Perché sognare Berrettini top 10 oggi non è assurdo

Editoriali del Direttore

Perché sognare Berrettini top 10 oggi non è assurdo

EDITORIALE – Il confronto fra il romano che ha battuto in Zverev un campione del Foro Italico e quattro top 20 che avevano chiari limiti. Il crollo di tante regine, Serena, Wozniacki e Svitolina. Gimelstob trama ancora

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Matteo Berrettini - Roma 2019 (foto Giuliano Dalla Vecchia)

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Roma è sempre bella, ma quando piove e fa freddo un po’ meno. Anche il tennis è bello, ma in queste condizioni climatiche un po’ meno. A riscaldare almeno i nostri cuori ci pensa Matteo Berrettini perché non solo vince la prima partita contro un top 10 della sua vita, Sascha Zverev, vendicando la sconfitta di un anno fa (quando Matteo era ancora n.103 e nessuno ricorda che due anni fa era n.249), ma battendo un tennista che ha un anno meno di lui e che due anni fa aveva vinto il suo primo Masters 1000 e l’anno scorso aveva raggiunto la finale, fa semplicemente sognare.

 

Eh sì, perché mentre lui dimostra di avere assunto piena consapevolezza dei propri mezzi, e confessa – vedi articolo di Paolo Di Lorito che riproduce la sua interessante conferenza stampa – di non considerare nessuno al di fuori della propria portata sulla terra rossa “tranne forse quel mancino spagnolo…”, è legittimo pensare che niente gli sia precluso. Anche perché al prossimo turno ha il vincente di Schwartzman e Ramos Vinolas. Ottimi giocatori ma non fenomeni per arrivare eventualmente nei quarti al superstite del quartetto costituito da Cilic-Struff, Fritz e Nishikori.

Qui non voglio dire che l’aver battuto Zverev – uno Zverev meno brillante di quando vinse qui o di quanto ha vinto le ultime ATP Finals – significhi che Berrettini è già in grado di vincere questo torneo, ma di sicuro l’Italtennis ha trovato un giocatore su cui può contare, destinato a migliorare in modo importante.

Si sbaglia a credere che possa diventare un top 10? Si esagera? Forse. Però Fabio Fognini ha vinto il suo primo Masters 1000 a 32 anni e solo ora ha raggiunto il best ranking di n.12 (e non di n.11 come molti avevano scritto la settimana scorsa; Isner gli è rimasto davanti per 30 punti). Berrettini non ha ancora 24 anni, ha 8 anni per raggiungere e far meglio di Fabio e la sua progressione è notevolissima.

Si diceva che gli mancava il rovescio e ora invece ce l’ha. Che non fosse buono a rete, e invece ora non gli si vede mai sbagliare una volée. Che rispondesse male – e qui si può certo migliorare – però uno che ti arriva due volte a rispondere sul 6-5 e due volte fa il break a uno che serve come Zverev, beh tanto malvagio ribattitore non può essere. Sarà effetto della fiducia del momento? Può essere, ma se continua così ne avrà sempre di più. Sull’efficacia del servizio, che fila sopra i 220 km orari a velocità di crociera, sulla qualità della mano che accarezza le smorzate con il tocco di sa suonare anche l’arpa, nessuno discute già oggi. Chissà fra un paio d’anni.

Insomma se io ripenso ai nostri migliori giocatori degli ultimi 40 anni, da Panatta in poi, è vero che alcuni sono entrati fra i primi 20… ma, fatta eccezione per Fognini n.12 e Cecchinato n.16, si sono fermati tutti a n.18 o 19, Camporese, Seppi, Gaudenzi e Furlan se non dimentico qualcuno. E tutti avevano limiti evidenti che mi hanno sempre impedito di sognare. Camporese aveva gran braccio, ottimo dritto e servizio, ma pessimi piedi e gambe modeste, Seppi ha avuto grande costanza, ma un talento modesto nell’ambito di un tennis costruito a corredo di una grande professionalità, Gaudenzi aveva fisico e testa, ma una palla che camminava poco, Furlan un tennis troppo leggero, poco servizio, nessun colpo killer.

Mentre confesso che ancora non sono riuscito a inquadrare appieno il potenziale di Cecchinato, forse perché l’ho visto giocare troppo poco e troppo a sprazzi, benissimo e malissimo all’interno di una stessa partita, e mentre per Fognini non mi sono mai troppo fidato della sua testa (non se ne fida neppure lui per primo…), francamente per un ragazzo come Berrettini credo che sia lecito sognare. Ha battuto un solo top 10 ed è quindi presto, prestissimo sbilanciarsi. Certo non lo faranno Santopadre e Rianna che sono i suoi angeli custodi, per non mettergli addosso troppa pressione. E fanno bene. Ma chi scrive, come me, ha un ruolo diverso. Io sono chiamato dal mio lavoro a esprimere opinioni. E magari pure ad azzardare pronostici, consapevole del fatto che solo chi li azzarda rischia di sbagliare. E di sbagli ne fanno tutti. Io, ad esempio, ero persuaso dopo aver visto a Parigi un Bolelli-del Potro, che Simone avrebbe fatto molta più strada, anche se era un po’ troppo…bravo ragazzo.

Ho già ricordato in altre occasioni che Panatta è stato il solo italiano ad aver vinto 3 tornei prima del ventiquattresimo compleanno. Berrettini, con due successi e una finale, non gli sarebbe troppo lontano, però è vero che Panatta aveva già conquistato grossi scalpi fin da quando aveva 20 anni. Rispetto a lui Matteo è un po’ indietro, ma attenzione: oggi non si vincono più Slam a 17/18 anni come è successo ai vari Wilander, Becker, Chang. Oggi il tennis è più fisico, i tennisti sono più atleti. E sono pure più esperti, se è vero che tanti over 30 – e non solo Federer, Nadal, Djokovic, Anderson – sono ancora iper-competitivi perché hanno lavorato sul proprio fisico come non usava fare prima del terzo millennio.

Insomma comparazioni anagrafiche, in termini di precocità, non hanno gran senso. Per quanto mi riguarda mi fido del mio occhio, dopo mezzo secolo e più di tennis giocato (maluccio) e guardato (benino). Ma quando uno spettatore ha gridato a Matteo: “Sei un fuoriclasse anche te!” molti hanno condiviso. Vedremo, se sono rose fioriranno.

LA PIOGGIA.. E TUTTO IL RESTO – Ha piovuto in questa terza giornata di Internazionali, ci si aspetta che piova anche nella quarta quando dovrebbero scendere in campo tutti i più forti e i più attesi. Incluso Cecchinato il cui match con Kohlschreiber è stato rinviato.

