Finali Davis: perché le scelte di Barazzutti non mi hanno convinto

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Finali Davis: perché le scelte di Barazzutti non mi hanno convinto

Non avrei spremuto fino all’osso un Matteo Berrettini già provato a dismisura da un grandissimo finale di stagione. Il capitano non doveva, dopo i tre durissimi set persi con Shapovalov, metterlo in campo anche nel doppio contro il Canada. Non si invochi la sfortuna. Sono i dettagli a fare la differenza

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Corrado Barazzutti - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corine Dubrueil / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Può forse consolare il fatto che il Canada, primo team giustiziere degli azzurri, sia andato oltre la vittoria nel proprio girone e abbia battuto anche l’Australia che, orfana dell’infortunato Kyrgios, ha conquistato soltanto il punto di De Minaur a spese di Shapovalov, ma ha subito le sconfitte di Millman con il sempre più sorprendente, nonché triplice vincitore di tre singolari Pospisil (che mi viene sempre fatto di chiamare Prinosil per assonanza… farmaceutica), e nel doppio. E certo non sarà questa eliminazione al primo turno della nuova e discussa Davis, con il terzo posto su tre squadre, a far dimenticare che questo 2019 resta un anno di grandissime soddisfazioni per il tennis italiano. Quali siano state le conoscono ormai tutti, perché le abbiamo celebrate in tutti i modi possibili e immaginabili.

Il tennis non è il calcio, gli appassionati di tennis non corrispondono esattamente a quelli che seguono il calcio nelle curve, anche se ci sono sempre più tifosi dell’uno e dell’altro sport. E anche i giornalisti che seguono il tennis non si muovono e scrivono con gli stessi toni, e principi, di quelli che seguono prevalentemente il calcio. Nel calcio l’allenatore della nazionale che fosse favorita per affermarsi nel proprio girone e arrivasse ultima, verrebbe massacrato dalla critica sempre e comunque, sebbene tutti sappiano che sono i giocatori e non gli allenatori a scendere in campo, a realizzare prestazioni negative (come positive).

Quando si perde nel calcio per i tifosi e i media l’allenatore ha quasi sempre sbagliato formazione, ha lasciato in panchina i migliori, ha sbagliato le sostituzioni, non si è reso conto che il tal giocatore non era in forma, non ha indovinato la tattica e, con il senno di poi, chiunque avrebbe fatto meglio. Nel tennis siamo tutti un tantino più discreti, educati, rispettosi e civili, anche se poi un titolo giornalistico è un titolo, deve sempre forzare un pochino la mano per stimolare la lettura dei lettori… più pigri.

Dopo tutta questa lunga premessa, devo però per prima cosa ricordare quello che ha detto Nadal a proposito delle difficoltà che hanno anche le squadre più forti nell’affermarsi come tali. “I due set su tre, il doppio che rappresenta un punto che vale il 33% dei tre punti per i quali si lotta e non più il solo 20% della vecchia Davis, fanno sì che basti pochissimo per spostare l’ago della bilancia da una parte o dall’altra”. Le ho volute ricordare perché quando il filo su cui si regge l’equilibrio è così sottile, basta anche un piccolo, piccolissimo dettaglio trascurato a trasformare una possibile vittoria in una bruciante sconfitta.

Arrivo solo adesso a dire che non ho per nulla approvato – e fin dall’inizio e non con il senno di poi, perché ad alcuni amici colleghi l’ho detto subito – la scelta di Corrado Barazzutti di schierare Berrettini in doppio contro il Canada nella prima giornata di Davis dopo che Matteo aveva appena perso in tre set durissimi (sotto tutti i profili) con Shapovalov. Quella con Shapovalov era stata una bellissima partita, persa sul filo di lana dopo un grande, grandissimo dispendio di energie fisiche e mentali. Fognini e Bolelli hanno vinto uno Slam contro tali Herbert/Mahut in una finale australiana, sono amici e fortemente affiatati e anche se Bolelli non ha avuto recentemente troppe occasioni di mettersi in mostra, beh non ha certo disimparato a giocare il doppio, né si è dimenticato tutte le esperienze che ha avuto in Davis e nei tornei ad alti livelli.

