Non è da Nadal subire dodici minibreak in tre tie-break

Editoriali del Direttore

Non è da Nadal subire dodici minibreak in tre tie-break

Dominic Thiem ha tremato, ma ha fatto 22 punti contro 13. Sarà lui il vincitore n.150 degli Slam? Djokovic vincendo l’Australian Open n.8 tornerebbe n.1. Federer non molla. Zverev: “Tutti i premi di mio padre andavano allo Stato, quindi se vinco io…”

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Rafael Nadal e Dominic Thiem - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)
 
 

Dodici minibreak subiti nelle fasi decisive: non è da Nadal, più lento del solito. La sconfitta di Rafa Nadal, che già all’US Open del 2018 aveva sofferto Dominic Thiem oltre ogni dire, vincendo 76 al quinto, è la notizia del giorno perché a) si tratta del k.o. del n.1 del mondo, b) perché non aveva mai perso 3 tiebreak in un solo scontro, per l’appunto come tre tiebreak aveva perso Roger Federer in finale a Wimbledon contro Djokovic, c) perché apre la strada a una semifinale di Slam Thiem-Zverev che per i due è la prima in assoluto sul cemento. Thiem ancora sul campo rispondendo a Jim Courier ha detto: C’è un po’ di differenza con Federer e Djokovic che giocheranno qui la loro quindicesima semifinale…!”.

Se Djokovic vincerà il torneo detronizzerà Nadal. Federer non aveva prenotato campi di allenamento. Se si è allenato ugualmente non lo so, ma chi lo ha incontrato lo ha visto sereno, rilassato e sorridente. Niente quindi lasciava pensare che avrebbe mollato la presa su Djokovic e il torneo. Di certo Nadal tiferà per lui. Quella vinta da Thiem è stata l’ennesima partita molto bella di questo Australian Open che ha riservato serate quasi incredibili a chi aveva comprato il biglietto per la sessione notturna. Quasi sempre sulla Rod Laver Arena, ma non solo.

C’è stato un Federer-Millman memorabile, con Federer che rimonta nel tiebreak finale a 10 punti da 4-8 per aggiudicarsi 6 punti di fila, c’è un Kyrgios-Khachanov che finisce 7-6 al quinto ancora 10-8 nel tiebreak finale, c’è un’altra maratona Nadal-Kyrgios che va avanti per 3h e 38 minuti e con Rafa che vince terzo e quarto set al tiebreak. In sessione diurna ecco che tocca a Federer contro Sandgren (che ci aveva dato il dispiacere di far fuori sia Berrettini sia Fognini dopo due gran lotte) e succede di tutto nell’arco di 4h e 3 minuti prima che Roger, annullati 7 matchpoint, mostri di avere 7 vite come i gatti. Infine – ma il torneo è tutt’altro che finito alla vigilia di due semifinali intriganti come quelle che ci attendono con Thiem-Zverev (6-2 per l’austriaco i precedenti) e il “classico” Djokovic-Federer al 50mo duello (26-23 per Novak su Roger) – l’ultima serata australiana offre uno straordinario duello al penultimo sangue di 4h ore e un quarto fra Thiem e Nadal, con Nadal che avrebbe potuto vincere il primo set per essere stato avanti di un break e aver servito per il set sul 5-3 con un setpoint.

Era avanti di un break anche nel secondo – leggi la cronaca di Vanni Gibertini – ma ha perso anche quello. Vince il terzo ed è indietro di un break nel quarto, dopo aver mancato lui 3 pallebreak per salire sul 2-0, ma a Thiem viene un incredibile braccino – da pollo… eh eh – quando serve per il match sul 5-4: un doppio fallo di fila, un dritto facile in rete e un altro dritto fuori (che non aveva praticamente mai sbagliato così facili in tutto il match in così rapida successione). Così sul 5 pari nel quarto la partita è riaperta. Molti si aspettano anzi che alla fine Rafa agguanti il quarti set e diventi il favorito nel quinto. Ma di nuovo Rafa perde il tie-break, per la terza volta come non gli era mai successo in tutta una vita.

Gli chiedo: “L’anno scorso abbiamo visto una grande finale, un match molto equilibrato e Federer lo ha perso perdendo tre tie-break. Oggi si è visto un altro grande match e tu hai perso tre tiebreak cosa che non accade spesso (in quel momento non sapevo ancora che non era mai accaduta). Puoi spiegarlo? Una coincidenza” (averli persi…). Rafa Nadal: “Come l’altro giorno non ho una grande spiegazione quando ho vinto due tiebreak contro Kyrgios, oggi non ce l’ho per i tie-break che ho perso. Probabilmente perché ha giocato meglio di me. Normalmente questa è la ragione per cui vinci o perdi i tiebreak”. Vabbè, io capisco non avesse, in quella situazione, gran voglia di rispondere.  A nessuno piace perdere. E venire a parlare con i giornalisti subito dopo aver perso un match di più di 4 ore e così importante. Però la sua risposta… la potrebbe dare per ogni partita, non solo per ogni tiebreak.

Domanda teorica: “Ci spieghi perché secondo te hai perso?” Risposta teorica: “Perché lui ha giocato meglio di me”. Grazie al cavolo, mi viene da dire. Pur capendo benissimo, ripeto ancora, che se a uno gli girano le scatole può non avere alcuna voglia di rispondere. Pochi minuti prima una collega inglese gli diceva di averlo visto oggi particolarmente agitato già sul campo (o irritato? Lei ha usato la parola agitated… che non si traduce esattamente in agitato…). Lui ha naturalmente negato di esserlo. Se non lo avessi visto così anch’io, durante il match e dopo, mi sarebbe piaciuto chiedergli se avesse una spiegazione su un dato che non può essere meramente statistico: nel primo tiebreak, vinto 7 punti a 3 da Thiem, ci sono stati 6 minibreak, nel secondo, vinto 7 a 4, i minibreak sono stati  ancora 6, nel terzo vinto 8 a 6, sono stati 7. 19 minibreak in 3 tie-break di complessivi 35 punti. Un’esagerazione. Ovviamente Rafa ne ha persi di più di Thiem: ben 12.

Al di là dei numeri che magari qualcuno di voi lettori proverà a spiegare in base alle sue conoscenze, la mia impressione è stata che Thiem fosse molto più agile e scattante, riuscisse a girare attorno alla palla per colpire di dritto anche nelle fasi finali del match, mentre Nadal in diverse occasioni mi è parso lento e in ritardo. Soprattutto quando, dopo essersi spostato molto sulla sua sinistra veniva preso d’infilata dal rovescio lungolinea di Thiem che lo sorprendeva sulla sua destra. Non poche anche le situazioni in cui Thiem lo attaccava dalla parte del dritto, con il suo dritto e Rafa arrivava troppo tardi per riuscire a uncinare la palla con la chele mancina e giocare il cross e allora tentava dei lungolinea che finivano troppo spesso in corridoio. Anche qualche volée in rete di Rafa mi è sembrata, a tratti però perché ne ha fatte anche di bellissime e straordinarie, frutto di un attimo di ritardo.

Queste, credetemi, erano osservazioni che mi venivano di fare mentre guardavo il match. Non sono frutto del senno di poi. Peraltro anche a queste occorre darci un peso relativo – e infatti io glielo do – perché il match si è deciso comunque su pochissime palle, anche se i tre tiebreak hanno visto Thiem fare 9 punti in più… che non sono pochi. Quante volte si è detto che i punti valgono quasi il doppio degli altri?

Ovviamente la sconfitta di Nadal è quella che fa titolo, però appunto anche il traguardo finalmente raggiunto da Sasha Zverev merita attenzione. Il tedesco figlio (e fratello) d’arte ha finalmente centrato una semifinale di Slam e non è detto che si fermi lì. Adesso è soprattutto tutta l’Australia a fare il tifo per lui, perché come ha detto e ribadito già sul campo, dovesse vincere lui questo Slam regalerebbe tutto il primo premio, oltre 4 milioni e 120.000 dollari australiani in beneficenza a chi ha perso case e terra per via degli incendi che hanno funestato questo continente. Nessun tennista ha mai promesso (e fatto) tanto. Intanto Sasha aveva subito garantito che avrebbe dato alla stessa causa 10.000 dollari per ogni turno passato…e così sono già 50.000. Vero che 50.000 dollari sono poco più che noccioline per uno che di soli premi ha già guadagnato a meno di 23 anni oltre 20 milioni di premi ufficiali (lordi, perché vanno detratte tasse, spese di viaggio per sé e il suo team… ma al contempo non figurano ingaggi per lucrose esibizioni, Laver Cup, federtedesca, sponsor), ma 4 milioni è invece tanta tanta roba anche per un ragazzo straricco come lui oggi e con un avvenire che promette tanti bei soldoni che lui, risiedendo a Montecarlo, non devolverà al fisco tedesco.

Sulle prime, quando Zverev annunciò il suo bellissimo proposito, i maligni si erano detti: “Bella forza, tanto è convinto di non poter vincere questo Slam, ha giocato male quasi tutto il 2019 – un solo torneo vinto – non ha brillato nell’ATP Cup, ha voluto fare il bel gesto certo che tanto non gli sarebbe costato nulla”.Con il passare dei giorni Sascha ha spiegato sempre meglio il perché del suo gesto al quale ormai mancano solo due vittorie perché lo possa mettere in pratica.Ma prima di riferire quel che ha detto anche oggi Sascha, con parole e concetti belli ed apprezzabili, vorrei ripercorrere un attimo le ragioni per le quali sembrava proprio che nei confronti di uno Slam Sasha Zverev nutrisse un vero complesso. E vi invito ad arrivare in fondo all’articolo perché in effetti lui aveva cominciato a farselo e ha spiegato tutto le sensazioni che provava.

Aveva cominciato a partecipare agli Slam quasi da enfant-prodige, anno 2015, perdendo al secondo turno a Wimbledon e al primo all’US Open. Ma aveva 18 anni, proprio come Sinner oggi per il quale si chiede ad alta voce di non avere fretta. Quindi era quasi inevitabile che perdesse presto.  Così come è chiaro che anche il 2016 dovesse essere interlocutorio: dall’inizio dell’anno nei 4 Majors infatti i risultati furono un primo turno, due terzi, un secondo.Nel 2017 era invece un po’ meno scontato che non potesse andare oltre un terzo, un primo, un ottavo (a Wimbledon) e un secondo. Infatti a maggio aveva già trionfato a Roma, ad agosto a Montreal (Canadian Open), insomma in due Masters 1000. Ma anche in altri tre tornei (Washington, Monaco e Montpellier). In un sacco di partite, negli Slam, si faceva trascinare al quinto anche da avversari piuttosto modesti, e lo sforzo – fisico certo ma anche psicologico – per recuperare dopo quelle maratone, finiva per costargli caro. Tuttavia per uno che chiudeva l’anno a n.4 del mondo, subito dietro i celeberrimi Fab 3 (Murray era alle prese con i suoi guai) – e che a un certo punto della stagione, il 6 novembre se n’era pure lasciato uno alle spalle avendo raggiunto il best ranking a n.3 – beh, pareva proprio che gli Slam fossero per lui un territorio maledetto. Ci si dimenticava tutti un po’ dei suoi 20 anni.

Anche nel 2018 Sasha vince un Masters 1000, Madrid, e fa un’altra finale, Miami, più un paio di semifinali. Soprattutto chiude vincendo le finali ATP a Londra: però, vallo a capire, negli Slam non va oltre – sempre nell’ordine del calendario – un terzo turno, un quarto di finale (finalmente, è il primo! Accade a Parigi), altri due terzi turni deludenti per chi nuovamente chiude l’anno da n.4… senza aver conquistato tutti i ricchi punti che distribuisce uno Slam. Buon per lui che ha rivinto Washington e Monaco, e ha fatto finale a Miami e Roma. Arriviamo all’anno scorso, un anno quasi disastroso, un solo torneo vinto e di modesta caratura, Ginevra, salvato appena dalla qualificazione all’ultimo tuffo (fino a Bercy non era certo) per le finali ATP di cui era il campione in carica. Arriva in semifinale, chiude l’anno a n.7 davanti a Matteo Berrettini per il quale chiudere a n.8 è come toccare il cielo con un dito.

Comincia il 2020 e nell’ATP Cup non brilla. Quel che è accaduto all’Australian Open, dove con Wawrinka ha perso il primo set del torneo prima di dominare Stan The Man nei tre set successivi, è storia di questi giorni.A fine match gli ho ricordato la profezia di Rafa (“Entro due anni Sascha farà bei risultati anche negli Slam…”) e poi gli ho chiesto quanto fosse impaziente di raggiungere la sua prima semifinale (al 19mo Slam…): Sì ero molto impaziente, forse anzi davo troppa attenzione agli Slam. Giocavo meglio a tutti gli altri tornei. Roma, Madrid, gli altri Masters 1000, le finali ATP. Gli Slam contavano troppo per me. Quest’anno sono venuto qui senza alcuna aspettativa, giocavo in modo orribile. All’Atp Cup, le settimane precedenti. Poi nel torneo è stato un processo con vari progressi. Spero di continuare in semifinale e magari in finale. Ma non giocherò contro gente che gioca peggio…”.

“Ci parli del tuo impegno a dare tutti i soldi del primo premio, eventualmente, in aiuto di chi ha sofferto per il fuoco che ha devastato l’Australia?”

I MIEI GENITORI IN UN PAESE COMUNISTA… IO NON SONO ROGER O LEBRON JAMES!

“I miei genitori sono cresciuti nell’Unione Sovietica, dove se eri un tennista professionista, come mio padre, dovevi dare i soldi che guadagnavi allo Stato se li facevi nel tuo Paese. E non avevano mai soldi. Ora che li abbiamo si potrebbe pensare che dovremmo tenerli per noi. Ma loro mi hanno sempre detto che i soldi dovrebbero servire a cambiare il mondo. Essere investiti in qualcosa di buono, e non per metterli in una banca senza farci niente. Naturalmente se vincessi 4 milioni sarebbe un sacco di soldi, non sono Roger o LeBron James. Tuttavia so che in questo Paese, questo bel Paese, c’è gente che ha perso la sua casa e ha bisogno di questi soldi. Dipendono da questi soldi per ricostruire le loro case, ricreare la natura che c’era, animali compresi. Credo siano soldi molto più utili a loro che a me”.

Il discorso di Sascha, super apprezzabile, mi ha fatto tornare in mente l’epoca in cui intervistai Andrei Chesnokov ex n.9 ATP, a Firenze (vinse il mio torneo nell’87, lo allenava una donna Tatiana Naumko, vinse anche Montecarlo e Montreal), quando sia lui sia Natalia Zvereva (finalista con Steffi Graf al Roland Garros 1988) giocavano ma non vedevano neppure i soldi che teoricamente guadagnavano. Non ci fosse stato un grande appassionato di tennis come Boris Yeltsin, presidente russo, che, spinto dal sempiterno capitano di tutte le squadre russe di Davis e Fed Cup, Shamil Tarpishev che aveva nominato ministro dallo sport, i loro soldi li prendeva tutti lo Stato comunista.

Al Roland Garros, quando nell’89 Chesnokov battè Wilander campione in carica, raccontò: “A Mosca io e la mia famiglia stiamo in una casa che è più piccola dell’hotel dove sto qui a Parigi”. Papà Zverev ha vissuto tutta quell’epoca. E lo ha raccontato a Sascha. Chiudo riportando una frase di Dominic Thiem che ovviamente si augura di “infrangere la barriera che fin qui ha visto vincere gli Slam ai soliti tre”, a proposito della sua amicizia con Zverev: “Sarà la prima volta che in una semifinale di Slam affronterò un giocatore più giovane di me. Siamo buoni amici, sono contento per lui e per il suo risultato in uno Slam. Non esistono segreti fra noi, abbiamo giocato così tante volte (6 su 8 volte ha vinto Dominic). È una sana rivalità. Sarà un altro match equilibrato, come sempre quando si affrontano due top-ten”.

Sono stato troppo lungo ancora una volta. Sulla tristezza di Garbine Muguruza, irriconoscibile rispetto ai primi tempi quando era sempre allegra, sorridente, estroversa, scriverò un’altra volta. 

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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