Pospisil all'attacco sulla stampa canadese: "Siamo dipendenti dell'ATP"

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Pospisil all’attacco sulla stampa canadese: “Siamo dipendenti dell’ATP”

Nella settimana che il Canada dedica al tennis ogni estate, Vasek Pospisil prende la… penna e attacca l’ATP

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Vasek Pospisil - Indian Wells 2018 (foto via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

La settimana della Rogers Cup è il momento dell’anno nel quale il tennis in Canada conosce il suo maggiore momento di popolarità: i canali sportivi trasmettono tennis quasi non-stop, le foto dei tennisti canadesi sono ovunque e per il breve volgere della Rogers Cup i nomi degli assi della racchetta bianco-rossi diventano mainstream. “L’altro giorno sono andato al mio primo allenamento, mi aspettavo non ci fosse nessuno – ha raccontato Felix Auger-Aliassime, 19 anni tra qualche giorno e un brillante futuro da grande campione davanti a lui – e invece sono iniziate ad arrivare persone una dopo l’altra fino a che il campo era circondato. Certo fa piacere, ma rende più complicato rimanere concentrati sul lavoro da fare”.

Per Felix è la prima volta al torneo di casa, dal momento che nel 2017 era stato fermato da un infortunio che gli aveva impedito di accettare la wild card assegnatagli da Tennis Canada. Il suo “BFF” Denis Shapovalov invece ritorna sul luogo della sua ‘esplosione’ due anni fa, quando sconfisse Nadal e Del Potro per raggiungere alla semifinale, e sembra molto sicuro del fatto che il suo amico Felix saprà gestire la pressione nella maniera ottimale: “Sta facendo benissimo da solo, non ha nessun bisogno dei miei consigli”. Una delle sue missioni è convincere quanti più giovani canadesi possibile a giocare a tennis invece che a hockey (che da queste parti è quasi una religione) e mentre si trova in Patria trova sempre il modo di partecipare a eventi promozionali, oltre a parlare come motivatore agli allievi della scuola tennis di sua madre: “Voglio cercare di mettere una racchetta in mano a quanti più bambini possibile, non importa quale sia la loro etnia o provenienza, o se siano ricchi o poveri”.

Un altro tennista canadese ad approfittare della “settimana al sole” del suo sport in Canada è Vasek Pospisil, ultimamente alle prese con un infortunio al polso sinistro, l’ultimo della lunga lista di problemi fisici che hanno martoriato la sua carriera. Pospisil è anche un rappresentante nel Player’s Council, ed uno degli argomenti che gli stanno più a cuore è quello dell’aumento della percentuale degli introiti dei tornei che vengono distribuiti ai tennisti. Una “battaglia del grano” che a prima vista può sembrare una frivola querelle di gusto discutibile combattuta da un milionario che insegue una pallina come mestiere.

Ma noi che conosciamo il tennis sappiamo che non è così, che sono ben pochi i giocatori che riescono ad arricchirsi con il tennis professionistico, questo nonostante i più importanti tornei continuino a produrre utili da capogiro. Pospisil ha quindi sfruttato questa “settimana del tennis” per scrivere di suo pugno un articolo per il Globe and Mail, importante quotidiano anglofono di Toronto letto e apprezzato in tutto il Canada, per far conoscere meglio la sua causa al grande pubblico e spiegare la sua missione. “Lo US Open investe il 14% dei suoi introiti nel montepremi, 7% per gli uomini e 7% per le donne. Nelle leghe professionistiche americane quella cifra è di solito intorno al 50%. Senza tenere presente che i tennisti devono loro stessi far fronte alle spese relative all’attività, mentre gli sportivi professionisti degli sport di squadra hanno viaggi, allenatori, spese mediche e quant’altro pagate dalle loro franchigie”.

Si tratta spesso e volentieri di investimenti notevoli, a cui i genitori dei giovani tennisti alla ricerca di un futuro professionistico devono far fronte come possono: “I miei genitori vendettero la loro casa per permettermi di viaggiare per tornei e terminare la scuola a distanza – scrive Pospisil –  mio padre lasciò il suo lavoro per accompagnarmi in giro per il mondo alla conquista di punti, ma le prospettive di poter aspirare ad una vita agiata giocando il tennis sono sempre piuttosto scarse. Nel 2018, i giocatori classificati tra la 51esima e la 100esima posizione della classifica mondiale hanno guadagnato in media 583.235 dollari USA, al lordo di tasse e spese. Nella NHL [la lega professionistica di hockey, n.d.r.] la scorsa stagione ci sono stati più di 450 giocatori che hanno guadagnato più di un milione di dollari, al netto di tutte le spese”.

