Medvedev verso la finale con Nadal: "L'ultima volta mi ha mangiato in campo"

Interviste

Medvedev verso la finale con Nadal: “L’ultima volta mi ha mangiato in campo”

US OPEN – Daniil raggiunge la prima finale Slam della carriera. Sfiderà Nadal: “È una bestia, ma so come prepararmi”. Bad boy? “Nella vita sono calmo, in campo escono i miei demoni… non so perché”

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Daniil Medvedev - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Nonostante la giovane età, Daniil Medvedev ha mostrato in più di una occasione la sua maturità mentale, come nella semifinale dello US Open vinta ieri contro Grigor Dimitrov. La massima espressione di questa superiorità nei confronti del bulgaro è apparsa evidente nel primo set, quando il n.78 del mondo è sembrato giocare meglio del russo, ma nei momenti chiave si è lasciato sopraffare. “Penso che in questi casi la fiducia conti parecchio perché anche io ritengo che lui sia stato migliore di me in quel frangente, e credo di essere stato un po’ fortunato a vincere. Durante i punti cruciali c’è stato qualcosa di potente che mi ha permesso di trionfare e che in generale mi permette di vincere le partite che magari due mesi fa avrei perso. Come ad esempio contro David (Goffin) a Wimbledon. Più o meno era la stessa battaglia, lo stesso incontro, ma in quel caso ho perso”.

Riuscire a descrivere questo “qualcosa” però non è semplice nemmeno per lui. “Sapevo di essere sul sentiero giusto, lottare su ogni punto, ogni set, ma prima di questa settimana le cose non stavano funzionando. Avevo la sensazione che qualcosa mi mancasse: la stavo cercando e non so come l’ho trovata. Credo si tratti solo di esperienza, perché quest’anno ho perso due partite toste al quinto set: al Rolang Garros (contro Pierre-Hugues Herbert) quando guidavo 2-0 e avevo un break di vantaggio nel quinto, e anche a Wimbledon ero un break avanti al quinto. Ho perso quei match, ma queste due sconfitte mi hanno dato l’esperienza necessaria per far sì che non accada di nuovo“.

In queste due settimane di US Open sembra essersi cucito addosso la figura di bad boy a causa di alcuni screzi avuti con il pubblico newyorkese, ma ad una più attenta analisi sembra trattarsi esclusivamente di una eccessiva carica agonistica, ancora difficile da incanalare sul giusto tracciato. “Non dirò che sono una persona gentile o buona. Posso solo dire che nella vita reale sono molto calmo, e a dire il vero non ho idea del perché quando gioco a tennis escano fuori i miei demoni. Soprattutto da junior avevo molti problemi con il mio atteggiamento. Non mi squalificavano, ma era facile che ricevessi game di penalità. Ci ho lavorato duro perché non sono affatto così nella vita e sono migliorato parecchio, anche se ogni tanto mi capita ancora. Davvero, se vuoi farmi arrabbiare così nella vita quotidiana devi farmi qualcosa di veramente assurdo per una settimana di fila. Non so, devi venire nella mia stanza d’hotel e bussare alla mia porta alle 06:00 del mattino per sette giorni di fila. E a quel punto forse mi arrabbierò un pochino. Altrimenti sono davvero calmo”.

 

La sua grande solidità mentale tuttavia deriva anche dal fatto che poco si lascia influenzare dalle sue stesse sfuriate o dalle scaramucce con il pubblico. Un’altra cosa che avrebbe potuto distrarlo sono gli innumerevoli falli di piedi che gli sono stati chiamati durante questo torneo. Ma Medvedev ha ben chiaro il suo obiettivo, e questa non può certo essere una buona ragione per distrarsi.

“Non so cosa mi stia capitando in questo US Open. Probabilmente ho ricevuto più falli di piede che in tutta la mia vita. Ma io voglio solo andare avanti e vincere partite; forse sono davvero stanco mentalmente oppure non sono concentrato su nulla. Ho iniziato con Stan (Wawrinka), il match dove ne ho ricevuti di più. In quella partita mia faceva male il quadricipite quindi non riuscivo molto a concentrarmi sulla linea. Non mi era mai successo in carriera. Non so se si tratta solo di un problema di queste settimane, ma devo superarlo dicendomi: ‘OK, l’ho fatto di nuovo. Devo stare più attento la prossima volta, ora c’è la seconda di servizio’”.

