Lorenzi entusiasma. Djokovic preoccupa. Federer si irrita. Impazza la Coco Gauff Mania

Editoriali del Direttore

Lorenzi entusiasma. Djokovic preoccupa. Federer si irrita. Impazza la Coco Gauff Mania

US OPEN – Evans protesta per i favori a Federer. “Imbucato” in ottavi un qualificato tedesco. Doppio francese Mahut/Herbert KO e ai ferri corti. Furibondo il manager di Coco Gauff. Anche Townsend alla ribalta in America. Berrettini ottavi in vista?

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Novak Djokovic - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Tutta la mia più sconfinata ammirazione va a Paolo Lorenzi. Ha giocato una delle migliori partite che io gli abbia visto fare, anche se l’ha persa 6-4 7-6(9) 7-6(4). Di certo non si sono proprio manifestati i 111 posti che lo separano da Wawrinka. Andrea Pellegrini Perrone, con la sua puntualissima cronaca nella quale ha sottolineato come lo svizzero campione qui tre anni fa, abbia servito in modo straordinario nei tiebreak e in tutte le situazioni a rischio. Nei punti non importanti gli entrava la prima una volta sì e una volta no, nei tiebreak e nelle palle break quando non era ace era servizio vincente 8 volte su 10. Sono davvero pochi i giocatori che sanno tirare fuori il meglio di sé nei tornei e nei punti che contano. Wawrinka è sicuramente uno di questi. Non lo scopro io, non lo si scopre oggi. Non ha stupito quindi neppure Lorenzi, del quale avrete letto e sentito l’intervista post-match, ma anche lui che già lo sapeva si è accorto cosa significhi trovarselo di fronte.

Mi sarebbe piaciuto che Paolo vincesse il secondo set, anche se non ha poi – al di là del set point comunque annullato da Stan The Man con il servizio – avuto tutte queste occasioni. Wawrinka aveva dato segni di nervosismo quando si era fatto breakkare sul 4-2 nel primo set. Un suo lancio di racchetta verso la propria panchina avrebbe potuto colpire inavvertitamente un giudice di linea, invece di sfiorargli un piede, e in quel caso la sua squalifica sarebbe stata inevitabile… con Lorenzi qualificato per gli ottavi.

 

Ma se dico che Lorenzi ha giocato una gran partita, al di là dell’equilibrio che ha saputo dare al punteggio per tutto i tre set, è perché mi è piaciuto come ha impostato la partita, come ha spinto sempre anche di rovescio, il colpo che quando gioca sulla terra rossa lui gioca maggiormente per non sbagliare e non per aggredire. Ormai direi – ma sembra concordare anche lo stesso Lorenzi – il suo tennis è più efficace sul cemento che sulla terra rossa. Serve meglio, attacca bene, a rete non è male, deve remare meno che sulla terra dove tende a farsi cacciare troppo dietro la riga di fondocampo.

Davvero chapeau per lui. A quasi 38 ha un fisico spaziale. Avrebbe potuto giocare altre due ore, lui che ne aveva giocate più di nove nelle ultime di partite. Non sono sicuro che avrei potuto dire la stessa cosa per Wawrinka. La classifica non è ancora quella che Paolo vorrebbe, oscilla intorno al centoventesimo posto, quindi un posto nel tabellone dell’Australian Open non è ancora garantito. Per questo motivo, mentre l’altra sera Thomas Fabbiano si congratulava con se stesso perché “questo dovrebbe essere il mio primo anno senza che io sia stato costretto a giocare neanche un challenger… vuol dire un po’ aver svoltato!”, Paolo invece tre o quattro challenger li giocherà certamente. Al momento dovrebbero essere Siviglia, Biella, Firenze e Barcellona. Magari se fosse riuscito a conquistare punti sufficienti nei primi tre, potrebbe scapolare il quarto.

Nella giornata di venerdì l’attesa maggiore era per verificare le condizioni di Djokovic. C’è stata un po’ di suspense perché il serbo che doveva farsi gli ultrasuoni aveva fissato il campo per allenarsi prima alle 17, poi lo ha rinviato alle 18, quindi ha chiesto un ulteriore spostamento alle 19. Fino alle 19:20 Nole non era ancora in campo e al National Tennis Center si stava spargendo l’allarme nei media: vuoi vedere che è davvero seriamente infortunato e non gioca ma si ritira? Sulle prime, poi, chi l’ha visto arrivare contribuiva a spargere tensione sostenendo che gli era sembrato piuttosto corrucciato. Poco dopo sul campo d’allenamento P1, invece, Nole sembrava invece rilassato (episodio con il tifoso escluso), come tutto il suo team.

Anche se, con la vittoria abbastanza rapida, in due set di Keys su Kenin, c’era poco più di mezz’ora prima della sua discesa in campo per il match con Kudla. Il servizio, che non ha mai perso, è sembrato normale. Ma insomma il braccio sinistro più che per far rimbalzare la palla e lanciarla in alto non doveva fare. Invece con il rovescio mi è apparso prudente. Ha evitato di forzarlo quando non era proprio necessario. Al 100 per 100 non m’è sembrato. Poi, si sa, i doloretti a volte vengono ingigantiti nella testa se le cose non si mettono bene. E con Wawrinka potrebbero anche non mettersi bene, sebbene lo svizzero dopo l’operazione non sia sembrato più esattamente quello di prima.

Nel resto della giornata non c’erano state sorprese: nella metà bassa del tabellone femminile sono arrivate agli ottavi tutte teste di serie, dall’alto in basso Svitolina 5 vs Keys 10, Konta 16 vs Pliskova 3, Serena W. 8 vs Martic 22, Wang Qiang 18 vs Barty 2. Martic era testa di serie più bassa rispetto a Sevastova 12, ma insomma quasi tutto è andato secondo le previsioni anche se Pliskova con Jabeur e Barty con Sakkari hanno impiegato tre set. E fra gli uomini ha perso Nishikori numero 7 da De Minaur in 4 set e Basilashvili 17 da Koepfer. Dall’alto in basso sono arrivati ai quarti Djokovic e Wawrinka, il qualificato tedesco Koepfer numero 118 e Medvedev, Federer e Goffin, Dmitrov e De Minaur.

Federer era contento per aver giocato un match senza perdere un set e ancor più per aver sperimentato in tre round tre diverse situazioni: “Ho giocato un primo match di notte outdoor, un secondo indoor con il tetto, il terzo all’aperto in pieno giorno. Quel che non mi va è che ci sia chi continua a diffondere voci di m… (shitty) sul fatto che sarei io a chiedere orari, campi etcetera. Io non chiedo mai proprio nulla”.

“Sono stufo di sentire che chiedo e ottengo. Decidono i tornei”

Il suo avversario Evans era però furibondo perché non gli avevano dato più di 18 ore di riposo dalla conclusione del suo match di secondo turno, mentre Roger aveva avuto un giorno in più per aver potuto giocare sotto il tetto mercoledì. Ma non ce l’aveva con Roger bensì con la USTA.

Non credo che le cose sarebbero granché cambiate se fosse sceso in campo quattro ore più tardi. Federer non l’ha detto così, ma si è capito che lo pensava. Roger prima e Serena poi hanno incontrato uno dei grandi giganti del basket, Kobe Bryant. Roger sul campo, lei nel corridoio che porta alla sala conferenze. I due si sono intrattenuti a lungo e abbracciati con grande affetto. Lui le ha regalato il suo libro, con copertina verde “Legacy and the Queen” in cui si parla anche di tennis, di Coco Gauff e di come lui è diventato “addicted” al tennis. È davvero un grande appassionato. Ma con Serena hanno parlato anche di figli… e lei non la finiva più di parlare della sua bambina!

Roger Federer, Kobe Bryant e Daniel Evans – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Simpaticissimo, l’ho incontrato anch’io. Gli ho chiesto un autografo per uno dei miei più stimati collaboratori, nonché vice, Luca de Gaspari che stravede per lui al punto di avere la sua immagine sul proprio indirizzo Skype e non solo, e lui mi ha chiesto chi era ed è stato poi disponibilissimo a farmi un autografo, dopo di che gli ho ammollato una cartolina di Ubitennis.com e una di Ubitennis.net. Mi ha detto che ci leggerà. Ci farebbe piacere. Adesso Luca dovrà scrivere da premio Pulitzer e poi faremo in modo di farli incontrare.

Tornando al tennis giocato in campo maschile ovviamente l’”imbucato” è il tedesco Koepfer, 25 anni e n.118 del mondo emerso dalle qualificazioni: a fine 2016 era n.1000 del mondo! E fino a due mesi fa aveva guadagnato in carriera 230.000 dollari. Adesso in due mesi ne ha fatti 350.000. Prima ha vinto il challenger di Ilkley, poi ha ottenuto una wild card a Wimbledon, il resto è arrivato qui con gli ottavi. Niente male. Il suo idolo pare sia Hewitt, cui un pochino come stazza e tipo di gioco somiglia. Contro Basilashvili ha vinto in 4 set, ma nei turni precedenti aveva battuto lo spagnolo di Maiorca Munar e Opelka, il giustiziere di Fognini. Nel 2017 Shapovalov era stato l’ultimo a emergere dalle qualificazioni fino agli ottavi. Prima di allora nessuno ce l’aveva più fatta dal 2008.

Un risultato a sorpresa ma con dei retroscena è venuto dal doppio: Herbert e Mahut hanno perso 6-3 6-1 da Bopanna e Shapovalov. I quali hanno certo giocato benissimo, ma al contempo qualcosa pare essersi incrinato nella coppia francese che ha vinto quattro Slam. I due non sono più così amici come erano prima. Mahut se l’è presa con Herbert che all’inizio dell’anno gli aveva detto di non voler giocare il doppio a Wimbledon per puntare al singolare. Ma poi però quando Andy Murray gli aveva chiesto di giocare il doppio con lui, Herbert non ha resistito all’idea di farsi un po’ di sana (?) pubblicità e ha cambiato idea. Solo che a Wimbledon l’inedita coppia è uscita al secondo turno e così a oggi Herbert per Tokyo sarebbe messo malissimo. Gli converrebbe… riconquistarsi Mahut. Infatti Mahut è arrivato comunque in finale con Roger-Vasselin: i due hanno perso 6-3 al quinto dal duo Cabal/Farah dopo 4 set decisi dal tiebreak.

Ora dopo la sconfitta odierna e quella di Wimbledon Herbert non ha punti utili a conquistare un posto alle Olimpiadi. E la prima coppia francese potrebbe essere un’altra per Tokyo. Se, ad esempio, Roger-Vasselin fosse primo nella classifica di specializzazione dopo il Roland Garros dell’anno prossimo toccherebbe a lui scegliersi il compagno e quasi certamente sarebbe Mahut. Poiché una nazione potrà schierare due coppie soltanto se ne avrà due coppie classificate fra le prime dieci, al momento Herbert è a rischio. E un po’… ben gli sta.

Per la giornata di oggi, beh in America si parla soltanto di Coco e Taylor, le due eroine mediatiche dei giorni scorsi. Le possibili eredi delle due fenomenali sorellone Williams che però hanno ormai 37 e 39 anni. Il New York Times ha scritto, fin dal titolo, che se fin qui Coco Gauff ha vinto sulla gente adesso… deve battere Naomi Osaka. Chiama e rispondi si direbbe in Italia.

La ragazzina di 15 anni ha già fatto miracoli, battesse la campionessa dell’anno scorso, e d’Australia, anche se Osaka non si è più esibita a quei livelli, sarebbe molto più che un miracolo. Di sicuro, mentre la ragazza della Georgia Taylor Townsend resta un po’ un’incognita perché dopo essersi fatta notare nel 2012 poi per sette anni ha avuto più bassi che alti, e anche se qui partecipa per la quinta volta all’US Open lo ha potuto fare o grazie a wild card oppure emergendo dalle qualificazioni come quest’anno. A 23 anni è n. 116 del mondo. È diverso essere 140 a 15 come Gauff che pare in grado di garantirsi una decina di anni da protagonista.

È più divertente guardare giocare Townsend che batte e vollea, reincarnazione americana di Martina Navratilova (106 discese a rete contro la sconvolta Halep, di cui 68 diretti serve&volley come non si vedevano dai tempi di Martina, di King e di Court) che non Coco che rema a fondocampo e con grinta inesauribile recupera tutto e lotta palla dopo palla come se fosse questione di vita o morte. E le smorfie, gli autoincitamenti che si fa piegandosi quasi a terra dopo ogni punto combattuto e vinto, trascinano la folla – e il folto, foltissimo clan che la sostiene dal suo box.

Taylor – pensate un po’ se un’italiana fosse stata battezzata… Sarta! – è riuscita finalmente a calare di peso, una dozzina abbondante di chili, da 90 a 77 pare, e avrà ripetuto mille volte in conferenza stampa quanto è stata dura per lei in tutti questi anni, con tutti che dubitavano delle sue possibilità pur dicendo – e pareva una contraddizione – che aveva grande potenziale. Un pochino, per la questione del peso, dei chili di troppo, mi sono ricordato della prima Navratilova, quando ancora con Chris Evert perdeva più partite di quante ne vinceva.

Poi Martina si affidò al dottor Haas, stesso dietologo anche di Ivan Lendl, dimagrì, si affinò, imparò a mangiare come si deve, e le sue discese a rete diventarono molto più rapide e incisive, i suoi balzi per smecciare e volleare assai più agili. Con Cirstea per Taylor Townsend sarà una prima prova del nove, come avrebbe detto Rino Tommasi. Si vedrà di che panni davvero si veste. Certo il pubblico sarà tutto per lei, come già contro Simona Halep cui proprio è mancata l’abitudine al passante. E quando mai sono costrette a tirarli le ragazze d’oggi?

Quanto a Coco vs Naomi, di certo chi sarà più nervosa, e chi ha più da perdere, è Osaka. Ma sarà sufficiente a Coco per riuscire ad approfittarne? Se vanno sulla lotta secondo me sì. Ma Naomi – che fu così disponibile e carina da far giocare una Coco tredicenne alla Pro World Academy di Delray Beach dove Coco è nata, potrebbe anche vincere 6-2 6-3 e rimandare Coco ad una vera sfida fra un annetto o due. Quando Coco potrebbe aver terminato quegli studi che, a differenza del tennis, spesso le fanno socchiudere le palpebre.

