Come si può rovinare una giovane tennista: la storia di Monique Viele

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Come si può rovinare una giovane tennista: la storia di Monique Viele

Ha solo un anno in meno di Kim Clijsters, il suo primo manager è stato un certo Donald Trump e non ha mai vinto una partita nel circuito maggiore. La storia di un tennista… che non lo è mai stata, raccontata da Ben Rothenberg

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Pochi ricorderanno la clamorosa meteora Monique Viele, classe 1984, che è stata il soggetto, accattivante anziché no, della partecipazione del giornalista Ben Rothenberg, star di Twitter, al podcast Thirty Love di Carl Bialik, che potete ascoltare qui.

Viele, ragazza prodigio, minacciò di portare la WTA in tribunale per via della “Capriati Rule Age Eligibility Rule”, norma eponima che le stava impedendo di passare professionista a 14 anni, nel 1999. La teenager vinse il braccio di ferro, esordendo (male) a Tokyo due settimane prima del suo quindicesimo compleanno, nel settembre di quell’anno, ma la sovra-esposizione mediatica (a cui contribuì in larga misura il suo manager dell’epoca, tale Donald Trump, che le fece firmare contratti milionari con Fila e Yonex) le rovinò la carriera, poiché non vinse mai un singolo match nel circuito maggiore, non superò la posizione N. 817 in classifica mondiale, e giocò il suo ultimo match a nemmeno 17 anni, nel settembre del 2001.

Rothenberg è partito da un tema che ci riporta ad un’epoca pre-YouTube: è possibile convincere il resto del mondo che si è una grande promessa? In passato il giornalista si era occupato di Darko Grncarov, shibboleth macedone che andò vicino a truffare Adidas e Wilson promuovendosi come una star all’Australian Open del 2018, mentre bel caso di Viele la questione è più controversa: aveva battuto delle top 100 a 14 anni, e aveva vinto tornei minori, eppure non esiste un singolo frame della giovane che gioca a tennis in tutto il web, cosa che già di per sé lascia spazio alle mitologie. E proprio come in una saga, l’unico filo conduttore è il passaparola di gente convinta che sì, Monique Viele era la next big thing, ed era già chiaro quando aveva 13 anni.

 

La sopracitata Capriati è un parallelismo importante nella vicenda sportiva di Monique: Top 10 a 14 anni (!), bruciata a 17, si fermò per due anni per poi tornare lentamente a solcare i grandi palcoscenici, riuscendo finalmente a vincere Slam e diventare N.1 a 24 – Viele avrebbe potuto fare lo stesso?

Rothenberg si è detto abbastanza convinto che sarebbe potuta diventare qualcuno, se solo fosse stata gestita diversamente (o se fosse esplosa oggi), ma allo stesso tempo ha richiamato l’attenzione sulla cultura dell’epoca, una sorta di “sindrome Williams” che prescriveva il lancio immediato nel professionismo nei casi di talento acclarato e precoce, come successo in particolare a Venus e Serena (con la grande differenza che Venus esordì senza sponsor), ma anche a Jennifer Capriati e Martina Hingis – questo sembra essere un elemento significativo della cultura sportiva americana dell’epoca, se pensiamo che dal 1995 in avanti sempre più liceali passano direttamente alla NBA saltando l’università, come nel caso di Kevin Garnett, Kobe Bryant, e più avanti LeBron James, prima che la Lega lo impedisse a partire dal 2006.

In fondo, però, è anche difficile incolpare i suoi Pigmalioni, che se da un lato hanno pensato solo ad arricchirla (e ad arricchirsi) nel breve termine, dall’altro le hanno fatto avere due milioni di dollari quando poteva a malapena guidare, fornendole dei mezzi di sostentamento che la stragrande maggioranza dei giocatori e delle giocatrici si sognano. Questo è un tema affascinante che i tifosi spesso dimenticano, perché giustamente affezionati a una visione decubertiniana del gioco, ma che negli ultimi anni è emerso sempre di più, una sorta di “siamo ciò che mangiamo” di Feuerbach in salsa tennistica che spesso spiega la riluttanza di alcuni di fare il passo ulteriore verso la grandezza, in quanto già soddisfatti della vita data loro dal tennis professionistico.

E un altro aspetto che Rothenberg sottolinea è che a quei livelli, soprattutto a quelli più alti, c’è una quantità incredibilmente numerosa di fattori che devono funzionare alla perfezione, dalla preparazione alle finanze alla salute, e basta una minima scossa per abbattere il Djenga olistico di un giocatore professionista – il paragone scelto da Ben è quello di una start-up, che può implodere rapidamente se anche solo un aspetto non è stato calcolato bene, o di un lavoro a tempo determinato, dove non c’è sicurezza a lungo termine, soprattutto per un nuovo arrivato.

Nel caso specifico, più che di minima scossa si può parlare di un vero e proprio cataclisma, perché Monique perse suo padre proprio in quegli anni, perdendo il riferimento principale e cadendo preda di tutti coloro che volevano un pezzo della sua ascesa. Dell’empatia è perciò d’obbligo, visto che tanti si sono persi per molto meno, come detto nel podcast in riferimento al caso emblematico del tennis americano contemporaneo, Jack Sock, passato dalla Top 10 a non avere ranking in due anni.

La sintesi della deriva della carriera di Monique Viele dopo il lutto è il modo in cui un’adolescente venne trasformata in oggetto sessuale a scopo di marketing, una Lolita solo marginalmente più consenziente – ma d’altronde anche il personaggio di Nabokov viene inizialmente presentato come complice nelle memorie del suo carceriere. Qui il modello diventa Anna Kournikova: se la bella russa era così diventata l’atleta donna più pagata al mondo in quel periodo, perché non riprodurre il suo modello? Quanto il mondo sia cambiato è visibile nel modo in cui sta venendo promossa Coco Gauff, il cui brand viene descritto da Rothenberg come fondato sulla sua genuinità di quindicenne, senza la minima reificazione carnale, e il modo in cui la carriera di Genie Bouchard si è arenata una volta avviata una carriera a latere di questo tipo, cosa che peraltro era successa anche a Caroline Wozniacki per un certo periodo.

Ma come si approcciavano i media dei tardi anni 90 a questo fenomeno inesploso? Rothenberg riporta la grande contraddizione che pervade anche il giornalismo contemporaneo: da una parte, grande scetticismo, in particolare dall’arrivo di Donald Trump (definito “una barzelletta” al tempo), dall’altra, però, una enorme copertura mediatica, all’insegna del “non esiste cattiva pubblicità”, il grande regalo che la stampa fa a personaggi che non vedono l’ora di essere sulla bocca di tutti, ma che diventa un anatema per giovani di talento, soprattutto nello sport, anche se in questo campo va sottolineata la frequente complicità dei campioni del passato, spesso solerti a incoronare il nuovo pur sapendo a cosa andranno incontro.

Va detto che, come sottolinea il reporter americano, ora c’è molta più attenzione a fare le cose con calma, cercando di incanalare i giovani nei tornei junior (ad eccezione di Naomi Osaka), anche se sarebbe interessante parlare dell’effettivo rapporto causa-effetto in questo caso, soprattutto nel maschile: c’è più attenzione a non causare l’implosione di un ragazzo prodigio perché si è imparato dagli errori del passato, o ce ne si occupa di meno perché i giovani hanno effettivamente più difficoltà a sfondare nel tennis di oggi? Impossibile stabilirlo con certezza, anche se Rothenberg si dice sicuro che la vicenda di Viele sia diventata un exemplum che ha fatto da monito per tutte le parti in causa, e ha probabilmente ragione.

