Darko Grncarov ha fregato tutti. O quasi...

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Darko Grncarov ha fregato tutti. O quasi…

Ben Rothenberg ha smascherato l’incredibile storia di un ragazzo macedone che si è finto tennista. Persino Serena Williams ci ha creduto. Ubitennis stava già investigando su di lui e ha altre prove che confermano questa fake news

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“Fake news” è stata nominata dal Collins Dictionary parola dell’anno nel 2017. Con questo termine si definiscono “informazioni false, spesso sensazionalistiche, spacciate come notizie”. In italiano, potrebbe tranquillamente essere tradotto con il pittoresco e appetitoso termine di “bufale”. Secondo lo stesso prestigioso dizionario britannico, lo scorso anno, l’uso della parola “fake news” è aumentato del 365%, più di ogni altro termine inglese.

Il merito di questo boom è da attribuire soprattutto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che la usa insistentemente per etichettare tutte le accuse nei suoi confronti, in particolare quelle legate ai suoi sospetti legami con la Russia di Vladimir Putin. Recentemente, Trump ha addirittura proclamato in via ufficiale il “fake news awards“, un premio per la fonte di informazione che a suo dire distribuisce il maggior numero di notizie false su di lui.

Il mondo del tennis era rimasto sostanzialmente immune da questo fenomeno. Certo, alcune fonti erano più sicure di altre ma non si era mai verificato un clamoroso caso di bufala. Fino a ieri. Infatti, sul sito statunitense Slate è apparso un articolo, a firma del corrispondente del New York Times Ben Rothenberg – un amico, oltreché collega di Ubitennis – che ha raccontato la clamorosa storia di Darko Grncarov, un 19enne macedone che sembra proprio aver finto di essere un giocatore di tennis. Insomma in questo caso siamo perfino oltre la fake news e bisognerebbe coniare il termine “fake tennis player”.

 

Riassumiamo la storia per sommi capi. Nel luglio 2017 Grncarov pubblica il primo post sul suo profilo Twitter – certificato peraltro – in cui spiega di essere un giovane tennista colpito da un ictus un anno prima, a pochi giorni dal suo esordio da professionista. Nello stesso post, la presunta promessa del tennis balcanico comunica inoltre che dopo un anno di riabilitazione e allenamenti, tornerà in campo “molto presto”. Il messaggio è condito da incoraggiamenti ai colleghi a non mollare e ringraziamenti per il supporto ricevuto.

In seguito Grncarov intensifica la sua attività sui social, postando foto di suoi allenamenti e vita quotidiana. La storia di questo giovane ragazzo venuto da un piccolo paese sconosciuto al mondo del tennis, che continua ad inseguire il suo sogno nonostante mille avversità, comincia ad attirare l’attenzione.

Sui social i follower crescono a dismisura e nascono numerosi profili di fan che forniscono nuovi dettagli su di lui: dalla cotta per Nicole Sherzinger, fidanzata di Dimitrov, al suo presunto ingente conto in banca. Inoltre, Grncarov attira l’attenzione di alcune stelle del mondo del tennis. James Blake, ex n.4 al mondo e neo-direttore del torneo di Miami, su Twitter gli scrive che spera “di commentare molti suoi match in futuro”. L’account ufficiale del torneo ATP 250 di Los Cabos lo definisce “una fonte di ispirazione”.

La storia finisce presto anche su diversi media internazionali. Dopo un articolo sul sito francese Tennisactu e uno su Tennis World Usa, Grncarov rilascia in novembre un’intervista esclusiva per il tabloid britannico Metro in cui racconta in prima persona le sue origini, la sua travagliata esperienza e i suoi progetti per il futuro. In particolare, stupiscono le sue incredibili qualità tecniche (dritto a due mani, rovescio sia a una che a due, capacità di giocare con la sinistra), gli allenamenti con giocatori del calibro di Gilles Simon, Viktor Troicki e Robin Haase, e la possibilità di esordire nel 2018 subito in  Challenger e addirittura tornei del circuito ATP. Il sito italiano Tennis Circus, affiliato alla Gazzetta, riporta la sua storia, con stralci dell’intervista.

La sua popolarità decolla definitivamente tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 quando comincia a prendere posizioni politiche fortemente progressiste su Twitter. Infatti Grncarov si scaglia contro la leggenda australiana Margaret Court difendendo i diritti degli omosessuali e attacca Tennys Sandgren, colpevole di credere alle teorie complottiste e razziste della alt-right americana (a proposito di fake news). Grazie a queste esternazioni social, diventa subito una piccola celebrità. Rientra nella strettissima cerchia di persone seguite su Twitter da Serena Willliams che pare gli abbia scritto un messaggio privato di sostegno. Si prende il plauso social anche di Martina Navratilova. Ottiene il supporto di sponsor di alto profilo come Adidas per l’abbigliamento e Wilson per le racchette. Viene intervistato in radio dalla BBC e afferma che se un giorno si dovesse trovare agli Australian Open nel campo intitolato alla Court, si ritirerebbe in segno di protesta.

La stagione però è già iniziata e Grncarov ancora non compare in nessun tabellone, nemmeno quello di un Future. Il macedone rivela, ovviamente su Twitter, che sua madre è deceduta e, a causa della terribile perdita, il rientro in campo è slittato. E così arriviamo ai giorni nostri.

Tutto molto bello e commovente. Peccato che, come dimostrato perfettamente appunto da Rothenberg, fosse un fake. Falsa la brillante carriera da junior, dato che ha giocato un unico match in Montenegro nel 2015 perdendolo con un doppio bagel. Falsi fino a prova contraria l’ictus e il periodo di riabilitazione la cui ricostruzione è quantomeno frammentaria. Falsi i video e le immagini postate su Twitter che ha rubato in parte ad un altro giocatore, lo spagnolo Cameron Henry Trigolos. Falsi gli inviti a tornei prestigiosi in vista del suo ritorno in cui non ha partecipato. Falsa forse persino la morte della madre.

Grncarov ha fregato tutti, appassionati di tennis, giocatori di ieri e di oggi, sponsor e giornalisti che forse avrebbero dovuto prestare più attenzione all’affidabilità della loro fonte. Tra questi, lo dobbiamo dire per correttezza, c’è stata anche la nostra controparte in lingua inglese ubitennis.net, che lo ha intervistato a metà gennaio. E, dopo l’incalzante intervista di Rothenberg, è sparito dall’unico mondo in cui è mai esistito in quanto tennista, quello del web, cancellando i suoi profili social e Instagram. Così come diversi articoli sui di lui, tra i quali quello di Metro.

Ci teniamo a precisare però che la redazione di Ubitennis.com da qualche tempo investigava su di lui e ha raccolto ulteriori prove che smascherano questa bufala. Anche in questo caso riscostruiamo la storia parallela. Tutto ha inizio alla fine di novembre. L’articolo di Metro arriva in redazione. Sembra una notizia meritevole di essere riportata, almeno con una breve. Le fonti non sono certo delle più affidabili ma sono un numero sufficiente.

Tuttavia ad un primo approfondimento ci accorgiamo che diverse cose non tornano riguardo a Grncarov. Le incongruenze sono le stesse che ha riscontrato Rothenberg: carriera da junior  pressoché inesistente; imprecisione nelle fonti riguardo al momento dell’ictus e alla durata del periodo di riabilitazione; un misterioso Futures in Egitto nell’aprile del 2017 in cui secondo la ITF non si è mai presentato mentre secondo alcuni siti macedoni è riuscito a passare le qualificazioni; i video e le foto in cui è spesso di spalle e nei quali gioca il dritto ad una mano e serve un po’ troppo bene con la sinistra per non essere mancino; i poco plausibili inviti a tornei ATP con la suddetta totale mancanza di carriera a livello junior. I pezzi mancanti del puzzle sono davvero troppi.

Tentiamo per prima cosa di cercare delle fonti macedoni. Ci viene detto che i siti che hanno riportato in patria la sua storia non sono molto affidabili. Riusciamo per via indiretta a contattare un maestro di tennis per ragazzini che non ha mai sentito parlare di lui. Il 12 dicembre decidiamo allora decidiamo di contattarlo direttamente su Twitter tramite messaggio privato. Gli chiediamo se è possibile intervistarlo per far conoscere la sua storia agli appassionati italiani. La sua risposta arriva qualche giorno più tardi ed è positiva. Proviamo a stabilire la data e il mezzo per realizzare l’intervista ma non si fa più vivo. Decidiamo dunque di percorrere altre strade per giungere alla verità

A inizio gennaio cominciamo a battere tre piste. La prima è la quella macedone. Da una parte decidiamo di scrivere alla federazione di tennis locale (Macedonian Tennis Federation), nonostante alcune testimonianze facessero dubitare della sua affidabilità. Ci risponde tramite mail la segretaria Biljana Dimovska, la cui esistenza ci era stata già confermata da un’ulteriore fonte. Dimovska ci spiega chiaramente che “non hanno nei loro archivi nessun giocatore registrato a nome Darko Grncarov” e che “nessuno coinvolto nel tennis in quella nazione lo conosce”. Inoltre ci chiede, nel caso in cui fossimo riusciti a raggiungerlo, di farle avere dei documenti che certifichino il suo problema di salute perché lui non lo ha mai fatto.

Dall’altra parte cerchiamo di agganciare qualche vero giornalista sportivo in Macedonia. Tramite un messaggio privato su Facebook, entriamo in contatto con Filip Nacoski, caporedattore di Offside, rubrica sportiva del sito off.net.mk. Dopo alcune ricerche, Nacoski scopre che con tutta probabilità quantomeno Darko Grncarov esiste veramente. Ci conferma quello che era riportato nell’intervista di Metro riguardo alle sue origini e la famiglia di sportivi: nato a Strumica, città di Goran Pandev, il padre Nikola e lo zia Atanas erano ex calciatori, il cugino Boban è capitano del Vardar, prima squadra del paese a qualificarsi per l’Europa League, la sorella Elena è la moglie del calciatore Blagoja Ljamcevski. Sulla sua carriera da tennista non ci sa dire molto se non che la sua popolarità è esplosa appunto in questi mesi.

La seconda pista è quella britannica. Contattiamo così sempre via Facebook il giornalista di Metro che per primo lo ha intervistato in esclusiva. Il soggetto vorrebbe rimanere anonimo e dunque d’ora in avanti lo chiameremo X. Dopo un po’ di comprensibile imbarazzo, X ci rivela la sospetta dinamica dell’intervista. All’inizio doveva essere fatta su Skype ma poi, all’ultimo minuto, Grncarov avrebbe deciso di farla tramite e-mail.

Successivamente, X ci manda il transcript dell’intervista: alcuni passaggi fanno aumentare i sospetti. Quando X gli chiede delucidazioni riguardo alla sua età al momento dell’ictus, Grncarov risponde 18 mentre nel post originale aveva scritto 17. X è così confuso riguardo alla sequenza degli eventi che desidera chiarimenti. Grncarov replica di “non ricordarsi bene quello che è successo in quel periodo”. Quando gli viene richiesto di fornire dei video, Darko invece temporeggia, affermando di “non averne di nuovi e di non volere mostrare quelli vecchi in cui giocava peggio”.

X però non è convinto di un post su Instagram datato due febbraio 2017, quando teoricamente sarebbe dovuto essere in coma. Grncarov gli risponde che “tutti i suoi account social sono gestiti da sua sorella”, la quale “voleva mantenerlo in vita sui social media”. X trova un’altra incongruenza su un post di luglio su Twitter in cui è già in ottima forma. Grncarov si giustifica dicendo che “era precedente alla malattia” e che non è “molto pratico con Twitter”. Addirittura chiede a X se può cancellare quello e un altro post sospetto in cui salta la corda.

Ma i colpi di scena non sono finiti qui. Per motivare la mancanza di foto il sedicente tennista sostiene di non volersi far vedere con una Babolat in mano visto che ora è sotto contratto con Wilson. Le incongruenze sulla sequenza degli eventi negli articoli di Tennisactu e Tennis World Usa  sono colpa invece del “direttore di entrambi siti, che è un suo amico e ha fatto confusione”. Chiaramente risulta tutto molto poco credibile.

La terza pista è quella egiziana. Gli organizzatori del Future in Egitto dovrebbero conoscere Grncarov e saperci dire quante partite ha vinto in quel torneo. Troviamo un contatto e scriviamo una mail ma purtroppo non riceviamo risposta.

A fine gennaio decidiamo di recuperare qualche commento ai piani alti. In fondo, la International Tennis Federation (ITF) dovrebbe essere a conoscenza dell’esistenza di un suo giocatore e quale sia il suo stato di salute. Nick Imison, che lavora nella comunicazione all’interno della ITF, ci spiega che non ha altre informazioni su Grncarov oltre a quelle contenute sui profili ufficiali. Dunque esplicitamente ci viene confermato che il macedone ha solo giocato e perso quell’unica partita a livello Junior. Implicitamente ci viene invece suggerito che nemmeno loro hanno ricevuto nessun certificato medico sullo stato di salute del loro “affiliato”.

Proviamo inoltre a raccogliere una testimonianza da parte di qualcuno dei giocatori con i quali Grncarov si sarebbe allenato. Durante il torneo ATP 250 di Montpellier, il nostro inviato riesce a parlare con Gilles Simon, che nega di aver mai conosciuto il macedone.

Nel suo articolo Rothenberg scrive che in questa storia “è più facile verificare cosa è falso rispetto a ciò che è vero”. Dalle nostre prove possiamo concludere che Darko Grncarov esiste e quantomeno in passato ha giocato a tennis, probabilmente ad un livello molto modesto. Tutto il resto, ictus incluso, è una fake news, forse la più grande della storia del tennis.

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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Elogio di Opelka: articolo semiserio in difesa di un gigante

Il finalista di Toronto viene stigmatizzato da quasi tutti gli appassionati, ma è davvero (solo) un servebot?

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Reilly Opelka a Toronto 2021 (Credit: @NBOtoronto on Twitter)

Leggendo i commenti dei nostri lettori si ha la sensazione che in questo momento un solo sentimento metta d’accordo le menti e i cuori degli appassionati: l’avversione per Reilly Opelka.

Persone pronte a tutto pur di difendere l’onore del proprio beniamino – di norma “Apollo” Federer, “Ercole” Nadal e “Ulisse” Djokovic – quando scende in campo Opelka seppelliscono infatti l’ascia di guerra e insieme ad essa ogni senso di pietà e di misura per infierire su questo giovane tennista statunitense che questa sera a Toronto giocherà la partita per ora più importante della sua carriera, assurto a simbolo della decadenza estetica e tecnica del tennis e del tragico futuro che –secondo molti – lo attende una volta usciti di scena i Tre Grandi.

Un lettore occasionale potrebbe chiedersi la ragione di tanta avversione e a codesto lettore qualcuno potrebbe lombrosianamente rispondere così: guardare per capire.

 

E cosa si vede quando si guarda Opelka? Si vede un gigante barbuto con tratti somatici che possono ricordare il protagonista del racconto “i delitti della Rue Morgue” di Poe oppure il Cattivo con la c maiuscola della letteratura italiana, Franti, che Edmondo de Amicis nel libro Cuore descrive così: “E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione….E’ malvagio…Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa. In quegli occhi torbidi che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata…”.

Non sappiamo cosa sia una faccia invetriata, ma scommetteremmo sul fatto che non costituisca un bello spettacolo; se poi c’è qualcosa a cui Reilly non rinuncia mai è proprio il berettino con visiera!  Ma sotto il profilo che più dovrebbe interessare, ovvero quello sportivo, cosa si vede guardando Opelka in azione? A questa domanda risponderemo più avanti.

Per il momento ci limitiamo a dire tra il serio e il faceto che è nostra ferma intenzione procedere alla riabilitazione di Reilly attraverso questo articolo; per la cronaca a quella del gorilla assassino protagonista del racconto di Poe pensò lo stesso autore e Umberto Eco a quella di Franti nel memorabile saggio “Elogio di Franti”, contenuto in “Diario minimo”.

Rinvigoriti e non scoraggiati da precedenti così illustri, iniziamo la nostra impresa partendo dai dati biografici relativi al Nostro.

Reilly Opelka nacque a Saint Joseph, un paese del Michigan di circa 8.000 anime, nel 1997; più precisamente il 28 agosto, un mese generoso con il tennis dato che cinque degli attuali primi venti giocatori del mondo festeggiano il proprio compleanno nel mese dedicato all’imperatore Augusto: Federer, Tsitsipas, Schwartzman, Sinner e Auger-Aliassime.

Il padre di Opelka – George – per ragioni di lavoro nel 2005 trasferì la famiglia in Florida e in un club di golf fece amicizia con un Grande Maestro di tennis (le maiuscole non sono un refuso): Tom Gullikson. Su richiesta di George, Gullikson accettò di dare un’occhiata a Reilly, che all’epoca da due anni giocava a tennis, e per i successivi sei fu per lui ciò che il mitico Pigmalione fu per la sua scultura: tutto.

Opelka ha recentemente sintetizzato con queste parole l’impatto che Gullikson ebbe sulla sua formazione tecnica: “Decise lui come avrei dovuto giocare e in base  a questa scelta costruì il mio gioco. Tutti i miei fondamentali sono opera sua, specialmente il servizio”. Gullikson in particolare  modificò la sua presa di diritto (da western a semi-western), quella della volée (da eastern a continental), e il movimento del servizio.

Nel 2011 Gullikson lasciò la Florida per fare ritorno in California in qualità di istruttore della USTA, ma prima di farlo affidò il suo giovane pupillo alle cure di un coach di sua fiducia che era stato numero 3 del mondo nel 1977: Brian Gottfried. Nel corso degli anni il rapporto tra Opelka e Gullikson non è comunque mai venuto meno; alcuni membri del suo attuale staff – come ad esempio il mental coach Jim Loher e il coach Jay Berger – gli furono da lui suggeriti.

Reilly Opelka si mise in luce per la prima volta vincendo l’edizione junior di Wimbledon 2015, e nel medesimo anno ad Atlanta debuttò nel professionismo; un atleta con una struttura fisica così particolare ha bisogno di più tempo per maturare e – complice anche la mononucleosi contratta nel 2018 – solo alla fine del 2018 riuscì ad entrare nella top 100; la vittoria ottenuta nel febbraio del 2019 a New York e un anno più tardi a Delray Beach lo proiettarono stabilmente tra i primi 50. Grazie a guadagni sempre più consistenti, Reilly potè finalmente permettersi di archiviare i viaggi aerei in classe economy, palese tormento per un atleta della sua statura; appassionato d’arte, Opelka è altresì un attento collezionista di opere contemporanee.

Passiamo ora a parlare di Opelka sotto il profilo tecnico. Abbiamo la sensazione che molti di coloro che denigrano il gioco dello statunitense non lo abbiano mai visto giocare  a lungo.

Madre natura gli ha regalato 211 centimetri di statura e di conseguenza il suo punto di forza è il servizio e quello debole la risposta; Djokovic è sicuramente più rapido di lui negli spostamenti laterali ma, rispetto a qualche anno fa, Opelka si muove molto meglio, segno che la preparazione atletica è ben curata.

Il diritto da fermo è praticamente uno smash che piega il polso a qualunque avversario e in corsa un ottimo colpo difensivo; il rovescio bimane non incanta ma, rispetto a quello – per esempio – di Andy Roddick, pare quasi una meraviglia.

A dispetto della statura, Opelka nei pressi della rete – dove mostra di avere un gran senso della posizione e un tocco delicato – ha una flessibilità fisica sbalorditiva più ancora che notevole: nel match contro Tsitsipas si è ripetutamente esibito con successo in volée basse che avrebbero messo in difficoltà il ministro Brunetta. Non ci credete? Mettete da parte i pregiudizi e guardate almeno il terzo set della semifinale. Se accetterete il nostro consiglio, scoprirete altre due spiccate qualità di Opelka: senso tattico e audacia; non tutti hanno il coraggio e la capacità di annullare palle break delicatissime seguendo a rete la seconda di servizio. A proposito della seconda di servizio: il kick che lo statunitense vi imprime fa sì che un atleta alto oltre 190 centimetri debba saltare per colpire la palla con il rovescio a una mano se non vuole essere costretto a rispondere dal parcheggio dello stadio.

Comunque vada a finire la finale che a Toronto lo vedrà opposto a un altro preclaro rappresentante del bello stile – Daniil Medvedev – da lunedì Opelka sarà il capofila del movimento maschile statunitense davanti a John Isner; occuperà infatti la posizione numero 23 in caso di sconfitta e 16 in caso di vittoria.

Come direbbe il nostro Direttore: not too baaad.

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I 40 anni da paradosso di Roger Federer

Roger Federer compie 40 anni. Ha giocato soltanto 19 partite tra 2020 e 2021. L’ultimo punto è stato un dritto sballato che gli è costato un bagel a Wimbledon contro Hurkacz

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Nel giorno in cui l’Italia chiude la sua spedizione a Tokyo con 40 medaglie, record assoluto per quanto riguarda le partecipazioni italiane alle Olimpiadi moderne, a distanza di qualche migliaio di chilometri Roger Federer compie 40 anni. Li compie in un’atmosfera strana, di sospetto, e il sospetto grossomodo unanime è che stia covando l’idea del ritiro (‘ma va?‘, direbbe qualcuno).

Lo abbiamo visto colpire l’ultima palla a Wimbledon, un dritto lungolinea che solitamente mette in campo a occhi chiusi – avete presente quando abbrevia i passi e taglia il campo per non dare tempo all’avversario di trovare contromisure? – e questa volta è finito invece in corridoio, a sancire il 6-0 di Hurkacz e la sua qualificazione in semifinale. Sì, l’ultimo punto ufficiale giocato da Federer è un errore che l’ha condannato a subire un bagel a Wimbledon. Fa già rumore così.

Non è però il punto in sé. Gli errori si commettono anche a vent’anni, le giornate storte capitano anche a venticinque. Sono più che altro i soli 19 incontri ufficiali disputati tra 2020 e 2021, i sei della scorsa stagione concentrati tutti all’Australian Open e quelli di quest’anno divisi tra Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e appunto Wimbledon. Anche l’attuale (bugiarda) posizione numero 9 nel ranking, coda dei meccanismi protettivi di una classifica che sta per scongelarsi e lentamente spedirà Federer lontano dai vertici.

 

Federer non gioca una finale dall’ottobre 2019 (stagione in cui di partite ne giocò ben 61) quando si tolse la soddisfazione di vincere il decimo titolo casalingo dominando uno spaesato de Minaur. Quest’anno il salvagente di Basilea non c’è, il torneo è saltato come nel 2020 a causa della pandemia e a Roger non restano troppi appuntamenti in calendario per mostrare quel che resta del suo talento, che nonostante gli acciacchi attira ancora orde di tifosi, dove si puote secondo le disposizioni sanitarie. Sennò in TV.

Ufficialmente la causa della sua rinuncia alle Olimpiadi e successivamente ai Masters 1000 di Toronto e Cincinnati è un fastidio al ginocchio destro, quello operato lo scorso anno, ma la realtà è semplicemente che Federer ha quarant’anni. Con tutto ciò che ne consegue. Il suo obiettivo è disputare lo US Open per poi fare tappa verosimilmente a Boston, dal 24 al 26 settembre, per la Laver Cup. E poi chissà, magari una puntatina a Indian Wells per l’edizione ottobrina del BNP Paribas Open dal momento che Shanghai è appeso a un filo e Bercy fa gola più che altro a chi si gioca le ultime carte per le ATP Finals. Tra questi giocatori non c’è né ci sarà Roger, fuori dalla top 50 nella Race to Torino.

Federer non giocherà a tennis ancora per molto, ma questo lo sappiamo da tempo. Un tempo che però si è dilatato, poco alla volta, consegnandoci quasi l’illusione che al suo ritiro possa applicarsi il paradosso di Zenone, quello di Achille che non riesce a colmare il suo svantaggio dalla tartaruga per via degli ‘infiniti piccoli spazi’ che lo separano dall’animale. La matematica però dice che la somma di infiniti segmenti in uno spazio finito è una quantità finita, come il tempo che separa il tennis dal ritiro di Federer.

Roger Federer – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Se giocherà una partita da quarantenne come (ampiamente) fatto da Jimmy Connors e Ken Rosewall, i due giocatori dalla caratura più simile a quella di Federer capaci di prolungare la carriera oltre gli -anta? Sì, questo è assai probabile. Magari riuscirà anche a giocarne una decina. Se lo rivedremo in campo nel 2022? Già questa è una previsione più complicata da indovinare, perché la sensazione è che la misura sia colma. Non intendiamo che la pazienza e la voglia di Federer di prendere a racchettate una palla siano terminate, ma forse lo sono le sue chance di competere per un ultimo grande traguardo.

Qui è opportuno anche definire i contorni di questo traguardo. Deve essere necessariamente uno Slam o ci si può accontentare di un Masters 1000? Vincere un’altra volta, chessò, il Miami Open, quanto ulteriore lustro darebbe alla carriera di un campione già gigantesco? Continuare a lottare per traguardi che cinque o dieci anni fa erano quelli minimi, come raggiungere un ottavo Slam, e farlo come se tutta la sua carriera – pure la validità degli Slam già vinti! – dipendesse da un terzo turno giocato in uno stadio vuoto, a tarda sera, contro un avversario pure abbastanza incarognito (sabato 5 giugno, Federer-Koepfer su uno Chatrier vuoto in modo straziante), forse è la misura più precisa del perché Federer gioca ancora a tennis. Ancora gli piace. Ma ancora per quanto?

Sottoporsi alla scomoda routine di allenamenti, riabilitazioni e allontanamenti periodici dalla famiglia per disputare i grandi tornei, senza credere davvero di poterli vincere, non è probabilmente un motivo sufficiente a tenere in campo per molti altri mesi un signore che ha venti Slam e il doppio degli anni. A Parigi era stato proprio lo sforzo profuso per battere Koepfer a impedirgli di scendere in campo contro Berrettini. A Wimbledon l’infortunio di Mannarino gli ha evitato un possibile quinto set già al primo turno, poi la ‘solita’ vittoria con Gasquet – un pattern che rischia di ripetersi ad libitum, se i due dovessero continuare a sfidarsi anche dopo il ritiro – e le due buone prestazioni contro Norrie e Sonego, prima di quella assai opaca contro Hurkacz. Saliscendi, partite buone e altre meno buone.

Sì, perché a quarant’anni si sale (poco) e si scende (tanto). Il fisico non consente di andare in linea retta. Valentino Rossi ha annunciato il ritiro a 42 anni e mezzo; Gianluigi Buffon, un anno in più, è tornato al Parma dove tutto è cominciato (in serie B) per la probabile ultima stagione da professionista. Roger Federer è ancora qui, quando va in campo c’è un istante in cui sembra lui e poi un altro in cui non lo riconosciamo più, perché magari la schiena irrigidita gli impedisce di chinarsi a raccogliere con la consueta grazie una demi-volée.

Gioca pure quanto vuoi, Roger, un mese o altri dieci. Il lutto lo stiamo già elaborando e ci faremo trovare pronti, quando ci dirai che basta così. Forse.

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