Ho parlato con il suo manager Tony Godsick riguardo a molte critiche che sono piovute sulla sua gestione per il troppo clamore che si è fatto per lanciare il personaggio Gauff e lui si è rivoltato come punto da una vespa. Si vede che avevo toccato un punto dolente.

“Siete voi giornalisti che scrivete di tutto e di più di Gauff, e poi dite di essere preoccupati che una ragazzina di 15 anni possa cadere preda di eccessive pressioni, possa risentirne psicologicamente, subire dei traumi e via dicendo. Tutti vi rifate al caso Capriati, ma quello è successo più di 20 anni fa! Troppa gente nel suo box? Cosa si deve fare se ha un padre, una madre, uno stuolo di parenti, due coach, il manager… devo impedire a qualcuno di sedersi lì? Se si consentisse ai suoi fratelli di saltare la scuola per vedere le sue partite… allora sì che sarebbe diseducativo! Ma i suoi genitori, pur entusiasti e molto estroversi ed espansivi, non lo permetterebbero. Ti assicuro che stiamo facendo di tutto per proteggerla, ma riceviamo 80 richieste di giornali, radio e tv che vogliono intervistarla e ti assicuro che facciamo di tutto perché non venga sovra esposta, soverchiata. Coco è la più giovane tennista ad aver raggiunto il terzo turno dai tempi di Anna Kournikova nel ’96. Sono trascorsi 23 anni”.

Una volta c’erano molte più enfant-prodiges. Sono 25 le tenniste under 16 che hanno vinto un match di singolare all’US Open dacché Tarcy Austin a 14 anni centrò i quarti nel ’77. Ma solo tre ragazze hanno raggiunto il terzo turno negli ultimi 22 anni e due non hanno poi fatto granché: Alexa Glatch nel 2005 e Cici Bellis nel 2014 (Cici però ha avuto gravissimi problemi di salute).

Gli dico allora: “Ma c’era proprio bisogno di vestire tutto il box con la maglietta con su scritto ‘Call me Coco’?”. E lui, prima di scusarsi per il tono insolitamente aggressivo (“Oggi mi hai preso in una cattiva giornata!”), spiega: “Quella, certo, è anche una questione di marketing: se la si deve promuovere come Coco Gauff e c’è gente che continua a chiamarla Cori come il padre, non si può restare inerti”. Beh, insomma, la CocoMania ha anche degli ispiratori commerciali. O no?

Cori Gauff – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Tutto chiaro adesso? Sono curioso di vedere come si comporterà il pubblico. Chiaro che fossero tutti con Coco quando ha giocato con l’ungherese Babos. A Wimbledon quando batté Venus sul centre court ci fu più equilibrio sugli spalti. Venus aveva vinto lì cinque corone. E poteva dispiacere tifarle contro. E comunque non si era in America. Vero che Naomi è figlia di un haitiano e di una mamma giapponese, e che rappresenta il Giappone – questo è sicuramente un fattore – però ha vissuto a lungo in Florida e per diverso tempo sembrava dovesse giocare per gli Stati Uniti.

Last but not least, come direbbero da queste parti, come ignorare che stasera, quarto match sul campo 17, ma i primi tre sono doppi e quindi potrebbe giocare intorno alle 17-18 di New York, 23 o mezzanotte in Italia – suvvia è sabato, potete anche sintonizzarvi su Eurosport e sostenerlo – l’ultimo italiano superstite, Matteo Berrettini.

Dopo aver visto soccombere Sonego con Andujar sarà meglio non illudersi per via del ranking inferiore del giovane australiano Alex Popyrin, 20 anni e n.105 del mondo ma tipo tosto, gran servizio e gran dritto. Potrebbe essere, quello sul campo 17, un match giocato… allo specchio. Le caratteristiche sono simili ma il nostro è più esperto e insomma è il favorito. È la prima volta al terzo turno qui per tutti e due, ma Matteo ha raggiunto gli ottavi a Wimbledon. Ed è approdato qui al terzo turno senza giocare benissimo. Si dice sia un buon segno.

Io ieri l’ho visto sereno, insieme a suo padre che mi ha detto che per via del nonno i Berrettini hanno ancora una casa a Firenze nella zona di Bellariva, non lontana dall’Arno. Si è allenato con Vincenzo Santopadre per un’oretta defatigante, credo che non gli dispiaccia giocare verso l’imbrunire, quando farà meno caldo. Gli australiani sono più abituati a temperature estreme. Ci si augura non ci sia troppo vento. “I giocatori con le leve lunghe sono più svantaggiati dei brevilinei quando c’è vento, e poi può essere un fattore che innervosisce anche se ci si arriva mentalmente preparati… Contro Thompson nei primi set ho fatto un sacco di steccate”, aveva detto venerdì sera Matteo.

Sono certo, per il resto della giornata, che la redazione vi consiglierà di non perdervi Kyrgios-Rublev, un match che promette scintille. Ma lì dovrete essere probabilmente un po’ più nottambuli che per Berrettini.

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Editoriali del Direttore

Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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Editoriali del Direttore

Pessimo inizio per l’Italia, ma forse questa Coppa Davis ha un futuro

Tanti difetti ancora, organizzazione modesta, informatori disinformati, orari sbagliati, ma l’entusiasmo in tribuna c’è, lo spirito anche. Non è la stessa cosa, ma col tempo… e la vecchia stava morendo

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Fabio Fognini e Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)
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da Madrid, il direttore

Se gli Stati Uniti non battono il Canada mercoledì l’Italia è messa molto male. Il Canada con due vittorie chiuderebbe certamente in testa il gruppo qualificandosi per i quarti e agli azzurri battere gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Opelka, Sock e Querrey potrebbe non bastare. Ammesso che ciò avvenga. Il 2-0 a noi sfavorevole dopo i due singolari vinti contro classifica dai due canadesi ci ha messo nei guai. Peccato perché, dopo tante critiche a questo nuovo formato, ho potuto constatare code lunghissime da parte degli spettatori che hanno preso i biglietti (costo medio poco meno di 50 euro per intero incontro di tre partite, due singolari e un doppio) per seguire le tre sfide della prima giornata (Russia-Croazia, Belgio-Colombia, Canada-Italia).

Il primo match è stato giocato sul campo centrale capace di contenere 12.500 spettatori. Ne avrà avuto circa 6.000/7000, molti di più di quelli che mi attendevo. E anche sul campo intitolato a Arantxa Sanchez (capienza 3.500 spettatori), dove hanno giocato Italia e Canada, secondo me c’erano almeno 2.500 persone. Considerando che era il primo giorno di una nuova manifestazione non mi sembra un cattivo risultato.

L’organizzazione dovrà essere rodata, chi dovrebbe dare informazioni sa troppo poco per darle, non è stato bene istruito. C’è una grande confusione e i tre stadi con biglietti differenziati non aiutano. Però l’atmosfera è buona, al di là dello spazio che è abbastanza freddo e poco attraente. La gente arriva con bandiere grandi e piccole, trombe, tamburi e tanto entusiasmo. Il tifo sugli spalti, anche se io ho potuto seguire soprattutto quello di Italia-Canada, è quello tipico degli incontri di Coppa Davis anche se non è proprio quello cui si abbiamo abituati nei match in cui gioca la squadra di casa. C’era anche la Spagna del futbol in campo contro la Romania, proprio a Madrid, al Wanda Metropolitano (lo stadio nuovo dell’Atletico) quindi presumo che un po’ di spettatori fra quelli andati allo stadio e i seduti in sofà davanti alla tv il calcio possa averli sottratti al tennis. La mia primissima impressione è che alla fine questa Coppa prenderà piede, anche se non assomiglia alla Davis che ha vissuto 119 anni.

Intanto alcune federazioni, come quella canadese, hanno fatto operazioni di marketing turistico per cercare di assicurare un discreto sostegno alla squadra. Almeno un migliaio di canadesi erano qui. E hanno fatto un baccano d’inferno. Tanti, comunque, anche gli italiani. Da una parte si gridava “let’s go Shapo, let’s go Shapo”, dall’altra si sprecavano gli incitamenti “Matteooo, Matteoo”. La cosa più bella, rispetto alle partite di calcio dove le opposte tifoserie se non avessero spazi deserti che le separano si azzufferebbero da prima del match a dopo il match, è che qui erano tutti mischiati – salvo poche aree – e italiani e canadesi sventolavano le loro bandiere fianco a fianco. Una bella manifestazione di civiltà. Certo qualche urlo fuori posto si è sentito, e Shapovalov a un certo punto, a metà del terzo set, ha cominciato ingenuamente a prendersela con una fetta del pubblico da cui si sentiva disturbato. Con il bel risultato che il pubblico di fede azzurra ovviamente lo ha preso di punta, fischiando e buheggiando. Il ragazzino ha pensato bene di fare tre ace sul 3 pari portando ogni volta il dito all’orecchio, come per dire “e ora perché non fischiate?” Ovviamente è venuto giù un diluvio di fischi.

Per me è stato indubbiamente un brusco trapasso, quello dalle ATP Finals della 02 Arena alla nuova discussa Coppa Davis della Caja Magica lanciata con tutte le operazioni di lobby dal presidente ITF David Haggerty e finanziata dalla Kosmos di Piqué, dagli sponsor giapponesi di Rakuten e… anche dalla signora Piqué, alias Shakira (ma avrà pagato?), che approfitta di questa manifestazione per promuovere il suo tour musicale “El Dorado” con uno striscione sul campo. E sarà lei, la cantante colombiana di cui ricorderete il video osé con Rafa Nadal che tanto fece discutere, a chiudere la settimana della Davis qui con una sua performance.

Sono arrivato solo nel pomeriggio da Heathrow, perdendo così parte del match di Fognini-Pospisil. Non credo di aver perso molto. Per assistere all’esordio di Berrettini al Masters contro Djokovic avevo buttato il biglietto aereo comprato mesi prima quando nemmeno il Mago Ubaldo aveva previsto che Berrettini sarebbe arrivato nell’élite degli otto Maestri, e ancor meno che avrebbe giocato lui per primo alle 14 di domenica, perché proprio non me lo volevo perdere, 41 anni dopo aver visto Barazzutti al Madison Square Garden. Avevo così cambiato i miei piani rinunciando a vedere la finale della Next Gen dominata da Sinner su De Minaur e mi ero comprato nuovo biglietto aereo e una notte imprevista in hotel.

Ma poi, dopo il 6-2 6-1 imposto da Djokovic in 63 minuti scarsi, ero abbastanza pentito di aver cambiato tutti gli originali programmi. Così stavolta, quando anche l’Italia è stata sorteggiata per il suo match con il Canada proprio nella prima giornata della nuova Davis, sia pur imprecando con questi sorteggi che non danno respiro fra un torneo e l’altro, ho mantenuto il progetto di viaggio originario e, sì, mi sono perso le prime fasi del match di Fognini, ma in tempo sufficiente comunque per vedere che fra il servizio di Pospisil e quello di Fognini c’erano mediamente 30 km orari di gap.

Questo era prevedibile, ma non era scontato che il campo fosse così veloce. Tant’è che non a caso Shapovalov e Berrettini hanno giocato tre set senza mai riuscire a breakkarsi. Spiace che Matteo avanti di un minibreak, 4-3 e due servizi nel tiebreak del terzo set, abbia sbagliato una volée di dritto piuttosto facile rimettendo in corsa Shapovalov che pareva spacciato. Sempre una volée di dritto sbagliata, ma in rete, era costato il primo set a Matteo. Si parla sempre di rovescio e gioco di gambe da migliorare per Matteo, ma io invece due volte contro Federer e una contro Djokovic gli ho visto sbagliare proprio lo stesso tipo di colpo. Si mette di fianco, fa scendere un po’ troppo la palla, la mette quasi sempre in rete quando il punto è importante.

Di buono nel match di Berrettini, comunque ben giocato, c’è stato che la partecipazione della squadra all’angolo si è fatta più intensa, più calda. Durante il match di Fognini la claque era un po’ spenta, un po’ fiacca. Domani cercherò di capire più cose qui, visto che non gioca l’Italia. Gli orari mi sembrano folli. In questa prima giornata si è finito ben oltre la mezzanotte e si è cominciato a giocare alle 16. Oggi cominciano alle 11 i primi tre incontri, alle 18 quelli della sera. Finiremo alle due? I giornali chiudono la tipografia prima che cominci il doppio. Se ieri sera Berrettini avesse vinto, nessun lettore di giornale avrebbe mai saputo chi avesse vinto fra Canada e Italia. Vero che i giornali stanno già morendo, ma così si contribuisce ad accelerare il de profundis.

Un errore mi pare anche impedire ai giornalisti di avvicinare i giocatori o i dirigenti prima della conclusione del doppio. Certo non si deve disturbare chi sta per entrare in campo, ma gli altri? Vi immaginate che voglia avranno di parlare alle 2 di notte, capitano e giocatori, soprattutto se sconfitti?

 

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Editoriali del Direttore

Un gran bel Masters, un gran bel vincitore. Vedo Tsitsipas prossimo numero 1 del mondo

Fra i giovani è il più solido di testa. Più di Thiem e Zverev. Ha anche personalità, carisma. Piace e piacerà sempre di più. L’ottimo auspicio per Jannik Sinner

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Stefanos Tsitsipas, il più giovane “Maestro” dal 2001 con i suoi 21 anni ha vinto un bel Masters, un Masters di notevolissima qualità, il migliore degli ultimi anni. Senza davvero alcun confronto con l’edizione del 2018 vinta da Zverev su Djokovic (dal quale aveva perso nel round robin) e quella ancora peggiore del 2017 della finale Dimitrov-Goffin. Anche quella del 2016 non fu granché fino alla stretta finale: visse infatti sull’incertezza di chi sarebbe stato n.1 del mondo e fu bello che fosse proprio la finale a deciderlo. Per chi non lo ricordasse Murray, dopo aver salvato un matchpoint con Raonic in semifinale, batté Djokovic 6-3 6-4 coronando un secondo semestre fantastico. Di partite belle ce ne sono state diverse: in ordine sparso Thiem-Djokovic, Nadal Tsitsipas, Thiem-Federer, Federer-Djokovic, Nadal-Medvedev.