Vero che il miglior Berrettini oggi come oggi dovrebbe poter garantire prestazioni di livello superiore rispetto a Bolelli, ma tutti sapevano – e avrebbe dovuto saperlo anche Barazzutti – che quello di questi ultimi tempi non è e non poteva essere il miglior Berrettini. Inoltre, se anche fosse stato comunque considerato un tantino più affidabile di Bolelli, Barazzutti sapeva bene che avrebbe avuto bisogno di un Berrettini riposato il giusto per affrontare gli Stati Uniti. Invece ha schierato Matteo anche in doppio. E anche quel match non è stato né facile né corto né riposante, non è finito presto… (seppur non così tardi come quello conclusosi alle 04:30 del mattino) e contro l’amico Fritz, buon giocatore ma non un fenomeno, si è visto subito che quello in campo non era il miglior Berrettini, a dispetto di qualche bella cannonata di dritto, di diverse battuta sui 130 km l’ora e vari ace.

Dalla fine del secondo set in poi si è visto tutti che contro Fritz Matteo era in apnea, che faticava tremendamente a mantenere il pallino del gioco contro un tennista come l’americano che, soprattutto di dritto, faceva fatica a tenere i ritmi alti. Non era facile, sullo 0-2, tenere fuori dal doppio un n.8 del mondo, anche se decisamente più singolarista che doppista come Berrettini – che peraltro di doppi con Fognini non aveva davvero grandi esperienze – però l’allenatore è lì apposta per vedere quel che l’appassionato non può vedere, c’è apposta per rendersi conto delle situazioni, per accorgersi – magari insieme ad un medico che testi le condizioni di chi sta per scendere in campo – se un giocatore è in grado di sopportare fisicamente ma anche mentalmente un certo tipo di sforzi.

Il coraggio, diceva il Manzoni nei Promessi Sposi riferendosi a Don Abbondio, “se uno non ce l’ha non se lo può dare”, e io proprio per questo ho sempre apprezzato particolarmente chi avesse quelle doti di personalità che consentissero di fare anche scelte difficili. Ad esempio ho sempre molto apprezzato chi avesse il coraggio di contraddire anche le classifiche ATP sia nel momento di provvedere alle selezioni dei giocatori che nel momento di mandarli in campo.

Corrado Barazzutti e Fabio Fognini – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

Devo dire al proposito che Adriano Panatta è stato un grande capitano di Davis proprio perché ha spesso preso anche dei rischi, come quando – è solo il primo esempio che mi viene in mente, ma ce ne sono diversi altri, se voleste li cercherò… oppure ricordatemeli anche voi lettori più agéeripescò Camporese dalla naftalina per battere nel 1997 la Spagna di Moya a Pesaro, ben sapendo che tutti gli italiani meglio classificati di Omar secondo lui non avevano chance di farcela mentre Omar avrebbe potuto indovinare una giornata: e lui la indovinò rimontando due set di handicap e vincendo al quinto (6-7 6-7 6-1 6-3 6-3) contro il finalista dell’Australian Open di pochi mesi prima e che sarebbero diventato campione del Roland Garros l’anno dopo.

Selezionare e mettere in campo il miglior classificato lo sanno fare un po’ tutti. Scegliere a seconda delle circostanze, delle situazioni che possono verificarsi nel corso di un match e che richiedono speciali contromisure, è meno facile. Oltretutto buttando in campo un già stanco Berrettini al fianco di Fognini c’era – insieme al rischio di logorarne la resistenza – anche il rischio di sfiduciare Bolelli, convocato in nazionale giustappunto per giocare i doppi e consentire ai singolaristi di godere un meritato riposo fra un incontro e l’altro.

Come sempre quando si discutono le scelte degli allenatori mancano le controprove. Di sicuro Berrettini ha finito il suo secondo singolare contro Fritz, e la sua terza partita consecutiva al terzo set, che era alla canna del gas. E se l’Italia avesse strappato la qualificazione ai quarti, di nuovo al Berrettini singolarista Barazzutti avrebbe dovuto rivolgersi. Quella sì che era una scelta praticamente obbligata, non quella del doppio. E dopo i quarti ci potevano essere le semifinali… e la finale! Non aveva detto proprio Barazzutti che questa squadra era fortissima – concetto ribadito anche dopo l’eliminazione – e che con un po’ di fortuna questo team avrebbe potuto addirittura vincere anche questa Coppa Davis?

Purtroppo, mentre ci sta tutto di poter perdere un doppio contro due super specialisti quali Sock e Querrey, il punto determinante che ci avrebbe potuto (dovuto?) dare la vittoria, dopo che Fognini aveva fatto più del suo dovere vendicando la sconfitta dell’US Open con Opelka, era quello di Berrettini contro Fritz che, ribadisco, non è un mediocre giocatore come testimonia il suo ranking di n.32 del mondo, ma era un avversario da battere se si nutrivano ambizioni importanti quali quelle espresse.

Ho letto sul sito che le dichiarazioni del capitano azzurro post match con gli Stati Uniti si sono appuntate principalmente sui difetti del nuovo formato, sull’inaccettabile ora tarda cui si sono conclusi i match (verissimo, intollerabile anche se non era semplice in sette giorni allestire tutti quei match che dovevano essere giocati in tre soli stadi – ce ne sarebbero voluti quattro – ma l’ora tarda c’è stata per tutti, non solo per gli azzurri). E poi anche sul mancato rispetto nei confronti dei giocatori costretti a giocare a quelle ore da thè e croissant (ma, ripeto, valeva per tutti i giocatori, non solo i nostri che non possono pretendere di essere trattati diversamente dagli altri), sulla sfortuna in diversi episodi delle partite perse.

Fra le varie lamentele e giustificazioni, sottolineando un po’ demagogicamente che “Berrettini e Fognini si sarebbero meritati di più per il loro impegno” – e l’aspetto demagogico sta nel fatto che anche gli avversari si sono impegnati al massimo, perché mai loro avrebbero dovuto meritare di meno? -, Barazzutti ha segnalato anche i ritiri nei doppi di Canada e Australia che hanno falsato – o potevano falsare – la corsa alle qualificazioni per quelle squadre che sconfitte già una volta miravano ad essere fra le due seconde migliori squadre dei sei gironi.

Sono pienamente d’accordo con Corrado – e l’ho scritto subito – che quella regola è assurda, sbagliata, ingiusta e va modificata, tant’è che ho proposto al comitato organizzatore – se dovesse permanere il concetto dei gironi all’italiana che si presterà sempre a situazioni equivoche come ai Masters di fine stagione che hanno sempre procurato discussioni a non finire e anche diversi match farlocchi (vedi mio articolo al riguardo di qualche giorno fa) – di considerare le vittorie a tavolino per il ritiro di un avversario come vittorie per 7-6 6-7 7-6, cioè con il minor vantaggio possibile (un game e non dodici con due set in più come il 6-0 6-0) per chi goda di un forfait altrui. Ciò detto però, va anche precisato ad evitare equivoci, che le due squadre che si sarebbero avvalse di quella regola assurda sono state Stati Uniti e Belgio che sono state però entrambe eliminate. La giustizia a volte discende dal cielo. Quella regola sbagliata – sia anch’esso chiaro – non ha inciso minimamente sull’eliminazione dell’Italia. Quindi chiunque vi si riferisse direbbe cose pretestuose.

Ecco, qui Barazzutti mi ha ricordato i Conte, i Mazzarri, i tanti allenatori di calcio che si soffermano sempre – soprattutto nei dopo partita delle partite perse o meno felici – sulla sfortuna, sugli episodi infausti che a loro dire hanno determinato il risultato (senza loro colpe, ovviamente). Ma quando si perdono due partite su due, quattro incontri su sei, come è successo qui a Madrid, imputare il tutto alla sfortuna, alle carenze organizzative, non può convincere del tutto. Si sono persi quattro incontri, non uno o due. Li ricordo: due singolari contro il Canada e due giocatori peggio classificati (Pospisil 150, Shapovalov 15), un singolare contro gli Stati Uniti (con un giocatore, Fritz, 24 posti più giù nel ranking ATP). A ben vedere forse solo nel doppio l’esito ha rispettato il pronostico.

A volte si gioca bene, a volte meno bene, a volte si vince, a volte si perde se gli avversari sono stati più bravi dei nostri. Ma i nostri bisogna cercare di metterli nelle migliori condizioni possibili perché, sia singolarmente sia come team, possano dare il meglio di se stessi. Secondo il mio modesto e opinabilissimo parere non è stato fatto.

 

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Le finali di Coppa Davis 2021 si giocheranno a Torino?

La scelta più logica è il Pala Alpitour, che già ospiterà le ATP Finals. Un sondaggio ‘ufficioso’ per le date di fine novembre: Torino può fare bis. Vienna o Londra?

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Madrid, Finali Coppa Davis 2019 (foto via Twitter, @DavisCupFinals)

Le voci attorno alle nuove proposte di Kosmos Tennis, che ha suggerito dei piccoli cambiamenti per le finali 2021 di Coppa Davis, hanno chiaramente stuzzicato la fantasia dei tifosi italiani nel momento in cui è emersa l’ipotesi che alcuni match possano disputarsi all’ombra della Mole, a Torino, che è già certa di ospitare la prima di cinque edizioni delle ATP Finals (14-21 novembre).

Come vi abbiamo già raccontato, il board ITF ha approvato l’estensione della finestra di disputa delle finali di Coppa Davis a 11 giorni – già a partire da quest’anno, si giocherà dal 25 novembre al 5 dicembre – e la riduzione del numero di squadre da 18 a 16, che sarà però effettiva dall’edizione 2022. L’ipotesi di affiancare due nuove sedi (saranno chiaramente città europee) a quella di Madrid ha sicuramente un suo senso, in virtù delle difficoltà logistiche emerse durante la prima edizione del 2019 (nel 2020 le finali non si sono giocate a causa della pandemia). La proposta verrà però discussa nei prossimi mesi e una decisione verrà presa dal board a marzo.

Non c’è dunque nulla di ufficiale e molto dipenderà dalla solidità delle candidature che perverranno al board, oltre che dall’evoluzione della pandemia – per quanto a marzo, è chiaro, sarà comunque difficile prevedere la situazione di fine novembre.

 

LE CHANCE DI TORINO

Se però si parla con una certa insistenza di questo formato ‘multi-city’, e il direttore del torneo Albert Costa ha confermato la consistenza della proposta elencando i vantaggi di una manifestazione divisa in tre città (‘il seguito sarebbe il più ampio possibile‘, citiamo), è logico dedurre che sia già più di una ipotesi. Così come più di una ipotesi sembra essere l’approdo della Davis a Torino.

Ne aveva scritto per primo Stefano Semeraro su ‘La Stampa‘, a margine della conferenza di presentazione delle ATP Finals 2021 del 15 gennaio, collegando l’ipotesi del matrimonio Torino-Davis a una dichiarazione di Binaghi, che aveva lasciato intendere di poter fare un altro grande annuncio nel giro di pochi giorni. L’idea di spacchettare le finali di Davis è stata confermata dall’ITF quattro giorni dopo e adesso ci si interroga sulle reali chance di Torino.

La Gazzetta dello Sport ha dato per certo il fatto che la FIT abbia già presentato la candidatura (dagli ambienti federali nessuna conferma, per ora), sul Tennisitaliano si legge che oltre a Torino c’è la certezza anche per Vienna – a configurare un triangolo austro-italo-spagnolo. Di sicuro a Torino il clima è quello che circonda i vincitori, specie dopo l’abbuffata di sponsor che si sono precipitati a sostenere le ATP Finals e potrebbero decidere di fare lo stesso con la Davis – magari con un investimento un po’ più contenuto, esistendo una certa differenza di appeal tra i due tornei. La certezza della presenza italiana in campo però, certezza che non esiste per quanto riguarda le Finals, potrebbe ridurre questo scarto.

Chiaramente l’ipotesi più logica per ospitare la manifestazione rimane il Pala Alpitour, capienza 18.500 spettatori, che farà da cornice al torneo dei Maestri. Ambienti vicini allo staff gestionale dell’impianto torinese confermano che è stata ufficiosamente sondata la disponibilità del Pala Alpitour per fine novembre-inizio dicembre, e sebbene la buona riuscita dell’operazione dipenda dalla FIT e dalla consistenza della suddetta candidatura, è una prospettiva da ritenersi assolutamente possibile – se non addirittura probabile, come si spingono a dire in Piemonte.

Insomma, le basi per un succoso bis torinese – che è anche un poker italiano, se consideriamo che Roma ospita gli Internazionali e Milano dovrebbe tornare teatro delle Next Gen Finals, pokerissimo se il WTA di Palermo rimane in sella – ci sono tutte.

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Finali di Coppa Davis: Kosmos propone sedi multiple, tra cui anche Torino

Meno squadre, più giorni e più città tra le idee per migliorare la fase finale della manifestazione

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Kosmos Tennis, il partner dell’ITF per quanto riguarda la Coppa Davis, ha avanzato una serie di proposte per migliorare le Finali della manifestazione dopo aver scrupolosamente analizzato l’evento inaugurale – e finora unico – disputato a Madrid al termine della stagione 2019. È la stessa Federazione Internazionale a confermare che alcune proposte sono già state accolte, mentre altre sono in fase di discussione.

Oltre alla riduzione delle squadre da 18 a 16 per il 2022, è già stato approvato l’allungamento a 11 giorni della manifestazione che quest’anno si terrà dal 25 novembre al 5 dicembre, a partire quindi dal giovedì successivo alla conclusione delle ATP Finals di Torino. Ricordiamo che l’edizione 2019 si è disputata alla Caja Mágica dal 18 al 24 novembre – collocazione che aveva provocato qualche perplessità per l’allungamento del calendario. È invece in discussione la proposta di disputare le Finali in tre sedi diversi già da quest’anno. Lo scopo, si legge nel comunicato, è di “migliorare la programmazione dei giocatori e l’esperienza degli appassionati, nonché di portare la competizione a un pubblico più ampio”. Evidentemente, la scrupolosa analisi ha evidenziato come solo i tie con protagonista la nazione ospitante avessero le tribune affollate da un numero di spettatori consono al nome dell’evento. Anche la parte in cui alcuni incontri sono finiti piuttosto tardi pure per gli standard spagnoli non deve essere sfuggito all’occhio attento degli esperti di Kosmos. Ecco allora l’ipotesi di accostare a Madrid – originariamente designata per il 2019 e il 2020 – altre due città, ognuna delle quali ospiterebbe due gironi e un quarto di finale. Alla capitale spagnola si giocherebbero così i restanti due gironi e gli altri due quarti, oltre che le semifinali e la finale.

Kris Dent, direttore esecutivo senior dell’ITF, ha detto che “nonostante il successo, era chiaro che le Finali 2019 avrebbero tratto giovamento da qualche modifica del gioco e del formato. Dopo la delusione per aver dovuto cancellare l’edizione 2020, ci concentriamo per offrire il miglior evento possibile nel 2021”. Quanto la cancellazione delle Finals dello scorso novembre (più precisamente, la riprogrammazione a fine 2021) sia stata una delusione e quanto un’opportunità, è già stato discusso.

 

Nel frattempo, Kosmos Tennis ha già lanciato la gara per arrivare a selezionare un lista ristretta di città europee che potranno potenzialmente unirsi a Madrid per ospitare le prossime Finali. La decisione definitiva sarà presa entro marzo e terrà conto delle proposte, anche rispetto alle condizioni legate al Covid-19, avanzate dalle città candidate. Riproponendo quelle che avrebbero dovuto essere le Finali 2020, la composizione dei gruppi è nota da una decina di mesi, con l’Italia che tenterà di emergere dal girone con Usa e Colombia.

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Coppa Davis

No, non è vero che le finali di Coppa Davis sono state cancellate a causa del coronavirus

Secondo l’Equipe (e in realtà un po’ secondo tutti) è stata una questione di soldi: nel 2019 l’evento aveva perso tra 35 e 50 milioni. E la scusa del virus ha consentito di… risparmiare. L’accusa di Mahut e Piqué

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Il bacio di Rafael Nadal a Feliciano Lopez - Davis Cup Finals 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Questa cancellazione è una via d’uscita più economica“, si legge in un pezzo pubblicato da L’Equipe sull’annullamento (o rinvio al 2021 che dir si voglia) delle finali di Coppa Davis 2020 previste per questo novembre a Madrid. La frase riportata dall’articolo del quotidiano francese è stata pronunciata da una fonte interna a una grande federazione, la cui identità non è specificata, e non nasconde una verità già intuita da qualcuno: la pandemia da coronavirus potrebbe essere stata solo la scusa ideale per cancellare un evento che prometteva di perdere altri soldi.

Diciamo ‘altri’, perché secondo l’Equipe il bilancio dell’edizione 2019, la prima disputata con il nuovo formato introdotto dalla rivoluzione del gruppo Kosmos, è stato in rosso di almeno 35 milioni e più probabilmente di oltre 50. Con queste premesse, e considerando che lo scorso anno l’organizzazione ha scucito oltre 15 milioni in premi per i giocatori e circa 8 a beneficio delle federazioni, sembra abbastanza verosimile che Kosmos abbia deciso di cogliere la palla al balzo per non riproporre un format in perdita. Si aggiunga che quest’anno le finali si sarebbero disputate molto probabilmente senza pubblico, o comunque con ingressi assai contingentati, a ridurre ulteriormente gli incassi alla voce ticketing (non che lo scorso anno gli spalti fossero pieni, partite della Spagna a parte).

Insomma, Kosmos ha pensato bene di risparmiare almeno i 15 milioni di montepremi mentre non è chiaro se il contributo alle federazioni dovrà essere ugualmente corrisposto (l’Equipe parla addirittura di una cifra vicina ai 20 milioni).

 

Sembra invece piuttosto chiaro ed evidente l’alone di grottesco che attornia il confronto tra il Mutua Madrid Open, in programma a partire dal 13 settembre, e le finali di Davis che si sarebbero dovuti disputare nello stesso impianto, la Caja Magica, due mesi più tardi. Per reintegrare in calendario il combined di Madrid – lo ricordiamo, inizialmente gli organizzatori avevano dato appuntamento al 2021 salvo poi cambiare idea – il CEO Gérard Tsobanian e il proprietario del torneo Ion Tiriac hanno fatto i salti mortali, reclamando assieme agli Internazionali d’Italia la creazione di un mini-swing autunnale sulla terra battuta, mentre la Coppa Davis non è mai stata all’ordine del giorno delle riunioni che si sono svolte per via telematica in questi mesi.

Gerard Piqué, fondatore e presidente del gruppo Kosmos, aveva già espresso incertezze sulla disputa delle finali nel pieno della pandemia. Il vice-presidente di Tennis Canada, Louis Borfiga – che peraltro è di origini francesi; verosimilmente è lui la fonte de l’Equipe su tutta la linea – ha detto in un’intervista al quotidiano francese che lo sforzo del gruppo Kosmos (che in questo progetto ha promesso di immettere circa 2,5 miliardi nell’arco di 25 anni, lo ricordiamo) è andato in direzione perfettamente contraria. Ho l’impressione che Piqué abbia fatto il possibile per evitare che la Coppa Davis si disputasse quest’anno. I leader di Kosmos hanno addotto motivazioni sanitarie e spero che sia davvero così, perché non potremmo dire nulla in proposito. Ma quando ho letto il comunicato ufficiale sono rimasto molto sorpreso da una cosa: Piqué ha parlato per primo, seguito poi dal presidente dell’ITF David Haggerty“. Il quale ha detto che è stata una decisione difficile da prendere, ma sarebbe stato troppo difficile garantire la sicurezza e la salute in un evento internazionale di questa portata. Come se lo US Open e il Roland Garros, ufficialmente in calendario, fossero rispettivamente un torneo di rubamazzo tra ragazzini del Queens e una partita a dadi tra pensionati di Auteuil.

Con il solito intuito per queste faccende, anche Nicolas Mahut ha annusato il trend e ha dichiarato di avere l’impressione che nessuno, in seno all’organizzazione dell’evento, fosse particolarmente impegnato a cercare delle soluzioni. “Il messaggio che stanno trasmettendo mi sembra questo: ‘se sarà troppo complicato giocare a Madrid, cancelleremo l’evento per risparmiare un po’ di soldi’. Vorrei che mettessero più energie nel tentativo di salvare la Coppa Davis da loro creata, la stessa che hanno utilizzato per distruggere la formula che era in piedi da oltre cento anni“.

Un secolo e un paio di decenni in cui la Coppa Davis è sempre stata assegnata tranne che in dodici occasioni: nel 1901, nel 1910 e poi altre dieci volte a causa delle guerre mondiali. Il 2020 sarà dunque la tredicesima stagione a non vedere una nazionale sollevare l’insalatiera; l’ultima volta era accaduto nel 1945, come nel caso di Wimbledon. L’economia di Madrid perderà circa 50 milioni generati dall’indotto dell’evento, anche se quest’anno la cifra sarebbe stata probabilmente inferiore senza i (o con meno) tifosi, e la Spagna di Nadal rimarrà per due anni la nazionale campione in carica di un evento rivoluzionato perché non morisse… e ora ugualmente in pericolo di vita. Nonostante i quasi 3 miliardi.

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