Cibulkova annuncia il ritiro: “Ho raggiunto risultati che non avrei mai sognato”

Focus

Cibulkova annuncia il ritiro: “Ho raggiunto risultati che non avrei mai sognato”

L’ex n. 4 del mondo dà l’addio al tennis e presenta il suo libro “Tennis is my Life”

Pubblicato

il

Un doppio annuncio da parte di Dominika Cibulkova arriva dalle (rinnovate) pagine web del sito WTA: il libro “Tennis is my Life” che ne narra le gesta è in uscita, mentre lei stessa dice addio al tennis professionistico. La trentenne di Bratislava racconta: “Quando ho iniziato a giocare, la gente mi diceva ‘no, Domi, sei troppo bassa’. Era qualcosa che sentivo dirmi di continuo e che ha reso quanto successo nella mia carriera ancora più incredibile”. 161 centimetri di furia agonistica che l’hanno portata a centrare la semifinale al Roland Garros nel 2009, proprio lo stesso torneo nel quale, dieci anni dopo, avrebbe disputato il suo ultimo incontro – lo scorso maggio, appunto, contro Aryna Sabalenka.

“Non mi sono svegliata pensando ‘non voglio più giocare’” spiega, “è stato un processo lungo. Ero già convinta a Miami quando ho affrontato Azarenka che quello avrebbe potuto essere il mio ultimo match”. Il suo coach le ha però ricordato l’impegno preso in Fed Cup e la possibilità di dare l’addio ai suoi fan. Ci sarebbe poi stato il tempo per riflettere sul da farsi. “Così, abbiamo programmato di arrivare al Roland Garros senza però dare l’annuncio ufficiale. Mi sono goduta l’estate” continua Dominika, che nel frattempo avrebbe vinto i suoi due incontri di singolare salvando la Slovacchia ai play-off. “Prendermi cura di me stessa e starmene in vacanza, vedere come andava. È stato un processo lungo“ ribadisce. “È una decisione difficile da prendere ma, una volta presa, ti senti più libera”.

Nell’ultimo periodo, non ha giocato a suo favore il ripresentarsi del ricorrente problema al tendine d’Achille, che aveva anche richiesto l’intervento chirurgico nel 2015, poco più di un anno dopo la finale raggiunta all’Australian Open. Un best ranking da quarta giocatrice del mondo e otto titoli WTA vinti per Cibulkova, tra i quali spicca il trofeo alzato alle WTA Finals di Singapore nel 2016. Sconfitta nelle prime due giornate, ha agguantato l’ormai insperata qualificazione battendo Simona Halep, per poi rimontare un set a Kuznetsova in semifinale e imporsi infine su Kerber. È senz’altro questo uno degli obiettivi inimmaginabili quando ha iniziato a giocare. “Sentivo già il peso della vita da tennista” prosegue Domi nell’intervista telefonica, “tutti quei viaggi, gli allenamenti, dover dare il 100% tutti i giorni. Cominciavo a esserne stanca. Alla fine, ho sentito di aver dato abbastanza e di aver ottenuto cose che mai avrei sognato di raggiungere nella mia carriera”.

 

Sempre esuberante in campo, caricandosi con quel “pome! da lei reso celebre e che inequivocabilmente la identifica, la “Pocket Rocket” della WTA ricorda quel successo come “il più grande momento della mia carriera e della mia vita”, ma hanno contato anche di più il percorso e la lotta per arrivarci, a partire dalla vittoria del torneo di Linz (nella penultima settimana di tornei prima delle Finals) per arrivare alla sensazione di sentirsi parte del gruppo delle otto migliori giocatrici del mondo. “Mi sono detta ‘questo è il motivo per cui gioco a tennis da tutta una vita’”.

È stato a quel punto che ha cominciato a lavorare all’autobiografia che punta a pubblicare anche in inglese. “Il libro non è stato scritto da una giornalista ma da una scrittrice di romanzi” chiarisce, “così non è solo per appassionati di tennis, ma per donne e uomini che hanno dovuto sopportare sforzi e sacrifici”. Anche attrice nel film su Na Li, Dominika ha da tempo investito in un’accademia di tennis e in un ristorante nella sua città natale, gettando le basi per la sua nuova vita dopo quella spesa a dare tutto sui campi.