Bella, incerta, avvincente la finale fra i due tennisti dal tennis straordinariamente efficace, sempre aggressivo e intenso per ritmo e potenza, ma anche elegante per via del rovescio a una mano che pochi anni fa si credeva fosse prerogativa soltanto di Federer. La finale, conclusa 7-6 al set decisivo come quella di Nalbandian su Federer a Shanghai 2005 (ma lì furono cinque set) non poteva essere più equilibrata se dopo due ore e 32 minuti il punteggio era in perfetta parità: un set pari e 4 pari nel decisivo tiebreak dopo che Dominic Thiem era risalito da 1-3 nei game e da 1-4 nel tiebreak. Forse proprio quella corsa al continuo inseguimento gli è costata mentalmente, perché dal 4 pari si deve essere come rilassato un attimo e ha sbagliato tre dritti di fila, due dei quali abbastanza gratuiti.

 
Dominic Thiem, Chris Kermode e Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tre anni fa i due protagonisti di questa bella finale si erano incrociati per la prima volta. Thiem era già fra i qualificati alle finali, Tsitsipas era stato invitato a fare da sparring-partner. Cinque anni separano i due, ma sembra di poter dire che Stefanos ha già colmato il gap. Ne ha fatta di strada il ragazzone di Atene nato nello stesso giorno di Pete Sampras, il 12 agosto, ma 27 anni dopo (1971 Pete, 1998 Stefanos). Un anno fa il ragazzo dai capelli più lunghi di Borg vinceva le Next Gen a Milano (su De Minaur in finale), a gennaio già sorprendeva per la prima volta Roger Federer nel primo Slam dell’anno e centrava le semifinali dove però beccava una bastonata da Nadal.

Di Nadal Stefanos si sarebbe vendicato a casa sua, in Spagna, a Madrid, senza lasciarsi intimidire dal tifo del pubblico. Ma, giusto per non lasciarsi rimpianti, avrebbe colto due vittorie anche con il terzo dei Big Three, Novak Djokovic, in due Masters 1000, in Canada e a Shanghai. Insomma anche se oggi è solo – a 21 anni! – il n.6 delle classifiche mondiali, dietro ai soliti tre, a Thiem e Medvedev, ho la sensazione che il primo dei giovani che salirà sul trono del tennis possa essere proprio lui, Stefanos Tsitsipas. Che, oltretutto, mi pare anche un gran bel personaggio, oltre che uno straordinario tennista.

Quando? Forse più presto di quanto si immagini. Ha già ottenuto due vittorie su Federer (e come al solito in due stadi tutti pro Roger, “let’s go Roger, let’s go Roger!”), due su Djokovic, una sola per ora su Nadal ma – attenzione – qui a Londra ci ha perso solo 7-5 al terzo dopo aver vinto il primo. I lettori che non perdono occasione per sottolineare certe ovvietà, non hanno bisogno di leggere che è inevitabile che mentre lui migliorerà ancora, i top 3 invece no.

Rispetto a Medvedev mi sembra più completo e quanto a Thiem, pure lui in progresso se ci si ricorda le difficoltà che aveva a esprimersi sul “veloce indoor” – e non parliamo dell’erba – mi pare di poter dire che l’austriaco è un tantino meno solido di testa. Sono già diversi anni che è forte, soprattutto sulla terra rossa (due finali e due semifinali al Roland Garros), ma gli ho visto perdere delle partite più per la testa che certo per il braccio che è davvero eccellente. Penso a quella che perse all’US Open da del Potro, quando era un match già vinto. Ecco, secondo me Tsitsipas una partita così non la perde. O la perde fin dall’inizio, ma non la butta se sta per vincerla.

Non si può discutere su ipotesi non dimostrabili, ma io penso che se Tsitsipas avesse vinto il primo set – come avrebbe potuto: lui ha fallito la trasformazione di tre palle break, Dominic di due – non avrebbe giocato un paio di game disastrosi, soprattutto il primo, come è capitato a Thiem all’inizio del secondo set. Invece di dare il pugno del ko al greco, Thiem ha commesso l’ingenuità di distrarsi e di rimetterlo in corsa. 4-0 in pochi minuti e praticamente lo sforzo che aveva compiuto per vincere il primo set è stato vanificato.

Mi aspetto comunque che nel 2020 gli Slam non siano tutti appannaggio dei soliti Fab (tre o quattro, su Murray ancora non mi esprimo) anche se Nadal lo vedo ancora favorito al Roland Garros se sta bene e non vedo né Tsitsipas né Thiem troppo pericolosi a Wimbledon. Sono proprio l’Australian Open e l’US Open i tornei che potrebbero laureare un nuovo campione di Slam. Tre anni fa Tsitsipas aveva vinto il Bonfiglio e, con un pizzico di presunzione scusabile in un ragazzino, si era posto un obiettivo ben chiaro: In tre anni vorrei vincere uno Slam!. Beh, per adesso ha vinto le finali mondiali ATP. Ma in Australia fossi uno dei cinque che lo precedono nell’ATP ranking, vorrei incontrarlo il più tardi possibile. E forse meglio mai.