Poche annotazioni su quanto ho visto nel “maschile”: non mi aspettavo che quel matto di Kyrgios battesse Medvedev, ma evidentemente è riuscito a destabilizzarlo, fin dal primo punto del match quando, vedendo il giovane russo attendere il suo servizio con le spalle alla rete di fondo, ha deciso di servire dal basso. Facendo il punto sulla risposta arrangiata di un Medvedev incredulo e in ritardo. In tutti questi anni non mi era mai capitato di vedere una cosa simile sul primissimo punto di un match. Ma non ho visto tutti i match di Sara Errani.

Poi quello sbruffone di Canberra ci ha riprovato a metà del secondo set e stavolta gli è andata buca. Ha perso il punto, quel game di servizio e poi il set. Gli è andata bene che ha vinto il terzo. Nelle conferenze stampa post match quando gli ho chiesto se a un artista come lui certi tornei dove aleggia un’atmosfera più…creativa, come a Roma, piacessero più di altri, la prima risposta è stata invece: “Io sto bene a Canberra, mi dispiace quando la lascio, sono contento quando ci torno…”. Però con Tennis Channel si è sbottonato un po’ di più: “Qui a Roma c’è un’aria simpatica.

Nick Kyrgios a Roma 2019 (foto Giuliano Della Vecchia)

Spiritoso era stato anche Wawrinka, al momento di una prolungata interruzione per un malore che aveva colpito uno spettatore che però non intendeva abbandonare la tribuna: “Quello sta meglio di me!”.  E forse, visto il k.o. patito dallo svizzero con Goffin, Stan non aveva tutti i torti.

IL PROGRAMMA DI MERCOLEDÌ: ANCHE PALERMO – Stamani gli organizzatori hanno deciso di mettere in campo Federer già alle 11 del mattino, primo match. Di modo che anche se un solo incontro venisse portato a termine incuneandosi fra i piovaschi, fosse quello dello svizzero.

Tuttavia Binaghi si è voluto distinguere per un’arrampicata sugli specchi a proposito del raddoppio dei biglietti sostenendo che era stato deciso da tempo e non per via di Federer, ma anche nel nuovo comunicato federale si ribadiva quanto detto incredibilmente dal presidente con “l’esigenza di premiare chi aveva comprato il biglietto molto prima di sapere se ci sarebbe stato il sole o se avrebbe giocato Federer”.

Alle 10 del mattino, un’ora prima cioè, a Palazzo Chigi, e alla presenza del sottosegretario con delega allo sport Giorgetti, il presidente del Country Club di Palermo Oliviero Palma, un presidente con il turbo incorporato, presenterà gli Internazionali femminili di Palermo, un torneo WTA da 250.000 dollari. Verrà annunciata anche la presenza di una top 10 al torneo che ha già quasi trovato la copertura finanziaria grazie al dinamismo operativo del suo presidente che non ha mai voluto godere di contributi regionali ma ha voluto fare tutto con le proprie forze. E senza proporre biglietti a prezzi proibitivi come quelli che stanno praticando gli Internazionali d’Italia.

DONNE – In campo femminile, a parte la gran battaglia sostenuta per tre contrastatissimi set fino a poco prima della mezzanotte fra la campionessa delle ultime due edizioni, Svitolina, contro l’ex n.1 Azarenka vincente a sorpresa, fra uno scroscio d’acqua e l’altro 46 61 75 (sul 5-2 la Svitolina ha avuto un match point ma se l’è mangiato con un dritto al volo), le notizie del giorno sono state in massima parte negative: tre campionesse di Slam hanno dato forfait. Serena Williams per la quarta volta al Foro Italico e alla vigilia del suo match contro Venus – anni fa si sarebbe detto che lo aveva ordinato papà Richard! Quando successe nel 2001 a Indian Wells si scatenò un putiferio, le due Williams furono coperte di fischi, papà Richard lo interpretò come un fenomeno di razzismo – poi anche Caroline Wozniacki a dispetto della “tutela” della co-coach Francesca Schiavone e quindi anche Ostapenko si sono arrese agli infortuni. C’è Parigi fra dieci giorni, alcune non vogliono saperne di rischiare.

L’AFFAIRE GIMELSTOB – Sul fronte dell’ATP e del nuovo board…il reprobo Justin Gimelstob, verrà sostituito dall’ex ATP road Manager Weller Evans oppure dall’ex n.1 ecuadoriano Nicolas Lapentti. Dei sei candidati che erano stati prescelti quali potenziali board members fra i 15 che avevano dato inizialmente disponibilità – c’erano anche personaggi di una certa caratura come Tim Mayotte e Brad Glibert oltre a Dani Valverde ma erano stati bocciati dai giocatori – sono rimasti soltanto i suddetti due. Uno verrà scelto durante Wimbledon. Spagnoli e sudamericani puntano su l’ecuadoriano, ma sembrano contare di più gli americani… dietro ai quali si agita ancora l’ombra di Gimelstob che avrebbe fatto lobby per un personaggio di non grandissima personalità quale Weller Evans – ex alter ego di Vittorio Selmi, stesso ruolo –  per poterlo magari sostituire fra un paio d’anni quando conta di rientrare in bazzica pur avendone combinate di tutti i colori. Foto e dichiarazioni di Evans al matrimonio di Gimelstob fanno ritenere che fra i due ci sia una ‘corrispondenza d’amorosi sensi’.

Djokovic intanto, incalzato dal corrispondente del New York Times Ben Rothenberg, ha negato di essere stato un primattore nella scelta di defenestrare Chris Kermode dalla leadership dell’ATP dopo sei anni di CEO, ma non è stato troppo trasparente nella sua difesa.

dal minuto 3, la risposta piccata di Nole al giornalista del New York Times

Kermode – che gode del sostegno di Federer, Nadal e Murray mai interpellati ma anche colpevolmente disinteressati finché non hanno saputo che a fine 2019 Kermode non sarebbe stato confermato –  è qua a Roma e l’unica cosa che si è fatto sfuggire è stato: “Nessuno mi ha mai spiegato il perché della mia mancata conferma”. Il che, di certo, non fa onore a chi ha preso quella decisione, Djokovic compreso anche se Nole ha detto e ribadito: “Sì, sono il presidente, ma sono anche soltanto uno dei dieci del board che ha deciso così”. Almeno nel tennis si dovrebbe auspicare una maggior trasparenza e fair play. Ma anche in casa nostra, in Italia, sappiamo che purtroppo non è così. Il potere logora chi non ce l’ha, diceva Giulio Andreotti. Un giorno vi racconterò, magari a fine torneo, quanto e come viene fatta pagare a Ubitennis la sua autonomia di giudizio, la sua indipendenza di voce libera. Anche durante questo torneo romano.

Oggi quindi, meteo permettendo, solo pernici: Federer-Sousa, Cecchinato-Kohlschreiber, Nadal-Chardy, Osaka-Cibulkova, Djokovic-Shapovalov e Kontaveit-Sakkari sul centrale, ma come perdersi Tsitsipas-Sinner (sul Pietrangeli quarto match)e Fognini-Albot sul centrale.

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Editoriali del Direttore

Federer si salva in corner, l’Italtennis no

Quattro italiani tutti k.o. Hanno pagato l’eccesso di pressione? Forse il discorso concerne solo Berrettini e Cecchinato. Ma perché Fognini si è scagliato ancora una volta contro Palmieri?

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Fabio Fognini a Roma 2019 (foto Twitter @InteBNLdItalia)

Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo abbattuto. Tutti a parlare, noi di Ubitennis compresi, del brillante periodo del tennis italiano, della seconda miglior decade dell’ultimo mezzo secolo dopo quella degli anni settanta, con l’eccellente articolo di Roberto Ferri di qualche giorno fa. Eppoi nel giorno in cui avremmo voluto ricordare l’edizione del ’79 in cui ben quattro italiani avevano raggiunto il terzo turno, Ocleppo e Panatta che poi approdarono ai quarti, Bertolucci e Barazzutti che si fermarono al terzo, c’era invece rimasto il solo Fabio Fognini a rappresentare il tennis azzurro a livello di terzo turno prima di affrontare Tsitsipas nel match serale che avrebbe affossato le nostre residue speranze.

È vero che il n.12 del mondo è il n.1 d’Italia – a seguito dei tre posti persi da Marin Cilic lunedì Fabio dovrebbe salire  a n.11 anche se un anno fa fece un turno più di quest’anno – ma è anche vero che le sue condizioni fisiche da tempo non sono ideali, la caviglia è dolorante e lui sta stringendo i denti per chiudere la stagione sulla terra rossa che è quella cui lui chiede da sempre di più e che gli ha riservato quest’anno la grande gioia del trionfo a Montecarlo. Significativo che la prima domanda di Flavia Pennetta per Fabio all’uscita del campo Pietrangeli dopo il 76 63 inflitto al tenace Albot sia stata: “Fabio, hai preso il Voltaren?”.

 

Non so se l’avesse preso, ma contro Tsitsipas n.7 del mondo, Voltaren o non Voltaren, non c’è stato proprio nulla da fare: 64 63, 1h e 12 m., troppo superiore il ragazzone greco che non solo per le spallone, la folta chioma bionda che le copre in parte, la camminata, il topspin spesso esasperato e quasi sempre profondissimo, a pochi centimetri dalla riga di fondo, ricorda tanto Bjorn Borg anche se lui tira il rovescio con una sola mano.

Non sono francamente riuscito a capire stavolta perché a fine partita, rispondendo alla primissima domanda Fabio Fognini sia partito in quarta rivolgendo – come già un anno fa – apprezzamenti davvero pesanti nei confronti di Sergio Palmieri direttore del torneo. Fabio sembrava proprio non potersi trattenere. Ha detto testualmente: “Questo direttore del torneo ce lo terremo finché c’è. Bisognerebbe invece dire basta. Certa gente dovrebbe levarsi dai c….oni. Invece dobbiamo tenercelo. Questo è solo il mio pensiero!”.

Quale torto gli abbia fatto il direttore del torneo francamente non lo so, non l’ho capito. Lì, dopo quell’esternazione così virulenta e inattesa mi sarei aspettato che qualcuno dei colleghi cercasse di capire le sue motivazioni, ma purtroppo uno solo, Paolo di Lorito di Ubitennis ha osato farlo – “Che cosa avrebbe dovuto fare il direttore del torneo?”. Fabio ha risposto in modo criptico: “Dovreste chiederlo a lui”. Cioè prima ha sparato con il kalashnikov, poi non ha voluto far capire. E naturalmente nella successiva intervista a Supertennis… figurarsi se veniva fuori qualcosa! Mah… magari lo scopriremo l’anno prossimo. Se Palmieri sarà ancora il direttore. O se Fognini giocherà ancora gli Internazionali.

Quale che sia stata la ragione di tale sparata resta il fatto che in questo giovedì di tennis intensissimo con 55 incontri distribuiti in 9 campi fra singolari maschili e femminili, più alcuni doppi, è fuori anche Fabio e nessun italiano sarà in campo per i quarti degli Internazionali d’Italia. Eppure questo sembrava proprio l’anno buono. Uffa. Davvero peccato, perché in Italia si era sparsa la voce di questo movimento maschile in grande salute anche fra i non addetti ai lavori e questo passo indietro potrebbe avere ripercussioni negative se al Roland Garros non si verificasse nuovamente qualche grande exploit tinto d’azzurro.

Chissà, forse c’erano troppe aspettative. Nadal ieri sera, accennando alla bella carriera di Fernando Verdasco, orfano privo però di grandissimi titoli (7 tornei, una sola semifinale di Slam, nel 2009 in Australia quando sfiorò la clamorosa vittoria su Nadal dopo una maratona di cinque set), diceva una grande verità solo apparentemente banale ma alla fin fine non poi così tanto: “Nel tennis non vincono tutti, ed è sempre difficile vincere…la scorsa settimana si è ritirato David Ferrer che ha avuto una gran carriera, è stato fra i primissimi giocatori del mondo…eppure in 15 anni  ha vinto un solo Master 1000!”.

Insomma Fognini non si può rimproverare granché se anche quest’anno non è riuscito a raggiungere le fasi finali del torneo romano. Il suo miglior risultato qui, in 12 partecipazioni, restano i quarti di un anno fa. Meno male che c’è stato Montecarlo. Come Ferrer almeno un Masters 1000 lo ha vinto e la sua carriera non è ancora finita.

Consoliamoci con il fatto che il tennis francese, di solito più brillante sia numericamente sia qualitativamente del nostro, aveva qui 10 rappresentanti ma 9 sono schizzati fuori prima del terzo turno. Unica superstite Kiki Mladenovic, vittoriosa sia sulla Bencic sia sulla Barty, due scalpi niente male per la n.63 del mondo che dovrebbe aver così riportato il sorriso sulle labbra del furibondo Dominic Thiem che sul conto della direzione del torneo nel ha dette di tutti i colori.

Come del resto ha fatto anche David Goffin. Del resto già mercoledì sera Fognini aveva pubblicato un tweet con una foto e una scritta a mano assai polemica: Roma, torneo ATP o junior? Forse si riferiva anche lui alla lunga e inutile attesa al Foro, fino quasi l’ora di cena, in attesa che spiovesse.

Avrete poi letto della posizione del CODACONS. Insomma, alcuni lettori continueranno a scrivere che Ubitennis e FIT siano antagonisti dichiarati, ma vorrei che mi dicessero se secondo loro anche Federer, Thiem, Kyrgios, Goffin, Djokovic (che si è nuovamente lamentato della condizione dei campi) e perfino Fognini sarebbero influenzati da Ubitennis o semplicemente ritengono che il torneo di Roma potrebbe essere gestito meglio. Di certo devono essere d’accordo migliaia di spettatori che ieri mattina ho visto letteralmente inferociti. Le grida “vergogna, vergogna!” all’indirizzo di chi per evitare di dover rimborsare i biglietti ha ridotto molto la possibilità di assistere ad una programmazione completa, hanno echeggiato ovunque.

Che poi questo giovedì, con 55 incontri, non sarebbe stato un giorno semplice da gestire è certo vero e bisogna dare atto chese non ci fosse stata per la direzione da parte FIT l’input primario di bloccare quanto più possibile il rimborso agli spettatori del mercoledì interamente cancellatola situazione avrebbe messo in difficoltà anche un organizzatore molto bravo. Il marcio stava in quell’input: facciamo qualunque cosa piuttosto che restituire soldi ai possessori dei biglietti del mercoledì 15 maggio.

Tornando al tennis giocato… non si poteva onetsamente pretendere che il giovanissimo Sinner riuscisse a infastidire Tsitsipas.  Difatti il Pel di Carota della Val Pusteria ci ha perso 63 62. Qualche ora prima di Fabio ha fatto due game in meno rispetto a Fognini contro lo stesso avversario. Ci sono 3 anni di divario anagrafico fra lui e Tsitsipas e come ha sottolineato Jannik: “Penso di avere un’idea chiara di come dovrò giocare fra tre anni. Loro giocano ad alto livello per tutto un match, e per tanti match, mentre per me è ancora difficile. Ciò detto l’aspetto su cui devo lavorare di più è quello fisico”.

Ma anche i bookmaker si erano sbilanciati abbastanza a favore di Cecchinato con Kohlschreiber e di Berrettini con Schwartzman. Invece il primo ha raccolto solo sei game (63 63) e il secondo appena uno di più, sette (63 64) dopo aver mancato una palla per il 5-3 nel secondo che avrebbe potuto costituire una svolta importante in una partita giocata decisamente male. “Non ha funzionato nulla, è stata una gran delusione, non me l’aspettavo. Non sono mai riuscito a entrare in partita, stranamente facevo i punti quando giocavo peggio, non li facevo quando giocavo meglio. Non mi so davvero spiegare cosa mi sia successo”. Purtroppo Matteo ha fatto di tutto per smentire le mie più recenti previsioni sul suo avvenire, che per me resta roseo. Ma ha tempo per rifarsi.   

A proposito di quella segnalazione statistica sui quattro che raggiunsero il terzo turno nel ’79, e di un’altra annotazione risalente al 2007 quando fu l’ultima volta prima di Fognini e Berrettini a registrare due italiani al terzo turno a Roma (si tratta di Volandri e Starace: ùalmeno questo traguardo è stato eguagliato da Berrettini e Fognini), vi segnalo un inciso cui tengo davvero perché si riferisce a un lavoro… mostruoso fatto a suo tempo con Luca Marianantoni e in anni più recenti aggiornato grazie a Lorenzo Colle e Giuseppe Porzilli: se aprirete il sito www.ilgrandeslam.it troverete tutti i tabelloni degli internazionali d’Italia, maschili e femminili, tutte le finali con la loro cronaca scritta dal sottoscritto a suo tempo per i miei giornali e le foto, tutti gli anni dal 1968 con in una pagina sola riunite le finali dei quattro Slam più Roma, insomma una miriade di statistiche per il data base più completo che esista sull’Italian Open.

Per diversi anni il data base fu sponsorizzato dal main-sponsor degli Internazionali d’Italia, BNL-BNP-Paribas, proprio come avrebbe suggerito ogni logica commerciale. Ma poi il management dell’advertising di BNL-BNP – probabilmente preoccupato di una collaborazione poco gradita al partner FIT – preferì interrompere la collaborazione con Ubitennis. Senza mai più riuscire a fare qualcosa di analogo. Credo che prima o poi qualcuno si accorgerà del lavoro pazzesco che c’è dietro. Io non ho fretta. Ma avrei piacere che i lettori più affezionati e appassionati di storia del tennis gli dessero un’occhiata. Perché si trova davvero di tutto dal 1930 in poi. Compresi tutti i top ten dell’era del computer, non solo i numeri uno con i loro migliori risultati a Roma e la data del loro best ranking, ma anche l’elenco completo di chi è stato n.2, n.3, fino al numero 10. Ci si possono togliere un sacco di curiosità, a spulciare per bene un “sito-database” che ho fin qui tenuto quasi nascosto. Fatemi sapere che ne pensate… se mi volete bene!

Riprendo a parlare degli italiani per dire che oltre che da Berrrettini n.33 con Schwartzman n.24 mi attendevo molto di più da Cecchinato, n.19 Atp, contro il veterano tedesco Kohlschreiber n.56. Ma come ho avuto più volte modo di dire ancora non sono riuscito bene a soppesare il vero valore del siciliano. Ho come l’impressione di non averlo visto giocare abbastanza. Anche Marco non era contento del campo in cui era stato “confinato”, il campo 2. Ma, di nuovo, mica era facile dare a ciascuno il campo sul quale avrebbe voluto giocare!

Semmai, visto che un bravo organizzatore avrebbe tutto l’interesse a “tutelare” nel miglior modo possibile i propri giocatori forse si sarebbero potute tenere presenti anche le caratteristiche tecniche di Cecchinato (e quelle di Kohlschreiber) per evitargli il campo n.2 oppure per far buttare un po’ più di terra su quel campo che sotto un leggero strato di argilla rossa, pareva simil-cemento. Cecchinato l’ha fatto capire chiaramente: “Avrei voluto giocare su un altro campo, un campo normale, c’era vento, c’era sole, c’erano ombre (anche per il tedesco però eh…), ma soprattutto c’era pochissima terra, il campo era velocissimo. Sì, mi pareva proprio di giocare sul cemento…E poi per due sere di fila sono stato qui fino a molto tardi visto che mi avevano programmato anche mercoledì sera nel serale”.

Erano chiaramente condizioni più favorevoli al suo avversario. Ho chiesto a Cecchinato se conoscesse la sua situazione di ranking e di rischio prima del Roland Garros e della cambiale costituita dalla semifinale di un anno fa. Lui ha risposto: “Me lo avete ricordato così tante volte voi giornalisti che un po’ la conosco: ho messo da parte 640 punti e sapevo che anche se avessi perso al primo turno a Roma e a Parigi non sarei sceso più giù del quarantesimo posto. Qui ho fatto secondo turno, quindi direi che a Parigi potrò andare, tutto sommato abbastanza tranquillo. Ovviamente spero di far bene”.

I tre italiani che hanno perso ieri prima del “notturno” Fognini-Tsitsipas, lui, Berrettini e Sinner, hanno raccolto 18 game in 6 set. Sono 3 di media a set.

Ci sono poi due veterani particolarmente felici. Uno, manco a dirlo si chiama Roger Federer. Lui che perse questo torneo in finale con Nadal nel 2006 sbagliando due dritti su altrettanti matchpoint nella finale perduta 7-6 al quinto da Rafa Nadal, deve a due errori di dritto di Borna Coric se è sopravvissuto al tiebreak del terzo set che lo aveva visto sotto 5-2 e 6-4, quindi con due matchpoint da salvare. Il primo dritto fallito dal croato pupillo di Piatti (curioso vedere Piatti tifare contro il suo ex pupillo e quasi figlio adottivo Ivan Ljubicic, oggi coach di Roger) è venuto al termine di un lungo scambio sul 6 a 4 e servizio Coric. Recuperato quel minibreak Roger ha servito benissimo sul 5-6 per annullare la seconda palla partita e raggiungere il 6 pari. Sul 7-6 per Roger lo svizzero non ha potuto fare granché perché ha servito bene Coric. I dettagli di cronaca li trovate nell’articolo di Ruberti. L’altro dritto “regalo” di Coric è arrivato sul 7 pari ed è stato quello che ha consentito a Roger di approdare al secondo matchpoint, quello che avrebbe trasformato grazie ad un passante di dritto che ha costretto Coric ad una volée bassa non impossibile e tuttavia fallita. “Palla calante punto vincente!” avrebbe esclamato il mio maestro Rino Tommasi.

Sono stato anche fortunato“ ha ammesso Roger, tirando a più riprese sospiri di gran sollievo prontamente immortalati dalle telecamere. Lo svizzero era quasi commosso per la straordinaria atmosfera e il tifo del pubblico che lo sostiene senza riserve perfino più dei giocatori italiani.

Non avevo potuto seguire di persona il primo match di Fognini, ma chi lo ha fatto mi ha riferito che diversi spettatori non erano stati troppo teneri con Fabio, quasi che non avesse vinto il torneo di Montecarlo e non meritasse il generale sostegno. Il sostegno, non fraintendete, c’è stato, ma quello per Federer non ha avuto neppure un solo spettatore intenzionato a rivolgergli un qualsiasi commento negativo. Non succede da nessuna parte, peraltro. Vero invece che Fognini qualche spunto, magari una racchetta che vola, lo offre sempre e Federer no, però insomma a Roma si potrebbe essere un tantino più comprensivi anche con Fabio. E se lo scrivo io…

Di come Federer sia approdato battendo Sousa e Coric ai quarti abbiamo scritto ampiamente, qui e altrove. Certo lui è stato in campo 3h e 50m, perdendo un set e complessivamente 16 game, mentre Djokovic c’è stato 2h e 08 minuti per cedere solo 7 game fra Shapovalov e Kohlschreiber, cioè un minuto in meno di Nadal (2 h e 09) nonostante il maiorchino abbia perduto soltanto due game per dare 60 61 a Chardy e 61 60 a Basilashvili.

Non giocavo due match nello stesso giorno da Montecarlo 2009, ho cercato di restare più concentrato possibile per non perdere energie preziose…” ha detto Nadal – E al sottoscritto che gli chiedeva se non risentisse psicologicamente del fatto di non aver vinto quest’anno ancora un torneo sul “rosso” nella stagione della terra battura – fatto mai successo prima – rispondeva: “Nel 2015 un torneo lo avevo vinto, eppure ero meno in forma di oggi. Non sono preoccupato… e poi comunque questo è lo sport, si vince e si perde e bisogna accettarlo”.

Insomma, mentre Nadal e Djokovic, hanno “passeggiato” Roger Federer è dovuto stare in campo quasi un’ora e tre quarti più del n.1 e n.2 del mondo e oggi si ritrova davanti quel Tsitsipas che in Australia gli fece lo sgambetto e è certamente in grado di rifarglielo anche se a Dubai è stato Roger a prendersi la rivincita quando ha vinto il torneo n.100. Uno sgambetto che invece non mi aspetto Verdasco possa fare a Nadal (17 a 3 il bilancio favorevole a Rafa), anche se il madrileno n.38 del mondo ha colto due vittorie non banali contro un top-ten, Thiem n.4, e un n.13, Khachanov. Riguardo a questo derby spagnolo io mi ricordo una finale di Montecarlo imbarazzante per la superiorità di Nadal. Rafa dette a Verdasco una lezione simile a quelle impartite a Chardy e Basilashvili.

Non credo che del Potro abbia troppe chances contro Djokovic, nella rivincita dell’ultima finale dell’US Open, anche se non dimentico quel primo turno delle Olimpiadi di Rio quando l’argentino sorprese Djokovic che lasciò Rio in lacrime.

Dall’alto in basso i quarti sono Djokovic-del Potro, Schwartzman-Nishikori (il “quarto” meno nobile e l’unico che non verrà giocato sul centrale), Federer-Tsitsipas, Verdasco-Nadal. Due spagnoli e due argentini, uno svizzero (il solito), un greco, un giapponese e un serbo. Il primo e soprattutto il terzo “quarto” sono i più attesi. Tsitsipas aveva pagato caro contro Djokovic in finale a Madrid lo sforzo notturno della sera precedente con Nadal per un match finito verso mezzanotte. Ma contro Fognini non ha dovuto sudare troppo. La storia potrebbe ripetersi, ma stavolta c’è anche un Federer che tanto riposato non potrà essere. Tre ore e 50 minuti a 37 anni e mezzo non sono uno scherzo con meno di 24 di break per recuperare pienamente.

Sembra quasi uno scherzo invece il record di affluenza annunciato – con grande sprezzo del pericolo – dalla FIT per la giornata di giovedì: 33.770 spettatori paganti, cita un comunicato stampa. Immagino che si riferisse al solo incasso diurno e serale. Le presenze del mattino non In casa FIT quando c’è da comunicare c’è ancora molto da imparare. Infatti coloro che intendono richiedere il rimborso non hanno ancora saputo come dovrebbero fare per ottenerla. Regolamenti volutamente fumosi?

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Editoriali del Direttore

Pioggia romana quanto ci costi! A rischio un milione di euro

Record di incassi e di vera affluenza a rischio. Non basta mettere in campo Federer perché il Cielo collabori al rincaro di prezzi già cari. Ma c’è stata un’altra furbata… sfumata. Il tetto chimera

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C’è chi l’ha interpretata come una punizione divina per chi voleva strappare troppi soldi agli appassionati di tennis, soprattutto filofedereriani, questo mercoledì completamente rovinato dalla pioggia che il presidente federale Binaghi – decisamente troppo ingordo per essere un dirigente cui istituzionalmente compete di promuovere il tennis e non di trasformarsi in un imprenditore privato che ha come primario obiettivo quello di far più soldi che può – aveva deciso di far pagare molto più caro rispetto al prezzo originario del biglietto… ”per premiare chi invece l’aveva acquistato per tempo, quando non si sapeva ancora che avrebbe giocato Federer”.

 

Per inciso un premio davvero curioso, di cui i “premiati” hanno dichiarato di non essersi sentiti per nulla gratificati dal fatto che i ritardatari abbiano dovuto pagare di più di loro, mentre i “penalizzati” non avevano – ovviamente – per nulla gradito. Soprattutto confrontando i prezzi di Roma (da 33 a 39 euro i ground, da 96 a 118 nei primi giorni altri biglietti, da 108 a 173 giovedì, fino ad arrivare intorno ai 200) con quelli di Madrid ma anche quelli di Wimbledon e Parigi (e non si dice Miami e Indian Wells) per i primi turni.

Troppo facile vantare, poi, continui record di incassi, se i prezzi lievitano di anno in anno. A fronte di servizi in tutta onestà assolutamente non paragonabili con i tornei suddetti: basti accennare alle code interminabili a toilette troppo spesso sporche al limite dell’indecenza. Ma quanto può incidere l’impiego di poche persone fisse per le varie toilette, che le ripuliscano ad ogni uscita dal bagno, nell’ambito di introiti superiori ai 10/12  milioni di incassi di sola biglietteria, senza contare cioè diritti tv, sponsor, stand e quant’altro? Se il fatturato dell’evento supera i 30 milioni di euro, possibile non si possa destinare ad una maggiore pulizia (per una settimana) 2.000/3000 euro? Queste cose non le dice Scanagatta che come tutti i giornalisti ha il privilegio di poter usufruire di una delle tre, quattro toilette (con due cabine ciascuno; un po’ di coda la dobbiamo fare spesso anche noi, ma non è paragonabile a quelle degli spettatori comuni) dell’area stampa, ma ce le scrivono di continuo nostri lettori che sono stati anche in altri tornei.

Come ho avuto modo di dire anche in uno dei video quotidiani realizzati in condizioni estremamente disagevoli al Foro Italico, sotto la pioggia e al di fuori dai cancelli dell’impianto perché la FIT ci ha negato quella autorizzazione ai nostri stand up che invece perfino tornei dello Slam ci consentono, come l’Australian Open e l’US Open i quali hanno piacere addirittura che si mostrino sullo sfondo alle nostre spalle i loghi e gli scenari dei loro tornei ritenendo evidentemente che ciò giovi anche alla loro immagine visto che abbiamo parecchie decine di migliaia di visite quotidiane, non ricordo quando ci sia stata un’altra giornata romana interamente fagocitata dalla pioggia, senza che si disputasse neppure un game.

Mentre ne ricordo tante a Parigi, a Wimbledon, all’US Open. In Australia si sono difesi con i tetti retrattili (uno, due, tre) negli USA anche (uno, due), a Wimbledon idem (uno, due), Parigi è rimasta la sola città fra le 4 baciate dagli Slam priva di un tetto (ma l’avrà presto).Fra i Masters 1000 hanno il tetto Shanghai e Madrid (3), ovviamente Parigi-Bercy e Londra per le finali Masters perché indoor, e a mia memoria nessun altro. Però a Roma ne sento parlare dacché fu edificato il nuovo centrale – e anche prima in nuce – fra un’amministrazione comunale e un’altra, dai diversi colori politici. Alemanno, Marino, Raggi. Non ricordo se pure Veltroni.

Nel 2016, quando Binaghi e Tiriac erano in guerra per conquistare 10 giorni nel fittissimo calendario primaveril-estivo dell’ATP – e la cosa lì per lì sembrava potesse accadere per un solo torneo o per tutti e due spazzando via due eventi minori – il presidente del Coni Giovanni Malagò ipotizzò la costruzione di un tetto sul centrale per il 2019. Non se ne è fatto di nulla, come ben sapete. Ora c’è chi dice che per il 2022 o 2023 ci si potrebbe arrivare ma mi pare siano ipotesi campate in aria. Anche perché ogni due per tre ci sono nuove elezioni, avvicendamenti partitici e nessuno guarda mai più in là del proprio naso. Il tetto? Una chimera. Giornate perse come quella di ieri costano care, carissime, Altro che rincari binaghiani per… premiare gli acquirenti più solleciti.

Si è deciso – dopo mille tentennamenti, titubanze e idee poco chiare – di concedere la mattinata di giovedì a chi aveva il biglietto di mercoledì – maggiore precisione e maggiori dettagli li potrete leggere nell’eccellente articolo di Paolo Di Lorito – ma personalmente non ho ancora ben capito la sorte di coloro che sono dovuti rientrare nella loro città, ufficio e non sono potuti restare anche giovedì.

Un comunicato stampa federale relativo alla giornata di martedì aveva citato la presenza di 35.000 spettatori paganti. Quanti sarebbero stati nel “mercoledì nero” in cui dovevano giocare proprio tutti i big, da Federer – ma il cielo non gli ha voluto bene – a Nadal, Djokovic e i nostri Fognini, Cecchinato, Sinner non si può sapere altro che… con lo “spannometro”.

Sempre con lo “spannometro” non si dovrebbe essere troppo di fuori a pensare che i biglietti in vendita mediamente possano costare – fra i vari ordini di campi e di posti – intorno ai 60 euro: se la FIT avesse dovuto restituirli tutti a 30.000 spettatori, significherebbe un rimborso di un milione e 800.000 euro. Non noccioline insomma. Dando la possibilità ai possessori dei biglietti del mercoledì di utilizzare quei biglietti questo giovedì mattina la Fit si è coperta le spalle. Almeno i romani (liberi dal lavoro e da precedenti impegni) potranno approfittarne. Chi veniva da fuori forse no. Quelli potranno chiedere indietro i soldi? La risposta dovrebbe essere sì, ma non è certo. Il regolamento è fumoso. Al Codacons non piace.

Ieri presidenza federale e direzione del torneo si sono lambiccati parecchio il cervello per tentare di evitare quell’ipotesi disgraziata che avrebbe avuto come conseguenza quella di smentire i trionfali annunci dei giorni scorsi secondo cui il torneo aveva già battuto il record delle presenze della passata edizione (204.996 spettatori a fronte dei 203.762 del 2018, quindi già un migliaio in più a botteghini ancora aperti) e i 225.000 euro di incassi in più rispetto all’annata record del 2017 quando furono incassati 12 milioni e 7.000 (o 700 mila) euro. Un anno fa l’incasso era stato leggermente inferiore, 11 milioni e 629.011 euro.

Spalmati su 8 giorni di gare – da domenica a lunedì – sono circa 1,5 milioni al giorno. Un po’ meno se invece di 8 giorni ne consideriamo una decina comprendendone anche due di qualificazione. Chiaro che se fosse andato in fumo anche un solo milione – e non un milione e 800.000 – addio record. Di incassi e di biglietti (quelli rimborsati chiaramente non sono venduti). Così ieri in FIT, sperando che dopo la 19, quando ormai la giornata diurna se n’era andata senza che si fosse disputato un solo game, avevano escogitato una bella pensata, tanto furba quanto – onestamente – bruttina assai.

SEGUE A PAGINA 2: LA ‘FURBATA’ DELLA FIT

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Editoriali del Direttore

Fognini come Panatta: la storia si ripete

A gran richiesta, parlo della vittoria di Fognini. Che io sappia Giovan Battista Vico non ebbe mai modo di impugnare una racchetta. E i suoi corsi e ricorsi non furono prodezze atletiche. Però, però, però…

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Fabio Fognini (trofeo) - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il 1976 fu l’anno magico di Adriano Panatta e un po’ di tutto il tennis italiano che dagli anni di Pietrangeli e Sirola a cavallo degli anni Sessanta non aveva brillato granché. Quasi un’era geologica per quei tempi in cui il tennis era ancora sport d’élite, praticato da pochi Paesi e l’Italia della racchetta grazie a quei due, ma anche a Beppino Merlo, Fausto Gardini e prima di loro a De Morpurgo, De Stefani, Cucelli e i Del Bello, si era fatta rispettare in campo internazionale.

Dopo quasi tre lustri di penombra agonistica, se non proprio di oscurità, toccò a un giovane romano di grande talento, figlio di Ascenzio custode del TC Parioli, rischiarare con vari sprazzi di luce le prospettive di un tennis nel complesso assai poco azzurro. Fra i suoi 20 e 25 anni, quel bel ragazzo romano de’ Roma che in piena epoca di Dolce Vita piaceva tanto alle donne (anche se talvolta eccedeva un po’ nei modi un po’… arrogantelli da bulletto), aveva fatto vedere lampi di vera classe giocando un tennis magnifico, spettacolare e battendo nelle giornate di vena alcuni dei migliori tennisti del mondo: Orantes, Nastase, Borg, Rosewall, Connors. Innamorandosi dei suoi gesti tecnici, della loro varietà ed originalità perfino in un’epoca in cui nessuno dei grandi giocava in modo simile agli altri, gli si rimproverava una sola cosa: la discontinuità. La sporadicità di quelle giornate di vena.

 

Non c’era chi non lo temesse, perfino Bjorn Borg, il più forte tennista del mondo di allora – certamente sulla terra rossa anche se cinque trionfi sull’erba di Wimbledon sottolineavano la sua completezza – sapeva che un Adriano Panatta in giornata di vena avrebbe potuto farlo precipitare nel polvere rosso tritata. E accadde più di una volta, anche in teatri importanti. L’Orso Borg partecipò a otto Roland Garros, ne vinse sei. Da chi perse quelle sole due volte? Da Adriano Panatta.

Sì, era già successo nel 1973. Ma, come detto, fu il 1976 l’anno magico di Adriano Panatta. Trionfò nel torneo cui teneva di più, nella sua Roma vicino casa sua. Per dar vita a un’impresa sportiva ci vuole tanta forza, fisica e mentale, tanto coraggio e – come avrebbe detto in una sede principesca 43 anni dopo un altro grande della racchetta – anche un bel po’ di… culo.

Fino a quella memorabile settimana al Foro Italico, Adriano aveva collezionato tanti scalpi importanti, diversi tornei minori, ma mai ancora un grande torneo sebbene tutti gliene attribuissero il potenziale ad hoc. Ma non era mai favorito fino in fondo. Tutti sapevano che poteva vincere contro chiunque, ci speravano, ma accadeva solo talvolta. E troppe volte accadeva il contrario, rispetto alle aspettative di chi si era innamorato del suo modo di giocare. Scriveva su Ubitennis Fede Torre – vi invito a rileggerlo – poco tempo fa: “uno sportivo non è mai quel che vince, ma l’emozione che trasmette nel farlo e l’immedesimazione che la gente trova in lui. È un destino riservato a pochi, il destino dei Valentino Rossi, degli Alberto Tomba, dei Marco Pantani, dei Roberto Baggio. Adriano Panatta era tutto questo. Era bello, giovane. Sul campo elegante. Fuori anche di più”.

Panatta in tribuna – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche quella settimana sembrava proprio che non dovesse accadere. Contro un australiano di retroguardia, non certo uno dei grandi Aussies che hanno fatto la storia del tennis, tal Kim Warwick, talentuoso la sua parte – la settimana prima ad Amburgo aveva battuto Kodes – ma pazzerello ai confini dell’isteria in certi frangenti, Adriano si imbatte in una apparente giornata no. Fin quasi alla doccia. Warwick può giocarsi – non è uno scherzo – 11 match point. Dieci sul proprio servizio a partire dal 5-2 40-15, poi altri tre in quel game. Altri sul 5-4 40-0. Ripeto perché li annotai uno per uno, non è uno scherzo. Un paio furono scambi corpo a corpo, ravvicinati, da cardiopalmo, il pubblico impazzì: ‘Adriaaanooo Aaadriaaanooo!’. Chissà come, Panatta rovescia una giornata di non vena in una giornata lucidamente folle, in cui comincia d’incanto a rispondere divinamente, a giocare dei passanti incredibili contro l’australiano che si attacca alla rete con la forza della disperazione, match point dopo match point. La risposta, il passante, non erano mai stati i punti di forza di Adriano, eppure miracolosamente e improvvisamente quel giorno lo diventano.

Fortuna, culo, quindi? Beh, anche, ma anche no, perché poi Adriano infila una magnifica sequenza di vittorie, contro giocatori fortissimi sulla terra battuta. Stentòa ancora contro Tonino Zugarelli, romano anche lui ma… trattato come uno straniero dal pubblico di Adriano così spesso ingeneroso. Poi è la volta di Franulovic, sì, il direttore oggi del torneo di Montecarlo, quindi il “sorcio” americano Solomon che si ritira per proteste per una chiamata arbitrale in vantaggio 5-4 nel terzo set. Poi Adriano travolge Newcombe, entusiasmando, e infine raggiunge l’apoteosi battendo in finale Guillermo Vilas che sui campi rossi era, dopo Borg, decisamente il più forte e il più continuo del mondo. Lo mette k.o. In quattro set. Pandemonio. In quel torneo c’erano sette dei dieci tennisti più forti del mondo. Si poteva parlare ancora di fortuna? Certo che no. In ogni vittoria, salvo alcune di Borg e Nadal al Roland Garros, per restare sul pianeta terra rossa, c’è sempre un po’ di fortuna.

La farò più breve con Panatta al Roland Garros. Anche li sembrava tutto fuorché il suo torneo. Al primo turno contro il ceco Pavel Hutka appare in giornata no per quasi un intero match e salva miracolosamente con un tuffo prodigioso un match point. Un altro Panatta gioca la seconda parte del match. E lo vince in carrozza dando spettacolo. In semifinale e finale batterà due piccoletti irriducibili che si assomigliano tantissimo, per struttura fisica e tennis, rovescio bimane capace di cross strettissimi, un servizio così così, mai a rete salvo che per stringere la mano a fine partita. Pur sempre due top 10 di grande regolarità e continuità. Ma il capolavoro era arrivato nei quarti, quando la vittima era stata la più illustre, dominata con smorzate mascherate da finti attacchi in chop, attacchi in controtempo, serve&volley improvvisi. Bjorn Borg, il più forte tennista di sempre sulla terra rossa, prima dell’avvento di Nadal, era sembrato perfino impotente. I parigini si erano entusiasmato per il tennis brillante, fantasioso, vario, di Panatta non meno dei romani al Foro Italico.

Panatta avrebbe raggiunto prima a Roma e poi a Parigi il suo best ranking. Quando già qualcuno dubitava che ce l’avrebbe mai fatta a salire così in alto, per via di quella sua incapacità a mantenere i pronostici favorevoli. Io a Firenze, un torneo che ha anche vinto, l’ho visto mio malgrado perdere da carneadi quali il boliviano Benavides, gli americani Winitski e Fagel, l’australiano Dibley.

Beh, Giovan Battista Vico sarà certo d’accordo con me, laddove si trova. La storia di Fabio Fognini ricorda moltissimo quella di Adriano Panatta. Al quale, in termini di talento e potenziale, l’ho spesso confrontato, scrivendo a più riprese che negli ultimi 40 anni il tennis italiano non ha avuto un tennista più forte e talentuoso di lui.

Da quasi dieci lui senza vincere alcun grande torneo è costantemente fra i primi 20 del mondo e per anni tutti si aspettavano che sarebbe riuscito a entrare tra i primi dieci. E perché non ci sia riuscito il primo a dirlo è sempre stato lui: un problema di testa, non certo di gioco. Il suo tennis è stato sempre più piacevole a vedersi, nelle giornate di vena, di tanti top 10. Non c’è bisogno di far nomi.

Ora, come al Foro Italico 43 anni fa, ecco che a Montecarlo accade quel che era stato annunciato mille volte senza che mai accadesse. Cronaca di un evento annunciato. È sull’orlo del baratro contro Rublev (non vale i Safin e i kafelnikov, ma è stato capace di raggiungere i quarti allUs Open da teenager): pazzerello come Kim Warwick. Ma meno coraggioso, o incosciente, di Fognini che mette a segno un ace con la seconda palla su una delle cinque palle break che Rublev non trasforma per andare a servire sul 64 5-1.

Dopo quel miracoloso e fortunato salvataggio Fognini è ancora più fortunato perché gli si ritira senza scendere in campo il francese Simon che lo aveva battuto cinque volte su cinque. Poi però dà una lezione di tennis al n.3 del mondo che in due precedenti confronti gli aveva lasciato sei game per match. Spettacolo puro. Grande show che prosegue con Coric dopo un primo set giocato dal cugino di Fognini. Ma gli altri due li gioca come sa solo lui. Ed ecco Borg in semifinale, pardon Nadal. Rafa come Bjorn sa che con Fognini in vena si può perdere. Gli è già successo tre volte. Una addirittura nonostante due set di vantaggio e non in un torneo qualsiasi: all’US Open.

Fognini vs Nadal inizio match – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

È nervoso Rafa, appena le cose non si mettono troppo bene per lui, perché sa di non essere al top, non ha giocato particolarmente bene al ritorno dall’infortunio di Indian Wells. Mentre Fognini è in una di quelle giornate in cui gli riesce tutto, anche i bambini con i baffi. Passano i punti, i game, e Fognini è l’unico che dà davvero spettacolo, tennis magnifico. Mentre Nadal affonda sempre di più nella sua giornata no. Quel Fognini oggi è imbattibile, il più forte, inarrestabile. Addirittura Nadal evita per un soffio l’umiliazione estrema, un 6-0 che il più forte tennista del mondo sulla terra battuta dai tempi di Borg non poteva mettere in preventivo neppure se si è ormai convinto, suo malgrado, di aver giocato male, malissimo.

Ma quanto è il merito di Fognini? Di sicuro grande, grandissimo. Fantastico. Come Panatta contro Borg.

E come Panatta Fognini non si distrae, questa volte – a differenza di tutte le altre tre volte post Nadal quando aveva immancabilmente perso – e batte anche Lajovic, senza farsi travolgere dalla pressione di non dover mancare l’opportunità che pare unica. Anche per Panatta battere prima Dibbs e poi Solomon nella prima grande, grandissima finale, era stata la stessa cosa, la stessa angoscia della vigilia.

Vinse, anzi trionfò. Conquistò il plauso del mondo, l’ammirazione sconfinata di tutti, per il modo in cui vinceva, per il modo in cui giocava. Conquistò il best ranking. E da quell’exploit tutto il tennis italiano ne trasse giovamento. Fu solo il primo, i primi due. A Fabio ora manca solo il secondo, ma quasi nessuno dubita più che arriverà; lui saprà’, a 32 anni rotto finalmente il ghiaccio, reggere la pressione di giocare da favorito e campione quale certamente è anche uno dei prossimi tornei. L’Italia del tennis – non mi parrebbe però giusto non ricordare, perfino in questo momento, che i suoi comportamenti non sono stati troppo spesso all’altezza del suo tennis – gli deve dire dire grazie e dirsi fortunata di aver avuto in questi dieci anni un tennista, un campione, come lui. Il migliore, come mille volte scritto, dai tempi di Panatta nell’arco di 40 anni. Adriano re di Roma, Fabio principe a Montecarlo. 

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