Giorgi fuori ad Osaka. In finale c’è... Osaka

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Giorgi fuori ad Osaka. In finale c’è… Osaka

Doppio impegno per le tenniste nel torneo giapponese. La marchigiana si ferma al primo round contro Elise Mertens, poi superata dalla ex n.1 al mondo. Naomi in finale affronterà Pavlyuchenkova

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Camila Giorgi - Osaka 2019 (foto via Twitter, @torayppo)

La pioggia che ha colpito Osaka venerdì ha decisamente sconvolto i piani degli organizzatori del Toray Pan Pacific Open, che sono stati costretti a piazzare quasi tutti i quarti di finali e le due semifinali nello stesso giorno. L’unica tennista esclusa da questo potenziale doppio impegno è stata Angelique Kerber, che nell’unico quarto conclusosi in tempo utile era riuscita ad approfittare del ritiro di Madison Keys sul 2 a 1 in suo favore nel terzo set. Il primo parziale era stato vinto dalla tedesca per 6-4, mentre nel secondo la statunitense si era imposta con il medesimo punteggio. Keys ha dovuto dare forfait per un problema al piede. Un infortunio che potrebbe condizionarla nel suo match d’esordio nell’imminente torneo di Wuhan dove affronterà la nostra Camila Giorgi.

E la tennista marchigiana dovrà già prepararsi per quel match, dopo essere capitolata di fronte ai quarti ad Osaka contro la belga Elise Mertens, giocatrice molto in forma in questo momento e reduce dal trionfo in doppio con Aryna Sabalenka agli US Open. L’incontro è terminato dopo un’ora e un quarto di gioco con il punteggio di 6-4 6-3 in favore della giocatrice fiamminga, n.24 del ranking WTA e n.12 del seeding del torneo giapponese. 

Primo set dall’andamento piuttosto movimentato, con entrambe le giocatrici che faticano enormemente a tenere il servizio. Giorgi è la prima a cedere la battuta nel terzo gioco, lasciando scappare la sua più quotata avversaria sul 4 a 1. La tennista di Macerata recupera un break nel sesto gioco ma Mertens mantiene le distanze sul 5 a 2, conquistandosi la possibilità di servire per portare a casa il primo parziale. Giorgi conquista ancora un turno di risposta e accorcia le distanze ma la belga chiude i conti all’occasione successiva. Molto più lineare il secondo set. Tutto si decide nel quinto gioco in cui Mertens, avanti 3 a 2, si guadagna e trasforma una palla break. La 23enne di Leuven prende il largo e chiude i conti in risposta sul 5 a 3. La tennista italiana paga delle pessime percentuali al servizio che si vanno a sommare ai cinque turni persi: 55 per cento di prime in campo e 31 per cento di punti vinti con la seconda. 

 

Nonostante la sfida contro Giorgi sia stata piuttosto rapida, Mertens non è poi riuscita a raccogliere altro che cinque giochi nel suo secondo match di giornata contro la favorita del tabellone e n.4 del mondo Naomi Osaka nella semifinale della parte alta. La giapponese, nella sua città omonima, si è infatti imposta con lo score di 6-4 6-1. In precedenza, Osaka aveva inflitto un duplice 6-4 alla kazaka Yulia Putintseva. La vincitrice degli US Open 2018 ha così raggiunto per la terza volta una finale in casa, dopo le due perse a Tokyo nel 2016 e lo scorso anno, rispettivamente contro Caroline Wozniacki e Karolina Pliskova. 

Questa volta nessuna “Carolina” potrà impedirle di finalmente imporsi di fronte al suo pubblico. In finale infatti si troverà di fronte Anastasia Pavlyuchenkova, anche lei capace di resistere e uscire vincitrice dalla doppietta-quarti di finale-semifinale nella stessa giornata. Nei quarti Pavlyuchenkova si è sbarazzata con un periodico 6-2 dell’altra giapponese presente nei quarti di finali, ovvero Misaki Doi. In semifinale la 28enne moscovita, n.41 del ranking WTA, si è ripetuta addirittura contro la tre volte campionessa Slam Angelique Kerber, superandola con lo score di 6-3 6-3. Per Pavlyuchenkova si tratterà della prima finale in questa stagione, la 19esima in carriera e la seconda in Giappone. Nel 2017, sempre a Tokyo, perse proprio da Caroline Wozniacki. Osaka dovrà stare attenta alla potenza della russa che l’ha già battuta nell’unico scontro diretto finora disputato, in Estremo Oriente, tanto per cambiare, ad Hong Kong per la precisione, due anni fa.

Risultati quarti di finale:

[1] N. Osaka b. Y. Putintseva 6-4 6-4
[9] E. Mertens b. C. Giorgi 6-4 6-3
A. Pavlyuchenkova b. [WC] M. Doi 6-2 6-2

Risultati semifinali:

[1] N. Osaka b. [9] E. Mertens 6-4 6-1
A. Pavlyuchenkova b. [4] A. Kerber 6-3 6-3

Il tabellone aggiornato

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Finali Davis: perché le scelte di Barazzutti non mi hanno convinto

Non avrei spremuto fino all’osso un Matteo Berrettini già provato a dismisura da un grandissimo finale di stagione. Il capitano non doveva, dopo i tre durissimi set persi con Shapovalov, metterlo in campo anche nel doppio contro il Canada. Non si invochi la sfortuna. Sono i dettagli a fare la differenza

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Corrado Barazzutti - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corine Dubrueil / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Può forse consolare il fatto che il Canada, primo team giustiziere degli azzurri, sia andato oltre la vittoria nel proprio girone e abbia battuto anche l’Australia che, orfana dell’infortunato Kyrgios, ha conquistato soltanto il punto di De Minaur a spese di Shapovalov, ma ha subito le sconfitte di Millman con il sempre più sorprendente, nonché triplice vincitore di tre singolari Pospisil (che mi viene sempre fatto di chiamare Prinosil per assonanza… farmaceutica), e nel doppio. E certo non sarà questa eliminazione al primo turno della nuova e discussa Davis, con il terzo posto su tre squadre, a far dimenticare che questo 2019 resta un anno di grandissime soddisfazioni per il tennis italiano. Quali siano state le conoscono ormai tutti, perché le abbiamo celebrate in tutti i modi possibili e immaginabili.

Il tennis non è il calcio, gli appassionati di tennis non corrispondono esattamente a quelli che seguono il calcio nelle curve, anche se ci sono sempre più tifosi dell’uno e dell’altro sport. E anche i giornalisti che seguono il tennis non si muovono e scrivono con gli stessi toni, e principi, di quelli che seguono prevalentemente il calcio. Nel calcio l’allenatore della nazionale che fosse favorita per affermarsi nel proprio girone e arrivasse ultima, verrebbe massacrato dalla critica sempre e comunque, sebbene tutti sappiano che sono i giocatori e non gli allenatori a scendere in campo, a realizzare prestazioni negative (come positive).

Quando si perde nel calcio per i tifosi e i media l’allenatore ha quasi sempre sbagliato formazione, ha lasciato in panchina i migliori, ha sbagliato le sostituzioni, non si è reso conto che il tal giocatore non era in forma, non ha indovinato la tattica e, con il senno di poi, chiunque avrebbe fatto meglio. Nel tennis siamo tutti un tantino più discreti, educati, rispettosi e civili, anche se poi un titolo giornalistico è un titolo, deve sempre forzare un pochino la mano per stimolare la lettura dei lettori… più pigri.

Dopo tutta questa lunga premessa, devo però per prima cosa ricordare quello che ha detto Nadal a proposito delle difficoltà che hanno anche le squadre più forti nell’affermarsi come tali. “I due set su tre, il doppio che rappresenta un punto che vale il 33% dei tre punti per i quali si lotta e non più il solo 20% della vecchia Davis, fanno sì che basti pochissimo per spostare l’ago della bilancia da una parte o dall’altra”. Le ho volute ricordare perché quando il filo su cui si regge l’equilibrio è così sottile, basta anche un piccolo, piccolissimo dettaglio trascurato a trasformare una possibile vittoria in una bruciante sconfitta.

Arrivo solo adesso a dire che non ho per nulla approvato – e fin dall’inizio e non con il senno di poi, perché ad alcuni amici colleghi l’ho detto subito – la scelta di Corrado Barazzutti di schierare Berrettini in doppio contro il Canada nella prima giornata di Davis dopo che Matteo aveva appena perso in tre set durissimi (sotto tutti i profili) con Shapovalov. Quella con Shapovalov era stata una bellissima partita, persa sul filo di lana dopo un grande, grandissimo dispendio di energie fisiche e mentali. Fognini e Bolelli hanno vinto uno Slam contro tali Herbert/Mahut in una finale australiana, sono amici e fortemente affiatati e anche se Bolelli non ha avuto recentemente troppe occasioni di mettersi in mostra, beh non ha certo disimparato a giocare il doppio, né si è dimenticato tutte le esperienze che ha avuto in Davis e nei tornei ad alti livelli.

