2019, il tennis a febbraio: Kyrgios batte Nadal sulle ali della follia

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2019, il tennis a febbraio: Kyrgios batte Nadal sulle ali della follia

Ad Acapulco va in scena una delle partite dell’anno. Nick, sull’orlo del ritiro dopo mezz’ora, batte Rafa al termine di duecentodieci minuti di show e polemica. “È un grande campione ma da lui non devo imparare nulla”

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Kyrgios è pazzerello; è spettacolare; però è antisportivo; eppure è d’animo candido; ma è sprecone; ce l’avessi io il suo talento; è un campione; nondimeno è privo di zucca. E mi si scusi la punteggiatura claustrofobica, roba che Vincenzo Rabito in Terra Matta, ma non siamo nemmeno vicini all’arrivo. E ci mancherebbe altro, potremmo esaurire il numero di battute necessarie a questo articolo limitandoci a pescare dall’ampissimo recinto popolato dai fantasmagorici aggettivi che negli anni sono stati appiccicati alla schiena di crazy Nick.

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No need for a commentator when Nick’s on court😝 . #tennis #tennistv #atp #atptour #stnicholasday #kyrgios #nickkyrgios

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Affidatevi al dizionario che più vi piace, ma non dimenticate di accordarvi sull’unico attributo che paradossalmente – paradossalmente per l’ovvia natura dell’attributo medesimo – ha negli anni grossomodo unito tutti coloro che hanno avuto l’ardire di commentarne le gesta: divisivo. Kyrgios è divisivo. Lo si ama, lo si odia. Bianco o nero, Uomini e No. La zona grigia, tinta tipica delle varie forme di diplomazia, dalle parti di Canberra non è d’uso. Kyrgios separa chiunque, in apparenza persino i cosiddetti esperti, “gli addetti ai lavori”, quelli che ne capiscono, i quali si trincerano volentieri dietro a un guelfoghibellinismo di facciata lucrando notevoli dividendi professionali, poiché il soggetto è garanzia di ciccia costante utile a sfamare le fameliche rotative: sai che noia scrivere solo di Djokovic e Nadal? Ché poi di Nole e Rafa si scrive per forza, con tutto quello che hanno vinto, ma se non avessero vinto nulla su di loro si sarebbe sprecato ben poco inchiostro. Nick no, Nick è diverso, diciamo e dicono: anche se fosse centonovanta al mondo, di lui si scriverebbe lo stesso. Perché lui è Nick.

Dell’altro, quello appena citato, Rafa Nadal insomma, non fosse il fenomeno conclamato che è, si potrebbe dire che quasi quasi sia il negativo di Kyrgios. La costanza, carentissima nel variabile australiano, è merce sovrabbondante nel magazzino di Manacor, dove insieme a chili di pazienza, alle chele mancine, ai banana-shot e alla cattiveria agonistica c’è spazio per diciannove trofei dello Slam, quelli che Kyrgios, “se non mette la testa a posto”, con ogni probabilità non vincerà mai. Ai suoi seguaci, non pochi, poco importa: perché basta una settimana da Nick ogni tanto per rinfocolare l’amore.

Ad Acapulco, nel mese di febbraio, gli astri si mettono in ghingheri per l’occasione: Kyrgios arriva in Messico con appena due partite vinte in stagione, un’eliminazione al primo turno nel Major di casa e la poco edificante etichetta di numero settantadue al mondo, peggior classifica da quando, cinque anni prima, stupì il destino Nadal e il mondo centrando i quarti a Wimbledon da wild card diciannovenne e il primo accesso in carriera tra i primi cento giocatori della classifica.

Al primo turno trova Andreas Seppi, altro simbolo degli inquieti, forse, ma non è detto, dormiveglia di Kyrgios; l’inappuntabile professionista di Caldaro, quello che qualche tempo prima lo aveva rimontato cacciandolo da Melbourne. Stavolta Nick avanza in due, per prenotare il secondo turno atteso dai molti turisti affollanti quello che Fabio Fognini definì il resort più bello del mondo: ad aspettarlo c’è Rafa, manco a dirlo, ma l’esito della tenzone sembra presto scritto. Per il fenomeno da Manacor pochi problemi e primo set facile, sei-tre in trentacinque minuti con break nel sesto gioco e Kyrgios impotente. Stralunato, sballottato, incapace di trovare contromisure adeguate, egli si appella addirittura al trainer, mentre sembra in procinto di rendere l’anima.

Non riesco a giocare – dice al medico – ma provo ancora un paio di game”. Ne giocherà altri ventisei, e starà in campo per altre tre ore circa. Tra una mazzata di dritto e un servizio drop-shot con Nadal sempre più periferico in risposta, Kyrgios la rimette in sesto pur ostentando l’espressione facciale di chi non ne ha per molto. Si affanna, abusa degli attrezzi del mestiere, usa la racchetta a mo’ di stampella e soffre le pene dell’inferno senza l’ausilio della prima di servizio, ma annulla quattro palle break potenzialmente letali nel nono gioco e si produce in un tie break meraviglioso forzando al terzo l’ormai tesissima contesa.

La partita di tennis, appena un secondo turno in un torneo 500 di febbraio, sfuma i propri contorni espandendosi in rissa, solo metaforica perché Nadal è uomo dal carattere piuttosto mite. Kyrgios, uno spettacolo di per sé: tira vincenti da ogni posizione spostandosi il meno possibile, aizza i tifosi, si porta le mani alle orecchie reclamando ovazioni e ricevendo in cambio fischi e ululati da un pubblico sempre più pendente dalla parte del baleárico. Più volte sull’orlo del collasso, Nick cammina in equilibrio sul cornicione a lungo, salva cinque pericolosissime palle break in un sesto gioco da sedici punti e quindici minuti trascinando il carrozzone a un nuovo tie break, che è il perfetto epilogo di un dramma in feltro rispettabile. Con i nervi ormai in piena ribellione Rafacito si arrampica sul seitre, ha tre match point a disposizione, ma Kyrgios gli annulla i primi due con palla corta vincente e temeraria volée che colpisce il nastro prima e la riga poi, mentre il terzo se lo divora la leggenda tirando largo un rovescio lungo linea.

Pietrificato, Nadal commette doppio fallo e poco dopo spara lungo un altro rovescio, stavolta incrociato, consegnando la partita nelle mani dell’infervorato avversario. Seguiranno una stretta di mano ai limiti del protocollare e due conferenze che si faranno ricordare. Rafa Nadal, per molti anni epitetato Rafa Banal nelle sale stampa di mezzo mondo a causa, mettiamola così, dell’eccessiva misura con cui da sempre calibra le proprie esternazioni, rosica e si lascia andare. “Kyrgios ha fatto il suo show, giocato bene e oggi ha vinto. Non credo sia un cattivo ragazzo, ma dovrebbe portare più rispetto per il pubblico, l’avversario e soprattutto per sé stesso”. Kyrgios, che all’inizio aveva persino provato a essere galante – “Rafa è un campione incredibile, felice di averlo battuto” –, una volta reso edotto dai giornalisti non impiega molto a sbroccare: “Ciò che dice non mi interessa e non avrà alcuna influenza su di me”.

Nick Kyrgios, il tizio che dopo mezz’ora stava per ritirarsi, finirà per passare sul centrale dell’Abierto Mexicano ancora un bel po’ di tempo: batterà al tie break del terzo anche Stan Wawrinka e John Isner con menzione d’onore per il quarto con lo svizzero, legato a Nick da un rapporto burrascoso, perdonerete l’incauto eufemismo, originato dal famoso match di Montreal 2015, quando il ribelle di Canberra commentò a voce altina i trascorsi sessuali di Donna Vekic, all’epoca neo-fidanzata del vodese.

In finale, Kyrgios avrà la meglio su Sascha Zverev nell’incontro paradossalmente più facile della settimana, conquistando il quinto trofeo in carriera non prima di aver salutato da par suo i tifosi di Nadal. “Dove si sono cacciati? Avranno preso un volo per Indian Wells” riferisce ai giornalisti dopo l’ennesima maratona vinta sull’amico, lui sì, John Isner. Già, Indian Wells, il primo Mille stagionale che si sarebbe giocato di lì a dieci giorni e da cui Nick, ça va sans dire, sarebbe stato eliminato al primo turno, le sue gemme essendo destinate a essere rare per statuto e forse per questo ancora più attraenti, poiché di solito confezionate in modo tale da farsi ricordare. “Non farò mai nulla di giustificabile”, diceva un poeta portoghese che meriterebbe maggior fama. Tu che dici, Nick?

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ATP

Barcellona: Musetti schiva la trappola Lopez, adesso il test Auger-Aliassime

Vittoria non banale di Lorenzo Musetti, bravo a rimanere concentrato e sbagliare poco. In serata in campo Jannik Sinner

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[WC] L. Musetti b. F. Lopez 6-4 6-3

È difficile giocare un bel match contro un avversario che vuole evitare di entrare nello scambio, varia velocità e rotazioni, si presenta a rete – insomma, non dà assolutamente ritmo o riferimenti. L’unica cosa che si può valutare è il risultato e sotto questo aspetto Lorenzo Musetti non delude, battendo Feliciano Lopez in due set e portando così a otto i successi stagionali nel Tour a fronte di quattro sconfitte. Bisogna naturalmente ammettere che il buon Feli, alla seconda sconfitta consecutiva in uno scontro generazionale dopo aver subito la rimonta di Alcaraz a Marbella, ci ha messo del suo, perché conta poco accorciare i punti se sei tu a non mandare di là la palla o se la lasci andare perché non capisci dove sta per cadere o se sei troppo lento per arrivarci. Ma, come vedremo, ciò non diminuisce i meriti di Lorenzo, solido e attento a capitalizzare le opportunità.

IL MATCH – Lorenzo sceglie di cominciare in battuta, mentre Lopez inizia a giocare dopo aver perso sei punti. Nonostante ciò e la palla dello 0-2 su cui Musetti non controlla l’incrociato stretto dopo aver raggiunto la smorzata, Feliciano tiene. Si dice di “leggerlo” riferendosi al drop shot azzurro, il secondo che rinuncia a rincorrere; il nostro abusa di quella soluzione e cede il servizio al quinto gioco, ma gli errori spagnoli lo rimettono subito in corsa. Il classe 1981 è lento negli spostamenti, fatica quando lo scambio si allunga, stecca con frequenza, ma qualche buona prima e i varchi trovati sulla destra dell’avversario lo tengono a galla. Non al decimo gioco, però, dove conferma i punti deboli senza che gli vengano in aiuto né la battuta (trova anzi un doppio fallo), né il dritto lungolinea questa volta rallentato dal nastro, e Musetti si assicura il 6-4.

 

Alla ripresa, il teenager di Carrara deve subito ringraziare Lopez per l’orrida giocata sulla palla break – l’unica del parziale – e il punteggio può seguire l’ordine di battuta. Gioco sempre frammentato con qualche punto da highlights per entrambi fino a che Feliciano è chiamato a servire per restare nel match e, come nel primo set, non riuscirà nell’impresa. Questa volta il merito è però tutto di Lorenzo che per due volte da destra risponde sulla seconda da lontano ma profondissimo (anche con un po’ di fortuna nella seconda occasione), mentre da sinistra avanza per tagliare il campo sulla prima mancina bloccando la risposta e poi trafiggendo il n. 61 con un delizioso passantino di rovescio in mezza volata. Dopo poco più un’ora, Lopez consegna infine la sfida al primo match point con il ventesimo errore non forzato contro i soli sei di Lorenzo, a dimostrazione della solidità della sua prestazione, arricchita da 16 vincenti, lo stesso numero di Feli. Al secondo turno, Musetti troverà Felix Auger-Aliassime per un altro confronto inedito.

Il tabellone completo

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Al femminile

Osorio e Fruhvirtova, teenager a Charleston

Nel torneo in South Carolina vinto da Astra Sharma si sono messe in luce protagoniste giovanissime

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Linda Fruhvirtova - WTA Charleston 2021 (via Twitter, @VolvoCarOpen)

Il secondo torneo disputato sulla terra verde di Charleston, un WTA 250, sembrava dovesse rispettare le gerarchie delle teste di serie. Infatti la numero 1 in tabellone, Ons Jabeur, era approdata in finale contro Astra Sharma dopo avere vinto con margine i turni precedenti. Quattro successi in due set, lasciando al massimo cinque game a match. Invece in finale è arrivata la sorpresa.

Jabeur ha vinto il primo set 6-2, e anche nel secondo set sembrava fosse imminente lo strappo decisivo per chiudere la partita e conquistare il titolo. Ma nei game finali Ons ha cominciato a sbagliare di più, e ha perso il parziale 5-7. Poi alla distanza è calata drasticamente, subendo un inatteso 1-6. E così la numero 27 del ranking ha lasciato strada alla numero 167. Con questa controprestazione Jabeur deve ancora rimandare l’appuntamento con il primo successo in un torneo a livello WTA.




 

Dalla stagione 2020, pur tra le difficoltà della pandemia, Jabeur ha compiuto un notevole salto di qualità, certificato anche dal best ranking in carriera: numero 25 raggiunto proprio questa settimana. Ma c’è ancora qualcosa da aggiustare nel suo tennis, tanto spettacolare quando gira al meglio. Forse pecca nella tenuta fisica alla distanza, ma forse è soprattutto un problema di convinzione in alcuni frangenti dei match importanti. La metterei in questo modo: il suo tennis è creativo ed efficace quando tutto funziona, ma tende a diventare forzato e un pochino cervellotico quando le cose non girano a dovere. E i colpi diventano poco produttivi.

Ma va dato merito anche alla avversaria in finale, Astra Sharma. Con i nuovi meccanismi di calcolo del ranking, Sharma aveva appena visto scadere i punti della finale ottenuta a Bogotà nel 2019, e questo le aveva causato un arretramento di oltre 30 posti. Ma il successo di Charleston le ha permesso di risalire sino alla posizione 120. E così dopo la sconfitta di due anni fa contro Amanda Anisimova in Colombia, Sharma ha conquistato alla seconda occasione il suo primo titolo a livello WTA.

Malgrado la finale abbia offerto il confronto tra due giocatrici in piena maturità (Jabeur ha 26 anni e Sharma 25), a mio avviso l’aspetto più interessante di Charleston “bis” è legato alla presenza di ben tre teenager nei quarti di finale: Clara Tauson, Maria Camila Osorio Serrano e Linda Fruhvirtova.

Di Tauson (nata nel dicembre 2002) ho già scritto in occasione del suo successo nel WTA 250 di Lione, all’inizio di marzo (vedi QUI). Allora aveva vinto partendo dalle qualificazioni, e quella vittoria non aveva solo significato il primo titolo in carriera a livello WTA, ma anche l’ingresso in Top 100. Questa volta è il momento di parlare di Osorio Serrano e Fruhvirtova.

Maria Camila Osorio Serrano
La semifinale raggiunta dalla giovane tennista colombiana in South Carolina segue di pochi giorni il suo trionfo a Bogotà: anche per lei primo titolo in carriera a livello WTA, da profeta in patria. La classica settimana da sogno, conclusa come meglio non poteva, con la vittoria in finale su Tamara Zidansek.

A livello tecnico, però, probabilmente vale di più la semifinale nordamericana rispetto al successo sudamericano. Facciamo due conti: in Colombia la giocatrice sconfitta più alta in classifica era stata la numero 93 Zidansek. In South Carolina invece, Osorio ha battuto la numero 51 Linette al primo turno e la numero 91 McHale al secondo. Poi ha avuto la meglio su Tauson (ma con un successo per ritiro), prima di fermarsi contro la futura vincitrice Sharma in semifinale. Mettendo in fila le partite di Bogotà con quelle di Charleston, Osorio ha vinto otto partite consecutive, e questo le ha permesso di ottenere il best ranking della sua breve carriera: numero 118 WTA. 

A 19 anni compiuti (è nata il 22 dicembre 2001), Osorio nei prossimi mesi proverà a sfondare la barriera della Top 100, cercando di avvicinare i risultati ottenuti nel recente passato da altre due colombiane: Mariana Duque Marino (best ranking numero 66 e un titolo vinto, anche lei a Bogotà) e soprattutto Fabiola Zuluaga (best ranking numero 16 nel 2005 e semifinalista all’Australian Open 2004). Zuluaga ha vinto 5 titoli a livello WTA, e 4 di questi a Bogotà: nel 1999, 2002, 2003, 2004.

Sorprende fino a un certo punto che per tre giocatrici colombiane il torneo di casa si sia trasformato nel “terreno di caccia” preferito: dato che la capitale della Colombia si trova a oltre 2600 metri sul livello del mare, le condizioni di gioco sono molto particolari, e probabilmente chi è cresciuta in un contesto del genere riesce a esprimersi meglio rispetto a chi deve adattarsi in pochi giorni al tennis in altura.

Maria Camila proviene da una famiglia di sportivi, ma non di tennisti: infatti sia il nonno che il fratello sono arrivati a giocare nella nazionale di calcio colombiana. Lei invece ha scelto il tennis dopo che da bambina aveva incrociato per caso in televisione un match di Federer. È rimasta stregata dal gioco in generale ma anche da Roger, tanto da averlo “inseguito” nei tornei dello Slam che ha affrontato da junior. È riuscita ad agganciarlo e a farsi fotografare insieme a Roger proprio nell’ultima occasione, a New York 2019. Osorio infatti ha vinto il suo titolo Slam (US Open 2019) quando stavano per scadere i limiti di età.

Anche se in WTA non ha ancora raggiunto i livelli di Duque Marino e Zuluaga, è comunque la prima colombiana della storia a essere arrivata alla posizione numero 1 della classifica junior; raggiunta il lunedì successivo alla vittoria nello Slam (9 settembre 2019). Forse non è stata precocissima nei risultati (ricordo per esempio che sono nate nel 2001 Amanda Anisimova e Iga Swiatek), ma ha dimostrato di avere cominciato con il piede giusto il passaggio al professionismo: numero 478 a fine 2018, numero 184 a fine 2019, con il primo successo a livello ITF nel 15K di Cucuta, che è la sua città natale.

Nelle partite di Charleston Maria Camila ha dato prova di possedere alcune tipiche doti di chi è cresciuta sulla terra rossa: due buoni fondamentali da fondo, ma anche la capacità di utilizzare il drop-shot e di misurarsi con i frequenti corpo a corpo che la palla corta può innescare. D’altra parte non dispone di una potenza devastante, e difficilmente può fare la differenza con i colpi di inizio gioco. Per questo penso che per crescere in futuro dovà trovare i giusti equilibri che le permettano di valorizzare il pià possibile gli aspetti tattici e agonistici.

a pagina 2: Linda Fruhvirtova

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Flash

Pagelle Montecarlo: un Dio greco in terra

Stefanos Tsitsipas trionfa nel Principato, Djokovic e Nadal in affanno. Roger Federer preferisce la Svizzera

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Stefanos Tsitsipas - Montecarlo 2021 (via Twitter, @atptour)

Stefanos figlio di Apostolos fece una palla di pelle di Rublev, tutti i russi salirono a galla per vedere la palla di pelle di Rublev fatta da Stefanos, figlio di Apostolos. E così il Dio greco Tsitsipas (10) finalmente è sceso in terra a calpestare e dominare il suolo del mattone tritato, nuovo principe di Montecarlo approfittando dei tentennamenti dei precedenti tiranni. Nulla ha potuto il robotico Rublev (8,5), eroico nell’abbattere l’antico dominatore ma poi arresosi dinanzi a cotanta bellezza e superiorità.

D’altra parte Novak Djokovic (5) aveva dato tutto per dimostrare al nuovo leoncino Jannik Sinner (6) che il vecchio leone comandava ancora la foresta e soprattutto era distratto dal progetto di annettere la PTPA alla nuova Superlega ed ha dovuto cedere il passo dinanzi allo scatenato Daniel Evans (8), che ha all’improvviso dimostrato di avere birra, non solo da bere, anche sulla terra battuta. In verità anche fuori dal campo visto il risentimento mostrato nei confronti di Lorenzo Musetti (5,5): caro Dan fai il bravo che per difendere l’onore del Magnifico siamo pronti ad invadere la perfida Albione. Rafa Nadal (5) è apparso un po’ stralunato, ma Parigi è ancora lontana e, come di consueto, lì si parrà la sua nobilitade e dunque non è il caso di preoccuparsi.

Per quanto riguarda lo squadrone azzurro, eravamo nove in tabellone eravamo giovani e forti ma a salvarci dal tracollo è stato il vecchio bucaniere Fabio Fognini (7) che ha ritrovato l’aria di casa ma ha dovuto arrendersi allo scatenato Casper Ruud (7,5). Matteo Berrettini (5) ha dimostrato di non essere ancora pronto, Caruso (6) si è salvato da una figuraccia, Travaglia (6) ha difeso l’onore della propria donna dalle ingiurie del villano Carreno, da Sonego (6) forse potevamo aspettarci qualcosa di più, ma veniva dalla vittoria in terra sarda e dobbiamo essere clementi.

A proposito di Sardegna, altro successo del movimento italiano con il nuovo torneo ATP in programma nella settimana prima del Roland Garros: sarà Parma, nel frattempo annessa con provvedimento presidenziale alla provincia di Nuoro, ad ospitare il nuovo 250.

 

Nel frattempo Roger Federer, dal suo buen ritiro ha fatto sapere che tornerà in quel di Ginevra e dunque non figura nell’entry list di Roma. A questo punto gli appassionati italiani potranno sperare solo in una improbabile retromarcia di Roger e in una wildcard degli Internazionali. Dubbioso Binaghi: “Beh stiamo parlando di una vecchia gloria, un giocatore che non ha più nulla da dare e che è riuscito a non vincere questo torneo neanche quando il suo avversario era Mantilla, che è riuscito a perdere con Stepanek, Chardy, Gulbis e Volandri. Valuteremo ma in questo momento abbiamo altri nomi prima di lui, Londero, Coria e Delbonis certamente più adatti di lui alla terra”.

Se Federer limita le sue apparizioni sul rosso, Nick Kyrgios (4) ha invece deciso di saltare totalmente la stagione sulla terra. “Non mi alleno altrimenti sporco la macchina. La terra non dovrebbe essere nemmeno considerata una superficie” ha ricordato più volte Nick. D’altra parte nemmeno lui dovrebbe essere considerato un tennista.

Dato un applauso alle nostre Cocciaretto (7,5) e Trevisan (7) che hanno spezzato le reni alla Romania nella ex Fed-Cup, l’oscar quadrifoglio della settimana va a Federico Gaio (10): ko nell’ultimo turno delle qualificazioni di Barcellona, è stato ripescato come lucky looser e sorteggiato all’esordio con Benoit Paire. Più gaio di così…

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