Del ranking che non dice tutto e di Tennys Sandgren

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Del ranking che non dice tutto e di Tennys Sandgren

Per essere forti nel tennis servono tre cose. Se le hai tutte e tre, sei Nadal. Se ne hai due sei Ferrer. Se ne hai soltanto una, ma sai giocartela bene, forse sei Tennys Sandgren

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Tennys Sandgren - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)
 

Mi chiedo come mai non abbia una classifica migliore, ad essere onesti. Ogni volta che lo vedo giocare mi sembra che lo faccia molto bene. Ha molte armi a disposizione e merita di stare più in alto“. A parlare così di Tennys Sandgren, che ha estromesso Fognini dall’Australian Open, è stato il suo avversario successivo, Roger Federer. Non uno qualsiasi.

Lo svizzero interpreta un pensiero condiviso e condivisibile sul conto del tennista del Tennessee. Nella biografia minima di Sandgren c’è un best ranking di numero 41 e un titolo nel circuito maggiore (Auckland 2019) con una finale persa (Houston 2018). Di continuità, però, dalle sue parti se ne trova pochetta. Dopo il titolo di Auckland dello scorso anno, per esempio, Tennys ha perso tutte le partite giocate fino ad aprile, quando ha deciso di tornare transitoriamente nel circuito challenger fino a metà maggio per recuperare vittorie e fiducia. Sembrerebbero le statistiche di un tennista piuttosto mediocre, eppure Sandgren ha giocato tre ottavi Slam, due dei quali convertiti in quarti di finale. Il secondo lo ha giocato e (incredibilmente) perso contro Federer stanotte. Insomma, il suo score si impenna vertiginosamente verso l’alto quando si analizzano i suoi risultati negli Slam, molto più di quanto il suo rendimento medio lascerebbe intuire.

In top 100 – che Tennys chiudeva nell’ultimo aggiornamento di classifica, occupando proprio l’ultimo posto disponibile – ci sono 43 giocatori che hanno almeno l’età di Sandgren e quasi la metà di loro (19) non ha mai giocato un quarto Slam. 16 di questi 19 giocatori (si escludono solo Bedene, Berankis e Travaglia) hanno un best ranking migliore di quello di Sandgren, un dato che ci indurrebbe – forse frettolosamente – a considerarli giocatori migliori dello statunitense. Ma è davvero così? Il ranking, pur essendo una misura discretamente efficace nel determinare il valore di un tennista in un determinato momento della sua carriera, quanto ci dice della sua forza effettiva?

 

Questa considerazione vuole andare oltre il semplice quanto ovvio assunto che Sandgren non vale la centesima posizione che occuperà ancora per pochi giorni. Per accorgersi di questo basta vederlo giocare pochi minuti e apprezzare il servizio efficace, il grande atletismo e le doti di tocco per nulla disprezzabili. In generale, è il caso che esistano dei giocatori in grado di esprimere un picco di rendimento che per una serie di motivi non si traduce in una continuità apprezzabile sul lungo periodo. Raggiungere i quarti Slam una volta può anche essere un caso, ripetersi (dopo aver giocato un altro ottavo a Wimbledon) non è più ascrivibile all’insieme degli eventi casuali. Soprattutto quando si ha un bilancio di 7 vittorie e 7 sconfitte contro top 20 che questa settimana è diventato addirittura un 5-2 negli Slam. Dove in teoria il livello dovrebbe salire, assieme alle difficoltà di battere i migliori giocatori del mondo.

C’è chi dice che i numeri, torturati a sufficienza, confesseranno qualsiasi cosa. È altresì vera la considerazione opposta, ovvero che i numeri bisogna saperli leggere. Tra i sette top 20 sconfitti in carriera da Sandgren c’è per esempio Cecchinato un anno fa a Auckland, rispetto al quale è ragionevole affermare che non abbia mai valso – né probabilmente mai varrà – le prime venti posizioni del mondo sul veloce. Ci sono anche Berrettini e Fognini (due volte!), battuti a distanza di pochi giorni questa settimana, che però sono due tennisti molto diversi. Potente, metodico e ‘leggibile’ il primo, estroso, imprevedibile e dal servizio più tenero il secondo. Sandgren si è adattato con profitto a entrambi i matchup, dimostrando di non essere soltanto il classico americano impostato per fare sempre la stessa cosa. Ma c’è di più, perché non è mai soltanto una questione di tennis (o di Tennys).

Tennys Sandgren – Australian Open 2018 (foto via Twitter, @AustralianOpen)

Perché so cogliere bene le occasioni? Forse perché non me ne sono capitate così tante” ha spiegato Sandgren in conferenza dopo aver battuto Fognini. “Forse non dovrei essere qui. Il fatto che io sia qui mi fa sentire un po’ su di giri e voglio andare oltre le mie possibilità. Voglio fare bene, non voglio dare per scontato il tempo che passo sul campo circondato da così tanti tifosi dopo aver giocato molte volte di fronte a poche persone. Questo mi fa tirare fuori il meglio“. Qualche minuto dopo questa interessante considerazione, ha contestualizzato meglio cosa intendesse con quel ‘forse non dovrei essere qui’. “Ho trascorso gran parte della mia carriera senza neanche poter annusare queste opportunità. Ci sono giocatori anche migliori di me, contro cui ho giocato in challenger o futures, che hanno smesso di giocare perché non ci stavano dentro economicamente o a causa di infortuni. Io ho avuto abbastanza fortuna da poter continuare a cullare il mio sogno, ma c’erano sicuramente molte possibilità che andasse diversamente. I margini per avere queste opportunità sono sempre molto stretti“.

La chiave, probabilmente, è qui. La vulgata sulla capacità di tenere alta la concentrazione per molte settimane come parametro principale per valutare un tennista forse ha distorto la nostra prospettiva di analisi. Essere mediamente più pronti, disporsi nella condizione di cogliere il maggior numero delle occasioni di cui parla Sandgren non significa che poi le si coglierà. Certo le probabilità sono maggiori, e infatti rimane il modo migliore di riuscirci. Quando però tutto è concentrato nei confini di un singolo match, quando tutto il lavoro che hai svolto nella tua carriera dovrebbe confluire nella capacità di vincere l’ultimo quindici di una partita, la dedizione è un validissimo alleato ma non basta. Serve un po’ di sfrontatezza, serve un istinto particolare, bisogna essere dotati di una forma di talento – sì, è talento anche questo – che consente di trasformare un’opportunità in una conquista. Oppure di azzerare le opportunità per gli altri, come Sandgren ha saputo fare con le cinque palle break di Fognini.

Talvolta passa qualcuno che a questo istinto sa unire una cultura del lavoro spaventosa e vanta un talento fuori dal comune, e ti conviene fermarlo e chiedergli un autografo perché sicuramente si tratta di Federer, Nadal o Djokovic. C’è chi ha istinto e cultura del lavoro ma è dotato di un talento ‘solo’ importante e non straordinario, come per esempio David Ferrer. E poi c’è chi, come Tennys Sandgren, a fronte di un talento normale e di una dedizione alla causa tennistica non certo nadaliana può vantare quell’istinto che non si insegna. La capacità di comprimere nevrosi e insicurezze per un istante e mandare quell’ultima palla sopra la rete, entro le righe e fuori dalla portata dell’avversario.

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ATP

Due francesi ai box: fermi per infortunio Corentin Moutet e Pierre-Hugues Herbert

Il mancino di Neuilly-sur-Seine si è operato al polso destro, ancora problema al ginocchio per il doppista cinque volte campione Slam

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Corentin Moutet - 2021 US Open (Andrew Ong/USTA)

Non arrivano buone notizie dall’infermeria per il tennis francese. Due giocatori dovranno rimanere fermi dal circuito per due infortuni delicati. Questa mattina Corentin Moutet ha annunciato sul suo profilo Instagram di essersi sottoposto ad un intervento chirurgico al polso destro con una foto che lo rappresenta con il braccio ingessato. “Voglio ringraziarvi per il grande sostegno ricevuto, farò di tutto per tornare in campo più forte di prima. So che la strada sarà lunga, ma sono motivato a fare del mio meglio”, scrive il classe 1999 nel suo post. Moutet è stato eliminato al secondo turno degli Australian Open, sconfitto da Francisco Cerundolo in quattro set: già nello Slam australiano usava spesso il rovescio in slice per evitare di sollecitare il polso destro: “Era difficile persino prendere una bottiglia d’acqua in mano”. Il mancino francese ha già annunciato il forfait per i tornei di Cordoba e Buenos Aires in Sudamerica, ma potrà tornare velocemente ad allenarsi essendo il braccio destro interessato dell’infortunio.

Infortuni che non danno pace a Pierre-Hugues Herbert. Il doppista vincitore delle ATP Finals 2019 e 2021 si era ripreso da poco dal lungo stop per un problema al ginocchio sinistro accusato nel Challenger di Ilkley dopo una caduta a terra, sull’erba nello scorso giugno, poco prima di Wimbledon. Il giocatore francese ha avuto una ricaduta nel match della scorsa settimana a Quimper contro Dominic Stricker: poco dopo aver colpito un dritto, ha accusato un forte dolore al ginocchio sinistro, cominciando a zoppicare.

 

È riuscito a concludere il match, ma dovrà fermarsi di nuovo per un periodo indefinito come scrive sul suo profilo Instagram, ritraendosi con un tutore al ginocchio. Herbert compirà 32 anni nel prossimo marzo: vedremo se il ginocchio gli darà tregua e gli permetterà di tornare ai livelli a cui ci aveva abituati.

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ATP

L’ATP non prenderà provvedimenti disciplinari contro Zverev sul caso Sharypova: “Non ci sono prove sufficienti”

In un comunicato ufficiale, l’ATP fa chiarezza sulla questione Zverev, ma con una precisazione: “Il caso potrebbe essere riaperto se emergeranno nuove prove”

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Alexander Zverev è alla ricerca della forma migliore dopo l’infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi dallo scorso Roland Garros. Il tedesco, scivolato al n°14 del ranking, ha disputato quattro match fino ad ora, perdendone tre. È comunque comprensibile che il suo livello sia ancora lontano da quello espresso nelle ultime stagioni – che lo aveva portato a lottare per il numero 1 ATPcome da lui stesso affermato qualche settimana fa alla United Cup.

La notizia odierna, tuttavia, permette al finalista dello US Open 2020 di tirare un bel sospiro di sollievo per una vicenda extra-campo che lo vedeva coinvolto da tempo. Zverev, infatti, era stato accusato di violenza domestica dall’ex fidanzata Olya Sharypova, con le indagini che sono durate quasi un anno e mezzo. Come si legge sul sito dell’ATP, l’investigazione che coinvolgeva il tedesco è stata completata oggi e non comporterà provvedimenti disciplinati ai suoi danni per mancanza di prove.

Le indagini riguardavano le presunte violenze subite dalla donna nell’ottobre 2019, durante il Masters1000 di Shanghai, ma non solo. La lente d’ingrandimento era puntata anche su altri possibili simili avvenimenti, a Monaco, New York e Ginevra. Le indagini dell’LFG (Lake Forest Group, ente di grande esperienza nel settore, anche per quanto riguarda lo sport professionistico) sono state condotte in maniera totalmente indipendente, con l’ATP che ha sempre avuto accesso alle informazioni e agli eventuali aggiornamenti.

 

Sono state ascoltate tanto le due parti in causa quanto altre persone potenzialmente coinvolte, per un totale di 24 individui tra familiari, amici e tennisti. Dopo oltre 15 mesi, l’LFG ha ultimato le indagini, consegnando all’ATP quanto emerso. Considerata la mancanza di prove sufficienti, così come le dichiarazioni contrastanti di Sharypova, non è stato possibile confermare le accuse di quest’ultima. Di conseguenza, l’ATP non prenderà provvedimenti disciplinari contro Alexander Zverev, che ha sempre fermamente negato le accuse e supportato le indagini dell’ATP. Il caso potrebbe comunque essere riaperto nel caso in cui emergessero nuove prove.

Massimo Calvelli, CEO dell’ATP, si è così espresso sulla vicenda: “La serietà e complessità di queste accuse hanno richiesto un’investigazione completa, così come l’intervento di investigatori specializzati. Questo processo ci ha mostrato la necessità di essere ancora più pronti e preparati per queste circostanze. Ci aspetta ancora un lavoro molto importante in futuro”.

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ATP

Il dominio degli anni ’80 nel tennis maschile: tra Djokovic, Murray e Nadal è 12-1 sulla generazione anni ’90 nelle finali Slam

Dodici vittorie e una sconfitta, recita il bilancio delle finali Slam fra esponenti della “generazione ‘80” e “generazione ‘90”: un dato che deve far riflettere

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Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas – Australian Open 2023 (foto via Twitter @usopen)
Novak Djokovic e Stefanos Tsitsipas – Australian Open 2023 (foto via Twitter @usopen)

Il dominio e lo strapotere di Novak Djokovic hanno fatto da padroni anche in questa edizione 2023 degli Australian Open. Il 35enne serbo ha trionfato a Melbourne per la decima volta, vincendo per la 22esima volta un torneo del Grande Slam ai danni del 24enne Stefanos Tsitsipas. Un successo che ha riaperto anche l’eterna questione di un ricambio generazionale che nel tennis maschile di vertice tarda ad arrivare. Infatti, appena due esponenti della classe ’90 (giocatori nati tra il 1990 e il 1999) hanno vinto uno Slam: Dominic Thiem in uno US Open estremamente particolare nel 2020 contro Alexander Zverev in finale, sfruttando anche la chance della squalifica di Djokovic per una pallata al giudice di linea nel match contro Carreno Busta; Daniil Medvedev sempre allo Us Open nel 2021 contro un Djokovic che avvertì la pressione del Grande Slam sulle sue spalle. Se allarghiamo il campo a tutti i giocatori nati dopo il 1990, anche Carlos Alcaraz, classe 2003, ha vinto uno Slam lo scorso anno, sempre quello newyorkese imponendosi nella finale contro Casper Ruud.

La statistica più impressionante riguarda i confronti nelle finali Major tra i giocatori nati tra il 1980 e il 1989 e quelli nati tra il 1990 e il 1999. Il bilancio è inequivocabile: 12 vittorie e 1 sconfitta per i più “anziani” a partire dalla finale di Wimbledon 2016 fino alla finale degli Australian Open di quest’anno.


Il primo scontro generazionale in una finale Slam avviene proprio nel 2016 ai Championships: Andy Murray batte in tre set il canadese Milos Raonic vincendo per la seconda volta sui prati londinesi. Nel 2018 e nel 2019 al Roland Garros Rafa Nadal nel suo feudo sconfigge Dominic Thiem: nella prima occasione perdendo appena nove giochi, nella seconda occasione lasciando per strada un set, ma vincendo comunque senza grossi patemi. Sempre nel 2019 a faticare moltissimo nella finale US Open è lo stesso Nadal contro Medvedev: il russo rimonta due set di svantaggio, ma non può nulla al quinto contro la voglia di non mollare dello spagnolo. Neanche Thiem va lontano dal successo nel 2020 all’Australian Open contro Novak Djokovic: va avanti due set a uno, ma anche l’austriaco cede nella sua prima finale Slam lontana dalla terra battuta. Nel 2021 ci provano in tre nell’anno magico del serbo: Tsitsipas, Berrettini e Medvedev. Il greco perde in cinque set la finale del Roland Garros dopo essere stato avanti di due set, il romano perde la finale di Wimbledon dopo aver vinto il primo set e il russo perde nettamente la finale in Australia, ma si prende la rivincita a New York, giocando il miglior tennis della carriera e fermando la corsa di Djokovic verso il Grande Slam.
La tendenza si conferma nel 2022 (e nel 2023) con i successi di Nadal su Medvedev all’Australian Open con una clamorosa rimonta da uno svantaggio di due set, la vittoria del maiorchino su Ruud al Roland Garros e i trionfi di Djokovic su Kyrgios a Wimbledon e su Tsitsipas qualche giorno fa a Melbourne.

 


Qual è il problema delle nuove generazioni? La sudditanza psicologica nei confronti dei mostri sacri Djokovic e Nadal è certamente un fattore per chi cresce nel mito di certi giocatori, ma l’ipotesi è pure quella di un’inferiorità tecnica e un’inadeguatezza a porsi al livello di leggende come Djokovic, Nadal e Murray. Ancora nei match 3 su 5 sono sempre i più esperti a farsi valere negli scontri generazionali: la longevità agonistica è indubbiamente cresciuta rispetto a qualche decennio fa, basti pensare che tutti e tre i big 3 hanno vinto gli Australian Open a 35 anni. Federer e Nadal hanno vinto rispettivamente nel 2017 e nel 2022 e da lì in avanti hanno trionfato ancora a livello Major. L’impressione è che Djokovic abbia ancora un fisico che lo sostenga nei match di lunga durata, oltre ad una tenuta mentale fuori dalla norma: vedremo se in questo 2023 i nati negli anni Novanta si daranno un’altra possibilità di spezzare un’egemonia che va avanti da tre lustri o se lasceranno già spazio ai Millennials nati dal 2000 in poi come Alcaraz (che ha già vinto uno US Open), Rune, Auger-Aliassime o Sinner.

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