Mosca: Bencic tiene vivo il sogno WTA Finals

WTA

Mosca: Bencic tiene vivo il sogno WTA Finals

La svizzera soffre tantissimo all’esordio nel Premier russo ma passa al terzo contro Polona Hercog. Ai quarti sfiderà Yastremska o Flipkens. Per centrare l’obiettivo Shenzhen ha bisogno di altre due vittorie

Pubblicato

il

Belinda Bencic - US Open 2019 (via Twitter, @usopen)

A Mosca si gioca questa settimana l’ultimo torneo Premier della stagione WTA, ma l’attenzione è tutta rivolta alla lotta per il Masters WTA di Shenzhen che si disputerà dal 17 ottobre al 3 novembre. Ufficializzata la qualificazione di Elina Svitolina (che è andata ad aggiungersi a Barty, Pliskova, Osaka, Halep, Andreescu e Kvitova), rimangono in ballo per l’ultimo posto utile Serena Williams (attualmente ottava, ma la cui partecipazione rimane in forte dubbio), Kiki Bertens (nona) e Belinda Bencic (decima), entrambe nel tabellone del Premier russo.

L’obiettivo di entrambe le giocatrici (sorteggiate dalla stessa parte del main draw) è quello di raggiungere la semifinale e sfidarsi così in un vero e proprio spareggio Finals. La vincitrice di questo eventuale incontro supererebbe infatti Serena Williams nella Race to Shenzhen, assicurandosi la qualificazione per il Masters. Nell’eventualità in cui poi Serena Williams decidesse di non partecipare al torneo di fine anno, subentrerebbe Bertens con Bencic sempre obbligata ad arrivare in fondo (la semifinale non le consentirebbe infatti di scavalcare l’olandese).

Se il torneo di Kiki Bertens non è ancora iniziato (la testa di serie numero 2 debutterà domani contro la qualificata Kaia Kanepi dopo il bye al primo turno), ha invece preso il via oggi la rincorsa di Belinda Bencic (terza favorita del seeding, in tabellone grazie ad una wild card). Con qualche affanno di troppo, visto che la svizzera è stata vicina alla sconfitta contro Polona Hercog. Dopo aver ceduto malamente il primo parziale per 6-1 e aver trascinato il match al terzo, Bencic si è trovata sotto 3-0 nel parziale decisivo prima di piazzare due break e una serie di cinque giochi consecutivi. Belinda ha poi chiuso la pratica sul 6-4 qualificandosi per i quarti di finale, un risultato che le mancava dallo US Open, dove fu sconfitta in semifinale da Bianca Andreescu. Al prossimo turno troverà una tra Dayana Yastremska e la qualificata Kirsten Flipkens, che si sfideranno questo pomeriggio.

Il tabellone completo di Mosca

 

Continua a leggere
Commenti

Personaggi

Anisimova, la prossima Amanda

“I paragoni con Sharapova mi gratificano, ma sarei già molto contenta se riuscissi a interpretare la miglior versione di me stessa”

Pubblicato

il

Amanda Anisimova - Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Amandina è pronta a tornare, come quasi tutte le sue colleghe, peraltro. Ma la biondissima russa da Freehold, New Jersey, attira di più, molto di più, di molte di loro, è un fatto. Talento eufemisticamente precoce, Amanda era una superstar in pectore già ad anni tre, quando, messale una racchetta in mano, il padre Konstantin si avvide della notevole predisposizione al tennis della figlioletta, e decise di percorrere in direzione sud duemila chilometri sulla I-95 per trasferire la dimora della famiglia a Miami, là dove si trovano i più qualificati campionifici della Confederazione.

Premesse buone, risultati pure, almeno per ora, sembra di poter affermare. Finalista al French Open per ragazze nel 2017 e pochi mesi dopo campionessa a New York sempre tra le under, ad Amanda il temutissimo passaggio al professionismo ha fatto il solletico: a sedici anni, Indian Wells edizione 2018, prima vittoria su una top ten di non trascurabile pedigree come Petra Kvitova. L’anno dopo, quarto turno a Melbourne, primo titolo nel circuito grosso a Bogotà e addirittura semifinale a Parigi – prima ragazza nata nel nuovo secolo a finire tra le prime quattro in uno Slam – con scalpo della detentrice Halep nei quarti di finale. Come logica conseguenza, la classifica ha risposto di lì a poco gratificandola con la ventunesima piazza mondiale, tutt’ora best ranking per l’ambiziosissima ragazzina prodigio.

Com’è noto, in periodi di vita piuttosto brevi una stella precoce accumula una serie di esperienze, gioie e rimpianti che una persona ordinaria mette insieme in una vita. Così, assaggiati molto presto celebrità e successo, Anisimova ha già dovuto conoscere il dramma della morte, che la scorsa estate ha portato via il suo papà-coach Konstantin, colpito da un attacco cardiaco. Un trauma così profondo forse non merita che se ne descrivano le conseguenze sull’attività lavorativa, figuriamoci se il lavoro è uno sport, eppure ci tocca anche questo: ovviamente saltato lo US Open 2019 e ripresentatasi solo a Wuhan, Amanda non ha più ritrovato il passo, riuscendo fino al momento del lockdown a vincere più di un match solo in tre tornei, l’ultima volta a Doha. C’è da pensare che lo stop forzato, con ranking congelato, non le sia dispiaciuto: per pensare a difendere la semifinale di Parigi c’è ancora un po’ di tempo.

 

Un saliscendi emozionale, sportivo e umano, che tocca quasi solo ai prescelti, e Amanda è prescelta da quando ha imparato a camminare senza aiuti terzi. Diva, quello lo è diventata poco dopo, dal preciso momento in cui molti l’hanno insignita del prestigioso e temuto titolo di erede di Maria Sharapova. Indubbiamente bionda, sicuramente talentuosa e molto probabilmente provvista della giusta mentalità, l’attuale ventotto WTA il paragone potrebbe reggerlo, eppure lo schiva: certo non per timore. “Masha è stata una giocatrice unica, ha ottenuto risultati pazzeschi ed esserle paragonata è un onore immenso. Il mio obiettivo sarebbe però quello di essere me stessa e di mantenere le promesse, rispettare le aspettative che in molti e da molto tempo ripongono su di me“. Decisa, la ragazzina.

L’impatto mediatico dell’erede, se non ancora paragonabile a quello avuto dalla diva Maria, è comunque conseguente allo strombazzamento generale. Qualche settimana fa, Amanda, già da tempo super testimonial per azienducce quali Nike e Gatorade, ha firmato un accordo pluriennale con la Therabody di Los Angeles, brand guida del più moderno benessere tecnologico e delle terapie a percussione, che ormai da tempo si prende cura dei muscoli dei più influenti esponenti del jetset hollywoodiano. Un’esposizione globale che gonfia il portafoglio ma che può far perdere di vista il focus, se non addirittura far tremare le gambe. “Serve un livello di maturità superiore rispetto a quello normalmente richiesto a una ragazza della mia età” ha dichiarato, sicurissima, Amanda. “Occorre capire chi sei, cosa stai facendo e soprattutto dividere i due ambiti lavorativi, quello commerciale e quello sportivo, per non finire travolti“. Una lucidità non scontata, mi si perdoni la considerazione. “Quando giochi a tennis a determinati livelli sei in ogni caso costretto a crescere molto in fretta, quindi o maturi, o maturi, altrimenti conviene cambiare mestiere“.

E a lavorare per davvero si tornerà presto, lo si dica sottovoce, per non stimolare ulteriori inghippi indigesti. Per Amanda è quasi finito il tempo dei blandi allenamenti ai trentasette gradi di South Beach e delle prolungate sessioni di pet therapy domestica in compagnia del cane Miley. “Sono pronta, ogni giorno guardo il calendario e vedo che manca sempre meno tempo alla resa dei conti, ai due Slam in meno di un mese. Mi preoccupa l’assenza del pubblico, perché finora il pubblico è stato parte integrante del gioco, ma con tutto quello che mi e ci è capitato, il solo fatto di tornare a giocare rappresenta uno stimolo più che sufficiente“.

Salvo cataclismi o mattane ancora possibili, dopotutto Amanda non ha ancora compiuto diciannove anni, si ha il sospetto che la guida della prossima generazione potrebbe essere proprio lei. E forse i tempi d’attesa non saranno così lunghi.

Continua a leggere

WTA

Original 9, Valerie Ziegenfuss: “Sarei più brava oggi: potrei pagare un allenatore!”

Le donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Valerie Ziegenfuss: “Alla gente piaceva veder giocare le donne perché gli scambi erano più lunghi. Ora la situazione si è capovolta”

Pubblicato

il

Valerie Ziegenfuss (photo via Twitter, @usopen)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. L’ottava protagonista, Valerie Ziegenfuss, ripercorre i primi anni ’70 quando contribuì a costruire un audace futuro per il tennis professionistico femminile. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Valerie Ziegenfuss aveva 21 anni quando si iscrisse per competere nell’innovativo Virginia Slims Invitational di Gladys Heldman, a Houston nel settembre 1970. Nel corso della sua carriera, la nativa di San Diego raggiunse il terzo turno in tre Major: lo US Open nel 1969 e nel 1975 e il Roland Garros nel 1972. Sul nascente circuito di Virginia Slims raggiunse la finale a Oklahoma nel 1972, dove Rosie Casals riuscì a fermarla. Quattro volte semifinalista Slam in doppio, due volte a Wimbledon e due volte agli US Open, vinse sei titoli nella disciplina a squadre.

Valerie riflette: “Ricordo che non sapevo cosa avrebbe portato il torneo di Houston. Eravamo preoccupate che ci stessimo esponendo troppo e che potessero vietarci di giocare i tornei. Ma nel complesso, avevo molta fiducia in Billie Jean come nostro leader e anche in Gladys Heldman come nostra promotrice. Mi piaceva il tennis femminile: credevo tanto nel nostro prodotto”.

 

Per me, in quel momento, era più importante avere pari opportunità di giocare che parità di montepremi. Credo che lo meritassimo perché la gente ci seguiva. Abbiamo avuto un ottimo feedback. La gente diceva: ‘Oh, ci piace guardare le ragazze, gli scambi sono molto più lunghi’. Penso quasi che la situazione si sia capovolta ora; con le palle più pesanti e i campi più lenti gli uomini in vetta alle classifiche stanno giocando rally più lunghi!”.

Penso che ad un certo punto stessi giocando 14 settimane su 16, ma non posso lamentarmi – noi volevamo il nostro tour, quindi qualcuno doveva farlo! Si aggiunse la responsabilità di promuoverlo, ma a me piaceva questa responsabilità e penso di essere stata anche brava sotto questo aspetto. Ognuno ha aiutato come meglio poteva per far progredire il nostro circuito, e questo creò un vero legame, come se fossimo tutte sorelle. Quando tutte noi nove ci riuniamo, ci guardiamo e diciamo: ‘Oh, wow, guarda cosa abbiamo creato!“.

Erano altri tempi, ma abbiamo potuto goderci un po’ di glamour grazie a Teddy Tinling. Mi creò un vestito nero in velluto che si allacciava al collo con strass lungo la scollatura, abbinato a una gonna in lamé color argento. Era stato creato per essere indossato sotto le luci in un palazzetto dello sport ed era bellissimo. Un’altra gonna era ricoperta di paillettes…. era un po’ pesante per giocarci!”.

I momenti più belli erano in doppio e quando giocavo Fed Cup e Wightman Cup per gli Stati Uniti. Ero una giocatrice a tutto campo e la mia forza era il mio gioco molto fisico. Ma penso che sarei molto più brava se giocassi oggi, anche perché potrei pagare un allenatore! Avrei avuto mio padre, George, lì in un’istante”.

Intervista di Adam Lincoln – Traduzione di Gianluca Sola


Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Rosie Casals.

Chi era il tuo idolo?
“Una pattinatrice, Peggy Fleming, che rappresentò gli Stati Uniti alle Olimpiadi. Era bella e piena di talento. All’epoca il tennis non si vedeva in TV e c’erano pochi libri, quindi non ho un idolo nel mondo del tennis

I tuoi colpi migliori come tennista?
“Il gioco sopra la testa (gli smash, ndr) e il gioco di volo

Torneo preferito?
“US Open, sicuramente. Da tennista americana adoro il cemento. L’adattamento alla terra battuta era difficile, quindi non mi piaceva il Roland Garros; l’erba di Wimbledon era veloce, buono per chi faceva serve&volley come me, ma dico senza dubbio US Open

Cosa serve per essere un campione?
“Perseveranza, amore per lo sport e dedizione”

Momento clou della tua carriera nel tennis?
“Quando ho giocato per gli Stati Uniti in Fed Cup. Giocare in team e rappresentare il mio paese fu grandioso per me

La partita che credevi fosse vinta?
“Lo ricordo bene perché non dormii quella notte: contro la mia compagna di doppio Mary Ann Eise ero in vantaggio 5-2 40-40… e persi quella partita. Ci fu una chiamata contestata: lei disse che avevo colpito una volée oltre la linea della rete, quel punto mi avrebbe dato la vittoria. Una sconfitta che mi fece male

Quale avversaria sceglieresti in un match di fantasia?
“Contro chiunque? Credo sarebbe contro Roger Federer: che campione, che brava persona. Non lo conosco ma a vederlo giocare da 20 anni…. amo il tennis maschile, cioè amo anche quello femminile ma questa sarebbe la mia scelta

Tennista preferito da veder giocare?
“Federer, e mi piace molto anche Djokovic. Lo rispetto, è un combattente e ha grandi colpi da fondocampo. Al femminile mi piace veder giocare le ragazze americane, mi vengono in mente Madison Keys, Sloane Stephens e ovviamente le sorelle Williams

Traduzione a cura della redazione


  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton
  4. Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz
  5. Original 9: Kerry Melville Reid
  6. Original 9: Rosie Casals
  7. Original 9: Nancy Richey

Continua a leggere

WTA

Original 9: Nancy Richey, che per giocare gli Slam andava in metro con i vestiti sudati

Le donne che hanno cambiato la storia della WTA: oggi tocca a Nancy Richey, due volte campionessa Slam e numero 2 del mondo in un’epoca difficile. “Non c’erano soldi, non c’erano mense per gli atleti, non c’era nulla”

Pubblicato

il

Nancy Richey (foto dal sito US Open)

Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La settima protagonista, Nancy Richey, ci riporta con la memoria al periodo in cui il tennis professionistico femminile iniziò la sua avventura. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nel settembre del 1970, quanto le Original 9 firmarono il contratto da un dollaro con Gladys Heldman, Nancy Richey era ventottenne e già due volte campionessa Slam, avendo trionfato nei Campionati d’Australia del 1967 e all’Open di Francia del 1968. Nel corso di una carriera ventennale, la texana fu in grado di vincere 69 titoli, 19 dei quali nell’Era Open, comprensivi di sei trionfi consecutivi agli US Clay Court Championships, raggiungendo la posizione numero 2 nel ranking mondiale. Inoltre, vinse due titoli dello Slam in doppio. Richey si ritirò dopo lo US Open del 1978 – il primo giocato a Flushing Meadows – a 36 anni e fu introdotta nel 2003 nella Hall of Fame del tennis.

Ho conosciuto il tennis quando era ancora amatoriale – riflette Richey – quando dovevamo prendere la metropolitana da Midtown Manhattan a Forest Hills, con le borse in spalla, e poi fare il viaggio di ritorno portando con noi i vestiti da tennis inzuppati di sudore. Quelle valigie pesavano più di venti chili l’una. Non c’erano soldi, non c’erano mense per gli atleti, non c’era nulla. Oggi, i giocatori sono pagati milioni di dollari, le donne guadagnano un montepremi identico agli uomini e lo sport è cresciuto davvero moltissimo. Penso che sia straordinario, davvero. Ogni volta che entro a Flushing Meadows mi do un abbraccio virtuale, perché ciò che vedo è proprio quello che noi sognavamo che il nostro sport diventasse.

“Provo le stesse cose che provavo allora di fronte alle diseguaglianze. A quei tempi eravamo così discriminate – ero arrivata al punto in cui non mi interessava nemmeno più se avessi potuto o meno giocare un altro torneo dello Slam. Sentivo che avevamo in ogni caso imboccato una strada senza uscita. Ci siamo prese un rischio, ma sapevo che Gladys Heldman aveva avuto successo in tutte le cose in cui sei era cimentata, dunque sapevo che sarebbe stata anche un’ottima promotrice di tornei. Tutte le atlete che firmarono quel contratto da un dollaro con Gladys erano estremamente determinate, non ci volle molto a capire che stavamo costruendo qualcosa di buono. Fu più che un successo”.

“Mi piaceva molto indossare i completi di Teddy Tinling. Ovviamente, a me toccavano gli scarti, perché portavo delle tute e lui utilizzava dei pezzi di tessuto degli abiti delle altre ragazze per confezionarmele. Ma erano fatte davvero bene! Io ero una sarta – forse è stato il mio primo amore a quei tempi, prima ancora del tennis – e quindi apprezzavo davvero le opere d’arte che Teddy riusciva a realizzare. Conservo ancora ogni cosa che ha creato per me, tranne la tuta che ho donato alla Tennis Hall of Fame. Al giorno d’oggi, anche gli uomini stanno diventando molto attenti alla moda ed è divertente vedere cosa riescono a tirar fuori”.

“Anche se non guadagnavamo come i giocatori di oggi, non è che stessimo poi male. Se fossi nata cinque o dieci anni prima, allora sì avrei ben potuto non vedere un dollaro. Sono molto orgogliosa di esser stata una di quelle che ha aiutato a dare il via a tutto questo – non ha prezzo per me. Sono felice di aver visto e giocato nei giorni in cui lo sport era amatoriale, nel momento di transizione con l’Era Open e poi nei primissimi anni del Tour WTA. È una cosa meravigliosa. Non che non mi sarebbe piaciuto guadagnare di più, ma anche quello è stato un gran bel periodo!”

Intervista di Adam Lincoln – Traduzione di Filippo Ambrosi

 

  1. Original 9: Kristy Pigeon 
  2. Original 9: Julie Heldman
  3. Original 9: Judy Dalton
  4. Original 9: Jane ‘Peaches’ Bartkowicz
  5. Original 9: Kerry Melville Reid
  6. Original 9: Rosie Casals

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement