Fognini e Sinner, la bella Italia (De Ponti)

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Fognini e Sinner, la bella Italia (De Ponti)

La rassegna stampa di giovedì 17 ottobre 2019

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Fognini e Sinner, la bella Italia (Diego De Ponti, Tuttosport)

L’Italia più bella torna in campo. E l’obiettivo è far durare il momento di grazia che l’azzurro del tennis sta vivendo. A Stoccolma Fabio Fognini affronta, per gli ottavi, il serbo Tipsarevic. Ad Anversa è di scena Jannik Sinner, sempre per gli ottavi, opposto al francese Monfils, tuttora in corsa per le Finals. La posta in palio è evidente: un doppio successo farebbe volare le quotazioni di tutto il movimento italiano e lancerebbe i nostri due paladini verso un finale di stagione ricco. Andreas Seppi approda nei quarti alla Kremlin Cup, a Mosca. Il 35enne di Caldaro si è imposto agli ottavi sullo spagnolo Roberto Carballes Baena con il punteggio di 5-7 6-1 6-3. Niente da fare per Thomas Fabbiano, eliminato al primo turno, battuto per 6-3, 6-4, in un’ora e 18 minuti di gioco, dal bielorusso Egor Gerasimov, proveniente dalle qualificazioni […] Resta solo Cristiana Ferrando in gara a Siviglia. Le altre tre italiane impegnate nel primo turno sono state infatti eliminate: Sara Errani è stata sconfitta 2-6 6-4 6-2 dall’argentina Nadia Podoroska. Martina Caregaro è stata invece battuta 6-1 7-5 dalla venezuelana Andrea Gamiz, mentre Jessica Pieri ha perso contro la qualificata britannica Amanda Carreras 4-6 6-1 7-5 […] Sono Tallinn, capitale dell’Estonia, e Lussemburgo le sedi del Gruppo I zona Europa/Africa di Fed Cup 2020 (in entrambi i casi si giocherà sul cemento indoor), di cui fa parte anche l’Italia. I due raggruppamenti con formula all’italiana si svolgeranno nella settimana dal 3 al 9 febbraio […]

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Australian Open, la sconfitta di Fognini (Crivelli, Semeraro, Azzolini)

La rassegna stampa di lunedì 27 gennaio 2020

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Fognini furioso e i quarti proibiti: “I soldi della multa in beneficenza” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

A volte, perfino il caso gioca scherzi inopportuni. Così, mentre Fognini sta provando a convincere il supervisor Gerry Armstrong che il penalty point appena preso a inizio secondo set è un’ingiustizia, dagli altoparlanti della Melbourne Arena partono a tutto volume le note di . «That’s Amore». Solo che stavolta non è tempo per i moti d’affetto: piuttosto, si accende tanta rabbia. Per l’occasione mancata .di approdare ai quarti, vietati a Fabio dalla straordinaria prestazione di Sandgren, il cowboy del Tennessee che aveva già eliminato Berrettini, e poi per alcune decisioni del giudice di sedia, e di quelli di linea, che finiranno per pizzicare i nervi sempre al limite di Fogna. Niente quarti, dunque, e niente notte magica con Federer. Nella scala dei fattori che determinano ll risultato, çertamente pesa la partita dello yankee, una sentenza al servizio e poi più aggressivo nel momenti chiave del quarto set, con un ultimo game (in risposta) sostanzialmente perfetto, Però Fognini ripenserà intanto alle opportunità sciupate net primo set, cinque palle break non sfruttate che avrebbero girato l’inerzia verso di lui: «Quel set era mio, doveva essere mio».

(…)

 

Prima del 15 punti persi di fila per il 4-0 americano nel secondo set, arriva infatti il penalty point (maglietta strappata) della discordia. Ineccepibile, ma Fabio contesta il primo warning, di cui non si conosce la nature (il ligure non lo rivela e l’arbitro, il francese Damien Dumusols, non può) e che lo fa attaccare a testa bassa: «Non voglio parlare di qualcuno di cui non ho rispetto, non voglio parlare di quello, dell’arbitrio. Non voglio fare la vittima, è successo quello che è successo, ma avevo ragione io al 100%. Per quello non gli ho dato la mano, perché non ho rispetto di lui e per quello che ha fatto». Dichiarazioni che gli costeranno quasi certamente una multa, di cui peraltro ha già rivelato la destinazione: «Qualsiasi cifra sarà; devolverò la stessa somma in beneficenza, è giusto così».

(…)

Fabio deve procrastinare la corsa alla top ten, mentre Sandgren, n. 100 del mondo, torna nel quarti dopo due anni e si guadagna l’ironia di Federer, prossimo rivale: «Gioco a tennis da trent’anni, ma, non mi era mai capitato di giocare contro Tennys (il nome di battesimo dell’americano, ndr)». Araba felice Sono gli Australian Open, bellezza, da sempre aperti alle novità e alle sorprese. Melbourne, ad esempio, rivitalizza il redivivo Raonic e, nel torneo femminile, scrive una piccola pagina di storia: la tunisina Ons Jabeur, infatti, diventa la prima giocatrice di radici arabe a raggiungere i quarti di uno Slam e un posto nella top 50 della classifica (attualmente è 78, al massimo è stata 51). Tra l’altro, la venticinquenne di Ksar fino a 17 anni è rimasta ad allenarsi in patria e dunque è un prodotto genuinamente autoctono. Non a caso in questo momento ha un paese ai suoi piedi, con i bar che restano aperti di notte per consentire di guardare le sue partite in tv (…).

Fognini col broncio e l’Italia saluta (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

L’Italia saluta Melbourne, e lo fa con il volto imbufalito di Fabio Fognini. Non tanto per la sconfitta in quattro set contro Tennys Sandgren, cristiano devoto e trumpiano convinto che gli ha negato l’accesso ai quarti degli Australian Open (era la terza volta che Fognini ci provava), ma per la gestione della partita di Damien Dumusois, il giudice di sedia che gli ha rifilato prima un warning poi un penalty point, e a cui alla fine Fabio si è rifiutato di stringere la mano. L’arbitro francese peraltro non è piaciuto nemmeno a Sandgren, che con il ditino in aria gli ha rimproverato – ebbene sì – di concedere troppe libertà a Fognini quando l’italiano si è allontanato per un toilet break («gli concedi tutto perché hai paura di lui»). Sulla partita in sé, l’azzurro ha da recriminare soprattutto per le troppe occasioni sprecate: tre palle break sfruttate su otto, mentre Sandgren ha trasformato tutte le cinque avute a disposizione. E per un rendimento al servizio non buono come nei match precedenti contro un Sandgren che martellava senza riposo.

(…) il ranking di Sandgren è bugiardo, figlio dell’infortunio che l’anno scorso l’ha fatto precipitare dopo il n. 41 toccato a gennaio. Fabio ha avuto una chance di servire per il primo set, ma si è fatto trascinare al tie-break, dove ha rimontato da 0-4 a 5 pari, iniziando la rissa con Dumusois dopo un fallo di piede e finendo per perdere 7-5. «Vergognati, mi hai rovinato la partita!», gli ha gridato Fognini, tornato di colpo quello dei brutti tempi. «Ho avuto più occasioni io», dice Fabio.

(…)

«Non voglio fare la vittima, ma lui l’ha fatta fuori dal vaso. Avevo ragione io al cento per cento, non ho rispetto per lui per quello che ha fatto. Warning, penalty point, la lista completa. La multa non è un problema, gli stessi soldi li devolverò in beneficenza per le vittime degli incendi. (…).

Fabio, che peccato (Daniele Azzolini, Tuttosport)

La sfuriata immancabile, condita di tutto punto, fra una miriade di punti persi e una maglietta strappata con modi da Incredibile Hulk, stavolta è persino comprensibile. La sequenza di punizioni che l’arbitro francese Damien Dumusois infligge a Fognini, in un momento del match che si dimostrerà – ahinoi – fatale, è condotta con tale vessatoria partecipazione da apparire fuori luogo. Ciò che invece non torna, e non ha risposta che possa apparire logica, è come sia stato possibile per Fabio – in una carriera lunga ormai una quindicina di anni – fallire tutte le occasioni di mettere i piedi nei quarti di finale di uno Slam, dopo la prima del 2011 al Roland Garros. Da allora, la sequenza di occasioni gettate al vento si è allungata fino a contenerne sette, quasi un festival dello spreco. Nel quale fa la sua brava figura anche il match di ieri, contro un giocatore che, neanche a farlo apposta, tende ad apparire ciò che non è, una sorta di tennista in maschera, facile da prendere sottogamba, mentre ha qualità agonistiche accertate, colpi tutt’altro che avventurosi,

(…) Ma gambe da scattista, una incontenibile voglia di rendere precarie le altrui certezze, e un allungo da autentica “etoile’,’ che esegue con una “glissade” nella fase di slancio, un “grand jeté” in quella di volo, per piombare sulla palla, con una spaccata sagittale. Una composizione da grande ballerino, e un autentico mistero come riesca tutte le volte a rimettersi in piedi. Eppure, un tennista largamente alla portata di Fognini, che ha colpi di conio talmente prezioso da muovere più volte in ammirazione lo stesso Sandgren. Ma siamo qui a ratificare l’ennesima sconfitta del nostro. I quarti dello Slam si sono ormai trasformati in una sorta di Moloch insaziabile, insuperabile anche quando le condizioni per farlo vi sono tutte, per esempio quelle maturate nel corso di un primo set molto ben giocato da Fognini, capace di dominare la scena, di procurarsi cinque palle break, per poi vanificare la rincorsa sul 5 pari del tie break (riagganciando Sandgren portatosi di slancio sul 4-0), quando una chiamata per fallo di piede lo ha portato a sbroccare, e a consegnarsi all’arbitro, che non vedeva l’ora di rifilargli un warning per condotta antisportiva (lancio dell’asciugamano).

(…) Si è giunti così al penalty point, quando Fabio ha sfogato la rabbia strappandosi la maglietta nel primo game del secondo set. Momento terribile, perché dal 5 pari del tie break Fabio ha perso 15 punti consecutivi per ritrovarsi sotto 4-0 nel secondo. Malgrado ciò ha recuperato, aggredito Sandgren, riportato il match in parità, ma ha subito il contraccolpo delle energie spese concedendo un evitabilissimo break sul 5 pari che ha consegnato all’americano anche la seconda frazione. Rimasto in partita, Fabio ha vinto il terzo ma il ricongiungimento non si è compiuto. Sul 5-4 del quarto set, il nostro ha preso un’imbarcata e si è inabissato. La chiusura del match non ha previsto strette di mano all’arbitro.

(…).

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Cocchi). Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Semeraro). Nick il profeta (Azzolini)

La rassegna stampa di domenica 26 gennaio 2020

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Guerriero Kyrgios. E ora che scintille con Nadal (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Da bad boy a eroe in quattro ore e 26 minuti. Tanto è durato il braccio di ferro, di colpi e di nervi, tra Nick Kyrgios e Karen Khachanov, cinque set con il super tiebreak finale ad aumentare la suspence. Alla fine la spunta Nick, davanti al pubblico australiano che aspetta un vincitore dal 1976 con Edmonson e un finalista dal 2005 con Hewitt, anche ieri nel box del talento pazzoide come capitano di Davis. Nick parte lanciato, accumula un vantaggio di 2 set a 0, spreca match point sia nel terzo che nel quarto, e alla fine chiude al tie break del quinto, crollando a terra sfinito, di gioia e di paura dopo la vittoria 6-2, 7-6 (7/5), 6-7 (6/8), 6-7 (7/9), 7-6 (10/8). Il match più lungo della sua carriera, e forse quello più importante per il ragazzaccio dal cuore d’oro, che ha lanciato la sottoscrizione per le vittime degli incendi, ma è ancora in «libertà vigilata» dopo le intemperanze estive contro gli arbitri. Dovrà trattenersi anche domani, quando avrà di fronte il suo nemico numero 1, Rafa Nadal. Ogni volta che i due si incrociano sono sempre scintille. Fin dalla prima, quando il ragazzo di Canberra ha battuto il mancino di Maiorca agli ottavi di Wimbledon 2014. Una delle sconfitte più dolorose subite da Nadal. Che con l’australiano, ora 24enne, ha perso tre volte. L’ultima a febbraio del 2019, quando Nick ha dato il meglio di sé facendo impazzire l’avversario tra medical time out tattici e servizi «da sotto». Pochi mesi dopo, al secondo turno di Wimbledon, l’australiano ha anche cercato di perforare lo spagnolo tirandogli addosso un violentissimo passante di dritto. I riflessi hanno salvato Rafa da una bella botta, per la quale il bad boy non solo non si è scusato, ma addirittura ha messo il carico: «Perché avrei dovuto scusarmi? Con tutti gli Slam che ha vinto, e i milioni che ha guadagnato, non può prendersi una pallata nel petto?». Allora la reazione di Rafa è stata come sempre di grande fair play: «Non penso lo faccia per provocarmi. Ma certi colpi possono essere pericolosi. Non sono arrabbiato, mi interessa solo giocare a tennis». […]

Ciao Mister Kyrgios, c’è il Dottor Nick (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

 

«Una delle partite più pazze della mia vita». E se lo dice lui, Nick il Folle, bisogna credergli. Cinque set, quattro ore e 26 minuti, quattro tie-break Alla fine – chi l’avrebbe detto? – dalla battaglia di nervi che vale un ottavo di finale contro Nadal è uscito con le braccia alzate proprio Nick Kyrgios, una delle cose migliori che, in teoria, sarebbero capitate al tennis negli ultimi sei anni. In teoria, e “sarebbero”, perché Nick le sue imprevedibili equazioni fra braccio e mente non riesce a risolverle quasi mai. Quando nel 2014 si materializzò a Wimbledon come un meteorite ingovernabile, sradicando dal torneo la quercia Nadal, era sembrata l’epifania di un nuovo Genio. Fisico potente, stacchi da Nba, grande velocità di braccio. Un giovane Holden made in Canberra, con una sintassi tennistica tutta sua, e purtroppo una scatola cranica brillante ma non sempre connessa con le esigenze del professionismo. […] Accanto al dottor Nick c’è però anche Mr Kyrgios, quello che s’ingarella con il pubblico, dileggia gli avversari; che butta le partite e tira in campo le sedie (al Foro, l’anno scorso). Che si fa multare, sospendere, odiare da molti. E amare, nonostante tutto, da chi sogna di vederlo rinascere come figliol prodigo, non normalizzato ma un minimo gestibile, soprattutto da se stesso. Contro Khachanov ha perso due tie-break e ne ha vinti altri due, soprattutto l’ultimo, il super tie-break del quinto, dopo essere stato a un centimetro dalla sconfitta. Ha finito con una mano distrutta, i polmoni esausti e le gambe «che pesavano quaranta chili ciascuna», come ha detto piegato in due sul campo. «E’ stato un match da pazzi, da malati. Ho avuto match-point nel terzo set, nel quarto, poi mi sono trovato sotto 8-7 nel tie-break del quinto e ho iniziato a pensare a qualsiasi cosa. Soprattutto che stavo per perdere…». […] All’Australia manca da tempo un eroe, il discendente se non di Laver e Rosewall almeno di Rafter e Hewitt, e al tennis un “bad boy” che non sia troppo “bad”, e che soprattutto vinca qualcosa di importante. Il match di domani contro Nadal – Nick ha vinto 3 volte su 7, un bilancio mica male – può diventare uno spartiacque, e illuminare il torneo. «Non ho mai detto che odio Nadal», ha precisato. «E’ un grandissimo tennista, e come persona è okay, fra noi c’è rispetto. Tutti sanno come gioca, ma lo fa così bene che diventa impossibile batterlo. Sono eccitato dall’idea di affrontare un campione così sul centrale nel mio Slam di casa: sarà molto “cool”».

Nick il profeta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Come far capire a Nick Kyrglos che non è lui il numero uno? C’è qualcuno che se la sente di spiegarglielo? Badate, il problema è serio. Il moro di Adelaide con i capelli acconciati come fossero un tatuaggio, metà malese, metà greco, ma tutto australiano, è assolutamente convinto di essere il capofila di almeno due o tre graduatorie innovative, che tutte assieme gli garantirebbero il ruolo di tennista più seguito dal pubblico. Più di Federer? «Credo di sì». Più di Nadal? «Quello è certo». In ordine, le classifiche sono quella dei maggiori casinisti in circolazione, dei colpi più entusiasmanti, e dell’attenzione mediatica. Ragazzo intelligente, si è accorto presto di avere dei più forti soltanto i colpi, non la tenuta mentale, la continuità, la vita ordinata, nemmeno il corredo da bravo ragazzo che avrebbe concorso a dare solidità alla sua candidatura. Decise così di mettere da parte le motivazioni più classiche dei tennisti di vertice, la rincorsa agli Slam, la voglia di supremazia, il titolo da n. 1. Stabilì di poter svettare in ben altre graduatorie, su tutte quella del tennista più seguito, capace ovunque di riempire le tribune. Si corredò di lingua lunga, di scatti d’ira improvvisa, di sfrontatezza e faccia tosta, e di un arsenale di colpi da circo cui ha aggiunto il settore dei “Colpi Impropri” come il lancio delle sedie in campo, la calata dei pantaloncini sotto il livello dei glutei, lo scuotimento del seggiolone arbitrale. Finora, in questi Australian Open che ancora cercano una loro definizione, Kyrgios ha fatto il bravo, utilizzando giusto il repertorio dei colpi a effetto, quello da eseguire strettamente con racchetta e piatto corde. La vittoria di ieri su Khachanov gli ha dato modo di proporre un finale molto patriottico, stendendosi sul campo e baciando il cemento. Ha condono nei primi due set, ha avuto due match point nei tie break del terzo e del quarto, ha rincorso e vinto, stavolta da giocatore vero. Ma è nel prossimo turno che Nick verrà tenuto sotto stretta sorveglianza, dato l’incrocio con uno dei soggetti che maggiormente scatenano la sua natura polemica, quello con Rafa Nadal. Una vecchia storia, che si trascina fin dai giorni del primo confronto, sul Centre Court di Wimbledon nel 2014, che Nick vinse rivolgendosi apertamente al pubblico affinché lo sostenesse. «Non mi piace cosa dicono e pensano quelli che stanno intorno a Rafa», tentò di spiegare una volta Kyrgios, «ho sempre la sensazione che mettano loro stessi in cima a tutto. Ce l’hanno con me perché non accettano che riesca spesso a trovare un modo per batterlo». Si chiude intanto la rincorsa di Camila Giorgi, contro la Kerber. Partita discretamente giocata, vinta dalla più forte in tre set.

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La grande occasione (Crivelli). Il super tie break salva Federer (Semeraro, Clerici). Serena a casa: Darei un pugno al muro (Viggiani, Crivelli). Fabio perfetto e Coco incanta (Azzolini)

La rassegna stampa del 25 gennaio

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La grande occasione. Dopo le maratone Fognini va veloce. Il sogno dei quarti passa da Sandgren (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo il pane duro, caviale e champagne. […] E Pella, con le sue rotazioni mancine e il rovescio pungente che sulla diagonale poteva pizzicare il dritto, il colpo più instabile di Fabio, non era un rivale facile da ammansire con il pregresso di due maratone da oltre sette ore complessive. L’autostrada. Invece, dopo essere diventato il primo giocatore del nuovo corso degli Australian Open a vincere due partite di fila al tie break (introdotto l’anno scorso con la formula al 10), Fogna si sottrae con talento e lucidità alle insidie del gaucho di Bahia Blanca, numero 25 del mondo e particolarmente grato a Milano (ci ha vinto Avvenire, Bonfiglio e anche il Challenger dell’Harbour), rinato grazie al consigli di una psicologa e al matrimonio con la modella-influencer Stephanie. Ancora una volta, la via della gloria è tracciata dal servizio di Fabio, 64% di prime con il 77°% dei punti, forse l’arma meno attesa ma che in questa settimana gli sta dando la sicurezza per assumere il controllo anche mentale delle partite, soprattutto nei momenti caldi. […] Nelle due occasioni precedenti in cui ha raggiunto il quarto turno, Fognini in pratica è stato cancellato dal match prima da Djokovic (nel 2014) e poi da Berdych (nel 2018). Stavolta gli si para davanti un opportunità ghiotta per eguagliare il Roland Garros del 2011, l’unico Slam che fin qui gli ha regalato i quarti di finale (che poi non giocò per infortunio): l’autostrada che potrebbe condurlo a Federer (e se Roger è quello di ieri, ci sarebbe da divertirsi) ha come prossima fermata il cowboy del Tennessee Sandgren, numero 100 del mondo, già ai quarti due anni fa e qui giustiziere di Berrettini al secondo turno. A farsi indirizzare dall’ultimo precedente, sei mesi fa a Wimbledon, ci sarebbe da palpitare (Tennys, nomen omen, si impose in tre set nei sedicesimi), ma Fabio vuole ricominciare proprio da là: «Quella partita mi è rimasta in gola, anche per il passante incrociato irreale con cui vinse il secondo set. Sicuramente Sandgren vale più della sua posizione in classifica, ha ottenuto tre belle vittorie. Quindi se ci limitiamo al ranking parto favorito, ma credo sarà un match alla pari. Però è vero che se guardiamo ai due big che mi hanno battuto agli ottavi le altre due volte, questa possibilità è sicuramente più concreta. Ma al momento voglio solo godermi la vittoria». Nuovo amico. Maturata anche al ristorante giovedì sera, quando Fabio ha cenato piacevolmente con Alessandro Diamanti, l’ex calciatore, tra l’altro, di Livorno, Bologna e della Nazionale, da luglio ai Western United di Melbourne, poi invitato all’angolo anche nella partita contro Pella: «Mi ha scritto qualche tempo fa e abbiamo cominciato a scambiarci messaggi, qui siamo andati a cena e ci siamo scambiati tanti aneddoti, visto che a me piace il calcio e lui è un appassionato di tennis. Vorrei andarlo a vedere giocare, ma torno in campo in contemporanea». Il sogno di un quarto in Australia val bene una rinuncia.

Il super tie break salva Federer (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

 

Questione di centimetri. Anzi, no: di formati. […] Così, per lo scorno e la delusione di John Millman, il suo avversario al terzo turno degli Australian Open, Il Genio è ancora vivo nel torneo. Magari un po’ stanchino, viste le quattro ore e tre minuti che ha impiegato per raccogliere la sua vittoria numero 100 a Melbourne, uscendo dalle grinfie di Millman, il pedalatore del Queensland, che magari non ha proprio un braccio d’oro ma sembra fatto di ferro, non si ferma mai. E che soprattutto il Numero 1 Emerito nello Slam lo aveva sorpreso due anni fa a New York. E quindi con qualche ragione sperava, progettava, sognava di rifarlo. «Sull’8 a 4 per John nel tie-break, onestamente ho pensato che ero pronto a spiegare in conferenza stampa perché avevo perso, ha raccontato Roger zuppo di sudore, gli occhi ancora fissi sul baratro. «E devo dire grazie al super tie-break, altrimenti sarei fuori E’ stata dura. Però ho continuato a provarci. Per vincere partite del genere l’esperienza conta molto. Non mi sono fatto prendere dallo stress quando ho perso il primo set, e poi il quarto, nemmeno quando mi sono ritrovato sotto di un break nel quinto (Millman ha avuto anche la chance per il 3-1; ndr). Però sono stato fortunato. John avrebbe meritato di vincere. lo sono solo contento di aver colpito quel diritto sul match-point…». Una saetta in cross planata nel sette del campo alla destra di Millman, una delle poche che Federer è riuscito a piazzare in una giornata alla fine più epica che impeccabile, e che in calce sul suo referto porta 82 errori gratuiti (48 di diritto), contro 62 vincenti, compresi 16 ace. Non una statistica rassicurante. DOMANDE. Alla vigilia Federer aveva buttato li che gli servivano tre match per iniziare a giocare bene, ieri è entrato veramente in partita solo dopo il secondo set «John mi ha dominato per gran parte del match sulle diagonali, sia di diritto, sia di rovescio. Ho cercato delle soluzioni per tutta la partita, alzando la traiettoria dei colpi, usando lo slice di rovescio, ma non funzionava. E’ riuscito a tenermi indietro, solo all’ultimo sono riuscito a mettere i piedi in campo. E lì John ha scelto il lato sbagliato». La dura legge del tennis. […] Ha scontato un paio di giocate finalmente degne di Federer – specie una smorzata confezionata con infinita dolcezza da fondo campo dopo uno scambio stracciapolmoni – ha sentito la tensione. Errore imperdonabile, contro un avversario del genere. Ci si può chiedere, Millman sicuramente lo ha già fatto, se ha senso che uno sport che cambia in continuazione superfici, continenti e padroni, si complichi la vita adottando anche quattro formati differenti negli Slam per il quinto set (a Parigi non c’è tie-break, a Wimbledon si gioca a 7 punti ma sui 12 game pari, agli US Open a 6 game pari ma con la formula classica). Ed è legittimo domandarsi anche quanta strada può ancora fare a Melbourne questo Roger 38enne. Mai rassegnato, certo, ma non brillante come ai bei tempi Quelli in cui un avversario volenteroso, tonico, uno dei tennisti meglio preparati sul circuito come Millman (n.47, best ranking 33, zero titoli vinti in carriera: qualcosa vorrà pur dire) lo avrebbe congedato serenamente in tre set. Negli ottavi domani gli tocca un altro test simile contro il muscolo educato di Marton Fucsovics, 28 anni, n.67, che al secondo turno ha brutalizzato Sinner. Molto dipenderà da come Roger riuscirà a recuperare. Questione di ore, e di anni di differenza

Federer baciato dal super tie-break. Il tifo per lui va oltre le bandiere (Gianni Clerici, La Repubblica)

Negli Anni 60 sono stato molto vicino a Jimmy Van Alen, uno dei massimi contributori del Museo del Tennis di Newport, che mi ha ospitato più volte prima dei Campionati degli Stati Uniti, durante il suo torneino da amatori. Mi pare che Jimmy si sia risvegliato dalla sua tomba nel momento in cui Roger Federer si risvegliava durante un tie-break che l’inventore dello stesso non avrebbe approvato. […] Era il 1970. Il maggior clamore si verfficò durante la semifinale di Wimbledon 1991, vinta dal germanico Stich sullo svedese Edberg col triplice punteggio di 4-6 7-6 7-6 7-6. Oggi, vista la inefficienza della Federazione Internazionale, ci sono formule diverse al quinto set: a Wimbledon il tie-break sul 12 pari, ai 7 punti; allo Us Open sul 6 pari, ai 7 punti; al Roland Garros non è previsto; agli Australian Open il cosiddetto super tie-break a 10 punti, senza il quale Federer sarebbe stato battuto. Roger ha vinto 10-8 un match che avrebbe perduto 7-4. Giocava contro un tennista che conosceva, John Millman, mugnaio australiano che lo aveva battuto agli Us Open, n.47 del mondo dopo esser stato n.33, e il significato del match diventato a un tratto difficile per l’efficienza della battuta e del diritto avverso, si vedeva non solo dai palleggi, ma dai moti visivi di Mirka e di Ljubicic e di quanti facevano il tifo per l’uomo di Basilea e non per quello di Brisbane. Roger vale ormai, nella considerazione dei suoi sostenitori, che non riesco a definire tifosi ma adoratori, più della nazionalità sua o dell’avversario. […] Millman serviva non solo forte ma tagliato, uno slice che quasi mai permetteva a Federer di comandare lo scambio, e il suo diritto era capace di impedire allo svizzero di comandare il gioco. Non gli accadeva certo quel che in fondo tocca agli avversari di Federer, essere ammirati dalle scelte tecnico-tattiche dello svizzero. Così la partita scivolava verso il tie-break finale e vedeva, come ho detto, il punteggio quasi definitivo di 8 a 4 per l’australiano. Ma Federer poteva risorgere anche da simile circostanza, e avere un’altra storia da raccontare, più incredibile di quante gliene siano avvenute.

Serena a casa: Darei un pugno al muro (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

«Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico». […] L’unica certezza è che la 28enne cinese, in età abbastanza saggia per una giocatrice di tennis, comunque ora n.29 del mondo, soltanto quattro mesi fa rimediò giusto un game e quindici punti in 44′ contro Serena Williams, nei quarti dello US Open. E invece ieri, nel terzo turno dell’Australian Open, l’ha spuntata lei per 6-4 6-7 7-5 dopo 2h41′, nonostante il “braccino” nel secondo set, quando ha fallito la palla del 5-2 e ha servito sul 5-4. Allo stupore della Wang («Sono felice, ho sempre creduto che un giorno sarei riuscita in un’impresa del genere»), s’è contrapposta la sincerità di Serena, che ha così fallito l’ennesimo assalto al 24° Slam da mettere in una bacheca che eguaglierebbe quella di Margaret Court: «Ho fatto troppi errori (56 in tutto contro i 20 della cinese – ndr), per una giocatrice professionista. Non posso giocare in questo modo. Perdere fa male esattamente come dieci anni fa, solo che a differenza di allora forse ora riesco a dissimulare meglio, sono migliorata come attrice. Riesco a far finta di nulla, quando vorrei tirare un pugno contro il muro». L’altra sorpresa di giornata nel torneo femminile è arrivata dalla teenager terribile “Coco” Gauff, erede designata di Serena. Anche qui si è trattato di una rivincita: Naomi Osaka la eliminò nel terzo turno dello US Open 2019 per 6-3 6-0 in 1h05′, stavolta è statala 15enne di Delray Beach a battere la giapponese, n.4 del mondo, per 6-3 6-4 in 1h05′. WOZNIACKI. Era una ragazzina, Caroline, quando debuttò nel circuito Wta: aveva appena 15 anni e 8 giorni. […] Il suo era un ritiro agonistico annunciato, colpa più che altro dell’artrite reumatoide che l’affligge da tempo: è avvenuto nel terzo turno contro la tunisina Ons Jabeur, che s’è detta dispiaciuta «per aver messo la parola fine alla carriera di una campionessa che è stata esempio per tante di noi. Non è stato facile giocare pensando che magari un mio vincente avrebbe chiuso la sua avventura». La Wozniacki s’è congedata in lacrime ma anche con grande serenità, affiancata e festeggiata dai genitori, dal fratello e dal marito David: «Avevo un sogno, vincere uno Slam, e l’ho trasformato in realtà. E lo stesso è avvenuto quando sono diventata numero 1 del mondo. E questo saluto lo ricorderò per sempre. Ora è tempo di diventare mamma». Invece la Jabeur affronterà proprio baby Gauff

La resa di Serena, il volo della Gauff. L’ex regina ha l’erede (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La regina è caduta, evviva la regina. Nel gran ballo a corte del tennis femminile, il 24 gennaio 2020 degli Australian Open rischia di marchiare un’epoca, di riscrivere i libri di storia. […] La Serena Williams originale, lavorata ai fianchi da un avversaria che cinque mesi fa a New York aveva annichilito in 44 minuti, saluta il torneo già nella prima settimana come non le accadeva dal 2006, mentre il suo clone, Cori Gauff, la nuova Serena incarnata, a 16 anni non ancora compiuti elimina la campionessa uscente Osaka e senza emozioni apparenti si prende in carico, con grazia da fanciulla e faccia tosta da predestinata, il peso di un’investitura che nel passato ha schiacciato spalle ben più pesanti. […]Contro il muro. La vera Serena era atterrata a Melbourne con l’aureola ritrovata della favorita grazie al primo torneo vinto da mamma (ad Auckland), che pareva aver finalmente tolto il tappo alle pressioni della nuova vita. E poi, poteva essere la cinesina Qiang Wang, numero 29 del mondo (con un fresco passato al 12), colei che agli ultimi Us Open riuscì a conquistare appena 15 punti in una delle partite (6-1 6-0, era un quarto di finale) meno equilibrate di sempre, a interrompere il cammino della somma Williams? Quella lezione evidentemente è servita, se l’allieva di Peter McNamara stavolta resta piantata sulla riga di fondo cercando sempre l’anticipo pur contro le spingardate dell’americana, alla fine battuta sul ritmo e sulla corsa. Niente ottavi per Serenona, niente incrocio del cuore con la miglior amica Wozniacki, peraltro pure lei battuta (dalla Jabeur) e poi in lacrime nella cerimonia che ne celebra il ritiro (era all’ultimo torneo), e solo tanta rabbia: «Perdere fa male esattamente come dieci anni fa, solo che a differenza di allora forse ora riesco a dissimulare meglio, sono migliorata come attrice… Oggi riesco a far finta di nulla, quando in realtà vorrei tirare un pugno contro il muro». Il fantasma della Court e dei suoi 24 titoli negli Slam continua a tormentarla, ma a sentirla la sfida non finisce qui: «Credo fermamente di poter competere con tutte le altre e di poter conquistare un altro Major. Non gioco per divertirmi, perché perdere non mi diverte affatto». La rivincita. […] Negli ormai fatali Us Open di settembre, Cori prese una stesa dalla Osaka, un’altra che si ispira da sempre alla Williams, conquistando appena tre game. Che rivincita: «Alla mia età cinque mesi sono lunghissimi e ho imparato a essere molto più calma, preparata e questo mi ha aiutata a partire meglio». L’ostacolo Kenin negli ottavi, pur complesso, lascia presagire orizzonti di gloria fm da questo torneo: «Per ora inizio ogni partita solo con l’intenzione di divertirmi, giuro che è così. Non mi sto ponendo obiettivi ma neanche limiti. Posso almeno sperare, fino al lancio della monetina, fino al riscaldamento, di battere chiunque». Perfino una leggenda come Rod Laver si sta sciogliendo ai suoi piedi, tanto da averle spedito un tweet per chiederle di incontrarla: «Che bello, se succederà mi farò un selfie per Instagram». L’unico vezzo da ragazzina.

Fabio perfetto e Coco incanta (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Abilissimo nell’imbastire un match a suo modo “molto fogniniano” ben bilanciato nell’esplorazione di tutti gli angoli del campo, non privo di buonissime trame e di qualche ovvio brivido, Fabio Fognini aggiunge un merito al suo sesto ottavo di finale nello Slam, quello di porgere un indispensabile compendio alle indicazioni fornite da una delle giornate più strampalate che si siano mai viste nei major delle ultime stagioni. […] Curiosamente, il match di Fognini, vinto all’apparenza a mani basse contro l’argentino Guido Pella, testa di serie mancina numero 22, contiene le linee guida di questa sussultante sessione di metà torneo. Ha giocato una partita ben congeniata, lucida, evidentemente studiata in quella forma e apparecchiata con grande attenzione, esattamente quello che non hanno saputo fare Serena Williams, allo sbando contro la cinese Wang e nuovamente battuta nei turni iniziali di uno dei suoi tornei preferiti, e men che meno Naomi Osaka, qui vincitrice un anno fa e quest’anno consegnatasi senza colpo ferire al tennis sempre più evoluto, in qualche caso sin troppo smaliziato (non dimenticatevi l’età, compirà 16 anni a marzo) di Cori Gaul , da ieri definitivamente, per gli australiani, “la più forte che vi sia”: «Sembra un sogno, ma so di avere le carte in regola», dice la piccina, ormai adulta. Ha lavorato molto bene la palla, Fabio, contro un giocatore cui non conviene lasciare spazio, perché Pella sa giocare di rovescio come pochi ed è rapido nel mettere in pratica i suoi schemi. Identica manualità che ha messo in campo una giocatrice che meriterebbe più attenzione, la tunisina Ons labeur, che si è presa l’incarico di chiudere la carriera di una ex numero uno come Caroline Wozniacki, vittoriosa su questi campi appena due anni fa. […] Dritto allo scopo, Fognini. Molto ispirato. Proprio quelle illuminazioni improvvise, estrose, fulminanti, che sono di colpo sparite dal match di Stefano Tsitsipas, imbambolato dai servizi sempre ben piazzati di Milos Raonic, tornato finalmente a giocare “da sano” dopo un lunghissimo periodo di rimessaggio. Un addio imprevisto, quello del greco “maestro” alle ultime Atp Finals e l’anno scorso semifinalista in Australia, che veniva dato come una delle alternative più accreditate per una vittoria fuori dalla cerchia dei tre Favolosi. «Uno dei miei peggiori match, non ho scuse», la sua chiosa, più che onesta. «Una prestazione con la P maiuscola», dice invece Fabio del suo match. «Il resto, non cambia Continuo ad avere dolori alla caviglia e ai piedi. Sopporto, non ci penso. Ma poi, quando le cose vanno bene, la soddisfazione è grande». Prestazione di basso profilo tecnico (eppure coraggiosa e orgogliosa) quella di Federer, impantanatosi ancora una volta contro Millman, che lo mise fuori dagli Us Open due anni fa. Un tipo dal tennis schematico, che Roger ha scelto – chissà perché – come personale “bete noire: Match vinto da Roger fra molte dimenticanze e solo al super tie break del quinto set, con uno spericolato sorpasso dal 4-8 al 10-8 finale. Ottantadue errori da incubo, ma negli ultimi otto minuti della partita, solo vincenti. Fognini andrà ora alla ricerca del suo secondo quarto di finale Slam (il primo fu a Parigi, 9 anni fa), contro Sandgren, l’americano che considera il presidente Trump “troppo di sinistra”. «Ha battuto Berrettini che è un top ten, ha dato tre set a zero a Querrey, e a me fece lo sgambetto a Wimbledon. Un pessimo cliente».

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