitt, Safin, Enqvist, Haas, Novak e Nalbandian. Il dato si inserisce in un quadro più generale che fino alla fine del 2008 lo vedeva girare sul tour con un per niente impressionante saldo di 12-11 negli incontri terminati alla massima distanza.

Gli altri Top 10 e il vero re del quinto set

Allargando lo sguardo agli altri giocatori che attualmente compongono la top 10 del ranking ATP, si riscontrano non poche sorprese, a partire dall’impietoso bilancio di zero vittorie e sei sconfitte di Daniil Medvedev, nonostante si avvalga del supporto di un data analyst. Altrettanto sorprendente a una prima occhiata il record estremamente positivo di Alexander Zverev: 13-6 (68,4%). Il dato sembrerebbe confutare la sua presunta fragilità mentale negli Slam (unici tornei al giorno d’oggi si gioca al meglio dei cinque set). Scrutando dietro la tenda opaca dei freddi numeri però si va a scoprire che il ranking medio degli avversari che lo hanno portato al quinto è 51. Essendo ormai da quasi quattro anni un top 10 affermato, il dato si ridimensiona un po’ e lascia il posto alla seguente domanda: è più importante non cacciarsi nei guai contro tennisti di classifica molto più bassa o saperne comunque uscire il più delle volte quando accade? Ciascuno scelga la risposta che preferisca, per completezza aggiungiamo che non ha mai battuto uno dei primi dieci al quinto set (0-3).

Anche le statistiche di Dominic Thiem, attuale numero tre del mondo e primo antagonista dei Big Three negli ultimi anni, hanno un che di inaspettato: 8-7 il totale e 1-2 contro Top 10. Quest’ultimo dato è addolcito dal fatto che non si tratta di top 10 “qualunque”, ma di Nadal e Djokovic, mai classificati peggio del numero 2 al momento delle loro sfide.

Il miglior record tra i primi dieci tennisti del mondo però lo detiene David Goffin che con il suo 76,5% (13-4) supera persino Djokovic. Il campione delle partite è ovviamente inferiore e anche in questo caso il ranking medio degli avversari non è altissimo (65), ma 7 volte su 17, ovvero nel 41% dei casi, il belga aveva una classifica più bassa del tennista di là dalla rete.

Neanche lui però è il giocatore con il miglior record tra quelli in attività. La corona di re del quinto set infatti è mollemente adagiata sulla testa di Kei Nishikori, sempre che la perifrasi “in attività” possa ancora accostarsi al tennista giapponese – che non disputa un incontro ufficiale dalla sconfitta allo US Open 2019 contro de Minaur. Il suo taccuino riporta un saldo di 23 vittorie e sole 6 (79,3%), oltre ad un eccellente 7-1 contro i Top 10; ben cinque di queste vittorie contro top 10 sono arrivate allo US Open, l’unico Slam nel quale abbia raggiunto la finale. Proprio nel 2014, prima di arrendersi a Cilic all’ultimo atto, aveva avuto bisogno di cinque set per rimontare Raonic (numero 6 del mondo) agli ottavi e Wawrinka ai quarti (numero 4).

Kei Nishikori – US Open 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

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Fabio Fognini si opera in artroscopia a entrambe le caviglie

Lo stop normalmente è di circa 40-60 giorni, ma con la doppia operazione i tempi potrebbero allungarsi. Una decisione che Fabio meditava già da due anni, ora diventata inevitabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

Se esiste un momento ideale per risolvere chirurgicamente – si spera in via definitiva – un problema fisico, questo momento è di sicuro l’off-season. Dunque quale momento migliore di una off-season supplementare, dalla durata ancora incerta, come quella che ci è stata imposta dall’emergenza coronavirus.

Fabio Fognini ha deciso di sfruttare questo periodo per sottoporsi a una doppia artroscopia, a entrambe le caviglie, per risolvere un fastidio che si porta dietro da diversi anni alla caviglia sinistra e a cui più di recente si è aggiunto un fastidio analogo alla caviglia destra. L’operazione si svolgerà quest’oggi in Italia.

Ciao a tutti, da circa tre anni e mezzo soffro di un problema alla caviglia sinistra. È un risentimento con cui ho convissuto e, tra alti e bassi, sono riuscito a gestirlo. Sfortunatamente negli ultimi due anni anche la caviglia destra ha iniziato a farmi tribolare. Dopo più di due mesi di stop per il lockdown ho ripreso ad allenarmi sul campo e i problemi che speravo si fossero risolti con il riposo, si sono ripresentati. Ho fatto l’ennesima visita specialistica e dopo un’attenta discussione con il mio team ho deciso di sottopormi a un intervento in artroscopia su entrambe le caviglie. Penso sia la cosa giusta da fare in questo momento di stop forzato del circuito. Oggi mi opererò in Italia. Non vedo l’ora di tornare a giocare! So che mi supporterete in questo percorso. Vi abbraccio. Fabio“.

Con questo messaggio Fognini ha annunciato la sua decisione di andare sotto i ferri. Il fatto che il ligure abbia deciso di non perdere troppo tempo indica che i tempi di riabilitazione dovrebbero consentirgli di tornare in campo già quest’anno, qualora ovviamente il circuito ripartisse. Di norma per questo tipo di operazione i tempi di recupero sono stimabili in circa 40-60 giorni. Fognini potrebbe dunque essere pronto ad agosto, ma considerando il tempo necessario a recuperare il tono muscolare ai due arti l’orizzonte potrebbe diventare quello di settembre; come ci spiega un fisioterapista esperto in materia, una normale riabilitazione si basa sulla possibilità di ‘caricare’ sulla gamba sana, una possibilità che Fognini non avrà a disposizione. I tempi di recupero saranno dunque un po’ più lunghi rispetto all’operazione a una singola caviglia.

Ricordiamo che al momento lo US Open è programmato a partire dal 31 agosto: in caso di normale svolgimento dello Slam statunitense, potrebbe essere l’obiettivo principale per il rientro in campo.

DECISIONE QUASI OBBLIGATA? – Il tennista ligure, attualmente numero 11 del mondo, aveva manifestato già da tempo l’intenzione di provare a risolvere chirurgicamente questo problema. Durante la corsa alla qualificazione per le Finals 2018, obiettivo che Fognini non riuscì poi a raggiungere, il tennista aveva confermato di avere ‘dei frammenti ossei sopra il collo del piede destro‘ – quindi il problema era già esteso a entrambe le caviglie – che gli procuravano parecchio dolore: “Sto pensando di operarmi, sinceramente non ne posso più. L’operazione sarebbe difficile e dura, a 31 anni e mezzo rappresenterebbe un’incognita e vorrei evitarla. E poi non si conoscerebbero i tempi di recupero, vanno da un mese e mezzo in su, ma sono difficilmente quantificabili“.

Un anno dopo, sempre per inseguire le Finals (anche in questo caso senza successo), Fognini decise di stringere i denti e andare avanti, confermando però di provare dolore e di continuare a valutare l’ipotesi dell’operazione che dopo meno di un anno da quelle dichiarazioni è diventata realtà. L’augurio è che questa scelta possa migliorare le prospettive del finale di carriera di Fognini, piuttosto che pregiudicarle.

Nel primo pomeriggio Fabio ha pubblicato una storia Instagram confermando che l’operazione è stata eseguita con successo.

L’ultima storia Instagram di Fognini

A.S.

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evidenza

Original 9: Judy Dalton

Terzo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Judy Tegart Dalton, che lavorava come contabile per poter giocare a tennis

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Judy Dalton (foto dal sito dello US Open)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La terza protagonista è Judy DaltonQui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nella prima puntata di una nuova serie sulle giocatrici che hanno fondato la WTA abbiamo incontrato Judy Dalton, membro delle “Original 9” che si è guadagnata l’affettuoso soprannome di “Old Fruit” e che ha lavorato come contabile per poter sostenere economicamente la sua carriera nei tornei di tennis.

Dotata di uno stile serve-and-volley degno della miglior tradizione australiana, Judy Tegart Dalton ha conquistato il career Grand Slam nel doppio femminile, conquistando cinque dei suoi otto major con Margaret Court, e ha vinto il doppio misto agli Australian Open 1996. Nel singolare ha raggiunto la finale a Wimbledon nel 1968, sconfiggendo Court e Nancy Richey prima di capitolare al cospetto di Billie Jean King. Ma se si dà uno sguardo alle foto di quella partita è difficile capire chi fu la vincitrice.

Nel settembre del 1970, all’età di 32 anni, Judy è stata finalista al Virginia Slims Invitational di Houston, perdendo contro Rosie Casals nel torneo nel quale le “Original 9” presero posizione a favore dell’equità dei sessi, e continuò a giocare sino agli Australian Open del 1977, quando si ritirò a 40 anni. Nel 2019 è stata nominata Membro dell’Ordine dell’Australia durante l’Australia Day per il suo significativo contributo a favore del tennis come giocatrice, a favore dell’equità dei sessi nello sport come donna, e a favore delle fondazioni sportive”.

Come hai iniziato a giocare a tennis?
Mio padre era un buon giocatore e ha iniziato a mettermi una racchetta in mano quando avevo cinque anni.

 

In quale momento hai capito che amavi il tennis tanto da sceglierlo come mestiere?
Amo il tennis da sempre. Giocavo già durante gli anni della scuola. Poi per un po’ sono passata al basket ma sono tornata al tennis dopo che mi chiesero di entrare a far parte della nazionale di basket australiana. Lì ho capito che la mia passione era il tennis, non la pallacanestro. Ovviamente, il percorso non è stato tutto rose e fiori sin dall’inizio, e prima di incassare un reddito regolare con il Virginia Slims Circuit ho lavorato come contabile, nei momenti in cui non ero in viaggio per i tornei.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Ho uno stile di gioco aggressivo, mi piace il serve-and-volley. La mia forza è il servizio. Questo è stato determinante per i miei successi nel doppio.

Avevi qualche rito particolare, quando giocavi a tennis?
Preparavo il borsone sempre la sera prima per paura di dimenticare qualcosa.

Quale era il tuo torneo preferito da giocare?
Wimbledon, ovviamente, perché è la casa del tennis e si gioca sull’erba, la mia superficie preferita. C’è sempre un’atmosfera magica ed è un posto davvero speciale.

Descrivi un ostacolo che sei riuscita a superare durante la tua carriera nel tennis.
Come membro delle “Original 9”, ho sfidato lo status quo che sosteneva che le donne non fossero da valutare come tenniste professioniste e ho lavorato per migliorare l’equità tra i sessi. È stata una battaglia politica molto dura, ma quando insieme a Gladys Heldman abbiamo firmato il contratto da un dollaro abbiamo capito che era la strada giusta.

A chi ti ispiri, e perché?
A Suzanne Lenglen. Era una grande giocatrice ed è sempre rimasta fedele a se stessa. È stata una tennista ma anche una celebrità internazionale. Era capace di vincere tornei senza perdere un game. Se non sapete chi era, cercatela!

Che cosa hai fatto da quando ti sei ritirata?
Dopo aver costruito una famiglia con mio marito David – abbiamo avuto due figli, Samantha e David, e due nipoti, Sophie e Abby – ho fatto la coach sia di giocatrici del singolare che del doppio, incluso anche il team di Fed Cup dell’Australia, il che ha significato molto per me avendo fatto parte di due squadre campioni. Sono stata coinvolta nei progetti di sviluppo del tennis giovanile del Presidente dell’Australian Fed Cup Foundation per trent’anni e ho smesso di lavorare a questo solo di recente. Sono stata attiva anche sul fronte dei media, commentando tennis femminile in Australia e nel Regno Unito. Dopo che mio marito David è mancato nel 2009 ho lasciato la nostra azienda agricola nel Victoria e ora vivo a Melbourne.

Che consiglio daresti oggi a te stessa da giovane o a qualcuno che sta muovendo i primi passi da tennista?
Se vuoi fare del tennis il tuo mestiere devi essere pronta a lavorare duro e a fare sacrifici. La strada sarà lunga e sarà colma di momenti impegnativi, ma se non molli e credi in te stessa, riuscirai a ottenere quel che vuoi e ne sarà valsa la pena. Non perdere la tua passione per il gioco e non mollare mai.

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Mi ha dato l’opportunità di viaggiare in giro per il mondo e di conoscere persone interessanti. E mi ha anche regalato amicizie di una vita con le colleghe tenniste.


Traduzione a cura di Gianluca Sartori

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman

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