Continua a leggere
Commenti

Personaggi

Anisimova, la prossima Amanda

“I paragoni con Sharapova mi gratificano, ma sarei già molto contenta se riuscissi a interpretare la miglior versione di me stessa”

Pubblicato

il

Amanda Anisimova - Roland Garros 2019 (foto via Twitter, @rolandgarros)

Amandina è pronta a tornare, come quasi tutte le sue colleghe, peraltro. Ma la biondissima russa da Freehold, New Jersey, attira di più, molto di più, di molte di loro, è un fatto. Talento eufemisticamente precoce, Amanda era una superstar in pectore già ad anni tre, quando, messale una racchetta in mano, il padre Konstantin si avvide della notevole predisposizione al tennis della figlioletta, e decise di percorrere in direzione sud duemila chilometri sulla I-95 per trasferire la dimora della famiglia a Miami, là dove si trovano i più qualificati campionifici della Confederazione.

Premesse buone, risultati pure, almeno per ora, sembra di poter affermare. Finalista al French Open per ragazze nel 2017 e pochi mesi dopo campionessa a New York sempre tra le under, ad Amanda il temutissimo passaggio al professionismo ha fatto il solletico: a sedici anni, Indian Wells edizione 2018, prima vittoria su una top ten di non trascurabile pedigree come Petra Kvitova. L’anno dopo, quarto turno a Melbourne, primo titolo nel circuito grosso a Bogotà e addirittura semifinale a Parigi – prima ragazza nata nel nuovo secolo a finire tra le prime quattro in uno Slam – con scalpo della detentrice Halep nei quarti di finale. Come logica conseguenza, la classifica ha risposto di lì a poco gratificandola con la ventunesima piazza mondiale, tutt’ora best ranking per l’ambiziosissima ragazzina prodigio.

Com’è noto, in periodi di vita piuttosto brevi una stella precoce accumula una serie di esperienze, gioie e rimpianti che una persona ordinaria mette insieme in una vita. Così, assaggiati molto presto celebrità e successo, Anisimova ha già dovuto conoscere il dramma della morte, che la scorsa estate ha portato via il suo papà-coach Konstantin, colpito da un attacco cardiaco. Un trauma così profondo forse non merita che se ne descrivano le conseguenze sull’attività lavorativa, figuriamoci se il lavoro è uno sport, eppure ci tocca anche questo: ovviamente saltato lo US Open 2019 e ripresentatasi solo a Wuhan, Amanda non ha più ritrovato il passo, riuscendo fino al momento del lockdown a vincere più di un match solo in tre tornei, l’ultima volta a Doha. C’è da pensare che lo stop forzato, con ranking congelato, non le sia dispiaciuto: per pensare a difendere la semifinale di Parigi c’è ancora un po’ di tempo.

 

Un saliscendi emozionale, sportivo e umano, che tocca quasi solo ai prescelti, e Amanda è prescelta da quando ha imparato a camminare senza aiuti terzi. Diva, quello lo è diventata poco dopo, dal preciso momento in cui molti l’hanno insignita del prestigioso e temuto titolo di erede di Maria Sharapova. Indubbiamente bionda, sicuramente talentuosa e molto probabilmente provvista della giusta mentalità, l’attuale ventotto WTA il paragone potrebbe reggerlo, eppure lo schiva: certo non per timore. “Masha è stata una giocatrice unica, ha ottenuto risultati pazzeschi ed esserle paragonata è un onore immenso. Il mio obiettivo sarebbe però quello di essere me stessa e di mantenere le promesse, rispettare le aspettative che in molti e da molto tempo ripongono su di me“. Decisa, la ragazzina.

L’impatto mediatico dell’erede, se non ancora paragonabile a quello avuto dalla diva Maria, è comunque conseguente allo strombazzamento generale. Qualche settimana fa, Amanda, già da tempo super testimonial per azienducce quali Nike e Gatorade, ha firmato un accordo pluriennale con la Therabody di Los Angeles, brand guida del più moderno benessere tecnologico e delle terapie a percussione, che ormai da tempo si prende cura dei muscoli dei più influenti esponenti del jetset hollywoodiano. Un’esposizione globale che gonfia il portafoglio ma che può far perdere di vista il focus, se non addirittura far tremare le gambe. “Serve un livello di maturità superiore rispetto a quello normalmente richiesto a una ragazza della mia età” ha dichiarato, sicurissima, Amanda. “Occorre capire chi sei, cosa stai facendo e soprattutto dividere i due ambiti lavorativi, quello commerciale e quello sportivo, per non finire travolti“. Una lucidità non scontata, mi si perdoni la considerazione. “Quando giochi a tennis a determinati livelli sei in ogni caso costretto a crescere molto in fretta, quindi o maturi, o maturi, altrimenti conviene cambiare mestiere“.

E a lavorare per davvero si tornerà presto, lo si dica sottovoce, per non stimolare ulteriori inghippi indigesti. Per Amanda è quasi finito il tempo dei blandi allenamenti ai trentasette gradi di South Beach e delle prolungate sessioni di pet therapy domestica in compagnia del cane Miley. “Sono pronta, ogni giorno guardo il calendario e vedo che manca sempre meno tempo alla resa dei conti, ai due Slam in meno di un mese. Mi preoccupa l’assenza del pubblico, perché finora il pubblico è stato parte integrante del gioco, ma con tutto quello che mi e ci è capitato, il solo fatto di tornare a giocare rappresenta uno stimolo più che sufficiente“.

Salvo cataclismi o mattane ancora possibili, dopotutto Amanda non ha ancora compiuto diciannove anni, si ha il sospetto che la guida della prossima generazione potrebbe essere proprio lei. E forse i tempi d’attesa non saranno così lunghi.

Continua a leggere

Opinioni

Il tennis va modernizzato? Ultimate Tennis Showdown e nuovi merletti (seconda parte)

La traduzione del saggio di Matthew Willis su ‘The Racquet’ ci introduce al concetto di accessibilità di uno sport. Il difetto del tennis è la sua scarsa visibilità fra le sottoculture giovanili: l’accesso ai nuovi fan deve essere più semplice

Pubblicato

il

Questo articolo, traduzione di un longform scritto da Matthew Willis su ‘The Racquet’, è la prosecuzione della prima parte pubblicata qualche giorno fa: la potete leggere qui. Oggi vi introduciamo – o meglio, Matthew Willis vi introduce – al concetto di accessibilità di uno sport e tiriamo le conclusioni.


Opzione 2: accessibilità

Anche se non penso che il tennis verrà presto confinato agli ospizi americani come fa Mouratoglou, sono però convinto che come sport sia diventato eccessivamente rigido in termini di accessibilità per i nuovi appassionati, sia culturalmente che tecnologicamente. A mio parere, questo è un problema separato dalle modifiche del format, un problema più evidente e pressante.

Quando si parla di fan, lo sport ha due caratteristiche: ampiezza (la facilità nello scoprire un dato sport e nell’appassionarcisi) e profondità (la profondità dell’interesse, della passione e dell’interazione che vengono sviluppate una volta scoperto lo sport). Storicamente, il tennis è sia ampio che profondo, ampio per il suo appeal internazionale (i suoi eventi principali si svolgono in vari continenti, molti canali televisivi trasmettono gli Slam gratuitamente o a basso prezzo, e i suoi migliori giocatori sono volti che trascendono il gioco) e profondo (per il tempo che i tifosi più appassionati hanno sacrificato volontariamente per superare le sue barriere precostituite, come il sistema di punteggio complesso e le differenza fra superfici e stili di gioco).  

 

Il tennis non ha problemi a mantenere la propria profondità (anzi, oggi il gioco potrebbe essere arrivato al massimo livello in questo senso, vista la passione e competenza che si possono vedere nelle varie comunità online e nei tornei), ma negli ultimi due decenni ha indubbiamente perso in ampiezza nei confronti dei più giovani, a dispetto della compresenza di alcune delle star con più appeal commerciale di sempre, come i Big Three o le Williams.

Punti d’accesso

(Questo è un semplice grafico che ci aiuta a pensare all’interesse dei fan e alla scoperta di nuovi sport. Più uno sport è ampio, più è accessibile per nuovi fan, e più punti d’accesso ci saranno per loro da cui “entrare”. Più uno sport è profondo, più i fan sono appassionati e competenti, più interagiscono, e più continueranno a seguirlo).

(NB: so che il calcio e il tennis sono distanti anni luce in tanti modi, e questo rende il paragone complesso e ingiusto per il tennis. Allo stesso tempo, però, il calcio è un ottimo esempio di uno sport ampio e profondo, e quindi torna utile in questo contesto).

In uno sport ampio come il calcio, ci sono tantissimi punti d’accesso per i fan: una enorme sottocultura legata al gaming (che ha reso il calcio anche più profondo), una grande diversità culturale e partecipazione a livello giovanile (per entrambi i sessi), e un abbondante output su social media come YouTube, Twitch e TikTok.

Di contro, il tennis soffre da anni per un calo di partecipazione (generale e giovanile) in molte regioni di rilievo, con l’eccezione della Cina. Nel Regno Unito, nonostante la presenza di Andy Murray, la partecipazione è a livelli inferiori a quelli del badminton, cosa che non sorprende se pensiamo che durante il picco di Murray (2006-2016) non è stato costruito neanche un campo indoor in Scozia, nonostante la cifra da Paperon de’ Paperoni che la LTA riceve annualmente da Wimbledon. Di conseguenza, lo sport è ancora visto come costoso, elitista e piuttosto bianco. La sua visibilità fra le sottoculture giovanili è probabilmente più scarsa oggi rispetto a qualche anno fa. In particolare, il tennis non ha una gaming culture da almeno un decennio. La natura cronicamente frammentaria e individualistica del gioco, dettata primariamente da avida miopia, ha ucciso nella culla franchise amati dal pubblico come VirtuaTennis e Topsin attorno al 2010/2011, proprio quando il gaming stava diventando mainstream – il gioco non si è ancora ripreso da quella botta, e arranca dietro a quasi tutti gli altri sport maggiori in questo senso.

Queste le parole del CEO di Big Ant Studios, un’azienda di video-game sportivi, sulla nascita e l’impatto di FIFA:

Molto è attribuibile al messaggio forte della FIFA, che nessuno conosceva nel 1994 a meno che non fosse davvero appassionato di calcio. I diritti per il gioco furono concessi gratuitamente. FIFA (l’associazione calcistica, ndr) non chiese nulla e Ea Sports inizialmente perché intravidero un opportunità di marketing per arrivare al cuore dei giovani tifosi. Vai avanti di 20 anni e ti accorgi che ha funzionato a meraviglia, al punto che la gente che non sa più cos’è la FIFA e crede sia solo un videogame“.

Spoiler alert: il tennis non ha subito ceduto gratuitamente i diritti sul gaming, apparentemente a causa delle pretese dei giocatori e degli agenti, perdendo così terreno in termini di rilevanza culturale. Per farsi un’idea di ciò che manca al tennis, questo è l’impatto che ha avuto FIFA su un mercato a cui non importava dello sport prima che FIFA esistesse:

Un sondaggio di ESPN del 2014 ha trovato che il 34% degli americani è diventato un tifoso di calcio dopo essersi appassionato al videogame, e metà degli americani sostiene che il gioco abbia accresciuto l’interesse per lo sport. Una volta i ragazzini si appassionavano al calcio con le figurine Panini, oggi attraverso un videogioco“.

Le ultime righe spiegano molto. 30-40 anni fa, calcio e tennis avevano punti d’accesso analogici, e molto più semplici, ma da lì in avanti le loro strade si sono separate, con il calcio a investire tempo e risorse a lungo termine nel gaming, cosa che il tennis non è riuscito a fare. Non credo si possa dire che FIFA e un videogioco tennistico avrebbero lo stesso impatto, ma il fatto che il tennis non abbia neanche un posto al tavolo del gaming è uno dei motivi per cui l’accessibilità al gioco si è ridotta. Le ramificazioni del fenomeno si ripercuoteranno profondamente e a lungo, data l’enormità degli e-sports, che sono in continua crescita, e avranno per forza di cose un impatto sulla partecipazione e sulla consapevolezza del tennis fra i fan più giovani (senza considerare il fatto che il tennis non è nella posizione di tentare di aggiungersi affannosamente al gigantesco trend del gaming).

(Aggiungo, su una nota personale, che Mario Tennis per Game Boy Colour e Gamecube, Virtua Tennis per Dreamcast, e Topspin per l’Xbox hanno contribuito ad accrescere la mia passione per il tennis. Oggi non esiste un gioco di tennis di simile popolarità, un vuoto che verrà inevitabilmente scontato).

Visualizzazioni

Una volta che un fan trova un punto d’accesso per iniziare a seguire un dato sport, la missione principale dovrebbe essere di facilitare al massimo la sua possibilità di guardare e interagire con lo sport stesso. Visti i problemi legati alla partecipazione e al gaming, ci sarebbe da supporre che il tennis sia estremamente focalizzato sul rendersi facile da guardare – sicuramente non un obiettivo complesso da raggiungere. Sfortunatamente, però, non solo i biglietti tendono ad avere prezzi proibitivi per un giovane fan, ma le opzioni per vederlo da casa (streaming e TV) lo mettono di fronte a una pessima esperienza a causa della frammentazione, un errore imperdonabile (di cui ha parlato anche Andrea Gaudenzi, ndr): la WTA è su Tennis Channel e altri canali, l’ATP è su Tennis TV e altri, Eurosport trasmette alcuni Slam, Wimbledon è sulla BBC, e poi ci sono sottoscrizioni a canali nazionali, Amazon Prime, Tennis Channel International in rampa di lancio, e così via.  

Per una copertura omnicomprensiva, tanti appassionati sono costretti a spendere un patrimonio per una seriedi servizi che spesso si sovrappongono. Non solo questo, ma spesso le sottoscrizioni sono pacchetti da ‘tutto-o-niente’, nel senso che, se a un giovane fan interessasse guardare un torneo, c’è una buona probabilità che sarebbe comunque costretto a un oneroso abbonamento mensile. Le due strategie, prezzi dei biglietti e complessità delle piattaforme, sono dei grandi ostacoli per i nuovi fan, anche se spero che l’arrivo di Amazon possa semplificare le cose in futuro.  

La situazione è ancora peggiore per i nuovi fan che vogliono guardare qualche highlights per testare le acque del tennis. In questo caso, l’arcaico accordo sui diritti fa sì che molti match storici e highlights vengano immediatamente rimossi da YouTube per problemi di copyright, mentre altre associazioni sportive, come la NBA, pur chiedendo soldi hanno consentito per anni che video simili venissero pubblicati grazie al Content ID di Google. Gli Slam in particolare, i quattro gioielli della corona del branding tennistico, sembrano poter condividere solo video di 2-3 minuti di partite che magari sono durate cinque ore. Esiste anche un blocco per chiunque cerchi di aggiungere commenti o analisi alle clip tennistiche caricate su Twitch, il sito di live streaming che può contare su una delle basi di utenti più giovani e coinvolte, responsabili per la recente crescita della F1 e degli scacchi. Come si può intuire, questi fattori rendono arduo l’accesso per qualunque nuovo fan, che invece si vedrebbe srotolato il tappeto rosso da altri sport.

(Nota a parte: sto scrivendo un altro articolo sull’argomento, ma da molto tempo mi chiedo come mai ATP/WTA/ITF non forniscano un’educazione su come usare i media ai giocatori di bassa classifica. È semplicissimo trasmettere degli allenamenti live (e forse anche delle partite, al netto dei diritti) su Twitch o YouTube. Se abbastanza giocatori lo facessero, inevitabilmente emergerebbero delle nuove star dalle retrovie, coinvolgendo una legione di nuovi fan sulle piattaforme più giovanili. Il canale di YouTube di Tsitsipas è un buon esempio, anche se i suoi video richiedono grossi tempi di produzione che quasi tutti gli altri giocatori non hanno. La possibilità per i giocatori di diventare i padroni della propria narrativa, soprattutto in merito al modo e alla frequenza con cui sono visti dal pubblico, è un tema di particolare rilevanza nel tennis, uno sport di vedute notoriamente ristrette quando si parla di accesso ai top players per i media).

Per il tennis è diventato necessario facilitare la visione, soprattutto in un periodo in cui le abitudini dei consumatori sono già cambiate molto, e continueranno a farlo. Vent’anni fa, lo zapping consentiva di scoprirlo casualmente (ho incontrato innumerevoli fan che sono capitati per caso su Federer-Nadal a Miami 2004, o altri casi simili, mentre cambiavano canale, e sono rimasti immediatamente folgorati). Questo fenomeno non esiste più oggi, visto che lo streaming richiede più proattività nella visione rispetto al passato. È possibile quantificare l’impatto di questo problema sulla prossima generazione di fan? E come si può riguadagnare il terreno perduto? Sarà essenziale ripensare il prezzo e la complessità delle piattaforme legate al tennis. Oltre a un’unificazione dello streaming (o quantomeno una minore frammentazione), dovrà essere introdotta la possibilità di acquistare di un match singolo, o anche di un set singolo (per esempio, “il giocatore Tal dei Tali sta giocando un equilibratissimo quinto set, acquista per 50 centesimi”), l’abbonamento ai match di uno specifico giocatore, pass per tornei o superfici specifiche, sconti NextGen, ecc – fondamentalmente qualunque cosa possa servire per facilitare l’accesso.

Abbiamo imparato la lezione?

Lo stop legato alla pandemia ha rivelato una scomoda verità per molti sport, tennis incluso, mostrando quali discipline possano far leva su una moltitudine di aree di interazione con i fan e quali no. I promossi includono la F1, che ha portato a casa più di un milione di spettatori per i suoi Virtual Grand Prix e guadagnato nuova esposizione con lo streaming e con Twitch, risultati ancora una volta facilitati da un videogame ben fatto quale F1 2019. Grandi risultati anche per il calcio, grazie a FIFA, ai suoi eventi legati agli e-sports, e grazie alla sua immarcescibile presenza nello zeitgeist culturale. Bene anche gli scacchi, che hanno avuto grande impatto su Twitch e hanno attratto orde di nuovi fan su LivestreamFails – Chess.com ha previsto che un decennio di crescita verrà condensato negli ultimi tre mesi, principalmente grazie ai format più rapidi.

Se si mettessero gli scacchi nel grafico ampiezza profondità, il cambiamento somiglierebbe all’immagine di cui sotto, soprattutto grazie a Twitch, al format Blitz Chess, e a Hikaru e Alexandra Botez, i principali responsabili dell’ampliamento:

Su una simile nota, il mondo del golf sarebbe rimasto in silenzio durante la pandemia, se non per il format non tradizionale del match di beneficenza Woods/Manning vs Mickleson/Brady, che ha permesso l’incontro fra due sport maggiori (golf e football) grazie a una piccola modifica regolamentare che ha uniformato i livelli dei contendenti – un altro punto a favore della sperimentazione con i format.