Vero che il miglior Berrettini oggi come oggi dovrebbe poter garantire prestazioni di livello superiore rispetto a Bolelli, ma tutti sapevano – e avrebbe dovuto saperlo anche Barazzutti – che quello di questi ultimi tempi non è e non poteva essere il miglior Berrettini. Inoltre, se anche fosse stato comunque considerato un tantino più affidabile di Bolelli, Barazzutti sapeva bene che avrebbe avuto bisogno di un Berrettini riposato il giusto per affrontare gli Stati Uniti. Invece ha schierato Matteo anche in doppio. E anche quel match non è stato né facile né corto né riposante, non è finito presto… (seppur non così tardi come quello conclusosi alle 04:30 del mattino) e contro l’amico Fritz, buon giocatore ma non un fenomeno, si è visto subito che quello in campo non era il miglior Berrettini, a dispetto di qualche bella cannonata di dritto, di diverse battuta sui 130 km l’ora e vari ace.

Dalla fine del secondo set in poi si è visto tutti che contro Fritz Matteo era in apnea, che faticava tremendamente a mantenere il pallino del gioco contro un tennista come l’americano che, soprattutto di dritto, faceva fatica a tenere i ritmi alti. Non era facile, sullo 0-2, tenere fuori dal doppio un n.8 del mondo, anche se decisamente più singolarista che doppista come Berrettini – che peraltro di doppi con Fognini non aveva davvero grandi esperienze – però l’allenatore è lì apposta per vedere quel che l’appassionato non può vedere, c’è apposta per rendersi conto delle situazioni, per accorgersi – magari insieme ad un medico che testi le condizioni di chi sta per scendere in campo – se un giocatore è in grado di sopportare fisicamente ma anche mentalmente un certo tipo di sforzi.

Il coraggio, diceva il Manzoni nei Promessi Sposi riferendosi a Don Abbondio, “se uno non ce l’ha non se lo può dare”, e io proprio per questo ho sempre apprezzato particolarmente chi avesse quelle doti di personalità che consentissero di fare anche scelte difficili. Ad esempio ho sempre molto apprezzato chi avesse il coraggio di contraddire anche le classifiche ATP sia nel momento di provvedere alle selezioni dei giocatori che nel momento di mandarli in campo.

Corrado Barazzutti e Fabio Fognini – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

Devo dire al proposito che Adriano Panatta è stato un grande capitano di Davis proprio perché ha spesso preso anche dei rischi, come quando – è solo il primo esempio che mi viene in mente, ma ce ne sono diversi altri, se voleste li cercherò… oppure ricordatemeli anche voi lettori più agéeripescò Camporese dalla naftalina per battere nel 1997 la Spagna di Moya a Pesaro, ben sapendo che tutti gli italiani meglio classificati di Omar secondo lui non avevano chance di farcela mentre Omar avrebbe potuto indovinare una giornata: e lui la indovinò rimontando due set di handicap e vincendo al quinto (6-7 6-7 6-1 6-3 6-3) contro il finalista dell’Australian Open di pochi mesi prima e che sarebbero diventato campione del Roland Garros l’anno dopo.

Selezionare e mettere in campo il miglior classificato lo sanno fare un po’ tutti. Scegliere a seconda delle circostanze, delle situazioni che possono verificarsi nel corso di un match e che richiedono speciali contromisure, è meno facile. Oltretutto buttando in campo un già stanco Berrettini al fianco di Fognini c’era – insieme al rischio di logorarne la resistenza – anche il rischio di sfiduciare Bolelli, convocato in nazionale giustappunto per giocare i doppi e consentire ai singolaristi di godere un meritato riposo fra un incontro e l’altro.

Come sempre quando si discutono le scelte degli allenatori mancano le controprove. Di sicuro Berrettini ha finito il suo secondo singolare contro Fritz, e la sua terza partita consecutiva al terzo set, che era alla canna del gas. E se l’Italia avesse strappato la qualificazione ai quarti, di nuovo al Berrettini singolarista Barazzutti avrebbe dovuto rivolgersi. Quella sì che era una scelta praticamente obbligata, non quella del doppio. E dopo i quarti ci potevano essere le semifinali… e la finale! Non aveva detto proprio Barazzutti che questa squadra era fortissima – concetto ribadito anche dopo l’eliminazione – e che con un po’ di fortuna questo team avrebbe potuto addirittura vincere anche questa Coppa Davis?

