Del ranking che non dice tutto e di Tennys Sandgren

Focus

Del ranking che non dice tutto e di Tennys Sandgren

Per essere forti nel tennis servono tre cose. Se le hai tutte e tre, sei Nadal. Se ne hai due sei Ferrer. Se ne hai soltanto una, ma sai giocartela bene, forse sei Tennys Sandgren

Pubblicato

il

Tennys Sandgren - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Mi chiedo come mai non abbia una classifica migliore, ad essere onesti. Ogni volta che lo vedo giocare mi sembra che lo faccia molto bene. Ha molte armi a disposizione e merita di stare più in alto“. A parlare così di Tennys Sandgren, che ha estromesso Fognini dall’Australian Open, è stato il suo avversario successivo, Roger Federer. Non uno qualsiasi.

Lo svizzero interpreta un pensiero condiviso e condivisibile sul conto del tennista del Tennessee. Nella biografia minima di Sandgren c’è un best ranking di numero 41 e un titolo nel circuito maggiore (Auckland 2019) con una finale persa (Houston 2018). Di continuità, però, dalle sue parti se ne trova pochetta. Dopo il titolo di Auckland dello scorso anno, per esempio, Tennys ha perso tutte le partite giocate fino ad aprile, quando ha deciso di tornare transitoriamente nel circuito challenger fino a metà maggio per recuperare vittorie e fiducia. Sembrerebbero le statistiche di un tennista piuttosto mediocre, eppure Sandgren ha giocato tre ottavi Slam, due dei quali convertiti in quarti di finale. Il secondo lo ha giocato e (incredibilmente) perso contro Federer stanotte. Insomma, il suo score si impenna vertiginosamente verso l’alto quando si analizzano i suoi risultati negli Slam, molto più di quanto il suo rendimento medio lascerebbe intuire.

In top 100 – che Tennys chiudeva nell’ultimo aggiornamento di classifica, occupando proprio l’ultimo posto disponibile – ci sono 43 giocatori che hanno almeno l’età di Sandgren e quasi la metà di loro (19) non ha mai giocato un quarto Slam. 16 di questi 19 giocatori (si escludono solo Bedene, Berankis e Travaglia) hanno un best ranking migliore di quello di Sandgren, un dato che ci indurrebbe – forse frettolosamente – a considerarli giocatori migliori dello statunitense. Ma è davvero così? Il ranking, pur essendo una misura discretamente efficace nel determinare il valore di un tennista in un determinato momento della sua carriera, quanto ci dice della sua forza effettiva?

 

Questa considerazione vuole andare oltre il semplice quanto ovvio assunto che Sandgren non vale la centesima posizione che occuperà ancora per pochi giorni. Per accorgersi di questo basta vederlo giocare pochi minuti e apprezzare il servizio efficace, il grande atletismo e le doti di tocco per nulla disprezzabili. In generale, è il caso che esistano dei giocatori in grado di esprimere un picco di rendimento che per una serie di motivi non si traduce in una continuità apprezzabile sul lungo periodo. Raggiungere i quarti Slam una volta può anche essere un caso, ripetersi (dopo aver giocato un altro ottavo a Wimbledon) non è più ascrivibile all’insieme degli eventi casuali. Soprattutto quando si ha un bilancio di 7 vittorie e 7 sconfitte contro top 20 che questa settimana è diventato addirittura un 5-2 negli Slam. Dove in teoria il livello dovrebbe salire, assieme alle difficoltà di battere i migliori giocatori del mondo.

C’è chi dice che i numeri, torturati a sufficienza, confesseranno qualsiasi cosa. È altresì vera la considerazione opposta, ovvero che i numeri bisogna saperli leggere. Tra i sette top 20 sconfitti in carriera da Sandgren c’è per esempio Cecchinato un anno fa a Auckland, rispetto al quale è ragionevole affermare che non abbia mai valso – né probabilmente mai varrà – le prime venti posizioni del mondo sul veloce. Ci sono anche Berrettini e Fognini (due volte!), battuti a distanza di pochi giorni questa settimana, che però sono due tennisti molto diversi. Potente, metodico e ‘leggibile’ il primo, estroso, imprevedibile e dal servizio più tenero il secondo. Sandgren si è adattato con profitto a entrambi i matchup, dimostrando di non essere soltanto il classico americano impostato per fare sempre la stessa cosa. Ma c’è di più, perché non è mai soltanto una questione di tennis (o di Tennys).

Tennys Sandgren – Australian Open 2018 (foto via Twitter, @AustralianOpen)

Perché so cogliere bene le occasioni? Forse perché non me ne sono capitate così tante” ha spiegato Sandgren in conferenza dopo aver battuto Fognini. “Forse non dovrei essere qui. Il fatto che io sia qui mi fa sentire un po’ su di giri e voglio andare oltre le mie possibilità. Voglio fare bene, non voglio dare per scontato il tempo che passo sul campo circondato da così tanti tifosi dopo aver giocato molte volte di fronte a poche persone. Questo mi fa tirare fuori il meglio“. Qualche minuto dopo questa interessante considerazione, ha contestualizzato meglio cosa intendesse con quel ‘forse non dovrei essere qui’. “Ho trascorso gran parte della mia carriera senza neanche poter annusare queste opportunità. Ci sono giocatori anche migliori di me, contro cui ho giocato in challenger o futures, che hanno smesso di giocare perché non ci stavano dentro economicamente o a causa di infortuni. Io ho avuto abbastanza fortuna da poter continuare a cullare il mio sogno, ma c’erano sicuramente molte possibilità che andasse diversamente. I margini per avere queste opportunità sono sempre molto stretti“.

La chiave, probabilmente, è qui. La vulgata sulla capacità di tenere alta la concentrazione per molte settimane come parametro principale per valutare un tennista forse ha distorto la nostra prospettiva di analisi. Essere mediamente più pronti, disporsi nella condizione di cogliere il maggior numero delle occasioni di cui parla Sandgren non significa che poi le si coglierà. Certo le probabilità sono maggiori, e infatti rimane il modo migliore di riuscirci. Quando però tutto è concentrato nei confini di un singolo match, quando tutto il lavoro che hai svolto nella tua carriera dovrebbe confluire nella capacità di vincere l’ultimo quindici di una partita, la dedizione è un validissimo alleato ma non basta. Serve un po’ di sfrontatezza, serve un istinto particolare, bisogna essere dotati di una forma di talento – sì, è talento anche questo – che consente di trasformare un’opportunità in una conquista. Oppure di azzerare le opportunità per gli altri, come Sandgren ha saputo fare con le cinque palle break di Fognini.

Talvolta passa qualcuno che a questo istinto sa unire una cultura del lavoro spaventosa e vanta un talento fuori dal comune, e ti conviene fermarlo e chiedergli un autografo perché sicuramente si tratta di Federer, Nadal o Djokovic. C’è chi ha istinto e cultura del lavoro ma è dotato di un talento ‘solo’ importante e non straordinario, come per esempio David Ferrer. E poi c’è chi, come Tennys Sandgren, a fronte di un talento normale e di una dedizione alla causa tennistica non certo nadaliana può vantare quell’istinto che non si insegna. La capacità di comprimere nevrosi e insicurezze per un istante e mandare quell’ultima palla sopra la rete, entro le righe e fuori dalla portata dell’avversario.

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Quel campo da tennis tra la guerra e il cielo

Nel 1943 l’Albergo Vittoria di Beaulard ospitò una clinica dove si curavano ebrei, partigiani e tedeschi sotto lo stesso tetto. Con un campo da tennis sullo sfondo e la speranza di un futuro migliore

Pubblicato

il

Il campo da tennis dell'Hotel Vittoria

“A invogliarmi, d’un tratto, a tirar fuori la racchetta e i vestiti da tennis che riposavano in un cassetto da più di un anno, forse non era stata che la giornata luminosa, l’aria leggera e carezzevole di un primo pomeriggio autunnale straordinariamente soleggiato. Ma nel frattempo erano accadute varie cose” ( Il Giardino dei Finzi Contini)

Lo chiamavano l’albero delle scimmie. E le scimmie rispondevano al nome di Thea, Lella, Carla, Anna e Maria, cinque sorelline che dal ramo più alto di un grande noce assistevano rapite a quelle infinite sfide sul campo da tennis in terra rossa posto sul retro dell’ “Albergo Vittoria”, dal nome che i loro nonni Giuseppe e Teresa Cerutti avevano scelto per quella che sarebbe diventata la loro mamma e per la pensione di Beaulard, Val di Susa a pochi chilometri dal confine francese.

Quel campo da tennis però racconta anche altro, eco dei venti di guerra che solo qualche anno prima aveva lasciato le sue tracce in Val di Susa. Racconta di alcune buche scavate nei suoi dintorni per nascondere il vino e le masserizie dalle razzie dei tedeschi e per celare strumenti di lotta dei partigiani. E di sfide a rincorrere una pallina bianca tra ufficiali germanici e misteriosi ospiti dell’albergo.

 

Il campo sorgeva tra prati, panchine e alberi ma rimaneva un sogno proibito per le cinque nipoti di “Pinotto”, essendo riservato ai clienti della pensione e ai villeggianti di Beaulard, cui veniva concesso di scambiare qualche colpo, previa consumazione di panini, cedrate e caffè.

Vittoria Cerutti con un’amica e delle racchette improvvisate

Sono gli anni ’50 e l’Italia prova a ripartire e a concedersi un sorriso di speranza. E così le sfide dei tornei estivi con in palio l’ambito trofeo di un vassoio di dolci della pasticceria Ugetti di Bardonecchia, si consumavano tra il tifo delle ragazzine per i giovanotti villeggianti e le incursioni del raccattapalle d’eccezione. Appena un diritto maldestro mandava la palla oltre la rete di cinta dell’albergo, ecco che Leed, il pastore tedesco di casa, si lanciava trai frutteti e i trifogli per riportare in campo l’oggetto del contendere.

Luglio 1943: Torino è sotto scacco, vittima dei bombardamenti inglesi. Il Professor Arturo Pinna Pintor, fondatore nel 1904 dell’omonima e famosa clinica, prende l’inevitabile decisione di trasferire tutto in una località più sicura. La scelta cade su Beaulard, “Località amena e sicura, comodità ferroviaria. Posto pubblico telefonico intercomunale in Clinica” come recita il comunicato pubblicitario inserito su La Stampa del 24 agosto 1943 e l’Hotel Vittoria viene individuato come il luogo ideale dove ricollocare le attività sanitarie della clinica.

Le prime ad approdare a Beaulard sono le quattro suore e infermiere carmelitane ma c’è un grosso problema. Non si trova un medico disponibile a prendere le redini della struttura, perché girano strane voci su quella piccola pensione in Val di Susa. Alcune persone vengono ricoverate ma nelle carte non si trovano i documenti clinici relativi alle patologie, e anche alcuni cognomi sono stranamente cangianti. Sono ebrei, accolti sotto mentite spoglie e ospitati nella struttura tra le montagne.

Le difficoltà però sono a un passo dall’indurre Pinna Pintor a chiudere la clinica, quando finalmente il neolaureato dott. Matteo Lincoln Briccarello accetta l’incarico di dirigere la struttura per lo stipendio di 800 lire al mese. E così nel febbraio del 1944 il giovane dottore viene accolto alla stazione del treno da Giuseppe Cerutti e dalla piccola nipotina Thea che con una carriola lo aiutano a trasportare i bagagli in albergo.

Inizia così, in un piccolo anfratto tra le montagne, una storia intrisa di umanità e solidarietà, mentre il mondo non ha ancora capito quale sarà il suo destino. Una storia fatta di visite notturne in montagna del dott. Briccarello per assistere dei partigiani rifugiati o di bambini accorsi da tutta la valle per operarsi alle tonsille.

Il dott. Briccarello non nasconde sin da subito le sue simpatie e così per l’Hotel Vittoria transitano verso il confine vari gruppi di partigiani, come raccontato nel suo “Diario” da Ada Gobetti, staffetta partigiana in Val Germanasca e in Val di Susa in quegli anni e che diverrà, dopo la Liberazione, la prima donna ad essere nominata vicesindaco di Torino come rappresentante del Partito d’Azione.

Hotel Vittoria Beaulard

I tedeschi di stanza ad Oulx fiutano però quello che sta succedendo a Beaulard e tendono un tranello al dottore, invitandolo in paese con una scusa. Lì lo minacciano ma Bricarello se la cava, salvando la vita ad un soldato tedesco ferito. 

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il contingente tedesco occupa la Val di Susa, ma è meno feroce di quello sul fronte o come in altre zone non lontane come la Valle d’Aosta. Ed ecco che le mura dell’Hotel Vittoria raccontano del capitano viennese Hans Lanperle che mette da parte pezzi di pane per i bambini dell’albergo, che gioca infinite partite a poker con gli ospiti senza nome dell’albergo che fingeva di non sapere essere ebrei.  E alla fine sono proprio i tedeschi a impedire la chiusura della clinica, per poter disporre di una struttura di pronto intervento sia per i civili sia per i militari.

Arriverà il 25 aprile del 1945 e la fine delle ostilità. La clinica non lascia subito l’Hotel Vittoria, perché ci sono ancora i pazienti da trasferire a Torino, tra essi Mario Lamberto Zanardi, esponente del Partito d’Azione.

Anni dopo il capitano Lanperle tornerà in vacanza a Beaulard e scoprirà che la famiglia dell’Hotel Vittoria si è allargata. Ritorna d’incanto protagonista quel campo da tennis che sbuca trai noci e i trifogli. Non c’è più la guerra, non c’è più bisogno di far finta di non vedere, di far finta di non sapere chi è che dorme sotto il tuo stesso tetto, chi cala il poker e chi ti chiama a rete con una palla corta.

Ci sono cinque ragazzine arrampicate su un albero che guarda il cielo, c’è anche un cane che raccoglie le palline. Perché è la gente che fa la storia, quando è il momento di scegliere e di andare. 

Settant’anni dopo l’Hotel non c’è più e le cinque figlie di Vittoria sono diventate nonne. Ma il ricordo di quel rettangolo rosso con le linee di gesso, accarezzerà ancora a lungo la ruga del sorriso sui loro volti.


Questo racconto nasce dagli appunti e dalle ricerche di Carla Di Matteo, figlia di Vittoria che ha dato il nome all’hotel, nipote di Giuseppe Cerutti e…zia dell’autore dell’articolo.

 “Diario Partigiano” di Ada Gobetti“

“La casa di cura di Beaulard 1943-1945” di Edoardo Tripodi su “Panorami”

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

Pubblicato

il

Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

Continua a leggere

Opinioni

L’isolamento letterario di Andrea Petkovic, eccezione alla regola di David Foster Wallace

Andrea ha creato un club del libro e sembra voler sconfessare il celebre saggio di Wallace, che disse di Michael Joyce (tracciando il ritratto del tennista-prototipo) ‘è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato’

Pubblicato

il

Andrea Petkovic - dal profilo Instagram @racquetbookclub

L’obbligo di stare a casa imposto dalle contingenze della pandemia di COVID-19 – miliardi di persone sono in isolamento, e figurarsi che ora si è aggiunta anche l’India – si è vestito di alcune implicazioni che vent’anni fa non avremmo neanche potuto sospettare, e dieci anni fa (nonostante i primi segnali) ci sarebbero comunque sembrate difficili da raggiungere.

Di questo isolamento, stiamo documentando tutto. Eravamo 90 milioni al mese su Instagram sette anni fa, meno degli abitanti dell’Egitto, oggi siamo un miliardo: se gli utenti mensili di Instagram fossero un paese, sarebbero il terzo più popolato del mondo dopo Cina e India. C’è di più: se gli utenti attivi di Facebook, Youtube e WhatsApp (dati statista.com) avessero un territorio e dei confini, sarebbero i tre stati più abitati del mondo. Facebook e Youtube sfondano il tetto dei due miliardi di utenti, per darvi un’idea.

In un momento in cui sembra quasi ci sia concesso di fare soltanto quello e abbiamo moltissimo tempo per farlo, la nostra attività sui social dice di noi molto più di quello che crediamo. Rivela la nostra resistenza alla noia, le armi con cui combattiamo la disperazione, persino la capacità di tradurre questa sciagura in opportunità. Qui entrano in gioco gli atleti, un esercito di fibre muscolari ben allenate il cui tasso di disoccupazione, al momento, sfiora il 100% – salvo eccezioni perlopiù calcistiche: si gioca in Bielorussia, Birmania, Nicaragua e si fanno amichevoli in Svezia. I tennisti non fanno eccezione, sono tutti a casa.

 

Li stiamo vedendo: Djokovic fa Capitan Uncino coi figli, Nadal dimentica di sbarbarsi e si diverte in cucina (senza piano a induzione, fanno notare i modernisti), Sinner si inventa un modo simpatico di fare beneficenza mentre gli altri italiani (Travaglia e Sonego su tutti) tengono fede ai principi costituzionali impastando e panificando. Fognini no, si taglia i capelli e lancia una delle challenge che oggi vanno tanto di moda. Sono gli intrattenitori-raccontatori, una fronda che ha trovato in Kristie Ahn (27 anni, ottavi all’ultimo US Open, rimembrate?) un autentico spirito guida: fenomeno assoluto dell’intrattenimento virtuale, se volete approcciarvi a Tik Tok in modo discreto seguite lei.

C’è anche chi esagera. Stan Wawrinka ormai viaggia al ritmo di due dirette Instagram al giorno, chiama a rapporto quell’altro perdigiorno di Paire e si scambiano frammenti di taedium vitae che viene da sperare possano tornare a giocare presto, altrimenti quando li recuperi più questi. Ci sono gli introspettivi – Tsitsipas, Serena, anche Berrettini – che invocano un senso di responsabilità mondiale per sconfiggere la pandemia, quelli che tirano fuori le fotografie di quando erano bambini, quelli che si amano da pazzi e non lo nascondono: siate onesti, non vorreste tutti voi un idillio come quello di Marcos Baghdatis e sua moglie Karolina?

Stan Wawrinka, dal suo profilo Instagram

E poi c’è Andrea Petkovic. Laddove gli altri si raccontano, lei prova a istruire; mentre gli altri passano il tempo, lei ci coinvolge nel suo. Certo ci mette anche a parte del suo workout, recita la scena di un film chiedendoci di indovinare quale sia (è Gary Oldman in Leon, un film francese che oltre a lanciare Jean Reno ha inaugurato la carriera di quell’insana portatrice di grazia che è Natalie Portman) e svolge persino servizio pubblico facendo il debunking a Bernard Tomic, che aveva detto di avere tutti i sintomi del coronavirus: “Gli ho scritto e mi ha detto di aver mentito e che non sa neanche perché l’ha fatto: è tutto normale, è Tomic“. E chi crede che quest’attività non sia necessaria, pensi al fatto che una piccola fetta d’Italia ha creduto all’istante che un servizio televisivo del 2015 potesse spiegare l’origine in laboratorio di un virus del 2020.

Ecco, oltre a fare queste cose Andrea – laureata in scienze politiche e laureanda in filosofia e letteratura, oltre che conduttrice televisiva su ZDF – ha anche creato un club del libro su Instagram, il Racquet Book Club, per inaugurare il quale ha scelto quattro titoli da mettere ai voti: il preferito dai suoi follower sarebbe diventato oggetto di discussione e lettura collettiva. Ha vinto con largo margine String Theory di David Foster Wallace, una raccolta di cinque saggi tennistici che come il disco di una rockstar mutua il nome dal singolo più riuscito, che in questo caso è l’omonimo affresco di Michael Joyce (ex n.64 del mondo, forse più famoso per aver allenato e condotto al successo Sharapova) commissionato a Wallace dalla rivista ‘Esquire’ nel 1996. Lo potete leggere qui, in lingua originale, ma lo trovate anche tradotto nella raccolta ‘Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)’. Amazon va un po’ a singhiozzo con le consegne, ma con l’e-book andate sul sicuro.

È uno scritto di una bellezza stordente. Oltre a contenere descrizioni memorabili di alcuni tennisti – citiamo quella di Richard Krajicek, che secondo DFW ‘si lancia verso la rete come se questa gli dovesse dei soldi‘ – è la miglior cosa che possa capitarvi di leggere per capire cos’è un tennista al di fuori del tennis, ovvero quali possibilità in termini di interessi, curiosità nei confronti del mondo e sviluppo culturale rimangano a chi sia costretto a dedicare a quest’attività maniacale metà delle ore di veglia dai dodici anni fino al giorno del ritiro. Ed è esattamente il tema che emerge da questo isolamento forzato, dove i tennisti vengono spogliati della loro principale attività e ci vengono consegnati per quello che sono – e sono sempre stati: esseri umani, con passioni e tempo libero da riempire.

Esseri umani ai quali abbiamo sempre chiesto, in modo a volte ingeneroso, di stupirci in conferenza stampa, di non essere banali, di offrirci un punto di vista sensato in risposta a ogni nostro quesito nonostante fossero reduci da battaglie di tutt’altro tipo e occupassero le loro giornate a cercare ossessivamente di trovare un modo per vincerne il più possibile, mica a sfogliare manuali di sociologia. Wallace si è imbattuto in questo equivoco trascorrendo una mezza estate con Joyce, e lo ha descritto così:

Fate caso al modo in cui i ‘ritratti personali dietro le quinte’ degli atleti si sforzano il più possibile di trovare prove di un’esistenza completa, di interessi e attività al di fuori dello sport. Ignoriamo ciò che è ovvio, che la maggior parte di questo sforzo è una farsa. È una farsa perché la realtà di un atleta di alto livello oggi richiede un impegno precoce e totale per eccellere in un settore. Una concentrazione ascetica. Il sacrificio di tutti gli altri aspetti della vita umana in funzione di quello scelto e perseguito. Il ‘permesso’ di vivere in un mondo che, come quello di un bambino, è molto piccolo“.

Michael Joyce

E poi ancora, tracciando con precisione assoluta i contorni della figura di Joyce:

In quello che Michael Joyce dice, trovi raramente un qualche tipo di angolazione o di punto di vista; per lo più, riporta semplicemente quello che vede, come una macchina fotografica. Non potresti neanche chiamarla sincerità, perché non è che sembri mai passargli per la testa di cercare di essere sincero o insincero. Per un po’ ho pensato che il candore un po’ mellifluo di Joyce fosse una conseguenza della sua scarsa intelligenza. Questo giudizio era in parte influenzato dal fatto che Joyce non è andato al college ed è stato solo marginalmente interessato alle materie di studio durante le superiori (cose che so perché me le ha dette lui da subito). Quello che ho scoperto, man mano che il torneo andava avanti, è stato che certe volte riesco ad essere abbastanza snob e testa di cazzo, e che la schiettezza non ostentata di Michael Joyce non è un segno di stupidità ma di qualcos’altro“. Ovvero, di quella dedizione ascetica sopra descritta.

Wallace concluse il saggio dicendo che per Joyce, a ventidue anni, era già tardi ‘per qualsiasi cosa’ che non fosse quel già citato qualcos’altro. “Joyce, in altre parole, è un uomo completo, sebbene in modo grottescamente limitato“.

Parole che il diretto interessato non aveva ben compreso in prima istanza, a reportage appena uscito, ma che a distanza di tempo avrebbe perfino apprezzato: “Anni dopo, quando uscì il libro che lo conteneva, ero più vecchio e più maturo” ha raccontato Joyce.Ho cominciato a guardare a quella ‘cosa’ in maniera differente: era un saggio stupefacente. Finalmente, riuscii a vedere il genio nella sua scrittura. Poi Wallace divenne una leggenda della narrativa e oggi è incredibile pensare di essere, in qualche maniera, legato per sempre a lui”. E allora forse Wallace, pur fastidiosamente lucido in ogni sua esternazione, non aveva del tutto ragione sul fatto che per Joyce fosse tardi per qualsiasi cosa. Non lo è stato per comprendere se stesso attraverso le parole di un estraneo, seppure illustre.

Se però accettiamo il pensiero di Wallace come regola, e ci sono pochi motivi per non farlo, sappiamo anche come considerare Andrea Petkovic – che ha stimolato questa riflessione: un’eccezione. Quanto replicabile? Difficile dirlo, senza trovarsi nella posizione di chi colpisce rovesci per una vita e poi a un certo punto si ritrova costretto in casa, con le racchette in un armadio e i muscoli impigriti da un’attività fisica soltanto domestica.

Andrea Petkovic – Fed Cup (foto via Twitter, @FedCup)

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement