Rublev ha trovato la luce in fondo al tunnel

Focus

Rublev ha trovato la luce in fondo al tunnel

Ubitennis torna a occuparsi del rapporto fra tennis e depressione, stavolta con l’esempio positivo del russo Andrey Rublev, protagonista di una splendida cavalcata fino alla finale di Amburgo dopo oltre un anno di difficoltà

Pubblicato

il

Andrey Rublev - Twitter @hamburgopen by Witters Sportfotografie

L’account di Instagram Behind the Racquet”, creato dall’americano Noah Rubin, ex-vincitore di Wimbledon juniores, si è fatto rapidamente strada per aver scoperchiato il vaso di Pandora dell’infelicità provata da molti giocatori, spesso travolti dalle aspettative, dall’insoddisfazione, e, perché no, dai debiti, in uno sport che si fonda sulla solitudine e sull’impossibilità di comunicare con il proprio team durante le partite. L’aspetto gladiatorio del tennis, che tanto veneriamo, ha il rovescio della medaglia di non garantire salvagente durante la tempesta, e Rubin sta giustamente tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica in questo senso – un trend peraltro in crescita in molte discipline.

Fortunatamente, c’è anche chi riemerge con più tempra dalle avversità, e fra questi c’è il russo Andrey Rublev, casualmente autore dell’ultimo post della pagina e fresco finalista all’ATP 500 di Amburgo, dove si è garantito il ritorno in top 50 da domani (sarà quarantanovesimo), dopo un anno infernale passato a mangiare il pane duro delle qualificazioni a causa di uno stop prolungato dovuto ad una frattura da stress alla schiena.

Andrey l’ha descritto così:

View this post on Instagram

“It was last year when I sadly had a stress fracture in my lower back. It kept me out of competition for three months. It was an incredibly tough time for me which led to some depression. Since the injury was in my back I wasn’t allowed to do anything for the first two months. I had more free time than I ever had and I didn’t know what to do with it all. I missed the sport so much and all I wanted to do was compete. I clearly remember nothing else at the time was making me happy. It truly was one of the toughest moments of my career. I was born to compete and now I couldn’t and that’s where moments of depression came from. I would try to not keep up with any results from tournaments. Any time I did, by accident, it would make me really upset to see other players doing something I couldn’t at the time. I am here at home doing nothing while they are doing their best and improving. I had to continue to wait for the bone to heal to do even a little rehab. I just wanted to do a little fitness but it was killing me that there was absolutely nothing I could do. While I began to watch matches I almost got that same feeling of competition that I would get from playing, but then it would be overtaken by sadness when I knew it would be some time until I could do it again. There were definitely moments when I would be doing minor rehab and forget all these problems but it would always come back. I would watch a match and realize just how long the road to recovery is and how much longer until I am back on court. It made me want to be back on court more than anything.”

 

A post shared by Behind The Racquet (@behindtheracquet) on

“Sfortunatamente, lo scorso anno mi sono procurato una frattura da stress nella parte bassa della schiena che mi ha tenuto fuori dalla competizioni per tre mesi. È stato un periodo veramente duro per me, infatti ho iniziato a sentirmi un po’ depresso. Dato che l’infortunio era alla schiena non mi era consentito fare niente per i primi due mesi. Mi sono ritrovato con molto più tempo libero di quanto ne avessi mai avuto e non avevo idea di come usarlo. Mi mancava terribilmente il gioco, tutto quello che volevo era poter competere. Ricordo chiaramente che in quel momento nient’altro mi rendeva felice. È stato davvero uno dei momenti più duri della mia carriera. Sono nato per la competizione ma in quel momento mi era stata portata via, ed è da lì che sono arrivati i momenti di depressione. Provavo a non aggiornarmi sull’andamento dei tornei. Ogniqualvolta, per sbaglio, mi capitasse sotto gli occhi una partita, mi infuriavo nel vedere altri giocatori che facevano quello che io non potevo fare. Pensavo: “Sono qui a casa a far niente mentre loro stanno migliorando e dando il massimo”.

Anche solo per poter fare un po’ di riabilitazione, dovevo continuare ad aspettare che l’osso guarisse. Volevo soltanto fare un po’ di preparazione fisica, ma non potevo fare neanche quella, non potevo fare assolutamente niente. Quando iniziavo a guardare delle partite riprendevo quasi lo stesso stimolo competitivo che ho quando gioco, ma poi questo veniva sostituito dalla tristezza, perché sapevo che ci sarebbe voluto un po’ prima di poter ricominciare per davvero. Di sicuro c’erano dei momenti in cui la riabilitazione mi faceva dimenticare i miei problemi, ma la tristezza tornava sempre. Guardavo una partita e mi rendevo conto di quanto sia lunga la strada verso la guarigione, e di quanto ci sarebbe voluto prima di tornare in campo. Quella sensazione mi faceva desiderare di tornare a giocare più di qualunque altra cosa”.


Molti tifosi italiani l’avranno visto giocare alle NextGen ATP Finals di Milano, dove è stato protagonista di entrambe le edizioni finora disputate, con un secondo e un terzo posto. Ma anche per chi l’avesse visto solo in televisione, il giovane russo, che compirà 22 anni a ottobre, è un tennista inequivocabilmente distintivo: ha l’aria di un bambino triste e malnutrito (pesa 70 chili spalmati ingenerosamente su 188 centimetri), è pallido e provvisto di due borsoni da spiaggia sotto gli occhi, ma quando inizia a giocare diventa una belva.

Molti dei giovani contemporanei sembrano essere impostati su un tennis allergico ai ritmi sincopati e alla fase difensiva, e Rublev non fa eccezione, ma c’è qualcosa di romantico nel vedere un ragazzo che sarebbe dato per sfavorito in un braccio di ferro con Kate Moss tirare dei dritti di una pesantezza ‘Delpotresca’ da ogni parte del campo, frutto di una flessibilità datagli dalla grande passione per il pugilato, sport praticato in gioventù dal padre. Infatti il suo amico Denis Shapovalov, altro esemplare di anarchico benedetto, ha affermato in un’intervista che Rublev è persino più elastico di lui, aggiungendo scherzosamente che con ogni probabilità da bambino camminava sulle mani.

Come per ogni eroe romantico, però, la sua forza è anche stata il principale motivo delle sue pene: come affermato dal suo coach, Fernando Vicente, un fisico tanto gracile soffre l’equivalente di un colpo di frusta, però full body, per la violenza dei suoi colpi, e questa è stata la causa del suo infortunio. Inoltre, è abbastanza evidente che un tennis di violento e cieco abbandono richieda certezze mentali, certezze che con l’infortunio sono venute a mancare per mesi, facendolo precipitare in meno di un anno dal N. 31 al N. 115.

Andrey Rublev – Australian Open 2018 (@RDO foto)

Rublev, che fa base in Spagna, era assurto alle cronache quando, da lucky loser, era andato a vincere ad Umago nel 2017, battendo tra gli altri Fognini e Lorenzi. Aveva poi confermato la propria ascesa diventando il primo NextGen a fare i quarti in uno Slam a New York, dove, prima di essere annichilito da Nadal, aveva battuto nettamente Dimitrov e Goffin, poi finalisti al Master di pochi mesi dopo. L’inizio del 2018 era stato altresì promettente, con la finale raggiunta a Doha contro Monfils, un combattuto terzo turno a Melbourne (di nuovo contro Dimitrov) e altri due quarti di finale a Montpellier e Rotterdam, prima che iniziassero i problemi fisici, e con loro la depressione e la frustrazione nel vedere i suoi gemelli Medvedev e Khachanov che lo superavano nel ranking e raggiungevano la top 10.

La finale di Amburgo, seppur persa contro Basilashvili, dall’attitudine per certi versi pure più integralista, è arrivata in tandem con lo scalpo più prestigioso della carriera, quello di Dominic Thiem, quarto miglior giocatore del mondo (ma secondo sulla terra), battuto al suo stesso gioco di pulizia delle righe. Un tale risultato non potrà che ridargli fiducia, magari portandolo alle vette che molti, dopo la vittoria al Roland Garros juniores del 2014, vaticinavano per lui. Il suo gioco necessita di qualche miglioria (vedi una seconda più affidabile e qualche variazione in più, specie con la risposta bloccata, questa sconosciuta), ma il talento, paragonabile se non superiore a quello dei suoi compatrioti, non è mai stato in discussione, e soprattutto, dopo quello che ha passato, Andrey Rublev potrà sentirsi ancora più fortunato per ogni minuto passato a competere sul campo, dove vuole essere e dove, salvo imprevisti, avrà la possibilità di rimanere per molto tempo.

Tommaso Villa

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

Jamie Hampton era speciale

Si è definitivamente conclusa la carriera di una giocatrice tanto talentuosa quanto sfortunata. Una tennista difficile da dimenticare malgrado abbia giocato ad alti livelli per pochi mesi

Pubblicato

il

By

Jame Hampton - Australian Open 2013

La scorsa settimana Jamie Hampton ha chiuso con il tennis professionistico: ha annunciato il ritiro con un tweet pubblicato martedì 19 maggio. A prima vista sembrerebbe una modalità consueta per i nostri tempi, se non fosse per un “dettaglio” che rende il tutto quasi incredibile: la fine ufficiale è arrivata a distanza di oltre sei anni dall’ultima partita disputata.

Dobbiamo risalire al 3 gennaio 2014, ad Auckland, torneo di apertura del circuito WTA. Hampton è reduce da uno stop di tre mesi (ultimo match allo US Open 2013), ma sembra avere recuperato la condizione. Jamie sta per compiere 24 anni (è nata l’8 gennaio 1990) ed è diventata stabile Top 30. In Nuova Zelanda sconfigge Tamira Paszek, Kristyna Pliskova e infine Lauren Davis; in questo modo raggiunge la semifinale dove la aspetta Venus Williams.

È un incoraggiante avvio di stagione, ma il primo confronto della sua carriera contro Venus non si svolgerà mai: un problema all’anca la costringe a dare forfait. Spiega in conferenza stampa: “Stamattina stavo facendo il riscaldamento, e sul finire ho deciso di tirare ancora un paio di colpi; e semplicemente mi si è bloccata l’anca. Ho parlato con il fisioterapista e il dottore: se fossi scesa in campo ci sarebbe stata la possibilità di aggravare la situazione.
È incredibilmente deludente. Mi sarebbe piaciuto poter affrontare una campionessa come Venus, e magari avere l’opportunità di giocare una finale e vincere il mio primo titolo. Ma così vanno le cose, fa parte del gioco e dell’essere un’atleta. Fosse accaduto lo scorso anno, sarei stata devastata, ma ho fatto molta strada per quanto riguarda la maturità e ho intenzione di fare i passi giusti in vista dell’Australian Open”.

 

Lo Slam è alle porte, occorre essere prudenti per non comprometterlo. Il forfait sembra una scelta precauzionale, invece la situazione non migliora. Hampton deve prima rinunciare allo Slam, e poi affrontare non uno, ma addirittura due interventi all’anca. Lo svela Chris Evert con un tweet del 9 febbraio. L’anca è uno dei punti più critici per chi gioca a tennis, e una doppia operazione cambia la prospettiva sul rientro: non più qualche settimana, ma parecchi mesi.

Di rinvio in rinvio, termina il 2014. E non basta un secondo tweet di Chris Evert del gennaio 2015 (che annuncia la ripresa degli allenamenti nella sua Academy) a cambiare davvero la situazione: anche la prima metà del 2015 passa senza che Hampton torni a competere. Ci si chiede cosa stia succedendo, fino a quando, nel mese di agosto, Jamie rilascia una intervista al sito WTA che racconta dettagli medici preoccupanti: “Ho avuto un totale di sei interventi chirurgici. All’anca destra, all’anca sinistra, al tendine di Achille sinistro, al gomito destro, al tendine di Achille destro, e di nuovo all’anca destra. Il problema al tendine di Achille destro è emerso quando ero in stampelle dopo l’operazione al tendine sinistro. La terza operazione all’anca (la seconda a destra) si è resa necessaria perché avevo accumulato un sacco di tessuto cicatriziale. La parte sinistra ora va bene, i principali problemi sono stati a destra: anca e tendine di Achille”.

Si scopre così che l’anno e mezzo trascorso lontano dai campi non è stato un “normale” periodo di operazione e convalescenza, quanto un autentico calvario chirurgico. L’unico piccolo segnale di speranza si ritrova nella frase “It’s definitely not over”. È la frase che conclude la risposta alla domanda su cosa dire ai tifosi che si preoccupano per lei: “Ai tifosi dico che li amo, e che se avessi risposte certe sul mio futuro sarei felice di dargliele. Ma purtroppo non ne ho. Ma sono ancora concentrata sul tennis, ci sto ancora provando, e quindi di sicuro non è finita.

L’intervista dell’agosto 2015 lascia tutti sospesi, incerti su cosa pensare per il suo futuro, anche perché non si avranno più novità per molto tempo. Tanto per dare una idea: nel luglio 2016 (in pratica un anno dopo) a Wimbledon, dove ero presente come inviato, avevo provato a chiedere di lei a qualche giornalista americano, senza avere notizie. Allora ho chiesto aiuto a Ubaldo Scanagatta, confidando sulla sua sterminata rete di conoscenze internazionali. Niente anche dai suoi contatti; tutto fermo all’intervista del 2015.

Un minimo aggiornamento arriva finalmente da un’altra intervista del maggio 2017, rilasciata per un podcast del giornalista del New York Times Ben Rothenberg. Su 50 minuti di colloquio, Jamie dedica pochi secondi per spiegare la sua situazione medica. La sensazione è che non abbia molta voglia di parlarne. Rettifica alcune voci sbagliate e spiega in estrema sintesi: “Non è vero che ho avuto sei interventi chirurgici all’anca. In realtà ho avuto più di sei interventi, in diverse parti del corpo, ma non tutti all’anca. E anche se una operazione è sempre una operazione, alcune sono state operazioni “minori”, di facile recupero. Non voglio dire quante ne ho avute in totale, ma sono state più di sei”.

Significa quindi che fra il 2015 e il 2017 Jamie è tornata ancora sotto i ferri. Mentre per quanto riguarda il futuro non è cambiata la posizione: “Non so se giocherò ancora o no, ma non ho ancora deciso di abbandonare e passare oltre, verso qualcosa di diverso”.

È assolutamente legittimo che una giocatrice voglia tutelare la propria privacy, non entrando nel dettaglio delle vicissitudini mediche. Se racconto tutto questo è perché credo di non essere stato il solo interessato alle traversie di Jamie Hampton. Molti appassionanti hanno sperato che potesse tornare a giocare: malgrado il periodo vissuto ad alti livelli in WTA fosse stato molto breve, Hampton aveva suscitato una profonda impressione. È venuto il momento di provare a spiegare perché. Facendo un ulteriore passo indietro nel tempo.

a pagina 2: Gli inizi e l’affermazione

Continua a leggere

Focus

Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

Pubblicato

il

Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

Continua a leggere

Opinioni

L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

Pubblicato

il

Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement