Il sorriso di "Caro" e un ritiro che può attendere

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Il sorriso di “Caro” e un ritiro che può attendere

Wozniacki salta l’ostacolo Yastremska con il determinante aiuto dell’ucraina e si godrà ancora (almeno) un match. Quello con Ons Jabeur

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Caroline Wozniacki - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La fine dell’Australian Open di Caroline Wozniacki, che poi, come tutti sanno, coinciderà con la fine della sua splendida carriera, si è spostata in là di qualche giorno. Quanti precisamente ancora non è dato sapere: un po’ dipende da lei, molto dalle colleghe che da qui in avanti le si pareranno davanti. Per ora, com’è ovvio, è nota solo la prossima ed è Ons Jabeur, qualificatasi al terzo turno grazie alla vittoria in rimonta su Garcia, stesso nome di battesimo di Wozniacki ma sorriso notevolmente meno gaio, almeno quest’oggi.

Vola al terzo turno la biondissima treccia da Odense, dopo il successo contro Dayana Yastremska su cui, visti i primi sei giochi dell’incontro, forse solo padre Piotr avrebbe puntato qualche Corona. Cinque a uno per la teenager ucraina in venti minuti costellati da vincenti detonanti sparati da ogni posizione e Caroline impotente, a osservare gli ultimi scampoli della sua carriera. “Lei ha iniziato fortissimo, ha colpito tutte le righe, le stava dentro ogni colpo. Mi sono detta di stare calma e aspettare: a un certo punto avrebbe iniziato a sbagliare. Avesse invece continuato a tirare dentro con quella potenza, non ci avrei potuto fare nulla“. La fine del viaggio, per molte ragioni, non le dev’essere mai parsa così prossima. “Ho cercato di concentrarmi solo sul tennis, ma ammetto che dopo quell’inizio ho iniziato a dirmi: ci siamo. La partita mi stava scappando dalle mani molto velocemente. Ho tentato di rallentare, di allungare gli scambi, di concedermi un po’ di tempo in più su quel benedetto campo e alla fine il match è girato“.

Girato, sì, anche grazie all’involontaria ma essenziale collaborazione di una Yastremska per la quale l’aggettivo “sventata” sembra perlomeno eufemistico. Spintasi fino al cinque a uno, Dayana è andata a servire per il primo set sul cinque a due, ma in quel momento ha inaugurato il festival dei non forzati – alla fine saranno addirittura quarantasette – subendo un parziale di dodici punti a uno che ha rimesso in discussione la prima frazione, poi finita nelle mani di Wozniacki per sette giochi a cinque. “A un certo punto ha iniziato a sbagliare e a farsi prendere dalla fretta, anche se aveva ancora un grande vantaggio. Ho cominciato a vincere un punto dopo l’altro e a pensare che forse avrei anche potuto farlo mio, il primo set“.

 

Anche nel secondo, in vena di omaggi, la tennista da Odessa ha sperperato un doppio break di vantaggio, cedendo con l’identico punteggio il set per poi lasciare il campo cupa, sotto lo sguardo perplesso del supercoach Sascha Bajin, il quale ha correttamente visto nella sua assistita doti non comuni ma dovrà essere bravo a convincerla che l’esperienza è dote fondamentale, da costruirsi con pazienza. Esperienza che naturalmente non manca a Wozniacki, brava a non farsi innervosire troppo dal tentativo di sabotaggio tentato sul finale dalla giovane rivale. “Sul cinque a quattro mi sembrava stesse bene, non vedevo motivi clinici per chiamare il trainer. Era solo una tattica per spezzarmi il ritmo, l’aveva già adottata in passato e sapevo che anche oggi ci avrebbe provato. Ma non posso addebitare a quello i tre match point sprecati nel gioco successivo, è stata solo colpa mia. Per fortuna mi sono ricomposta in tempo, e ho chiuso quando dovevo”.

Il resto è uno sguardo a raggio necessariamente ristretto sul futuro – “potrebbe non essere così breve la mia carriera, ho potenzialmente davanti cinque partite!” – con un occhio al consuntivo da approvare entro la fine del mese. “Sono felice, sento un grande supporto da parte del pubblico e so che durante questo meraviglioso percorso ho fatto le scelte giuste. La più importante? Decidere di tenere mio padre accanto a me anche quando le cose andavano storte, non avrei mai ottenuto i risultati che ho ottenuto se non ci fosse stato lui. La stessa cosa vale per il mio team, i miei preparatori. In ogni singola partita sapevo di essere la più allenata fra le due, o almeno ero convinta di esserlo“.

Una giornata felice, sperando che i titoli di coda siano accompagnati dalla colonna sonora recante il suo nome, quella Sweet Caroline scritta da Neil Diamond nel 1969 che gli organizzatori le dedicarono quando vinse qui nel 2018. “Un momento che porterò per sempre nel cuore, una canzone meravigliosa, diventata fonte di legame indissolubile tra me, la mia famiglia, gli amici, il mio team“. Chissà, gli altoparlanti di Melbourne Park potrebbero diffonderne ancora una volta le note.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Opinioni

L’isolamento letterario di Andrea Petkovic, eccezione alla regola di David Foster Wallace

Andrea ha creato un club del libro e sembra voler sconfessare il celebre saggio di Wallace, che disse di Michael Joyce (tracciando il ritratto del tennista-prototipo) ‘è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato’

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Andrea Petkovic - dal profilo Instagram @racquetbookclub

L’obbligo di stare a casa imposto dalle contingenze della pandemia di COVID-19 – miliardi di persone sono in isolamento, e figurarsi che ora si è aggiunta anche l’India – si è vestito di alcune implicazioni che vent’anni fa non avremmo neanche potuto sospettare, e dieci anni fa (nonostante i primi segnali) ci sarebbero comunque sembrate difficili da raggiungere.

Di questo isolamento, stiamo documentando tutto. Eravamo 90 milioni al mese su Instagram sette anni fa, meno degli abitanti dell’Egitto, oggi siamo un miliardo: se gli utenti mensili di Instagram fossero un paese, sarebbero il terzo più popolato del mondo dopo Cina e India. C’è di più: se gli utenti attivi di Facebook, Youtube e WhatsApp (dati statista.com) avessero un territorio e dei confini, sarebbero i tre stati più abitati del mondo. Facebook e Youtube sfondano il tetto dei due miliardi di utenti, per darvi un’idea.

In un momento in cui sembra quasi ci sia concesso di fare soltanto quello e abbiamo moltissimo tempo per farlo, la nostra attività sui social dice di noi molto più di quello che crediamo. Rivela la nostra resistenza alla noia, le armi con cui combattiamo la disperazione, persino la capacità di tradurre questa sciagura in opportunità. Qui entrano in gioco gli atleti, un esercito di fibre muscolari ben allenate il cui tasso di disoccupazione, al momento, sfiora il 100% – salvo eccezioni perlopiù calcistiche: si gioca in Bielorussia, Birmania, Nicaragua e si fanno amichevoli in Svezia. I tennisti non fanno eccezione, sono tutti a casa.

 

Li stiamo vedendo: Djokovic fa Capitan Uncino coi figli, Nadal dimentica di sbarbarsi e si diverte in cucina (senza piano a induzione, fanno notare i modernisti), Sinner si inventa un modo simpatico di fare beneficenza mentre gli altri italiani (Travaglia e Sonego su tutti) tengono fede ai principi costituzionali impastando e panificando. Fognini no, si taglia i capelli e lancia una delle challenge che oggi vanno tanto di moda. Sono gli intrattenitori-raccontatori, una fronda che ha trovato in Kristie Ahn (27 anni, ottavi all’ultimo US Open, rimembrate?) un autentico spirito guida: fenomeno assoluto dell’intrattenimento virtuale, se volete approcciarvi a Tik Tok in modo discreto seguite lei.

C’è anche chi esagera. Stan Wawrinka ormai viaggia al ritmo di due dirette Instagram al giorno, chiama a rapporto quell’altro perdigiorno di Paire e si scambiano frammenti di taedium vitae che viene da sperare possano tornare a giocare presto, altrimenti quando li recuperi più questi. Ci sono gli introspettivi – Tsitsipas, Serena, anche Berrettini – che invocano un senso di responsabilità mondiale per sconfiggere la pandemia, quelli che tirano fuori le fotografie di quando erano bambini, quelli che si amano da pazzi e non lo nascondono: siate onesti, non vorreste tutti voi un idillio come quello di Marcos Baghdatis e sua moglie Karolina?

Stan Wawrinka, dal suo profilo Instagram

E poi c’è Andrea Petkovic. Laddove gli altri si raccontano, lei prova a istruire; mentre gli altri passano il tempo, lei ci coinvolge nel suo. Certo ci mette anche a parte del suo workout, recita la scena di un film chiedendoci di indovinare quale sia (è Gary Oldman in Leon, un film francese che oltre a lanciare Jean Reno ha inaugurato la carriera di quell’insana portatrice di grazia che è Natalie Portman) e svolge persino servizio pubblico facendo il debunking a Bernard Tomic, che aveva detto di avere tutti i sintomi del coronavirus: “Gli ho scritto e mi ha detto di aver mentito e che non sa neanche perché l’ha fatto: è tutto normale, è Tomic“. E chi crede che quest’attività non sia necessaria, pensi al fatto che una piccola fetta d’Italia ha creduto all’istante che un servizio televisivo del 2015 potesse spiegare l’origine in laboratorio di un virus del 2020.

Ecco, oltre a fare queste cose Andrea – laureata in scienze politiche e laureanda in filosofia e letteratura, oltre che conduttrice televisiva su ZDF – ha anche creato un club del libro su Instagram, il Racquet Book Club, per inaugurare il quale ha scelto quattro titoli da mettere ai voti: il preferito dai suoi follower sarebbe diventato oggetto di discussione e lettura collettiva. Ha vinto con largo margine String Theory di David Foster Wallace, una raccolta di cinque saggi tennistici che come il disco di una rockstar mutua il nome dal singolo più riuscito, che in questo caso è l’omonimo affresco di Michael Joyce (ex n.64 del mondo, forse più famoso per aver allenato e condotto al successo Sharapova) commissionato a Wallace dalla rivista ‘Esquire’ nel 1996. Lo potete leggere qui, in lingua originale, ma lo trovate anche tradotto nella raccolta ‘Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)’. Amazon va un po’ a singhiozzo con le consegne, ma con l’e-book andate sul sicuro.

È uno scritto di una bellezza stordente. Oltre a contenere descrizioni memorabili di alcuni tennisti – citiamo quella di Richard Krajicek, che secondo DFW ‘si lancia verso la rete come se questa gli dovesse dei soldi‘ – è la miglior cosa che possa capitarvi di leggere per capire cos’è un tennista al di fuori del tennis, ovvero quali possibilità in termini di interessi, curiosità nei confronti del mondo e sviluppo culturale rimangano a chi sia costretto a dedicare a quest’attività maniacale metà delle ore di veglia dai dodici anni fino al giorno del ritiro. Ed è esattamente il tema che emerge da questo isolamento forzato, dove i tennisti vengono spogliati della loro principale attività e ci vengono consegnati per quello che sono – e sono sempre stati: esseri umani, con passioni e tempo libero da riempire.

Esseri umani ai quali abbiamo sempre chiesto, in modo a volte ingeneroso, di stupirci in conferenza stampa, di non essere banali, di offrirci un punto di vista sensato in risposta a ogni nostro quesito nonostante fossero reduci da battaglie di tutt’altro tipo e occupassero le loro giornate a cercare ossessivamente di trovare un modo per vincerne il più possibile, mica a sfogliare manuali di sociologia. Wallace si è imbattuto in questo equivoco trascorrendo una mezza estate con Joyce, e lo ha descritto così:

Fate caso al modo in cui i ‘ritratti personali dietro le quinte’ degli atleti si sforzano il più possibile di trovare prove di un’esistenza completa, di interessi e attività al di fuori dello sport. Ignoriamo ciò che è ovvio, che la maggior parte di questo sforzo è una farsa. È una farsa perché la realtà di un atleta di alto livello oggi richiede un impegno precoce e totale per eccellere in un settore. Una concentrazione ascetica. Il sacrificio di tutti gli altri aspetti della vita umana in funzione di quello scelto e perseguito. Il ‘permesso’ di vivere in un mondo che, come quello di un bambino, è molto piccolo“.

Michael Joyce

E poi ancora, tracciando con precisione assoluta i contorni della figura di Joyce:

In quello che Michael Joyce dice, trovi raramente un qualche tipo di angolazione o di punto di vista; per lo più, riporta semplicemente quello che vede, come una macchina fotografica. Non potresti neanche chiamarla sincerità, perché non è che sembri mai passargli per la testa di cercare di essere sincero o insincero. Per un po’ ho pensato che il candore un po’ mellifluo di Joyce fosse una conseguenza della sua scarsa intelligenza. Questo giudizio era in parte influenzato dal fatto che Joyce non è andato al college ed è stato solo marginalmente interessato alle materie di studio durante le superiori (cose che so perché me le ha dette lui da subito). Quello che ho scoperto, man mano che il torneo andava avanti, è stato che certe volte riesco ad essere abbastanza snob e testa di cazzo, e che la schiettezza non ostentata di Michael Joyce non è un segno di stupidità ma di qualcos’altro“. Ovvero, di quella dedizione ascetica sopra descritta.

Wallace concluse il saggio dicendo che per Joyce, a ventidue anni, era già tardi ‘per qualsiasi cosa’ che non fosse quel già citato qualcos’altro. “Joyce, in altre parole, è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato“.

Parole che il diretto interessato non aveva ben compreso in prima istanza, a reportage appena uscito, ma che a distanza di tempo avrebbe perfino apprezzato: “Anni dopo, quando uscì il libro che lo conteneva, ero più vecchio e più maturo” ha raccontato Joyce.Ho cominciato a guardare a quella ‘cosa’ in maniera differente: era un saggio stupefacente. Finalmente, riuscii a vedere il genio nella sua scrittura. Poi Wallace divenne una leggenda della narrativa e oggi è incredibile pensare di essere, in qualche maniera, legato per sempre a lui”. E allora forse Wallace, pur fastidiosamente lucido in ogni sua esternazione, non aveva del tutto ragione sul fatto che per Joyce fosse tardi per qualsiasi cosa. Non lo è stato per comprendere se stesso attraverso le parole di un estraneo, seppure illustre.

Se però accettiamo il pensiero di Wallace come regola, e ci sono pochi motivi per non farlo, sappiamo anche come considerare Andrea Petkovic – che ha stimolato questa riflessione: un’eccezione. Quanto replicabile? Difficile dirlo, senza trovarsi nella posizione di chi colpisce rovesci per una vita e poi a un certo punto si ritrova costretto in casa, con le racchette in un armadio e i muscoli impigriti da un’attività fisica soltanto domestica.

Andrea Petkovic – Fed Cup (foto via Twitter, @FedCup)

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La Laver Cup non sembra avere intenzione di spostarsi, dice Craig Tiley

Il CEO di Tennis Australia (che investe nella Laver Cup) è intervenuto durante il podcast “The First Serve” e non ha parlato di passi indietro

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Laver Cup 2019 (via Twitter, @lavercup)

Il sudafricano Craig Tiley ha un ruolo di primissimo piano nella politica del tennis, forte del suo doppio ruolo come CEO di Tennis Australia e direttore dell’Australian Open. Per questo motivo è stato invitato a un podcast australiano, “The First Serve” (che nella stessa puntata ha accolto interventi da parte del presidente ITF David Haggerty e di Vasek “Masaniello” Pospisil, qui il link), per commentare, fra le altre cose, lo slittamento del Roland Garros e ciò che comporta per il tennis.

A dire il vero, Tiley si è detto molto più impegnato su un altro fronte al momento, vale a dire il sostentamento dei 4000 coach locali attualmente appiedati (e lo stesso vale per il resto dello staff di Tennis Australia), problematiche reali davanti alle quali, giustamente, le acciaccature del calendario assumono un valore relativo. A questo si aggiunge il fatto che Tiley sia chiaramente versato nell’arte diplomatica (e si vedrà dal numero di punti concessivi con cui ha articolato i propri ragionamenti), e che quindi si rifugi spesso in frasi generiche quali “tutti dovranno rinunciare a qualcosa” o “ci saranno sicuramente grandi cambiamenti”, espressioni che trovano l’approvazione di tutti ma non accusano apertamente nessuno.

Però, va anche detto che se da un lato Tiley non ha voluto commentare sulla decisione della Federazione Francese (in ossequio al sopracitato ethos prudente), dall’altro si è richiamato al modo in cui il tennis viene storicamente organizzato, vale a dire con l’input di sette stakeholder principali (ATP, WTA, ITF, e gli Slam), e in suddetto sistema ATP e WTA prendono le decisioni principali in termini di programmazione della stagione. Perciò, se da una parte ha rimarcato più volte di non voler commentare sulle decisioni di altri (la FFT), dall’altra ha sottolineato tre cose:

 
  • a) come la collaborazione e la collegialità siano fondamentali per aiutarsi, soprattutto in questo momento – e qui è difficile non leggere una critica ai colleghi gallici;
  • b) che condivide l’intenzione della Laver Cup di disputarsi nelle date prestabilite, pur dicendosi certo che si troverà un accordo;
  • c) che per i motivi di cui sopra l’Australian Open cerca di avere un atteggiamento bilaterale nei confronti delle altre parti in causa, pur riconoscendo che il rapporto con l’ATP e la WTA è per forza diverso e più stretto per la sua federazione, che ospita la ATP Cup e che ha messo sul tavolo una proposta equivalente per il tour femminile.

Tornando alla Laver Cup, Tiley ha affermato che “è presto per dire” se ci saranno ripensamenti o persino battaglie legali (visti i soldi che Tennis Australia sta investendo nell’evento in programma al TD Garden di Boston), ribadendo che gli stakeholders più coinvolti (fra i quali lui stesso) saranno in grado di trovare una soluzione.

Il CEO di Tennis Australia ha finito il suo intervento (della durata di una quarto d’ora) con una considerazione sui cambiamenti politici di cui il tennis avrebbe bisogno, forse la più interessante. Tiley ha più o meno disilluso l’audience sulla possibilità che in futuro nasca un organo governativo indipendente che si possa porre al di sopra dei partiti correnti (evidentemente l’ITF non è super partes), evidenziando la peculiare natura del nostro sport, dove management e forza lavoro siedono allo stesso tavolo, di fatto senza intermediazione.

Tiley ha allora voluto concludere sottolineando l’importanza di nominare le persone giuste, perché all’interno di trattative deregolamentate solo un atteggiamento positivo e una visione olistica del bene dello sport possono essere rilevanti – se questo è un fenomeno pericoloso, perché non crea una salvaguardia burocratica per insensate intransigenze, è anche vero che, secondo lui, negli ultimi anni le persone che hanno preso le decisioni l’hanno fatto con lungimiranza, trasformando in particolare gli Slam in eventi sportivi fra i più seguiti. In ogni caso, a suo parere questa è un’occasione per la nomenklatura tennistica di essere migliore, ed è ottimista sullo spirito collaborativo che questa pandemia potrebbe stimolare.

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