Andreescu contro Williams, finale da record - Pagina 3 di 4

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Andreescu contro Williams, finale da record

La partita di Flushing Meadows tra Serena Williams e Bianca Andreescu non è stata solo la finale Slam con più differenza di età fra le protagoniste (quasi 19 anni), ma anche una eccezionale occasione di confronto generazionale

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Serena Williams e Bianca Andreescu - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Bianca Andreescu
Al via dello Slam americano Andreescu era testa di serie numero 15, ma era comunque ritenuta la quinta favorita dai bookmaker (prima favorita era Serena Williams). Questo perché era reduce dalla vittoria di Toronto e da una stagione del tutto particolare, in cui il principale ostacolo alla sua scalata delle classifiche non erano state le avversarie, ma le condizioni fisiche. Infatti, dopo la inaspettata vittoria a Indian Wells, un problema alla spalla l’aveva costretta a saltare la stagione su erba e prima ancora quella sul rosso, con la sola eccezione di un match disputato al Roland Garros (prima di rendersi conto di non essere ancora pronta per giocare, e decidere di ritirarsi dallo Slam).

In pratica Andreescu nel 2019 ha perso solo quattro incontri. In gennaio la finale di Auckland contro Goerges e il secondo turno agli Australian Open contro Sevastova; in marzo la semifinale di Acapulco contro Kenin e gli ottavi a Miami contro Kontaveit (match non concluso per ritiro). Stop. Da allora sul campo è imbattuta.

Non solo. Quest’anno ha un bilancio contro le Top 10 di 8 vittorie e zero sconfitte; e siccome prima in carriera non ne aveva mai incrociate, significa che non ha mai perso in assoluto contro una Top 10. Solo vittorie.

 

Anche se il computer non capisce di tennis, alla fine i risultati si traducono in punti WTA. E così Andreescu ha compiuto una vertiginosa scalata nel ranking: era numero 152 in gennaio ad Auckland (tanto che prima di raggiungere la finale era dovuta passare per le qualificazioni), si ritrova oggi al numero 5 del mondo. Malgrado non abbia praticamente giocato fra marzo e luglio, cioè l’intera fase europea del Tour.

È davvero infrequente imbattersi in una stagione del genere, in cui un infortunio di entità seria, così seria da costringere a diversi mesi di inattività, si colloca all’interno di una striscia di prestazioni di altissima qualità (la vittoria a Indian Wells e il ritorno vincente a Toronto), senza cali di risultati dopo il problema fisico.

Questo rende ancora più eccezionale la stagione di una giocatrice ancora giovanissima come Bianca (è nata il 16 giugno del 2000), per la quale non abbiamo praticamente precedenti di carriera significativi. Abbiamo “soltanto” una serie di record sorprendenti, che rimandano a grandi campionesse del passato. Ecco alcuni fra i tanti dati stupefacenti che Andreescu sta mettendo insieme.

Innanzitutto è stata capace di vincere gli US Open alla prima apparizione nel tabellone principale, dato che nel 2017 e nel 2018 era stata eliminata nelle qualificazioni. Nell’era del tennis Open nessuna aveva mai vinto a New York da debuttante nel main draw.

Altri record vari, tra quelli indicati dagli statistici WTA. Prima canadese della storia a vincere un Major. Prima giocatrice nata negli anni 2000 a vincere uno Slam. Prima teenager a vincere uno Slam da tredici anni a questa parte (ultima a riuscirci la 19enne Sharapova agli Australian Open 2006). Prima teenager a sconfiggere Serena a Flushing Meadows.

Prima giocatrice in grado di vincere uno Slam alla quarta partecipazione nel main draw; significa che altre tenniste sono state più precoci in termini di età, ma non per esperienza. Per esempio Serena e Sharapova sono riuscite a conquistare il loro primo Slam più giovani, ma al settimo Major affrontato. Solo Monica Seles era riuscita a imporsi al quarto Slam a cui aveva preso parte, battendo Steffi Graf a Parigi nel 1990.

Tutti questi riferimenti non fanno che alzare l’asticella del confronto di valori, visto che per ritrovare imprese simili a quelle di Bianca occorre rifarsi a nomi di fuoriclasse o grandi campionesse. Quindi la domanda inevitabile è: Andreescu è una di loro? Stabilirlo ora è davvero arduo, ancora di più sull’onda emotiva della vittoria agli US Open. Forse è meglio sospendere il giudizio e cominciare a ragionare analizzando il presente.

Quali sono gli aspetti più significativi emersi a New York? Comincerei da quelli tecnico-tattici. Quando Bianca aveva vinto a Indian Wells avevo confessato di avere difficoltà nell’interpretare alcune sue scelte di gioco: non mi era chiara la ragione che la spingeva a proporre certe soluzioni. Oggi le cose sono cambiate: nelle partite estive il suo tennis mi è sembrato perfettamente comprensibile e del tutto chiaro; assolutamente logico. Come mai? A costo di apparire presuntuoso, offro la spiegazione che mi sembra più convincente.

A mio avviso rispetto al marzo scorso Bianca ha in parte cambiato il suo tennis. In Canada e a New York Andreescu è stata tatticamente più asciutta e scarna, con una maggiore propensione ad accorciare il palleggio, approfittando quasi sistematicamente della prima occasione utile per provare a chiudere il punto.

Questo a scapito della versione di giocatrice di Indian Wells, che puntava maggiormente sulla costruzione di un tipo di scambio più articolato. Tenendo presente queste differenze, penso che certe soluzioni presentate nel torneo californiano derivassero non solo dal desiderio di vincere, ma anche di verificare quanto fosse dotata. Come se allora, superata la difficile fase della maturazione giovanile (passata anche attraverso diversi infortuni), all’improvviso tutto fosse andato a posto, e fosse sbocciata la Andreescu adulta, i cui limiti erano ancora tutti da scoprire. Per noi, ma forse anche per lei.

In quel momento del tutto straordinario, Bianca si era scoperta capace di proporre un gioco di qualità altissima, e voleva mostrarlo al mondo. Si era ritrovata con “così tanto tennis” a disposizione, da non riuscire quasi a contenersi. Ogni colpo era alla sua portata, e dunque lo metteva in campo; quando era necessario; e perfino quando non lo era.

Con il senno di poi abbiamo capito che Andreescu è una giocatrice dal carattere forte e ambizioso. Del tutto giustamente, direi, visti i risultati che è stata in grado di raggiungere in pochi mesi. Ma a Indian Wells era scesa in campo da semisconsciuta, e in quanto semisconosciuta non desiderava solo vincere, ma lasciare un segno più profondo. E per farlo ricorreva anche ad alcuni virtuosismi a volte un po’ fine a se stessi.

Virtuosismi a cui ha rinunciato in Canada. Forse perché, al rientro dalla lunga pausa per infortunio, non si sentiva nella stessa condizione di forma. E infatti ogni match di Toronto si era concluso al terzo set (finale esclusa, ovviamente), spesso dopo battaglie durissime .

Poi è arrivato lo Slam americano, con la situazione profondamente cambiata rispetto a quando era scesa in campo a Indian Wells. Andreescu non era più una oscura outsider: ormai era una delle principali favorite, con tutta la stima e il rispetto che si deve a una protagonista con quel ruolo. Le sue qualità erano chiare a tutti, e per crescere ulteriormente di livello ciò che contava era la vittoria. Senza fronzoli o virtuosismi.

Con questo non sto dicendo che Bianca non abbia più proposto certi colpi visti a Indian Wels; ma lo ha fatto solo quando la situazione lo richiedeva davvero, dentro un quadro di scelte tattiche meno traboccante e rigoglioso: più logico e razionale. E se Andreescu sarà in grado di mantenersi anche in futuro su questi livelli, possiamo stare certi che le circostanze la obbligheranno a mostrarci ancora le sue qualità e le sue prodezze, senza che però si preoccupi di farlo a priori, anche quando potrebbe non servire.

Per spiegare questo parziale cambiamento di gioco, aggiungerei un’altra motivazione, che ho notato anche in altre giocatrici in un periodo di carriera simile al suo, come Sofia Kenin e Iga Swiatek: nel corso di questa stagione tutte e tre si sono trasformate in tenniste più decise nella costruzione del punto; vale a dire che appena si presenta l’occasione provano a cercare il vincente con maggiore immediatezza rispetto ai loro esordi nel circuito professionistico. Naturalmente ognuna lo fa assecondando le proprie caratteristiche tecniche, per cui per il gioco di Kenin incide di più il rovescio e per quello di Swiatek il dritto. Ma tutte sono diventate più dirette. Come a dire che nel passaggio dai tornei junior e ITF a quelli WTA, gli aspetti di concretezza hanno assunto maggiore importanza rispetto al periodo precedente.

In sintesi, penso che si possa fare questa considerazione generale su Andreescu: oggi probabilmente alcune giocatrici sono più forti di lei sul piano offensivo, e altre su quello difensivo. Però forse nessuna è completa ed equilibrata sui due versanti quanto Bianca. E così, a seconda delle circostanze, è in grado di prendere in mano lo scambio e concluderlo con vincenti (da ogni settore del campo), ma è anche molto efficace nelle fasi di contenimento. È difficile individuare punti deboli o lacune nel suo gioco, e starà alle avversarie studiarla a fondo per scoprire se ci sono, e quali potrebbero essere.

a pagina 4: La finale contro Serena Williams

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Elena Rybakina è davvero speciale

Analisi della più grande novità nel tennis femminile della stagione 2020, la giocatrice capace di raggiungere quattro finali su cinque tornei disputati

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Elena Rybakina - Bucarest 2019

Una delle cose che mi ha sempre affascinato nel tennis è assistere alla affermazione di giocatrici speciali. A volte per gradi, a volte improvvisamente, giovani tenniste si trasformano, e da outsider poco considerate compiono il salto di qualità decisivo che le rivela al mondo.

Ho parlato di giocatrici speciali perché per diventare qualcosa di più (per esempio campionesse) occorre che le stelle che le hanno fatte emergere si mantengano allineate per diverso tempo. Fuori di metafora astrologica: la vita di una sportiva può rivelarsi piena di incognite, di imprevisti e inconvenienti, che possono mandare in pezzi anche il futuro più roseo. Nei momenti cruciali vanno evitati problemi di salute, infortuni, ma anche semplici crisi di crescita che possono compromettere anche la carriera più promettente.

Dico tutto questo perché il 2020 di Elena Rybakina è stato senza dubbio quello di una giocatrice speciale. E se saprà confermare quanto ha mostrato in queste settimane, allora potremo anche dire di essere stati testimoni della nascita di qualcosa di più: una Top 10 per esempio e, perché no, anche una campionessa.

 

Per parlare di lei ho bisogno di partire dagli inizi. Occorre un incipit molto banale, ma che è indispensabile per capire la sua crescita, l’evoluzione che l’ha trasformata nella giocatrice così particolare di oggi.

Gli inizi di Elena Rybakina
Elena Rybakina nasce a Mosca il 17 giugno 1999, e inizia a giocare a tennis a sei anni. Come ha raccontato in questa intervista, per lei il tennis è uno sport di “seconda scelta” a causa dalla sua statura: Elena, infatti, inizialmente sperimenta la ginnastica e il pattinaggio su ghiaccio, ma gli insegnanti le fanno capire che è troppo alta per avere la possibilità di primeggiare nelle loro discipline. Al primo giorno di pattinaggio le nuova arrivate vengono suddivise in due gruppi: da una parte chi può sperare di fare agonismo, dall’altra chi andrà in pista solo per divertirsi, senza possibilità di affermazione. Ed Elena finisce nel secondo gruppo.

Decide allora di passare alla racchetta. E da ripiego, il tennis si trasforma subito in un grande amore: giocare le piace moltissimo e il divertimento rimane una costante negli anni, anche quando l’attività si fa più seria e richiede applicazione e sacrificio. Per lei il tennis è sempre un gioco.

Dopo i primi tornei locali arriva il momento del grande salto nei tornei giovanili internazionali. La carriera di Rybakina da junior è quella di una tennista capace di ottenere traguardi interessanti senza però raggiungere picchi eccezionali. La sua attività è abbastanza intensa (95 vittorie, 35 sconfitte) e dopo gli esordi comincia a essere convocata dalla federazione russa nelle competizioni a squadre, come atleta di interesse nazionale.

Entra fra le prime cento del ranking di categoria, ma per raccogliere i risultati migliori deve attendere gli ultimi mesi utili, al limite di età junior. Si parla del 2017: semifinale al Roland Garros, quarti di finale allo US Open e soprattutto la vittoria al trofeo Bonfiglio, torneo di Grado A (il livello massimo, come gli Slam) nel mese di maggio. A Milano sconfigge al secondo turno Wang Xiyu e in finale Iga Swiatek, che però è nata nel 2001, e quindi ha due anni meno di Rybakina.

La finale del Bonfiglio è ancora visibile integralmente su Youtube (almeno nel momento in cui scrivo): una partita in cui Swiatek esordisce con un tennis più brillante e propositivo, tanto da trovarsi avanti 6-1, 6-5 e servizio. Al dunque, però, Iga non riesce a chiudere (anche per i troppi doppi falli), e Rybakina prevale alla distanza (1-6, 7-6, 6-3), approfittando del calo della avversaria. Insomma, la sensazione che si ricava da questo match è che Swiatek sia più talentuosa ma anche più altalenante; tra le due giocatrici è la polacca a rimanere più impressa.

Grazie ai risultati ottenuti negli ultimi mesi da junior, in una età nella quale molte sono già stabilmente pro, Rybakina raggiunge come best ranking il numero 3 (dicembre 2017). Per tutto il periodo di attività giovanile gioca per il circolo dello Spartak Mosca, che ha come allenatori di riferimento Andrej Chesnokov (che non ha bisogno di presentazioni) ed Evgenia Kulikovskaya (ex numero 91 WTA nel 2003). Mentre la parte atletica è curata da Irina Kiseleva (ex campionessa mondiale di Pentathlon moderno). Non sono allenatori in esclusiva per Elena, ma seguono tutto il gruppo dei giovani più promettenti del club.

Nel frattempo Rybakina ha mosso i primi passi a livello ITF. E come nei tornei junior, c’è una costante anche nella sua attività professionistica: non spicca particolarmente per precocità, ma va incontro a una maturazione diluita e progressiva.

A fine 2017 è numero 420 in classifica, e ha di fronte un nuovo anno da dedicare alla scalata delle posizioni WTA. Nel 2018 vince un 15K a Kazana, mentre a livello di circuito maggiore ha l’occasione di mettersi in luce quando grazie a una wild card partecipa all’indoor di San Pietroburgo. Raggiunge i quarti di finale sconfiggendo a sorpresa la allora numero 7 del mondo Caroline Garcia (2-6, 7-6, 6-4), prima di perdere contro Julia Goerges. I 125 punti conquistati le valgono poco meno della metà di tutto il suo bottino stagionale, e la aiutano a salire nel raking sino alla posizione 191.

a pagina 2: La svolta dell’ultimo periodo

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L’eredità di Caroline Wozniacki

Uno Slam, un Masters e altri 28 titoli WTA. Ma al di là dei numeri, che segno ha lasciato Wozniacki dopo il ritiro?

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Caroline Wozniacki - Australian Open 2020 (via Twitter)

Questa settimana concludo i temi collegati all’Australian Open 2020 con una notizia annunciata: il ritiro di Caroline Wozniacki. Giocando per l’ultima volta nello Slam vinto nel 2018, Wozniacki ha messo fine a una carriera davvero importante, che ha caratterizzato tutti gli anni ’10 del circuito femminile (vedi QUI).

Ho deciso di affrontare il tema seguendo la traccia proposta da Fede, che in un post di due settimane fa aveva avanzato questa domanda: “Wozniacki si è ritirata, giocando nemmeno così male (ha eliminato Yastremska e contro Jabeur avrebbe anche potuto farcela). Qual è la sua eredità nel tennis?”. L’articolo è esattamente il tentativo di rispondere al quesito di Fede.

Wozniacki in campo
Qualche dato in sintesi. Wozniacki è nata l’11 luglio 1990 e ha avuto due picchi di carriera: il primo fra il 2009 e il 2011, il secondo (leggermente inferiore per continuità e forse anche per livello di gioco) nel biennio 2017-18.

 

Caroline è stata numero 1 del mondo al termine delle stagioni 2010 e 2011. Dunque ha raggiunto i vertici del ranking WTA quando aveva appena 20 e 21 anni. La critica che l’ha inseguita in quel periodo era che il suo primato fosse quasi usurpato, perché vinceva i tornei di livello medio-alto, ma “falliva” negli Slam. Affrontiamo subito la questione, così poi si può andare oltre, e fare un ragionamento più ampio sulle sue caratteristiche di giocatrice.

Innanzitutto né Wimbledon nè il Roland Garros erano adatti a lei. Wimbledon era troppo favorevole alle attaccanti, e infatti a Londra non è mai riuscita ad andare oltre il quarto turno. Mentre la terra le è sempre rimasta parzialmente indigesta, molto probabilmente perché lontana dal suo imprinting tecnico, che non è quello delle tenniste latine abituate fin da piccole a misurarsi con il rosso. Almeno, questa è la mia spiegazione, perché forse la terra avrebbe potuto anche esaltare le sue doti di resistenza e tenuta mentale, ma i risultati hanno dimostrato che il Roland Garros non faceva per lei (al massimo due quarti di finale).

Rimangono quindi i due Major sul cemento. Ma nel periodo migliore di Wozniacki c’erano alcune giocatrici in grado di offrire un tennis di qualità altissima sul duro: Serena Williams, Victoria Azarenka, Li Na e Kim Clijsters. E infatti a batterla a Melbourne e New York nei suoi anni di picco sono state proprio Williams, Clijsters e Li. Il maggior rimpianto potrebbe forse essere legato alla eliminazione nella semifinale degli US Open 2010 contro Vera Zvonareva, che era comunque nella migliore stagione della carriera (non per niente era reduce anche dalla finale di Wimbledon).

Naturalmente queste sono valutazioni che solo la distanza storica ci consente di stabilire con chiarezza: allora i valori non erano così evidenti e definiti, per cui le argomentazioni dei suoi accusatori suonavano più motivate di quanto non risultino oggi. Sia come sia, in quegli anni le tante critiche avevano inciso sulla considerazione di molti appassionati, e forse anche sul carattere e la psicologia di Caroline.

Come è noto, Wozniacki cancella lo zero alla casella degli Slam soltanto nel 2018, quando vince a Melbourne. Probabilmente la concorrenza in quel torneo era un po’ meno qualificata rispetto al 2009-2011, visto che si stava vivendo una fase di transizione generazionale. E non dico questo per sminuirla, quanto piuttosto per sottolineare che quando ha avuto una occasione concreta per vincere lo Slam, Caroline ha saputo coglierla, oltretutto battendo in finale la allora numero 1 Simona Halep.

In più Wozniacki vince il torneo da campionessa in carica del Masters (Singapore 2017), titolo che ha ulteriormente impreziosito il suo palmares. In sostanza le vittorie nel 2017-18 sono state inferiori di numero rispetto alla prima fase di carriera, ma più rilevanti come prestigio.

Wozniacki si toglie il rovello più grande affermandosi in Australia, ma di sicuro lo Slam in cui mediamente si è espressa meglio è quello americano. A New York vanta tre semifinali (2010, 2011, 2016) e due finali, battuta da Clijsters nel 2009 e da Serena nel 2014.

Tolto di mezzo l’argomento Slam, arriva il tema più interessante: la sua qualità di giocatrice. Sono convinto che il segno più profondo sul circuito Caroline lo abbia lasciato nel biennio 2010-2011, quello delle 67 settimane in cima al ranking. In quelle stagioni si impone grazie a un modo di stare in campo in cui emergono soprattutto queste doti: superiori qualità difensive, grande resistenza atletica, abilità nel leggere in anticipo le decisioni di gioco delle avversarie, e una eccezionale applicazione agonistica.

In quel periodo giocare contro di lei è davvero duro, sotto tutti gli aspetti: tecnici, tattici, fisici e mentali. L’unico modo per non soffrire è essere una grande attaccante in giornata di grazia, in grado di sfoderare vincenti a ripetizione. Altrimenti contro Caroline sono dolori. Ricordo molti suoi match in cui le avversarie dovevano dare tutto per fare partita pari, ma prima o poi sentivano la necessità di rifiatare, finendo per essere inesorabilmente sopraffatte da una Wozniacki che molto difficilmente andava incontro a cali di rendimento.

Nel suo momento d’oro, Caroline dà veramente la sensazione di essere una iron-woman, non solo perché con quel modo di giocare è durissima da battere, ma anche perché è in grado di sostenerlo per un eccezionale numero di partite stagionali. 80 match (59-21) nel 2008, addirittura 93 nel 2009 (68-25), 79 nel 2010 (62-17) e di nuovo 80 nel 2011 (63-17).

Ecco, a mio avviso la principale eredità strettamente tennistica che lascia Wozniacki al circuito femminile è legata al suo modo di stare in campo con impressionante continuità fisica. Sulla scorta dei risultati di Caroline, diventa sempre più evidente a un vasto numero di giocatrici che per esprimersi ad alto livello è indispensabile una estrema cura nella preparazione atletica. E sono convinto che molte sconfitte subite contro di lei si siano trasformate in uno stimolo per affrontare con più professionalità il lavoro sul fisico con i fitness trainer.

In sostanza penso che Wozniacki abbia davvero contribuito a far alzare la qualità atletica media di tutto il circuito WTA. Può piacere o meno, ma il tennis si è evoluto nel tempo da “gioco” a “sport”, e Caroline ha avuto un ruolo non marginale in questa evoluzione.

Insomma Wozniacki è stato un modello di riferimento, anche se probabilmente in poche potevano pensare di eguagliarla, perché lei partiva da qualità naturali superiori. Lo ha dimostrato quando ha affrontato la maratona di New York senza specifica esperienza sulle corse lunghe, e l’ha conclusa sotto le 3 ore e 30 minuti (3 ore, 26 minuti, 33 secondi).

a pagina 2: Wozniacki tra campo e fuori campo

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Australian Open 2020: delusioni e sorprese

Da Osaka a Jabeur, da Williams a Swiatek, protagoniste in positivo e in negativo dello Slam di gennaio. E per concludere una teoria sulle ultime vincitrici dei Major

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Coco Gauff e Naomi Osaka - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Dopo avere celebrato la scorsa settimana le imprese delle finaliste Kenin e Muguruza, per completare la riflessione sull’Australian Open 2020 è il momento di ragionare sulle giocatrici uscite da Melbourne deluse per aver ottenuto risultati al di sotto delle aspettative. Ma nella seconda parte dell’articolo ci sarà spazio anche per riflessioni di altro genere. Cominciamo con le due semifinaliste sconfitte.

1. Ashleigh Barty e Simona Halep
Simona Halep è stata la numero 1 WTA al termine delle stagioni 2017 e 2018; Ashleigh Barty l’ha sostituita concludendo al primo posto nel 2019. Non stiamo quindi parlando di giocatrici qualsiasi, ma di due tenniste che hanno dimostrato di possedere notevole consistenza, tanto da raggiungere il traguardo che più premia la continuità ad alti livelli.

In vista del torneo australiano, per i bookmaker erano appaiate come terze possibili vincitrici (quotate a 9), alle spalle di Williams e Osaka. Logico quindi che una volta arrivate in semifinale fossero considerate favorite contro Kenin e Muguruza. In realtà entrambe sono state sconfitte in due match terminati con un punteggio identico: 7-6, 7-5.

 

Barty era la leader della parte alta del tabellone, e nel torneo ha dovuto percorrere un cammino in cui non ha avuto sconti. Per Halep, testa di serie numero 3, sorteggiata nella parte bassa del draw, le cose sono state un po’ più semplici, almeno fino al match contro Muguruza.

Ashleigh Barty
Superati i due primi turni, Barty ha trovato nei match intermedi tutti i maggiori ostacoli possibili: la tds 29 Rybakina, la 19 Riske, la 7 Kvitova. Ed è riuscita a venirne a capo malgrado le insidie non fossero trascurabili.

Alison Riske l’aveva battuta nei precedenti scontri diretti, e anche nel match di Melbourne ha dimostrato di possedere le armi adatte a far soffrire Ashleigh. Innanzitutto una notevole qualità in risposta, e poi la capacità di gestire con abilità la differenza dei due colpi da fondo campo di Barty. Da una parte Alison sa appoggiarsi alla potenza del dritto della avversaria per ricavare un surplus di accelerazioni che di suo altrimenti non possiederebbe, visto che non è una giocatrice superpotente. Dall’altra contro i rimbalzi bassi dello slice di rovescio di Barty, Riske ha una volta di più dimostrato perché si trova così bene sull’erba: sa scendere alla perfezione con le gambe e gestire con sicurezza le parabole a rimbalzo sfuggente. Il 6-3, 1-6, 6-4 conclusivo restituisce l’equilibrio che ha regnato nei cento minuti del loro match.

Superato lo scoglio degli ottavi, Barty ha dovuto misurarsi con la finalista dello scorso anno Petra Kvitova, che nel torneo 2019 l’aveva eliminata proprio a livello di quarti di finale. Ma questa volta a prevalere è stata lei (7-6, 6-2), dimostrando che negli ultimi dodici mesi è sicuramente cresciuta nella maturità agonistica. Nel primo set, estremamente equilibrato, Kvitova non ha saputo convertire le tante occasioni di break (ne ha mancate 8 su 9) e nemmeno un set point raggiunto nel tie-break. Perso il primo set, Petra non ha avuto la forza, fisica e psicologica, di risalire in un match in cui fino a quel momento aveva speso tanto, raccogliendo nulla.

Oltre alla differente solidità mentale, rispetto allo scorso anno ha forse inciso anche la inferiore velocità delle condizioni di gioco. La relativa lentezza dei campi 2020 a mio avviso ha favorito il tennis di Barty: in un paio di punti importanti del primo set, ad Ashleigh sono riusciti dei fantastici recuperi difensivi che con i campi versione 2019 probabilmente non sarebbero stati possibili.

Dopo il successo contro la finalista uscente Kvitova, Barty sembrava la candidata più autorevole alla finale della parte alta di tabellone, a maggior ragione dopo le cadute premature nel secondo quarto di draw, quello di Osaka e Williams.

Invece, come sappiamo, Sofia Kenin ha sovvertito i pronostici della vigilia. Ho già parlato della semifinale nell’articolo della scorsa settimana. Qui sottolineo un paio di temi esclusivamente orientati su Ashleigh. Uno negativo e uno positivo. Negativo: si è avuta la conferma che il rovescio può rivelarsi un punto debole del suo gioco: nella partita contro Sofia la tensione non solo le ha fatto compiere tanti errori, ma anche quando non sbagliava la palla viaggiava troppo poco incisiva per creare seri problemi all’avversaria. Avevo notato quanto la tensione possa influire sulla qualità del suo slice in un match che avevo seguito dal vivo a Wimbledon due anni fa (contro Kasatkina, vedi QUI), e mi pare che a Melbourne la situazione si sia ripetuta.

Ma credo che questa sconfitta si presti anche a una chiave di lettura positiva. In semifinale Barty è scesa in campo quasi paralizzata dalla tensione, con un grave problema al rovescio e con il servizio che è calato in incisività (8 ace nel primo set, nessuno nel secondo). Eppure, malgrado tutti questi handicap, è arrivata ad avere due set point sia nel primo che nel secondo parziale. Per me significa che il suo tennis è davvero efficace. Così efficace da permetterle anche in una giornata ampiamente deficitaria di giocarsela contro la futura campionessa del torneo. Cosa sarebbe successo se fosse stata giusto un pochino più consistente?

Simona Halep
Rispetto a Barty, Halep si è confrontata contro giocatrici un po’ meno complicate soprattutto per questioni di “matchup”: vale a dire avversarie con caratteristiche meno insidiose per il suo tipo di tennis. Elise Mertens (sconfitta negli ottavi) propone un gioco simile a quello di Simona, ma con meno creatività geometrica e meno qualità negli spostamenti e nella copertura difensiva. Per questo, se entrambe sono in buone condizioni, penso che Simona sia destinata ad avere la meglio. E il 6-4, 6.4 lo ha confermato.

Anett Kontaveit (sconfitta nei quarti) ha un tennis più aggressivo rispetto a Mertens, ma non ha la potenza sufficiente per incidere davvero sulle difese di Halep. E visto che sul piano del puro palleggio non ha la solidità di Simona, nella partita di Melbourne è stata inevitabilmente obbligata a provare a spingere, il più delle volte finendo fuori giri. In pratica Anett si è ritrovata in una condizione di impotenza. Per questo non mi è sembrato così notevole il 6-1, 6-1 conclusivo, perché fra le attuali Top 30 Kontaveit è forse la migliore avversaria possibile per esaltare le qualità di Halep.

Ho già raccontato la scorsa settimana il match contro Muguruza: quanto vicine siano state le due giocatrici, e quanto ha pesato su alcuni punti cruciali la diversa attitudine all’avanzamento verso la rete. Chissà se anche nel team di Halep interpreteranno in questo modo le cause della sconfitta.

Se fosse così, questa semifinale potrebbe rivelarsi una occasione di crescita, per provare ad affrontare alcune situazioni di gioco in modo più verticale e incisivo. A 28 anni compiuti è difficile cambiare certi istinti, ma credo che per rimanere ad alti livelli uno dei segreti sia proprio quello di cercare di migliorarsi, sempre.

a pagina 2: Naomi Osaka e Serena Williams

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