I numeri sembrano raccontare di un sistema che non funziona, ma che è molto difficile da cambiare. “L’attuale governance, che vede giocatori e tornei con ugual peso nell’ATP Tour Board, è uno strumento molto efficace da parte dei tornei per mantenere il loro monopolio – prosegue Pospisil nel suo articolo – e i giocatori non possono nemmeno formare un sindacato per proteggere i propri interessi, dal momento che i tennisti sono prestatori d’opera indipendenti e non possono sindacalizzarsi senza rischiare una causa legale da parte dell’ATP”.

Si ricorderà come lo scorso anno in Australia Novak Djokovic, presidente dell’ATP Players Council, avesse presentato durante il meeting di Melbourne a gennaio un progetto di uno studio legale americano per un potenziale sindacato giocatori, ma di come la cosa non abbia più avuto seguito a causa del “complicato scenario legale” in cui questo sindacato andrebbe a inserirsi, con giocatori che provengono da decine di Paesi diversi, con giurisdizioni e leggi molto diverse tra loro. Il n.1 del mondo non aveva però mai parlato di potenziali azioni legali da parte dell’ATP nei confronti di giocatori che vogliono formare un sindacato.

Pospisil tuttavia sembra voler contestare il fatto che i tennisti siano liberi prestatori d’opera: “Ma lo siamo veramente? Secondo le norme interne che regolano l’ATP lo siamo, ma dipende tutto dalla valutazione che verrebbe data da un giudice in un’aula di tribunale. Sarebbe veramente possibile per un giocatore guadagnarsi da vivere al di fuori dell’ATP? Oppure in realtà siamo lavoratori dipendenti la cui sussistenza dipende dall’ATP e dai tornei del Grande Slam? […] Non ci sono tour concorrenti a quello dell’ATP, abbiamo obblighi nei confronti dell’ATP e veniamo penalizzati se non giochiamo i tornei più importanti. Scommetto che un giudice farebbe a pezzi il concetto che i tennisti sono liberi prestatori d’opera, dando via libera alla formazione di un sindacato che possa finalmente proteggere i nostri interessi”.

Il ragionamento di Pospisil sembra piuttosto chiaro: i giocatori potrebbero essere pronti ad “andare a vedere le carte” dell’ATP perché la loro attuale condizione non è più compatibile con quella dei liberi prestatori d’opera. Effettivamente, chi vuole giocare a tennis professionalmente non ha molte alternative a diventare membro dell’ATP: è l’ATP che gestisce il tour, le opportunità di guadagno al di fuori del tour sono pochissime (le leghe nazionali come la Bundesliga, e le esibizioni come il World Team Tennis o la ormai defunta ITPL), ma in ogni caso il “cachet” dei tennisti viene quasi univocamente stabilito dal loro ranking ATP che richiede la partecipazione ai tornei ATP per essere mantenuto.

Questa posizione di monopolio di fatto potrebbe risultare di particolare interesse da parte della Commissione Antitrust degli Stati Uniti (l’ATP è un’azienda americana incorporata in Delaware con sede a Ponte Vedra in Florida), e per evitare una sentenza che potrebbe avere effetti deflagranti e ignoti sull’establishment attuale, l’ATP potrebbe essere pronta a fare concessioni ai giocatori in modo da non andare a discutere gli affari propri in tribunale.

L’idea di avere i tennisti “di un certo livello” (bisognerebbe definire un ranking al di sopra del quale si applica questa definizione) come salariati dell’ATP con bonus a seconda dei risultati non è totalmente peregrina e nemmeno totalmente inedita, ma si scontra con la realtà frammentata del tennis attuale, dove i maggiori generatori di fatturato, ovvero i tornei dello Slam, sono entità indipendenti su cui l’ATP ha ben poco controllo.

In questo contesto l’aumento quasi esponenziale del prize money di primo turno registrato negli ultimi anni è uno dei pochissimi meccanismi possibili di “reddito di cittadinanza” per i tennisti: siccome sono gli Slam a generare gran parte del surplus, ma l’ATP non ha il potere di indirizzare quei proventi nelle direzioni più opportune, si è riusciti a far sì che i giocatori con ingresso diretto nei quattro majors possano avere abbastanza guadagni “garantiti” da coprire le spese di una stagione. Ma è un meccanismo altamente imperfetto, che porta a storture quali la partecipazione di giocatori infortunati o non in condizione e le relative multe (vedi casi Tatishvili e Tomic negli ultimi due Slam).

Il tennis ha bisogno di un cambiamento: così ha chiuso Vasek Pospisil il suo articolo sul Globe and Mail. La situazione attuale, sebbene apparentemente foriera di traguardi economici e di popolarità mai raggiunti, sembra non essere sostenibile a lungo, con i tre pilastri dello sport al maschile vicini al ritiro e le emittenti detentrici dei diritti televisivi dei grandi tornei (ormai principale fonte di reddito di qualunque evento sportivo) che cominciano a dubitare delle cifre promesse. Difficile dire che direzione prenderà il cambiamento, ma non ci sarebbe da sorprendersi se tra cinque anni l’assetto del tennis mondiale dovesse essere molto diverso da quello attuale.

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WTA

Johanna Konta si ritira dal tennis

La tennista britannica annuncia il proprio ritiro su Twitter: “Sono grata per la carriera che ho avuto”. Lascia con quattro titoli, un best ranking di numero 4 e tre semifinali Slam

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Johanna Konta - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Johanna Konta ha deciso di smettere di giocare a tennis. La britannica classe ’91 ha reso pubblico il suo ritiro con un tweet molto sobrio, introdotto da una semplice didascalia: “Un piccolo aggiornamento da parte mia”. Di seguito riportiamo le sue parole, serene e colme di soddisfazione per quello che ha trovato lungo il proprio cammino dai successi alle persone conosciute.

Grata. Questa è la parola che probabilmente ho usato di più nel corso della mia carriera e penso che sia quella che alla fine la descrive meglio. La mia carriera da giocatrice è giunta al termine e sono incredibilmente grata per come si è sviluppata. Tutte le prove sembravano indicare che non ce l’avrei fatta in questa professione. Tuttavia la mia fortuna si è materializzata nelle persone che sono entrate nella mia vita e hanno avuto impatto sulla mia vita in un modo che trascende il tennis. Sono incredibilmente grata per queste persone. Voi sapete chi siete. Grazie alla mia resilienza e alla guida degli altri, sono riuscita a vivere i miei sogni. Sono riuscita a diventare quello che volevo e che dicevo di voler essere da bambina. Mi ritengo davvero molto fortunata. Molto grata.”

La decisione di Konta arriva al termine di un 2021 dal sapore dolceamaro. La britannica ha infatti avuto molte difficoltà a trovare la propria miglior forma e il proprio miglior gioco a causa di alcuni problemi fisici (inclusa la positività al Covid che le ha impedito di prendere parte a Wimbledon, lo Slam di casa), ma ha parzialmente mitigato le precoci sconfitte con il titolo conquistato sull’erba di Nottingham in finale su Shuai Zhang, il quarto della sua carriera e il primo da oltre quattro anni. L’ultimo trofeo risaliva infatti all’aprile del 2017, quando sul cemento di Miami ebbe la meglio su Caroline Wozniacki, ma come si intuisce erano altri tempi e un’altra Konta.

Dopo un altro piccolo exploit a Montreal, dove ha eliminato (per la prima volta dopo cinque sconfitte su cinque) la testa di serie numero 3 Elina Svitolina (l’ultima top 10 battuta era stata Karolina Pliskova allo US Open 2019), è stata costretta a ritirarsi contro Cori Gauff. Sconfitta al primo turno di Cincinnati da Muchova, Konta si è chiamata fuori dallo US Open e non è più scesa in campo, senza far trapelare più alcuna notizia fino a oggi mercoledì 1 dicembre.

Questa settimana il ranking la vedeva al 72esimo posto, dopo essere crollata anche al numero 82 in ottobre, il suo peggior piazzamento dal 2015, quando era sul punto di esplodere ad altissimi livelli. Non va dimenticato infatti che, al di là dei quattro titoli (su nove finali), Konta vanta un best ranking di numero 4 e soprattutto ha raggiunto la semifinale in tre prove dello Slam su quattro (solo allo US Open non è mai andata oltre i quarti).

In Australia nel 2016 si è arresa alla futura vincitrice Angelique Kerber; a Wimbledon nel 2017 era stata Venus Williams ad arrestarne la corsa, mentre la vera grande occasione di giocarsi una finale l’ha avuta probabilmente al Roland Garros 2019 quando fu sorpresa dalle due settimane d’oro di Marketa Vondrousova (poi battuta da Ashleigh Barty).

Johanna Konta – Wimbledon 2017

Una carriera di tutto rispetto, condotta sempre con grande classe in campo e fuori. Un tennis brillante e versatile che era una gioia da seguire e che mancherà. Thanks Jo. Anche noi siamo grati.

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Coppa Davis

Coppa Davis: nuova formula con gironi in Europa e fase finale ad Abu Dhabi. Sarebbe il colpo di grazia?

Le Finali di Coppa Davis “costrette” all’esilio negli Emirati. Dubbi su quanto pubblico potra assistere ai match di Abu Dhabi

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Coppa Davis a Madrid - Finali 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’indiscrezione trapelata qualche giorno fa che suggeriva Abu Dhabi come potenziale la nuova sede delle Finali di Coppa Davis aveva generato qualche preoccupazione sul futuro successo della manifestazione, ma ora che sono emersi altri dettagli sui piani di sviluppo di Kosmos per i prossimi cinque anni le preoccupazioni sono cresciute e sono più che legittime.

Secondo quanto pubblicato dal quotidiano inglese The Daily Telegraph, lo stesso che aveva dato per primo la notizia del possibile spostamento negli Emirati Arabi, la rinnovata formula della manifestazione vedrà la partecipazione di 16 squadre, divisi in quattro gironi da quattro, e la fase di round robin verrà ospitata da quattro località europee da definirsi. Le prime due classificate di ogni girone si qualificheranno poi per la fase a eliminazione diretta, che avrà luogo invece ad Abu Dhabi, secondo un contratto di cinque anni che sarà firmato da Kosmos con gli organizzatori degli Emirati.

Maggiori dettagli saranno ufficializzati domenica prossima alle 11 quando in un albergo del centro di Madrid Kosmos Tennis presenterà alla stampa il nuovo meccanismo delle Finali di Coppa Davis. Tuttavia se queste indiscrezioni dovessero essere confermate c’è di che temere per la sorte della manifestazione.

 

Quando Kosmos Tennis aveva rilevato dalla Federazione Internazionale la gestione commerciale della Coppa Davis, uno dei capisaldi della loro visione era quello che intendeva trasformare la più antica competizione a squadre dello sport in un evento che riunisse tutti i Paesi partecipanti nello stesso luogo nel corso di un periodo di tempo circoscritto, esattamente come succede per i Mondiali di calcio e per le Olimpiadi. Infatti nelle immagini che sono state trasmesse nell’ultima settimana dalle tre sedi di Madrid, Innsbruck e Torino si poteva veder campeggiare lo slogan “The World Cup of Tennis”. Ma se ciò poteva essere con la sede unica di Madrid dell’edizione inaugurale del 2019, il modello che sembra stia per essere adottato appare sempre più lontano da questa visione.

Il trasloco ad Abu Dhabi può essere giustificato soltanto se si riesce a trasformare la Coppa Davis in un “destination event” in tutto e per tutto, nel quale la presenza e il calore del pubblico sugli spalti fa principalmente affidamento agli appassionati dei Paesi in gara che seguono la propria nazionale in trasferta che non l’interesse della popolazione locale. È inverosimile infatti pensare che gli spettatori di Abu Dhabi o della relativamente vicina Dubai (circa 130 km) possano da soli riempire gli spalti delle fasi conclusive della Coppa Davis.

Tuttavia, se i gironi dovessero veramente svolgersi in quattro città europee, sarebbe molto complicato per i tifosi programmare la trasferta in Medio Oriente non potendo avere la certezza che la loro squadra sarà qualificata ai quarti di finale fino a qualche giorno prima di dover partire. Una cosa è chiedere ai fans di pianificare un viaggio negli Emirati per assistere alla manifestazione ed eventualmente prolungare il soggiorno per seguire anche le finali, un’altra è aspettarsi che possano modificare i loro piani in maniera così significativa nel giro di pochi giorni.

E anche dal punto di vista dei giocatori la situazione si profila tutt’altro che ideale: passi per le 6-7 ore di volo che separano l’Europa da Abu Dhabi (si tratterebbe di un volo simile a un costa a costa negli Stati Uniti, con tanto di fuso orario), ma ci si troverebbe anche a dover cambiare completamente scenario, passando dall’indoor di un palazzetto europeo ai campi all’aperto sotto il sole mediorientale.

Il Telegraph suggerisce che la scelta di Abu Dhabi sia stata più o meno forzata, dato che non erano state presentate alternative credibili. E allora viene da pensare che Kosmos abbia fatto il passo più lungo della gamba mettendo sul tavolo la favolosa cifra di 3 miliardi di dollari per 25 anni, sovrastimando il potenziale commerciale della Coppa Davis, e ora stia cercando di trovare qualunque soluzione per non rimetterci anche la camicia.

Ne sapremo sicuramente di più tra qualche giorno quando potremo mettere insieme tutti i pezzi e fare una valutazione più completa della situazione, ma gli ingredienti per un potenziale disastro ci sono tutti.

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Coppa Davis

Coppa Davis, Italia-Croazia 0-1. Un brutto Sonego cede a Gojo, ora serve un’impresa

Clamorosa sconfitta di Lorenzo Sonego contro Borna Gojo, 249 posizioni dietro l’azzurro nel ranking. Ora Sinner dovrà vincere contro Cilic per consentirci di giocarci tutto contro il fortissimo doppio croato

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Lorenzo Sonego alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Jose Manuel Alvarez/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

da Torino il nostro inviato

B. Gojo (CRO) – L. Sonego 7-6(2) 2-6 6-2

Una brutta versione di Lorenzo Sonego cede al numero 276 del mondo Borna Gojo e la Croazia si porta in vantaggio nel quarto di finale a Torino. I rimpianti dell’azzurro sono tutti per il primo set nel quale era avanti 4-1 con palla del 5-1 ed invece il croato è riuscito a recuperare e a dominare il tie-break. La reazione nel secondo set sembrava aprire la possibilità ad una rimonta come accaduto con Mejia sabato, invece Lorenzo trovava grandissime difficoltà nei game di risposta e finiva con l’arrendersi dopo 2 ore e 19 minuti. Tocca adesso a Jannik Sinner che dovrà battere l’ex numero 3 del mondo Marin Cilic per portare l’Italia al doppio decisivo contro la fortissima coppia croata. Resta la grande amarezza per una sconfitta clamorosa patita da Sonego dinanzi al suo pubblico, contro un avversario che dista da lui ben 249 posizioni in classifica.

 

La partita

Come di consueto oramai, Lorenzo Sonego è chiamato ad aprire le danze per l’Italia in questa Coppa Davis 2021. Dopo il minuto di raccoglimento per il grande Prof. Parra, scomparso nella notte, e gli inni nazionali, il PalaAlpitour è tutto per il torinese e sugli spalti fa capolino qualche bandiera granata, in onore della fede calcistica del numero due azzurro che ha anche un passato come ala destra nella squadra del cuore.

Il capitano croato Verdan Matric conferma Borna Gojo, numero276 del mondo, ventitre anni che nella giornata di esordio aveva sorpreso il più quotato australiano Popyrin, preferendolo a Nino Serdarusic che ieri aveva dato il punto decisivo per la qualificazione contro l’Ungheria.

La claque croata si presenta con un’orchestrina che accompagna con una melodia balcanica ogni punto dei propri eroi, deliziando tutti i presenti.

Gojo capisce presto che non è il caso di stare a scambiare da fondo e si getta in avanti tre volte nei primi quattro punti, ma il nostro alfiere è troppo solido per essere sorpreso nei primi giochi.

Nel quarto game arrivano tre palle break tutte insieme sotto la spinta di Lorenzo e un tifoso in maglia granata urla “ Brekalo!”: non sappiamo se si riferisca al centrocampista del Toro o se sia un’invocazione a Sonego, fatto sta che ci pensa Gojo ad affossare il diritto in rete e a regalare il vantaggio all’Italia, concretizzato nel successivo game di servizio di Lorenzo (4-1).

Lorenzo ha anche una palla del doppio break nel sesto gioco che lo manderebbe a servire per il set, ma il croato si salva con la prima. Nel gioco successivo arriva il primo momento di difficoltà dell’azzurro che scivola subito 0-30 con due errori di diritto, recupera con un ace ed una prima vincente, ma finisce per perdere il servizio sulla prima chance croata, mettendo lungo il lob dopo un lunghissimo scambio (4-3).

Qui però vengono fuori le doti da “polpo” di Lorenzo che raccatta l’impossibile per procurarsi una nuova chance di break, annullata da un diritto tirato alla cieca da Gojo che colpisce un pezzetto di riga: niente da fare, dopo 39 minuti, svanita la chance del 5-1 siamo invece in perfetta parità: 4-4.

Si arriva così al tiebreak senza particolari sussulti e Lorenzo parte subito male con un banale rovescio in palleggio in rete. Gojo sale in cattedra dimostrando di non valere la sua attuale classifica, anzi denotando una gran lucidità tattica ed un bel tocco venendo a prendersi i punti a rete ( anche con il serve&volley) con Sonego lontanissimo dalla riga di fondo. Il tiebreak è un monologo croato (7-2) ed il nastro vincente sul setpoint non toglie nulla ai meriti di Gojo. Come successo nel match con Mejia, Sonego parte male e con una pessima resa con la prima di servizio ( solo 55% di punti con la prima in campo), ma i rimpianti sono soprattutto per la palla del 5-1 sprecata malamente dall’azzurro.

Il break ottenuto in avvio di secondo set, con la decisiva complicità del croato, dà un po’ di fiato a Sonego che però si mette subito di nuovo nei guai con un tris da paura, doppio fallo, errore di diritto a campo aperto, errore di rovescio: finalmente però arriva san servizio in suo aiuto e Lorenzo sventa l’immediato controbreak, cominciando anche a stanare il suo avversario con precisi drop shot. Lo smash che gli procura il 2-0 fa esplodere il pubblico e l’urlo da gladiatore dell’azzurro ammette anche il fattore folla alla partita. Gojo accusa il colpo e stavolta Sonego è bravo a spingere da fondocampo e a concretizzare subito la chance del 3-0 pesante con doppio break che indirizza irrimediabilmente il set. Finalmente partono gli “ Italia! Italia!” dalla tribune del PalaAlpitour e Lorenzo, come di consueto, trae dal pubblico l’energia necessaria per rimettere il punteggio in parità (6-2), grazie anche ad una ritrovata consistenza con il servizio (73% di prime in campo, con 15 punti su 16 portati a casa), colpo chiave che gli permette di aprirsi il campo per chiudere con il diritto a sventaglio.

Il problema dell’azzurro restano però i game di risposta, poiché dal 4-0 del secondo set, Sonny fa una fatica terribile quando il croato è al servizio: un solo punto in quattro game consecutivi di risposta è troppo poco, considerando che Gojo non ha propriamente le caratteristiche di Ivanisevic.

La banda croata riprende il suo concertino con rinnovata vigoria, virando anche verso melodie più anglosassoni (“When the saints go marching in”) e Sonego nel quarto gioco è di nuovo nei guai: va sotto 15-40 con due errori in impostazione e completa il disastro con un orribile schiaffo a volo di diritto (1-3). Un altro game di servizio a zero di Gojo ( imbarazzante parziale di 16 punti a 1 sul servizio croato) porta il ventitreenne di Spalato a due passi dall’impresa.

Quando l’orlo del precipizio è vicino, 4-1 15-30, una volee smorzata di rovescio e due diritti in spinta rimettono Lorenzo in scia (4-2). Serve una mano croata per rientrare in lotta e un facile diritto,  un comodo smash ed un rovescio affossati in rete rendono lo stadio una bolgia offrendo all’Italia due palle del contro break: Gojo si aggrappa al servizio e sventa la minaccia. Un diritto lunghissimo del croato, dà la terza chance a Sonego, ma la risposta del torinese è lunga di un crine di cavallo. E’ l’ultima occasione, perché  il croato riesce a tenere il servizio ed al cambio di campo chiude la partita.

L’applauso del suo pubblico non può consolare Lorenzo. Adesso all’Italia serve l’impresa.

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