Berrettini ha perso da Thiem, ma è più forte. Può aspirare al numero 1 ATP?

Editoriali del Direttore

Berrettini ha perso da Thiem, ma è più forte. Può aspirare al numero 1 ATP?

Matteo dimostra di essere migliore di Thiem già per averci giocato alla pari con tre anni di meno. È più completo. Questione di anticipo. Di team. Il rovescio di Federer e Nadal. Gli alibi di alcuni tennisti. Finali ATP. Chi può escludere che diventi il n.1 del mondo? Il caso Federer a Parigi-Bercy

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Matteo Berrettini - Vienna 2019 (foto via Twitter, @atptour)

Sì, penso proprio che Matteo Berrettini abbia margini per migliorare ancora, più di Dominic Thiem che ha due anni e mezzo di più. Oggi ci gioca indiscutibilmente alla pari… una volta ci vince, un’altra ci perde di strettissima misura. Qui sotto, più avanti, spiegherò i motivi della mia personalissima convinzione. Lo penso dopo aver guardato con grande attenzione sia la partita di Shanghai vinta da Matteo che quella di Vienna vinta da Dominic. E non solo.

NON È PATRIOTTISMO NÉ TIFO. I MIEI GRANCHI

Non credo, francamente, che il mio giudizio sia condizionato da puro patriottismo né tantomeno dal tifo (sebbene certo abbia una spiccata simpatia sia per Matteo, sia per coloro che fanno parte della sua equipe). Spero che la mia storia professional-giornalistica sia garanzia sufficiente al riguardo. Nemmeno sono influenzato da quanto ho scritto su Berrettini in tempi in cui molti parevano ancora dubitare delle sue qualità, del suo potenziale. Non scrivo davvero oggi quel che penso con lo scopo di sottolineare “guardate come sono bravo, io l’avevo detto”.

 

Ho infatti scritto tantissime volte anche dei granchi che ho preso. Esempi? Riguardo a partite singole – una per tutte, fra le più recenti – quella alla vigilia degli ottavi di finale di Wimbledon quando scrissi che Federer avrebbe probabilmente vinto ma mai 6-1 6-2 6-2 e invece sapete come è finita. Ma anche riguardo a previsioni sul futuro dei giocatori: nel 2013 scrissi che ero persuaso che Fognini sarebbe diventato presto un top-ten e invece ci ha messo sei anni – meno male non mi ha sconfessato del tutto! – nel 2008 scrissi che Bolelli sarebbe arrivato tra i top 20 e invece non ce l’ha mai fatta. Se voglio continuare a percuotermi nell’autoflagellazione tafazziana potrei anche ricordare che negli anni ’90 avevo intravisto notevoli qualità in un ragazzino finlandese, Aki Rahunen, che ribattezzai il Chang della Finlandia o qualcosa del genere, e invece non è mai salito più del n.52 del mondo!

I lettori ricorderanno certo altre previsioni sballate del… Mago Ubaldo. Spero che ricordino però – sarebbe carino! – anche qualcuna di quelle azzeccate, che qui da parte mia non sarebbe elegante tirar fuori. Ripeto sempre, però (e come un mantra “tommasiano” al quale sempre mi ispiro citandolo), che quando vengono rimproverate predizioni errate “solo chi le azzarda corre il rischio di sbagliarle”.

NEPPURE IL “MAESTRO” RINO TOMMASI ERA PERFETTO

E, sempre citando il mio grande Maestro Rino Tommasi, se lui fra tante profezie indovinate e illuminate, poté dire una volta – nel corso delle nostre impareggiabili telecronache ah ah ah, mi pare durante una finale del torneo di Manchester all’inizio degli anni Novanta – che Sampras avrebbe avuto grandi difficoltà a vincere tornei sull’erba per la difficoltà di coniugare la velocità spaziale dei suoi servizi con la necessità di raggiungere altrettanto rapidamente la rete”… beh, ragazzi, “nobody is perfect” e infallibile. Si è sbagliato quella volta Rino, ho sbagliato decine di volte io, possiamo sbagliare tutti, noi comuni mortali.

PERCHÉ MI SBILANCIO SUL CONFRONTO MATTEO-THIEM

Torno a… sbilanciarmi sul conto di Berrettini a confronto con Thiem. Lo faccio sapendo che Matteo per primo, Vincenzo Santopadre e Umberto Rianna poi, non terranno giustamente in alcun conto quanto dico – sarebbe un guaio! – nel senso che né si adageranno sugli allori per una serie di considerazioni che non hanno certo lo scopo di attenuare il loro impegno e cioè “il lavorar duro” che è il prodromo degli ancora eventuali progressi tecnici, fisici e mentali di Matteo, né subiranno minimamente un qualsiasi tipo di pressione supplementare conseguente a… indebita pressione giornalistica! Ci mancherebbe!

GLI ALIBI INCONSISTENTI DI TANTI TENNISTI MEDIOCRI

Però l’ho scritto qui non per caso. Lo scrivo perché in passato ci sono stati tanti giocatori e giocatrici– ne ho conosciuti davvero diversi – che hanno attribuito alla stampa, e di riflesso all’opinione pubblica, la ragione dei loro insuccessi, dei mancati traguardi, di alcune partite perse, della loro mancata “esplosione”. O perché – a sentire loro – la stampa li caricava di eccessive pressioni, o perché ne sottolineava eccessive carenze facendo insorgere addirittura veri complessi. Ho le prove di quel che dico. Registrate. Una forma di vittimismo molto diffusa, direi più in Italia che altrove per quel che è la mia esperienza, e alimentata di solito dagli accondiscendenti amici-familiari degli stessi giocatori. Che spesso fanno, o hanno fatto, più danni della grandine.

La verità è che il campione deve o dovrebbe essere più forte mentalmente di qualunque cosa possa leggere o sentir dire sul suo conto. Ma senza dover fare lo struzzo e nascondersi. Ma, leggendo (perché no?), ascoltando e poi reagendo da campione. Sul campo. Non a chiacchiere. È il campo la sola cosa che conta, alla fine.

NON AVERE NERVI SALDI È COME NON AVERE IL DRITTO

Quando sento dire che quel giocatore sbaglia a interpretare i punti importanti (braccino?) o serve male (idem?), interpreta male le partite in cui è favorito (in Davis o altro? Idem!!!) perché la stampa, i lettori sui social, gli mettono dei complessi, mi cadono le braccia. Perché non ammettere, più semplicemente, che quel giocatore, quella giocatrice, non ha i nervi saldi che dovrebbero essere prerogativa del vero campione? Perché non capire che non avere nervi saldi è come non avere il dritto? O il rovescio, o la seconda palla di servizio? Quest’utima, credetemi, è un bel termometro per misurare le qualità nervose del tennista. A questo riguardo Pete Sampras era un fenomeno. Chi cerca alibi non è campione. Spesso i genitori cercano alibi per i figli. Senza rendersi conto che così facendo li indeboliscono. Matteo ha i nervi saldi, saldissimi per la sua età, il suo tipo di gioco rischioso, la sua ancor grande inesperienza. Punto e a capo.

BERRETTINI HA PERSO A VIENNA DA THIEM PERCHÉ ERA PIÙ STANCO, NON MENO FORTE

A mio avviso, in conclusione dopo queste lunghe premesse, Berrettini ha perso a Vienna perché era più stanco. Il suo percorso fino a quella semifinale, lungo altre sette semifinali precedenti, è stato molto più faticoso. Sotto tutti i profili. Fisico, psicologico, mentale.

QUANTO DIVERSE L’ETÀ E L’ESPERIENZA TRA I DUE

Thiem è sulla cresta dell’onda da almeno cinque anni. Cinque anni fa, quando Matteo non aveva neppure un punto ATP, Thiem giocava a Kitzbuhel la sua prima finale. Tre anni e mezzo fa (sì, conta anche il mezzo… vi ricordate dov’era Matteo sei mesi fa?) raggiungeva la sua prima semifinale – di quattro consecutive, con due finali 2018 e 2019! – al Roland Garros. Al Roland Garros Thiem era già stato, nel lontano 2011, finalista del torneo junior. Matteo aveva 15 anni. E non era, né sarebbe stato poi, fra i primissimi junior italiani. Tre anni fa Thiem era già top-ten.

Insomma Thiem ha quintali di esperienza alle spalle in più. Di partite importanti. Di semifinali, di finali. Di situazioni psicologiche diversamente complesse: partite da vincere “obbligatoriamente” perché favorito, “obbligatoriamente” perché giocate in casa, “obbligatoriamente” perché non aveva nulla da perdere contro i grandi che lo avevano più spesso battuto, partite da vincere “obbligatoriamente” perché in grande vantaggio nel punteggio, partite da rimontare “obbligatoriamente” perché un top 5 deve saper reagire a certe giornate no e trasformarle in giornate sì. Ovviamente quell’obbligatoriamente è avverbio del tutto ingiustificato.

Ma dà il senso della pressione che un campione deve imparare ad affrontare. Giorno dopo giorno. Due anni e mezzo in più all’anagrafe, sei-sette anni in più dal primo Roland Garros quale agonista.

EPPURE THIEM ANCORA SOFFRE LA PRESSIONE CASALINGA

Eppure, pensate un attimo, per 10 anni – 9 anni in tabellone, la prima partendo dalle quali mi pare – Thiem ha giocato il torneo di casa, a Vienna, senza mai riuscire a vincerlo prima di ieri. Ho chiuso sul discorso diversa esperienza. Ma, ribadisco, se oggi i due sono alla pari quando si affrontano, tranne che inevitabilmente nei diversi palmares e ranking, significa che Matteo è ben avanti a Dominic. A Vienna ha ceduto fisicamente, non mentalmente. Era Dominic a dimostrarsi più fragile mentalmente nel primo set, a commettere errori di dritto gratuiti, a fare doppi falli di pura tensione.

SEGUE A PAGINA 2: MATTEO PIÙ SOLIDO MENTALMENTE E TATTICAMENTE DI THIEM

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Editoriali del Direttore

Australian Open: cinque italiani su tredici al secondo turno

MELBOURNE – In cosa sono diversi Fognini, Berrettini, Sinner e Seppi. Il ritratto di Matteo, “dipinto” da un maestro della penna. Sharapova giù a precipizio. Il tonfo di Aliassime segue quello di Shapovalov. Gulbis fenomenale. Camila Giorgi ineffabile

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Fabio Fognini - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Nei primi due giorni di uno Slam, se non si verificano clamorose sorprese, è consuetudine occuparsi primariamente del tennis italiano e, per solito, segnalare il cammino dei big, quasi sempre simil-passeggiate per i vari Nadal – a caccia del 20esimo Slam e del record di 2 Slam vinti per ciascuno dei 4 Majors che nessuno può vantare dai tempi di Rod Laver (Federer e Djokovic hanno vinto un solo Roland Garros…) – Federer e Djokovic, anche se il serbo superfavorito verso l’ottavo Australian Open un set lo ha già lasciato per strada. Le sorprese sono state modeste e hanno riguardato soprattutto, in senso purtroppo negativo, il Canada che ha visto uscire di scena al primo turno i suoi due migliori prospect, la testa di serie n.13 Shapovalov (k.o. lunedì con Fucsovics) e la n.20 Auger-Aliassime (battuto questo martedì dal redivivo Gulbis risorto dalle quali e dal n.256). Il lettone è un fenomeno. Questo link lo spiega.

Nel femminile è “saltata” per mano dell’immarcescibile Svetlana Kuznetsova, 34 anni, con due Slam in bacheca e un indimenticabile ricordo di una maratona combattuta con Francesca Schiavone (“Come potrei dimenticare quel 16-14… salutami Francesca, ho saputo che ha sconfitto la malattia vero? Le ho mandato un Instagram di incoraggiamento quando ho saputo della malattia, l’avrà visto…”), la finalista dell’ultimo Roland Garros, la ceca Marketa Vondrousova, n.15 WTA, mentre non fanno notizie le sconfitte di Johanna Konta, n.12, afflitta da un assillante problema a un ginocchio e battuta dalla tunisina Jabeur abilissima con il suo tennis classico ed elegante a muovere le avversarie, e ormai nemmeno più quella di Maria Sharapova, battuta 6-3 6-4 da Donna Vekic n.19, dopo aver dilapidato un vantaggio di 4-1 nel secondo set.

Per Maria, che aveva raggiunto il terzo turno un anno fa, c’è una terrificante discesa agli Inferi: sarà n.369, sì, avete letto bene, a fine Australian Open. Se vorrà continuare a restare nel grande tennis potrà farlo soltanto grazie a wild card. Tanti tornei gliele offriranno, questo è poco ma sicuro. Di certo non riesco ad immaginarla a giocare tornei dei circuiti minori. E con quel ranking non potrà nemmeno entrare, se mai lo volesse, nelle qualificazioni. Di sicuro Palermo l’avvicinerà. Ma lei, che mi ha detto di essere comunque soddisfatta dei suoi due mesi in Italia e della sua esperienza con Riccardo Piatti a prescindere dai risultati fin qui ottenuti – “Ma la classifica mi preoccupa poco, lo scorso anno ho giocato solo otto tornei, i punti non potevano essere tanti” e tuttavia avrebbero potuto essere di più, se non avesse sofferto di continuo dei problemi alla spalla e avesse giocato un po’ meglio -, dovrà cercare comunque di programmarsi al meglio per tentare di risalire la corrente dopo esser così malamente sprofondata.

Accenno qui al fatto che ieri avevo scritto che non sarei stato per nulla sorpreso se Fognini, che aveva giocato benino pur finendo sotto di due set con Opelka, fosse riuscito a rimontare. Ci speravo proprio e sono contento che ce l’abbia fatta. Fabio c’è infatti riuscito. Bravo, perché ha servito sempre benissimo, per i suoi standard, e ha risposto bene anche sulle “seconde” di Opelka, ingiocabile o quasi quando metteva la “prima”. Si è beccato con Bernardes dopo un penalty point che è arrivato poco dopo che aveva vinto terzo e quarto set? Beh, il lupo perde il pelo ma non il vizio. “Non mi piaci, non so più come dirtelo. Quando dico che non ti voglio più sulla sedia è perché fai pena. Ma solo quando parla Nadal venite cambiati. Fabio è così, prendere o lasciare. Fa vedere cose stupende con la racchetta in mano e poi… è capace tafazzianamente di farsi male prendendo quella stessa racchetta a pugni, fino a farsi diventare la mano così rossa, tutte le nocche che paiono esplose, che io ho creduto che se la fosse bruciata e mi chiedevo come fosse riuscito a portare a termine la partita in quelle condizioni. Spero che quello stato non pregiudichi la sua partita di domattina alle nove italiane, dopo questa splendida rimonta.

Bell’impresa la sua, oltretutto non nuova: Fabio ha vinto otto volte rimontando da uno svantaggio di due set, e c’è riuscito in tutti i quattro Slam, anche se certo la rimonta più prestigiosa e memorabile, resterà sempre quella fatta ai danni di Nadal a New York. “È un record migliore di quelli di Federer ha scherzato”, ma qualcuno ha ribattuto: “No, Federer ha anche questo”. Non so se sia vero però, e non ho tempo di verificare. Intanto Luca Brancher, che Ubitennis ha ritwittato, ha individuato gli altri otto tennisti che hanno vinto rimontando da sotto due set in tutti i Majors. Chi non segue Ubitennis su Twitter, sulla pagina di Facebook, su Instagram (ci volete aiutare a superare il muro dei 10.000, sì o no?)… peggio per lui!

Qui a Melbourne quest’anno eravamo presenti con il contingente più numeroso di sempre, 13 azzurri, 9 uomini e 4 donne. C’erano stati anni in cui le donne erano state anche parecchie, ma gli uomini sempre pochini. Del resto mai avevamo chiuso un anno con otto uomini nei primi 100 e quindi qualificati nel main draw senza dover passare per le forche caudine delle qualificazioni. A fine primo turno la pattuglia azzurra si è parecchio assottigliata: da 13 a 5, una donna, Camila Giorgi a dispetto del suo n.102 nel ranking WTA e nelle sue ormai non più sorprendenti affermazioni (“Cosa so dire di Kuznetsova o Vondrousova? So che una è mancina e l’altra è destra. Non mi intendo di tennis femminile… Io mi devo preoccupare solo di fare il mio gioco”) e quattro uomini. Cioè la metà di quelli all’avvio, ma in quella sono compresi i tre più attesi, Berrettini, Fognini e Sinner e poi l’irriducibile Seppi con i suoi 35 anni lui n.85, capace di conquistare l’ennesima vittoria contro pronostico su Kecmanovic (n.54) serbo di stanza a Bradenton da Bollettieri, sulla prediletta superficie australiana.

Ricordo di aver conosciuto Seppi la prima volta qui in Australia 14 anni fa, parlava un italiano stentato, si capiva che in casa sua a Caldaro si parlava soltanto tedesco. È incredibilmente cambiato da allora. Mi direte che è normale, ma quando ieri – ora che da tre anni passa un paio di mesi all’ano nella sua casa in Colorado con la moglie che gli darà una figlia fra un mese – ha detto: “In fondo la vita in Colorado, lassù su montagne più alte, non è poi così radicalmente diversa da quella in Alto Adige, solo che gli americano sono più aperti, più pronti ad aiutarti, sì più simpatici degli altoatesini…, beh, mi ha un po’ stupito, ma mostra quanto sia davvero cambiato dacché pareva un ragazzo introverso, quasi musone. Oggi è un ragazzo delizioso, simpatico, spiritoso, allegro, maturo, certamente intelligente e beneducato, sempre iperdisponibile. Avercene di ragazzi così.

Chissà se anche Sinner, che rispetto a Andreas ha fatto prima le sue scelte di vita trasferendosi alla corte di Piatti già a 13 anni ed è già oggi molto più disinvolto di quanto fosse Andreas alla sua età, passerà attraverso una simile evoluzione. Intanto tutti i grandi che l’hanno conosciuto e ci si sono allenati si dicono impressionati dalla sua umiltà, la sua seria determinazione e anche altre sue qualità umane al di là di quelle tennistiche che lo mettono già oggi su un piano di assoluta e precoce eccellenza.

Più di due parole meriterebbero anche due degli azzurri sconfitti: sia Sonego contro un super Kyrgios, ingiocabile al servizio al punto da non concedere una pallabreak in tre set e tuttavia vittorioso solo grazie ai due tiebreak finali, sia Cecchinato che è stato avanti di un break in tutti e tre i set persi con Zverev – il siciliano ha condotto 4-2 nel primo, 5-3 nel secondo, 1-0 nel terzo, ma si è subito fatto ribreakkare – hanno giocato ottimi match. Semmai quel che mi ha lasciato un tantino perplesso è la sensazione che entrambi fossero tutto sommato contenti della partita giocata, dell’esperienza vissuta. “Sono match come questi che mi aiutano a migliorare, magari ne giocassi tanti così contro un avversario che serve come Kyrgios – diceva Sonego – di sicuro imparerei a rispondere sempre meglio…”.

Simile soddisfazione, perché forse temeva di far peggior figura Cecchinato, che ancora sul cemento non ha troppa fiducia in se stesso e l’aver giocato alla pari con Zverev gli pare un buon segno. Hanno ragione entrambi, però io ricordo come era imbufalito Sinner a New York quando perse – giocando un gran match alla pari – in 4 set da Wawrinka. “Potevo vincere tutti i set, non solo il terzo!”, diceva l’altoatesino dai capelli rossi. Forse non si dovrebbe mai accettare nessuna sconfitta con il sorriso, se si aspira ad essere campioni. Sinner sogna di diventare n.1, forse Sonego, peraltro ragazzo stupendo, e Cecchinato – che conosco meno – si accontenterebbero anche di molto meno. Non è una piccola differenza, alla fine. Nell’ambizione a volte si deve essere anche un tantino presuntuosi.

Marco Cecchinato – Australian Open 2020

Peraltro dopo un anno e mezzo non sempre brillante, Cecchinato va capito. Mentre Sonego è più giovane, più inesperto, ha cominciato davvero tardi ad affermarsi, quindi ci sta che si sia messo in testa di fare un passo alla volta. In fondo Sinner, da quando ha 13 anni, ha ben chiaro dove vuole arrivare. Le sue scelte, ai danni anche dello sci in cui eccelleva, le ha fatte già allora. Il coraggio di lasciare la propria famiglia già a quell’età, la dice lunga sulla visione e la determinazione di Jannik. Lorenzo e Marco sono cresciuti in un modo più… normale, più tradizionale, hanno cominciato a lavorare sognandosi seri professionisti di tennis un bel po’ più tardi.

Ma fra stanotte e domattina dei cinque superstiti azzurri giocano soltanto tre. Sulla carta Berrettini contro l’americano n.100 Sandgren (che raggiunse qui i quarti due anni fa), terzo match a partire dall’una sul campo 1573 Arena (dopo Suarez Navarro-Sabalenka e Mertens-Kovinic) e Fognini alle 9 del mattino contro l’australiano Thompson n.66 ATP, sembrano avere il compito meno difficile. Per Sinner il solido ungherese Fucsovics, n.67 e 28 anni l’8 febbraio, con un best ranking di n.31 rappresenta invece un osso duro. Un anno fa qui raggiunse gli ottavi e batté Querrey. Lunedì ha sorpreso Shapovalov, il che dovrebbe bastare a far capire che davvero Sinner non parte favorito. Incrociamo le dita. Intanto, mentre Jannik è il primo ragazzo di 18 anni e 5 mesi a superare un turno in uno Slam dal tempo di Nargiso al Roland Garros nel 1988, leggete quel che mi ha detto Rafa Nadal al suo riguardo.

Di Berrettini, di cui mi permetto di apprezzare insieme alle tante qualità umane e tennistiche anche la grande simpatia della bella Ajla Tomljanovic – c’è stato uno scambio divertente fra lei e il sottoscritto in sala stampa, con Ajla certo di buon umore per aver dominato 6-1 6-1 la lettone Sevastova, testa di serie n.31… lei ha cominciato a sorridere ancor prima che io le rivolgessi la mia domanda, certo si aspettava qualcosa che concernesse Matteo Berrettini e aveva intuito bene – vorrei segnalare un brillante pezzo che scrisse pochi mesi fa Massimo Gramellini nella sua nota ed apprezzatissima rubrica quotidiana che esce sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Prima di riprenderlo voglio solo dire ai lettori di Ubitennis che una volta, 25 anni fa, Massimo fu inviato da La Stampa a seguire un match di Coppa Davis. Non poteva considerarsi un esperto di tennis, anche se gli piaceva molto, mi assicurò. E la sua penna era già brillante, brillantissima, anche se era giovanissimo. Ricordo che Rino Tommasi lo capì subito. “Ubaldo vedrai che Massimo diventerà un grande giornalista”. Massimo e io seguimmo quel match seduti accanto. Ricordo che gli spiegai il mio metodo per segnare i punti di un match. Complicato a prima vista, ma lui lo afferrò subito. E anche anni dopo me lo ricorda. Leggete qui il Gramellini ormai affermato anche come personaggio televisivo.

“Se dico Matteo, probabilmente penserete a un prete in bicicletta o a un paio di politici che avevano l’Italia in mano e l’hanno persa davanti allo specchio. Invece all’estero il Matteo più famoso è Berrettini, che si è issato definitivamente nel gotha del tennis mondiale. Berrettini ha qualcosa che lo rende interessante anche agli occhi di chi non segue lo sport: contraddice l’immagine dell’italiano di successo. Siamo tutti cresciuti con lo stereotipo rinascimentale del talento estroso e collerico, imprevedibile e però inaffidabile. Simpatico e volgare, romantico e spietato, smanioso di piacere e felice di apparire. Ci disegnano così e certe volte sembra che solo assecondando questo modello ci si possa ritagliare un posto nel mondo. Berrettini non ha la scintilla di un Federer e nemmeno di un Fognini (lui sì, fedele al clichè). Ma ha altre doti. Sa mantenere la calma e imparare dagli errori, detesta piangersi addosso e rifugge la ribalta mondana. Se questo Paese rimane in piedi nonostante tutto, non dipenderà dal fatto che, dietro la prima linea dei piacioni, si muove un esercito silenzioso di Berrettini? Viva il Matteo diverso, una sorta di svedese nato a Roma, ma con residenza fiscale a Montecarlo. Perché anche un italiano atipico, quando si tratta di tasse, resta pur sempre un italiano”.

Chapeau Massimo, non so se ricordi ancora come si segna il punteggio di un match di tennis, ma se sei stato per tale sciocchezza un grande allievo, per il resto ho l’impressione di trovarmi davanti a un gran bel maestro di scrittura. E non mi pare il caso di aggiungere una sola riga in più.

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Australian Open

Perde Shapovalov e vorreste miracoli da Sinner. Ma Federer è già in love con Jannik

MELBOURNE – Se nella notte Jannik avrà vinto anche un terzo set contro Purcell dovrà battersi contro Fucsovics, il giustiziere di Shapovalov. Meno talentuoso del canadese, ma più esperto e diversamente solido. Federer…

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da Melbourne, il direttore

Tutti a preoccuparsi del fuoco che ha bruciato e devastato gran parte dell’Australia, seminando morte e distruzione fra gli esseri umani e le loro civili abitazioni, migliaia di animali (inclusi i simpatici koala che quando sono spaventati si arrampicano sugli alberi, non sapendo di correre incontro a morte sicura), poi tutti, australiani e non australiani, ad angosciarsi legittimamente dell’aria irrespirabile e corrosiva, con conseguenze non facilmente prevedibili per i polmoni di tanti, troppi.

Non solo quindi di giocatori con palla e racchetta, raccattapalle, spettatori di un torneo che ha un peso economico sempre più importante, per Melbourne e lo stato di Victoria.

 

Era quindi più che giusto che la disputa dell’Australian Open fosse argomento del tutto secondario, anche se era lecito sospettare che con tutte le centinaia di milioni di fatturato e di utile che procura ormai anche questo Slam – una volta “the limping leg of the Slams table”, la gamba zoppa dei 4 Slam – ci fosse anche chi cinicamente avrebbe negato qualsiasi minaccia, qualsiasi pericolo all’insegna del “the show must go on”.

Però alla fine magari Lassù qualcuno dei vecchi scomparsi campioni di tennis deve aver brigato perché l’Australian Open potesse avere il via nelle date previste.

Solo che se non fosse stato per i tre stadi coperti, avremmo parlato soltanto della pioggia e dei pochi match che si sarebbero potuto condurre a termine. Grazie a quei tre tetti straordinari si sono potuti concludere 15 match sugli show court, in aggiunta ad altri 17 finiti miracolosamente fuori. Il totale dei campi utilizzati sono stati 17. E per la seconda giornata dell’AO (che non è un’interiezione romanesca e che prevede 96 incontri) l’inizio delle ostilità è stato anticipato di una mezzora: il via è a mezzanotte e mezzo ora italiana. Ma per vedere su Eurosport – sui canali del pacchetto SKY come sul Player – i 4 incontri sospesi di Sinner, Travaglia, Fognini e Giustino, occorrerà la pazienza di attendere una partita giocata da altri tennisti.

I punteggi dei 4 match interrotti li conoscete, teoricamente Sinner è molto vicino al secondo round dove affronterebbe l’ungherese Fucsovics anziché Shapovalov, la “testa coronata” (n.13) più illustre fra quelle già rotolate. “Ero troppo teso, ho cominciato perdendo subito il servizio, avevo tante aspettative per questo primo Slam dell’anno anche perché ultimamente stavo giocando così bene… ma mi era successo anche a Wimbledon, sono tutte “’learning experiences’”. Processi di maturazione inevitabili. Per questo chi pensava che Sinner nei suoi primi tornei del 2020 dovesse immediatamente fare sfracelli farà bene a darsi una calmata, a dar retta quel dice Riccardo Piatti “Il ragazzo è ancora giovane, di strada da fare ce n’è ancora tanta, magari fra due o tre anni si vedrà…”. Non lo dice, il tecnico comasco che pure ho visto piuttosto teso ieri, per togliere pressione a Jannik, lo dice perché lo pensa.

Ma è curioso che ovunque in sala stampa si parli di Jannik si sentono anche colleghi per solito prudenti esporsi in maniera perfino esagerata. Non so se influenzati dalle recenti dichiarazioni di John McEnroe. Ma ad esempio un vecchio lupo di mare delle sale stampa, il canadese Tom Tebbutt che ha perfino più anni del vostro cronista, ha dichiarato ieri papale papale nel bel mezzo di un gruppetto di colleghi britannici che o annuivano o parevano condividere: “Sinner vincerà più Slam di tutti i giocatori attualmente in attività, tolti i Fab 3…”.

Mah, spero proprio che il vecchio Tom abbia ragione, ma tutti sappiamo quanto sia difficile fare pronostici del genere. Troppe sono le incognite per azzardare pronostici che vanno oltre pochi mesi, un anno, diversi anni. Oltretutto è vero che i tempi in cui i diciassettenni potevano vincere gli Slam (Wilander a Parigi 1982, Becker a Wimbledon 1985, Chang a Parigi 1989) appartengono ad un’altra epoca, ma dai tempi di Nadal non c’è più stato uno meglio classificato di Sinner nel ranking ATP a 18 anni e spiccioli, mentre Djokovic era addirittura dietro di 5 posti al Pel di Carota altoatesino. Per trovare un altro diciottenne in classifica bisogna arrivare ai piedi dei primi 300, al 299esimo posto del taiwanese Tseng.

Mi è parso poco determinato Fabio Fognini. La pioggia però potrebbe averlo salvato. Uno che sul cemento ha rimontato due set a Nadal in uno Slam (US Open) non può rimontare Opelka e vincere tre set? Secondo me può riuscirci benissimo, solo che ci creda e davvero lo voglia. Ogni tanto ieri, come quando ha chiesto il MTO all’inizio del terzo set, rivolgeva dei sorrisi verso il suo nuovo coach Barazzutti che non capivo se volessero tranquillizzare Corrado o invece dare l’impressione di un certo disinteresse allo sviluppo del match. Era rassegnazione? Era fiducia invece nella possibilità di una rimonta? Vattelapesca, con Fognini non lo sai mai. Forse non lo sa neppure lui. Ma quando ci si chiede se l’interruzione dovuta alla pioggia abbia magari favorito un giocatore oppure l’altro, beh di solito chi è in vantaggio è scontento (e in taluni casi furibondo) per la sospensione. Tutto dipende dal carattere del tennista. Secondo me un tipo alla Sinner non se ne fa né in qua né in là.

Fosse stato Fognini al posto di Opelka avrebbe smoccolato. E magari pure Opelka lo ha fatto, perché non mi pare un tipo iper-controllato. Certo bisogna strappargli una volta il servizio per vederlo incresparsi.

Giustino, purtroppo, non può neppure più sperare che Raonic possa rompersi come spesso gli accade: la partita è troppo compromessa perché possa recuperare. Già Travaglia qualche speranziella può nutrirla, anche se Garin pare più giocatore. Non è n.32 del mondo per un caso. E Travaglia ha conquistato punti preziosi grazie a quella ATP Cup che li distribuisce in una misura un tantino discutibile.

Federer tanto per cambiare ha “passeggiato” al primo turno. E chi l’ammazza quello?, è stato il commento un po’ becero ma detto in simpatia da un amico super-spontaneo.

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non hai mai perso al primo turno dacchè vincesti il tuo primo Slam? – è stata la prima domanda rivolta allo svizzero in conferenza. E lui, coscienzioso come sempre nel riflettere sul tipo di risposta ha detto: “Prima di tutto qualche primo turno è stato “close” (combattuto, equilibrato). Poi sono migliorato. Quindi il sistema con 32 teste di serie ha aiutato. Quando venni sul circuito le teste di serie erano 16…Poi sì, mi sono costruito un tipo di gioco che mi consente di gestirmi con un po’ tutti i vari tipi di giocatori classificati al di fuori dei top 30. Ecco perché i Masters 1000 sono duri a volte. Puoi affrontare un top 20 già al primo turno”. Federer ha anche parlato di Sinner, tessendone peraltro le lodi.

CHI VINCE IL TORNEO?

Ma il favorito del torneo chi è? Il vincitore sarà uno che non ha mai vinto uno Slam.  

Beh, su, Novak Djokovic ha vinto questo Slam australiano già 7 volte ed è il grande favorito anche alla luce della recente Atp Cup in cui ha battuto Nadal per l’ennesima volta di fila sul cemento – le ultime nove; non ci ha più perso dall’US Open 2013! –  ma secondo me resta più probabile che un nuovo campione di Slam sia laureato da questo torneo che non a Parigi (salvo che Nadal sia infortunato) o a Wimbledon (dove dovrebbero essere infortunati almeno 2 dei 3 Fab Three).

Questo è lo Slam n.469 della storia, dal n.1 di Wimbledon 1877 a oggi. E fino a oggi, come scrive il mio grande amico e collaboratore (fin quando non è passato a Gazzetta dello Sport) Luca Marianantoni nel suo interessantissimo libro edito da Pendragon “150 volte Slam”, i vincitori sono stati in tutto 149, da Spencer Gore in poi. Il sottotitolo è “le imprese dei campioni che hanno trionfato nei quattro tornei più prestigiosi del mondo, storie del grande tennis”. Il 150° in realtà ancora non c’è stato. Ma un titolo “149 Slam” sarebbe stato meno accattivante. E, appunto, il vincitore di Slam n.150 potrebbe venire fuori da Melbourne 2020. Tsitsipas? Medvedev? Zverev? Thiem? Berrettini? In quel caso sarebbe l’unica biografia mancante al libro di Luca, che degli altri 149 campioni ha scritto di tutto e di più. In casa di un vero appassionato è un libro che non dovrebbe mancare.

Chiudo perché mi sono dilungato fin troppo pur avendo scritto nulla o quasi di Matteo Berrettini, ma il suo avversario era davvero troppo debole e semmai ci si potrebbe forse rallegrare che dal suo settore sia uscita di scena la testa di serie Coric – in crisi profonda: l’aver lasciato Piatti per una crisi di…comprensibile gelosia, trascurato fra Maria Sharapova e Jannik Sinner, ha un po’ destabilizzato il giovane croato – ma non è che Querrey sia un osso così morbido. Premesso che prima Matteo potrebbe affrontare quel Sandgren che proprio qui due anni fa giunse nei quarti (seminando scompiglio anche con alcune sue dichiarazioni poco politically correct…) e guai a sottovalutarlo. È un pesciaccio. Mille volte meglio affrontare Trungelliti, il…nemico dei tennisti argentini che lo accusano di aver messo in piazza rivelando agli investigatori della TIU i malaffari di suoi connazionali inclini a scommesse scorrette.

Dico che l’impatto con l’Australian Open è stato complesso per un errore fatto con il mio pass, mi ha costretto a due code prolungate e un acquazzone che mi ha travolto nonostante l’ombrello. Sono tornato in sala stampa bagnato fradicio da capo a piedi, assai poco piacevole. Ma quando ho incontrato già alla tenda dell’ufficio accrediti Paul McNamee che aveva il pass per un solo giorno, mi sono detto che non bisognerebbe prendersela. La ragazza degli accrediti non aveva la minima idea di chi fosse McNamee. Allora io le ho detto: “Guardi che questo signore ha vinto tre volte Wimbledon”. Paul ha sorriso e sottovoce mi ha sussurrato: “Well, sono stato anche direttore di questo Slam per diversi anni…”. Ma non c’è stato nulla da fare, per il docile Paul, se non di farsi dall’esterno tutto il giro dell’immenso impianto per andare farsi cambiare il tipo di accredito.

Avrete letto della mise di Dimitrov. E io che credevo che la maglietta Nike di Sinner fosse di pessimo gusto! Beh Dimitrov però è troppo simpatico. Può indossare quel che vuole. Vabbè, gli stilisti di Nike all’ultimo Pitti Uomo di Firenze che mi ha visto invece ospite non c’erano. Magari l’anno prossimo spedisco loro un invito. Poi però, ripensandoci, Maria Sharapova sulle mise di Dimitrov e Sinner non ha mai espresso un giudizio negativo. E non credo che sia soltanto perché veste Nike anche lei. Una ventata, nella giornata di pioggia, l’ha portata ancora Coco Gauff. Nella sua intervista si legge perché lei si consideri una quindicenne come tante altre quando si tratta di dire che cosa le piace di più. Di certo era di miglior umore di Venus Williams, ancora una volta, come già a Wimbledon, battuta da una ragazzina di 25 anni più giovane. Sono batoste che lasciano il segno anche – o forse soprattutto – su una giocatrice che è stata n.1 del mondo e quasi nessuno pare ricordarlo perché la sua stella è stata oscurata per prima dalla sorella più giovane, più forte e più completa. E, già che ci siamo, pure più simpatica e più… mamma.

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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