La conferenza stampa di Daniil si è svolta prima della partita tra Berrettini e Nadal, quando il russo non sapeva ancora chi avrebbe incontrato in finale. Questa circostanza ci permette di sapere cosa ne pensa Medvedev dell’astro nascente del tennis azzurro. “Matteo è migliorato tantissimo. Ricordo la nostra sfida al secondo turno di Indian Wells nel 2018 dopo che io avevo ottenuto la mia prima vittoria a livello Masters 1000, quindi era un grande momento per me. Avrei dovuto incontrare Kyrgios ma lui si ritirò e quindi giocai contro Berrettini, che venne ripescato dopo aver perso con Dudi Sela 6-4 6-1”.

Va interrotto per un momento il racconto di Medvedev solo per annotare come la sua memoria non sia poi così ferrea: Berrettini nell’ultimo turno di qualificazione perse infatti in tre set da Polansky. “Ho pensato: ‘OK, ho un buon tabellone’. Primo game, serve a 225 km/h. Io mi dico: ‘Wow, cosa sta succedendo?’. Poi andiamo al tie-break dove sono sopra 6-1 e finisco per perderlo. Fu un match memorabile. Nel secondo lui salì 3-1 0-40, ma alla fine vinsi io. Un bel match da ricordare. Ed è anche bello vedere quanto lontano siamo giunti, entrambi semifinalisti Slam”.

Daniil Medvedev – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

L’avversario di Medvedev in finale sarà però un altro, Rafa Nadal, contro il quale non ha vissuto una bella esperienza in campo recentemente. “Lui è una macchina, una bestia. Quando ci siamo affrontati la sua energia era molto più alta della mia. Mi verrebbe da dire che lui mi ha proprio mangiato in campo. Era più forte, più veloce, più potente e io andavo sempre più giù. È fantastico aver fatto questa esperienza nella finale di un Masters 1000, ora so cosa aspettarmi e come prepararmi”.

Anche la sorte ha fatto di tutto per preparare Medvedev alla finale contro il maiorchino. Il n. 5 del mondo infatti con Prajnesh Gunneswaran, Feliciano Lopez e Dominik Koepfer è già a quota tre mancini affrontati in questo torneo. “È davvero insolito. Forse ne avrò incontrati tre in tutta la stagione, straordinario. Ovviamente mi aiuterà parecchio averne già affrontati tre con stili di gioco completamente differenti. Diciamo che ci ho fatto l’abitudine”. Chissà se avrà fatto l’abitudine anche a batterli.

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Interviste

[ESCLUSIVO] Istomin: “Sono d’accordo con Djokovic, il vaccino deve essere una scelta”

Dal suo isolamento in Kazakistan, Denis Istomin parla di questi mesi senza tennis, di aiuti economici, di vaccini e della possibile ripresa del circuito

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Denis Istomin - Australian Open 2017 (foto Roberto Dell'Olivo)

Intervista di Silvia Aresi

La maggior parte degli appassionati italiani conosce Denis Istomin almeno per l’impresa compiuta all’Australian Open nel 2017, quando al secondo turno sconfisse in cinque set l’allora numero due del ranking, nonché campione in carica Novak Djokovic. La classifica congelata ATP vede il tennista uzbeko, classe 1986, occupare la posizione 156, ma il suo best ranking risale al 2013, quando si issò fino al numero 33.

Dove hai vissuto durante questi mesi di quarantena?
Sono stato, e mi trovo tuttora, ad Almaty (città del Kazakistan, ndr), con la mia famiglia.

 

Hai ripreso ad allenarti e giocare a tennis in questi giorni?
Ad Almaty hanno appena riaperto i circoli di tennis, quindi per il momento sto facendo allenamento fitness, probabilmente riprenderò a giocare a tennis il 25 Maggio.

Hai avuto modo di parlare con qualche tuo collega durante questi mesi, a proposito della situazione attuale? Nadal ha detto che, a suo avviso, il circuito ATP non ripartirà nel 2020. Qual è l’opinione diffusa tra voi professionisti al riguardo?
Ho parlato con alcuni colleghi riguardo alla situazione che stiamo vivendo. Secondo me, e secondo altri giocatori, il tennis professionistico non riprenderà nel 2020.

Vale lo stesso anche per i due restanti tornei Slam, US Open e Roland Garros?
Mi piacerebbe che si disputassero. Ma, secondo me, c’è una probabilità molto, molto bassa che questo accada.