E poi c’è il tennis, un grande sconfitto degli ultimi mesi, senza mezzi termini. È stato fatto un coraggioso tentativo di organizzare un evento virtuale a Madrid, che però è solo servito a ricordare quanto il tennis sia lontano da molti altri sport per quanto riguarda il gaming.

(Contestualizzando, il GP virtuale del Bahrain ha avuto un picco di 396.000 spettatori su Twitch, più altre centinaia di migliaia su Facebook e YouTube e milioni in TV, mentre il Virtual Madrid Open ha toccato “vette” di 19.000 spettatori su Facebook, e la maggior parte dell’interazione aveva per argomento il livello scadente di TennisWorldTour, sia dal punto di vista grafico che della giocabilità).

Il tennis ha anche provato con dei tabelloni virtuali, che da quello che ho visto hanno funzionato bene, mentre gli utenti di Tennis TV hanno avuto libero accesso al servizio durante lo stop del tour – un’ottima mossa. Ciononostante, è stato un po’ triste assistere allo stallo di interazione e crescita di uno sport meraviglioso mentre altri, più bravi ad adattarsi ancorché altrettanto antichi, sono riusciti a sfruttare l’occasione.

Cauto e proattivo ottimismo

Il tennis, come mostrato nella prima metà del saggio, gode ancora di ottima salute. È uno sport globale di enorme successo con legioni di fan appassionati e competenti. È uno spettacolo affascinante e profondo, e sta ancora attraendo giovani fan, anche se a volte sembra auto-sabotarsi in questo senso. Va però detto che, alle spalle delle eccellenti notizie sulla salute del gioco, si annidano dei problemi inesorabili che necessitano di soluzioni proattive. Se da un lato la sperimentazione con diversi format è quasi certamente una buona idea, soprattutto se si pensa a quanto sarebbe importante per il tennis appropriarsi internamente del prossimo trend che ne stimolerà una crescita, dall’altro continuo a chiedermi se il dibattito sulla modernizzazione del tennis non si stia focalizzando troppo sulla questione meno significativa. Mi azzarderò a dire che uno sport di successo diventa “giovane” quando crea un vasto (e culturalmente vario) imbuto per consentire a nuovi fan di accedervi, piuttosto che snaturandosi per rendersi più digeribile per una ristretta finestra d’attenzione.      

Quasi certamente il tennis ha molta più flessibilità anagrafica ed economica di quanto sostenuto da Mouratoglou, ma questo non significa che il senso generale delle sue affermazioni sia sbagliato, o che la flessibilità del gioco non abbia dei limiti. La mia speranza è che chiunque legga questo saggio pensi alla necessità che il tennis ha di iniziare ad avere conversazioni più consapevoli sui molti aspetti in cui questi splendido gioco sta rimanendo, ed è rimasto, indietro.

E una volta fatto questo, spero che ci si metta al lavoro. Come disse una volta Bjorn Borg, criptico e scontato allo stesso tempo, “the ball is round, the game is long”. Almeno dalla prospettiva di questo giocatore e tifoso ossessivo, sarebbe bello se questo specifico gioco continuasse il più a lungo possibile.

Continua a leggere

Racconti

Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Il decimo leader è Jim Courier, che si alternerà con Stefan Edberg nel 1992

Pubblicato

il

Preceduto in quanto a fama da tre connazionali evidentemente più appetibili sotto il profilo dell’immagine, è invece Jim Courier lo statunitense capace di raccogliere l’eredità di Connors e McEnroe in vetta al ranking mondiale. I capelli rossi nascosti dall’immancabile berrettino da baseball – sport dal quale sembra aver modellato il caratteristico movimento del rovescio bimane – e la polsiera alta sopra la mano destra, quella che impugna la racchetta nel dritto come una preistorica clava, sono i tratti caratteristici di questo ventunenne di Dade City, Florida, che il 10 febbraio 1992 diventa il decimo leader della classifica ATP, quella che in un certo qual modo regola il tennis maschile da quasi un ventennio.

Campione all’Australian Open, torneo nel quale non ha dovuto affrontare nemmeno un top 30 fino alla finale poi vinta a spese del n°1 Edberg, Courier sorpassa lo svedese nella prima settimana di febbraio grazie alla partecipazione al torneo di San Francisco. In California Courier raggiunge la finale, dove viene fermato dal connazionale Chang nel quarto episodio di una sfida che ne conterà ben 24 in un equilibrio perfetto (12-12). Nonostante il KO, Jim sale sul trono perché nel frattempo il re in carica (Stefan Edberg) non ha giocato se non in Coppa Davis e quindi non ha potuto accumulare punti.

Come abbiamo già potuto verificare nelle puntate precedenti e sconfessando il credo di Tayllerand poi ripreso in tempi più recenti da Giulio Andreotti, il potere (del primato, in questo caso) logora chi ce l’ha e nemmeno Courier può sottrarsi a questa sorta di legge non scritta. Nelle quattro settimane in cui scende in campo con la corona sulla testa, Jim colleziona altrettante sconfitte, le prime due delle quali pur avendo avuto a disposizione tre match-points ciascuna. Succede nella meravigliosa finale dell’ultima edizione del torneo di Bruxelles contro Becker (6-7 2-6 7-6 7-6 7-5) e nei quarti a Stoccarda contro Ivanisevic (3-6 7-6 7-6) prima di dover affrontare le consistenti cambiali in scadenza nel Double Sunshine di Indian Wells e Miami. 

 

Chiamato a dover confermare il doppio titolo conquistato l’anno precedente, Courier si ferma al secondo turno in California – sconfitto dal russo Chesnokov – e in semifinale in Florida, dove a batterlo è di nuovo Chang che il giorno dopo regolerà anche l’argentino Alberto Mancini ereditando proprio da Courier la titolarità contemporanea dei primi due Super 9 della stagione. Di Chang, che avrà al massimo una classifica mondiale da n°2 raggiunta peraltro molti anni dopo l’unico slam vinto in carriera, non parleremo direttamente in questa rubrica nonostante rimanga uno dei tennisti più influenti degli anni Novanta (e anche oltre, per certi aspetti). Tuttora più giovane vincitore di un Major (quando vinse al Roland Garros nel 1989 aveva 17 anni e tre mesi), nel biennio 1995/96 disputerà altre tre finali Slam oltre a quella delle ATP Finals e chiuderà la carriera con 34 titoli, di cui appunto uno Slam e ben sette Masters 1000, tutti sul duro americano.

Chiusa la doverosa parentesi riservata a Chang, il “cinesino” di fatto riconsegna la leadership mondiale a Stefan Edberg. Il 23 marzo, ancora incredulo per la clamorosa sconfitta patita a Key Biscayne per mano del 289esimo giocatore del mondo, tal Robbie Weiss, lo scandinavo difende i colori della propria nazione contro l’Australia in Coppa Davis da primo della classe e regola Fromberg e Masur ma la settimana dopo in Giappone perde in semifinale da Krajicek e torna al secondo posto. Perché nel frattempo Courier, dopo essersi leccato le ferite, infila quattro titoli consecutivi tra il cemento orientale e la terra europea e consolida il primato riconquistato.

Nella doppietta Tokyo-Hong Kong, Jim trova la maniera di vendicarsi due volte di Chang mentre sia a Roma che al Roland Garros la sua superiorità non è praticamente messa in discussione da nessuno. Al Foro Italico l’unico ad impensierirlo è l’argentino Miniussi nei quarti mentre per confermarsi campione a Parigi, Courier lascia un set a Ivanisevic ma in semifinale domina Agassi 6-3 6-2 6-2 e in finale l’estro di Petr Korda lo impensierisce solo nel primo parziale (7-5 6-2 6-1).

Ricca di appuntamenti, l’estate del 1992 porta carbone al n°1 del mondo. A Wimbledon, Courier perde al terzo turno contro il n°193 del ranking Andrei Olhovskiy, un russo che qualche mese prima era stato eliminato al primo turno del Challenger al Parioli di Roma da Francisco Montana ma sull’erba londinese riesce a far valere le sue doti da doppista. Un altro tennista classificato oltre la centesima posizione (157) si impone su Courier sulla terra di Kitzbuhel: si tratta dell’uruguaiano Diego Perez che, vincendo 3-6 7-6 6-2 marchia il regno del rosso con il primato negativo di unico n°1 della storia ad aver perso due incontri consecutivi con un avversario fuori dalle prime cento posizioni della classifica mondiale. I guai però continuano e a Barcellona, dove si svolge il torneo olimpico, desta sorpresa l’eliminazione di Courier per mano dello svizzero “Pippo” Rosset, che però legittimerà la bontà del suo risultato mettendosi al collo nientemeno che la medaglia d’oro. 

Nemmeno il ritorno sul duro fa ritrovare a Jim la vittoria; a Cincinnati David Wheaton ottiene la sua seconda vittoria in carriera sul n°1 e lo estromette al secondo turno mentre a Indianapolis le cose vanno meglio ma in finale Pete Sampras mette le mani sul titolo con un doppio 6-4. Alla vigilia degli US Open non ci sono avvisaglie che Edberg possa tornare in vetta al ranking, perché l’estate americana dello svedese non è certo stata delle più brillanti. Invece, lottando come un leone, Stefan supera tre turni terribili al quinto set contro Krajicek, Lendl e Chang e in finale si trova Sampras, in serie positiva da 16 partite e fresco della vittoria su Courier. Sono di fronte i campioni delle due edizioni precedenti del torneo e Pete viene dato per favorito, anche in virtù dello sforzo fisico che Edberg ha dovuto sostenere per arrivare fino a quel punto.

Invece lo svedese stupisce un po’ tutti e centra il suo sesto e ultimo Slam della carriera vincendo in quattro set e tornando numero 1 mondiale. Le ultime tre settimane da re, Edberg le trascorre giocando (e perdendo) un solo incontro, in Coppa Davis contro Agassi. Il terzo e ultimo leader mondiale svedese chiude il suo bilancio di 72 settimane complessive al vertice con un record personale di 94 incontri vinti e 19 persi nel corso di 24 tornei, nella metà dei quali è riuscito ad arrivare in finale per poi vincerne otto.

Il 5 ottobre Courier è di nuovo n°1 del ranking ma, tanto per cambiare, non riuscirà a vincere alcun torneo prima che la stagione si chiuda. Il principale oppositore è Boris Becker, tornato su ottimi livelli di rendimento dopo un periodo non particolarmente positivo. Il tedesco è scivolato fino alla nona posizione ma la vittoria a Basilea gli ha ridato fiducia e il finale di 1992 è tutto suo, a scapito del n°1 che se lo trova di fronte sia nei quarti a Parigi Bercy che nella finale del Masters a Francoforte. Nella rassegna dei maestri, Courier perde nel round robin da Ivanisevic ma la sofferta vittoria in tre set su Krajicek e quella successiva su Chang gli garantiscono un posto in semifinale, dove si impone in due tie-break su Pete Sampras. Dal canto suo Becker, che nel girone aveva perso con Sampras, batte al tie-break del terzo set Ivanisevic e controlla la finale conquistando l’ATP World Tour Championship per la seconda volta in carriera.

Esausto dopo una stagione vissuta intensamente, Jim Courier dichiara ai giornalisti presenti a Francoforte che andrebbe volentieri in vacanza ma ad attenderlo c’è ancora la finale di Coppa Davis contro la Svizzera, in programma a Fort Worth il primo week-end di dicembre. In apparenza non dovrebbe esserci partita ma Tom Gorman non si fida dei rossocrociati e punta nuovamente sul trentatreenne John McEnroe per affiancare Sampras in doppio e schierare Agassi e Courier in singolare. La scelta si rivela azzeccata; chiusa la prima giornata sulla situazione di 1-1 (con Jim sconfitto al quinto da Rosset), gli americani si trovano sotto 0-2 nel doppio ma reagiscono e portano a casa un punto determinante. Perché il giorno dopo Courier è più rilassato e chiude la pratica in quattro set con Hlasek mettendo le mani sulla trentesima insalatiera d’argento della storia statunitense.

Finalmente Jim può andare in vacanza e ricaricare la batteria in vista di un 1993 che lo vedrà ancora grande protagonista insieme a un connazionale destinato, con le sue imprese, a cambiare la storia del gioco. Ma di questo parleremo tra una settimana.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DODICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS76 62 67 67 57BRUXELLESS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN63 67 67STOCCARDA INDOORS
1992COURIER, JIMCHESNOKOV, ANDREI46 57INDIAN WELLSH
1992COURIER, JIMCHANG, MICHAEL26 46MIAMIH
1992EDBERG, STEFANKRAJICEK, RICHARD36 57TOKYOH
1992COURIER, JIMOLHOVSKIY, ANDREI46 64 46 46WIMBLEDONG
1992COURIER, JIMPEREZ, DIEGO63 67 26KITZBUHELC
1992COURIER, JIMROSSET, MARC46 26 16OLIMPIADI BARCELONAC
1992COURIER, JIMWHEATON, DAVID57 67CINCINNATIH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE46 46INDIANAPOLISH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE16 63 26 26US OPENH
1992EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 36 67 36DAVIS CUPC
1992COURIER, JIMHOLM, HENRIK46 36STOCCOLMAS
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS67 36PARIGI BERCYS
1992COURIER, JIMKRAJICEK, RICHARD64 46 57ANVERSAS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN36 36MASTERS S
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS46 36 57MASTERS S
1992COURIER, JIMROSSET, MARC36 76 63 46 46DAVIS CUPS
  1. Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
  2. Uno contro tutti: Connors
  3. Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
  4. Uno contro tutti: Bjorn Borg
  5. Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
  6. Uno contro tutti: Lendl
  7. Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Uno contro tutti: Mats Wilander
  10. Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement