Nadal sposa l'antidiva Francisca (Scanagatta). Altro che wags (Ponchia). China Open, Fognini eliminato (Schito)

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Nadal sposa l’antidiva Francisca (Scanagatta). Altro che wags (Ponchia). China Open, Fognini eliminato (Schito)

La rassegna stampa di sabato 5 ottobre 2019

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Nadal sposa l’antidiva Francisca (Ubaldo Scanagatta, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

È la donna del mistero. Una delle donne più inquadrate negli ultimi 14 anni (!) dalle tv di tutto il mondo. La fedele sempiterna compagna di uno dei campioni più popolari del globo, finalmente sabato 19 udrà le fatidiche parole: Si, quiero, «Sì, lo voglio». Ma se chiedeste a milioni di persone chi sia, che cosa faccia, che cosa pensi, Francisca Perellò, scorgereste facce e risposte incerte. È una ragazza carina ma non appariscente, capelli scuri sempre naturali e castani come gli occhi suoi e del promesso sposo. Indossa sempre abiti semplici, un trucco leggero le illumina il viso pulito, il sorriso è quasi sempre mezzo, rivelatore d’una apparente timidezza. Gli amici la descrivono semplice, puntigliosa, attenta ai dettagli. E lei avrà certamente anche mille altre virtù, ma forse nessuna così evidente come la sua discrezione. In 14 anni al fianco di un supercampione come Rafael Nadal è stata una vera impresa trovare, tranne che per le fotografie scattate in tribuna accanto alla sorella del prossimo sposo, dei suoceri, scatti che la immortalino altrove, in eventi mondani, social. Nessuna intervista a riviste e giornali. Proprio non sopporta di finire in copertina. «Grazie, non ho proprio nulla da dire» ha sempre cortesemente risposto a decine di giornalisti la novia di uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi: appunto Nadal, il primo grande rivale di Roger Federer, vincitore di ben 12 Roland Garros, di 19 Slam, uno meno dello svizzero. Nove anni fa quel macho ipermuscolato aveva accettato di girare un video intimamente ravvicinato per il lancio della hit Gitana della popstar colombiana Shakira. I gossip-tabloid si scatenarono. Senza immaginare che senza l’ok di Maria Francisca, detta Meri, il video non sarebbe mai stato girato. Rafa sarà l’ultimo dei Fab Four a sposarsi: 4 anni dopo Andy Murray, 5 dopo Novak Djokovic, 10 dopo Roger Federer. LUI ha 33 anni. Lei è nata il 7 luglio 1988, figlia unica di papà Bernat, costruttore edile, e mamma Maria Pascual, funzionaria del comune di Manacor, la cittadina delle Baleari dove è nato Rafa. Il matrimonio si celebrerà a Port de Pollenca, location esclusiva sul litorale nord: 500 gli invitati, inclusi diversi tennisti. E naturalmente anche re Juan Carlos e consorte. E Federer? Dieci giorni fa mi disse a Ginevra: «Non sono invitato». Ma l’invito sarà arrivato. Rafa e Xisca si erano conosciuti al liceo. A presentarli la sorella di lui, Maribel. Il primo bacio? Pare nel 2005, anno del primo trionfale Roland Garros. Anche Rafa è riservato, discreto. L’unico bacio che gli ho visto dare in pubblico a Xisca è stato dopo aver vinto Montecarlo nel 2016. Un’eccezione. I paparazzi che pochi mesi fa li hanno finalmente colti in atteggiamento affettuoso sulla nuova barca acquistata da Rafa, il Beethoven, stanno ancora festeggiando. Rafa si allenava e giocava a tennis. Xisca studiava economia aziendale, laureandosi. A Londra ha lavorato un po’ per Img, società di management che segue Rafa, e per l’agenzia di assicurazioni Mapfre. Il solo modo per convincere Xisca a rilasciare qualche dichiarazione è stato chiederle di parlare della Fondazione Rafa Nadal che lei dirige insieme a mamma Nadal (Ana Maria), la presidente. Nella vita e nella famiglia di Rafa e Xisca ci sono già ogni anno 800 bambini, quelli di cui si occupa la Fondazione nata sulla scia di un torneo in India: «Rafa sentì che doveva restituire qualcosa di quello che aveva avuto. La semplice beneficienza non bastava. Abbiamo scelto la discrezione: preferiamo lavorare per raggiungere risultati piuttosto che raccontarli». ANCHE per l’abito da sposa, disegnato apposta per lei dalla stilista catalana Rosa Clara, Xisca non rinuncerà alla sobrietà: indosserà un modello di stile romantico, classico, haute couture e su misura, creato appositamente per lei, molto coerente con il suo stile discreto ed elegante. E Rafa si sforzerà di darle almeno un altro bacio.

Altro che wags (Viviana Ponchia, Giorno-Carlino-Nazione Sport)

 

Andre Agassi ha spiegato in maniera definitiva quanto il tennis sia magnifico e crudele. Uno sport da lupi solitari senza panchina o bordo campo in cui nascondersi quando le cose si mettono male. In questa condizione di forzato autismo, agli antipodi della bolgia da stadio, è essenziale sapersi scegliere i giusti supporter sentimentali. […] Due tra i piu grandi di sempre hanno scelto infatti complici agli antipodi dalla wag di ordinanza per reggere il peso della gloria. Compagne carine ma non abbaglianti, discrete ai limiti dell’introversione e tenaci dentro storie d’amore che durano. Qui si racconta della misteriosa signorina Francisca Perellò, che tra qualche giorno andrà all’ altare con Rafa Nadal. Ma donna di penombra e sorrisi indecifrabili e anche Mirka Vavrinec, da dieci anni moglie di Roger Federer. L’ingenuo che si sente domandare chi sia la donna del dio del tennis fra quelle inquadrate dalle telecamere non sceglierà lei ma la sventola bionda seduta vicino. Mirka, multimilionaria consorte di Superman, ha capelli terrestri sparpagliati su una camicetta azzurra, il lucidalabbra e due coppie di gemelli ai quali ricordare che non si parla al papà mentre è al lavoro. La dicono allergica a taccuini e microfoni, in pace con il proprio passato modesto da ex tennista professionista, non proprio simpatica, lontana dai social. Un diciannovenne e imbranato Federer la baciò ai Giochi estivi di Sidney nel 2000. Non si sono più lasciati. E lui che potrebbe avere la fila fuori dallo spogliatoio vuole fare felice solo lei. Lo hanno sentito dire: «Forse la gente pensa che io sia il migliore, ma io ho bisogno che la migliore sia Mirka». Nadal sottoscrive, gli altri prendano appunti.

China Open, Fognini eliminato (Francesca Schito, Il Tempo)

Una sconfitta che vale doppio per Fabio Fognini. L’azzurro, sui campi in cemento del China Open, si è arreso in tre set (3-6 6-3 6-1) a Karen Khachanov nel quarti di finale del torneo 500 di Pechino. L’azzurro è partito bene aggiudicandosi il primo set, ma il moscovita ha saputo sfruttare gli errori dell’azzurro, che nel secondo parziale ha sprecato una palla break nel terzo gioco, aggiudicandosi il secondo set. Fognini nel terzo parziale regala subito un vantaggio al suo avversario perdendo il servizio nel primo game per poi ripetersi, riscontrando enormi problemi alla battuta. Oltre alla sconfitta in sé, per il tennista di Arma di Taggia rimane l’amaro in bocca di aver lasciato a Pechino punti importanti per continuare a sperare nella corsa verso le ATP Finals di Londra. Fognini, che lo scorso anno arrivò fino alla semifinale del China Open, è ancora in corsa per l’ottavo posto della Race, al momento occupato dall’altro italiano Matteo Berrettini, sconfitto nel primo turno del torneo di Pechino, così come Monfils, Zverev e Goffin. La corsa del ligure riprenderà nei prossimi giorni a Shanghai, una corsa che ora è sempre più in salita. Azzurro L’italiano sconfitto in China rischia le Finals di Londra

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Berrettini s’inchina al maestro Djokovic (Canevazzi). L’Italtennis ci ricorda il ’76 (Scanagatta). Thiem ancora bestia nera di Sua Maestà Federer (Marcotti). Djokovic spietato. Dura per Berrettini la vita alle Finals (Crivelli)

La rassegna stampa di lunedì 11 novembre 2019

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Berrettini s’inchina al maestro Djokovic (Ruggero Canevazzi, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

(…). L’esordio di Matteo Berrettini alle finali mondiali ATP, l’italiano dal grande servizio (più dritto) subito contro l’uomo con la risposta migliore del mondo, Novak Djokovic, non poteva essere più difficile. E cosi è stato. II campione serbo, oggi n.2 del mondo ma in corsa qui a Londra per vincere questo ATP Masters per la sesta volta e spodestare Rafa Nadal dal trono appena riconquistato, ha dominato Berrettini in 63 minuti, 62 61.

(…)

 

L’ingresso in campo è stato un mezzo trauma per il ragazzo che 7 mesi fa era ancora n.57 del mondo e oggi è n.8. Batte Djokovic e sono quattro punti a zero. Serve Matteo ed è subito 0-30, dopo uno smash maldestramente affossato in rete. Poi c’è una discreta reazione, ma già sul 2 pari arrivano le prime 2 palle break per Djokovic e Matteo, che già aveva sbagliato 3 facile rovesci (aiutati da astuti cambi di ritmo dell’esperto serbo), sulla seconda caccia in rete un comodo dritto. Un rigore a porta vuota. E’ chiaro che è l’emozione a tradirlo. Da quel momento per Berrettini saranno cinque break consecutivi subiti e un solo game fatto, con la complicità di Novak che sul 4-0 si distrae e gli fa due regali sul 30 pari. «Credo di aver giocato meglio oggi che contro Federer a Wimbledon, ma lui risponde in modo incredibile e giocava davvero bene, muovendosi benissimo. Ho imparato giocando con Federer e con Nadal, sarà così anche dopo questo match», si schermisce timidamente Matteo. Ma il suo miglior avvocato è proprio Djokovic che ricorda il suo primo Masters a Shanghai 2007, da ventenne: «Ero teso. Ero felice d’essere lì, ma l’ambiente era nuovo. Persi tutti e tre i match, con Nadal, Ferrer e Gasquet». Domani Matteo affronterà Federer, sconfitto 75 75 da Thiem in quello che è già uno spareggio per non essere eliminati.

L’Italtennis ci ricorda il ’76 (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Dal 1976, l’anno dei trionfi di Adriano Panatta al Foro Italico e al Roland Garros, e con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli a Santiago per l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia, il nostro tennis non viveva un momento altrettanto magico. Già scritto, ma da ribadire, alla luce degli eventi più recenti. Così riassunti in cinque paragrafi.

1) Matteo Berrettini centra, dalla porta principale, l’ingresso fra i top 8 del mondo e ci sono tutti. Quando Adriano Panatta giocò il Masters del ’75, non c’era Connors, il n.1 per aver vinto i 3 Slam cui potè partecipare. Quando Barazzutti giocò quello del ’78, Borg aveva dato forfait (…)

2) Jannik Sinner vince le Next Gen ATP Finals under 21 pur avendo solo 18 anni e dominando in finale De Minaur n. 18 ATP assai più nettamente di quanto avesse fatto un anno prima Tsitsipas (oggi n.6 Atp) contro lo stesso avversario. Stefan Edberg aveva vinto a Milano il suo primo torneo nel 1984. Idem Roger Federer nel 2001. Edberg aveva 18 anni, Federer 20. Il paragone ci sta.

(…)

Sinner, fresco top-100, ha battuto 4 top 100: Tiafoe 47 (ex 29), Kecmanovic 60 (era 47 il 9 settembre), Ymer 74, De Minaur 18. E’ un fenomeno.

3) Otto italiani nei top 100 a fine anno. Mai successo prima: Berrettini n.8, Fognini 12, Sonego 53, Cecchinato 72, Seppi 73, Travaglia 86, Sinner 95, Caruso 97.

4) Appena eletto (in carica dal 2020) il nuovo presidente dell’ATP, l’italiano Andrea Gaudenzi, 46 anni, ex n.18 ATP e manager di comprovata esperienza.

5) L’Italia ha ottenuto, previa garanzia governativa per 75 milioni di euro, l’organizzazione delle finali ATP a Torino per 5 anni (2021-2025).

(…).

Thiem ancora bestia nera di Sua Maestà Federer (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Due set identici, smarriti sul finale, condannano Roger Federer (…) sorpreso da Dominic Thiem. Il 26enne austriaco si conferma così, una volta di più, la bestia nera del 38enne di Basilea, che ieri sera – (…) ha perso il quinto dei loro sette scontri diretti. Un match che si è risolto in poco più di un’ora e mezzo, giocato male da Federer (alla 17 partecipazione nel torneo dei Maestri) quanto bene da Thiem. Troppi gli errori non forzati, soprattutto di rovescio ma non solo, dell’elvetico, quasi mai in controllo del match, sempre troppo impreciso e incostante, anche col servizio. Già in difficoltà di apertura di match, quando ha subito smarrito il servizio. Il tempo di riscaldarsi, però, e Federer recupera il break, portandosi avanti nel punteggio. Fino all’undicesimo game, che Thiem gioca in maniera impeccabile, strappando il servizio per la seconda volta allo svizzero. Nel game successivo non gli trema la mano, e si aggiudica il parziale.

Nel game successivo non gli trema la mano, e si aggiudica il parziale. Identica l’inerzia dell’incontro nella seconda frazione, dominata dai servizi.

(…).

Si arriva nuovamente in parità all’11° game, e un nuovo passaggio a vuoto è fatale a Federe. Nel gioco successivo il sei volte re delle Finals ha due occasioni per trascinare il match al tie-break ma non le trasforma. Arrendendosi infine all’ennesimo vincente di dritto di Thiem che vince “solo” la sua quarta partita (sei sconfitte) in quattro partecipazioni alle Finals.

(…)

Djokovic spietato. Dura per Berrettini la vita alle Finals (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Lesson two. Con marcata pronuncia londinese. Povero Matteo, quando da queste parti gli capita di incrociare un gigante, finisce sempre bastonato. A Wimbledon a luglio prese una ripassata da Federer in 74 minuti e fece 5 game (in tre set), al debutto alle Finals assaggia i superpoteri di Djokovic e, in un’ora e tre minuti, di game ne racimola appena tre (in due). Ribaltato dalla risposta di Nole, dalle gambe del serbo, dalla sua concentrazione feroce (…). Deve almeno arrivare in finale per coltivare speranze, e dunque si è attrezzato perché le tappe intermedie non gli procurino troppi fastidi.

(…)

Al debuttante non basta un dignitosissimo 71% di prime, perché l’altro gli rimanda indietro tutto e dunque comanda fin da subito lo scambio, peraltro senza regalare nulla (appena 3 gratuiti nel primo set), e quindi può aggredire Matteo, che va presto fuori giri anche con il dritto (18 errori non forzati) e dal 2-2 del primo set subisce 5 break consecutivi.

(…)

Non era il giorno, insomma, per battere la maledizione tutta italiana dell’assenza di vittorie alle Finals (con ieri, siamo a 0 su 7), e dunque la lezione va archiviata in fretta per pensare all’incrocio con Federer, che diventa già un clamoroso dentro o fuori per entrambi (lo svizzero ha perso da Thiem) in una formula che consente comunque di resuscitare dopo il calvario. E Matteo ha già dimostrato che più lo mandi giù, più si tira su: «Nole Ha risposto al servizio come non ho mai visto fare in vita mia. Lo so, vi state chiedendo cosa ci facessi io in campo, ma il problema è che non mi sembra di aver giocato male. Solo che lui è incredibile. Sono sicuro, come è già successo contro Federer e contro Nadal, che imparerò molto da questa sconfitta. Resto ancora fiducioso, ero nervoso ma nel modo giusto: ora resetto e mi concentro sul secondo match».

(…).

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La vittoria di Jannik Sinner alle Next Gen ATP Finals e il debutto di Berrettini alle Finals sulla stampa italiana

La rassegna stampa di domenica 10 novembre 2019

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Miracolo a Milano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Edberg, Federer, Sinner. Battesimi a Milano. Da qui, si sono accese stelle immortali. E non suoni blasfemo l’accostamento: non solo Jannik bagna il primo successo della carriera in città, come riuscì appunto agli enormi predecessori, ma soggioga De Minaur e il Palalido con la dote primaria del fuoriclasse: far sembrare normali le cose straordinarie. A diciotto anni e due mesi. Da numero 553 a inizio stagione. Se i sogni aiutano a vivere meglio, il prossimo decennio porterà indelebile il marchio di un fantastico talento italiano. Perché non può essere normalità dominare il numero 18 del mondo vincitore di tre tornei nel 2019 e due settimane fa ancora speranzoso di afferrare il Masters dei grandi, azzannandolo al collo fin dal primo scambio con la profondità di quei saettanti colpi a rimbalzo che spaccano la partita. Più l’australiano tira forte, più l’altro gli rispedisce indietro cannonate a velocità doppia che neutralizzano la sua arma migliore, la ragnatela verso i due angoli fino alla stoccata vincente. Tecnica e testa, cui Sinner aggiunge il cuore e il coraggio di chi ormai ha spiccato il volo: in semifinale e in finale, sul proprio servizio, ha vinto tutti i golden point, quelli che con le regole Next Gen si giocano sul 40 pari. Un’epifania meravigliosa, sinceramente inattesa a livelli così alti.[…] A gran voce, i 4200 dell’Allianz Cloud lo invocano per la Coppa Davis che inizierà tra 10 giorni, ma lui allontana le lusinghe (Barazzutti avrebbe voluto convocarlo come sparring): «E’ stata una stagione lunga, devo tornare a lavorare e allenarmi. Spero di esserci nei prossimi anni». Sinner a Milano si e guadagnato lo status di fenomeno in divenire cui sta già stretto quel numero 95 accanto al nome nella classifica Atp. Approdato al torneo grazie a una lungimirante wild card assegnatagli dalla federazione, ha stupito sia per la qualità enorme del suo gioco, sia per la freddezza e la lucidità da protagonista consumato su questi palcoscenici, lui che a novembre di un anno fa era alla posizione 760 del ranking e che ha giocato il primo match ufficiale Atp a Budapest in aprile. Sono le stimmate della predestinazione, e non solo perché alla sua età nessun italiano era mai stato così forte. Jannik si sta costruendo un gioco senza punti deboli, anche se il cammino è appena all’inizio. […]

Diavolo di un Sinner, sei già nel futuro (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

Era entrato alle Next Gen Finals da wild card, da invitato, l’ultimo della lista. Ne è uscito campione, con il mano il trofeo a forma di X che premia, in teoria, il miglior under 21 del mondo: ma Jannik Sinner a 18 anni e tre mesi vale già un posto fra i grandi. In finale ha sbriciolato in tre short set (4-2 4-1 4-2) il numero 18 del mondo Alex De Minaur il finalista dello scorso anno, che nel 2019 ha vinto tre tornei Atp, e si sentiva già in tasca la coppa. In tribuna c’era il suo modello Lleyton Hewitt, l’ex numero 1 del mondo australiano, in questi giorni in Italia con la squadra di Coppa Davis prima delle finali di Madrid, ma pure a lui è caduta la mascella. Sinner ha giocato la partita perfetta, picchiando sul servizio, salvando nove palle-break, rispondendo – di diritto – anche a 158 all’ora. Il pubblico dell’Allianz Cloud lo ha adottato facendo scoppiare definitivamente la Sinnermania, e ora certi paragoni che parevano esagerati, quasi blasfemi, non stupiscono più di tanto. E il bello è che può ancora migliorare: in tutto. […] Calmo, apparentemente senza emozioni, come un Borg altoatesino, ma determinato, sicuro di sé. «E poi oggi mi vedete così – se la rideva dopo la semifinale – ma da piccolo non stavo fermo un secondo, ero un vero rompiballe». […] Ha saltato il circuito giovanile, rassegnandosi a incassare sconfitte brucianti per costruirsi un futuro diverso: «vedere gli altri che vincevano più di me è stata dura, ma io ho sempre pensato solo a migliorare». […]

La nuova generazione si chiama Sinner (Alessia Scurati, Tuttosport)

Stratosferico e impressionante, Jannik Sinner vince le NextGen Finals di Milano, coronando una stagione straordinaria. Una cosa da non crederci, se non fosse che il pubblico è lì, che tifa per lui. In un primo set dove la tensione accorcia un po’ i colpi iniziali, De Minaur sembra minaccioso finché le percentuali della sua prima di servizio stanno oltre l’80%. Ma Sinner, che riesce comunque a tenere il servizio, alzando il livello nei punti decisivi, è spietato a cogliere l’occasione appena gli si presenta, quando cioè De Minaur cala a servizio (commettendo anche il primo doppio fallo del match) nel sesto game, permettendo all’italiano di strappargli il servizio e chiudere il set sul 4-2. L’australiano accusa la botta e perde di nuovo il servizio in avvio di secondo set, con l’italiano che si issa sul 2-0 e sul 3-0 poi. Quando al quarto game De Minaur riesce ad annullare 3 palle set, forse pensa di poter impensierire Sinner, che sul suo servizio sbaglia due punti facili, uno sotto rete, l’altro aprendo troppo il dritto, ma riesce comunque a chiudere con il servizio sul 4-1. L’Allianz Cloud esplode tutto il fiato che stava trattenendo in un urlo liberatorio, per spingere l’azzurro. L’allenatore di De Minaur, Gutierrez chiede al suo pupillo di non mostrare la sua frustrazione. De Minaur riesce a farlo il tempo di un turno a servizio, tenuto a zero. Poi Sinner riprende a fare il suo gioco, alla grandissima. Ogni colpo è spaventoso, il servizio non risente di cali. E’ uno spettacolo Sinner, che chiude sul 4-2 il terzo set tenendo un servizio a zero. «Non ho parole, io ho solo cercato di colpire la alla, pensavo al mio gioco cercando di fare il minor numero di errori possibili contro un grande giocatore. Anche molto veloce. Assolutamente è il mio miglior livello di tennis, sono molto contento, è stata una settimana incredibile». Alza il trofeo e sorride al pubblico. «Io sono uno di poche parole. Voglio solo ringraziare il mio team e l’organizzazione, grazie per la wild card, non sarei qui. Speriamo di tornare anche l’anno prossimo. Se sarò a Madrid? Io credo di no, mi spiace dirlo, ma mi devo preparare bene per l’anno prossimo, sono ancora giovane, è importante per me lavorare».[…]

Finals, esame Berrettini con Djokovic nel tempio (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Tocca finalmente a Matteo. L’appuntamento tanto desiderato con le Atp Finals è per le 15 di oggi, quando Berrettini scenderà in campo per un confronto inedito contro Novak Djokovic per il match di apertura delle Atp Finals: «Sono molto curioso di mettermi alla prova con lui — diceva il romano poco prima di partire per Londra —, sarà un’occasione per confrontarmi e imparare cose nuove. Federer spero che mi tratti un po’ meglio che a Wimbledon , mentre Thiem l’ho incontrato da poco ed è in grande forma». Comunque vada, sarà un successo per il 23enne allievo di Vincenzo Santopadre che aveva concluso la stagione 2018 da numero 54 del mondo e che adesso parte per questa nuova incredibile avventura da numero 8. Erano 41 anni che un italiano non approdava alle Finals, da quando Corrado Barazzutti nel 1978 aveva partecipato all’edizione di New York, al mitico Madison Square Garden. Un traguardo storico per Matteo, che però è finito in un girone di ferro. Ma delle sue capacità Corrado Barazzutti è più che certo: «Matteo scenderà in campo a Londra con un’altra consapevolezza — spiega il capitano azzurro —. Quando ha incontrato Federer a Wimbledon e Nadal in semifinale a New York, penso che non avesse ancora piena coscienza delle proprie capacità. Questa volta sarà diverso, non facile, ma diverso». Berrettini non è però l’unica matricola presente a questo Masters, insieme a lui ci sono Stefanos Tsitsipas e Daniil Medvedev il russo che ha sbalordito nella seconda parte della stagione conquistando sei finali consecutive, compresa quella degli Us Open, dove ha impegnato Nadal in un match straordinario al quinto set. I due si ritroveranno di nuovo nel round robin del torneo per ripetere lo spettacolo. […]

Berrettini missione record (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

Confessa la sorpresa, ma non abbassa lo sguardo. Nessun timore reverenziale verso i migliori. Neppure ripensando alla disfatta subita contro Roger Federer, sul Centrale di Wimbledon, lo scorso luglio. E neppure facendo di nuovo i conti dei precedenti contro i suoi prossimi avversari: due sole vittorie su dieci incontri disputati contro gli altri finalisti. Nessuna paura, dunque. Non per arroganza o sfrontatezza. Ma semplicemente perché Matteo Berrettini è pienamente consapevole del suo valore, dei meriti (e del pizzico di fortuna) che lo hanno portato fine ATP Finals, l’ultimo appuntamento dell’anno. Il torneo dei Maestri, dei migliori della stagione. E in questa ristretta élite il 23enne romano ha dimostrato – nel corso degli ultimi undici mesi – di meritare un posto. Certo, a gennaio la sola prospettiva di dover acquistare un biglietto per Londra in tardo autunno pareva improbabile, se non proprio fantasmagorica. Eppure – settimana dopo settimana – Matteo ha saputo scalare il ranking mondiale, imprimendo una brusca accelerazione al suo processo di crescita e maturazione. Fino a diventare 41 anni dopo Corrado Barazzutti il terzo italiano a partecipare a quest’epilogo di stagione. Grazie alla vertiginosa ascesa fino al gradino numero 8 del ranking. Un’impresa di cui essere orgoglioso, ma che comporta anche nuove responsabilità, come l’apertura del torneo – già oggi pomeriggio – in una 02 Arena che sarà al gran completo, opposto al serbo Novak Djokovic. Un debutto da brividi. «Ma alle Finals partecipano solo i migliori, sono tutti giocatori fantastici, ed è inutile sperare in un sorteggio facile o difficile – la saggezza di Berrettini, alla vigilia del debutto – l’unica cosa che penso in questo momento è che sono felice e non vedo l’ora di giocare. Mi sento pronto per questa nuova sfida». […]

Berrettini e i giovani a lezione dai maestri (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È il Masters dei giovani, con tre vecchietti che fanno gara a sé. Da favoriti, s’intende. Il Masters dei 21 anni di Tsitsipas, dei 22 di Zverev, dei 23 di Berrettini e Medvedev, il più anziano fra i bimbi, ma la contesa che regge i titoli di queste Finals londinesi è quella che coinvolgerà Nadal, Djokovic e Federer, con progetti altissimi che riguardano il numero uno di fine stagione e il record di vittorie nel torneo dei maestri. Un mondo a parte. C’è Nole che vuole riprendersi il numero uno che Nadal gli ha sfilato la settimana scorsa, e per farlo deve vincere tutto, fino al match che vale il titolo. C’è Federer che cerca la settima vittoria da maestro, ma Djokovic (che ne ha cinque) lo rincorre per appaiarla. E fra loro due c’è anche una recente finale a Wimbledon che le truppe federeriane non hanno ancora smesso di rimpiangere. Un match costruito da Roger; tirato su come un’opera d’arte, e quasi vinto, poi passato di mano all’ultimo momento. Non basta. C’è una sfida nella sfida, e ci riguarda. Per noi, è Berrettini contro Tutti. Contro Djokovic che affronta per la prima volta questo pomeriggio, alle 15 di casa nostra, prima di Federer e Thiem che alle 21 completano il girone dedicato a Bjorn Borg. Avvertiamo quel formicolio di sottile piacere nel vedere Matteo seduto di fianco a Federer e Djokovic mentre spiega, nel corso del Media Day, come non si aspettasse di poter figurare in un contesto simile già a questo punto della carriera, ma di avvertirlo come meritato «Ne ho conosciuti tanti di giocatori della mia età, negli anni passati, che ottenevano risultati migliori dei miei, ma non erano cose di cui mi preoccupavo. Ero concentrato solo sul mio percorso e mi sono sempre fidato ciecamente del mio allenatore. Forse proprio perché a 18, 19 anni non ero così forte, sono riuscito a godermi al meglio le cose che mi succedevano, i passi avanti che riuscivo a fare. Cerco sempre di migliorarmi, come persona e come tennista. Forse, è proprio questo il segreto che mi ha condotto sin qui». […]

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Jannik vola in finale e Milano impazzisce (Cocchi, Semeraro, Facchinetti). Berrettini caldo: “Perdonatemi se arrivo tardi. Essere qui mi rende felice” (Crivelli)

La rassegna stampa di sabato 9 novembre 2019

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Jannik vola in finale e Milano impazzisce. Adesso De Minaur (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Una vita da mediano, una notte da star, un Palalido che trema, teme, si carica gioisce, esplode: «Sempre lì, finché ce n’hai stai lì». Tutto merito di Jannik Sinner, il diciottenne prodigio che ha già fatto innamorare l’Italia e che arrivato alle Next Gen Atp Finals di Milano con una wild card, ha raggiunto la finale battendo Miomir Kecmanovic, e oggi si regala un match di lusso contro Alex De Minaur. In un anno meraviglioso per le racchette nostrane Jannik, top 100 più giovane al mondo e della storia italiana, è l’ennesima delizia. In rimonta. Contro il serbo numero 60 al mondo Sinner sente forse per la prima volta la pressione. Quella della gente, che ha trovato un altro idolo tennistico e lo vuole in finale. Il primo set vola via in un attimo, facendo sembrare Kecmanovic un gigante. Ma Jannik si scuote, si ritrova, domina di testa il secondo set portandosi in parità. Il capolavoro arriva nel secondo game del terzo set, quando il teenager cresciuto da Riccardo Piatti, avanti di un break, si trova sotto 0-40 e a rischio di controbreak. Ancora una volta Sinner sta lì, con la testa e col cuore, e con quattro punti di fila mantiene il vantaggio. Il ghiaccio della Val Fiscalina nelle vene lo aiuta anche quando deve servire per il set e si trova 0-30, poi 40-40, ma il deciding point lo porta avanti. Arrivato al quarto set, Sinner scardina la serratura serba nel terzo gioco, conquista un break e si mette comodo per l’affondo finale. Kecmanovic, che ha due anni esatti più di lui, finisce spalle al muro ma con quel che gli resta dell’orgoglio salva tre match point lasciando a Sinner l’onore di chiudere con le sue mani. E lui non sbaglia. ll regalone. Dopo il trionfo prende le cuffie per un coaching speciale, per fare gli auguri all’uomo che lo ha portato fino a qui, Riccardo Piatti. Gli canta «Happy birthday to youuu» dopo avergli fatto il miglior regalo di compleanno possibile. Quando gli chiedono quale sia il segreto del suo incredibile rendimento, Sinner risponde con la solita disarmante umiltà: «Segreti non ce ne sono, però ammetto che con il coaching forse è tutto più facile». Intanto i bambini lo inseguono, i grandi lo ammirano, le mamme lo vorrebbero come figlio. È scoppiata la Sinnermania e lui non ha parole per ringraziare i quasi 5000 del Palalido: «Con tutto sto pubblico è incredibile, grazie, siete davvero fantastici». ll diavoletto. Oggi in finale avrà Alex De Minaur, che già lo scorso anno si è trovato a un passo dalla vittoria ma è stato battuto da Stefanos Tsitsipas. Le regole sperimentali restano ancora un po’ ostiche per questi giocatori, ma per l’australiano numero 18 al mondo ci sono lati positivi anche nei set così brevi: «Tutto può cambiare in maniera estremamente rapida quindi è importante restare concentrati. Diciamo che è un sistema di punteggio che ti obbliga a tenere sempre altissimo ll livello di concentrazione. Questo penso sia molto utile anche per i prossimi impegni sul circuito. Se riuscirò a portare questo grado di attenzione anche nei match degli altri tornei allora credo che potrò vincere molte più partite». […] Oggi però ha un appuntamento con Sinner che cercherà di fare un altro regalo al suo tecnico: «Ci proverò – sorride Jannik – ma non sarà facile perché Alex arriva da una stagione fantastica». Beh, allora siete in due.

Jannik fai paura anche al Diavolo (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Nel tennis vanno di moda i maestri italiani: domani alle Atp Finals di Londra Matteo Berrettini inaugura il torneo dei grandi contro Novak Djokovic, oggi dalle Atp Next Gen Finals Milano Jannik Sinner gli allunga il testimone dal masterino under 21. Il ragazzo di Sesto Pusteria in semifinale ha liquidato in quattro set (2-4 4-1 4-2 4-2) anche il ventenne serbo Miomir Kecmanovic – che di Djokovic è il pupillo – e ad appena 18 anni, dopo essere entrato in tabellone come wild card, oggi alle 21 si gioca la sua prima finale importante contro Alex De Minaur il n.17 del mondo. La miglior finale possibile, per Milano e l’Italia: The Demon, il diavolo australiano contro il ragazzo di casa, Jannik l’Esorcista dei favoriti che in quattro giorni oltre a Kecmanovic (n.60) ha seccato altri due avversari meglio classificati -il n.47 Tiafoe e il n.74 Ymer perdendo solo un match senza valore contro il francese Humbert. […] COME UN VETERANO. Certo la calma, il timing supremo, la maturità tattica di Jannik fanno impressione. Vince i match da veterano, e inizia a maneggiare bene anche le public relation. Ieri dopo il cuoricino mostrato al pubblico ha indossato le cuffiette che servono per il coaching per fare gli auguri di compleanno al suo coach Riccardo Piatti, che gongolava in tribuna. «Con il coaching è tutto un po’ più semplice – ammette Jannik, che dopo un inizio così così ha iniziato a fondare diritti, servizi e rovesci spingendo fuori dal campo Keananovic – oggi poi volevo fare un regalo a Riccardo per il compleanno. Contro De Minaur sarà dura, ma farò del mio meglio». Che vale già una classifica di almeno 40 posti più della attuale (95). De Minaur, vent’anni, già nel 2018 era arrivato in finale a Milano, sconfitto da Tsitsipas, stavolta vuole la coppa forma di X (factor) e festeggiare un anno da record: tre tornei vinti (Sydney, Atlanta e Zhuhai), una finale persa contro il Venerabile Federer a Basilea, l’ingresso fra i top15. Il suo un tennis di alta regolarità e grandissima grinta – il suo mentore e modello è Lleyton Hewitt – e lo si è visto anche dal modo educato ma feroce con cui in semifinale si è liberato dell’amico americano Frances Tiafoe. Il Demone australiano – un melting pot ambulante: nato a Sydney vive ad Alicante con mamma spagnola e papà uruguaiano – parla ogni giorno via telefono con lo psicologo, «perché la mente nel tennis è una delle cose più importanti». E sa che nonostante il divario in classifica dovrà guardarsi dall’Esorcista. Neppure dal Demonio e dai suoi inganni.

Tra Sinner e il sogno ora c’è solo De Minaur (Andrea Facchinetti, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

La Sinner Mania fa un’altra vittima eccellente nella semifinale delle Next Gen Atp Finals. Miomir Kecmanovic è rimasto intorpidito dall’entusiasmo straripante dei tifosi accorsi al Palalido di Milano, che hanno spinto l’incredibile diciottenne (nella foto) di Sesto Pusteria (Bolzano) verso un nuovo capitolo della sua storia milanese, tale da portarlo oggi a giocarsi un titolo pienamente meritato, come forse nemmeno lui alla vigilia sognava. La sfida contro il serbo è cominciata quasi sulle ali della timidezza, con Kekmanovic ad approfittare dell’iniziale imbarazzo del nostro eroe per strappargli il servizio e passare in vantaggio di un set. Un vantaggio effimero, perché Sinner ha decisamente cambiato marcia all’inizio del secondo parziale, scappando via inesorabilmente. Esattamente ciò che è successo anche nel terzo e quarto parziale che mandano agli archivi un quasi scontato 2/4, 4/1, 4/2, 4/2. E’ questa sua capacità di trasformare in facili le cose apparentemente difficili che hanno fatto innamorare i milanesi del predestinato, oggi chiamato (con inizio alle 21, diretta tv su Supertennis) a completare l’opera contro il vero favorito del torneo, l’australiano Alex De Minaur, finalista nel 2018 e numero 18 del mondo, che ha impiegato quattro set per venire a capo dell’ostico statunitense Francis Tiafoe con il punteggio di 4/2, 4/1, 0/4, 4/2. Jannik proverà a ribaltare l’ennesimo pronostico e passare l’ideale testimone a Marco Berrettini, il quale domani aprirà le danze nelle Atp Finals alla 02 Arena di Londra contro Novak Djokovic. […] Chi ha terminato la stagione è invece Fabio Fognini. II ligure, ospite della trasmissione “Verissimo” che andrà in onda nel pomeriggio odierno su Canale 5, ha anticipato che la moglie Flavia Pennetta gli regalerà fra poche settimane una femmina, che andrà a fare compagnia al fratellino Federico di due anni. «Il suo nome comincerà come da tradizione con una F, altrimenti mio padre si arrabbia!», – ha esclamato il ligure, oggi numero 12 del mondo

Berrettini caldo: “Perdonatemi se arrivo tardi. Essere qui mi rende felice” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il paradiso forse non esiste, ma alla congrega degli dei in carne e ossa questa volta appartengono anche la testa e il cuore di un ragazzo italiano. Sinceramente, mette i brividi la foto della 02 Arena che incombe sugli otto maestri delle Atp Finals 2019, allungando la sua ombra pure su Berrettini, insieme a titani che hanno scritto pagine da leggenda di un romanzo che non vuole mai finire e alle nuove stelle di cui si era profetata l’ascensione in cielo già dai primi passi sul circuito. Matteo è il primo giocatore in 13 edizioni a partecipare al Masters dopo aver chiuso la stagione precedente fuori dai top 50: solo per questo, e per la favolosa scalata degli ultimi sette mesi, meriterebbe che il mondo applaudisse fino a spellarsi le mani. Pensiero stupendo. […]. Non certo quello di oggi, approdato al numero 8 Atp dal 54 di inizio anno, maturo e consapevole e con le doti tecniche, atletiche e mentali per recitare da star sul palcoscenico dei Maestri, perfino nel tremendo esordio di domani contro Djokovic o nell’incrocio successivo con un altro mito, Federer (il terzo del girone è Thiem, e scusate se è poco): «Alle Finals partecipano solo i migliori, e ci sono anch’io — ammette candidamente Matteo — sono tutti giocatori fantastici, è inutile pensare se ho avuto un sorteggio facile o difficile. L’unica cosa che penso in questo momento è che sono felice e non vedo l’ora di scendere in campo. Mi sento pronto per questa nuova sfida». L’allievo di coach Santopadre sfoggerà il nuovo outfit della Lotto con la benedizione del presidente Andrea Tomat («Lui rappresenta in tutto e per tutto i valori del nostro brand: creatività, tecnica, coraggio e passione») e proverà a prolungare la magia intensa scaturita dalla favolosa cavalcata di New York: «Certamente all’inizio della stagione non mi aspettavo di arrivare fin qui, per la verità non ci speravo neppure, fino pochi mesi fa, ma è cambiato tutto dopo gli Us Open, mi sono reso conto che questo livello mi apparteneva. Per il resto sono un ragazzo che cerca sempre di migliorare, come persona e come giocatore. Ho fatto i miei primi punti Atp a 19 anni, a quell’età Roger, Rafa e Nole erano già top 10, forse sono un po’ in ritardo ma non avverto pressioni». Davanti alla tv Eppur qualcosa si muove dietro la Golden Gen, se è vero che dopo dieci anni alle Finals si esibiranno quattro giocatori sotto i 24 anni (l’ultima nel 2009, e si trattava di Djokovic, Nadal, Murray e Del Potro: se la storia è maestra di vita…). Secondo Federer, che giocò per la prima volta il Masters nel 2002, quando Berrettini e Medvedev avevano sei anni, Zverev vincitore un anno fa cinque e Tsitsipas quattro, il successo di Sascha nel 2018 ha rappresentato un catalizzatore di stimoli per i campioni emergenti: «Ciò che mi colpisce di loro non è che abbiamo nuovi talenti nel Tour, ma che siano stabilmente tra i primi 10 del mondo, un traguardo che non è affatto facile da raggiungere». Roger, Nadal e Djokovic insieme sommano 55 Slam ma anche 103 anni e dunque per Nole la rivoluzione non è più così lontana: «Diciamoci la verità: noi non saremo eterni ed è un super messaggio per il nostro sport che si affacci con prepotenza una nuova generazione. Tra l’altro conoscono il tennis e lo rispettano, lasceremo la nostra eredità in buone mani e saremo contenti di guardarli in televisione». La domanda è: tra un anno o tra un secolo?

Matteo debutta domani alle ATP Finals: “Vivo da un anno sull’ottovolante, la testa mi gira ma non voglio scendere” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

Un esemplare di tennista così, non l’avevamo mai avuto. La fiondata del servizio che piove da un’altitudine di 196 cm. Il dritto che fa i buchi nel campo. Una maturità ben oltre l’età anagrafica (23 anni). […] È l’umanità di questo gladiatore moderno e gentile, sbarcato a Londra tra i fuoriclasse delle Atp Finals con in valigia due titoli stagionali (Budapest sulla terra, Stoccarda sull’erba), la semifinale dell’Us Open e il n. 8 della classifica mondiale (quarto azzurro a sfondare il muro dei top-10, il primo al Master dopo 41 anni), il valore aggiunto del Berrettini from Italy. Matteo, un debutto col botto: domani contro Djokovic. «Dopo Federer a Wimbledon e Nadal a New York, ecco Nole. Sono pronto, emozionato ma pronto. Provare gratitudine per tutte le meraviglie che mi sono successe quest’anno non significa sedersi. Sarò competitivo». Ha mandato una cassa di vino a Shapovalov, che battendo Monfils a Parigi le ha regalato il biglietto per Londra? «Pensavo a una damigiana di sugo della nonna, piuttosto… Lo ringrazierò a Madrid, dove saremo avversari in Coppa Davis. E non ho nessuna intenzione di ricambiargli il favore». Da n. 54 a n. 8 in dieci mesi: come si sta sull’ottovolante? «Mi piace prendere appunti sull’iPad, l’ho scritto nel mio diario proprio l’altro giorno: questo ottovolante mi fa girare la testa ma mi piace». Cè il tempo di riuscire a essere un po’ felici o la fretta si mangia tutto? «Sulla felicità sto lavorando con Stefano, il mio mental coach. Lo spazio per gioire va per forza ritagliato: la sera in cui a Parigi ho perso con Tsonga mi sono imposto di aprire una bottiglia di champagne. Al di là del risultato, era il giusto riconoscimento a me stesso». L’emozione più intensa fin qui? «II match con Nadal all’Us Open. Tutto il percorso a New York è stato pazzesco. Se penso al quarto di finale con Monfils ho ancora i brividi. I match point, il doppio fallo, 7-6 al quinto… Incredibile». Ha scoperto qualcosa di sé che non conosceva? «Si. Mi sono scoperto di più di quello che credevo di essere. Mi sapevo già determinato, cazzuto, un atleta vero. Ma le difficoltà dell’Open Usa mi hanno fatto capire che ho tante cose dentro». Parliamo della sua umanità, vuole? «Volentieri, mi fa piacere. Sono contento che stia uscendo, perché io sono un tipo che tende a tenersi tutto dentro. Far venire fuori chi sono è la mia forza. Vincenzo Santopadre, mio coach da dieci anni, mi ha cresciuto così: prima viene l’uomo, poi il tennista. Se sono così è perché la mia famiglia è così. Il mio mental coach ha scoperto la mia anima prima di me, ma pian piano ci sto arrivando anch’io. Oltre ai dritti e ai rovesci, metti in campo chi sei. E la vita vera, comunque, è fuori dal tennis». La sua ragazza, la tennista australiana Ajla Tomljanovic, come è entrata nella sua vita vera? «Con dolcezza. Innanzitutto mi è piaciuta fisicamente: credevo di essere attirato dalle bionde, invece mi ritrovo con una mora. Ajla ha un animo buono, direi addirittura puro, che ho dovuto scoprire per gradi. Per sua educazione e cultura, aveva messo su una scorza: mi ha intrigato partire alla ricerca, andare oltre. E quello che ho trovato mi ha colpito». Quanto è importante che una girlfriend sia tennista? «Tanto. Ci si capisce al volo. Martedì atterrera qui a Londra, è venuta a Vienna: comprende i miei tempi, non mi assilla, sa che quando non sono con lei sono impegnato a fare ciò che serve a un tennista». La popolarità è piacevole? «Finora sì. Ho conosciuto Alessandro Borghi e Claudio Marchisio, il mio idolo assoluto Carlo Verdone mi ha mandato un video di complimenti quando mi sono qualificato per il Master. Le persone più importanti sono quelle che mi vogliono bene da sempre, ovvio». L’altro suo mito, LeBron James, si è fatto vivo…? «Non ancora! A Shanghai avevo i biglietti per LakersNets, prima fila. Avrei fatto invasione per abbracciarlo. Poi ho vinto con Bautista e il team mi ha imposto di riposare in albergo. Ho dato via i biglietti a malincuore». Cosa si è regalato con i 960 mila dollari di premio dell’Open Usa? «Due anelli, la mia passione. Uno lo porto al collo. Dentro ho fatto incidere la frase: sei tanto dentro». La barba è per scaramanzia? «Per pigrizia. A mamma non piace, ad Ajla sì. Tengo una via di mezzo, per non scontentare nessuno». In tanta armonia, stona un particolare che le ha procurato qualche critica, Matteo: il trasferimento a Montecarlo. «Francamente faccio fatica a vederlo come un difetto. Roma è diventata difficile da gestire: non posso più andare al ristorante. Se uno vuole andare all’estero, che male c’è?». 46 posizioni del ranking scalate da Berrettini, da numero 54 a 8, 2 torni vinti nel 2019 da Berrettini: Budapest e Stoccarda. Montecarlo è un estero speciale. «Dove vivono tutti i tennisti, c’è sempre il sole, è più facile allenarsi. Chi mi attacca non mi conosce, non sa chi sono. Alle critiche sono abituato: con quel dritto e quel rovescio non vai da nessuna parte ragazzino, mi dicevano». Sbagliavano. Come ha visto cambiare, strada facendo, l’opinione che gli avversari hanno di lei? «Quando sono arrivato ad Halle dopo aver vinto a Stoccarda, in spogliatoio Federer mi è venuto incontro. Ben fatto, mi ha detto. Sentirselo dire dalla leggenda del tennis, fa un certo effetto…». Leggenda che a Londra sfiderà nel girone con Djokovic e Thiem (già battuto). «Ho imparato la lezione di Wimbledon_ E non sono più il ragazzino italiano di belle speranze: ora sono un tennista».

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