Sara Errani si racconta: "Le critiche al servizio mi hanno fatto soffrire"

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Sara Errani si racconta: “Le critiche al servizio mi hanno fatto soffrire”

Lunga intervista di Sara Errani a puntodebreak: “Sembra che siano passati mille anni dalla finale di Parigi, come se fosse stata un’altra persona a giocare e non io”

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Sara Errani - Indian Wells 125K 2018 (foto Luigi Serra)

La seconda vita tennistica di Sara Errani non ha i riflettori puntati addosso. Si svolge ai margini dell’anonimato, dove però è soprattutto la passione (insieme all’orgoglio) a tenere in vita la voglia di andare avanti. L’ex numero cinque del mondo è scivolata ben oltre la duecentesima posizione e annaspa nei bassifondi del circuito. Nell’ultimo torneo disputato è stata sconfitta – proprio quest’oggi – al primo turno dell’ITF di Riba-roja de Túria (montepremi 25000 dollari) da Georgina Garcia-Perez con un netto 6-0 6-4, due settimane dopo essere stata eliminata al secondo turno del più ricco ITF di Valencia (60000 dollari) da una giocatrice quindici anni più giovane, Marta Kostyuk. Se l’è giocata però con orgoglio, al punto da non sottrarsi – proprio durante il torneo – a una interessante intervista concessa al portale specializzato spagnolo Punto de Break.

Chiacchierata nella quale ha aperto la finestra sul suo nuovo mondo. A 32 anni, dopo una squalifica per doping che avrebbe potuto anche metterla definitivamente fuori dai giochi, ha scelto di continuare a lottare non tanto contro la classifica, ma più che altro contro se stessa. Contro i suoi limiti e le sue paure. Sotto la guida sicura di Pablo Lozano, il tecnico che rappresenta un punto di riferimento da quando ha messo piede in Spagna. Ormai la sua seconda casa.

Qui l’intervista originale di Punto de Break


Sara, è arrivata un’altra sconfitta. Risultato netto (6-2, 6-4) ma fuorviante guardando alla tua prestazione.
Sì, ero avanti 4-1 nel secondo set, ho avuto diversi vantaggi, ma devo ancora migliorare il livello. Soprattutto fisicamente, sono stata ferma per un mese a causa di un’ernia cervicale, senza poter fare nulla, lì ho perso molto ritmo.

Ma il circuito va avanti senza pause e non ti permette di fermarti.
Infatti, siamo andati in Cina sapendo che non ero ancora al 100%, è stato difficile per me colpire con il rovescio, ma avevo bisogno di allenarmi. Anche se giocare i tornei è completamente diverso, sono come un allenamento agonistico, così li chiamiamo, ma abbiamo deciso comunque di andare nonostante non fossi al meglio. Sono tornata con due sconfitte pesanti, ma bisogna andare avanti.

Gli ottavi in un W60K sembrano poco, ma la sensazione è che stai facendo un passo avanti.
Vedendo come sono arrivata e tutti i problemi che ho affrontato, la valutazione del torneo è positiva. Mi è piaciuto il gioco che sono riuscita ad esprimere contro Hogenkamp, mi sono sentita competitiva ed è quello che più mi manca in questo momento. Contro Kostyuk, pur avendo avuto poco tempo per recuperare è andata bene comunque.

Nessuna nel tabellone sa cosa vuol dire giocare una finale Slam, nemmeno passare il quarto turno. Nessuna giocatrice è mai stata tra i primi 50. Ti pesano questi dati?
Non do molto peso a questi dati, mi concentro su me stessa, cercando di migliorare e di fare le cose bene. Voglio tornare a essere quella che ero. Quando mi parli delle finali dello Slam sembra che siano passati mille anni, come se fosse stata un’altra persona a giocare e non io. Cerco di provare a fare le cose correttamente, ma poi nelle partite noto che accadono cose strane, cose che non mi sono mai successe prima.

Che genere di cose?
La testa, è come se andasse per conto suo. Sono cose delicate che a volte non sono facili da gestire.

Come gestisci questa pressione?
L’ideale sarebbe non sentire la pressione, specialmente nel mio caso. In questo momento sono molto indietro, ma non è facile da spiegare. Sento la pressione. Mi ricordo di aver giocato a un livello in cui ho ottenuto un sacco di risultati positivi, quando ero al top, ora quando vado in campo e non ci riesco mi brucia. Mi sento più nervosa, vorrei giocare meglio, mi chiedo come possa commettere tanti errori rispetto a prima, ma devo essere consapevole di quello che ho, di quello che sono in questo momento, ho bisogno di fare molti passi avanti per tornare al livello che possedevo. La fiducia si recupera vincendo le partite, ma per vincerle bisogna giocarle, e ora sono anche fisicamente carente. Una volta potevo giocare mille partite, lo facevo in forma automatica, devo recuperare quello stato.

Ti sta pesando il fatto di essere stata così brava, come essere perseguitata dai tuoi stessi risultati. Finalista del Roland Garros, ex numero 5 del mondo…
… e tutto quello che invece faccio adesso non è all’altezza. Se facciamo questo paragone, tutti i risultati che potrò ottenere saranno sempre peggiori. Il giorno dopo aver perso la finale a Parigi ho detto a Pablo: “D’ora in poi, tutto quello che farò sarà uno schifo, a meno che non vinca una finale“. Ma non puoi vederla così, altrimenti ti spareresti o smetteresti di giocare a tennis. Bisogna ritrovare quella sensazione di gioia nel giocare a tennis, ma non è facile.

Quello stesso giorno hai detto a Pablo una cosa ancora più importante: “Ora ho bisogno di te più che mai”. Hai capito cosa ti aspettava.
Quella settimana è stata molto difficile per tutte le interviste che ho tenuto. Onestamente, non mi piace essere al centro dell’attenzione. Abbiamo dovuto fare i conti con molti più fattori di quelli che potevamo gestire: ho perso un po’ del mio spazio, c’erano molte persone ad assistere ai miei allenamenti, mentre prima erano molto più tranquilli, per questo mi sono sentita in pericolo. Ecco perché gli ho chiesto aiuto, perché non potevo farcela da sola. Sono stata molto fortunata ad avere Pablo sempre accanto a me.

Prima, durante la partita, un uomo è venuto da me e mi ha chiesto: “Che ci fa Errani in questo torneo? Perché non vince più?” Non sapevo cosa rispondere.
Tutto quello che mi è successo negli ultimi due anni è stato pazzesco. La sanzione, la pausa, giocare in attesa di una risposta… è stato un calvario che non auguro a nessuno. Ho vissuto episodi inspiegabili che mi hanno lasciato delle ferite dentro, con cui non è facile convivere. Ho iniziato a provare paura, a vivere nuove situazioni che non sapevo come gestire, ma sono ancora qui per cercare di superarle.

In che modo l’ITF comunica il risultato positivo al controllo antidoping?
Dovremmo stare qui sette ore per spiegarlo bene (ride).

Quello che è chiaro è che era la loro parola contro la tua.
Il punto è che anche l’antidoping italiano era coinvolto, non ero solo io contro l’ITF. Quando mi è stata data la sanzione dei due mesi, più cinque mesi di risultati rimossi, quella era solo la parte dell’ITF. Poi è arrivata la WADA, dicendo che per loro non era sufficiente, volevano che io ottenessi più sanzioni. È stato un vero calvario.

Il momento peggiore della tua carriera.
Immaginati di giocare in attesa di una risposta, e di vederla rinviata ogni mese, fino a sette volte, e tu che continui a giocare! Sono cose che escono dall’ambito sportivo che ti rubano la concentrazione, perdi la testa, ti vedi indifesa e impotente. E poi, dopo sei mesi giocando in quelle condizioni, ti dicono che ti hanno aggiunto altri otto mesi di sanzione. Sono stata ferma tutto quel tempo, trattata come una delinquente.

Come si è comportata la stampa?
È stata molto dura, soprattutto in Italia. È brutto da dire, ma la stampa italiana è sempre stata dura con me. Hanno interferito con cose personali, con la mia famiglia, sono temi molto delicati, sono stati cattivi. Ci sono state molte persone che mi hanno sostenuto, ma la stampa ha cercato di corromperle con notizie basate su informazioni personali. Sopportare tutto questo ha reso la situazione ancora più difficile.

Anche Fognini ha avuto problemi con la stampa locale, invece di essere supportato.
Sarebbe bello se lo fosse, ma non lo è. Invece di fare il loro lavoro in modo costruttivo, scrivendo buoni articoli e facendo interviste interessanti, in Italia si concentrano sugli aspetti negativi, per danneggiarti. La cosa più logica sarebbe valorizzare i giocatori, aiutandoli a raggiungere un livello più alto, ma purtroppo fanno il contrario, dimostrando solo di volerti sminuire. Non so perché, ma è così.

Prima della carriera viene l’immagine; hai mai pensato che la tua carriera sarebbe stata macchiata per sempre?
Certo, ed è molto difficile. Ho sempre avuto molta paura del doping, questo te lo può confermare Pablo. Molte volte i medici mi davano da bere qualche medicina e io non lo facevo, senza farmi vedere, perché avevo paura! Sembra sciocco, ma quando partecipi ad un torneo passi tutto il giorno bevendo da bottiglie o in posti che non sono sicuri al 100%.

Comunque il tuo incidente è successo a casa.
Assolutamente. Una situazione assurda, è un peccato. Vorrei trovare una spiegazione per quello che mi è successo ma non ci riesco. È stato il destino o qualsiasi altra cosa.

In ogni caso la sensazione è che la questione sia già passata in secondo piano.
Beh, ora mi accusano di altre cose: “Non sai servire”, “Perché continui a giocare?”, “Ritirati”. L’altro aspetto è uscito un po’ di scena, ma quando vinco di nuovo due partite di fila, torna alla ribalta. Questo è quello che bisogna affrontare, sappiamo che i tennisti ricevono molti insulti sui social network, ma ciò non mi ferisce più. Da questo aspetto non mi faccio più influenzare, io cerco di fare quello che devo fare, di concentrarmi sulla mia carriera. Voglio sentirmi di nuovo bene in un campo da tennis, tornare ad amare questo sport, cosa che ultimamente mi è costata, ma per questioni esterne al gioco.

Un altro punto di svolta nella tua carriera è avvenuto alla fine del 2016, quando hai interrotto il tuo rapporto con Pablo dopo dodici anni insieme. Perché?
Sono successe delle cose che ci hanno portato alla separazione. La decisione era più mia che sua, ero stanca mentalmente, soffrivo, avevo qualche problema personale che ha avuto ripercussioni sul campo. Avevo meno voglia di lottare, ero triste, spenta, tutto ciò ci ha fatto entrare in contrasto. Comunque durante quell’anno lui ha continuato a guardare le mie partite e ci parlavamo dopo ciascuna di esse. Per me Pablo è come un fratello, anche quando non ci siamo allenati insieme ha continuato ad essere un supporto fondamentale.

Un anno dopo sei tornata a Valencia, hai ritrovato tutto come prima?
Era come se non ci fossimo mai separati, tutto era come prima. Abbiamo vissuto così tanto insieme che quella era una nuova sfida, proprio come la situazione attuale. Siamo fuori dalle prime 200 posizioni in classifica, dobbiamo lottare per scalare la classifica, partecipare ai tornei minori… è diverso, ma tra noi c’è ancora la stessa connessione.

Cosa ricordi degli inizi con Pablo?
Fin dall’inizio mi è piaciuto molto per il suo entusiasmo. In Italia non ho mai incontrato nessuno che avesse una visione così speciale, in lui vedevo così tanta convinzione e mi sono lasciata trascinare. La sua fiducia mi ha contagiata, lui ci credeva molto più di me. Non avrei mai immaginato di arrivare così in alto, ma lui era convinto al 100%. Ricordo quando all’inizio mi diceva: “Dai, vediamo se un giorno arriveremo a un quarto di finale in uno Slam”, e io gli rispondevo che era pazzo (ride). Sapeva portarmi al limite per far emergere le mie qualità migliori. Quando dopo una partita gli dicevo che non potevo giocare meglio di così, mi rispondeva sempre: “Sì che puoi”. Alla fine mi ha trasmesso la fiducia per fare molte più cose di quelle che pensavo fossero possibili.

Fiducia illimitata.
La vedevo nei suoi occhi quando mi allenava, mi ha tirato fuori più di quanto io potessi. Avere accanto una persona che si fida di te in questo modo, mostrando tanto entusiasmo per fare le cose al meglio, e allo stesso tempo divertirsi insieme, è davvero un dono. Ci siamo allenati e abbiamo sofferto, ma ci siamo divertiti.

“Sara non ha la macchina migliore, ma le abbiamo insegnato a guidarla alla perfezione”. Questo mi disse Pablo durante un’intervista nel 2016. Ti sei mai sentita inferiore a una rivale?
Ogni volta! (ride) Ogni volta che giocavo con Kvitova, Garcia, Serena, Sharapova, Stosur, ecc. Le vedevo di fronte a me e non ci credevo. Pensavo: “Servono meglio, hanno un dritto e un rovescio migliore del mio, hanno una condizione fisica migliore… stiamo scherzando?”.

Ma le hai battute.
E non chiedermi come (ride). Pablo mi ha aiutato molto, dall’esterno ha sempre trovato una chiave, una piccola cosa a cui aggrapparsi e su cui fare leva. A volte lasciavo il campo senza sapere come ci ero riuscita, ma l’importante è che ho potuto vincerle.

Il fatto che tu sia riuscita a competere con armi differenti rimarrà per sempre come un gran esempio. Oggi, se non si possiede un servizio a 200 km/h, è più difficile.
È un peccato vedere il modo in cui si gioca a tennis in questo momento, con così tanta potenza e così poca tattica. Pablo mi dice che questo viene a mio vantaggio, perché se tutti giocano nello stesso modo, io posso fare più danni con il mio stile; ma se parliamo di guardare il tennis confesso che non mi piace molto. Mi piace guardare giocare Carla Suarez o Simona Halep, perché posseggono molta più strategia. Il resto delle giocatrici fa molti più vincenti, sì, ma preferirei vedere più tattica e non così tanti punti portati da un buon servizio.

Ti sei mai sentita male per non riuscire a servire così bene come le tue rivali?
Quando ho raggiunto la finale del Roland Garros, ricordo di aver chiesto a Pablo di aiutarmi a migliorare il servizio. La stampa continuava a criticarmi, insinuando che non avrei potuto vincere nulla con quel servizio, e ho commesso l’errore di lasciarmi influenzare. Pablo in compenso mi diceva che era perfetto, che non l’avrebbe cambiato con quello di nessun’altra giocatrice. Era un servizio molto efficace, ideale per il mio stile, riuscivo ad arrivare a statistiche del 90% con la prima di servizio, e lui era felicissimo. Ovviamente continuammo ad allenarlo ogni giorno, ma su quella linea, che si dimostrava perfetta per il mio gioco.

Non voglio immaginare le critiche che ricevevi quando commettevi un doppio fallo.
È una questione che nel corso degli anni mi ha fatto soffrire, e di sicuro si è visto. È sempre stato il mio punto debole, così tante persone me lo facevano notare, che ciò ha influito sulla resa al momento di giocare, a causa della eccessiva preoccupazione.

Ricordi di aver perso una partita a causa del tuo servizio?
Pablo dice di no (ride). È chiaro che ci sono stati momenti in cui mi è pesato non avere un super servizio come altre giocatrici, ma l’ho compensato con altre abilità. Quando perdevo le partite, lo facevo a causa del gioco a fondo campo e non tanto per il servizio, questo è quello che mi diceva. Mi chiedevano di servire con maggiore potenza, ma così facendo mi sarebbe arrivata la risposta più rapidamente senza concedermi il tempo di posizionarmi. Nel modo in cui servivo invece avevo molto più tempo per posizionarmi e iniziare a mettere in atto la mia tattica di gioco.

La gente preferisce parlare del tuo servizio piuttosto che della tua solidità, del tuo modo di combattere, di arrivare su ogni pallina…
È sempre stato così. Ricordo partite in cui la stampa parlava del mio servizio scadente anche se avevo servito benissimo quel giorno. Come se non avessero visto la partita, qualsiasi articolo faceva riferimento a questo aspetto, quel concetto era sempre presente.

Vorrei parlare della tua finale al Roland Garros. L’hai rivista?
Sì.

Cosa cambieresti di quel giorno?
Non appena la partita è finita, ricordo che Pablo mi disse che avrei dovuto fare di più alcune cose e di meno altre, il tipico discorso dopo una sconfitta. Qualche giorno dopo, quando l’abbiamo rivista insieme, si è corretto dicendomi: “Hai giocato molto bene”. Durante la partita avevamo avuto la sensazione che avessi giocato peggio di quello che avevo fatto. Non cambierei nulla, ho cercato di fare del mio meglio, come in tutte le mie partite. In quel momento ho dato tutto quello che avevo, è stata un grande partita, ma lei ha giocato molto bene. Maria ha tirato un sacco di palle sulla linea, così tante che non puoi immaginarti. Si può sempre migliorare… all’inizio, per esempio, ho iniziato molto male, ero sotto 4-0. Era la mia prima finale dello Slam contro Sharapova, credo fosse normale. Mi sarebbe piaciuto vincere, ma il tennis è così, non posso biasimare me stessa.

E nello stesso periodo stavi vincendo titoli nel doppio. Insieme a Vinci hai vinto tutti e quattro gli Slam ed eravate al numero 1. Questo è impensabile ora.
Barty è una delle poche che sta scommettendo su entrambi i circuiti, questo rappresenta un duro sacrificio, soprattutto fisico. È stato un impegno fisico ma, allo stesso tempo, mi ha reso più resistente, è come una ruota. Giocare in entrambi i circuiti mi ha fatto migliorare molto ed è stato anche molto divertente. Vincere tutti gli Slam è stato tanto incredibile quanto inaspettato. Vincere Wimbledon! È una gioia inspiegabile, davvero, non ho parole.

In che momento si comincia a pensare che completare il Grande Slam sia un obiettivo?
Mai. Abbiamo giocato per divertirci, infatti, non ci siamo nemmeno allenate per il doppio. Entrambe ci siamo concentrate sul circuito individuale, di tanto in tanto facevamo qualche partita con Pablo per riscaldarci, ma non ci siamo mai concentrate espressamente sulla conquista dei titoli nel doppio. Entravamo, vincevamo e andavamo avanti. Ci siamo divertite.

Sei la n. 250 del mondo in questo momento (240 questa settimana, ndr). Hai 32 anni. Cosa ti spinge a continuare a combattere?
Non lo so, a volte è davvero difficile. Ciò che mi motiva di più è il desiderio di sentirmi di nuovo bene sul campo. Quando vivi esperienze così brutte, ti rimane un sapore molto amaro in bocca. Come posso pensare di fermarmi adesso? Voglio rivivere quelle belle sensazioni. So di essere più matura, ma voglio ritrovare quel buon feeling, non importa se devo giocare un ITF 25K, non mi dispiace giocare piccoli tornei. Certo, ho ancora la speranza di giocare di nuovo nei grandi tornei, ma quello che mi spinge di più è il desiderio di vedermi di nuovo in campo combattendo, soffrendo, sentendomi competitiva. Essere lì e dare tutto fino alla fine.

Hai perso con una diciassettenne oggi. Non senti di appartenere ad un’altra epoca?
Quando entro in campo non mi concentro sul fatto che la mia rivale abbia 17 o 35 anni, ma sul suo tennis. L’obiettivo è sempre quello di cercare di portare il gioco sul mio terreno, con la mia essenza, variando molto i colpi, con scambi lunghi, so di avere difficoltà contro giocatrici con uno stile molto rapido, ma anche il mio gioco le mette in difficoltà. Ho bisogno di condurre la partita sulla strada che più mi si addice, una lotta di stile.

E cambiare il tuo stile? Nadal o Ferrer sottolineano sempre la loro capacità di adattarsi per sopravvivere ai nuovi tempi. Servire meglio, accorciare i punti, colpire più forte…
Non lo sto facendo. In questo momento ho bisogno di recuperare le forze, per stare bene fisicamente, ma il nostro modo di vedere il tennis non è quello di cambiare il mio stile, non giocheremo allo ‘spara tutto’. È chiaro che dipende anche dal campo in cui si gioca, o dalle palline, su una superficie veloce la mia strategia non è la stessa, ma in linea generale, manteniamo il piano di sempre.

Non appena è finita la partita, sei andata ad allenare il servizio con Pablo per dieci minuti. Questo dice molto sulla tua ambizione.
Con Pablo l’ho fatto molte volte. Ho avuto problemi con il servizio e quello che volevo era pulire il colpo dopo la partita. Con la tensione e il nervosismo, sono consapevole di cambiare il movimento; ho bisogno di pulirlo dopo la partita in modo che domani, quando inizierò di nuovo, possa averlo al livello desiderato.

Una domanda difficile. Hai mai pensato al ritiro?
(Riflette) Sarò sincera, alcune volte l’ho pensato, ma ho subito rimosso questo pensiero. Ho passato dei momenti difficili, sia in campo che fuori. Sono arrivata a dubitare di me stessa pensando: “Sono davvero in grado di continuare a giocare a tennis?” Ma continuo. Continuo perché è una cosa che mi viene da dentro, perché voglio farlo, perché voglio recuperare quelle belle sensazioni e, soprattutto, voglio superare questa situazione.

Vinci te stesso.
Esatto. Voglio allontanare i miei fantasmi, le mie paure personali, questioni che non posso lasciare irrisolte. Queste sono le cose che ti fanno pensare al ritiro, ti invitano a lasciare tutto, ma io voglio superarle. Non per vincere le partite, ma per superare i miei limiti perché non voglio che rimangano tali.

Come immagini la fine?
È difficile rispondere, soprattutto trovare un modo adeguato. Quando vedo che la gente si ritira ci rimango male, con il ritiro di Ferru (Ferrer, ndr) ho pianto molto. Non credo che sarei in grado di farlo come lui, di annunciare che tra un anno smetterò, non potrei sopportare di trovarmi al centro di questa attenzione. Certo quando vai ai tornei è bello, ti fanno sentire bene dedicandoti molte attenzioni, ma sento che questo non fa per me. Quando deciderò, mi ritirerò senza annunci. Penso che lo farò in questo modo, ma non si sa mai. La cosa principale è sentirmi di nuovo bene, ma naturalmente se ci riesco, come potrei ritirami?

Pennetta si è ritirata vincendo uno Slam.
È assurdo, quasi impossibile da fare (ride). Immagino che quando arriverà il giorno, lo sentirò, lo scoprirò. Ora quello che voglio è divertirmi di nuovo, sentirmi bene e vedere fino a dove posso spingermi di nuovo. Come se fosse una seconda carriera. Farò del mio meglio, fino alla morte, per tornare dove mi compete. Se riuscissi ad esprimermi di nuovo al mio meglio, cos’altro potrei chiedere di più?

 

Traduzione a cura di Alessandro Toto

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Karolina Muchova, una carriera in (meraviglioso) ritardo

Intervista esclusiva alla giocatrice ceca, che ci svela il motivo della sua esplosione tardiva: “Sono cresciuta in ritardo, a 15-16 anni ero molto piccola e ho avuto problemi alle ginocchia e alla schiena”. Adesso però, sul campo, è uno spettacolo

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Karolina Muchova - WTA Elite Trophy 2019

Karolina Muchova non è un cliente facile. Se noi fossimo dei venditori porta a porta (ancora ne esistono, sì), lei sarebbe probabilmente quella che dopo averci ascoltato per cinque minuti decantare le lodi del nostro prodotto, con involontaria crudeltà e un terribile sorriso di cortesia ci spedirebbe all’abitazione di fronte usando quattro parole quattro: ‘Non mi interessa, grazie‘. Di parole Karolina non è prodiga, e nonostante la sua carriera ad alti livelli sia praticamente appena iniziata è ragionevole credere che non lo sarà mai.

Lo ammettiamo, è un po’ presuntuoso ipotizzarlo dopo averci parlato per pochi minuti in una saletta dell’Hengqin International Tennis Center di Zhuhai, nel corso del WTA Elite Trophy per assistere al quale abbiamo ricevuto un gentile invito, ma se non sfruttiamo il vantaggio deduttivo delle nostre sensazioni a pelle tanto vale smettere di parlare di persona con gli atleti. Il motivo per cui abbiamo scelto di disturbare proprio lei, oltre a Sabalenka e Yastremska (che alla fine non si è nascosta troppo bene, se sull’imminente assunzione di Bajin l’avevamo stanata), è molto banale: vedere giocare dal vivo Karolina Muchova è un’esperienza profondamente appagante e volevamo capire cosa ci fosse dietro questa perfezione stilistica giustamente premiata dal secondo posto nella nostra classifica degli outfit stagionali.

Per chi volesse approfondire il bagaglio tecnico della 23enne ceca il consiglio è leggere questo mirabile articolo di AGF rispetto al quale sarebbe quasi oltraggioso fare delle obiezioni. Ci soffermeremo quindi sugli elementi di maggiore accordo – il dritto la cui preparazione ha un impronta marcatamente ‘maschile’, soprattutto nell’esecuzione inside-out, la grande varietà del servizio che non è soltanto il colpo di inizio gioco ma ha i crismi dell’apertura in una partita di scacchi, ovvero è indicazione di come Karolina vuole sviluppare il punto, e la totale completezza di soluzioni nel gioco di volo – e citeremo l’unica parziale perplessità.

 

Sì, l’esecuzione del rovescio è un po’ più rigida e non ha la fluidità del dritto, non provoca la stessa meraviglia suscitata da uno spezzone girato a 60 fps e montato in mezzo a un filmato di qualità molto più bassa, ma neanche spezza l’armonia del suo gioco. Comunque, anche dal lato sinistro, Karolina può mettere la palla quasi dove vuole. L’unico problema è che non sempre arriva per tempo sulla palla perché a fronte di una coordinazione naturale impressionante non è particolarmente veloce negli spostamenti. Per questo ha bisogno di tenere l’iniziativa e giocare alle sue condizioni; quando ci riesce, è veramente uno spettacolo di verticalità.

Karolina Muchova – Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

UNA CARRIERA IN RITARDO

Muchova ha iniziato la sua carriera professionistica nel 2014, a meno di considerare quel paio di partite vinte tra ottobre e novembre 2013. Senza un particolare curriculum junior alle spalle, ma incoraggiata dal padre ex calciatore Josef Mucha (centrocampista di fisico del Sigma Olomouc, 38 gol all’attivo nella prima divisione ceca) Karolina ha fatto la conoscenza del circuito ITF solo nell’anno della maggiore età.

Non credo che il fatto che mio padre fosse un calciatore abbia influito sulla mia scelta di fare la tennista” esordisce Karolina. “Più che altro, quando ero piccola mio padre mi ha fatto provare molti sport e questo mi ha aiutato a capire ‘come si fa’, come ci si muove“. La coordinazione nel gesto di cui parlavamo poc’anzi è in parte una legacy paterna e in parte la conseguenza del fatto che si sia cimentata con la ginnastica, la pallamano e il nuoto sincronizzato, tentativi poi sfociati nella decisione – a circa undici anni – di proseguire solo con il tennis. Vinto il primo torneo disputato, lo ha preso come un segno per intraprendere definitivamente quella strada.

Non è stata però una strada semplice, se è vero che il mondo del tennis si è accorto di lei molto tardi, precisamente il 30 agosto 2018 quando al secondo turno dello US Open, da numero 202 del mondo, ha rimontato e sconfitto Garbiñe Muguruza. Karolina aveva 22 anni e fino a quel momento aveva trascorso appena quattro settimane in top 200; otto mesi dopo è entrata in top 100, quindici mesi dopo è la numero 21 del ranking. Quando le chiediamo perché secondo lei ci abbia messo così tanto, nonostante il talento di cui dispone, e se magari proprio il suo stile di gioco può averle reso il percorso più complicato, risponde così.

È difficile da dire. Non so perché, non lo so” dice producendosi nel primo dei soli due sorrisi che regalerà nel corso dell’intervista. Dopo una piccola pausa, prosegue: “In effetti sono in ritardo con tutto. Sì, potrebbe dipendere dal fatto che ho uno stile di gioco differente: ho dovuto imparare cose diverse per vincere le partite, soprattutto quelle più complicate. Ma questo è il mio modo di giocare e non ho mai voluto cambiarlo”.

Sono stata anche spesso infortunata quando ero più giovane e non ho disputato molte stagioni complete aggiunge come se fosse un corollario nella sua spiegazione, quando invece è probabilmente l’elemento principale, qualcosa di cui probabilmente non aveva mai fatto menzione in pubblico. “Sono cresciuta in ritardo. Come puoi vedere, sempre in ritardo! Ero molto piccola a 15-16 anni, ne dimostravo molti meno di quelli che avevo. Ho avuto problemi alle ginocchia, alla schiena, poi a un certo punto sono cresciuta molto rapidamente. Ero molto magra, ci è voluto un po’ di tempo per arrivare dove sono adesso“. Non è una passeggiata gestire le implicazioni di questa condizione clinica, che dalla descrizione di Karolina sembra riconducibile alla stessa disfunzione ormonale che ha colpito Lionel Messi. Se stai provando a diventare un atleta professionista lo è ancora meno.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

Riportiamo a Karolina una nostra sensazione. Quando vediamo una mano sopraffina incrociare una mano ben più ruvida, prima ancora dell’abusatissimo elogio del contrasto di stili, emerge una sgradevole reazione istintiva, forse un po’ snobistica, quasi che non dovrebbe essere permesso a un tennista che gioca tanto male le volée di affrontare ‘impunemente’ uno (o una) che invece le esegue magistralmente. Si tratta di un’idea che il raziocinio cancella in pochi istanti, perché in fondo il gioco di volo è solo una parte del tutto, ma il retaggio dei gesti bianchi ogni tanto fa questi scherzi. Non le dà ‘fastidio’ che tante sue colleghe non tocchino bene la palla a rete, o magari questo la fa sentire più unica? “Perché dovrebbe darmi fastidio? Per me è un’ottima cosa che non ci riescano bene come me!” risponde decisa, accompagnando con il secondo e ultimo sorriso del pomeriggio.

Si fa improvvisamente seria quando la domanda verte sulla sua federazione di appartenenza e sul rapporto con le connazionali. “Sì, conosco alcune giocatrici” risponde quasi distrattamente.Con la federazione invece non ho alcun rapporto. In Repubblica Ceca, almeno per me, è stato piuttosto difficile. Ma va bene così“. Insomma, non certo una ‘cocca’ della Český tenisový svaz, la federazione ceca, ma questa dinamica potrebbe tornare a interessarle in ottica Olimpiadi di Tokyo. “Sono già adesso la quarta giocatrice nel ranking nazionale” specifica Karolina. “Ma non so esattamente quale sia il cut-off e quante giocatrici possano andarci, ma sì, mi piacerebbe. Sarebbe una grande esperienza“. Il cut-off è la posizione 56 e il numero massimo di atleti per nazione nel tabellone di singolare è quattro, dunque per il momento Karolina sarebbe dentro.

La ragazza di Olomouc, comunque, non sembra tagliata per ‘fare spogliatoio’ e per le competizioni di squadra (una sola presenza in Fed Cup quest’anno, unica in carriera). Le interessa più che altro giocare a tennis, un po’ per onorare il talento che le è stato donato e un po’ per dimostrare che anche con un gioco così difficile si può arrivare davvero in alto. Un approccio molto ‘maschio’ alla questione, se ci è concesso definirlo così, per confermare il quale è stato istruttivo vedere un set della semifinale di Zhuhai (persa in due parziali contro Sabalenka) nel box di Karolina orfano del coach Emil Miske, che comunque continuerà a lavorare con lei nel 2020. In Cina è stata infatti seguita dal fisioterapista e dallo sparring partner Miroslav, un tipo corpulento e taciturno alla maniera ceca (ci ricorda il compagno di stanza di un breve soggiorno in Turchia, qualche anno fa). Ci riesce di estorcergli qualche commento e persino la traduzione istantanea di un paio di incitamenti in lingua madre che non ci siamo appuntati e abbiamo puntualmente dimenticato; poi Karolina va sotto di un set e Miroslav si sforza di non essere rude quando ci invita a spostarci un paio di seggiolini più in là, ‘scusami ma in questi momenti a Karolina non piace vedere facce sconosciute nel box‘.

Perché sì, in effetti dietro questa corazza molto spessa che Karolina ci tiene a preservare – è abitudine costitutiva, non sembra lo faccia di proposito – ci sono delle debolezze, come le lacrime nella partita di round robin contro Kenin che non sembrava affatto in condizione di vincere e che invece poi ha vinto asciugando gli occhi e tornando a lottare. Quali sono le sue debolezze, le chiediamo dunque in chiusura d’intervista, visto che in campo sembra in grado di eseguire ogni colpo? “Credo di poter migliorare in tutto ma allo stesso tempo non direi che ho particolari debolezze. Certo, posso lavorare per fare volée migliori, dritti migliori (non sarà facile, viene da pensare, ndr), insomma lavorerò su tutto. Il prossimo anno voglio fare grandi cose“. Intanto un piccolo traguardo l’ha già ottenuto, poiché la sua pagina WTA – che fino a un paio di mesi fa non era fornita neanche di fotografia, praticamente l’unica tra le top 100 – a seguito del rimodernamento del sito ufficiale appare invece più consona al suo status di top 30.

Difficile sapere come andrà finire la storia di Karolina Muchova, se il suo congenito ritardo le concederà una tregua e le permetterà di vincere qualcosa di importante in tempo utile. Certo, sarebbe bello, ma concentriamoci su ciò che non ha bisogno del condizionale: vederla giocare a tennis è già adesso una delle esperienze migliori che un appassionato possa fare.

Karolina Muchova – WTA Elite Trophy 2019

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Roger Federer e Rafa Nadal - Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @LaverCup)

L’eccellente 2019 di Rafael Nadal gli è valso un’investitura di prestigio, da parte del suo miglior nemico: “Rafa può diventare il più grande di sempre“. Così ha commentato dall’altra parte dell’oceano Roger Federer, che ha seguito soltanto di riflesso la settimana di Davis, essendo impegnato nel tour sudamericano insieme a Sascha Zverev. Tra un bagno di folla e l’altro, è stata la tv argentina a recapitare al trascinatore della Spagna alla Caja Magica parole al miele.

Rafa è una grande persona oltre che un grande atleta – il commento di Federer, riportato da La Gazzetta dello Sport -, è riuscito a chiudere l’anno al numero uno del mondo undici anni dopo la prima volta. Hanno detto che sarebbe stato sempre infortunato e che non avrebbe potuto avere una lunga carriera, ma ha trovato il modo per reagire e costruirsene una fantastica“.

LA STORIA INFINITA – Due sono stati gli incroci tra i due fenomeni nella stagione appena conclusa. Il netto successo di Nadal nella semifinale del Roland Garros è stato pareggiato a Wimbledon, dove lo svizzero ha conquistato in quattro set il pass per la finale. Lo storico di una serie che – in attesa delle nuove puntate nel 2020 – vede il mancino avanti 24-16 nel testa a testa. Nel conto degli Slam, Federer è ancora avanti di misura (20 a 19) ma ormai vede l’avversario negli specchietti. “La stagione di Rafa è stata fenomenale – ha proseguito lo svizzero -, ha vinto Roland Garros e US Open. Ho imparato molto da lui, è un grande esempio per tutto il mondo dello sport. Sono felice di aver condiviso con lui grandi battaglie, probabilmente finirà per diventare il miglior tennista di tutti i tempi“.

Roger Federer e Rafa Nadal – Laver Cup 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

NUOVI INTERESSI – Una considerazione certamente basata – oltre che sulla grande stima che li lega – anche sul fattore anagrafico che certamente rema a favore del maiorchino. I 33 anni di Nadal sono un fattore da tener presente, al confronto con i 38 del fuoriclasse di Basilea. Che però è stato chiaro: non ha intenzione di smettere, almeno nell’immediato. Per quanto i suoi interessi siano ormai molteplici, al punto da rendergli l’agenda già piena – in proiezione – quando deciderà di lasciare il campo. Al già noto impegno della sua fondazione, che sostiene (tra le altre cose) la scolarizzazione in Africa, Federer ha aggiunto nei giorni scorsi un vero e proprio investimento imprenditoriale che ha attirato l’attenzione della stampa economica.

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SCARPE SVIZZERE – Di ritorno dalla campagna sudamericana, si è concesso infatti lo scalo a New York per sottoscrivere l’accordo con il marchio “On”, brand svizzero di sneakers (scarpe sportive) che sta guadagnando significative quote di mercato al cospetto di competitor importanti come Nike e Adidas. L’azienda produce utili dal 2014 e i tre fondatori di Zurigo – tra cui l’ex campione di duathlon Olivier Bernhard – hanno deciso di tentare il grande passo, convincendo Federer non solo a diventare testimonial del brand, ma anche a investire.

Una linea di scarpe “On” legata espressamente al fuoriclasse di Basilea dovrebbe vedere la luce nel prossimo anno, stando a quanto rivela Il Sole 24 Ore. Il portale Blick – che ha raccolto una lunga intervista di Federer proprio su questo investimento e sulle ricadute per l’economia svizzera – ipotizza che la cifra stanziata possa variare in un range compreso tra i 50 e i 100 milioni di franchi svizzeri. In Euro, tra i 45 e i 90 milioni.

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Interviste

Piqué e Haggerty: “Non c’è spazio per due competizioni così simili”

Il centrale del Barcellona e il presidente ITF tirano le somme della prima edizione della nuova Coppa Davis. E non le mandano a dire a Federer e Chris Kermode

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David Haggerty - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

Con il successo in finale della Spagna padrona di casa sulla giovane Canada, calano i sipari sulla prima edizione della nuova Coppa Davis. Se n’è parlato tanto di questo nuovo formato, con le migliori 18 squadre chiamate a contendersi l’insalatiera in un torneo ad eliminazione, in una sola città, a fine novembre. Se ne è parlato soprattutto prima, e per lo più in maniera critica. Se ne è parlato durante, mettendo in luce possibili migliorie, alcune facilmente attuabili e altre meno. Ma non tutto è stato da buttare. Il livello della competizione è stato indubbiamente alto, con un campo partecipanti di tutto rispetto. L’atmosfera, forse anche grazie alle brillanti performance dell’armata iberica, è stata degna della storia e tradizione secolare della Davis.

A tirare le somme, in conferenza stampa, sono stati i due artefici di questa competizione: David Haggerty, il presidente della ITF, e Gerard Piqué, difensore centrale del Barcellona, nonché leader del fondo di investimento Kosmos, che ha scommesso sul rinnovamento di una storica competizione in evidente declino. In fondo è stata la loro Davis, ancora che di Nadal e Bautista Agut. Ci hanno messo la faccia dall’inizio alla fine, difendendosi da ogni accusa e rimarcando ogni obiettivo raggiunto. È andata così anche di fronte ai giornalisti al termine della competizione. Il primo spiovente in mezzo all’area non poteva che riguardare gli spalti semi deserti durante tante sfide. A scacciare via la palla ci pensa Piqué. “Questa è stata la prima edizione con il nuovo formato. Un sacco di persone non sapevano cosa aspettarsi. Non sapevano come sarebbe andata. Quindi ce ne aspettiamo di più il prossimo anno. È vero che alcuni campi non erano pieni. Ma è anche vero che tifosi da tutti paesi erano presenti. C’erano persino dei tifosi dal Kazakistan”, afferma il calciatore e businessman spagnolo. 

Gerard Piqué – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Manuel Queimadelos / Kosmos Tennis)

E il suo ragionamento fila. È possibile che il discreto successo della nuova formula stile campionato del mondo convinca più persone a raggiungere Madrid nel 2020. La matassa si fa più difficile da sbrogliare quando si parla della collocazione in calendario, che ha causato diverse defezioni e la partecipazione di giocatori stanchi o in precarie condizioni fisiche, come nel caso dell’Italia. “Non nascondiamocelo. Uno dei più grossi problemi nel tennis oggigiorno è il calendario. La ITF e Kosmos sono molto aperti a parlarne con la ATP. Soprattutto ora che c’è una nuova guida”, spiega Haggerty. 

ATP che però è nel frattempo è andata in contropiede, lanciando una nuova competizione a squadre, con un formato simile, ovvero la ATP Cup. La prima edizione avrà luogo questo gennaio in Australia, con una collocazione in calendario molto favorevole per i tennisti che vogliono preparare lo Slam inaugurale. Piqué non ci sta e continua a sottolineare che il suo obbiettivo finale è arrivare ad un’unica competizione. Che ovviamente deve essere la sua Davis. “L’anno scorso ci siamo seduti al tavolo con la ATP. Con il vecchio presidente (Chris Kermode, ndr) il clima non era ideale. Ma ci abbiamo provato. Ora ci sono dei cambiamenti per loro e ci aspettiamo di sederci di nuovo al tavolo. Ribadisco che noi vogliamo arrivare ad un accordo per avere in futuro una singola competizione, un grande evento di due settimane nella collocazione migliore possibile nel calendario. Novak e Rafa hanno detto che lo vogliono pure loro. E lo vorrebbero a settembre. Noi è dall’inizio che diciamo che questa soluzione è la migliore. Penso che sia la cosa migliore per il tennis. Non ha senso avere due competizioni diverse ma così simili. Insomma, le intenzioni sono chiare. Ora la palla passa nel campo della ATP. 

David Haggerty e Gerard Piqué – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Diego Souto / Kosmos Tennis)

Ma la strana coppia Haggerty-Piqué intanto continua a pensare a come migliorare il proprio di evento. Una delle idee è fare una fase finale combinata, Davis e Fed Cup. “Sarebbe una cosa molto logica”, spiega il boss della ITF. Abbiamo annunciato di recente che le Finals per i prossimi tre anni si svolgeranno a Budapest. Nel lungo periodo puntiamo ad avere una competizione che metta insieme Davis e Fed Cup”. Nella lista delle cose da fare, c’è anche da decidere dove si sposterà la fase finale della Davis dal 2021, quando sarà scaduto l’accordo con Madrid. “Abbiamo un sacco di opzioni. Madrid ha espresso l’interesse di ospitare l’evento per un anno in più. Inoltre, abbiamo offerte dall’Asia, dal Nord America, dal Sud America. Decideremo nei prossimi mesi. C’è una procedura da rispettare”, sostiene Piqué. Come a sottolineare che questo nuovo format è molto ambito. 

All’ultimo minuto, il centrale del Barcellona si getta nell’area di rigore avversaria sul tema Federer. La stoccata è di quelle che lasciano il segno. “Fin dall’inizio abbiamo provato a sederci con lui. Ho avuto un sacco di conversazioni con il suo agente, Tony Godsick, e abbiamo instaurato un bel rapporto. Una volta mi ha detto di inviare un invito formale a Federer. E lo abbiamo fatto. All’improvviso, non so cosa sia successo, hanno cambiato completamente la loro posizione. E la trattativa si è arenata. Preferisce non giocare la Davis. E nemmeno potrebbe farlo dato che la Svizzera non si è qualificata. La situazione è la seguente. Loro hanno la Laver Cup che è il loro progetto. Ci sta che la tutelino. Noi abbiamo il compito di migliorare una competizione che ha 119 anni di storia. Non penso che si possano comparare i due eventi da questo punto di vista”.

Una incornata di testa, dritta dritta all’angolino della porta difesa dal fuoriclasse svizzero. La sfida è lanciata. Davis contro ATP Cup contro Laver Cup. Haggerty e Piqué contro Gaudenzi contro Federer. Ne rimarrà solo una?

 

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