Monique Viele e suo papà Richard

L’epitome di questa attitudine è Rick Macci, noto coach americano (fra i suoi assistiti Capriati, le Williams, Sharapova, e Roddick), che la prese sotto la sua ala per poi sostanzialmente abbandonarla dopo la sconfitta all’esordio da pro. Macci ha dedicato alla vicenda un capitolo delle sue umilissime memorie, Macci Magic, e ha parlato con Rothenberg nella preparazione dello speciale su Monique: ciò che il giornalista riporta è la mentalità imprenditoriale del coach, che ancora oggi non considera la sua breve esperienza con la giovane come un capitolo negativo della sua carriera, perché gli diede, ancora una volta, tantissima pubblicità presso genitori convinti di avere il prossimo Sampras in fasce.

E lo stesso vale per Trump, che negli anni 90 aveva spesso cercato una partnership commerciale nel tennis femminile, desideroso di consolidare il proprio status di imprenditore del lusso, e molti erano rimasti sorpresi quando di fatto divenne il manager di Viele, e perché non avvezzo al mondo del tennis (in questo caso Rothenberg fa un parallelismo con Jay-Z e Frances Tiafoe, altro talento la cui carriera sta andando a sud molto in fretta), e perché il suo gruppo, T Management, era tecnicamente una modeling agency, e qui si ritorna ad Anna Kournikova e al successo misurato in guadagni.

Monique Viele appare dunque il prodotto di un sistema ormai decaduto, e di cui forse è stata la vittima perfetta, come testimoniato da tenniste che preferivano non associarsi con l’oggettivazione del proprio talento (Monica Seles, in particolare, stando al libro Venus Envy di Jon Wertheim, non reagì bene all’immagine di Monique che canta l’inno nazionale con annesso tacco 12 prima di affrontarla in un match del World Team Tennis del 2000), ed è tuttora oggetto di scherno per tanti fan di lunga data, e quindi la domanda è sempre la stessa: se si continua a parlare di lei (generando interesse e dibattito per lo sport), davvero non esiste la cattiva pubblicità?  E se è così, qual è il limite? Forse una quattordicenne che è stata coperta di soldi senza aver mai giocato nel circuito maggiore, che come limite sembra un po’ tenue, ma forse ha contribuito a salvare chi è venuto dopo.     

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ATP

ATP Queen’s: Sinner subito eliminato da Draper

Jannik serve per il set in entrambi i parziali che poi cede al tie-break al coetaneo n. 309 della classifica

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[WC] J. Draper b. [3] J. Sinner 7-6(6) 7-6(2)

Inizia con una sconfitta l’avventura sui prati di Jannik Sinner, sconfitto in due tie-break dal coetaneo Jack Draper nonostante le tante occasioni che ha saputo crearsi. L’azzurro ha infatti avuto sei palle per il 5-0, ha servito per chiudere in entrambi i parziali e mancato due set point nel primo. Draper, però, non ha mai smesso di crederci, a partire da quel quinto gioco – e soprattutto una volta vinto – che a conti fatti ha fatto la differenza.

È stato in assoluto il sesto incontro sull’erba per Jannik, il secondo in un tabellone principale, ovviamente tutti risalenti al 2019, sia per lo stop forzato dei circuiti di dodici mesi fa, sia per la scelta (se di scelta si può parlare) di rimanere sulla terra dei Futures italiani nella sua prima stagione da professionista. Si trattava invece della seconda apparizione nel Tour per Jack, meglio attrezzato dal punto di vista muscolare, dopo lo sfortunato esordio a Miami, quando, visibilmente stremato già da diversi punti, si accasciò a terra in preda alle vertigini alla fine del primo set.

 

IL MATCH – I giochi sono quasi tutti lottati, ma Jannik spinge bene con entrambi i fondamentali, si esibisce in un paio di ricami a chiudere le discese a rete in controtempo e vola avanti di due break, salvo poi restituirne uno dopo non essere riuscito a concretizzare le sei occasioni nel lunghissimo quinto game. Draper, al quale la scala discreta, arrotondata e probabilmente non aggiornata dell’ATP dà tre centimetri in più di Jannik, riesce finalmente a far valere le sue curve mancine – ottimo lo slice interno sull’erba ancora immacolata del Queen’s– e rimane in scia. Alla battuta per far suo il parziale, due brutti dritti in uscita dal servizio aprono uno spiraglio all’avversario che non si fa pregare e, piazzato un drittone vincente, approfitta di un altro gratuito altoatesino. Deluso e arrabbiato, Sinner non gioca al meglio neanche il successivo turno di risposta e viene agguantato sul 5 pari da un Draper ormai completamente in fiducia.

In un momento in cui gli scambi sono favorevoli al n. 309 ATP, Jannik estrae tre ace nulla meno che provvidenziali per giocarsi il tie-break. Di nuovo, il nostro ha l’occasione di chiudere con il vantaggio del servizio sul secondo set point consecutivo, ma perde gli appoggi finendo a terra e, benché sia felino nel rialzarsi, fallisce il colpo successivo. Il doppio fallo manda per la prima volta avanti Draper che cinico si prende il set, mentre l’azzurro mostra la sua stizza verso il proprio angolo. Sei ace per Jannik ma 57% di prime in campo trasformate solo nel 61% dei casi sono numeri non certo entusiasmanti sull’erba, per quanto di poco inferiori a quelli britannici.

Numeri che cambiano radicalmente in positivo per entrambi nella seconda partita che diventa molto più “da erba” e per sei giochi la risposta raccoglie davvero pochissimo. Poi, la prima di servizio abbandona la wild card, c’è anche un doppio fallo e Sinner ne approfitta immediatamente per passare in vantaggio. Di nuovo chiamato a chiudere con la battuta, Jannik manca nuovamente l’appuntamento, a dispetto di un bel regalo dell’altro e pagando con un errore uno scambio in controllo in cui avrebbe forse dovuto osare di più.

È ancora tie-break, dunque, e il diciannovenne di Sutton mette subito spazio tra sé e il nostro con un perfetto anticipo di rovescio lungolinea. È stato estremamente solido per tutto l’incontro, Draper, soprattutto in questo parziale e continua a tirare dritto come un treno fino alla chiusura con l’ace numero 11. Nel secondo set, Jannik ha finito con il pagare un prezzo pesante per quelle sole nove seconde di servizio a cui è dovuto ricorrere vincendo però appena due punti, ma in generale è mancata la freddezza nei momenti di vantaggio.

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Flash

Classifica ATP: Djokovic sempre più solo in vetta. Best ranking per Sonego e Musetti

Il serbo fa il vuoto anche nella Race per le Finals di Torino. Miglior classifica per Tsitsipas, Sinner esce dalla Top 20

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Novak Djokovic e Lorenzo Musetti - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

“Tutto ha il suo momento e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e uno per morire,…” ( Dal libro del Qoelet 3,1)

..e ci sarà probabilmente un tempo in cui Stefanos Tsitsipas festeggerà la conquista del suo primo major e Félix Auger-Aliassime del primo torneo in singolare.

Ma non oggi.

 

Oggi infatti sono Novak Djokovic e Marin Cilic a festeggiare: il primo a Parigi il suo diciannovesimo titolo dello Slam e il secondo a Stoccarda il diciannovesimo titolo in carriera, tre anni dopo l’ultimo conquistato sull’erba del Queen’s quando superò in finale proprio Djokovic.

LA TOP 20 ATP

Di seguito i primi venti giocatori al mondo subito dopo la conclusione del Roland Garros:

PosizioneGiocatoreNazionePunti ATPDelta
1DjokovicSerbia12113 
2MedvedevRussia10143 
3NadalSpagna8630 
4TsitsipasGrecia79801
5ThiemAustria7425-1
6ZverevGermania7350 
7RublevRussia5910 
8FedererSvizzera5065 
9BerrettiniItalia4103 
10Bautista AgutSpagna31701
11SchwartzmanArgentina3105-1
12Carreno BustaSpagna2905 
13GoffinBelgio2830 
14ShapovalovCanada2780 
15RuudNorvegia26901
16MonfilsFrancia2568-1
17HurkaczPolonia25333
18RaonicCanada2473 
19GarinCile24314
20DimitrovBulgaria24323-3

Alcune osservazioni:

·         Stefanos Tsitsipas e Casper Ruud migliorano il proprio best ranking.

·         Bautista Agut scalza Diego Schwartzman dalla top 10.

·         Jannik Sinner esce dalle prime venti posizioni.

·         Djokovic sempre più simile al “viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich. I suoi avversari lo guardano con il binocolo dal fondovalle.

CASA ITALIA

È mancato l’acuto per definire trionfale la performance italiana a Parigi, ma in generale il coro se l’è cavata bene, grazie in particolare agli ottavi di finale di Lorenzo Musetti e Jannik Sinner ed ai quarti di Matteo BerrettiniHa steccato Lorenzo Sonego, dal quale a Parigi  abbiamo atteso invano la conferma dell’ottima performance romana. Nonostante la sconfitta al primo turno, Sonego ha comunque migliorato il suo best ranking così come ha fatto Musetti, che alla sua prima apparizione in un torneo dello Slam è arrivato alla seconda settimana ed agli ottavi si è preso il lusso di vincere due set contro Djokovic.

Si assottiglia di una unità la pattuglia degli italiani presenti tra i migliori 200 del mondo; Lorenzo Giustino – che nella precedente edizione del Roland Garros era giunto al secondo turno mentre quest’anno non ha superato le qualificazioni – è scivolato al numero 216.

Questi gli azzurri presenti nella Top 200 maschile:

ClassificaNomeVariazionePunti
9Berrettini 4103
23Sinner-42320
26Sonego22042
29Fognini 1843
61Musetti151120
82Mager5893
86Cecchinato-3878
88Travaglia-10870
90Seppi8856
97Caruso-15814
143Gaio-5523
160Giannessi-1441
165Fabbiano-1431
169Lorenzi-2428
195Marcora-2358

Questa settimana appuntamento al Queen’s per Berrettini, Travaglia, Fognini, Sinner e Sonego. Nessun italiano invece ad Halle, dove tornerà in campo Roger Federer.

RACE TO TORINO

Novak Djokovic opera il sorpasso su Stefanos Tsitsipas, che aveva iniziato il torneo da leader della classifica che tiene conto dei soli risultati del 2021. Con i 2000 punti di Parigi, Nole si prende la vetta anche nella Race to Torino.

A questa classifica verrà dedicato un articolo specifico, la cui pubblicazione è prevista per martedì.

RACE TO MILANO (NEXT GEN)

Dopo Carlos Alcaraz, un altro classe 2003 si affaccia nel tennis che conta, il danese classe 2003 Holger Rune, che da fine maggio ha raggiunto due finali consecutive a livello Challenger perdendo ad Oeiras IV prima di sollevare il trofeo a Biella VII – nella settimana appena passata si è invece ritirato durante il suo match di quarti di finale a Lione.

Al primo posto della classifica riservata ai migliori under 21 dell’anno troviamo sempre più solo Jannik Sinner; terzo Lorenzo Musetti. Questa la Race to Milan:

PosizioneGiocatoreNazionePuntiPosizione ATPClasse
1SinnerItalia1510232001
2Augier-AliassimeCanada825212000
3MusettiItalia801612002
4KordaUSA775522000
5AlcarazSpagna484782003
6CerundoloArgentina4211412001
7BrooksbyUSA3521502000
8BaezArgentina3211592000
9RuneDanimarca2262322003

BEST RANKING

I giocatori presenti nella Top 100 che questa settimana hanno migliorato la loro miglior classifica di sempre sono:

GiocatoreNazionePosizione
TsitsipasGrecia4
RuudNorvegia15
KaratsevRussia24
EvansGB25
SonegoItalia26
FokinaSpagna35
PaulUSA50
MusettiItalia61
AlcarazSpagna78

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: in ballo per Djokovic c’è il pareggio nei Major con Federer e Nadal, ma anche il Grande Slam

PARIGI – Chi sarà il rivale più agguerrito di Djokovic a Wimbledon? Forse Sascha Zverev. E c’è anche Tokyo, prima dello US Open

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Novak Djokovic con il trofeo - Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

da Parigi, il Direttore

Quanto è difficile vincere uno Slam? Chiedetelo a chi non l’ha mai vinto, certo, ma anche a Novak Djokovic che ne ha vinti 19 e questo diciannovesimo se l’è sudato come forse nessun altro.

Se è vero che in passato Nole aveva vinto due Slam annullando match point a Roger Federer (Us Open 2011 e Wimbledon 2019), qui ha rimontato due volte dopo essere stato sotto due set a zero (Musetti e Tsitsipas), come nella storia degli Slam era accaduto soltanto a Wimbledon, al mousquetaire Henry Cochet nel 1927 (che di rimonte ne fece addirittura tre, nei quarti con Hunter, in semifinale con Tilden e in finale con l’altro moschettiere Borotra annullando sei match point!). Ted Schroeder nel 1949, sempre a Wimbledon, rimontò da 0-2 Gardnar Mulloy al primo turno e poi vinse tre partite al quinto set in cui era in svantaggio, ma sempre di un solo set. Sto andando a memoria, ma non credo mi sia sfuggito altro.

 

Ieri avevo scritto che non sapevo bene per chi tifare, perché c’erano motivi che mi spingevano a sperare in una vittoria di un Young Gen, e altri contrapposti in quella dell’Old Gen. Ovviamente in parecchi non mi hanno creduto. Quanto piace alla gente diffidare sempre e comunque di quanto uno dice e non ha nessun motivo per raccontare balle, mi lascia sempre stupito. Intanto ho potuto constatare che non solo molti di coloro che hanno scritto i loro post si sono espressi per Tsitsipas, ma anche la stragrande maggioranza degli spettatori presenti al Roland Garros era per il tennista greco. Fra questi, oltre naturalmente ai greci nonché ai simpatizzanti per il ricambio generazionale, la gran parte dei tifosi di Nadal e Federer che invece del ricambio non sono fan. A loro un Djokovic a un solo Slam di distanza dai loro campioni, 19 contro 20, non poteva piacere.

Anche se il mio collega e amico Stefano Semeraro, giornalista della Stampa, sottolineava ovviamente scherzando che “anche se Djokovic dovesse giocare contro Hitler… la gente troverebbe modo per fare tifo per il suo avversario!”.

Quello del gap che si sta chiudendo e non è mai stato così ravvicinato è invece proprio il motivo per cui secondo me, al di là dei tifosi di Djokovic che sarebbero stati per lui a prescindere, si poteva tifare per Djokovic anziché per la novità Tsitsipas, primo greco in finale a uno Slam con tutti i bei motivi e le belle storie che si sarebbe trascinato dietro. Il cambio della guardia, il potenziale n.1 che viene da un Paese dove la Federazione è inesistente e l’organizzazione tennistica idem, il Padreterno che bacia certi ragazzi con il talento naturale e non altri, i ragazzi greci che sposeranno il tennis invece che solo il calcio e il basket … e via discorrendo.

La situazione alla vigilia dell’imminente Wimbledon è infatti estremamente stimolante. Non sapete quanti amici mi abbiano già scritto: “Ma Djokovic non è il grande favorito anche a Wimbledon? Lo scriverai che quest’anno potrebbe scapparci il Grande Slam? È già a metà dell’opera e a Wimbledon e US Open non sarà lui il primo favorito? Mica prenderà sempre a pallate un giudice di linea…”.

Ecco, fino a ieri mattina avevo sentito parlare quasi soltanto di possibile 20 a 19, di possibile pareggio a tre fra i Fab 3. Ma già ieri sera l’ipotesi Grande Slam ha preso consistenza e con motivazioni più che plausibili, sebbene quanto accadde a Serena Williams nel 2015 (Vinci…), e quanto è accaduto dal 1969 quando a realizzare lo Slam (il secondo) fu Rod Laver, deve far ritenere che sia diabolicamente difficile realizzare quel che è riuscito due volte a Laver e una a Don Budge (1938 peraltro!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Nadal non sembra neppure sicuro al 100 per 100 di giocare a Wimbledon – lo si sussurra ma non ci sono conferme al riguardo – e non so se lo si dica per la sua condizione fisica o per la variante indiana del Covid-19 che preoccupa sempre più chiunque dovrebbe andare a Londra – compreso il sottoscritto, sempre che a qualcuno interessi (so bene che a molti non interessa affatto, tuttavia a me dispiacerebbe mancare il 47° Wimbledon) – Federer ha dato buona prova di sé a Parigi, ma resta una discreta incognita, i più recenti protagonisti primari, da Anderson a Cilic, da Raonic a Murray (tutti ex finalisti) non sembrano valere davvero il Djokovic attuale, Tsitsipas sull’erba lo ricordo sconfitto da Fabbiano, Thiem siamo lì (e poi il Thiem di quest’anno…), Medvedev è il primo a non credere nelle proprie qualità erbivore con quei gesti ampi che si ritrova.

Mi sbaglierò, ma il solo che mi sembrerebbe in questo momento capace di insidiare il miglior Djokovic – a parte un Federer resuscitato – è Sascha Zverev. E, ma un un pochino più sotto – udite udite – il nostro Matteo Berrettini!

Stando così le cose, e ricordando che Nole ha vinto cinque Wimbledon e tre US Open, sono proprio sicuri i fan di Federer e Nadal, che il Grande Slam sia un obiettivo irraggiungibile per un giocatore capace di giocare in 48 ore quasi nove ore di tennis come ha saputo fare Djokovic? Un Djokovic che, oltretutto, arriverà a Wimbledon con un bagaglio pieno di fiducia? Le prove di resistenza, di forza mentale e di garra che ha dato questo giocatore che potrebbe essere più che appagato da una carriera fantastica sono sotto gli occhi di tutti.

Il suo tennis è certamente meno elegante di quello di Federer, è meno originale – anche perché non è mancino – di quello di Nadal, ma i risultati dei prossimi 2/3 anni è più facile che parlino a suo favore che a favore degli altri due.

L’argomento GOAT non mi ha mai entusiasmato, anche se può essere stuzzicante, e al limite nemmeno l’argomento su chi ha vinto più Slam mi pare così importante… perché è vero che ci possono essere state circostanze che hanno favorito più un giocatore che un altro nella conquista di alcuni Major. Si va da chi valuta weak una certa era rispetto a un’altra a chi considera un periodo in cui i rivali erano due e non tre, a chi ha potuto giovarsi di un infortunio di uno degli altri due o di tutti e due, insomma se andiamo a spaccare il capello in quattro potremmo finire per dare ragione ai tifosi dell’uno o dell’altro dei 3 Fab.

Ma se usciamo da questa considerazione poggiate sui numeri, sulle statistiche, sui titoli vinti, sugli head to head (che restano sempre da interpretare correttamente e senza pregiudizi, possono essere influenzati dai periodi storici in cui sono maturati), a me pare che più degli altri Djokovic abbia tre aspetti che giocano decisamente a suo favore:

  • l’età, quello che conta meno seppure sia incontestabile: Nole ha un anno meno di Rafa e sei meno di Roger,
  • il fisico: c’è chi può mettere in dubbio il fatto che lui sia quello più resistente dei tre, il meno soggetto a infortuni?
  • la maggiore adattabilità a tutte le superfici. Djokovic è stato capace di battere pochi giorni fa Nadal sul suo campo, sulla terra rossa, così come è stato capace di battere Federer sul suo giardino.

Sono tra aspetti che, a mio avviso, non si possono contestare. E non si poggiano sul fatto che Djokovic sia il primo tennista dell’era Open – guarda caso – ad aver vinto almeno due Major di tutti i quattro Slam. Roger ha vinto solo una volta a Parigi (anche se è stata tutta colpa di Nadal!), Rafa ha vinto una sola volta l’Australian Open (anche se ci si è messo di mezzo Roger e anche Wawrinka e qualche infortunio).

Con Novak ci sono due campioni di altre epoche: Rod Laver che ha avuto… il torto di fare il primo Grande Slam nel ’62, quando il tennis non era ancora Open, e Roy Emerson che vinse sei Australian Open e due di ciascuno degli altri tre Major per totalizzarne 12: quello restò a lungo il record degli Slam, finché Pete Sampras non lo eguagliò e poi arrivò a quota 14. Una quota che sembrava insuperabile.

Quelli, come dicevo sopra, sono numeri. Non si basano neppure sulla “garra” perché anche gli altri ce l’hanno: l’hanno avuta in finale di Slam qui Lendl nel rimontare due set a McEnroe, Agassi con Medvedev, Gaudio con Coria, fuori di qui Thiem con Zverev

Il resto potrebbe essere una sensazione che io provo e che sono sicuro i fan di Nadal e Federer non condividono: Djokovic ha tutta l’aria di essere il giocatore più completo dei tre. Uno buono per tutte le superfici, per tutte le stagioni. Punti deboli, a parte lo smash (ma ha la fortuna di doverne giocare pochi), non ne ha. Il suo arsenale è vario, di più. Ci ha aggiunto anche una palla corta di rovescio (come quella che ha annullato un set point nel terzo set a Nadal, come quelle che hanno sorpreso Tsitsipas in più d’una occasione) mortifera. E quando parrebbe in leggera crisi, arriva il servizio a sostenerlo. Come contro Nadal. Ma anche con Tsitsipas vi rendete conto quanto aiuta vincere otto game di battuta a zero? Aiuta a rispondere meglio. E ad aumentare la pressione nell’avversario quando serve. Ieri contro Tsitispas rispondeva sempre, salvo che nei primi due set. Poi è diventato una macchina da guerra.

Mi chiedevo, insieme a Steve Flink con il quale abbiamo fatto una altra lunga chiacchierata nel mezzo della notte – ci vorrà un po’ per tradurla… – se Djokovic avesse ragione nel ritenere la sua partita con Nadal una delle sue tre migliori di sempre e questo torneo uno dei tre più significativi di sempre, o fosse invece la sensazione a calda di un torneo comunque effettivamente memorabile. Dovreste sentire che cosa ha detto Steve, perché effettivamente ha detto una cosa che per ora non ho sentito dire da nessun altro e non la voglio anticipare.

Abbiamo parlato anche dei diversi Djokovic che abbiamo visto a Parigi, quello con gli occhi fuori dalle orbite e dai gesti eccessivi visto con Berrettini, prima del match point e subito dopo, e quello Zen, quasi impassibile, neppure esultante a fine rimonta con Tsitsipas. Unica cosa in comune fra le due partite – ma anche in quella con Musetti – il suo “ritiro… psicanalitico” nella toilette dello Chatrier, dal quale tornava sempre un Djokovic molto più vivo, reattivo, scattante, determinato.

Se avesse perso la finale dopo aver battuto il re della terra rossa, quella sarebbe stata per lui forse… una vittoria sprecata. Così invece ne è venuto fuori il torneo perfetto, due rimonte da 0-2, una vittoria su Nadal dal quale a Parigi aveva perso sette volte su otto, una rimonta sul più rampante dei giovani che sognano il cambio della guardia.

Ha vinto un grande torneo. E non sarà certamente l’ultimo. Si tratta soltanto di vedere se il prossimo Slam sarà il suo. E se lo sarà, se il Golden Slam cui ha detto di aspirare il suo coach Marian Vajda, è fra Tokyio e New York una mission impossible oppure no. Io credo che lui sia più solido di nervi rispetto a quanto lo fu Serena Williams nel 2015, se dovesse arrivare a New York in corsa per il Santo Graal. Vedremo, la strada è ancora lunga come dice sempre Sinner… solo che quella del ragazzo della Val Pusteria è lunga davvero, i difetti su cui lavorare sono tanti e i progressi recenti non sono stati troppi. Vi racconterò nei prossimi giorni cosa mi ha detto al proposito Marc Rosset, uno che di tennis capisce parecchio, non solo la medaglia d’oro di Barcellona ’92.

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