Cosa pensi della decisione della Federazione francese di posticipare l’evento?
Hanno fatto ciò che era conveniente per loro e non hanno tenuto conto del calendario o dei giocatori. In questa situazione, se ci sarà comunque un torneo, allora di certo sarà un bene per la maggior parte dei giocatori, perché ciò che vogliono davvero è poter giocare.

Djokovic, Federer e Nadal hanno proposto la creazione del Player Relief Fund per aiutare i colleghi che si trovano fuori dalla top 100 ATP. Cosa pensi di questa iniziativa?
Penso che sia una grande idea, perché sono tempi davvero difficili per tutti i giocatori, ma soprattutto per quelli di basso ranking, che non hanno possibilità di giocare Slam e tornei ATP, e sicuramente molti di loro stanno pensando di abbandonare il tennis professionistico. Spero che il denaro promesso dal Fondo li aiuti a mantenere alta la motivazione per continuare a giocare.

Dominic Thiem ha inizialmente criticato il progetto, dicendo che alcuni giocatori, in tornei come i Futures, non si impegnano realmente. Sei d’accordo con queste affermazioni?
Non gioco i Futures da diverso tempo, ad ogni modo ognuno ha la propria opinione! Di sicuro esistono giocatori che non si impegnano un granché qualche volta! Allo stesso modo ci sono molti giocatori che lavorano duramente e non hanno denaro per viaggiare e raggiungere quei tornei, non hanno possibilità di essere seguiti da un coach. Se vedete il montepremi dei Futures negli ultimi 20 anni non c’è stato un grande incremento. Non posso dire di essere al 100% in accordo o in disaccordo. Entrambi i punti di vista hanno un senso. L’unica cosa che non mi piace è che Dominic lo abbia detto pubblicamente, avrebbe dovuto riferirlo all’ATP o parlarne tra giocatori.

Lo stesso Thiem, e anche Matteo Berrettini, hanno dichiarato che ognuno dovrebbe essere libero di decidere a chi fare donazioni per scopi benefici, per esempio un ospedale o altre fondazioni, e che non spetta all’ATP obbligare nessuno ad aderire al Player Relief Fund. Cosa pensi al riguardo?
Su questo sono d’accordo. Ognuno ha la propria situazione finanziaria, e credo che ognuno debba contribuire secondo le proprie possibilità, non dovrebbero esserci obblighi. Ciascuno dovrebbe decidere per se stesso come e chi aiutare o meno.

Novak Djokovic ha rivelato che, in caso di vaccino obbligatorio contro il COVID-19, si opporrebbe. Questo ha sollevato un polverone, con molte accuse a Novak di essere contrario alla scienza. Qual è la tua posizione al riguardo?
Lasciamo che accusino anche me, allora! Ma sono d’accordo con Novak! Non può esserci una vaccinazione obbligatoria, ogni persona deve avere una scelta fra il vaccinarsi o meno.

Hai qualche idea su quando il circuito tennistico riprenderà con i tornei ATP?
Penso che i prossimi due anni saranno veramente difficili per il circuito ATP! Spero si riprenda presto, ma dobbiamo essere preparati allo scenario peggiore. Dal momento che la pandemia non è ancora terminata, l’obiettivo principale resterà la salute.

Cosa pensi dell’iniziativa di Patrick Mouratoglou, l’Ultimate Tennis Showdown, il torneo di esibizione da lui organizzato?
È un’ottima idea! I tennisti hanno bisogno di giocare partite, non importa se sono esibizioni o tornei. Spero che tutte le federazioni di tennis seguiranno il suo esempio e organizzeranno qualcosa del genere per i propri giocatori.

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Interviste

Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Focus

Il 2% che divide Gasquet da Federer, Nadal e Djokovic

Seconda parte dell’intervista a Fabrice Sbarro, il data analyst di Medvedev. “La realtà è che anche i big hanno margini risicati. 1 o 2% è una differenza per nulla irrilevante”

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Richard Gasquet e Roger Federer - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Pubblichiamo oggi il capitolo conclusivo dell’intervista a Fabrice Sbarro, data analyst di Daniil Medvedev che ha contribuito ai successi del rosso nell’estate 2019. Dopo avervi raccontato come Sbarro è riuscito a convincere coach Cervara della bontà del suo lavoro, allarghiamo il campo d’analisi all’intero mondo del tennis. Quanto conta quel famoso ‘1%’ di differenza, che al massimo diventa un 2%? Tanto, se può fare la differenza tra vincere uno Slam e non vincerne nessuno…

(trovate qui il video completo dell’intervista)

CAPITOLO 3 – CHIACCHIERE IN LIBERTÀ E PROSPETTIVE FUTURE

Il tema dell’1%, e di quanto sia sottile il margine fra vittoria e sconfitta nel tennis professionistico, è sicuramente affascinante. Su questo argomento è proseguita la chiacchierata.

Forse non c’è ancora una sensibilità diffusa su quanto sia importante quell’1%, che ne dici Fabrice?
1% è una differenza per nulla irrilevante. Djokovic, Nadal e Federer nelle loro carriere si attestano su una percentuale di punti vinti intorno al 54%. Magari la gente pensa che questi grandi campioni, probabilmente i più grandi che ci siano stati nella storia del tennis, abbiano semplicemente spazzato via i propri avversari. Ma la realtà è diversa e i margini anche per loro sono risicati. Ti dirò di più: Gasquet in carriera ha vinto intorno al 52% dei punti. Da una parte decine di titoli Slam, mentre il francese al massimo ha raggiunto le semifinali nei Major. La mia idea insomma è quella di aiutare gli atleti a cogliere quell’1% in più, fornire quel vantaggio competitivo che possa consentire loro di scalare una marcia e andare a posizionarsi sul gradino successivo. Daniil all’inizio dell’anno era sugli stessi livelli di Gasquet, si attestava sul 52% di punti vinti. Durante il periodo che invece va da Montreal a Shanghai, nel quale abbiamo collaborato, questo dato è schizzato al 54% (sui livelli dei tre mostri sacri, ndr).

 

Vogliamo riassumere allora come si è sviluppata la tua collaborazione con Gilles e Daniil?
Nel periodo che va da Montreal a Shanghai 2019, ho aiutato Gilles nella preparazione dei match e la condivisione era completa. Ed è stato incredibile, perché di solito i coach difficilmente si fidano al 100% e tendono a scartare buone parte delle proposte. Ma con Cervara è stato differente, anche perché in quel periodo la fiducia reciproca era testimoniata dal fatto che era Gilles a pagarmi direttamente. Gli piaceva il concept. E io potevo riscontrare che tutto questo era vero, perché in quel periodo Daniil effettivamente traduceva sul campo le nostre indicazioni al 70-80%; ovviamente c’è anche l’avversario in campo. Però dopo Shanghai è emerso anche un altro aspetto molto importante, quello psicologico”.

Che cosa significa?
Dopo Shanghai, torneo in cui Medvedev aveva battuto in finale Zverev, lo status di Daniil era cambiato, ormai era diventato una superstar, non più solo un buon giocatore, ma uno che rivaleggiava con i migliori e poteva competere a livello Slam. E probabilmente da un punto di vista emozionale la cosa non era facile da gestire, è stata un cavalcata dispendiosa mentalmente e fisicamente e probabilmente questo fatto di aver addosso una pressione completamente diversa è stato un peso eccessivo da gestire. Dopo Shanghai lui si sentiva in grado di poter tornare a giocare in un certo senso da solo, senza il supporto delle statistiche, nonostante avessi il pieno supporto del suo allenatore, Cervara. In pratica Daniil voleva mettersi alla prova e fare di testa sua. Nonostante questo, il rapporto di fiducia con Gilles era tale che ha continuato comunque a pagarmi per poter aver le mie analisi che erano a quel punto mirate a sviluppare il gioco del suo assistito. In altre parole, anche se non facevamo più la preparazione statistica dei match e quindi non curavamo più gli aspetti tattici, abbiamo lavorato per individuare ex post le cose che non andavano.

Daniil Medvedev allo US Open 2019 (foto Twitter @USOpen)

Non significa che il rifiuto di Daniil di affidarsi all’approccio statistico sia definitivo, semplicemente per adesso stiamo esplorando altre strade, anche se a volte è un peccatoCome ad esempio nella rivincita con Wawrinka all’Australian Open. Avevo studiato il gioco di Wawrinka e mi ero reso conto che anche se per gran parte del 2019 il rovescio di Stan andava a farfalle, nelle ultime settimane le cose erano cambiate, già a Doha, ed era tornato ad essere un colpo solido. Sapevo che Vallverdu (il coach di Stan, ndr) si era focalizzato su quel colpo; per cui, anche se il rovescio è un colpo che Daniil gioca benissimo, gli avevamo suggerito di anticipare la variazione lungolinea e non rimanere inchiodato sulla diagonale di rovescio per scambi prolungati. Purtroppo alla fine del match le statistiche dicevano che Daniil aveva giocato l’85% dei rovesci incrociati. Ovviamente non sapremo mai se sarebbe potuta andare diversamente, però è stata una partita combattuta che si è giocata sui dettagli. E magari con qualche piccolo accorgimento Daniil avrebbe potuto vincerla.

Dall’esterno, è sembrato che dopo Shanghai Medvedev avesse perso quel tocco magico che aveva avuto per diversi mesi e che l’aveva portato a sfiorare la vittoria contro Nadal, in una delle finali Slam più sofferte tra quelle giocate dal maiorchino. Torna quindi il tema del tennis come un purgatorio fatto di gradoni che costa tempo e fatica salire e che possono invece essere scesi con tanta rapidità. La considerazione allora, in un mondo in cui le statistiche non sono ancora maneggiate dalla maggior parte degli stessi giocatori ed allenatori, è che il vantaggio competitivo è ancor più significativo e talvolta può davvero fare la differenza. E parlando di tennisti che hanno fatto un bel balzo in avanti, non si può non parlare di Matteo Berrettini, nominato “Most improved player” nel 2019.

E di Matteo Berrettini che ne pensi Fabrice?
Credo che tutti i giocatori che hanno lavorato con degli esperti di dati poi ne hanno tratto profitto. Berrettini ne è un buon esempio: aveva cominciato l’anno intorno al numero 50 ed è riuscito a chiudere la stagione nei primi 8 e ad andare alle Finals. E lui ha lavorato con Craig O’Shannessy, che tutti ben conosciamo. Con tutto il rispetto non era previsto che finisse al numero 8! Essere un top ten significa più o meno vincere il 52% dei punti, una performance che per Berrettini non era lo standard. Berrettini, da top 30/top 50, vinceva circa il 51% dei punti.

Anche qui torniamo al tema di prima: stiamo parlando di una differenza di un punto percentuale, in grado di portare un buon giocatore nell’élite assoluta. E sono assolutamente convinto che Craig O’Shannessy sia stato determinante nel far compiere questo salto di qualità a Berrettini. Alla fine si tratta di piccoli dettagli, come le strategie al servizio, essere un po’ più aggressivi e cercare un po’ di più la via della rete, o usare un po’ di più il rovescio slice. Alla fine è questo di cui stiamo parlando ed è questo il ruolo di un esperto di statistiche che interpreta i dati per poter suggerire aggiustamenti tattici, quei piccoli dettagli di cui parlavamo prima. Insomma, data is coming!

Quindi già oggi alcuni giocatori stanno beneficiando di questi dettagli, è così?
Sicuramente, e un buon esempio è sicuramente Murray, che so per certo aver beneficiato di questo tipo di supporto. Andy era sicuramente un top player ma di base probabilmente non al livello degli altri tre, e il fatto che sia riuscito a inserirsi in questa lotta è incredibile. Magari quello che dico è completamente sbagliato, ma secondo me di base lui era un ottimo top ten, come Berdych ad esempio, che è arrivato sulla soglia della grandezza nel suo prime, arrivando anche in finale a Wimbledon. Murray invece ha vinto uno Slam, le Olimpiadi e ha avuto una carriera completamente diversa. Mentre gli altri tre stazionavano sopra il 54% di punti vinti, Murray è rimasto poco sopra il 53%, ma comunque sopra quel 52% che è la top ten.

Oltre a Medvedev hai avuto altre collaborazioni di rilievo nel 2019?
Sì, ho avuto modo di collaborare con Nicolas Mahut, che mi disse di essere interessato al mio lavoro e di volerlo provare. E l’occasione in cui abbiamo cominciato a fare sul serio è stata il Masters di Londra 2019. E durante quel torneo abbiamo fatto la preparazione per ogni match. È stato un bello sforzo perché prima di quell’occasione non mi ero mai occupato di doppio e così ho costruito la base dati puntando a tutte le coppie concorrenti di Mahut ed Herbert che erano a Londra. Anche lì probabilmente sarà stato un pizzico di fortuna, o come dicono alcuni scettici, quando Herbert e Mahut sono in giornata sono imbattibili. Però il risultato finale è stato che non hanno perso un solo set in tutta la manifestazione e considerando la qualità degli avversari è stato un grande risultato. Così ho deciso di cominciare a seguire anche il doppio, ma solo le migliori 20 coppie al mondo al fine di fornire i miei servizi solo ai migliori.

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