Mentre scrivo così, e parlo dei due splendidi finalisti di questo Masters mi sono chiesto: che cosa avrà mai pensato il mio adorato Thomas Fabbiano? Avrà guardato la finale? Ci avete fatto caso che in due tornei dello Slam, non due 250 qualsiasi, il giovanotto di Grottaglie che per l’appunto è uscito dai top 100 dopo esserci stato tutto l’anno – è n.117 sennò di italiani fra i top 100 ne avremmo avuti 9! – a Wimbledon ha battuto Stefanos Tsitsipas e all’US Open Dominic Thiem! Oggi sembra incredibile, ma così è il tennis. Mai darsi battuti prima di scendere in campo, tutto può succedere.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Infatti, per restare in tema, anzi in Thiem, se l’austriaco avesse vinto questo Masters, cogliendo quattro vittorie su cinque, avremmo potuto buttar lì che… sì. Matteo Berrettini era stato l’unico a batterlo. La presenza di Matteo, a proposito, ha vivacizzato l’interesse per questo Masters che per 41 anni non ci aveva permesso di tifare per nessuno. È stata un’esperienza utile, sono sicuro che Matteo ne trarrà giovamento. Poi, per carità, c’è chi esordisce a 21 anni e vince il torneo e c’è che esordisce a 23 e mezzo e si accontenta più che legittimamente di trovarsi in una élite mondiale come non era assolutamente pensabile sei mesi fa e di aver colto una vittoria che, seppur ottenuta a spese di un giocatore già qualificato per le semifinali, resta pur sempre l’unica italiana nella storia “midi siècle” di questa rassegna di fine anno.

Mi ha fatto piacere rivedere finalmente presenti a questo torneo gli inviati del Corriere della Sera, de la Repubblica, de la Stampa, in aggiunta a quelli dei quotidiani sportivi e al team di Ubitennis ottimamente rappresentato dall’inglese Adam Addicott per Ubitennis.net – la home page inglese che vi suggerirei di consultare perché sviluppa contenuti indipendenti e secondo me è fatta benissimo – dagli inviati Ruggero Canevazzi e Roberto Ferri che si sono impegnati tantissimo per offrire la miglior copertura possibile insieme al fotografo Roberto Zanettin che ha svolto un grandissimo lavoro. Riguardo alle presenze dei media italiani… evviva. Spero proprio che il momento magico del tennis italiano duri e prosperi. Fin dalla Coppa Davis che mi accingo a “coprire” da oggi per Italia-Canada, insieme a Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man” – così ribattezzato perché quando si gioca Coppa Davis e Fed Cup, vecchie e nuove, lui è il boss che coordina tutto.

Anche se l’argomento è trattato altrove devo assolutamente due righe di gran plauso sull’exploit di Jannik Sinner dopo il terzo challenger conquistato a Ortisei. Non era un torneo difficile di per sé, ma avere la solidità di vincerlo dopo la “sbornia” di attenzioni, titoli, interviste susseguite al successo nel torneo milanese delle Next Gen ATP Finals, poteva disorientarlo. Non è accaduto. A riprova che questo ragazzo dai riccioli rossi ha proprio la testa sulle spalle. E che la struttura che Riccardo Piatti gli ha messo intorno funziona da par suo. Peraltro non ne dubitavo minimamente. Sapete già tutti che da neo n.78 Sinner – che resta l’unico diciottenne fra i primi 100 del mondo – si è spalancato con una gran spallata la porta dell’Australian Open. Ma anche quelle dei primi due Masters 1000, Indian Wells e Miami.

Sognarlo presente alle ATP Finals del 2020 mi pare caricarlo di responsabilità eccessive, lui avrà 19 anni non 21, ma magari nel 2021 a Torino – dove io mi aspetto che si giocheranno sia le Next Gen sia le finali ATP – una doppia presenza azzurra, con l’accoppiata Berrettini-Sinner non la escluderei a priori e, naturalmente, non mi dispiacerebbe per nulla. Il successo a Londra di Tsitsipas, un anno fa campione delle Next Gen milanesi e un paio di mesi dopo – ribadisco – capace di battere Federer a Melbourne, mi pare di buon auspicio per il futuro di Jannik. Però di incontrare Federer, Sinner in Australia non ne ha bisogno, non deve aver fretta. C’è tempo. Magari più in là. Tsitsipas aveva 20 anni a Milano e a Melbourne, non 18. E, credetemi, fa una gran differenza.

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