Finali Davis: perché le scelte di Barazzutti non mi hanno convinto

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Finali Davis: perché le scelte di Barazzutti non mi hanno convinto

Non avrei spremuto fino all’osso un Matteo Berrettini già provato a dismisura da un grandissimo finale di stagione. Il capitano non doveva, dopo i tre durissimi set persi con Shapovalov, metterlo in campo anche nel doppio contro il Canada. Non si invochi la sfortuna. Sono i dettagli a fare la differenza

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Corrado Barazzutti - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corine Dubrueil / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Può forse consolare il fatto che il Canada, primo team giustiziere degli azzurri, sia andato oltre la vittoria nel proprio girone e abbia battuto anche l’Australia che, orfana dell’infortunato Kyrgios, ha conquistato soltanto il punto di De Minaur a spese di Shapovalov, ma ha subito le sconfitte di Millman con il sempre più sorprendente, nonché triplice vincitore di tre singolari Pospisil (che mi viene sempre fatto di chiamare Prinosil per assonanza… farmaceutica), e nel doppio. E certo non sarà questa eliminazione al primo turno della nuova e discussa Davis, con il terzo posto su tre squadre, a far dimenticare che questo 2019 resta un anno di grandissime soddisfazioni per il tennis italiano. Quali siano state le conoscono ormai tutti, perché le abbiamo celebrate in tutti i modi possibili e immaginabili.

Il tennis non è il calcio, gli appassionati di tennis non corrispondono esattamente a quelli che seguono il calcio nelle curve, anche se ci sono sempre più tifosi dell’uno e dell’altro sport. E anche i giornalisti che seguono il tennis non si muovono e scrivono con gli stessi toni, e principi, di quelli che seguono prevalentemente il calcio. Nel calcio l’allenatore della nazionale che fosse favorita per affermarsi nel proprio girone e arrivasse ultima, verrebbe massacrato dalla critica sempre e comunque, sebbene tutti sappiano che sono i giocatori e non gli allenatori a scendere in campo, a realizzare prestazioni negative (come positive).

Quando si perde nel calcio per i tifosi e i media l’allenatore ha quasi sempre sbagliato formazione, ha lasciato in panchina i migliori, ha sbagliato le sostituzioni, non si è reso conto che il tal giocatore non era in forma, non ha indovinato la tattica e, con il senno di poi, chiunque avrebbe fatto meglio. Nel tennis siamo tutti un tantino più discreti, educati, rispettosi e civili, anche se poi un titolo giornalistico è un titolo, deve sempre forzare un pochino la mano per stimolare la lettura dei lettori… più pigri.

Dopo tutta questa lunga premessa, devo però per prima cosa ricordare quello che ha detto Nadal a proposito delle difficoltà che hanno anche le squadre più forti nell’affermarsi come tali. “I due set su tre, il doppio che rappresenta un punto che vale il 33% dei tre punti per i quali si lotta e non più il solo 20% della vecchia Davis, fanno sì che basti pochissimo per spostare l’ago della bilancia da una parte o dall’altra”. Le ho volute ricordare perché quando il filo su cui si regge l’equilibrio è così sottile, basta anche un piccolo, piccolissimo dettaglio trascurato a trasformare una possibile vittoria in una bruciante sconfitta.

Arrivo solo adesso a dire che non ho per nulla approvato – e fin dall’inizio e non con il senno di poi, perché ad alcuni amici colleghi l’ho detto subito – la scelta di Corrado Barazzutti di schierare Berrettini in doppio contro il Canada nella prima giornata di Davis dopo che Matteo aveva appena perso in tre set durissimi (sotto tutti i profili) con Shapovalov. Quella con Shapovalov era stata una bellissima partita, persa sul filo di lana dopo un grande, grandissimo dispendio di energie fisiche e mentali. Fognini e Bolelli hanno vinto uno Slam contro tali Herbert/Mahut in una finale australiana, sono amici e fortemente affiatati e anche se Bolelli non ha avuto recentemente troppe occasioni di mettersi in mostra, beh non ha certo disimparato a giocare il doppio, né si è dimenticato tutte le esperienze che ha avuto in Davis e nei tornei ad alti livelli.

Vero che il miglior Berrettini oggi come oggi dovrebbe poter garantire prestazioni di livello superiore rispetto a Bolelli, ma tutti sapevano – e avrebbe dovuto saperlo anche Barazzutti – che quello di questi ultimi tempi non è e non poteva essere il miglior Berrettini. Inoltre, se anche fosse stato comunque considerato un tantino più affidabile di Bolelli, Barazzutti sapeva bene che avrebbe avuto bisogno di un Berrettini riposato il giusto per affrontare gli Stati Uniti. Invece ha schierato Matteo anche in doppio. E anche quel match non è stato né facile né corto né riposante, non è finito presto… (seppur non così tardi come quello conclusosi alle 04:30 del mattino) e contro l’amico Fritz, buon giocatore ma non un fenomeno, si è visto subito che quello in campo non era il miglior Berrettini, a dispetto di qualche bella cannonata di dritto, di diverse battuta sui 130 km l’ora e vari ace.

Dalla fine del secondo set in poi si è visto tutti che contro Fritz Matteo era in apnea, che faticava tremendamente a mantenere il pallino del gioco contro un tennista come l’americano che, soprattutto di dritto, faceva fatica a tenere i ritmi alti. Non era facile, sullo 0-2, tenere fuori dal doppio un n.8 del mondo, anche se decisamente più singolarista che doppista come Berrettini – che peraltro di doppi con Fognini non aveva davvero grandi esperienze – però l’allenatore è lì apposta per vedere quel che l’appassionato non può vedere, c’è apposta per rendersi conto delle situazioni, per accorgersi – magari insieme ad un medico che testi le condizioni di chi sta per scendere in campo – se un giocatore è in grado di sopportare fisicamente ma anche mentalmente un certo tipo di sforzi.

Il coraggio, diceva il Manzoni nei Promessi Sposi riferendosi a Don Abbondio, “se uno non ce l’ha non se lo può dare”, e io proprio per questo ho sempre apprezzato particolarmente chi avesse quelle doti di personalità che consentissero di fare anche scelte difficili. Ad esempio ho sempre molto apprezzato chi avesse il coraggio di contraddire anche le classifiche ATP sia nel momento di provvedere alle selezioni dei giocatori che nel momento di mandarli in campo.

Corrado Barazzutti e Fabio Fognini – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)

Devo dire al proposito che Adriano Panatta è stato un grande capitano di Davis proprio perché ha spesso preso anche dei rischi, come quando – è solo il primo esempio che mi viene in mente, ma ce ne sono diversi altri, se voleste li cercherò… oppure ricordatemeli anche voi lettori più agéeripescò Camporese dalla naftalina per battere nel 1997 la Spagna di Moya a Pesaro, ben sapendo che tutti gli italiani meglio classificati di Omar secondo lui non avevano chance di farcela mentre Omar avrebbe potuto indovinare una giornata: e lui la indovinò rimontando due set di handicap e vincendo al quinto (6-7 6-7 6-1 6-3 6-3) contro il finalista dell’Australian Open di pochi mesi prima e che sarebbero diventato campione del Roland Garros l’anno dopo.

Selezionare e mettere in campo il miglior classificato lo sanno fare un po’ tutti. Scegliere a seconda delle circostanze, delle situazioni che possono verificarsi nel corso di un match e che richiedono speciali contromisure, è meno facile. Oltretutto buttando in campo un già stanco Berrettini al fianco di Fognini c’era – insieme al rischio di logorarne la resistenza – anche il rischio di sfiduciare Bolelli, convocato in nazionale giustappunto per giocare i doppi e consentire ai singolaristi di godere un meritato riposo fra un incontro e l’altro.

Come sempre quando si discutono le scelte degli allenatori mancano le controprove. Di sicuro Berrettini ha finito il suo secondo singolare contro Fritz, e la sua terza partita consecutiva al terzo set, che era alla canna del gas. E se l’Italia avesse strappato la qualificazione ai quarti, di nuovo al Berrettini singolarista Barazzutti avrebbe dovuto rivolgersi. Quella sì che era una scelta praticamente obbligata, non quella del doppio. E dopo i quarti ci potevano essere le semifinali… e la finale! Non aveva detto proprio Barazzutti che questa squadra era fortissima – concetto ribadito anche dopo l’eliminazione – e che con un po’ di fortuna questo team avrebbe potuto addirittura vincere anche questa Coppa Davis?

Purtroppo, mentre ci sta tutto di poter perdere un doppio contro due super specialisti quali Sock e Querrey, il punto determinante che ci avrebbe potuto (dovuto?) dare la vittoria, dopo che Fognini aveva fatto più del suo dovere vendicando la sconfitta dell’US Open con Opelka, era quello di Berrettini contro Fritz che, ribadisco, non è un mediocre giocatore come testimonia il suo ranking di n.32 del mondo, ma era un avversario da battere se si nutrivano ambizioni importanti quali quelle espresse.

Ho letto sul sito che le dichiarazioni del capitano azzurro post match con gli Stati Uniti si sono appuntate principalmente sui difetti del nuovo formato, sull’inaccettabile ora tarda cui si sono conclusi i match (verissimo, intollerabile anche se non era semplice in sette giorni allestire tutti quei match che dovevano essere giocati in tre soli stadi – ce ne sarebbero voluti quattro – ma l’ora tarda c’è stata per tutti, non solo per gli azzurri). E poi anche sul mancato rispetto nei confronti dei giocatori costretti a giocare a quelle ore da thè e croissant (ma, ripeto, valeva per tutti i giocatori, non solo i nostri che non possono pretendere di essere trattati diversamente dagli altri), sulla sfortuna in diversi episodi delle partite perse.

Fra le varie lamentele e giustificazioni, sottolineando un po’ demagogicamente che “Berrettini e Fognini si sarebbero meritati di più per il loro impegno” – e l’aspetto demagogico sta nel fatto che anche gli avversari si sono impegnati al massimo, perché mai loro avrebbero dovuto meritare di meno? -, Barazzutti ha segnalato anche i ritiri nei doppi di Canada e Australia che hanno falsato – o potevano falsare – la corsa alle qualificazioni per quelle squadre che sconfitte già una volta miravano ad essere fra le due seconde migliori squadre dei sei gironi.

Sono pienamente d’accordo con Corrado – e l’ho scritto subito – che quella regola è assurda, sbagliata, ingiusta e va modificata, tant’è che ho proposto al comitato organizzatore – se dovesse permanere il concetto dei gironi all’italiana che si presterà sempre a situazioni equivoche come ai Masters di fine stagione che hanno sempre procurato discussioni a non finire e anche diversi match farlocchi (vedi mio articolo al riguardo di qualche giorno fa) – di considerare le vittorie a tavolino per il ritiro di un avversario come vittorie per 7-6 6-7 7-6, cioè con il minor vantaggio possibile (un game e non dodici con due set in più come il 6-0 6-0) per chi goda di un forfait altrui. Ciò detto però, va anche precisato ad evitare equivoci, che le due squadre che si sarebbero avvalse di quella regola assurda sono state Stati Uniti e Belgio che sono state però entrambe eliminate. La giustizia a volte discende dal cielo. Quella regola sbagliata – sia anch’esso chiaro – non ha inciso minimamente sull’eliminazione dell’Italia. Quindi chiunque vi si riferisse direbbe cose pretestuose.

Ecco, qui Barazzutti mi ha ricordato i Conte, i Mazzarri, i tanti allenatori di calcio che si soffermano sempre – soprattutto nei dopo partita delle partite perse o meno felici – sulla sfortuna, sugli episodi infausti che a loro dire hanno determinato il risultato (senza loro colpe, ovviamente). Ma quando si perdono due partite su due, quattro incontri su sei, come è successo qui a Madrid, imputare il tutto alla sfortuna, alle carenze organizzative, non può convincere del tutto. Si sono persi quattro incontri, non uno o due. Li ricordo: due singolari contro il Canada e due giocatori peggio classificati (Pospisil 150, Shapovalov 15), un singolare contro gli Stati Uniti (con un giocatore, Fritz, 24 posti più giù nel ranking ATP). A ben vedere forse solo nel doppio l’esito ha rispettato il pronostico.

A volte si gioca bene, a volte meno bene, a volte si vince, a volte si perde se gli avversari sono stati più bravi dei nostri. Ma i nostri bisogna cercare di metterli nelle migliori condizioni possibili perché, sia singolarmente sia come team, possano dare il meglio di se stessi. Secondo il mio modesto e opinabilissimo parere non è stato fatto.

 

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Preliminari Coppa Davis 2022: Slovacchia-Italia si gioca su cemento indoor a Bratislava

Scelta la sede e la superficie per lo spareggio del 4-5 marzo. Si gioca per raggiungere le Davis Cup Finals di novembre. C’è un precedente datato 2009

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Filippo Volandri e Jannik Sinner - Finali Coppa Davis 2021 (photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Il percorso in Coppa Davis della Nazionale italiana di Filippo Volandri partirà ufficialmente il prossimo venerdì 4 marzo. Berrettini, Sinner e compagni voleranno in Slovacchia per la sfida di playoff che mette in palio la qualificazione alle Davis Cup Finals by Rakuten del 2022. È stata annunciata la sede del confronto, ovvero la NTC Arena di Bratislava. La superficie dovrebbe essere cemento indoor, dunque abbastanza favorevole ai nostri primi due singolaristi – se confermeranno la loro presenza per il 4 e 5 marzo – Matteo Berrettini e Jannik Sinner. La Slovacchia ha infatti ospitato il Cile lo scorso settembre, giocando sempre alla NTC Arena e scegliendo il cemento come superficie. Il team guidato da Gombos e dal capitano Tibor Toth si impose 3-1, guadagnandosi la possibilità di giocare il turno preliminare nel World Group 2022.

C’è un precedente tra Italia e Slovacchia, squadra finalista della competizione nel 2005, sconfitta proprio a Bratislava contro la Croazia. Nel 2009 gli azzurri ospitarono sulla terra rossa di Cagliari la Slovacchia nel match di secondo turno del Gruppo I Europa-Africa e si imposero per 4-1. Vinsero in tre set Starace su Hrbaty (6-1 6-2 6-4) e in cinque set Fognini su Lacko (1-6 6-3 6-2 1-6 6-1). Il ligure, dopo la sconfitta nel doppio, chiuse la pratica superando Hrbaty 7-6 6-1 6-3 (arrotondò il punteggio Cipolla contro Lacko). L’Italia si qualificò così ai playoff di settembre per accedere al World Group, ma nulla poterono Seppi, Bolelli e Starace contro la Svizzera di Federer e Wawrinka, che vinse 3-2 a Genova.

Oltre un decennio più tardi le prospettive sono totalmente diverse per la nostra nazionale, che si presentava già alle Finals del 2021 tra le favorite, ma proverà ad arrivare in fondo nella competizione anche nel 2022, sperando di aggiungere alla squadra il numero italiano 1 Matteo Berrettini, fermato dall’infortunio all’addominale a novembre e assente alle Finali di Davis. Si dovrà passare dal preliminare, così come faranno altre 23 nazionali. Dieci di queste hanno ottenuto il posto vincendo lo spareggio per entrare nel World Group a settembre, mentre le altre 14 sono squadre che si sono qualificate tra il terzo e il 18esimo posto alle Davis Cup Finals ’21. Le prime due classificate, Russia e Croazia, sono già di diritto alle Finali 2022, così come le due wild card, assegnate a Serbia e Gran Bretagna.

 

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Binaghi: “Vogliamo candidarci per ospitare uno dei gironi della Coppa Davis 2022”

Il presidente FIT conferma l’interesse ma la scelta del luogo non è scontata: “L’avremmo voluta fare a Cagliari, ma ci chiedono un palazzetto da 8000 persone”

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Angelo Binaghi a Cagliari per Italia-Corea del Sud, Coppa Davis 2020 (foto Felice Calabrò)

A livello di risultati, la stagione 2021 è stata una delle più floride per la storia del tennis italiano, mentre dal punto di vista organizzativo è stata senza dubbio la più gloriosa di sempre. Negli ultimi dodici mesi, gli eventi di maggior prestigio ad essersi svolti nello stivale sono quelli che hanno concluso la stagione: le Nitto ATP Finals e un girone delle fasi finali della Davis Cup by Rakuten entrambi avvenuti al Pala Alpitour di Torino, oltre alle Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals all’Allianz Cloud di Milano. Al netto del caos biglietti, tutto si è svolto in maniera più che decorosa e tutto lascia sperare che da qui in avanti non si possa migliorare.

E mentre le Finals a Torino sono garantite fino al 2025, ora la Federtennis vuole confermare l’impegno anche nella competizione a squadre. Come già annunciato le settimane passate, infatti, dal prossimo anno la Davis si dovrebbe trasferire ad Abu Dhabi dai quarti di finale in poi, mantenendo tuttavia la forma a gironi per decretare le partecipanti della fase finale, anche se si passerà da sei gruppi da tre a quattro gironi da quattro nazionali. Ebbene, l’Italia vuole candidarsi per ospitare uno dei gironi come accaduto quest’anno.

“Come paese stiamo facendo un’offerta per avere per i prossimi cinque anni la fase finale di Coppa Davis“, ha detto Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis. “L’avremmo voluta fare a Cagliari ma ci chiedono un palazzetto da 8000 persone. Per capienza siamo alla posizione N.107 in Italia. Non la possiamo fare perché qui non c’è e a causa di questo la regione che più ha investito si vede scappare questa opportunità. Parteciperemo alla gara per la prima volta. Vorremmo ospitare i gironi a quattro squadre“. Queste le parole del numero 1 della FIT pronunciate durante la presentazione della giornata finale delle Cupra FIP Finals di padel a Cagliari. È scontato aggiungere che visto com’è andato quest’anno, la città di Torino con i 15.657 posti del PalaAlpitour sarebbe sicuramente la scelta più probabile.

 

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Coppa Davis 2021: RTF troppo forte, la sorpresa Gojo, Italia mezza delusione

Medvedev e Rublev non sbagliano un colpo. La Croazia in finale grazie al numero due, N.279 del ranking ATP. L’Italia fallisce l’appuntamento con le semifinali. Delusione Spagna. Organizzazione migliore rispetto al 2019, ma nel 2022 il format cambierà ancora

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Daniil Medvedev alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Manuel Queimadelos/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

La stagione tennistica 2021 si è chiusa come da tradizione con la finale di Coppa Davis. La vittoria è andata alla RTF, a certificare un anno davvero d’oro del movimento tennistico russo. Oltre alla Davis alla federazione russa sono finite l’ATP Cup, la Billie Jean King Cup e la Coppa Davis juniores. Insomma, nel 2021 non ce ne è stato per nessuno.

Nulla si può dire sul successo dei russi in quel di Madrid. Ampiamente pronosticato prima dell’inizio della manifestazione, Medvedev e Rublev non hanno sbagliato una partita (se si esclude la rimonta subìta da Andrey contro Feliciano Lopez, di 16 anni più anziano…), partendo semmai con il freno a mano tirato nelle prime sfide e poi carburando alla grande quando il torneo andava avanti. Se al vecchio format della Davis si imputava la colpa di non premiare per molteplici fattori la squadra in assoluto più forte, la nuova formula mai come quest’anno ha premiato davvero i migliori e il verdetto appare incontrovertibile.

Nessuno invece si sarebbe aspettato la Croazia finalista. Ma le incredibili performance di Borna Gojo unite all’affidabilità dei numeri uno in doppio, Mektic e Pavic, ha fatto sì che i tentennamenti di Marin Cilic venissero ampiamente compensati. Del resto con l’attuale formula il doppio pesa per il 33%: quando almeno un singolare lo porti a casa e puoi schierare i migliori al mondo nella specialità (oltretutto anche campioni olimpici), la vittoria finale è praticamente cosa fatta. Complimenti ai croati, oltretutto finalisti nel 2016 e campioni nel 2018, gran bella testimonianza di continuità.

 

Diciamo la verità, ci attendevamo molto dalla nostra nazionale. Le aspettative erano alte nonostante l’assenza di Berrettini (che ha pesato e non poco). Ma la mancanza di un doppio collaudato (visto anche l’indisponibilità di Bolelli convocato proprio al posto di Berrettini) e l’eccessiva tensione (probabilmente) accusata da Lorenzo Sonego hanno fatto sì che la nostra nazionale si fermasse ai quarti. Certo, così come nel 2019 ci ha fermato la poi finalista, allora il Canada, quest’anno la Croazia. Ma la super-performance di Gojo non può essere una attenuante per i nostri ragazzi. Se si vuole andare avanti nella manifestazione bisogna essere più forti di tutto e tutti e nonostante un anno più che positivo per il nostro movimento l’appuntamento con la Davis è stato fallito. In ogni caso i margini per i prossimi anni sono più che ampi, il futuro sembra dalla nostra parte. Non resta che pazientare.

Per il resto vanno sicuramente fatti i complimenti alla Germania, che nonostante l’assenza di Alexander Zverev si è guadagnata le semifinali, facendo fuori nel girone la Serbia di Nole Djokovic (poi ripescata come migliore seconda). Anche qui decisivo un doppio formato da specialisti, Tim Puez e Kevin Krawietz. Molto bene anche la Svezia dei fratelli Ymer. Vero che sono passati come migliori secondi nel girone forse meno valido del lotto da un punto di vista qualitativo, però fa piacere rivedere nel tennis che conta una nazionale che per anni ha dominato nella manifestazione. Vedremo se nelle prossime edizioni gli svedesi sapranno confermarsi.

Djokovic si è dimostrato troppo solo per portare la Serbia in finale, uno degli obiettivi che il numero 1 del mondo si era riproposto di raggiungere e che invece ha puntualmente fallito. Ma in una formula che prevede le sfide su tre incontri, se non hai una valida spalla e un buon doppio fai fatica anche se sei il migliore del mondo. Maluccio la Spagna detentrice del titolo. Certo hanno pesato non poco l’assenza di Nadal e la positività dell’ultimo momento al COVID di Alcaraz. Ma che sia stato Feliciano Lopez a 40 anni il trascinatore della squadra la dice lunga, e l’eliminazione nel Round Robin è stata più che meritata.

Complimenti al solito Kazakistan, che oramai da matricola è diventato una costante mina vagante della manifestazione. Ai quarti si è arreso alla Serbia di Djokovic, ma se l’è giocata fino all’ultima palla e per il movimento kazako non è cosa da poco. Con Bublik in campo per i prossimi anni, il Kazakistan potrebbe regalare altre piacevoli sorprese.

Se Ecuador e Colombia hanno fatto quello che potevano, grosse delusioni sono venute da Francia e Stati Uniti che rispetto alla loro storia passata hanno tradito le attese. La Gran Bretagna ha mancato le semifinali perdendo nei quarti con la Germania in una rivincita dei quarti del 2019 che allora aveva vinto. Potenzialmente i britannici erano più forti, piccola delusione.

Deludente anche l’Australia, sconfitta nettamente dalla Croazia e nella sostanza subito fuori dalla competizione. L’Ungheria ha fatto quello che poteva, vaso di coccio tra Australia e Croazia. Gli ungheresi hanno impegnato sia gli “aussie” che i croati poi futuri finalisti. Zombor Piros si è preso anche il lusso di battere Marin Cilic, di più era difficile aspettarsi.

Non giudicabile il Canada, troppo pesanti le assenze di Shapovalov e Auger-Aliassime, certo passare da finalisti a ultimi del lotto è davvero pesante. Non giudicabili nemmeno Cechia e Austria, arrivate alle Finals con minime aspettative e che hanno comunque onorato l’impegno.

Facciamo anche un rapido bilancio della nuova formula della Davis, che quest’anno rispetto all’edizione 2019 si è giocata su più giorni ma soprattutto ha diviso i Round Robin su tre sedi. Da questo punto di vista la mossa è stata sicuramente indovinata. È vero che non sono mancate le partite finite a tarda notte, ma si sono evitati gli scempi visti a Madrid e sicuramente tutta l’organizzazione ne ha giovato.

Va anche rimarcato che se l’obiettivo dell’ITF, al di là di quello economico, era far sì che la manifestazione fosse una specie di Coppa del mondo dove vince la squadra più forte, come detto all’inizio l’obiettivo è stato indovinato. Certo, il fattore campo è sempre stato un qualcosa di unico nel mondo tennistico per la Davis, ma probabilmente sia la vittoria della Spagna nel 2019 (anche se giocando in casa un piccolo vantaggio sicuramente c’era stato) sia quella della RTF quest’anno hanno premiato i team migliori, e i loro successi danno ancora più lustro alla manifestazione.

Come detto però la formula cambierà ancora. Si passerà a 4 gironi da 4 squadre, quindi le nazionali alle Finals passeranno da 18 a 16. Le prime due di ogni girone ai quarti che si giocheranno in un’altra sede (Abu Dhabi?), niente più calcoli cervellotici per scegliere le migliori seconde come nelle ultime due edizioni. Andrà meglio? Solo il tempo ce lo potrà dire. Per il resto ci sentiamo solo di rimarcare che nonostante tutto anche questa edizione della Davis ha riservato tante emozioni, tante piccole imprese da raccontare, tanti match combattuti, un’atmosfera sempre molto particolare e suggestiva. Si ricomincerà a marzo con i Qualifiers per le Finals 2022, l’Italia cercherà la qualificazione in Slovacchia (sulla carta impegno più che abbordabile). Nonostante tutto, lunga vita alla Davis!

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