Lorenzi entusiasma. Djokovic preoccupa. Federer si irrita. Impazza la Coco Gauff Mania

Editoriali del Direttore

Lorenzi entusiasma. Djokovic preoccupa. Federer si irrita. Impazza la Coco Gauff Mania

US OPEN – Evans protesta per i favori a Federer. “Imbucato” in ottavi un qualificato tedesco. Doppio francese Mahut/Herbert KO e ai ferri corti. Furibondo il manager di Coco Gauff. Anche Townsend alla ribalta in America. Berrettini ottavi in vista?

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Novak Djokovic - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

da New York, il direttore

Tutta la mia più sconfinata ammirazione va a Paolo Lorenzi. Ha giocato una delle migliori partite che io gli abbia visto fare, anche se l’ha persa 6-4 7-6(9) 7-6(4). Di certo non si sono proprio manifestati i 111 posti che lo separano da Wawrinka. Andrea Pellegrini Perrone, con la sua puntualissima cronaca nella quale ha sottolineato come lo svizzero campione qui tre anni fa, abbia servito in modo straordinario nei tiebreak e in tutte le situazioni a rischio. Nei punti non importanti gli entrava la prima una volta sì e una volta no, nei tiebreak e nelle palle break quando non era ace era servizio vincente 8 volte su 10. Sono davvero pochi i giocatori che sanno tirare fuori il meglio di sé nei tornei e nei punti che contano. Wawrinka è sicuramente uno di questi. Non lo scopro io, non lo si scopre oggi. Non ha stupito quindi neppure Lorenzi, del quale avrete letto e sentito l’intervista post-match, ma anche lui che già lo sapeva si è accorto cosa significhi trovarselo di fronte.

Mi sarebbe piaciuto che Paolo vincesse il secondo set, anche se non ha poi – al di là del set point comunque annullato da Stan The Man con il servizio – avuto tutte queste occasioni. Wawrinka aveva dato segni di nervosismo quando si era fatto breakkare sul 4-2 nel primo set. Un suo lancio di racchetta verso la propria panchina avrebbe potuto colpire inavvertitamente un giudice di linea, invece di sfiorargli un piede, e in quel caso la sua squalifica sarebbe stata inevitabile… con Lorenzi qualificato per gli ottavi.

 

Ma se dico che Lorenzi ha giocato una gran partita, al di là dell’equilibrio che ha saputo dare al punteggio per tutto i tre set, è perché mi è piaciuto come ha impostato la partita, come ha spinto sempre anche di rovescio, il colpo che quando gioca sulla terra rossa lui gioca maggiormente per non sbagliare e non per aggredire. Ormai direi – ma sembra concordare anche lo stesso Lorenzi – il suo tennis è più efficace sul cemento che sulla terra rossa. Serve meglio, attacca bene, a rete non è male, deve remare meno che sulla terra dove tende a farsi cacciare troppo dietro la riga di fondocampo.

Davvero chapeau per lui. A quasi 38 ha un fisico spaziale. Avrebbe potuto giocare altre due ore, lui che ne aveva giocate più di nove nelle ultime di partite. Non sono sicuro che avrei potuto dire la stessa cosa per Wawrinka. La classifica non è ancora quella che Paolo vorrebbe, oscilla intorno al centoventesimo posto, quindi un posto nel tabellone dell’Australian Open non è ancora garantito. Per questo motivo, mentre l’altra sera Thomas Fabbiano si congratulava con se stesso perché “questo dovrebbe essere il mio primo anno senza che io sia stato costretto a giocare neanche un challenger… vuol dire un po’ aver svoltato!”, Paolo invece tre o quattro challenger li giocherà certamente. Al momento dovrebbero essere Siviglia, Biella, Firenze e Barcellona. Magari se fosse riuscito a conquistare punti sufficienti nei primi tre, potrebbe scapolare il quarto.

Nella giornata di venerdì l’attesa maggiore era per verificare le condizioni di Djokovic. C’è stata un po’ di suspense perché il serbo che doveva farsi gli ultrasuoni aveva fissato il campo per allenarsi prima alle 17, poi lo ha rinviato alle 18, quindi ha chiesto un ulteriore spostamento alle 19. Fino alle 19:20 Nole non era ancora in campo e al National Tennis Center si stava spargendo l’allarme nei media: vuoi vedere che è davvero seriamente infortunato e non gioca ma si ritira? Sulle prime, poi, chi l’ha visto arrivare contribuiva a spargere tensione sostenendo che gli era sembrato piuttosto corrucciato. Poco dopo sul campo d’allenamento P1, invece, Nole sembrava invece rilassato (episodio con il tifoso escluso), come tutto il suo team.

Anche se, con la vittoria abbastanza rapida, in due set di Keys su Kenin, c’era poco più di mezz’ora prima della sua discesa in campo per il match con Kudla. Il servizio, che non ha mai perso, è sembrato normale. Ma insomma il braccio sinistro più che per far rimbalzare la palla e lanciarla in alto non doveva fare. Invece con il rovescio mi è apparso prudente. Ha evitato di forzarlo quando non era proprio necessario. Al 100 per 100 non m’è sembrato. Poi, si sa, i doloretti a volte vengono ingigantiti nella testa se le cose non si mettono bene. E con Wawrinka potrebbero anche non mettersi bene, sebbene lo svizzero dopo l’operazione non sia sembrato più esattamente quello di prima.

Nel resto della giornata non c’erano state sorprese: nella metà bassa del tabellone femminile sono arrivate agli ottavi tutte teste di serie, dall’alto in basso Svitolina 5 vs Keys 10, Konta 16 vs Pliskova 3, Serena W. 8 vs Martic 22, Wang Qiang 18 vs Barty 2. Martic era testa di serie più bassa rispetto a Sevastova 12, ma insomma quasi tutto è andato secondo le previsioni anche se Pliskova con Jabeur e Barty con Sakkari hanno impiegato tre set. E fra gli uomini ha perso Nishikori numero 7 da De Minaur in 4 set e Basilashvili 17 da Koepfer. Dall’alto in basso sono arrivati ai quarti Djokovic e Wawrinka, il qualificato tedesco Koepfer numero 118 e Medvedev, Federer e Goffin, Dmitrov e De Minaur.

Federer era contento per aver giocato un match senza perdere un set e ancor più per aver sperimentato in tre round tre diverse situazioni: “Ho giocato un primo match di notte outdoor, un secondo indoor con il tetto, il terzo all’aperto in pieno giorno. Quel che non mi va è che ci sia chi continua a diffondere voci di m… (shitty) sul fatto che sarei io a chiedere orari, campi etcetera. Io non chiedo mai proprio nulla”.

“Sono stufo di sentire che chiedo e ottengo. Decidono i tornei”

Il suo avversario Evans era però furibondo perché non gli avevano dato più di 18 ore di riposo dalla conclusione del suo match di secondo turno, mentre Roger aveva avuto un giorno in più per aver potuto giocare sotto il tetto mercoledì. Ma non ce l’aveva con Roger bensì con la USTA.

Non credo che le cose sarebbero granché cambiate se fosse sceso in campo quattro ore più tardi. Federer non l’ha detto così, ma si è capito che lo pensava. Roger prima e Serena poi hanno incontrato uno dei grandi giganti del basket, Kobe Bryant. Roger sul campo, lei nel corridoio che porta alla sala conferenze. I due si sono intrattenuti a lungo e abbracciati con grande affetto. Lui le ha regalato il suo libro, con copertina verde “Legacy and the Queen” in cui si parla anche di tennis, di Coco Gauff e di come lui è diventato “addicted” al tennis. È davvero un grande appassionato. Ma con Serena hanno parlato anche di figli… e lei non la finiva più di parlare della sua bambina!

Roger Federer, Kobe Bryant e Daniel Evans – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Simpaticissimo, l’ho incontrato anch’io. Gli ho chiesto un autografo per uno dei miei più stimati collaboratori, nonché vice, Luca de Gaspari che stravede per lui al punto di avere la sua immagine sul proprio indirizzo Skype e non solo, e lui mi ha chiesto chi era ed è stato poi disponibilissimo a farmi un autografo, dopo di che gli ho ammollato una cartolina di Ubitennis.com e una di Ubitennis.net. Mi ha detto che ci leggerà. Ci farebbe piacere. Adesso Luca dovrà scrivere da premio Pulitzer e poi faremo in modo di farli incontrare.

Tornando al tennis giocato in campo maschile ovviamente l’”imbucato” è il tedesco Koepfer, 25 anni e n.118 del mondo emerso dalle qualificazioni: a fine 2016 era n.1000 del mondo! E fino a due mesi fa aveva guadagnato in carriera 230.000 dollari. Adesso in due mesi ne ha fatti 350.000. Prima ha vinto il challenger di Ilkley, poi ha ottenuto una wild card a Wimbledon, il resto è arrivato qui con gli ottavi. Niente male. Il suo idolo pare sia Hewitt, cui un pochino come stazza e tipo di gioco somiglia. Contro Basilashvili ha vinto in 4 set, ma nei turni precedenti aveva battuto lo spagnolo di Maiorca Munar e Opelka, il giustiziere di Fognini. Nel 2017 Shapovalov era stato l’ultimo a emergere dalle qualificazioni fino agli ottavi. Prima di allora nessuno ce l’aveva più fatta dal 2008.

Un risultato a sorpresa ma con dei retroscena è venuto dal doppio: Herbert e Mahut hanno perso 6-3 6-1 da Bopanna e Shapovalov. I quali hanno certo giocato benissimo, ma al contempo qualcosa pare essersi incrinato nella coppia francese che ha vinto quattro Slam. I due non sono più così amici come erano prima. Mahut se l’è presa con Herbert che all’inizio dell’anno gli aveva detto di non voler giocare il doppio a Wimbledon per puntare al singolare. Ma poi però quando Andy Murray gli aveva chiesto di giocare il doppio con lui, Herbert non ha resistito all’idea di farsi un po’ di sana (?) pubblicità e ha cambiato idea. Solo che a Wimbledon l’inedita coppia è uscita al secondo turno e così a oggi Herbert per Tokyo sarebbe messo malissimo. Gli converrebbe… riconquistarsi Mahut. Infatti Mahut è arrivato comunque in finale con Roger-Vasselin: i due hanno perso 6-3 al quinto dal duo Cabal/Farah dopo 4 set decisi dal tiebreak.

Ora dopo la sconfitta odierna e quella di Wimbledon Herbert non ha punti utili a conquistare un posto alle Olimpiadi. E la prima coppia francese potrebbe essere un’altra per Tokyo. Se, ad esempio, Roger-Vasselin fosse primo nella classifica di specializzazione dopo il Roland Garros dell’anno prossimo toccherebbe a lui scegliersi il compagno e quasi certamente sarebbe Mahut. Poiché una nazione potrà schierare due coppie soltanto se ne avrà due coppie classificate fra le prime dieci, al momento Herbert è a rischio. E un po’… ben gli sta.

Per la giornata di oggi, beh in America si parla soltanto di Coco e Taylor, le due eroine mediatiche dei giorni scorsi. Le possibili eredi delle due fenomenali sorellone Williams che però hanno ormai 37 e 39 anni. Il New York Times ha scritto, fin dal titolo, che se fin qui Coco Gauff ha vinto sulla gente adesso… deve battere Naomi Osaka. Chiama e rispondi si direbbe in Italia.

La ragazzina di 15 anni ha già fatto miracoli, battesse la campionessa dell’anno scorso, e d’Australia, anche se Osaka non si è più esibita a quei livelli, sarebbe molto più che un miracolo. Di sicuro, mentre la ragazza della Georgia Taylor Townsend resta un po’ un’incognita perché dopo essersi fatta notare nel 2012 poi per sette anni ha avuto più bassi che alti, e anche se qui partecipa per la quinta volta all’US Open lo ha potuto fare o grazie a wild card oppure emergendo dalle qualificazioni come quest’anno. A 23 anni è n. 116 del mondo. È diverso essere 140 a 15 come Gauff che pare in grado di garantirsi una decina di anni da protagonista.

È più divertente guardare giocare Townsend che batte e vollea, reincarnazione americana di Martina Navratilova (106 discese a rete contro la sconvolta Halep, di cui 68 diretti serve&volley come non si vedevano dai tempi di Martina, di King e di Court) che non Coco che rema a fondocampo e con grinta inesauribile recupera tutto e lotta palla dopo palla come se fosse questione di vita o morte. E le smorfie, gli autoincitamenti che si fa piegandosi quasi a terra dopo ogni punto combattuto e vinto, trascinano la folla – e il folto, foltissimo clan che la sostiene dal suo box.

Taylor – pensate un po’ se un’italiana fosse stata battezzata… Sarta! – è riuscita finalmente a calare di peso, una dozzina abbondante di chili, da 90 a 77 pare, e avrà ripetuto mille volte in conferenza stampa quanto è stata dura per lei in tutti questi anni, con tutti che dubitavano delle sue possibilità pur dicendo – e pareva una contraddizione – che aveva grande potenziale. Un pochino, per la questione del peso, dei chili di troppo, mi sono ricordato della prima Navratilova, quando ancora con Chris Evert perdeva più partite di quante ne vinceva.

Poi Martina si affidò al dottor Haas, stesso dietologo anche di Ivan Lendl, dimagrì, si affinò, imparò a mangiare come si deve, e le sue discese a rete diventarono molto più rapide e incisive, i suoi balzi per smecciare e volleare assai più agili. Con Cirstea per Taylor Townsend sarà una prima prova del nove, come avrebbe detto Rino Tommasi. Si vedrà di che panni davvero si veste. Certo il pubblico sarà tutto per lei, come già contro Simona Halep cui proprio è mancata l’abitudine al passante. E quando mai sono costrette a tirarli le ragazze d’oggi?

Quanto a Coco vs Naomi, di certo chi sarà più nervosa, e chi ha più da perdere, è Osaka. Ma sarà sufficiente a Coco per riuscire ad approfittarne? Se vanno sulla lotta secondo me sì. Ma Naomi – che fu così disponibile e carina da far giocare una Coco tredicenne alla Pro World Academy di Delray Beach dove Coco è nata, potrebbe anche vincere 6-2 6-3 e rimandare Coco ad una vera sfida fra un annetto o due. Quando Coco potrebbe aver terminato quegli studi che, a differenza del tennis, spesso le fanno socchiudere le palpebre.

Ho parlato con il suo manager Tony Godsick riguardo a molte critiche che sono piovute sulla sua gestione per il troppo clamore che si è fatto per lanciare il personaggio Gauff e lui si è rivoltato come punto da una vespa. Si vede che avevo toccato un punto dolente.

“Siete voi giornalisti che scrivete di tutto e di più di Gauff, e poi dite di essere preoccupati che una ragazzina di 15 anni possa cadere preda di eccessive pressioni, possa risentirne psicologicamente, subire dei traumi e via dicendo. Tutti vi rifate al caso Capriati, ma quello è successo più di 20 anni fa! Troppa gente nel suo box? Cosa si deve fare se ha un padre, una madre, uno stuolo di parenti, due coach, il manager… devo impedire a qualcuno di sedersi lì? Se si consentisse ai suoi fratelli di saltare la scuola per vedere le sue partite… allora sì che sarebbe diseducativo! Ma i suoi genitori, pur entusiasti e molto estroversi ed espansivi, non lo permetterebbero. Ti assicuro che stiamo facendo di tutto per proteggerla, ma riceviamo 80 richieste di giornali, radio e tv che vogliono intervistarla e ti assicuro che facciamo di tutto perché non venga sovra esposta, soverchiata. Coco è la più giovane tennista ad aver raggiunto il terzo turno dai tempi di Anna Kournikova nel ’96. Sono trascorsi 23 anni”.

Una volta c’erano molte più enfant-prodiges. Sono 25 le tenniste under 16 che hanno vinto un match di singolare all’US Open dacché Tarcy Austin a 14 anni centrò i quarti nel ’77. Ma solo tre ragazze hanno raggiunto il terzo turno negli ultimi 22 anni e due non hanno poi fatto granché: Alexa Glatch nel 2005 e Cici Bellis nel 2014 (Cici però ha avuto gravissimi problemi di salute).

Gli dico allora: “Ma c’era proprio bisogno di vestire tutto il box con la maglietta con su scritto ‘Call me Coco’?”. E lui, prima di scusarsi per il tono insolitamente aggressivo (“Oggi mi hai preso in una cattiva giornata!”), spiega: “Quella, certo, è anche una questione di marketing: se la si deve promuovere come Coco Gauff e c’è gente che continua a chiamarla Cori come il padre, non si può restare inerti”. Beh, insomma, la CocoMania ha anche degli ispiratori commerciali. O no?

Cori Gauff – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Tutto chiaro adesso? Sono curioso di vedere come si comporterà il pubblico. Chiaro che fossero tutti con Coco quando ha giocato con l’ungherese Babos. A Wimbledon quando batté Venus sul centre court ci fu più equilibrio sugli spalti. Venus aveva vinto lì cinque corone. E poteva dispiacere tifarle contro. E comunque non si era in America. Vero che Naomi è figlia di un haitiano e di una mamma giapponese, e che rappresenta il Giappone – questo è sicuramente un fattore – però ha vissuto a lungo in Florida e per diverso tempo sembrava dovesse giocare per gli Stati Uniti.

Last but not least, come direbbero da queste parti, come ignorare che stasera, quarto match sul campo 17, ma i primi tre sono doppi e quindi potrebbe giocare intorno alle 17-18 di New York, 23 o mezzanotte in Italia – suvvia è sabato, potete anche sintonizzarvi su Eurosport e sostenerlo – l’ultimo italiano superstite, Matteo Berrettini.

Dopo aver visto soccombere Sonego con Andujar sarà meglio non illudersi per via del ranking inferiore del giovane australiano Alex Popyrin, 20 anni e n.105 del mondo ma tipo tosto, gran servizio e gran dritto. Potrebbe essere, quello sul campo 17, un match giocato… allo specchio. Le caratteristiche sono simili ma il nostro è più esperto e insomma è il favorito. È la prima volta al terzo turno qui per tutti e due, ma Matteo ha raggiunto gli ottavi a Wimbledon. Ed è approdato qui al terzo turno senza giocare benissimo. Si dice sia un buon segno.

Io ieri l’ho visto sereno, insieme a suo padre che mi ha detto che per via del nonno i Berrettini hanno ancora una casa a Firenze nella zona di Bellariva, non lontana dall’Arno. Si è allenato con Vincenzo Santopadre per un’oretta defatigante, credo che non gli dispiaccia giocare verso l’imbrunire, quando farà meno caldo. Gli australiani sono più abituati a temperature estreme. Ci si augura non ci sia troppo vento. “I giocatori con le leve lunghe sono più svantaggiati dei brevilinei quando c’è vento, e poi può essere un fattore che innervosisce anche se ci si arriva mentalmente preparati… Contro Thompson nei primi set ho fatto un sacco di steccate”, aveva detto venerdì sera Matteo.

Sono certo, per il resto della giornata, che la redazione vi consiglierà di non perdervi Kyrgios-Rublev, un match che promette scintille. Ma lì dovrete essere probabilmente un po’ più nottambuli che per Berrettini.

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Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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