Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic? - Pagina 2 di 2

Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Ma veniamo a Roger Federer, classe 1981, 8 agosto, il campione immarcescibile che ha un mesetto più di Serena Williams e quindi ha priorità di considerazione. Come Venus, come Serena, lui tiene sempre a ribadire che: a) il tennis lo diverte e fino a quando si diverte non smette (e non credo ne faccia una questione di soldi, sebbene quelli sembrino non bastare mai anche a chi ne ha tantissimi); b) smetterebbe se a chiederlo fosse Mirka, che però è donna pratica e a lei forse un Roger che continui a essere un’icona mondiale ancora attiva non dispiace finché lui può permettersi di portare in giro nei posti più lussuosi del mondo e in aereo privato gemelle, gemelli, cuoco, baby sitters (al plurale) etcetera etcetera… e poiché lui potrà permetterseli sempre, perché piantarla lì?

Però però… per quanto la Laver Cup sembrasse nata anche per prolungare all’infinito la sua carriera, per quanto l’operazione al secondo ginocchio sia stata affrontata con un timing straordinario e questa interruzione di tutto il circuito gli abbia permesso un tranquillo recupero senza lo stress di dover tornare in campo prima del tempo e senza scendere a n.9 del mondo all’epoca di Wimbledon, come sarebbe quasi inevitabilmente accaduto se i tornei non fossero stati cancellati, il tempo passa per tutti e Roger l’anno prossimo avrà 40 anni. E credo che ne sia consapevole. Anche lui, come Venus, sognava una medaglia alle Olimpiadi – per lui sarebbe la terza dopo quella d’oro conquistata in doppio con Wawrinka a Pechino 2008 e quella d’argento a Londra 2012, perdendo in finale contro Andy Murray – ma diversamente da Venus, per quanto adori il tennis ancor più di lei, Roger è troppo orgoglioso per continuare a giocare se non si sentisse più competitivo. Mai e poi mai continuerebbe a giocare se, come Venus, si ritrovasse a n.67 del mondo.

Ancora oggi Roger è persuaso che se è stato battuto da un avversario è stato lui a perderla più che l’avversario a vincerla. Tutt’al più ti dice: “Oggi è stato migliore di me”, ma non ti dice mai: “È più forte di me”. Perché, semplicemente, non lo pensa. Forse con una sola eccezione: quando gioca con Rafa Nadal sulla terra battuta. D’altra parte come dargli torto se nella finale dell’ultimo Wimbledon è arrivato a conquistarsi due matchpoint contro Novak Djokovic, il n.1 del mondo, il dominatore dell’ultimo Slam? Perdere una partita o più partite nella sua Laver Cup non scalfirebbe il suo orgoglio come una serie di sconfitte nei primi turni di qualche Slam o, forse peggio, di qualche torneo minore del circuito ATP. Per questo motivo credo che nella Laver Cup Roger, con la classe che ha, il rispetto che merita, il timore che ancora incuterebbe, potrà giocare fino a 45 anni e far vendere più biglietti al suo amico manager Tony Godsick più di qualunque altro tennista al mondo.

 

Un anno involontariamente sabbatico allungherà o accorcerà la carriera di Roger? È una bella domanda cui è difficile, difficilissimo rispondere. Tutti, credo, pensiamo che fra tutti i campioni del terzo millennio Roger è quello che può permettersi di rientrare a giocare dopo una lunga pausa e ritrovare rapidamente la capacità di esprimersi su livelli elevatissimi. Non sarebbe così per un Djokovic o per un Nadal che hanno la necessità di sobbarcarsi allenamenti durissimi per entrare in forma, in condizione. Lo dice quanto è accaduto nel 2017 dopo i 6 mesi di stop del 2016 e la rentree incredibile da testa di serie n.17 con il tris Australian Open, Indian Wells, Miami… Però ragazzi, si sta parlando del 2021 e quando si giocherà l’Australian Open 2021 sarà passato un quadriennio da allora. Come da un’Olimpiade all’altra.

Roger Federer alle Olimpiadi di Londra 2012

Ok che Roger è un fenomeno, ma anche i fenomeni nello sport non sono eterni. Io penso che se il Coronavirus venisse sconfitto prima di Wimbledon – ma non sono ottimista – Roger potrebbe essere più favorito di altri per la stagione sull’erba. Perché rivali capaci di impensierirlo fin dai primi turni sull’erba ce ne sono meno che sul cemento, quindi un tabellone un tantino fortunato potrebbe consentirgli di arrivare in fondo e giocarsela ad armi pari con chiunque, Djokovic compreso. Ma se invece anche la breve stagione sull’erba o addirittura tutta la stagione tennistica andasse a farsi benedire – è il caso di dire – beh, io credo in tutta franchezza che sulla soglia dei 40 anni Roger possa finire per pagare il debito con l’anagrafe e cominciare a inanellare sconfitta dopo sconfitta fino a scendere rapidamente in classifica. E allora neppure l’erba di Wimbledon 2021 potrebbe fare il miracolo di resuscitarlo. Dio sa quanto vorrei sbagliarmi, sia chiaro. Ma se mi si chiede di scrivere quello che penso, questo è quanto.

Passo rapidamente a scrivere di Serena Williams, 39 anni a settembre: la maternità e la voglia di vivere una famiglia, una salute e un fisico non di ferro, il peso che appare nemico ancora più indomabile di tante rivali, le ripetute sconfitte negli Slam, il nono posto in classifica mondiale che anche per via di partecipazioni a tornei sempre più rarefatte mi pare più destinato a peggiorare che a migliorare, il minor timore reverenziale che ormai incute alle più giovani avversarie, mi fanno credere che questo 2020 forse orfano di Slam e quindi nemico del suo sogno di conquistare lo Slam n.24 per raggiungere Margaret Court – un vero incubo, non so quante volte si svegli di soprassalto ripensando a Roberta Vinci e a quella semifinale dell’US Open 2015 – possa essere davvero l’ultimo anno di Serena.

E qui scusatemi se tradisco il titolo che avevo fatto prima di cominciare a scrivere – i grandi maestri del giornalismo hanno sempre detto che si dovrebbe fare così, le idee devono essere chiare fin dall’inizio – ma anche per essere andato fin troppo lungo, mi fermo. Mentre per i tennisti sopra menzionati sono abbastanza persuaso di quanto ho scritto – e le smentite dei fatti sono sempre possibili, ci mancherebbe – invece riguardo al 2021 di Nole Djokovic che viaggerà verso i 34 anni e di Nadal che andrà verso i 35, tirerei proprio a indovinare eccedendo in previsioni azzardate e prive di segnali evidenziatisi in una loro qualsiasi dichiarazione. Invece a Roger, alle Williams, qualche frase qua e là sulla “scadenza” di Tokyo 2020 in diversi frangenti era scappata. E anche su quelle mi sono basato. Chi la pensa diversamente, è ovvio, può scrivere qui sotto tutto quel che vuole. Magari evitandomi contumelie. Grazie.

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Coppa Davis

L’Italia ancora candidata a ospitare un girone di Coppa Davis, ma tante le incognite

Perché le wild card a Serbia e Gran Bretagna. Le quattro probabili sedi dei gironi eliminatori. Anche la fase finale sarà indoor. Australia e USA cinque anni senza match in casa. Il problema del pubblico a Abu Dhabi. Tanti bei discorsi, anche di Gaudenzi, ma vincono gli interessi

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PalaAlpitour Torino - Finale Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

La Coppa Davis 2021 si è conclusa a fine anno tennistico con lo stesso prevedibile risultato con cui si era aperto insieme con l’ATP Cup: la vittoria dello squadrone russo, il solo a schierare due top-five, Medvedev 2 e Rublev 5, un recente ex top-ten, Khachanov e un top-20 come Karatsev, N.18 (ma con un best ranking ancora ad agosto di N.15). Si tratta della terza vittoria della squadra della federazione russa dopo quelle del 2002 (3-2 alla Francia) e del 2006 (3-2 all’Argentina) con Safin e Kafelnikov prima, con Youzhny, Davydenko e Tursunov poi; il merito di quest’ultimo successo va ascritto soprattutto ad un Medvedev che ha vinto i suoi 5 incontri senza perdere un solo set. In cinque incontri la Russia ha perso solo due partite, ma una – quella del doppio ceduto ai tedeschi – a risultato acquisito, quando non contava nulla ed erano scese in campo le riserve Khachanov e Karatsev. “Avevo giocato una sola volta la vecchia Coppa Davis, ma insomma due anni fa qui l’aveva vinta Nadal, questa volta c’era Djokovic, a me sembra sempre una manifestazione di cui si può essere orgogliosi a vincerla”.

Forse davvero la sola squadra che avrebbe potuto competere per la vittoria poteva essere la nostra, se gli azzurri avessero potuto schierare sia Berrettini sia Sinner, perché sull’eventuale 1-1 il doppio russo non sarebbe stato imbattibile, chiunque lo avesse giocato.

La Madrid Arena di Casa de Campo – stadio praticamente riaperto per l’occasione dopo che un incendio avvenuto il 31 ottobre del 2012, quando si erano radunate 16.600 persone per una festa chiamata “Thriller Music Park”, aveva provocato la morte di 5 ragazze (3 di 18 anni) e 29 feriti gravemente nel disperato fuggi fuggi generale; è poi seguita una serie di azioni legali connesse all’assenza di un sufficiente numero di vie di fuga per tutta quella gente, e nel marzo 2018 Miguel Angel Flores, l’impresario ritenuto “responsabile” della festa e della mancata sicurezza, è stato condannato a 4 anni di reclusione – ha comunque registrato una più che discreta affluenza di pubblico nelle giornate finali, da 6.000 a 9.000 spettatori, nonostante la Spagna non fosse presente. Forse il De Profundis questa gara non lo merita. Semmai vedremo ad Abu Dhabi.

 

Questo mi fa credere che a competere per essere una delle quattro città prescelte a ospitare uno dei 4 gironi a 4 (e non più a tre) della Coppa Davis 2022 ci saranno nuovamente:
1) Madrid, perché è difficile che la Kosmos di Pique e soci ci rinuncino;
2) probabilmente Torino (o comunque un’altra città italiana, visto che Torino ha già le Nitto ATP Finals…però la situazione logistico-organizzativa resta favorevole e l’Italia ha una squadra super-competitiva in grado di vincere il proprio girone, salvo che ci sia un altro…Gojo che improvvisa dispetti o che la Slovacchia ci faccia lo sgambetto a Bratislava il 4-5 marzo);
3) quasi certamente Londra o Manchester (entrambe candidate nel 2019 a ospitare le ATP Finals)
4) chissà che la quarta non sia Mosca, cui certo non mancherebbero i mezzi economici per venire incontro alle pretese di Kosmos e ITF. Mosca, anzi, avrebbe potuto essere la candidata con più chances per poter ospitare anche la fase finale. Per i prossimi 5 anni la RTF sarà sempre fra le primissime squadre favorite per la riconquista della nuova Davis.

Tutto ciò ipotizzato, mi pare che la principale novità emersa dalla conferenza stampa del presidente ITF David Haggerty e del chief executive office della Kosmos Enric Rojas possa essere – quantomeno rispetto ai dubbi e alle prime critiche emerse a seguito delle indiscrezioni dei giorni scorsi e da noi riprese – sta nell’annuncio che anche i quarti di finale, le semifinali e la finale che si disputeranno in sede neutra, verranno giocati in uno stadio indoor.

Dalle prime indiscrezioni non era subito sembrato così. Era evidente che soltanto in stadi indoor si sarebbero potute ospitare in pieno inverno le fasi eliminatorie nelle quattro città europee che organizzeranno i 4 gironi da martedì 22 novembre 2022. E a tutti era apparso incredibile che si potesse pensare di fare giocare i gironi eliminatori per quasi una settimana al coperto per poi pretendere di far giocare invece le fasi finale su campi all’aperto.

Ciò anche se il clima consentirebbe ovviamente ad Abu Dhabi di giocare tranquillamente outdoor. Che sarà Abu Dhabi la sede della fase finale, checchè se ne dica, è però quasi scontato. Manca solo la firma. Non so perché ancora essa manchi, ma al momento non sarebbero emerse alternative serie…data la montagna di soldi che serve per accaparrarsi la fase finale della Coppa Davis nuovo formato per 5 anni. Come accennavo prima, forse solo la Russia potrebbe garantirne altrettanti (soprattutto ora che la Cina, dopo il caso Peng Shuai, con la presa di posizione della WTA ben più coraggiosa di quelle di ATP e CIO, sembra proprio fuori causa).

Comunque sia, questa notizia ci rassicura sul piano sportivo e cancella quella che a prima vista era apparsa una incongruenza tecnica intollerabile.

Però alcuni difetti restano. E non sono pochi. Se è vero che il tennis di vertice da qualche anno è soprattutto europeo – a Torino gli otto “maestri” qualificati per le ATP Finals erano tutti europei, così come le due riserve – tutti i Paesi extra europei per i prossimi 5 anni non potranno vedere neppure un match casalingo di Coppa Davis, almeno per quanto riguarda la fase finale. Non è un difetto da poco lasciar fuori per un quinquennio Paesi dalle indiscutibili grandi tradizioni in Davis.

Come gli Stati Uniti che hanno vinto 32 Coppe Davis, come l’Australia che ne ha vinte 28. I due Paesi a lungo capaci di monopolizzare Challenge Round e grandi sfide non potranno più assistere per 5 anni a un match giocato in casa nelle fasi finali, quelle che più contano, davanti al proprio pubblico. Per loro saranno solo trasferte e zero promozione at home. Idem per le altre due nazioni extra europee che hanno vinto la Davis, anche se una volta sola: Argentina e Sud Africa.

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato qui su Ubitennis le pesanti critiche di Lleyton Hewitt, di Isner e altri tennisti americani al nuovo format di questa coppa rimodellata nel 2019. Certamente adesso non avranno cambiato idea. Intensificheranno, semmai, i loro strali.

Direi che è soprattutto in Australia che la Coppa Davis ha continuato ad essere molto sentita, per via della sua grandissima tradizione – dal ’50 al ’67 con capitano Harry Hopman la vinsero 15 volte in 18 anni grazie ai formidabili Sedgman, Rosewall, Hoad, Laver, Newcombe, Roche, Emerson, Stolle – anche se poi gli aussies non l’hanno più vinta che per altre sole 6 volte dopo il ’67 (’73, ‘77, ’83 ,’86 e ‘99, l’ultima nel 2003, 18 anni fa, quando la finale la giocarono in casa vincendola 3-1 contro la Spagna).

In Australia l’ATP Cup potrebbe finire per avere il sopravvento sulla Coppa Davis nell’immaginario collettivo, anche per questioni meramente logistiche. Difatti quando la si è giocata ha avuto ovunque un notevole successo di pubblico. Anche all’Australian Open del resto, in tempi pre-Covid, la presenza straniera è sempre stata massiccia. Grazie a tanti appassionati desiderosi di trasferirsi al caldo abbinando spirito turistico, più i tanti emigrati che lavorano Down Under.

Continuando a riferirsi all’altra delle due potenze che più di tutte hanno scritto la storia della Coppa Davis, oggi come oggi nel Nord America la Davis sembra essere molto meno sentita che in Australia (e anche in Argentina). Media compresi. Si avverta dalla East alla West Coast una sostanziale indifferenza. Per anni i network americani hanno perfino snobbato l’acquisto dei diritti tv, anche perché il tennis USA non era mai protagonista.

Ero a Mosca quando gli USA di Sampras, Courier e Martin vinsero nel 1995 sui russi che, persa la finale dell’anno precedente con la Svezia con la complicità del presidente i Boris Yeltsin e del ministro dello sport Tarpishev, avrebbero fatto carte false pur di vincerla per la prima volta. Pete Sampras fu l’eroe di quei tre giorni. Vinse due singolari e il doppio con Todd Martin…ma soprattutto un singolare 6-4 al quinto contro Chesnokov su un lentissimo campo in terra battuta  con un dritto vincente sul matchpoint… tirato il quale cadde vittima di crampi terribili, urlando come fosse ferito a morte. Pete uscì dal campo a braccia, trasportato dai compagni. Un finale drammatico. Ma proprio Sampras raccontò poi assai deluso, e lamentandosene non poco, che negli USA le sue tre epiche vittorie erano passate quasi inosservate, finendo nelle “brevi” dei giornali di maggior tiratura.

Forse anche per questo scarso interesse, oltre che per la crisi tecnica attraversata dal tennis americano dalla “scomparsa” agonistica del loro ultimo numero uno (per 13 settimane) Andy Roddick, gli USA hanno catturato la Davis l’ultima volta nel 2007 (con Roddick e Blake a Portland, nell’Oregon, proprio sulla Russia) dopo averla conquistata nel ’78, ’79, ’81, ’82, 90, e ’95. Insomma una sola volta negli ultimi 15 anni, dopo 31 trionfi ben più remoti.

E devono molte delle loro vittorie fra il ’78 e l’82 a John McEnroe, che adorava il clima di quella Coppa Davis e che a quell’epoca era uno dei più forti tennista del mondo, quasi…un Djokovic quanto ad amor patrio.

Quella del ’79, qualcuno anziano come me ricorderà, avvenne contro l’Italia: McEnroe, Gerulaitis, Smith e Lutz in doppio non lasciarono un set in 5 match a San Francisco agli azzurri Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli (ahinoi c’era anche il pachidermico tifoso Serafino con le sue urla a non farci fare una gran bella figura) dei quali abbiamo rivissuto in questi giorni una anticipazione della Docuserie firmata da Domenico Procacci in occasione del Torino Film Festival (che vedremo uscire su SKY verso aprile-maggio) e che non si limita a raccontare la contrastata spedizione 1976 nel Cile di Pinochet alla volta dell’unica vittoria italiana nella manifestazione creata da Dwight Davis nel 1900.

A pagina 2: la wild card alla Serbia assicura la presenza di Djokovic, ma perché darne una anche alla Gran Bretagna (la seconda di fila)? Le chance dell’Italia di ospitare un girone, le problematiche di un viaggio ad Abu Dhabi per gli appassionati e i proclami di Gaudenzi

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Coppa Davis

Fine anno da dimenticare per Djokovic. Fiducia incrinata per l’incerto 2022?

Tutti falliti, dopo agosto, i 4 obiettivi che voleva centrare. Ma… “Non rimpiango di aver giocato i tornei dopo Wimbledon”. Australia sì o no? Ogni decisione provocherà pesantissime critiche

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (Photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Repetita iuvant, anche se possono annoiare. La Croazia di Gojo, di Mektic e Pavic – sì, più di loro tre che del n.1 Marin Cilic – è in finale dopo aver battuto la Serbia del n.1 del mondo Novak Djokovic che da solo non è riuscito a rimediare alle insufficienti prestazioni del n.2 Lajovic nonché a quelle del partner di doppio improvvisato, Krajinovic, mostratosi nell’occasione decisamente modesto e di gran lunga il peggiore dei quattro scesi in campo nel doppio decisivo fra croati e serbi. Davanti a 6.854 spettatori paganti – non pochi per un match fra serbi e croati giocato nella Madrid Arena di Casa de Campo capace di contenerne 12.000 – Mektic e un superbo Pavic hanno concesso una sola palla-break a Djokovic e Krajnovic, una più di quante ne avevano concesso a Fognini e Sinner. In diverse occasioni Djokovic è stato letteralmente preso a pallate.

Repetita iuvant, dicevo sopra, perché ricopio pari pari una delle frasi iniziali, se non proprio il… “comincio”, di quel che scrissi la sera in cui Novak perse a Torino nelle semifinali ATP con Sascha Zverev (che l’indomani avrebbe battuto anche Medvedev) ora che ha perso anche la chance di conquistare un’altra Coppa Davis. Per Djokovic che è n.1 a fine anno per 7 degli ultimi 10 anni!, questo resta un anno fantastico, campione di tre Slam con una finale raggiunta nel quarto. Non c’è tennista al mondo che non sognerebbe un’annata così, perfino Federer e Nadal che sono abituati a sognare in grande.

Tuttavia tutti i grandi traguardi che Novak aveva dichiarato di voler raggiungere dopo aver trionfato a Wimbledon sono clamorosamente sfumati, proprio falliti anzi: 1) l’oro olimpico a Tokyo (che mai più potrà essere da lui raggiunto: a Parigi per i Giochi 2024 avrà 37 anni… d’altra parte non ce l’ha fatta neppure Federer a conquistare l’oro in singolare, mentre il Ringo Starr dei Beatles della racchetta, Andy Murray si è preso una gran rivincita vincendone due! Nadal si è accontentato di un oro in singolo e un altro in doppio, alla faccia di chi non lo considera eccellente volleador), 2) il Grande Slam 3) il sesto Masters ATP per eguagliare i sei successi di Federer 4) la Coppa Davis per la sua amata Serbia e… a seguito di una sconfitta patita proprio con i rivali… più rivali, i croati!

 

In Serbia, anche se Novak che ha per coach il croato Goran Ivanisevic, è una sconfitta che brucia più che se fosse venuta con tennisti di qualsiasi altro Paese. E per tutte queste vicende di record sfiorati ma mancati, chi conosce bene Novak Djokovic se lo immagina più dispiaciuto del finale d’anno che contento di tutto il resto della stagione. Una situazione, forse, assimilabile – sia pur un poco alla lontana – con quella del tennis italiano che ha sì vissuto un’annata straordinaria a conclusione di un epico miniciclo di 11 tornei vinti dall’aprile 2019 con 13 finali raggiunte da più azzurri, ma proprio alla fine si ritrova però un po’ la bocca amara per l’infortunio di Matteo Berrettini che ci ha privato di un grande protagonista nelle prime finali ATP “torinesi” e poi per la successiva evitabilissima sconfitta con la Croazia di Gojo e soci.

Vedere la Croazia capace di battere anche la Serbia, e più o meno con lo stesso doloroso andamento che avevamo sofferto noi italiani a Torino quando credevamo che della Croazia avremmo fatto un solo boccone, ci ha fatto doppiamente male. Gojo ha battuto anche Lajovic dopo essere stato ben indietro all’inizio. Con Lorenzo era stato indietro 4-1 e palla del 5-1. Con Lajovic è stato indietro di un set. I nostri rimpianti per quel che poteva essere e non è stato sono cresciuti a dismisura. Temo che a Lorenzo Sonego fischieranno le orecchie per un bel po’ anche se Gojo battendo uno dopo l’altro il n.63 Popyrin, lui n.27 e poi Lajovic n.33, lo ha forse consolato un po’ e contribuito a cicatrizzare in parte una ferita difficile da rimarginare.

Ho tentato in tutti i modi di far dire a Novak Djokovic quali fossero le sue prossime intenzioni, dopo che aveva anticipato: “Userò i prossimi giorni per recuperare e dimenticare il tennis. Sono davvero stanco per questa stagione, preferisco restare un po’ in famiglia nel modo migliore e poi vedremo che cosa porterà il futuro”.

Non rassegnato a lasciar perdere allora io gli ho detto: “Beh, Novak sappiamo che non ti vedremo più quest’anno… e allora ci piacerebbe sapere almeno quando ti rivedremo l’anno prossimo. Intuisco che non lo dirai stasera, ma almeno potresti dirci se esista una dead line, e quando sarebbe. Così ci prepariamo…”

Tutto ciò l’ho detto sapendo benissimo che era un tentativo destinato a fallire. Quelle risposte non le avrei mai avute. Riuscire a farlo sorridere, nel momento immediatamente successivo a una sconfitta con i croati, era già qualcosa. Ha sorriso e, sorridendo comprensivo: “Ubaldo…verrai informato. Lo so che cosa vuoi, ma non ti darò una risposta questa notte. So che cosa mi vuoi chiedere. Ma te lo dirò. Questa è la sola cosa che posso dirti e non posso darti alcuna data. Naturalmente l’Australia è dietro l’angolo, quindi lo saprai molto presto…”

E io: “Magari prima di Natale…” ridendo. E lui per tutta risposta: ”Merry Christmas!”.

Un paio di minuti prima gli avevo chiesto se, per quanto tutti i giocatori del mondo avrebbero voluto essere al posto suo, con 3 vittorie in altrettanti Slam nel primo semestre dell’anno – l’avevo premesso per addolcirgli la pillola e metterlo in buona… sono vecchie tecniche pre-interviste – non avrebbe desiderato chiudere il suo magnifico 2021 a agosto, cioè prima delle Olimpiadi, dell’US Open, delle Finali ATP, della Coppa Davis. “Paradossalmente un grande anno è finito male… ma questo è lo sport, capisco che non è un bel momento questo per ricordatelo… ma come reagisci?”

Djokovic: “La stagione finisce oggi e quindi non rimpiango di aver giocato alcun torneo dopo le date che hai ricordato. Ho dato il mio massimo per la mia nazionale. Per me è importante e anche per tutti noi. Una vittoria in singolare non basta. Questa competizione è crudele perché devi vincere ogni match che giochi e anche ogni set perché conta. Ci siamo qualificati come secondo team del gruppo, abbiamo giocato i quarti, le semifinali… non mi pento di nulla. Si cerca di imparare delle lezioni da momenti come questi. Anche se fanno male a me personalmente e alla squadra. Sono comunque le migliori opportunità per diventare più forti, per crescere a svilupparsi anche per diventare persone e giocatori migliori. Ci sono molte cose che possiamo fare per migliorare individualmente e come squadra. Ma l’obiettivo è sempre andare avanti in Coppa Davis perché tutti ci teniamo a giocare per questa squadra e il nostro Paese”.

Riferito alcune delle frasi dette da Nole – e altre le leggerete a parte – resta valido il discorso accennato dopo Torino e la sua sconfitta, anzi la serie delle sue sofferte sconfitte che hanno bocciato tutti i suoi obiettivi dichiarati dacché aveva vinto Wimbledon e il 20mo Slam. Non c’è stato neppure l’atteso sorpasso a Federer e Nadal, sebbene loro si fossero fermati. Avrebbe potuto essere una situazione ideale. Ma Novak a New York è stato bloccato dall’eccesso di tensione e… dalla gran giornata di Medvedev. Adesso, se Nole non andasse in Australia – davvero non c’è stato verso di capire qui a Madrid se pensa di andarci alla fine oppure no; forse Ubitennis nei prossimi giorni potrebbe organizzare un sondaggio fra voi lettori: Djokovic andrà in Australia o no? Che ne dite? – il rischio di vedersi sorpassare da Rafa Nadal nel conto degli Slam, potrebbe essere realistico. Vero che Djokovic ha vinto l’ultimo Roland Garros, ma secondo voi è facile considerare Rafa sfavorito a Parigi dopo 13 Roland Garros trionfali solo perché ha perso l’ultimo?

L’altro quesito che mi pongo e vi pongo è di natura psicologica. Checché possa dire oggi Novak, queste ultime sono state brutte e pesanti botte alla sua innata fiducia. Prima Medvedev a New York e poi Zverev a Torino confermando quella che poteva essere stata una giornata di straordinaria follia giapponese – a Tokyo Nole vinceva 6-1 3-2 con break prima di perdere 10 game dei successivi 11; dai non fu normale! Non fu solo merito di Zverev, Nole divenne improvvisamente l’ombra di se stesso – lo hanno messo alla frusta, lo hanno dominato come non gli era capitato da tempo e gli hanno certamente insinuato dei gran dubbi: “Sono ancora o non sono più il più forte tennista del mondo? Non starò mica improvvisamente accusando anch’io il peso degli anni, che sono 34 e mezzo e non così pochi anche se ho un fisico bestiale, come è accaduto prima a Roger e poi a Rafa?”.

Questi dubbi all’interno della sua testa sono certamente più importanti di quelli che magari aleggiano nella testa di quella parte dell’opinione pubblica che attribuisce questi falliti obiettivi della seconda metà della stagione di Novak alla crescita competitiva dei suoi più giovani rivali. In particolare Medvedev e Zverev, senza dimenticare Tsitsipas che aveva vinto i primi due set nella finale del Roland Garros. Ma ho già sentito dire a diversi addetti ai lavori che Novak sarebbe vittima anche di un calo fisico. Non solo non ha fatto che dire, ultimamente, di essere molto stanco, sebbene dopo l’US Open si fosse preso un lungo break per ritemprarsi. Ma negli scambi più prolungati sia con Medvedev a New York sia con Zverev a Torino, è stato visto perderne la maggior parte e addirittura boccheggiare. Poi è insorto pure il discorso mentale. Forse, per un tipo come Novak, l’aspetto mentale è preponderante.

Di sicuro, se queste appena accennate fossero solo supposizioni, c’è che i suoi migliori inseguitori non lo temono più. Lo affrontano spavaldi, convinti di poterlo battere. E anche questo atteggiamento pesa. Ha pesato e ancor più inciderà sui possibili suoi risultati futuri. Ciò detto, mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso, ma i primi mesi del 2022 saranno tosti per Djokovic. Più di sempre.

Intanto perché vada o non vada in Australia qualunque sua decisione solleverà un mare di polemiche. Se andrà sottoponendosi pubblicamente al vaccino verrà probabilmente accusato o di essersi piegato ai diktat del Governo dello Stato di Victoria o, chissà, di mancata coerenza con le sue dichiarazioni di… indipendenza. Per i no vax sarà un brutto colpo. Soprattutto in Serbia sono tanti che non si sono vaccinati, persuasi dall’atteggiamento del carismatico Novak. Se invece non andrà forse gli altri tennisti non si dispiaceranno troppo – anzi, avranno un forte concorrente in meno – ma potrebbero mettere in discussione le sue pretese di leadership, con o senza PTPA, quando il 90% di tutti i tennisti ritiene invece giusto vaccinarsi e giocare regolarmente a Melbourne (e, per chi può, anche in ATP Cup).

E che farebbe poi Novak per Indian Wells e Miami se anche per giocare in California e Florida valessero le stesse regole dello stato di Vittoria? Giorni fa Nole aveva detto: “Wait and see”. Aspettiamo e vediamo. Ma ora mi sa che il tempo dell’attesa sia quasi scaduto.

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Coppa Davis

In difesa del tennis, sempre e comunque. Anche questa bistrattata Coppa Davis è tennis. E tennis vero

I giocatori si battono, si impegnano alla morte. A Torino, Innsbruck, Madrid. E non è solo questione di soldi. Vedi Kukushkin, Sinner, Djokovic. Tanti errori. Non avrei voluto cambiarla così. Ma è meglio che niente

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Novak Djokovic - Coppa Davis 2021 (photo by Manuel Queimadelos / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Sono più innamorato del tennis che dei nomi che si danno agli eventi. Sono cresciuto con la racchetta in mano e i miei sogni da bambino erano di poter un giorno giocare a Wimbledon e in Coppa Davis, non necessariamente in quell’ordine. Non ce l’ho fatta e il rimpianto è stato di non poter giocare le qualificazioni di Wimbledon nel ’73, quando avrei potuto farle perché avevo fatto dei buonissimi risultati nell’attività di college negli Stati Uniti, battendo fra gli altri il n.1 del Messico Loyo Mayo ma non solo, e per l’appunto per via del boicottaggio di 82 dei primi 100 tennisti del mondo (il numero andrebbe verificato, cito a memoria) a seguito del “caso Pilic” tante volte descritto, l’accesso ai Championships era assai più abbordabile.

Ma mio padre stava molto male, tornai precipitosamente dagli Stati Uniti e dovetti rinunciare a giocarle, con grande dispiacere… perché oltretutto sull’erba giocavo meglio che su altre superfici. Nelle Fiji avevo anche vinto un torneo di doppio organizzato da John Newcombe – lui che mi premiava è uno dei miei più bei ricordi – e me l’ero cavata benino anche in singolare raggiungendo i quarti. Non era uno Slam eh. E nemmeno un 250…

Tutta questa lunga premessa, che ai miei più incalliti denigratori parrà solo sfoggio autocelebrativo, in realtà l’ho fatta perché Davis e Wimbledon, Wimbledon e Davis, sono miei due grandi amori e mai li tradirei come ha fatto David Haggerty, l’attuale presidente della federazione internazionale, e anche tutte le federazioni che lo hanno fatto, inclusa la nostra. Quasi tutte, anche la nostra, lo hanno fatto per i soldi che la vecchia Davis non garantiva e che questa, con l’investimento monstre di Piqué e soci, invece li garantisce a federazioni e giocatori. 3 miliardi di dollari… per 25 anni se ho ben capito. Ma fossero anche meno… hanno consentito di tenerla in vita quando stava morendo perché 130 federazioni su 160 non ce la facevano a mantenersi e a mantenerla.

 

Ciò detto, e pur dichiarandomi io nostalgicamente innamorato anche dei match tre set su cinque, che secondo me garantiscono quasi sempre che a vincere sia il più forte – mentre così non è sulla distanza dei due set su tre; capisco il gusto della sorpresa e del poter dire “C’ero anch’io quando…” – e pur capendo che tutti quelli che hanno giocato la vecchia Coppa Davis inorridiscano nel seguire la nuova versione subentrata all’ultima vinta dalla Croazia nel 2018 e vorrebbero cambiarle il nome (Tennis World Cup?) per evitare, come dice Nicola Pietrangeli, che il suo ideatore Dwight Davis, si rivolti nella tomba, trovo però che sia sbagliato anche disprezzare tutto quello che si sta vedendo in questi giorni.

Sempre tennis è. Ed è vero tennis. Magari più triste perché non c’è sempre l’atmosfera che c’era una volta se una delle due squadre in campo giocava in casa e c’era sulle tribune un entusiasmo travolgente – e sono quindi certamente ancora più preoccupato di quanto potrà accadere negli Emirati Arabi l’anno prossimo… in attesa di scoprire domenica mattina ulteriori dettagli su come si pensa di organizzare l’evento – ma a me che gli si cambi il nome o non glielo si cambi, interessa il giusto. Mi piace vedere tennis e se vedo che si gioca con lo spirito giusto, e non quello delle per me insopportabili esibizioni, a me sta bene così. Preferirei vedere giocare tutti i campioni, certo – è scontato! – però se tanti di quelli dalle loro orecchie non ci sentono – e non ci sentivano neppure prima, almeno negli ultimi anni – pazienza, ce ne faremo una ragione.

Non si può scandalizzarci per i soldi messi in palio da Piqué e soci, o dagli arabi, se poi anche i tennisti più famosi snobbano – perché più facile fare soldi in altro modo – questo evento che come tutte le cose nuove commette errori di vario tipo, prima programmando incontri che finiscono all’alba (vedi 2019 alla Caja Magica), poi facendoli cominciare tardi (a Torino come a Madrid) e finire ad orari sempre assurdi, infine pensando di giocare parte degli incontri indoor per poi finire con la rassegna finale outdoor a tutt’altre temperature e superfici con pochi giorni di intervallo e viaggi aerei di 6 o 7 ore a dir poco… Così pare che potrebbe accadere a Abu Dhabi e da Hewitt a Djokovic a Kukushkin avete già sentito le sdegnate reazioni.

Non so come andrà, se si rivelerà un flop, o un obbrobrio come dice Pietrangeli, che certo dopo aver giocato 164 match in un certo modo non può davvero rassegnarsi a 87 anni a veder chiamare Coppa Davis un evento che non gli assomiglia salvo per il fatto di essere una competizione a squadre. Del resto anche i mondiali di calcio in Qatar non mi convincono. Però non sono d’accordo con chi dice: “Allora meglio nulla”. Io in queste due settimane, fra Torino e Madrid, sto vedendo dell’ottimo tennis. Anche se l’ho visto giocare a pochi top-ten. Ma Sinner è stato grande o no? Djokovic non vale la pena vederlo? Medvedev e Rublev preferireste stessero in Costa Azzurra? Berrettini non ci sarebbe stato se avesse potuto? Avremmo avuto metà dei top-ten… E i doppi erano brutti se giocati da Mektic/Pavic, Cabal/Farah, Sock/Ram?

Mi pare che si esageri in snobismo. E in catastrofismo. Io non sto dicendo che questa sia la soluzione migliore, ma tutti quella che la criticano sembrano incapaci di presentare una soluzione alternativa. Quella che è vissuta fino al 2018 veniva definita in crisi per la stessa primaria ragione che si ripresenta oggi. In primis l’assenza dei top-players una volta che essi (vedi Federer e Wawrinka, Nadal, del Potro… i primi che mi vengono a mente ) l’avevano già vinta e non volevano più sacrificare un minimo di 8 settimane del loro calendario e dei loro soldi (e di quelli dei loro gruppi manageriali, attenzione!) per giocare 4 long-weekend l’anno in tutti gli angoli del mondo e con cambi assolutamente improgrammabili ad inizio anno di superfici, palle, clima, fusi orari, continenti. Spesso travolgendo una più corretta e ordinata programmazione. Che è ciò che, legittimamente, sta più a cuore ai top-players che non possono mai deludere.

In questa criticatissima Coppa Davis – i cui promotori non avrebbero mai potuto pensare di investire tutti i soldi che stanno investendo e che chiedono ai loro sponsor giapponesi (Rakuten), arabi (sceicchi uniti…) italiani (Unicredit) e internazionali se gli avessero cambiato il nome, se l’avessero chiamata Coppa Rakuten invece che Coppa Davis – si è avvertito comunque fra i giocatori, con i loro capitani lo spirito di squadra. Gli abbracci, il sostegno reciproco, non è stato una recita collettiva. Era, è, roba vera. Perfino quel cafone di Opelka, che ha giocato come un cane, era incavolato nero per aver perso a quel modo. Mica recitava.

Le difficoltà organizzative ci sono state dappertutto e sarebbe ingiusto non tenerne conto. Nella vendita dei biglietti, nella ristorazione quasi ovunque inesistente, nella programmazione, negli aspetti logistici, in altri aspetti che ora non cito, ma quel che è successo a Innsbruck all’ultimo momento – la decisione di far giocare a porte chiuse – poteva accadere ovunque in questa disgraziatissima epoca Covid. Non si può non tenerne conto, avere le stesse pretese che si avevano per quegli eventi ante-Covid. Tante partite sono state avvincenti, non solo quelle degli italiani che abbiamo seguito più da vicino, come la rimonta di Jannik Sinner con Marin Cilic che ha servito per il match sul 5-4 nel secondo set. Si sono rivelati ottimi professionisti giocatori semisconosciuti ai più, i vari Gojo, Gomez junior, Mejia, Machac, Piros, Rodionov, che non avrebbero avuto altrimenti una chance di diventare eroi per caso, ma che è bello che lo siano diventati.

Mi diceva Giovanni di Natale che ha un ruolo importante nell’organizzazione media della FIT ed è un ex collaboratore di Ubitennis come tanti altri (Spalluto e Mastroluca fra gli altri, per breve tempo anche Angelo Mancuso, da anni capufficio stampa FIT…, chi più riconoscente, chi meno) che Supertennis ha avuto grandi ascolti durante la Davis, grazie al fatto di essere depositaria unica dei diritti tv. “Quasi da tv importante…”. E io a Torino, ma anche qui in Spagna – sebbene la Spagna sia stata eliminata come l’Italia – dove certo la gente avrà acquistato biglietti prima del k.o., ho visto tantissimi aficionados sulle tribune. E probabilmente tanta anche davanti alle tv di tutti quei Paesi che hanno acquistato i diritti. Tanti bambini entusiasti erano a Torino a gridare Jannik, Jannik! Bellissimo. Sono appassionati che ci resteranno in eredità, per sempre.

Vorremmo privarci di tutto questo? Io sinceramente non vedo perché. È sempre promozione per il tennis, anche se Sonego purtroppo si fa prendere dall’emozione e dalla pressione di dover vincere a tutti i costi e perde il doppio. Ma ci sta. Nello sport nulla deve essere scontato, sennò che gusto ci sarebbe? E mi immagino come se ne sarebbe parlato oggi se anche lui, quel bravissimo ragazzo di Lorenzo, avesse vinto, e ancor più se avessimo avuto qui un Berrettini in grado di farci lottare per la vittoria finale. Che magari arriverà a Abu Dhabi o altrove, chi può saperlo? Per il nostro sport sarà sempre uno spot positivo.

Una volta la Davis poteva essere vinta quasi da un solo giocatore, come accadde quando la vinse Bjorn Borg nel ’75 o più recentemente Andy Murray: due singolari vinti in partenza, un doppio raccattato in qualche modo e oplà, Davis conquistata. Oggi il doppio è diventato improvvisamente molto più importante, per il 33%. Siamo sicuri sia un male, un aspetto negativo? Non si sta rivitalizzando una specialità in agonia? Che fosse in agonia lo scriveva già trent’anni fa Rino Tommasi, quando i più forti tennisti smisero di giocarlo. Era post McEnroe. Ora potrebbe anche rinascere.

Si riuscisse a rigiocarla in casa (o in trasferta) almeno per un turno o due, magari creando degli aspettiti per le squadre che l’anno prima erano giunte in semifinale, potrebbe essere un progresso. Ma siamo ancora in fase sperimentale, e purtroppo ancora in fase Covid. Ci vuole pazienza. Come quella che io ho sempre avuto per i commenti che arrivano a Ubitennis. Molti dei miei collaboratori vorrebbero chiuderli. Li trovano inutili, frequentati sempre dagli stessi 500 lettori su 50.000 abituali e 100.000 o 150.000 più occasionali (nel senso che vengono a leggerci soltanto nelle grandi occasioni). Io trovo che invece si deve solo puntare a farli migliorare individuando un modo il più possibile oggettivo – difficilissimo! – per cassare quelli offensivi, iperpersonalizzati, inutili. Evidenziando invece quelli che contribuiscono a migliorare la qualità del sito, perché segnalano errori – mai prendersela con loro ma semmai ringraziare! Chi fa sbaglia ma non deve prendersela – perché danno suggerimenti utili, notizie, numeri, idee.

Ecco, in particolare per le discussioni relative a questa nuova Coppa Davis, sia i detrattori sia gli estimatori, hanno mantenuto un buon livello di discussione, salvo pochissime inevitabili eccezioni. Io vi invito a rileggere i commenti all’articolo di Vanni Gibertini “Coppa Davis, nuova formula, gironi in Europa, fase finale ad AbuDhabi. Sarebbe il colpo di grazia?”, perché molti – e voglio citare quelli di Alessio Francone, di Unforgiven 79, di Shapo, di Teus, di Cataflic (non li ricordo tutti e mi scuso con gli altri che meritavano citazione), di molte risposte dello stesso Vanni Gibertini – secondo me hanno tentato, riuscendoci, di dare contributi intelligenti alla discussione in atto. Dipende solo da voi lettori mantenere alto il livello dei commenti, evitando personalismi inutili. Per Ubitennis può essere un atout vincente. Sarebbe bello che anche nel corso dei nostri live, che a volte superano i 2.000 post, ci si limitasse a fare osservazioni utili per il maggior numero dei lettori. Ce la faremo?

Intanto dopo aver registrato l’ennesima maratona vincente di Kukushkin, annullando 4 matchpoint e trasformando il quinto nel corso di un infinito tiebreak e di un match di 3 ore e 18 minuti che ha avuto per vittima inconsolabile lo sfortunato (ma un tantino pavido) Kecmanovic, registro anche la vittoria in doppio di Djokovic con Cacic sullo stesso duo kazako Nedovyesov-Golubev (che parla italiano meglio di tanti, dopo la su alunga permanenza in Piemonte) che sei anni fa avevamo affrontato con l’Italia ad Astana. E devo dire “chapeau” a Djokovic perché quei tennisti che mettono in primo piano l’appartenenza al proprio Paese più che ai soldi, ai tornei più importanti, a me suscitano sempre grande ammirazione. Perché, come dicevo all’inizio anche per rispondere a tanti catastrofisti, per me la Coppa Davis e Wimbledon sono due passioni intramontabili. E chi li rispetta merita rispetto.

E se, di nuovo, questa coppa Davis non assomiglia a quella vecchia, pazienza. Finché non ce ne sarà una uguale o un’altra più simile, mi tengo questa senza “massacrarla”. Forse, in questo, a furia di star in mezzo ai ragazzi che collaborano al sito, che mi hanno insegnato a capire (se non sempre ad apprezzare…) i social, anche se fatico ad adeguarmi a Instagram, a Facebook, a Twitter, sono meno vecchio di coloro che vivono soltanto in mezzo ai loro vecchi coetanei. E che si danno ragione l’un l’altro senza confrontarsi con spiriti e anime diverse. Con questo non dico che gli uni o gli altri abbiano ragione di pensarla in un modo o nell’altro. Il mondo è bello perché è vario e non tutti i gusti sono alla vaniglia (ricordava sempre maestro Gianni Clerici). L’importante è che si giochi a tennis, si veda tennis, si legga di tennis, si parli di tennis.

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