Purtroppo, mentre ci sta tutto di poter perdere un doppio contro due super specialisti quali Sock e Querrey, il punto determinante che ci avrebbe potuto (dovuto?) dare la vittoria, dopo che Fognini aveva fatto più del suo dovere vendicando la sconfitta dell’US Open con Opelka, era quello di Berrettini contro Fritz che, ribadisco, non è un mediocre giocatore come testimonia il suo ranking di n.32 del mondo, ma era un avversario da battere se si nutrivano ambizioni importanti quali quelle espresse.

Ho letto sul sito che le dichiarazioni del capitano azzurro post match con gli Stati Uniti si sono appuntate principalmente sui difetti del nuovo formato, sull’inaccettabile ora tarda cui si sono conclusi i match (verissimo, intollerabile anche se non era semplice in sette giorni allestire tutti quei match che dovevano essere giocati in tre soli stadi – ce ne sarebbero voluti quattro – ma l’ora tarda c’è stata per tutti, non solo per gli azzurri). E poi anche sul mancato rispetto nei confronti dei giocatori costretti a giocare a quelle ore da thè e croissant (ma, ripeto, valeva per tutti i giocatori, non solo i nostri che non possono pretendere di essere trattati diversamente dagli altri), sulla sfortuna in diversi episodi delle partite perse.

Fra le varie lamentele e giustificazioni, sottolineando un po’ demagogicamente che “Berrettini e Fognini si sarebbero meritati di più per il loro impegno” – e l’aspetto demagogico sta nel fatto che anche gli avversari si sono impegnati al massimo, perché mai loro avrebbero dovuto meritare di meno? -, Barazzutti ha segnalato anche i ritiri nei doppi di Canada e Australia che hanno falsato – o potevano falsare – la corsa alle qualificazioni per quelle squadre che sconfitte già una volta miravano ad essere fra le due seconde migliori squadre dei sei gironi.

Sono pienamente d’accordo con Corrado – e l’ho scritto subito – che quella regola è assurda, sbagliata, ingiusta e va modificata, tant’è che ho proposto al comitato organizzatore – se dovesse permanere il concetto dei gironi all’italiana che si presterà sempre a situazioni equivoche come ai Masters di fine stagione che hanno sempre procurato discussioni a non finire e anche diversi match farlocchi (vedi mio articolo al riguardo di qualche giorno fa) – di considerare le vittorie a tavolino per il ritiro di un avversario come vittorie per 7-6 6-7 7-6, cioè con il minor vantaggio possibile (un game e non dodici con due set in più come il 6-0 6-0) per chi goda di un forfait altrui. Ciò detto però, va anche precisato ad evitare equivoci, che le due squadre che si sarebbero avvalse di quella regola assurda sono state Stati Uniti e Belgio che sono state però entrambe eliminate. La giustizia a volte discende dal cielo. Quella regola sbagliata – sia anch’esso chiaro – non ha inciso minimamente sull’eliminazione dell’Italia. Quindi chiunque vi si riferisse direbbe cose pretestuose.

Ecco, qui Barazzutti mi ha ricordato i Conte, i Mazzarri, i tanti allenatori di calcio che si soffermano sempre – soprattutto nei dopo partita delle partite perse o meno felici – sulla sfortuna, sugli episodi infausti che a loro dire hanno determinato il risultato (senza loro colpe, ovviamente). Ma quando si perdono due partite su due, quattro incontri su sei, come è successo qui a Madrid, imputare il tutto alla sfortuna, alle carenze organizzative, non può convincere del tutto. Si sono persi quattro incontri, non uno o due. Li ricordo: due singolari contro il Canada e due giocatori peggio classificati (Pospisil 150, Shapovalov 15), un singolare contro gli Stati Uniti (con un giocatore, Fritz, 24 posti più giù nel ranking ATP). A ben vedere forse solo nel doppio l’esito ha rispettato il pronostico.

A volte si gioca bene, a volte meno bene, a volte si vince, a volte si perde se gli avversari sono stati più bravi dei nostri. Ma i nostri bisogna cercare di metterli nelle migliori condizioni possibili perché, sia singolarmente sia come team, possano dare il meglio di se stessi. Secondo il mio modesto e opinabilissimo parere non è stato fatto.

 

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Flash

Barazzutti amaro: “La Davis merita un formato migliore”

Dopo la precoce eliminazione azzurra dalle Finali di Madrid, l’analisi del capitano guarda al campo ma anche alla formula: “Non si può finire alle quattro del mattino, serve più rispetto per i giocatori”

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Corrado Barazzutti - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corine Dubrueil / Kosmos Tennis)

Il risultato rimane negativo e bisogna prenderne atto, ma l’analisi, per Corrado Barazzutti, non può prescindere dalla cornice. Il capitano azzurro rimane coerente nelle sue perplessità sulla nuova formula delle Davis Cup Finals, specie dopo aver ricevuto significative sponde dalle giornate (e dalle notti) alla Caja Magica. “I ragazzi hanno dato tutto, abbiamo finito alle quattro del mattino. Abbiamo perso due match che si potevano vincere – le sua analisi, a caldo, ai microfoni di Supertennis e RaiSport – c’è stato grande equilibrio, ci siamo andati vicini. Ma questa è una squadra forte, ci riproveremo“. L’Italia ripartirà a marzo dal turno di qualificazione alle prossime Finals, con l’obiettivo di entrare tra le 18 di Madrid 2020.

Nell’editoriale del direttore da Madrid, in ogni caso, c’è ogni elemento utile per ragionare della nuova Davis con tutti gli argomenti sul tavolo. “In termini di organizzazione dovranno prepararsi a fare delle piccole modifiche – tiene a precisare Barazzutti -, c’è stata per esempio la rinuncia del Canada con gli USA nel doppio di lunedì, non corretta in un girone in cui contano tutti i punti. Stesso discorso che si è ripetuto per l’Australia. Poi c’è il problema degli orari. Queste partite che finiscono alle quattro del mattino vanno riviste per il bene della Coppa Davis. La Davis si merita un format migliore e più rispetto per i giocatori, che vanno messi nelle condizioni migliori per scendere in campo“.

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Coppa Davis

Italia battuta anche dagli USA, è fuori dalla Coppa Davis. Delude Berrettini

Il ‘politico’ Djokovic scopre l’acqua calda: “Meglio un solo evento a squadre, che due in sei settimane”. Suggerisce anche un World Group per sole 8 squadre. “Va trovato un accordo per fondere la Davis e l’ATP Cup”. E Nadal gli fa eco

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Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Mentre tutti in tribuna e sala stampa ci affannavamo a fare mille calcoli, a pensare che cosa sarebbe mai successo se anziché vincere tre match su tre contro gli USA ne avessimo vinti solo due su tre, e quanti set in quel caso potevamo permetterci di perdere per non restare dietro alla Russia – in quel momento la miglior seconda fra quelle che avevano già giocato due incontri – è andata a finire che l’ItalDavis ha visto svanire tutti i suoi sogni di gloria perdendo anche con gli Stati Uniti, con lo stesso punteggio con il quale aveva perso con il Canada: 2-1. Mentre con il Canada ci eravamo tolti subito il pensiero, cedendo entrambi i singolari, prima Fognini con la rivelazione Pospisil, poi Berrettini con Shapovalov, e alimentando una fievole speranziella con il doppio vinto da Berrettini/Fognini su Shapovalov/Pospisil, con gli Stati Uniti siamo soltanto partiti con il piede giusto per poi perdersi per strada.

Fognini è riuscito a prendersi una bella rivincita sul gigantesco Opelka (2m e 11cm) che lo aveva battuto al primo turno dell’US open e che anche ieri ha messo a segno un bel numero di ace, 22, ma ha palesato tali limiti di mobilità e tecnici (un rovescio quasi sempre inguardabile) che francamente stupisce come possa essere approdato a n.36 nel ranking ATP. O forse non stupisce, ma era meglio se si dava al basket. Il suo non è tennis. O quantomeno è tennis inguardabile. Che meraviglia, a confronto, il tennis fantasioso e talentuoso di Fognini che – forse per imitazione di chi aveva di fronte – per la prima volta in carriera ha fatto registrare 16 aces in un match sulla corta distanza dei due set su tre. Fabio, incitato a gran voce da diverse centinaia di fan italiani, ha vinto il primo set 6-4 grazie a un break nel terzo game, è arrivato al tiebreak nel secondo vincendo regolarmente tutti gli scambi contro il semovente americano, ma lì si è disunito quando ha sbagliato una volée facilissima a campo aperto sul 5-3 per Opelka.

Avrebbe così recuperato il minibreak subito inizialmente. A seguito dell’errore banale si è imbufalito, ha fracassato per la rabbia la sua Babolat e sul 6-4, dopo aver annullato un primo set point, ha regalato malamente un dritto. Però è stato bravo a recuperare la necessaria serenità subito dopo nel terzo set e già al secondo game ha strappato la battuta a Opelka con uno straordinario dritto passante in corsa. Poi ha vissuto di conserva fino al vittorioso 6-3. Però quel set perso bruciava a tutti. Perderne un altro avrebbe significato – in quel momento – non poter più raggiungere la Russia.

Dopo di che ci si attendeva però che Berrettini, nel duello inedito con Fritz, n.32, riscattasse la sconfitta patita con Shapovalov quando si era mangiato un vantaggio di un minibreak nel tiebreak decisivo commettendo a rete un errore piuttosto grossolano. Matteo ha illuso nel primo set, grazie al break conquistato sul 5 pari, ma ha perso il secondo nel quale era stato il solo ad essersi conquistato una palla break, sul 3 pari, ciccandola con una risposta di dritto fuori. Al tiebreak è stato sotto 4-1, senza approfittare della debole seconda palla di Fritz (125 km orari e anche 122), ma una volta risalito sul 4 pari pensavo avesse il match in mano, soprattutto dopo uno schiaffo al volo di dritto molto coraggioso per raggiungere il 5 pari. A quello ha invece seguito un dritto in rete e Fritz ne ha approfittato nel punto successivo per trascinare il match al terzo.

E lì ci siamo tutti resi tristemente conto di come Berrettini aveva finito la benzina. Gli incessanti incitamenti di un gruppo di tifosi e tifose del Tennis Modena, di un altro gruppo toscano arrivato da Montemurlo, di una coppia di ragazzi di Cosenza che sedevano vicino a chi scrive, non sono valsi a resuscitarne la condizione precaria. Matteo ha salvato due pallebreak con l’orgoglio e la forza della disperazione nel primo game, ma non quella del terzo game (rovescio in rete) e del quinto, perso addirittura a zero, tanto si era accesa la spia rossa. E noi tutti, demoralizzati e tuttavia ancora speranzosi, eccoci ancora lì a far calcoli astrusi per capire se – perso di vista l’obiettivo russo – ci potessimo lasciare alle spalle qualche altra delle nazioni già seconde, il Belgio ad esempio appena battuto dall’Australia.

Finché poco dopo è arrivata la ferale notizia che l’Australia si era comportata, sul 2-0 con il Belgio, come il Canada la sera prima con gli Stati Uniti: Peers e Thompson si erano cioè ritirati dopo un solo game del loro doppio. Vergogna! Si dovrebbero prevedere sanzioni in questi casi, anche se diventa difficile applicarle. Il certificato medico facile lo sanno produrre tutti i dottori delle varie squadre. Per via di un regolamento assurdo – che verrà certamente modificato, ma ormai non prima della prossima edizione – la squadra che vince per il forfait altrui vince 6-0 6-0. Con ciò squilibrando tutti i conteggi di game vinti e persi con le altre squadre. Per via di questa anomalia… il Belgio aveva già un quoziente migliore rispetto ad un’Italia anche eventualmente vittoriosa nel doppio. E migliore anche degli USA. Motivo per cui il risultato del doppio e dell’intero confronto italo-americano sarebbe stato assolutamente ininfluente. Ed è stato ininfluente. Scoccia soltanto aver perso anche quello, sebbene Sock e Querrey non siano davvero gli ultimi arrivati della specialità.

Io non so se in campo i due capitani, Barazzutti e Fish, sono stati messi al corrente del pateracchio australo-belga. Fatto sta che il doppio è andato avanti fino alle 4 del mattino sebbene non contasse niente, salvo che per potere dire… questa squadra ha battuta l’altra 2-1. E purtroppo alla fine sono gli USA a poter dire di aver battuto l’Italia 2-1. Da un lato, nella sconfitta, la consolazione di non dover recriminare per un’eliminazione che senza quella regola assurda del 6-0 6-0 avrebbe potuto essere ingiusta –anche se in questo giovedì ci sono altre squadre che devono completare le partite del girone eliminatorio a tre e avrebbero potuto far meglio anche del Belgio – dall’altro la delusione per aver perso due incontri su due. Contro buone squadre ma non trascendentali.

Infatti eravamo considerati sulla carta la squadra favorita del girone, ma in questo senso la nuova rivoluzionata Coppa Davis non è stata diversa dalla vecchia e più nobile Davis. Le classifiche contano il giusto in questo genere di gare. Quando non contano affatto. Ne avevamo avuto riprova con il Canada quando Fognini n.12 ATP aveva perso in due set da Pospisil che è n.150 del mondo, prima che Berrettini cedesse a Shapovalov che gli sta dietro di sette posti (da n.8 a n.15). E ieri purtroppo Berrettini, che pur ci ha dato incredibili e innumerevoli soddisfazioni in questo 2019, ha ceduto al n.32 che è un gran corridore, un bell’atleta che recupera tutto, che ha un bel rovescio solido e un dritto invece ballerino, scoppiando nel terzo set.

Capitan Barazzutti aveva dichiarato “beh questa Coppa Davis potremmo anche vincerla” e invece non siamo finiti neppure ai quarti, fra le prime otto. Poteva andare anche peggio a questo punto: cioè finire fra le ultime due, che avrebbe significato retrocedere. Invece saremo fra le 12 che fra un anno, a marzo, dovranno battersi per riconquistare un posto fra le diciotto del 2020, quando si spera che questa Coppa un po’ improvvisata, e concentrata in soli sette giorni, abbia fatto passi avanti sotto il profilo organizzativo, magari conquistando due o tre giorni in più per poter avere uno svolgimento meno frettoloso, più decoroso.

L’Italia del tennis non ha mantenuto le speranze qui, ma ha fatto il suo dovere comunque per tutto quest’anno. Non sarebbe quindi giusto lamentarsi per una doppia sconfitta che ci può stare. Il nostro gruppo, insieme a quello di Francia e Serbia (più il Giappone cui però mancava Nishikori) e di Spagna, Russia e Croazia (però orfana di Cilic), era uno dei più difficili. E un Fognini un tantino malandato per il solito problema a un piede – anche se soprattutto nei due doppi ha giocato alla grande – e un Berrettini stanchissimo per il tour de force di questi ultimi mesi, non hanno saputo far meglio.

Riguardo a questa Coppa, che ha comunque il grande merito di aver riunito i media e le tv di tutto il mondo e che farà parlare di sé nei prossimi giorni anche nelle nazioni che saranno state eliminate tipo la nostra – non è un merito da poco, in passato la Davis veniva ignorata dalle nazioni non impegnate nella fasi finali – si sussurra che fra un anno a Madrid ci sarà un quarto campo coperto dove potrebbero finire per disputarsi semifinali e finali, e forse pure i quarti. Dovrebbe essere lo stadio con una capienza di 20.000 posti in centro a Madrid, quello che ospita le partite di basket e che quest’anno Pique e soci non erano riusciti ad accaparrarsi. Dovevamo partire con questa nuova Davis nel 2019 per non farsi precedere dalla ATP Cup e lo stadio era già prenotato da altri eventi”.

Sono le sette del mattino, spero che a questi orari folli si metta riparo fra un anno, se l’ATP invece di fare tante chiacchiere a vuoto consentisse all’ITF di poter disporre di due settimane, o anche solo di 10 giorni – e magari a settembre quando a Madrid il clima è più sopportabile e i giocatori sono meno stanchi (anche se li abbiamo visti impegnarsi tutti allo stremo delle loro forze) – ma per finire voglio aggiungere un commento alla conferenza stampa di Djokovic, di cui dovreste aver letto qui un estratto.

Io la trovo intelligente ma al tempo stesso davvero sorprendente quando dice che “il problema è sempre stato il calendario” e poi che una soluzione “avrebbe potuto essere la fusione fra le due manifestazioni, Davis Cup e ATP Cup, perché non ha senso che si giochino entrambe a sei settimane l’una dall’altra”. Poi però dirà: “Se ne parla da tre anni!”. Ma come! Poteva rilasciare quelle dichiarazioni chiunque, ma non chi ha il ruolo di Djokovic, presidente dei giocatori ATP. Se infatti si è dato vita a due manifestazioni a squadre a sei settimane l’una dall’altra… l’ultimo che può cadere dalle nuvole è lui. L’ITF è corsa ai ripari organizzando in fretta e furia questa coppa Davis a Madrid dopo aver trovato il finanziamento della Kosmos di Piqué semplicemente perché l’ATP voleva scippare la tradizionale competizione a squadre dell’ITF, la Coppa Davis.

La vecchia Coppa Davis è stata a più riprese boicottata dai giocatori sulla spinta di agenti che dalla Davis non si mettono in tasca un euro, mentre dalle esibizioni sì, eccome. Con la Davis messa in difficoltà dagli stessi giocatori in lobby, ecco che l’ATP ha pensato bene di farle concorrenza lanciando l’ATP Cup di concerto con gli australiani. Djokovic, presidente del Council dei giocatori, non poteva non sapere tutto ciò già molto tempo fa. Che oggi venga a raccontarci che basterebbe un solo evento e non servono due… è più che giusto e condivisibile. Ma non cada dal pero come se non sapesse che è l’ATP che sperava di togliere l’ultima fetta di potere rimasta a un’ITF che conta sempre meno: l’organizzazione della Davis.

Nel ‘90 i giocatori si impossessarono del circuito e battezzarono l’ATP Tour diventando indipendenti rispetto al Grand Prix, che con i suoi tornei era stato sempre sotto l’egida dell’ITF. Ma l’appetito viene mangiando e l’ATP avrebbe voluto sostituirsi con la ATP Cup alla Coppa Davis in chiara difficoltà perché i giocatori più importanti, tutti membri ATP, non volevano più giocarla perché – soprattutto dopo averla vinta una volta – non era sufficientemente redditizia per loro (e ancor più per i loro agenti). Oltre che priva di punti ATP che l’ATP dopo averli introdotti tanti anni fa li aveva tolti, ovviamente per far un dispetto all’organismo concorrente. Ci sono tanti milioni di dollari in ballo, con sponsor, tv, etcetera.

La federazione australiana (che farebbe parte dell’ITF ma di fatto segue i propri interessi) e l’ATP hanno stretto un’alleanza per dare il via all’ATP Cup onde avere il maggior numero dei giocatori Down Under fin dall’inizio dell’anno e prima dell’Australian Open. Chiari e comprensibili gli interessi della federazione australiana, ma quelli dell’ATP? Chiaramente mettersi in concorrenza con l’ITF e la Davis, per far decollare un’altra manifestazione a squadre con il sostegno dei propri iscritti.

Dando il via dalla ATP Cup – di cui hanno annunciato la composizione dei gironi giusto una settimana prima della Coppa Davis per una evidente manovra di disturbo (la gente non capisce più con quale squadra deve misurarsi quella del proprio Paese, con quelle della Davis o con quelle della ATP Cup? Vaglielo a spiegare ai non addetti ai lavori…) – sono stati uccisi tornei di lunga tradizione come Brisbane e Sydney, si sono fatti infuriare gli sceicchi del Qatar che organizzavano il loro torneo a gennaio da anni e anni e ora per avere top-players devono pagare ingaggi che solo loro possono permettersi… ma certo non sono contenti.

L’ATP ha anche protetto notevolmente la Laver Cup assegnandogli una settimana a settembre che avrebbe fatto molta gola all’ITF per la sua coppa Davis. Della produzione televisiva e mediatica della Laver Cup si occupa la Federtennis australiana che collabora strettamente con l’agenzia di management di Federer. Il fatto che la Laver Cup abbia ottenuto che i propri risultati fossero conteggiati fra gli head to head ufficiali ATP, inclusi perfino i tiebreak di una manifestazione che non prevede il terzo set ma un long tiebreak, per me è una decisione incredibile, direi scandalosa. Sono così saltate le statistiche dai tempi di Van Allen, l’inventore del tiebreak, in poi.

Allora che adesso – dopo tre anni che se ne discute – Djokovic dica “ma perché non fondiamo i due tornei a squadre?”, mi fa sorridere. E Nadal, che naturalmente sposa un evento che si gioca e non si può giocare altro che a Madrid (unica sede con tre campi coperti, se non si vuole andare in Australia o a Indian Wells dove i giocatori europei certo non vogliono andare in questo periodo dell’anno) dice: Non vedo altra soluzione che un’unica manifestazione nell’arco di due mesi. Non posso parlare per l’ATP – come potrebbe parlare invece Djokovic – ma abbiamo finalmente l’opportunità di avere una grande gara, occorre trovare un accordo fra ATP, ITF e una società importante come Kosmos, che possa portare questa gara a un altro livello… Il nome? Credo che Coppa Davis sia il nome giusto perché è parte della storia del nostro sport. Sarebbe grande riuscire a mettere tutti insieme”.

Oh, possibile che si sveglino tutti adesso? Dopo che per tre anni si sono lanciati piatti e stoviglie?

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